Autore: escamontage

Vanoni & Planetarium

di Valerio d’Angelo

La raccolta “Canzoni da films” del 1976, realizzata dalla Ariston quando Ornella Vanoni aveva già lasciato l’etichetta discografica per fondarne una propria, la “Vanilla”, nel 1973, ha il pregio di riunire una serie di brani inseriti all’interno di colonne sonore di film italiani ed esteri oppure realizzati aggiungendo un testo a temi originariamente strumentali.
Ornella Vanoni non era nuova a quest’operazione, basti pensare alla celeberrima “Senza fine” inserita all’interno del film “Il volo della fenice” per il quale venne anche realizzata una versione cantata in lingua inglese appositamente pensata per il mercato internazionale della pellicola e uscita su un raro singolo negli Stati Uniti come “The Phoenix love theme”.
L’lp, realizzato per la linea economica “Oxford” riunisce titoli come “Quei giorni insieme a te”, bellissimo brano appositamente composto per “Non si sevizia un paperino” di Lucio Fulci, del 1972, per la musica di Ritz Ortolani, altri titoli già editi come “Domani è un altro giorno” del 1971, inserita l’anno dopo ne “La prima notte di quiete” di Zurlini o la celeberrima “L’appuntamento” del 1970 recuperata nel 1973 per il film “Tony Arzenta” un “polizziottesco” di Duccio Tessari con Alain Delon.
Completano l’lp una serie di brani composti su musiche già pubblicate all’interno di colonne sonore.
Si va dall’ennesima versione di “Parla più piano” da “Il padrino”, musica di Nino Rota, un tema composto originariamente nel 1958 per il film “Fortunella” sceneggiato da Federico Fellini e diretto da Eduardo De Filippo e “riciclato” nel 1972 per la pellicola di F.F.Coppola, a “Un uomo, una donna” per il film omonimo di Lelouch del 1966, musica di Francis Lai, passando per “Anonimo veneziano” musiche di Stelvio Cipriani per il film del 1970 esordio alla regia di Enrico Maria Salerno a “Non so più come amarlo” versione italiana di “I Don’t Know How To Love Him” da “Jesus Christ Superstar” fino ad una curiosa versione cantata del tema strumentale, di Christopher Komeda, utilizzato per i titoli di testa di “Rosemary’s baby” capolavoro di Roman Polansky del 1968, intitolato “Ninna nanna di Rosemary”, già pubblicato su singolo a 45 giri sempre nel 1968.
La raccolta si conclude con “La canzone di Leonardo”.
Nonostante l’lp del 1976 fornisca chiaramente i dati a riguardo del brano, si legge sul retro “dal film Vita di Leonardo da Vinci” per molti anni si è creduto si trattasse di un inedito, non pubblicato su supporto discografico, tirato fuori da un cassetto per essere proposto per la prima volta all’interno di questo LP
“La vita di Leonardo da Vinci” è un celeberrimo sceneggiato del 1971, scritto e diretto da Renato Castellani ed interpretato, nel ruolo principale, da Philippe Leroy, tratto dalla “Vita” leonardesca di Giorgio Vasari.
Girato a colori e trasmesso in cinque puntate dal 24 ottobre al 21 novembre del 1971, venne riedito nel 1977 quando i televisiori a colori iniziarono a diffondersi in Italia, di pari passo alle prime trasmissioni televisive col nuovo sistema Pal-Color, potendo così apprezzare in pieno la versione originale del film.
Il brano che chiudeva ogni puntata e sul quale scorrevano i titoli di coda era questa “Canzone di Leonardo”.
Ha la prarticolarità di aver messo in musica uno dei più celebri aforismi di Leonardo da Vinci “Movesi l’amante per la cosa amata come il suggietto con la forma, come il senso col sensibile, e con seco s’uniscie e fassi una cosa medesima… Quando l’amante è giunto all’amato, lì si riposa. Quando il peso è posato, lì si riposa. La cosa cognosciuta col nostro intelletto. ”
Per la parte musicale l’autore è Roman Vlad.
Vlad, di origini rumene ma naturalizzato italiano, allievo di Alfredo Casella fu compositore e musicologo. Collaborò con la Rai nella stagione televisiva 1965/’66 per una serie di trasmissioni di musicologia, programma che non aveva un titolo specifico ma di volta in volta era l’argomento trattato a fornire il titolo di ogni puntata, fu direttore della rivista “Nuova rivista musicale italiana”, autore di un celebre saggio su Stravinsky, per Einaudi nel 1958, direttore del Teatro Comunale di Firenze e dell’Orchestra sinfonica della Rai di Torino, direttore artistico del Teatro alla Scala e sovraintendente all’Opera di Roma.
Gli impegni istituzionali e didattici andarono di pari passo con la carriera concertistica e di compositore, anche per il cinema collaborando con Luciano Emmer e René Clair.
Per lo sceneggiato di Castellani realizzò l’intera sonorizzazione.
Contemporaneamente alla messa in onda la Ariston pubblicò la relativa colonna sonora in formato lp (Ariston Records AR.LP. 12069) e il pezzo per la voce di Ornella Vanoni è la traccia di apertura.
A causa della rarità dell’lp di Roman Vlad, col passare degli anni si perse la memoria di questa prima pubblicazione, facendo credere che “La Canzone di Leonardo” uscisse su supporto discografico per la prima volta all’interno della raccolta della Vanoni.
Ma non è tutto.
Recentemente è emerso un curioso disco a 45giri (Ariston Records Isr.0025) che ha inserito nella facciata A proprio questo brano.
In copertina non una foto dell’interprete ma il celeberrimo autoritratto a sanguigna di Leonardo conservato presso la Biblioteca Reale di Torino.
Il disco, solitamente non compreso nelle discografie pubblicate di Ornella Vanoni, potrebbe essere stato realizzato per il mercato estero.
Il numero di catalogo, unico ed esclusivo per questo supporto, ha il suffisso ISR, mai più utilizzato, che potrebbe far pensare ad una realizzazione per il mercato israeliano, dove già alcuni dischi della cantante vennero pubblicati nel corso degli anni.
Però il timbro SIAE, la scritta a chiare lettere “Made in Italy” e altri riferimenti portano a credere ad una realizzazione italiana del supporto.
Non è noto se il disco venne realizzato in Italia per essere esportato, magari in occasione della trasmissione in Israele dello sceneggiato tv.
Anche la data di pubblicazione, maggio 1973, non riesce a chiarire le incongruenze di una pubblicazione discografica che non ebbe la minima promozione e il minimo riscontro di vendite.
Per rendere ancora più raro e ricercato questo singolo bisogna però andare a vedere cos’è che venne inserito nella facciata B.
Non un pezzo della Vanoni, ma un inedito assoluto dei “Planetarium” intitolato “Quazar”.
Anch’essi sotto contratto con la Ariston, i “Planetarium” pubblicarono un rarissimo lp totalmente strumentale, “Infinity” per la sotto-etichetta “Victory” (una linea della casa madre dedicata ai progetti “d’avanguardia”) nel 1971.
Provenienti dalla zona di Alessandria, per molti anni i componenti del gruppo rimasero ignoti fino al 2010.
Era in uso all’epoca tentare di lanciare gruppi italiani come esteri mantenendo il riserbo sui nomi dei musicisti coinvolti nel progetto.
Mancando alcuna promozione del disco fu, purtroppo, un ovvio insuccesso commerciale, nonostante l’ottima proposta di un soft-prog da colonna sonora, in una chiave visionaria e “cinematografica”. Non risulta però l’utilizzazione di queste musiche a commento di immagini.
I “Planetarium” erano Alfredo Ferrari (l’unico di cui compare il nome sull’etichetta del disco come autore di tutti i brani), Franco Sorrenti, Mirko Mazza, Pietro Repetto e Giampaolo Pesce.
Da segnalare anche la bella copertina “surreal-metafisica” con un manichino (da de Chirico) col volto coperto da un drappo (da “Les Amantes” di Magritte).

Probabilmente chi decise di realizzare il 45 giri con il pezzo, già di suo “raro”, di Ornella Vanoni, non sapendo cosa inserire sul retro, si trovò per le mani questo pezzo dei “Planetarium” rimasto fuori dall’lp e che vide la luce per la prima volta su questo supporto, per poi essere nuovamente dimenticato in quanto non compreso nella ristampa in digitale dell’lp “Infinity” uscita nel 1990.
Collezionisticamente si tratta di un disco rarissimo dove, oltre alla presenza di uno dei brani meno noti della cantante milanese si affianca un inedito assoluto, ascoltabile unicamente su questo vinile, di un gruppo di culto della musica progressive italiana.
Ignote le motivazioni della sua realizzazione. Non venne minimamente promosso dalla casa discografica e passò totalmente sotto silenzio sulle riviste specializzate del settore pubblicate all’epoca.
Riscoperto da chi scrive anni fa con la sorpresa di trovare l’inedito assoluto del gruppo sul retro del disco, venne pubblicato una prima volta sul sito http://www.italianprog.it nella scheda relativa ai “Planetarium”. La scansione della copia recuperata è stata poi copiata e ripubblicata su altri siti internet ed è l’unica immagine che gira in rete di questo disco.

 

 

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dal 9 maggio al 10 maggio 2018

Neri Marcorè

Come una specie di sorriso

Omaggio a Fabrizio De André

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GNUQUARTET
Stefano Cabrera violoncello
Roberto Izzo violino
Raffaele Rebaudengo viola
Francesca Rapetti flauto
Simone Talone percussioni
Domenico Mariorenzi chitarra
Flavia Barbacetto, Angelica Dettori voci
Stefano Cabrera arrangiamenti e orchestrazione

Produzione di Mauro Diazzi srl

Un poliedrico artista, apprezzato come attore di cinema, teatro e televisione, e un quartetto dal singolare organico strumentale (violoncello, violino, flauto, viola) omaggiano uno dei più grandi poeti del cantautorato italiano partendo dal verso di una delle sue canzoni più famose, “Il pescatore”.

In Come una specie di sorriso c’è il Fabrizio De Andrè, anche quello meno conosciuto, che Neri Marcorè, qui nelle vesti di cantante e chitarrista, più ama. Il De Andrè che tutti amano. Un repertorio, impreziosito dagli arrangiamenti sofisticati di Stefano Cabrera (GnuQuartet), che trascinerà il pubblico in un emozionante viaggio musicale attraverso i versi immortali del grande Faber.

Neri Marcorè è dotato dell’istrionismo che solo i grandi mattatori dello spettacolo possono avere. Radio, cinema, teatro, televisione, doppiaggio: la sua carriera inizia nei primi anni ’90 ed è un mosaico di grandissimi successi, tra cui è impossibile non ricordare “Il cuore altrove” di Pupi Avati (Nastro d’argento per Miglior Attore) e le grandi trasmissioni televisive accanto a Serena Dandini e ai fratelli Guzzanti. Amatissimo da pubblico e critica e antidivo per eccellenza, Marcorè negli ultimi anni si è dedicato con particolare attenzione al teatro musicale, esplorando pietre miliari della musica quali Giorgio Gaber e i Beatles.

GnuQuartet sono Stefano Cabrera (arrangiamenti e violoncello), Roberto Izzo (violino), Francesca Rapetti (flauto traverso) e Raffaele Rebaudengo (viola). Un quartetto dallo stile sicuro e inconfondibile – che ha caratterizzato i progetti di grandi artisti quali Subsonica, Afterhours, PFM, Gino Paoli, Niccolò Fabi, Daniele Silvestri, Motel Connection e molti altri che hanno richiesto la loro collaborazione – guadagnandosi l’attenzione e l’apprezzamento del pubblico e della critica fin dagli inizi della loro carriera.

Via Merulana, 244 – 00185 Roma
botteghino@teatrobrancaccio.it
Tel. 06 80687231

Prezzi da 40 a 28 euro

Ufficio stampa Teatro Brancaccio Silvia Signorelli

signorellisilvia@libero.it  Mob. +39 338 9918303

Facebook: SiSicommunication – Twitter: @silviasignore

Sito www.comunicazioneeservizi.com

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COMUNICATO STAMPA

Uscita a testa alta per Deborah Xhako : puo’ ritenersi soddisfatta perchè  la sua partecipazione a The Voice of Italy 2018  è stata  un grande successo.

J-Ax, Al Bano, Francesco Renga e Cristina Scabbia stasera hanno scelto i propri finalisti nel talent show condotto da Costantino della Gherardesca. Sono state molto tese le corde attorno al ring che ha visto scontrarsi nella Battle i semifinalisti di The Voice of Italy, e per la nettunese Deborah Xhako il programma The Voice è purtroppo finito qui.

Erano 16 i talenti rimasti in gara dopo la spietata selezione dei Knock Out, 4 per team. Nella puntata di stasera, andata al solito in onda su RAI2, divisi in coppie, i concorrenti si sono affrontati nella Battle, duettando su uno stesso brano. Solo 2 i vincitori di ogni team, e solo 4 voci hanno potuto accedere al match finale del Live show.

La scelta decisiva è avvenuta attraverso il nuovo Sing Off: uno spareggio in cui ogni talent riproponeva il brano presentato alle Blind Audition. La decisione ha pesato ancora una volta sulle spalle dei rispettivi coach. Nel Live Show di giovedì 10 maggio la parola passerà invece al pubblico a casa che, attraverso il televoto, deciderà quale “Voce d’Italia” si aggiudicherà un contratto discografico esclusivo con Universal Music Italia.

Nel team Renga il coach ha deciso di far sfidare la nostra Deborah Xhako e Mirco Pio Coniglio con il brano ‘La Risposta’ di Samuel. Asia Sagripanti si è sfidata con Marica Fortugno con il brano ‘Ciao’ di Vasco Rossi. La prima sedia è stata occupata da Asia che ha vinto contro Marica, la seconda da Mirco che ha vinto contro Deborah. Asia e Mirco si sono infine sfidati ai Sing Off con il loro cavallo di battaglia delle blind e il coach Renga ha deciso di portare in finale Asia Sagripanti.
I 4 finalisti al termine della serata: per il Team Albano, Maryam Tancredi; per il Team Cristina, Andrea Butturini; per il Team J-Ax, Beatrice Pezzini; per il Team Renga, Asia Sagripanti.

Dagli studi di Rai Radio2, radio ufficiale di The Voice of Italy, hanno commentato il programma Gino Castaldo ed Ema Stokholma, insieme al gruppo d’ascolto “Back2Back”.

ufficio stampa Lisa Bernardini

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Presentazione letteraria di successo a Roma per Giuseppe Lago. 
Lo scorso 12 Aprile, presso la Libreria Testaccio, si è tenuta la seconda presentazione del suo romanzo La Fuoriuscita (Alpesitalia).
Sono intervenuti: Chiara Scarpulla, psicologa e psicoterapeuta, nonché attrice teatrale, la quale ha letto alcuni brani del libro, dando voce al personaggio di Martha Weber, la fuoriuscita protagonista del romanzo; Piero Sistopaoli, psicologo e psicoterapeuta, docente IRPPI (Istituto Romano di Psicoterapia Psicodinamica Integrata, che ha commentato i contenuti e i riferimenti socio culturali del libro; Stefano Cocci, giornalista e scrittore, esperto di cinema e sport, che ha citato vari riferimenti del libro al cinema, soffermandosi sulla trama e i punti in comune col film The Truman show. Inoltre, essendo anch’egli autore di un libro di cinema (La febbre del sabato sera (Ultra, 2017), ha rivolto alcune domande personalmente all’autore.
Giuseppe Lago, psichiatra e psicoterapeuta, direttore IRPPI (Istituto Romano di Psicoterapia Psicodinamica Integrata), autore del romanzo oggetto dell’incontro, ha commentato e preso spunto dagli interventi e dalla “messa in scena” di Chiara Scarpulla, per fornire ulteriori chiarimenti e riflessioni sul tema e sui personaggi del libro.
Tra il pubblico, che ha seguito attentamente e posto curiosità, anche la giornalista Flaminia Naro (Radio Città Futura, Il Foglio), che  ha voluto approfondire e mettere in rilievo la funzione di denuncia che il romanzo può avere nei confronti di alcune sette sedicenti psicoterapeutiche, ancora in grado di illudere e lucrare sul disagio degli utenti.
Nel complesso, due intense ore di discussione e approfondimento di una trama interessante e di un libro ben scritto, come evidenziato in numerose recensioni online.
“La Fuoriuscita è un romanzo che tiene incollati alle pagine, ed ha l’enorme pregio di delineare dei personaggi a tutto tondo in cui potersi identificare;  voci autorevoli hanno sottolineato che la sua lettura porta in un mondo che in molti non conoscono, lasciando la sensazione di volerlo/doverlo approfondire.
Assolutamente da leggere.
Lisa Bernardini
Presidente Occhio dell’Arte
Foto 912 :
Una veduta parziale della libreria durante la presentazione 
Foto 620:
Giuseppe Lago prende la parola durante la presentazione del suo romanzo
Ultima immagine in allegato: uno sguardo al parterre dei relatori presenti

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PRATO FILM FESTIVAL
20/23 maggio 2018
VI edizione

PRATO FILM FESTIVAL locandina rossa

Si tiene a Prato dal 20 al 23 maggio 2018 la sesta edizione del PFF – Prato Film Festival, fondato e diretto da Romeo Conte e realizzato in collaborazione con il Comune di Prato – Assessorato alla Cultura e Assessorato alle Attività Produttive del Comune di Prato, Confcommercio Pistoia e Prato, Lions Club Prato Datini, Convitto Nazionale Statale Cicognini e con il patrocinio della Regione Toscana e della Provincia di Prato. Due le location del festival, le proiezioni di apertura del 20 maggio nello storico Teatro Gabriele D’Annunzio all’interno del Convitto Nazionale Statale Cicognini e il resto del festival presso il Cinema Eden.

Evento di apertura del festival, il 20 maggio, l’omaggio allo scrittore e giornalista pratese Curzio Malaparte, con la proiezione, in versione restaurata, del film La Pelle di Liliana Cavani. Per tale occasione l’attore Maurizio Donadoni interpreterà alcuni passaggi del libro di Malaparte “Maledetti toscani”. Cuore centrale del festival, il concorso di cortometraggi con le sue sezioni tematiche Mondo Corto, Diritti Umani e Corto Italia. Un festival che si apre alle scuole con i matinée e le proiezioni di lungometraggi fuori concorso quali Il più grande sogno, di Michele Vannucci con Mirko Frezza, Alessandro Borghi, Ivana Lotito e Milena Mancini e Tutto quello che vuoi di Francesco Bruni con Giuliano Montaldo, Andrea Carpenzano e Donatella Finocchiaro. Proiezione serale per il lungometraggio Veleno di Diego Olivares con Luisa Ranieri, Massimiliano Gallo, Salvatore Esposito e Nando Paone. Presentato alla Settimana Internazionale della Critica della Mostra del Cinema di Venezia 2017, il film racconta la storia vera del dramma dei rifiuti tossici nella Terra dei Fuochi nel casertano.

In occasione della giornata finale del festival, mercoledì 23 maggio, presso la Saletta Campolmi inaugurazione della mostra dedicata al film “Il postino” diretto da Michael Radford e Massimo Troisi e interpretato dallo stesso Troisi con Maria Grazia Cucinotta, Philippe Noiret, Renato Scarpa e Anna Bonaiuto. Saranno esposti – fino al 4 giugno – i bozzetti e gli schizzi con cui venivano immaginate le scene ed i costumi dei due curatori della mostra, lo scenografo Lorenzo Baraldi e la costumista Gianna Gissi. Esposte anche le foto da set del film realizzate da Angelo Frontoni e tratte dalla collezione digitale “Angelo Frontoni, il fotografo delle dive” del portale internetculturale.it del Mibact. L’intero Archivio di Angelo Frontoni è conservato presso la Fototeca del Museo Nazionale del Cinema di Torino e presso il Centro Sperimentale di Cinematografia – Cineteca Nazionale di Roma.

Tra gli eventi speciali, la proiezione dello spot “Fratelli Conforti – Una storia Pratese”, dal 1948, in occasione dei 70 anni di attività di una nota azienda del territorio. Quattro i conduttori che si alterneranno sul palco durante il festival: Giovanni Bogani, Nicola Pecci, Miriam Candurro e Paolo Calcagno. I premi sono stati creati da Camilla Bacherini e saranno realizzati dalla Fonderia Artistica “Il Cesello”.

Partner del Prato Film Festival 2018: BiAuto Lexus Firenze, Eleonora Lastrucci, Bimitex, Fratelli Conforti, Alma Carpets, Avanglion by designer Bruno Palmegiani, Carlo Bay, Pointex, VKA vodka, Zeta Casa, Ristorante la Limonaia di Villa Rospigliosi, Il Decanter, Gioielleria Cerbai. Media partner: Italia7, TVR Teleitalia 7Gold, Radio Canale7, White Radio, Pratosfera, CineClandestino, Red Carpet Magazine, Easyweb. Le foto del filmfestival saranno realizzate dallo Studio Fotografico Bolognini.

Tutto quello che vuoi. Trailer del film ‘Veleno’, di Diego Olivares:

Tutto quello che vuoi 2

https://www.youtube.com/watch?v=_y-inq0XQMw

 

Per maggiori informazioni

http://www.pratofilmfestival.it

info@pratofilmfestival.it
tel. 0574 1940224

 

Ufficio stampa

Carlo Dutto

carlodutto@hotmail.it

Video-Saluti

 

 

Un saluto EscaMontage da Alessandro Gassmann e Rocco Papaleo dalla conferenza stampa tenutasi presso l’Hotel St. Regis di Roma dell’ultimo film di Rocco Papaleo
“ONDA SU ONDA”
al cinema dal 18-02-2016

Un film di Rocco Papaleo 
Con Alessandro Gassmann, Rocco Papaleo, Luz Cipriota, Massimiliano Gallo, Calogero Accardo
Durata 102 min – Italia 2016
Distribuzione Warner Bros Italia

Video-Saluti

Un Saluto EscaMontage da Max Gazzè

 

 

Roma, 21 giugno 2017. Max Gazzè saluta gli spettaori EscaMontage, in occasione della presentazione di un’opera che ha visto coinvolti insieme a Gazzè gli artisti Marco Manzo, e Alessandro Di Cola. Si tratta di un’istallazione scultorea che trasferisce empiricamente su trenta cerchi incisi a mano lo stile ornamentale dei tatuaggi di Marco Manzo. Questi cerchi, tramite la luce, vogliono tatuare idealmente lo spettatore ed il lungo Tevere. Per questa opera, Marco Manzo ha coinvolto Max Gazzè nella parte musicale concettuale, suonando all’interno dell’opera; il pubblico potrà interagire con essa creando dei suoni. L’opera in fusion con Alessandro Di Cola, utilizza la scultura per rappresentare il matrimonio tra l’arte del tatuaggio e l’rte della musica. Inoltre, saranno esposte le opere del Maestro scultore Marcello Simonetti, già ordinario presso ‘istituto Statale d’Arte di Urbino e socio dell’Accademia Raffaello.

VideoIntervista

Incontro con Vincenzo Salemme. “Una festa esagerata…!”

EscaMontage incontra Vincenzo Salemme
“Una festa esagerata…!”

Spettacolo teatrale
scritto, diretto e interpretato VINCENZO SALEMME

e con NICOLA ACUNZO, VINCENZO BORRINO, ANTONELLA CIOLI, SERGIO D’AURIA, TERESA DEL VECCHIO, ANTONIO GUERRIERO, GIOVANNI RIBÒ E MIREA FLAVIA STELLATO

Scene ALESSANDRO CHITI

Costumi FRANCESCA ROMANA SCUDERI

Musiche ANTONIO BOCCIA

Luci FRANCESCO ADINOLFI

Da martedì 14 febbraio 2017 a domenica 19 marzo 2017 al Teatro Diana di Napoli

Intervista a cura di Sarah Panatta e Iolanda La Carrubba
Riprese e montaggio di Iolanda La Carrubba


Recensione

Sentimenti e gag nel magico mondo di Vincenzo Salemme
di Iolanda La Carrubba

Torniamo a teatro, dove con uno spettacolo che trascrive in scena uno spaccato di vita, Salemme coinvolge il pubblico rendendolo partecipe. Siamo in “Una festa esagerata…!” un luogo fatto di comicità all’interno della dura oggettività della vita. La storia è ambientata in una casa per caso  situata nel luogo cult della borghesia di oggi, con un terrazzo panoramico forse simbolo di una dimensione altra che sfocia sulla realtà degli altri.
Qui una moglie e madre (Teresa Del Vecchio) caparbia, capricciosa, prettamente concentrata sulle apparenze, è completamente assorta nell’organizzazione della festa che presenterà sua figlia Mirea (Mirea Flavia Stellato) in società, coordinando caoticamente accanto ad un improbabile maggiordomo (Vincenzo Borrino) la disposizione dei tavoli e l’assegnazione delle bomboniere.
Lei, la figlia è il ritratto della madre non vuole altro se non riuscire ad emergere, attraverso i beni materiali, per paura di smarrirsi in un anonimato collettivo. Cardine sono le beghe condominiali, immancabili, immutabili, asfissianti tra le quali si aggira il vice – portiere (Antonio Guerriero) che tutto vede e tutto sente filtrando attraverso il suo solipsistico punto di vista, i fatti che corrono su e giù per le scale, che si affacciano ai balconi, che prendono l’ascensore il quale ingordamente intrappola i condomini in un vortice di fraintendimenti assillanti.
Il corteggiatore aspirante fidanzato di Mirea (Sergio D’Auria) è una presenza estenuante per il mal capitato Gennaro Palascandalo (Vicenzo Salemme) il quale tenta per amor della pace domestica ma non “addomesticata”, di trovare in lui un lato da apprezzare ma si ritroverà a cercare nella sua coscienza la soluzione al cubo di Rubik, senza riuscire a risolvere l’enigma.
Altri accadimenti si accaniscono sulla tranquillità anelata da Palascandalo rendendolo vittima in un complesso e intricato sistema di eventi, scritti ed interpretati magistralmente. Nella trama si aggira una presenza ostile, la vicina di casa (Antonella Cioli) la quale con la sua personalità disturbata, bipolare, detta regole e brama vendetta nascondendosi dietro l’ombra di suo padre (Giovanni Ribò) un uomo apparentemente mite e tranquillo.
Nulla è lasciato al caso ed il meccanismo comico si aggroviglia all’amara realtà con le sue ambiguità, gli affreschi imprevedibili, istantanei e simultanei dove le maschere della commedia dell’arte si contaminano tra loro simbolicamente quasi fossero una decodificazione del surrealismo intangibile. Mentre le ore vengono inghiottite dagli abissi del Tempo, implacabile e insaziabile, ancora altri giochi di ruoli si presentano in scena ed a cavallo di una motocicletta giunge il prete (Nicola Acunzo) dispensatore di consigli sottoforma di inutili luoghi comuni, buffi, arzigogolati e non-sense.
Ogni personaggio qui è vero, a tal punto da risultare grottesco, un ritratto iperreale di quei volti ostinati e contorti che soggiornano nella quotidianità, con i loro pensieri piccoli, arresi alla volontà di una società consumistica.
Straordinari, loro i personaggi di tutti i giorni, indossati da interpreti talentuosi, di forte impatto caratteriale ed è attraverso essi che viene descritto il sogno della realtà e la realtà del sogno, trasformando il tutto in un incubo incessante; c’è chi brama la fama, chi nasconde la sua identità, chi è stalker, chi  si finge qualcun altro, un via vai di personalità multiple all’interno di multi-dimensioni dove anche l’invisibile è protagonista.
Gli attori si protendono verso il capo comico d’eccezione, vulcanico, matador del palco e dell’oltre palco che travolge e sconvolge l’attenzione rivolgendosi a Lui, il mito, il mentore, il fautore del percorso artistico di Vincenzo Salemme, Eduardo De Filippo un uomo fatto per essere teatro, per essere voce e corpo, anima e ruah di un luogo immaginifico portato in scena.
In questo spettacolo si vive il lavoro completo e colto di Vincenzo Salemme il quale in ogni sua Opera non dimentica di dare spazio ad una morale efficace, accattivante che dona empaticamente spunto di riflessione, le gag che lasciano senza fiato e colmano gli occhi di lacrime gioiose, di colpo spiazzano tramutando quelle stesse lacrime in patos travolgente che si aggrappa all’emotività portandola nelle oscure profondità di un inconscio collettivo junghiano.
Vincenzo Salemme con la sua poesia ritmata ed efficace, si fa carico di filtrare attraverso una profonda comprensione e compassione della vita, la ricerca di una nuova, plausibile collettività, fatta di riflessione, amicizia, risoluzione, facendo sperare per un momento almeno, in un mondo migliore.
Nel suo lavoro tra cinema e teatro, questo è la costante e nella completezza rimangono nella memoria, indelebili messaggi conduttori di complessità artistica tra i quali il meraviglioso monologo nel film “Cose da pazzi” rivolgendosi a Maurizio Casagrande riferisce :
– … mandatemi qualcuno che mi dimostri che vivere in questa società è giusto, altrimenti diventerò un delinquente! E si ricordi signor Cocuzza, che è un caso, solo un caso che siano cadute le mie regole e non le sue!!!-
Salemme regista, attore, autore è amico del suo pubblico.

VideoIntervista

EscaMontage incontra Nicola Acunzo

A bordo palco dello spettacolo “…Una festa esagerata!” di e con Vincenzo Salemme

 

 

Sarah Panatta intervista Nicola Acunzo
in occasione di “Una festa esagerata…!” spettacolo teatrale scritto diretto e interpretato da Vincenzo Salemme

https://www.youtube.com/watch?v=ZPHpA…

Nicola Acunzo si racconta attraverso il teatro, ma anche nel mondo del cinema con il suo prossimo lavoro.

Riprese e montaggio: Iolanda La Carrubba

Video Sanza Meta

Arte pubblica a sostegno del CSOA Corto Circuito

DA NOVEMBRE 2016 A FEBBRAIO 2017 25 ARTISTI DANNO VITA A UNA STAFFETTA DI LIVE PAINTING, IN VARI CENTRI SOCIALI ROMANI, A SOSTEGNO DEL CSOA CORTO CIRCUITO CHE DOPO 27 ANNI DI ATTIVITA’ RISCHIA LO SGOMBERO DEFINITIVO. NEL FILMATO GLI ARTISTI CI RACCONTANO L’INIZIATIVA E IL LEGAME CHE UNISCE IL MONDO DELLA STREET ART ALLE LOTTE SOCIALI.

HANNO PARTECIPATO:
5 NOVEMBRE 2016, SANS PAPIERS LUIS ALBERTO ALVAREZ CARLOS ATOCHE
13 NOVEMBRE 2016, RED LAB KRISTINA MILAKOVIC EX VOTO LUIS ALBERTO CUTRONE 20 NOVEMBRE 2016, SPARTACO RICCARDO BEETROOT CHEW-Z
26 NOVEMBRE 2016, OFFICINE NOVE FRANCO DURELLI PHOBOS MAURO SGARBI
2 DICEMBRE 2016, SCUP PINO VOLPINO ROBERTA GENTILI ALESSANDRA CARLONI
10 DICEMBRE 2016, NUOVO CINEMA PALAZZO TINA LOIODICE DHARANI FLAVIO SOLO OTHERS
17 DICEMBRE 2016, FORTE PRENESTINO MK DANIELE RONCACCIA OMINO 71
12 GENNAIO 2017, SCUP PIER SIMONE POMIDA PETER BARONE
21 GENNAIO 2017, CORTO CIRCUITO KAOS PINO VOLPINO
4 FEBBRAIO 2017, SANS PAPIERS PIER SIMONE POMIDA DIAMOND
11 FEBBRAIO 2017, B.A.M. MK DHARANI ALADIN L’INIZIATIVA E’ A CURA DI:

CSOA CORTO CIRCUITO: http://cortocircuito.sonarproject.net/
ASS. CULT OFFICINE NOVE: https://www.facebook.com/Officinenove…

VIDEO REALIZZATO DA: http://www.sanzameta.com/

Reportage

L’uomo che non capiva troppo. Reloaded

Dalla conferenza di presentazione del nuovo spettacolo di Lillo&Greg

 

 

 

Con la partecipazione straordinaria in video di Lorella Cuccarini, Giancarlo Magalli, Maurizio Battista, Antonella Elia, Dario Salvatori, Paolo Bonolis e Lallo Circosta.

REGIA Lillo&Greg

COREGIA Claudio Piccolotto

CAST Lillo&Greg, Vania Della Bidia, Benedetta Valanzano, Danilo De Santis, Marco Fiorini SCENE Andrea Simonetti

COSTUMI NC POP

MUSICHE Claudio Gregori e Attilio Di Giovanni

VIDEO MAPPING VGA For Breakfast

PRODUTTORE ESECUTIVO Nicoletta Fattibene

DISEGNO LUCI Marco Palmieri

AUDIO Maurizio Capitini

WEB Giulio Soligo

UFFICIO STAMPA Silvia Signorelli

 

Video Reportage by EscaMontage

News

FRANCESCA STAJANO E RAFFAELLO SASSON NUOVA COPPIA DEL CINEMA INTERNAZIONALE

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Nelle foto la coppia cinematografica internazionale formata dal regista sceneggiatore e
produttore Raffaello Sasson e l'attrice sceneggiatrice e produttrice Francesca Stajano in giro per il mondo con Frammenti.
Fondatori della Compagnia del Brivido con la quale hanno prodotto e lavorato
rispettivamente come regista autore e attrice autrice gli spettacoli Parenti e serpenti, La
mia vita per la musica, Allora come va?
Fondatori della 39step production, producono Hard Boiled Appuntamento alle 11 in punto, Il Demonio, ottengono riconoscimenti e Premi Internazionali con Frammenti/Fragments del quale é in preparazione il lungometraggio.
Coppia anche nella vita, dopo otto anni di fidanzamento e di lavoro artistico insieme, si
sono sposati il 21 Agosto del 2017.

Ufficio stampa Giò Di Giorgio
ufficiostampagiodi@gmail.com – info 3922578267

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Nasce l’App gratuita e senza sponsor

“GUIDA AI MIGLIORI COCKTAIL BAR D’ITALIA”

Un’app gratuita per iOS e Android per scoprire i migliori cocktail bar d’Italia, grazie alla Guida di BlueBlazer, scaricabile dal sito www.blueblazer.it/app

 

logo Guida Cocktail BlueBlazer

L’app non ha scopo di lucro, è gratuita e priva di sponsor, a garanzia della massima autonomia di azione e della fiducia dei suoi utenti, è un contenitore virtuale, scaricabile sulle piattaforme iOS e Android, contenente gli indirizzi, le informazioni e tutte le news sui migliori cocktail bar d’Italia. Gli oltre 160 bar della Guida sono frutto di una attenta selezione diGiampiero Francesca e Massimo Gaetano Macrì, supportati da un panel di cento esperti che hanno pre-selezionato una lunga lista di locali. Per il secondo anno consecutivo sono infatti presenti nella Guida tutte le regioni italiane, con un’attenzione sempre maggiore alle realtà di provincia, tanto interessanti quanto, spesso, difficili da scoprire. Trovano così spazio, accanto alle grandi città come Roma, Milano e Firenze, realtà con poche centinaia di abitanti, come Acquapendente, in provincia di Viterbo, o Mirano, non lontana da Venezia.

I criteri seguiti per selezionare i bar si basano sull’ospitalità, oltre che sulla qualità del servizio e del cocktail. “Non scegliamo mai un locale perché fa bene da bere – sottolinea Giampiero Francesca, direttore di BlueBlazer e ideatore della Guida – non è quello che ci interessa in primis. Consideriamo soprattutto l’alto grado di accoglienza, ormai sempre più rara, che si traduce nella capacità di far star bene il cliente, consentendogli di vivere un’esperienza completa. Poi, ovviamente, viene anche il cocktail”.

Una volta installata l’app dal link www.blueblazer.it/app, è sufficiente aprirla dal proprio smartphone per consultarla. La navigazione del menù è semplice e intuitiva: si può decidere di geolocalizzarsi e selezionare i locali che appariranno sulla cartina, oppure filtrare per lequattro categorie (cocktail bar, bistrot – restaurant, hotel bar e speakeasy). In ogni caso, ‘cliccando’ su un locale, si aprirà la scheda con una breve storia di presentazione del bar, alcune informazioni sui cocktail consigliati e sul tipo di miscelazione praticata, gli orari, icontatti e l’accesso diretto alle mappe per rintracciare la strada col proprio navigatore.

Le categorie sono uno strumento utile per consentire a chiunque, in base ai propri gusti e aspettative, di scegliere velocemente. Al di là del ‘cocktail bar’ propriamente detto, ‘bistrot-restaurant’ indica quei locali in cui oltre che bere si offre un’esperienza food frutto di una cucina, in molti casi anche degna di nota per non dire ‘stellata’”, sottolinea Massimo Gaetano Macrì, capo-redattore di BlueBlazer e co-ideatore della Guida. “Non potevano poi mancare gli hotel bar, di cui siamo grandi estimatori. Anzi, con il nostro lavoro, vorremmo far capire che le atmosfere eleganti ed ovattate di questi locali potrebbero essere frequentate da tutti. In Italia c’è ancora molta diffidenza e sono ancora tanti a chiedersi se si possa entrare in un hotel solo per bere un drink, senza essere clienti”. E, infine, la categoria forse più alla moda, i cosiddetti speakeasy “in cui abbiamo inserito sia i locali il cui accesso è garantito tramite la parola d’ordine, come i ‘veri’ speakeasy americani del Proibizionismo degli anni Venti-Trenta del secolo scorso, sia quei locali che in qualche modo ricordano quelle atmosfere fumose, con un accesso un po’ da secret bar, in cui entri solo se ne conosci fisicamente l’ingresso”.

La Guida vuole essere uno strumento di consultazione smart, continuamente aggiornata e utile, tanto agli operatori del settore quanto al cliente, più o meno appassionato. “Sono tanti i vari brand ambassador, per esempio, che ci hanno confessato di utilizzare per il loro lavoro le nostre mappe per rintracciare i locali. Si tratta di una utilità secondaria di cui prendiamo atto. Ma lo scopo principale della Guida è quello di offrire agli appassionati del buon bere e anche ai semplici curiosi, una finestra ‘mobile’ da cui osservare il mondo del bar. Se una persona entra in un locale, ‘spinta’ dalla descrizione della Guida, si innamora del posto e apprezza il cocktail, noi abbiamo centrato la missione”. Per l’occasione del lancio della Guida sono stati creati due signature cocktail: il ‘The Journalist Martini’ di Massimo D’Addezio e il “The Journalist Negroni” di Tommaso Cecca. Entrambi i cocktail sono degli omaggi che i barmanager dei due locali hanno voluto dedicare ai giornalisti adattando i pregi, e perché no, i difetti della categoria a due storici cocktail. Il The Journalist Martini è un Martini cocktail come piace berlo a molti giornalisti, freddissimo e molto secco, preparato con gin Bombay Sapphire, Apricot Brandy e gocce di Laphroaig, un whisky torbato i cui sentori affumicati rimandano, per Massimo D’Addezio, al mondo della stampa e delle redazioni. Completamente diverso il The Journalist Negroni, una variante calda e avvolgente del grande classico italiano, con brandy Cardenal Mendoza, Campari infuso all’ibisco e vermouth Cinzano 1757, che restituisce una visione diametralmente opposta del ruolo e della figura del giornalista.

Ufficio stampa
Carlo Dutto
cell. 348 0646089
carlodutto@hotmail.it

Reportage

Dalla mostra personale “Il segreto stupore degli alberi” di Eugenia Serafini

“Il segreto stupore degli alberi” tenutasi dal 3 al 31 marzo 2017 a Roma.

La mostra, composta da più di 20 acquerelli di grandi dimensioni su carta pregiata, ricchi di sensibilità e preziosi cromatismi, si è tenuta nello Studiolo, via dei Marsi, 11.

Questa Mostra personale dell’artista e poeta /performer EUGENIA SERAFINI nasce da una profonda ispirazione poetica, che trae origine dagli anni ’90, da alcuni suoi “Racconti brevi” nei quali immagina che gli alberi possano vivere e sentire in modo non dissimile dalle creature umane o dagli animali, che abbiano non solo una vita, una riproduzione e una morte, ma siano in grado di emettere suoni simili a musica o a parole per esprimere le proprie emozioni. “…le sembrò che gli alberi si componessero a formare una orchestra. Anzi ne fu certa! i semi, le foglie, i rami, perfino i tronchi si muovevano all’unisono emettendo suoni sottili,scrosci, fruscìi, fischiettando leggeri, mossi solo dalla carezza del vento. Eugenia Serafini”

Intervento del prof. Nicolò Brancato, intervento del prof. Umberto Maria Milizia

Riprese-regia-montaggio di Iolanda La Carrubba

PoesiCanzone

Il Progetto e il Cd-Antologia

 

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Il progetto PoesiCanzone nasce dall’unione delle idee di Iolanda La Carrubba e Amedeo Morrone, è stato presentato all’interno della rassegna culturale San Lorenzo 2011 patrocinato da Roma Capitale ed Estate Romana.
Il lavoro è stato quello di realizzare un’opera di trasposizione letteraria, in cui le poesie di poeti nazionali e internazionali sono state tradotte in vere e proprie canzoni in un’operazione corale nella quale i poeti hanno espresso con il loro prestigioso lavoro la sensibilità su diverse tematiche che insieme all’original sound pop-rock melodico del cantautore Amedeo Morrone, viaggiano attraverso un linguaggio sinestetico.

La prima edizione del Cd-Antologia “PoesiCanzoni” è stata introdotta dall’illustre prefazione del musicologo, compositore ed antropologo Alexian Santino Spinelli (musicista virtuoso della fisarmonica, docente universitario di Lingua e cultura romaní, presidente nazionale della federazione FederArteRom) che dice “…la musica e l’original sound pop-rock di Amedeo Morrone e le sue canzoni fanno parte di noi, sono espressioni artistiche reali, esprimono emozioni vivide che irrorano le nostre vene e coinvolgono i nostri sensi… La sua arte è pregna di vita reale che diventa poesia, che diventa canzone… semplicemente invita l’ascoltatore a porgere il suo cuore prima che l’orecchio verso la PoesiCanzoni”.

Presentazioni ufficiali del progetto e del Cd-Antologia PoesiCanzoni si sono tenute presso prestigiose location tra le quali: l’Isola del Cinema di Roma diretta da Giorgio Ginori, presso la sede FUIS (Federazione Unitaria Italiana Scrittori) di Roma, presso lo Studiolo diretto da Eugenia Serafini a Roma, presso la Biblioteca Aldo Fabrizi di Roma.

Prezzo ci copertina € 25,00

Per info e ordinare copie: escamontage.escamontage@gmail.com

Reportage

Mi Querida Argentina di Alessandra Carrillo

Promo del reportage dall’Argentina, avventura, viaggio e non solo

 

 

WanderAle on a trip to Argentina: from Buenos Aires to Iguazu, Salta and Jujuy, Cordoba and Patagonia, plus extra in Brazil, Chile and Uruguay. Enjoy!
3 settimane in viaggio da sola, 12kg in spalla e borse varie; oltre 30.000km in volo, 7.000km in strada, quasi 400km a piedi, 500km in nave e qualcuno anche in treno; dormito su qualsiasi mezzo, fatto tappa in altri 3 Paesi (Brasile, Chile e Uruguay), parlato tutte le lingue (sì, anche il polacco!) e sempre pronta a nuove avventure ed a lasciarmi sorprendere dalla bellezza di questo meraviglioso Paese e dei suoi abitanti: mi querida Argentina!!

Timing: 29-12: Leaving Rome (flight) 30-12 / 02-01: Buenos Aires (bus) 03-01 / 05-01: Iguazu Falls (Brasilian & Argentinian side) 06-01 / 10-01: Salta, Salinas, Purmamarca, Humahuaca, Cachi, Cafayate, Dakar2017 (bus) 11-01 / 12-01: Cordoba, La Perla Centro Clandestino, Villa Carlos Paz (flight) 13-01 / 16-01: Patagonia El Calafate, Perito Moreno Big Ice, El Chalten Cerro Torres, Torres del Paine, Rios de Hielo (flight) 17-01 / 21-01: Buenos Aires, Tigre, Colonia, Buenos Aires (train, boat) 22-01: Back home (flight)

Camera: Samsung Galaxy S7 Editing software: Adobe Premiere Clip
http://www.alessandracarrillo.it

Reportage

Presentazione CdAntologia PoesiCanzoni

Biblioteca Aldo Fabrizi di Roma

Reportage dalla presentazione del CdAntologia PoesiCanzoni ed esposizione presso la biblioteca Aldo Fabrizi di Roma a cura di EscaMontage associazione culturale no profit, Iolanda La Carrubba presidente, Sarah Panatta vicepresidente.

Evento dedicato a Massimo Pacetti con esposizione delle sue fotografie “Gli storni di Roma”
https://escamontage.wordpress.com/201…

Moderatrici Iolanda La Carrubba e Sarah Panatta

I° numero Cd-Antologia PoesiCanzone ed. EscaMontage

a cura del cantautore Amedeo Morrone

con prefazione del musicologo ed antropologo Alexian Santino Spinelli

con i poeti:

Silvana Baroni, Paolina Carli, Alessandra Carnovale, Iole Chessa Olivares, Davide Cortese, Fernando Della Posta, Carla Guidi, Fausta Genziana Le Piane, Ugo Magnanti, Tiziana Marini, Anita Napolitano, Terry Olivi, Massimo Pacetti, Roberto Piperno, Lorenzo Poggi, Tommaso Putignano, Antonella Rizzo, Eugenia Serafini

E’ intervenuto il critico e autore Luca Benassi: la traduzione poetico-musicale nell’opera PoesiCanzone

Il progetto nato da un’idea di Iolanda La Carrubba (poeta e filmmaker) e Amedeo Morrone (cantautore) è stato un lavoro corale creando un’opera di trasposizione letteraria, in cui le poesie di poeti nazionali e internazonali sono state tradotte in vere e proprie canzoni, rendendo “note” suoni “di-versi” attraverso una cifra stilistica pop-rock melodica propria dell’original sound cantautore.

Tutte le informazioni al seguente link:

https://escamontage.wordpress.com/category/poesicanzone/

 

Letture dei poeti presenti in sala

EscaMusicLive del cantautore Amedeo Morrone

Incontro con la poetessa Angela Donatelli: ReAction Poetry

Incontro con la poetessa Terry Olivi: Le Velette

 

Proiezione del primo classificato di EscaMontage a corto 2016:

Oggi è il giorno di festa di Giovanni Prisco

Incontro ricco e partecipato con il regista Giovanni Prisco

Proiezione del cortometraggio III° Shock

regia di Iolanda La Carrubba, con protagonisti Francesca Stajano e Daniele Ferrari, musiche originali di Gianni “Marock” Maroccolo.

Il cortometraggio è stato realizzato nel 2015 nell’ambito del contest “Cinema Inventato”, nato da un’idea del regista Aureliano Amadei il quale ha chiamato a raccolta i migliori tra i registi contemporanei nell’impresa di girare un cortometraggio in 16 mm, muto, con la tecnica analogica del montaggio in macchina, in un’unica location, quella dell’Isola Tiberina e nello spirito dei pionieri del cinematografo, i fratelli Lumière, prodotto da Maiora Film e Moto Produzioni

 

Trailer

https://www.youtube.com/watch?v=HX51vb3GR68

 

Incontro con gli attori: Francesca Stajano e Daniele Ferrari

 

Esposizione dell’opera di Valerio D’Angelo “Tu as raison. Il est vraiment vulgaire”

Esposizione delle fotografie “Gli storni di Roma” di Massimo Pacetti

News EscaMontaEditorial, “EscaMontage Magazine n°0” n°. 3 in collaborazione con la FUIS (Federazione Unitaria Italiani Scrittori

 

Link alla pagina:

https://escamontage.wordpress.com/category/escamontaeditorial/

 

In esposizione l’ultima raccolta poetica di Lorenzo Poggi

“Quel ragazzo che provava a volare” ed. Progetto Cultura 2016

 

 Presente la WebTv EscaMontage

 

Un sentito ringraziamento a tutti coloro che hanno arricchito le diverse attività EscaMontage tra gli altri: Diego Abatantuono, Vincenzo Salemme, Silvia Scola, Stefano Fresi, Alessandro Benvenuti, Fulvio Grimaldi, Mariella Anziano, Nicola Acunzo, Silvano Agosti, Aureliano Amadei, Mario Carbone, Davide Demichelis, Giuseppe Bonito, Mauro Casciari, Agostino Raff, Fabio De Luigi, Lisa Bernardini, Iole Chessa Olivares, Massimo Pacetti, Anita Tiziana Napolitano, Fabio D’Alessio, Toni D’Angelo, Francesco Del Grosso, Roberto Piperno, Lina Morici, Stefano Grossi, Gabriella Di Trani, Gaetano Di Vaio, Franco Fracassi, Daniele Ferrari, Fabrizio Ferraro, Mario La Carrubba, Marco Onofrio, Davide Cortese, Franco Grattarola, Ilaria Iovine, Roberto Mariotti, Massimo Lauria, Amedeo Morrone, Dona Amati, Ciro De Caro, Alessandro greyVision, Fiore Leveque, Fabio Traversa, Tiziana Lucattini, Serena Maffìa, Ugo Magnanti, Tomaso Binga, Luigi Sardiello Tiziana Marini, Francesco Spagnoletti, Monica Martinelli, Cinzia Marulli Ramadori, Debora La Monaca, Antonella Rizzo, Andrew J A Bulfone, Fiorella Cappelli, Matteo Mingoli, Alessandro Da Soller, Domenico Sacco, Alessandro Da Soller, Mauro Morucci, Chiara Mutti, Giuseppe Nibali, Alessandro Salvioli, Mauro Corona, Luigi Corsi, Fernando Della Posta, Patrizia Nizzo, Alcidio, Plinio Perilli, Lucia Pompili, Tommaso Putignano, Daniela Quieti, Iago, Laura Quinzi, Cosimo Ruggieri,  Silvana Baroni, Marzia Spinelli, Maurizio Stasi, Patrizia Stefanelli.

 Info PoesiCanzone

https://escamontage.wordpress.com/category/poesicanzone/

Info e contatti

escamontage.escamontage@gmail.com

 

Spot

Orchestra sinfonica “La nota in più”

 

Il centro di Musicoterapia Orchestrale “La nota in più” nasce nel 2004 dalla volontà dell’Associazione Spazio Autismo di Bergamo, in collaborazione con l’Ufficio Scolastico Provinciale.Il progetto è stato possibile grazie alla disponibilità del Comune di Bergamo che ha offerto uno stabile nel quartiere di San Colombano ed ha fornito tutti gli strumenti.
Questo progetto è rivolto alla formazione musicale dei ragazzi e dei giovani con autismo e con disabilità cognitiva:una grande scommessa e un’occasione unica per rendere i ragazzi disabili partecipi di quella grande esperienza che è la musica.
I ragazzi, divisi in piccoli gruppi e affiancati da musicisti formati (con un percorso triennale) dal centro Esagramma® di Milano (con docenti tra i quali Pierangelo Sequeri, ideatore del metodo e Licia Sbattella, direttore scientifico di Esagramma® e docente universitaria del Politecnico di Milano), imparano a farsi comprendere attraverso il suono.Il lavoro musicale su se stessi, svolto in situazione di gruppo, consente di “sentire” le proprie emozioni e di capire come esprimerle, scegliendo timbro e sentimento: una possibilità aperta dalla complessità della musica sinfonica, dalla sua ricchezza emotiva e concettuale.

“Capito una volta, in musica, è capito per sempre”, dice la dott.ssa Sbattella.

Da qui, infatti, l’apprendimento si riversa nella sfera della parola e della relazione sociale.
Nelle sedute di formazione tutti suonano, utilizzando gli strumenti dell’orchestra: violini, violoncelli, contrabbassi, timpani, arpe, marimba, campane, percussioni e tanti altri.

Nell’anno 2013/2014 i corsi sono seguiti da più di 50 ragazzi guidati da circa 20 operatori.

Si inizia con il triennio di musicoterapia orchestrale; successivamente si può accedere al perfezionamento orchestrale biennale (che prevede anche l’accostamento più specialistico ad uno strumento singolo con approccio individuale) e, infine, all’Orchestra Sinfonica.

Inoltre il Centro “La nota in più”, con il progetto “La musica da condividere”, offre alle classi di tutti gli ordini di scuola, l’opportunità di un percorso musicale in orchestra per tutti ed in particolare un’esperienza di integrazione fra alunni con disabilità e compagni di classe.

Il Centro “Lanotainpiù” è sede di tirocinio riconosciuta da Esagramma® onlus Milano ed è autorizzata a svolgere tirocini per neolaureati in psicologia. Inoltre già alcuni collaboratori hanno basato la loro tesi di laurea sulle attività svolte dal Centro.

Il 14 dicembre 2013, tramite la sua direttrice e coordinatrice, il Centro e l’Orchestra Sinfonica “La Nota in Più” sono stati insigniti della Benemerenza della Città di Bergamo.

L’Orchestra Sinfonica “La nota in più” ha all’attivo più di 50 concerti in luoghi prestigiosi e legati a importanti manifestazioni.
Nel 2012 è nata una seconda Orchestra Sinfonica che ha recentemente debuttato con un concerto a Suisio.
Le Orchestre sono settimanalmente impegnate nelle prove del repertorio. Il repertorio utilizzato è tratto dalla letteratura musicale sinfonica. Le orchestrazioni sono rielaborate dai conduttori dell’Orchestra.

Nel 2010 l’Orchestra Sinfonica “Lanotainpiù” e il Centro Socio Educativo “SpazioAutismo” hanno affrontato la realizzazione dello spettacolo “Muri”, liberamente tratto da “Il Gigante Egoista” di O.Wilde per la regia di Bano Ferrari, nell’ambito della rassegna “deSidera” che ha debuttato il 24 aprile 2010 nella cornice di Piazza Vecchia.

Info e contatti sul sito:

http://www.lanotainpiu.it/

Reportage

EscaMontaTour, secondo appuntamento, special guest Marco Tullio Barboni

Lo sceneggiatore e autore presenta il suo esordio “…e lo chiamerai destino”

Secondo appuntamento, dell’EscaMontaTour, realizzato da EscaMontage associazione culturale no profit, Blog&WebTV, di cui Iolanda La Carrubba presidente e Sarah Panatta vicepresidente. Letteratura, poesia, musica live e artistiche suggestioni a bordo dell’elegante limousine gentilmente messa a disposizione da Cris Colombo.

Ospite speciale è stato lo sceneggiatore per il cinema e per la televisione Marco Tullio Barboni, autore dello straordinario esordio narrativo “…e lo chiamerai destino”, dialogo metaforico e incalzante tra Conscio e Inconscio, personificati da Oscar e Felix, che (si) raccontano testa e testa, come una celebrata coppia dello spettacolo, del più celebrato degli spettacoli: quello della vita. Avvincente psicodramma ma anche percorso di visioni, tra pensieri, emozioni, ricordi, cinema e altre dimensioni del reale all’interno della limousine.

A scandire la presentazione dell’opera, le letture dei due intensi attori Giorgio Romanelli e Roberto Andreucci, ad incarnare la tensione e l’esplorazione tra Conscio ed Inconscio. E’ intervenuta nel corso dell’evento Lisa Bernardini, in veste dell’ufficio stampa di Marco Tullio Barboni, ma anche partner culturale dell’EscaMontage Film Festival Itinerante. Colonna sonora appassionata di questo secondo EscaMontaTour è stato il live musicale del cantautore Amedeo Morrone. Era anche presente EscaMontage WebTV.

EscaMontaTour nasce dal sogno di Iolanda La Carrubba ed è quello di poter passeggiare con le Muse nell’intenso piccolo buon viaggio con la “Poesia e l’Arte in Limousine” che per una magica serata, si trasforma in palco scenico, salotto cultural-glam, live session, in un viaggio diverso che solca l’asfalto diventando spettacolo on the road per un set indimenticabile.

Il Limosino (in francese Limousin, in occitano Lemosin), era una regione della Francia con capoluogo Limoges, oggi Aquitania-Limosino-Poitou-Charentes che si trova lungo una delle quattro grandi rotte del cammino di Santiago.  Fin dal Medioevo la rotta via Lemovicensis veniva percorsa dai pellegrini che con grande probabilità indossavano mantelli simili a quelli dai pastori locali realizzati con le pelli dei bovini Limousine. Il termine in seguito fu riferito a delle auto costruite nel 1902, in cui l’autista sedeva all’esterno sotto una pensilina simile ad una carrozza. Nei rigidi inverni di quegli anni d’inizio secolo, il povero autista per ripararsi dalle intemperie indossava un mantello simile a  quello della regione Limousine e dunque leggenda metropolitana vuole che la persone vedendolo indossare il mantello, iniziarono scherzosamente a chiamare la vettura Limousine. Ricerche storiche tuttavia narrano che il nome derivi dall’evidente somiglianza del tetto in pelle dell’automobile col mantello. Negli anni ’50 il boom, i VIP viaggiano in limousine tra i quali Elvis Presley. La limousine da New York prese piede negli USA come mezzo sempre più lussuoso e accessoriato ma anche diversificato nelle sue funzionalità, trasformandosi in mezzo glamour.

Partner Cris Colombo

(http://www.criscolombo.com/)

Linkopedia Rassegna Stampa

https://barbarabraghin.blogspot.it/2017/03/escamontatour-con-marco-tullio-barboni.html?m=1

http://www.lecodellitorale.it/?p=20328&preview=true

http://www.buonaseraroma.it/web2016/it/blog/adriano-di-benedetto/il-secondo-appuntamento-dell%E2%80%99escamontatour-realizzato-da-escamontage

http://www.buonaseraroma.it/web2016/it/blog/adriano-di-benedetto/il-secondo-appuntamento-dell%E2%80%99escamontatour-realizzato-da-escamontage

http://www.aobmagazine.it/2017/02/25/escamontatour-marco-tullio-barboni/

http://www.lavocedelnisseno.it/Articoli/Incontri/Post/681/ESCAMONTATOUR-IERI-A-ROMA-CON-LO-SCRITTORE-MARCO-TULLIO-BARBONI

http://www.annuariodelcinema.it/annuario/news-2/2385-escamontatour-con-marco-tullio-barboni

VideoArt

III SHOCK

di Iolanda La Carrubba

 

Dal progetto “Cinema Inventato” da un’idea del regista Aureliano Amadei, é un film collettivo, prodotto da Maiora Film e da Motoproduzioni con il sostegno de L’Isola del Cinema, che coinvolge alcuni prestigiosi talenti del cinema italiano che, in omaggio al primissimo cinema dei Fratelli Lumiére, sono stati invitati a partecipare ad una sorta di film collettivo ad episodi, costruito di cortometraggi muti e realizzati interamente all’Isola Tiberina e girati in una sola giornata https://isoladelcinema.com/sezioni-ar…

III SHOCK regia, sceneggiatura e montaggio di Iolanda La Carrubba
con Francesca Stajano e Daniele Ferrari
musiche originali di Gianni “Marok” Maroccolo
prodotto da Majora e Motoproduzioni
III SHOCK #SPOT è una VideoArt dedicata ai falsi spot ironici di Federico Fellini

VideoArt

 “Fumettopoli”

di Mario La Carrubba

 

 

EscaMontage intervista Mario La Carrubba

Da dove nasce l’idea di realizzare una Video Art sulla storia del Fumetto?

Un vero e proprio inizio non esiste, esistono dei ricordi legati al primo impatto di “letteratura” infantile, un primo step per così dire che avvicina il bambino alla lettura di opere più complesse inoltre ho sempre ammirato la qualità grafica degli illustratori che a volte era veramente eccelsa.
Mi ricordo che verso gli anni ‘49 quando ancora non andavo a scuola e guardavo i fumetti, avevo come la sensazione di poter fare un viaggio immaginifico, incantato. Siamo in un periodo in cui non esistevano molte distrazioni, si c’era la radio, il cinema ma non trattavano molti argomenti per bambini, almeno non di frequente, mentre nel fumetto c’era l’attrazione per la fantasia e per il suo sviluppo futuro. Quando ancora non esisteva la tecnologia atta a poter dare modo di svago, il fumetto rappresentava una sorta di fuga dal reale. Qualche tempo fa mi ritrovai a guardare vecchie foto e ne ritrovai una dove c’erano mia madre Iolanda e mia zia Lucia mi trovavo al centro con in mano un fumetto, avevo all’incirca sei anni, così mi è sovvenuta l’idea di realizzare questo primo video intitolato “Fumettopoli” dove ho potuto “animare” i miei ricordi.

Il periodo storico di questo primo lavoro cosa comprende?

Ho iniziato da alcuni fumetti antichi dai quali ho tratto delle immagini, il periodo comprende la fine del 1800 il protagonista è “Yellow Kid”, poi ho fatto un’escursione temporale fino agli anni 50 circa, ovvero quando ancora frequentavo le elementari. Partendo quindi da questo primo fumetto sono passato a “Little Nembo” primi anni del 1900, attraversando poi gli anni ‘20 in cui primeggiava “Il corriere dei piccoli”, ho voluto solcare diversi periodi storici senza trascurarli, poiché la storia è memoria collettiva, patrimonio dell’umanità e nel bene e nel male va ricordata, affermata nella coscienza anche dei più giovani, quindi ho raccontato, sempre attraverso il fumetto anche il periodo del fascismo, d’altro canto quella era l’epoca della mia infanzia ed in particolar modo ho ricordato “L’avventuroso” fino ad approdare al dopo guerra dove esce il “Topolino libretto”. In questa raccolta mi colpì in particolar modo “l’Inferno di Topolino” di cui ancora ho alcune copie dal ‘49 fino al 2016. Sto iniziando a dare forma a ciò che ho in mente e la seconda parte del video comprenderà gli anni 60 fino ai giorni nostri.

Dal video emerge un intenso legame alla storia del fumetto, in base a cosa sono stati scelti i fumetti che compaiono in questo lavoro?

Un po’ proprio da quelli che hanno accompagnato la mia infanzia, infatti ricordo che i giornaletti erano di diversi formati, quadrati o c’erano le famose stringhe. Da piccolo ho avuto l’opportunità di avere copie di fumetti anche degli anni 30 e dei periodi precedenti, i quali mi hanno lasciato delle immagini visive e hanno contribuito a stimolare la mia curiosità con le loro storie. Ad esempio una che è ancora nitida nella mia mente fu un episodio in cui Paperon de’ Paperoni fece un regalo bizzarro ai nipotini i quali volevano una scavatrice, dunque lo zio fece l’impossibile per regalargliene una ma quando Qui Quo Qua videro che si trattava di una vera e propria scavatrice, rimasero delusi dato che loro ne volevano una giocattolo. E via via “Tira e molla”, “Tex Willer”, “Cucciolo”, da bambino mi immedesimavo in quelle storie, qualche volta ricopiavo i disegni ed altre coloravo gli stessi fumetti, e ad oggi posso dire che quei bei disegni hanno anche ispirato l’idea di alcune situazioni che ho poi rielaboro nei miei quadri.

Si potrebbe dire che c’è una fascinazione nei confronti del collezionismo?

Il collezionismo è una passione, si cerca solitamente le rarità ad esempio come il numero 1 di “Topolino libretto” . Poi il fumetto ha preso una dimensione importante nella società tant’è vero che ogni hanno si organizza la fiera del fumetto. Perché è una fascinazione artistica e gioca un ruolo fondamentale nella società; e gioca un ruolo la fantasia, e gioca un ruolo l’immaginazione collettiva è stimolo per la cultura, potremmo dire anticamera per andare oltre in special modo per un bambino e intraprendere così la lettura di libri.

Realizzare questo tipo di video quanto impegno comporta?

Intanto la ricerca dei vari fumetti, come quelli storici di oltre cento vent’anni fa è fondamentale e qui gioca un ruolo determinante Internet, attraverso il quale è ormai possibile reperire qualsiasi cosa, poi la scelta per estrapolare le immagini, logicamente dare una visione un po’ cinetica, di movimento, fin dal principio del progetto e tentare così di realizzare non l’animazione classica , per fare ciò ha una funzione basilare la fantasia perché sono tante immagini vicine che il cervello ricollega dando una visione d’insieme, creando poi una vera e propria visone personale. Per quanto riguarda il montaggio, l’ho volutamente eseguito in maniera tale che si avvicinasse il più possibile alla lanterna magica, poiché essa sviluppa il movimento da figure statiche che in seguito si vanno a sovrapporre creando così l’animazione.

Sarebbe molto interessante poter carpire qualche segreto della realizzazione.

La realizzazione è possibile grazie alla tecnologia computeristica che riassume un vero e proprio insieme di macchine principalmente la moviola. La vera e propria difficoltà e la decisione di come inserire tutti gli strati delle immagini per compenetrale l’un l’altra dando poi lo sviluppo del filmato. Quello che serve oltre al computer, è lo scanner, la macchina fotografica ed un programma di grafica con il quale si ha possibilità oltre a dare libero sfogo alla fantasia anche tecnicamente di sovrapporre le varie clip per concretizzare così il movimento. Il tempo che ho impiegato per realizzare il video è stato di circa quattro mesi. Ed ora vi auguro una buona visione!

 

VideoClip

Martina guarda il mare, Vittorio Merlo

 

 

“Una canzone dedicata a mia figlia Martina, estratta dal mio secondo CD “Aicha.it”” Vittorio Merlo

Disponibile su Amazon:
https://www.amazon.it/dp/B00CE2EZBW/r…
iTunes:
https://itunes.apple.com/us/album/aic…

Il cd è stato registrato allo studio Sanluca di Bologna e nel brano hanno suonato e cantato: Roberto Manuzzi (armonica), Marco Guerzoni (vocals), Elisa Rosselli (vocals), Pier Mingotti (basso), Stefano Peretto (batteria), Mauro Campobasso (chitarre).
Aicha.it è un’autoproduzione di Vittorio Merlo.

MARTINA GUARDA IL MARE di Vittorio Merlo

Martina guarda il mare
I sassi e le conchiglie
Ci sono tante cose da imparare
Le onde i pesci la schiuma e il sale
Martina guarda il mare

Martina guarda il mare
La sabbia il cielo il sole all’orizzonte
Tutta quell’acqua da dove viene
Tutta quell’acqua dove vuole andare
Martina guarda il mare

Martina guarda il mare
Grande come per lei
I suoi sentieri da esplorare
È grande come per noi
I suoi pensieri, il suo camminare
Martina guarda il mare
E suo padre e sua madre
La guardano guardare

Martina guarda il mare
Come un fiore in un deserto
Come qualcosa da scoprire
Come una storia da ascoltare
Martina guarda il mare

Martina guarda il mare
Come un libro appena aperto
Come se il tempo si fosse addormentato
Martina guarda il mare
Come se fosse appena nato

Martina guarda il mare
Grande come per lei
I suoi sentieri da esplorare
È grande come per noi
I suoi pensieri, il suo camminare
Martina guarda il mare
E suo padre e sua madre
La guardano guardare

VideoClip

Alexian Santino Spinelli inPerformance: “Romano Dives”

 

L’Alexian Group del musicista, musicologo e ambasciatore della cultura Rom, Alexian Santino Spinelli, esegue “Romano Dives” al 18° Festival Alexian & International Friends a Lanciano presso il teatro Fedele Fenaroli il 29 Ottobre 2011

VideoInterviste

Emanuele Carioti, dalla macchina da scrivere al tablet

Come è cambiato il modo di fare comunicazione

 

 

Emanuele Carioti, “dalla macchina da scrivere al tablet”, come cambia il modo di fare informazione, la cronaca, la spettacolarizzazione della notizia, le nuove frontiere.

Intervista a cura di Iolanda La Carrubba e Sarah Panatta
Riprese, regia e montaggio di Iolanda La Carrubba

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VideoPoesia

Rita Pacilio inPerformance: “Quel grido raggrumato”

 

 

Animazione poetico/teatrale per la “cultura del rispetto della persona” sulla tematica dell’emarginazione, della violenza sessuale, della diversità, della violenza verbale e psicologica, della prevaricazione mentale e fisica.
I testi sono tratti dall’omonima raccolta di Rita Pacilio edita La Vita Felice 2014
Movimenti scenici StudioDanza94 di Carmen Pepe

Cortometraggio

Il grande forse di Marco Tullio Barboni

 

 

Scritto e diretto da Marco Tullio Barboni (sceneggiatore, regista, autore)

http://marcotulliobarboni.com/

con Philippe Leroy, Roberto Andreucci, Leonardo Berti, Ginevra Barboni, Andrea Rapini, Giorgia Lo Foco, Francesca Graia, Davide Fiori, Irina Streza, Luca Di Molfetta, e Arturo Barboni (nel ruolo di Merlino)

Musica Franco Micalizzi
Montaggio Gabriele Costa
Scenografia e costumi Sandro Scarmiglia

 

Link correlati:

https://escamontage.wordpress.com/2017/02/01/marco-tullio-barboni/

https://escamontage.wordpress.com/2017/03/01/escamontatour-marco-tullio-barboni-e-lo-chiamerai-destino/

https://escamontage.wordpress.com/2016/03/01/escaintervista-marco-tullio-barboni/

 

 

VideoClip

Kronos & S.O.S. – Bi Iourselfie (feat. Nelly)

Video ufficiale di “Bi Iourselfie” (feat. Nelly), singolo estratto da “Anarchia D’Animo”, primo album di Kronos & S.O.S.

 

Regia: Piergiorgio Cito (Kronos), Marco Pagliarin.
Sceneggiatura: Piergiorgio Cito (Kronos).

Si ringrazia la partecipazione di tutti coloro che hanno donato il loro tempo, la loro pazienza e la loro comicità alle riprese del video.

Tutti i diritti sono riservati.

Contatti (HHMusic):

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Nelly (Instagram): https://www.instagram.com/jessyspongy…

Marco Pagliarin (Facebook): https://www.facebook.com/profile.php?…
Marco Pagliarin (E-mail): video.pagliarin@gmail.com

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Contatti (Attori):

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Reportage

Triennale Art Of Cult Rome 2017

Sabina Tamara Fattibene racconta la mostra

 

 

La Prof.ssa Sabina Tamara Fattibene presenta la mostra collettiva “Triennale Cult Of Art Rome 2017” presso lo spazio Plus Art Plus di Roma, Viale Mazzini 1, 21-27 febbraio.

In questa edizione 2017 sono 53 gli artisti che hanno esposto le loro opere. Quest’anno anche il gruppo “Pizzoli Arte per l’Aquila”, cittadina devastata come l’Abruzzo dal terremoto: con le loro opere Grazia Alloggia, Mimmo Emanuele, Valeria Ferrarese e Simona Pesce, esprimono un gesto di dolore ma al tempo stesso di speranza per una rinascita.

Gli artisti di questa edizione: Anna Aglirà, Stefania Ambrosini, Lucia Amadio, Antonio Ariaudo, Giuseppe Ascari, Rossana Bartolozzi, Angelo Bottaro, Paolo Camiz, Ester Camprese, Valentino Carboni, Franco Cola, Roberto Del Fabbro, Fabrizio De Santis, Gianfranco Di Bernardini, Olympia Dotti, i fratelli Caterina e Pier Alberto Faina, Maurizio Falcocchio, Giacomo Fierro, Massimo Fodonipi, Patricia Glauser, Giocampo, Paola Grillo, Marida Iacona, Kimiko Ishibashi, Mario La carruba, Fabrizio Loiacono, Malisa Longo, Sery Mastropietro, Lina Morici, Lilli Nardi, Paolo Paoletti, Ettore Petrangeli, Pasquale Protesio, Mirella Rossomando, Umberto Romano, Isabelle Salari, Maria Carmen Salis, Mario Salvo, Fernando Terracina.

Le opere scelte sono state selezionate da una Commissione di Esperti tra cui il prof Egidio M. Eleuteri (critico e gallerista d’arte), Guerrino Mattei (giornalista e critico d’arte), Mara Ferloni (critica d’arte), Pino Reggiani(pittore di fama), Fattino Tedeschi (critico d’arte), Maria Rosaria Sangiulo(giornalista e critica d’arte).

Riprese, regia e montaggio di Iolanda La Carrubba
Introduzione a cura di Sarah Panatta

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Intervista

Nicola Acunzo, protagonista di Bloody River

L’arte del set e l’attorialità secondo il talentuoso attore italiano

 

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Nicola Acunzo in questa nuova esperienza made in USA ritroviamo come in Consurgo un personaggio carico di tonalità “thriller”, qui in Bloody River di Tural Manafov, si riconosce un’interazione di stili in più livelli, grottesco, drammatico, noir, pulp, come hai delineato il carattere del personaggio?

Facendo un’analisi generale delle battute, delle lines come dicono gli americani, si fa anche un’analisi psicologica del background del personaggio; questo gangster a differenza del protagonista di Consurgo che era un solitario, ha una figlia e poi viene tradito dal suo figlioccio che a sua volta gli ruba poi la figlia… Ho fatto quello che faccio di solito per rendere più credibile un personaggio, avendo sempre come riferimento il mio “mito” Al Pacino, ma cercando di mettere sempre Nicola. Metto me stesso in tutti i personaggi che preparo. Per Bloody River mi sono chiesto “che farebbe Nicola se avesse una figlia, vivesse a New York da vent’anni, fosse realmente un boss…” e poi ovviamente ho anche giocato vestendo quel ruolo, pensando Nicola gangster tradito dal suo migliore amico che gli porta anche via l’unica figlia. Analizzando la scrittura molto bella di Santochirico, lo sceneggiatore, ho cercato di capire che cosa avrebbe fatto Nicola nel complesso di quella situazione…

 

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Emerge un’interpretazione catalizzatrice di diversi tratti distintivi che generano l’unicum del personaggio, esibendo l’artificiale riportando così l’interpretazione alla sua condizione, basilare, esistenziale, al grado zero?

Per abitudine faccio sempre riferimento a me stesso, almeno al 70% come dicevo… poi ovviamente prendo spunto anche da cose che possono non appartenermi, tento di arrivarci con la fantasia o con l’esempio della realtà, perché poi stando in mezzo alla strada incontro la gente, proprio come noi stasera, che stiamo qui a cenare e fare l’intervista. Anche se fossi un attore hollywoodiano non smetterei per nessuna ragione al mondo di fare queste cose, non puoi arrivare a certi personaggi se non vivi la strada, li incontri solo nella subway di New York come nella vineria romana… Ad es. come lo interpreti un molestatore seriale, un molestatore… Magari non lo incontri, non lo conosci, ma puoi ispirarti a sguardi che incontri per strada… se non osservi gli sguardi delle persone, i loro atteggiamenti nella realtà, come arrivi a capire certe sfumature per costruire i personaggi? L’artificio è normale che ci sia, vai di fantasia, ma la realtà come dico sempre supera di gran lunga la fantasia… Come quando mi capitò una volta di vedere un “pacco” per strada a Napoli, una scena osservata da lontano che ora faccio fatica a descrivere, una scena impensabile… un uomo mostrando un telefonino ad un altro, lo ha distratto allargando le braccia, mentre il compare, arrivando di lato correndo, proprio al volo, effettuava lo scambio del telefonino… Tanti mi avevano raccontato il cosiddetto “pacco”, ma l’ho visto dal vivo ed è stato incredibile… Ora se dovessi girare un film, metterei questo episodio, ma se lo inserisco devi saperlo fare o sembra esagerato… Il bello del cinema è che se inserisci un episodio come questo può sembrare costruito apposta… Questo per dire che l’interpretazione al cinema è sempre un misto di fantasia, artificio e realtà…

Risultati immagini per nicola acunzo bloody riverLa preparazione è avvenuta attraverso uno studio preliminare con il regista lavorando alla tecnica del linguaggio filmico o durante la messa in scena, finalizzata al mondo della costruzione del visibile, per scuotere l’emotività del fruitore?

Ho sempre un approccio artigianale al cinema, nella maniera più genuina e generosa possibile, soprattutto quando preparo un personaggio relativamente semplice come questo boss di Bloody River… Non ha una psicologia contorta, complessa, è un boss con la sua emotività, la sua gelosia verso la figlia… Con il regista ovviamente abbiamo fatto una serie di prove, abbiamo cercato di capire la linea del personaggio ma anche di dargli un taglio netto e deciso, soprattutto perché si tratta di uno short movie, un cortometraggio di 15 minuti, il carattere deve essere chiaro, non posso raccontare troppi colori, negli short movie non si può esagerare nelle finezze, così poi è possibile sviscerare meglio la sceneggiatura, la storia. E’ un meccanismo che vediamo anche nei cortometraggi, serve in ogni caso chiarezza, ad es. nel lavoro dei costumisti: tendono a far indossare lo stesso tipo di abiti per identificare il carattere dei personaggi. lo spettatore deve riconoscere subito la tipologia del personaggio. Ed e’ un po’ la storia che raccontava sempre Troisi: il cavallo del buono è sempre bianco e quello del cattivo è sempre nero… se scambi cavallo e cavaliere crei una contrapposizione. In un lungometraggio puoi usare questo scambio e raccontarlo, spiegarlo, magari il cattivo ha anche una parte di bontà, etc., mentre in un corto non ne hai tempo, deve esserci immediatezza, riconoscibilità del carattere. Una narrativa più complessa che abbia quindi una psicologia più dettagliata, ha necessità di essere sviluppata in un tempo ampio, con registi che insieme all’attore lavorano anche con la fotografia che con la sceneggiatura. Non puoi raccontare personaggi di grande psicologia se non hai pilastri su cui appoggiarti, anche un grande attore devi essere supportato da una grande sceneggiatura e soprattutto da tempistiche che gli consentano di raccontare tutte le sfaccettature del personaggio, altrimenti non è credibile, anche perché fondamentale è un buon montaggio ed è fondamentale la figura del regista che sappia aiutare l’attore. Nel contesto di uno short movie credo sia meglio raccontare una storia lineare, qualcosa di chiaro, infatti spesso uno dei problemi è proprio quello di capire che cosa vogliano raccontare esattamente, per approfondire una storia dove ci siano molti elementi da sviluppare, non lo si può fare attraverso l’uso dello short ma con almeno un’ora e mezza di cinema.

Nella tua esperienza made in USA, hai ritrovato dei meccanismi diversi in cui hai avuto modo di esplorare nuove dinamiche di lavoro?

In questo caso ricordiamo che era comunque un cortometraggio auto prodotto…
Per quanto riguarda il set, nell’artigianalità, per dire, ero io a volte che davo dei suggerimenti, per quello che riguarda la capacità di sapersi arrangiare e fare il cinema, come piaceva a Monicelli… A me viene in mente Monicelli e al di là della recitazione, apprezzava molto la capacità di improvvisazione e tra virgolette di organizzazione momentanea del set, ovvero quando un attore sapeva arrangiarsi, aiutare la troupe. Questa è una cosa che gli americani non hanno proprio… noi italiani se avessimo i soldi degli americani… beh questo lo dicono un po’ tutti, ma posso dire questa cosa: nel fare di necessità virtù sul set onestamente la scuola italiana a me ha dato tanto.
Lì in America magari si imbarazzavano se facevo qualcosa a cui non avevano pensato, ma a me sembra naturale ad es. crearmi una sedia se ho un piano americano: se sono seduto ad un tavolo non ho bisogno dell’attrezzista di scena che mi mette la sedia sotto, perché Nicola Acunzo viene dal set di Monicelli quindi si piglia una “cascetta” e se la mette pure giusta per dargli l’altezza del personaggio, e questa è una cosa che ti insegna il cinema italiano, non quello americano.
Veniamo all’episodio della “cascettella”: se io aspetto l’attrezzista che deve posizionare la mia seduta vicino al tavolo, per come sono fatto io mi attrezzo, mi ingegno e me la creo, mi faccio la cascettella e sono pronto; poiché la luce in faccia me la sento, sono un attore che fa cinema e la prima cosa è saper sentire la luce in faccia, insomma se sono veloce a recuperare delle cose che sono nella stanza per attrezzarmi, non è colpa mia, ma posso mettere in difficoltà qualcuno che sta là pagato per questo scopo. Però, come dicevo, io sono nato con la “cascettella”, per me è stata determinante, se non fosse stato forse per la “cascettella” Monicelli non avrebbe lavorato con me. Con lui feci “Le rose del deserto” che fu determinante. Ci fu una frase bellissima che mi disse Michele Placido, che stava sempre vicino a Monicelli, il quale gli disse “su 100 persone sul set che stanno facendo cinema qui, solo 20 sanno realmente portare avanti un set, e tra questi 20 lo vedi, c’è quel napoletano”… ero io! Placido me lo raccontò mentre mangiavamo a casa mia, lui stava facendo uno spettacolo dalle mie parti, io inorgoglito da questo tra me e me dissi, “vedi le cose semplici sono quelle veramente importanti”. Perché il set è così, il cinema è una roba artigianale, è veramente una famiglia.
Monicelli diceva sempre che il cinema italiano ha iniziato a peggiorare da quando si è imborghesito, ha iniziato il declino da quando hanno inventato i camper… Sì perché il camper fa in modo che l’attore se ne vada nel suo camerino, e gli attori così tra loro non parlano più, non fanno amicizia e se devono passarsi una sedia lo fanno ma non c’è quel rapporto… Insomma la cosa della “cascettella”… avere l’approvazione di Monicelli per questo atteggiamento che ho sul set in generale, veramente da quando ho iniziato a fare cinema, praticamente da quando ero ragazzino, ha fatto in modo che la utilizzassi sempre, mi è rimasta. Per cui quando vado sui set americani, io uso la “cascettella”!

NEWS

11a IRISH FILM FESTA

Roma 21 e 25 marzo

 

 

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Giunge all’11a edizione IRISH FILM FESTA, il festival interamente dedicato al cinema irlandese che quest’anno si terrà dal 21 al 25 marzo 2018, come di consueto alla Casa del Cinema di Roma.

 “Mentre il cinema irlandese continua a crescere e sorprendere, il nostro festival accoglie con soddisfazione un numero sempre maggiore di film e filmmakers che arrivano anche dal Nord Irlanda. Del resto, IRISH FILM FESTA ha sempre guardato all’Irlanda come a un’isola artisticamente unita, siamo stati una manifestazione ‘All Ireland’ fin dalla prima edizione”, commenta il direttore artistico Susanna Pellis.

IRISH FILM FESTA dedica, come sempre, ampio spazio ai cortometraggi: alla sezione concorso nata nel 2010 e che quest’anno comprende sedici opere, si affianca Making Shorts, un panel di approfondimento sul settore del cortometraggio nell’industria cinematografica irlandese e nordirlandese al quale parteciperanno registi, distributori e professionisti del settore. Fuori concorso sarà inoltre presentato An Béal Bocht (The Poor Mouth) del noto regista Tom Collins, primo adattamento in animazione dell’unico romanzo in lingua gaelica dello scrittore e giornalista irlandese Flann O’Brien, premiato al Galway Film Fleadh 2017.

Tra i lungometraggi in programma all’11a edizione di IRISH FILM FESTA, vedremo invece Song of Granite di Pat Collins: un’originalissima rivisitazione del genere biopic applicata alla vita e all’arte del cantante irlandese Joe Heaney (1919 – 1984). Definito da Variety “solenne, commovente e sorprendentemente radicale”, Song of Granite ha vinto il premio per la migliore fotografia (di Richard Kendrick) al Galway Film Fleadh 2017, e ha ricevuto tre candidature agli IFTA – Irish Film & Television Awards, tra cui quella come miglior film.

Ispirato a vicende reali è anche Maze di Stephen Burke, sull’evasione di 38 detenuti repubblicani dal carcere di Long Kesh nel 1983. Saranno al festival il regista, la produttrice Jane Doolan e il protagonista Barry Ward (lo ricordiamo in Jimmy’s Hall di Ken Loach, Pursuit di Paul Mercier visto all’IFF due anni fa, L’accabadora di Enrico Pau). Maze ha ottenuto un grande successo di pubblico in Irlanda (è al momento il film irlandese ad aver incassato di più nel primo fine settimana in sala, record precedentemente detenuto da Room di Lenny Abrahamson) ed è stato candidato a quattro premi IFTA.

No Party for Billy Burns, scritto e diretto dall’esordiente Padraig Conaty, è un western contemporaneo ambientato nella cittadina di Cavan, al confine con l’Irlanda del Nord. Conaty sarà presente al festival anche con You’re not a Man at All, uno dei cortometraggi in concorso.

In anteprima italiana vedremo Kissing Candice, film d’esordio della regista di videoclip musicali Aoife McArdle appena passato al Toronto Film Festival e alla Berlinale. Kissing Candice fonde con efficacia realtà, sogno e immaginazione nel mettere in scena le fantasie di un’adolescente. Nel ruolo del padre della protagonista, l’attore nordirlandese John Lynch.

Il documentario Rocky Ros Muc di Michael Fanning racconta la vita e la carriera sportiva di Sean Mannion, pugile irlandese emigrato dal Connemara a Boston negli anni 70. Rocky Ros Muc è stato presentato all’Irish Film Festival di Boston e ha vinto il premio per il miglior documentario al Galway Film Fleadh 2017.

Handsome Devil è il nuovo film scritto e diretto da John Butler, di cui IRISH FILM FESTA aveva già presentato The Stag (The Stag – Se sopravvivo mi sposo, 2014); Handsome Devil è un delicato racconto di formazione ambientato in collegio, fra studio, rugby e importanti prese di coscienza. A fianco dei due giovani protagonisti Fionn O’Shea  e Nicholas Galitzine, spiccano Andrew Scott e Moe Dunford nel ruolo degli insegnanti.

Non si interrompe il legame tra IRISH FILM FESTA e Cartoon Saloon, lo studio d’animazione con sede a Kilkenny sempre più apprezzato a livello internazionale: dopo The Secret of Kells (2009) e Song of the Sea (La canzone del mare, 2014), al festival sarà proiettato The Breadwinner di Nora Twomey. Accolto con entusiasmo nel circuito dei festival e candidato agli Oscar 2018, The Breadwinner è tratto dal romanzo omonimo della canadese Deborah Ellis (pubblicato in Italia da BUR col titolo Sotto il burqa) e vede protagonista Parvana, una ragazzina afghana che vive sotto il regime talebano. Il film di Nora Twomey, che ha coinvolto nella produzione anche Angelina Jolie, è un’ode al potere delle storie e dell’immaginazione, portata sullo schermo attraverso un approfondito lavoro di ricerca sulla cultura visiva e favolistica dell’Afghanistan.

Nell’ambito della nuova sezione #IFFbooks, dedicata alla letteratura irlandese, IRISH FILM FESTA presenterà infine My Astonishing Self: Gabriel Byrne on George Bernard Shaw, un documentario realizzato da Gerry Hoban per RTÉ (la televisione pubblica irlandese) e BBC in cui il celebre attore Gabriel Byrne guida gli spettatori alla scoperta della vita e delle opere di Shaw. A Gabriel Byrne, che proprio quest’anno ha ricevuto il premio IFTA alla carriera, si lega anche la scelta dell’Irish Classic, Into the West (Tir-na-nOg – È vietato portare cavalli in città, 1992): scritto da Jim Sheridan e diretto da Mike Newell, il film è una fiaba moderna ambientata nel mondo dei Traveller, l’etnia nomade irlandese. Nel cast, oltre a Byrne, anche Ellen Barkin, Colm Meaney e Brendan Gleeson.

#IFFbooks prevede poi un incontro con il pluripremiato scrittore irlandese Paul Lynch, autore di tre romanzi: Red Sky in Morning (Cielo rosso al mattino, 2013), già pubblicato in Italia dalla casa editrice 66thand2nd, The Black Snow (2014) e Grace (2017). Lo stile di Lynch, paragonato a quello di Seamus Heaney e Cormac McCarthy, ha ricevuto apprezzamenti da affermati scrittori irlandesi come Sebastian Barry e Colm Tóibín.

IRISH FILM FESTA è prodotto dall’associazione culturale Archimedia e realizzato in collaborazione con Irish Film Institute; con il sostegno di Culture Ireland, Irish Film Board, Turismo Irlandese; e il patrocinio dell’Ambasciata irlandese in Italia e delle Biblioteche di Roma.

www.irishfilmfesta.org | #IRISHFILMFESTA

Intervista

Il Cratere un film di Silvia Luzi e Luca Bellino

EscaMontage intervista Silvia Luzi

 

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Tra fabbriche, dittatori, occupazioni, fiere, paesi e padroni, schiavi e ribelli. E in mezzo la “strada” e i cantori del presente. Non è tutto “reality” ciò che luccica. Anzi è fiction, ma è tutta realtà. Immersa nel “cratere”. Dalla XXXII Settimana Internazionale della Critica della Mostra Internazionale del Cinema di Venezia 2017, dove ha guadagnato abbondanti plausi, esperimento di linguaggio ibrido, per un genere di Cinema indipendente e risoluto quanto visionario e partecipe dei “suoi” e dei nostri mondi, “Il Cratere” primo lungometraggio di fiction dei documentaristi Silvia Luzi e Luca Bellino è l’unico film italiano in concorso al Festival Internazionale di Tokyo, che inizierà il 25 ottobre. Due giovani autori con una missione civile che trascende la Settima Arte e viceversa, che si sono incamminati sul sentiero di un cinema dove la finzione racconta la realtà, si lega e fonde in modo quasi impercettibile ad essa.


Come nasce questo film?https://i1.wp.com/www.kinoweb.it/cinema/il_cratere/alta/ilcratere_12.jpg
Nasce dalla fantasia, abbiamo immaginato totalmente la scenaggiatura, attingendo da un mondo che conosciamo. Per la sceneggiatura abbiamo vinto il bando ministeriale e da lì tutto ha preso corpo. La scrittura aveva già tutti gli elementi, il rapporto genitore-figlia, il desiderio di riscatto sociale, l’adolescenza, etc anche del luogo, dell’humus culturale in cui abientare tutto, eravamo certi… Poi per trovare gli intepreti siamo andati in quello spazio immaginifico e reale, nel “cratere”, tra Napoli e Caserta, e abbiamo iniziato una sorta di casting sui generis… Siamo andati in giro, tra tv private dove si esibiscono tanti giovanissimi, e poi una serie di incontri con le famiglie… ci servivano un padre e una figlia oppure una madre e una figlia che avessero tale parentela anche nella realtà, per riportare in modo forte e naturale la disfunzionalità della famiglia… avevamo trovato le storie che ci interessavano e un giorno alla Fiera della Madonna di Pompei ci siamo imbattuti in questa ragazzina che cantava e attirava molte persone, con questo peluche… che è entrato a far parte della fiction. Un padre e una figlia, due talenti se vogliamo inconsapevoli…


…costellazioni flebili, luci che lottano contro l’oscurità della società… chi rappresentano i protagonisti del film e il loro mondo?

Sono un archetipo universale… i sogni del padre che si riversano sulla figlia… In fase di scrittura Luca ed io avevamo pensato a Federica Pellegrini, questa ragazza sotto la pressione di un grande sogno, gli allenamenti, le crisi d’ansia… proveniente da tutt’altro mondo, è nei contesti più borghesi se vogliamo, che si attiva questo meccanismo… Il nostro habitat era quello del mondo neomelodico: qui il processo è più rapido, immediato… si viene pagati per le esibizioni, si paga anche solo 30 euro per poter andare in tv private a cercare gloria, riconoscimento… I due protagonisti de “Il Cratere”  rappresentano semplicemente questo contesto… Sharon è il simbolo vivente di questa adolescenza in cui i desideri genitoriali si scontrano con quelli dei figli… raccontiamo due ribellioni, un padre che vuole un riconoscimento sociale e uscir fuori dal “cratere” e una figlia nella sua fase di rivolta per eccellenza. Su tutto la famiglia come cratere nel cratere… in un cortocircuito tra realtà e fiction… tutto chiuso in un unico ambiente, fatto di primi piani che nutrono l’ossessione vissuta dai personaggi… la claustrofobia…

Silvia, con Luca Bellino, dopo due documentari di forte impronta sociale, (Dell’Arte della Guerra e La Minaccia) avete fondato la vostra casa di produzione, Tfilm, per la quale Il Cratere è il primo lungometraggio di fiction, che nel frattempo, come abbiamo da poco saputo, è l’unico film italiano selezionato al Film Festival Internazionale di Tokyo. Come vivete la sfida dell’indipendenza in questo momento di riconoscimenti?

Beh Tokyo è stata una grande sorpresa… Perché creare Tfilm? Volevamo sicuramente  sganciarci dalle “normali” logiche produttive, quindi è stato un percorso logico diventare indipendenti, per evitare di invischiarsi nei processi e nelle burocrazie della produzione. La volontà ovviamente era ed è avere maggiore indipendenza possibile e nello stesso tempo cercare i percorsi più adatti al nostro cinema anche di fiction, che si avvicina, nei modi e nei tempi produttivi, al documentario, ed ha quindi sue dinamiche proprie… Con Tfilm abbiamo prodotto anche altri autori e creato una rete di collaborazioni internazionali. Con “Il Cratere” le condizioni erano quindi ottime… RaiCinema, in coproduzione, ha lasciato carta bianca, abbiamo lavorato in libertà… Tokyo è stata una sorpresa perché è un festival enorme, il più imporante del mercato asiatico e seleziona pochissimi titoli andiamo tra i grandi “mostri” dei Cinema… Una fortissima emozione…

Si apre tutto l’universo dei festival e dei mercati internazionali, sicuramente aperti ad uno sguardo profondo e complesso come quello lanciato da “Il Cratere”. Che sembra essere per voi una vera e propria cifra stilistica. Prossimi progetti insieme in tale direzione e non solo?

Il tema della rivolta rappresenta il nostro tema principale, l’odio sociale, la ricerca del riscatto attraverso la ribellione.. a questo si è aggiunto il nucleo familiare, il grado zero di ogni rivoluzione… stiamo lavorando ad un nuovo soggetto ora in fase embrionale… Sicuramente l’amalgama fiction e non fiction è la nostra cifra… così come usare attori non professionisti e poi i nostri luoghi… E’ quello che ci piace fare e guardare al cinema… Mutuare dalla realtà, è un po’ il processo contrario a quello del documentario… qui il reale è a servizio del tuo immaginario ma è la verità… il “cratere” è vero nei luoghi nei costumi negli oggetti nei rapporti… credo sia una strada, magari non semplice, ma percorribile, che come autore ti da possibilità di ampliare gli orizzonti, di avere libertà.

 

Il Cratere
un film di SILVIA LUZI, LUCA BELLINOsoggetto e sceneggiatura    
SILVIA LUZI, LUCA BELLINOcon la collaborazione di
ROSARIO CAROCCIAfotografia, suono e montaggio        
SILVIA LUZI, LUCA BELLINO
musica originale
ALESSANDRO PAOLINI
con il brano “Na Stella” di Fausto Mesolella                    
interpretato da GIANMARIA TESTA
sound design  STEFANO GROSSO
montaggio del suono e mix
DANIELA BASSANI
MARZIA CORDÒ
GIANCARLO RUTIGLIANO
post-produzione video
MAURO VICENTINI

prodotto da
LUCA BELLINO, SILVIA LUZI
una produzione TFILM
con RAI CINEMA

con contributo economico del
MINISTERO dei BENI e delle ATTIVITÀ CULTURALI e del TURISMO DIREZIONE GENERALE CINEMA
in collaborazione con
BRITDOC
PULSE FILMS
con il sostegno di FILTEX srl
World Sales ALPHA VIOLET, Parigi

         
nazionalità ITALIANA
anno di produzione 2017
durata 93’
shooting format Sony Super35 4K

             
CAST ARTISTICO
per la prima volta sullo schermo
ROSARIO CAROCCIA
SHARON CAROCCIA

in ordine alfabetico:
Tina Amariutei
Assunta Arcella
Imma Benvenuto
Eros Caroccia
Mariaelianna Caroccia
Rosario Junior Caroccia
Rosario Petrone
Davide Russo
Genny Valentino

CineRecensione

Fabrizio De André. Principe libero

di Sarah Panatta

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Tra musicarello e soap opera “barilla” sostenuto da un enorme Marinelli-De André

Questa di Marinelli è una storia vera… ruoli arditi ma devitalizzati, anemici e romanzati, dai Taviani alla Rai, ennesimo personaggio zoppicante affidato ad un attore che nonostante tutto sa giganteggiare, e trovare ogni volta a sua “primavera”.
Non può farla franca. Fabrizio, quello che non è, quello che non ha. Insicurezza e indisciplina, paura di cambiare, presagi da capire. Un fanciullo di Mary Poppins con lo sguardo del pescatore di sirene e mendicanti. Un figlio di papà borghese ma aperto, di anni bollenti ma assoggettabili, di rivoluzione desiderata e nel tempo a propria immagine misurata. Principe libero.

Evento speciale al cinema solo il 23 e il 24 gennaio e in onda sulla rete pubblica in due puntate il 13 e 14 febbraio, Faber si fa miniserie, Fabrizio De André. Principe Libero, autorizzata da Dori Ghezzi, angelo custode dell’operazione (fornendo persino alcuni costumi dei scena), strutturata su un saggio universitario, diretta dal quasi esordiente Luca Facchini. Un racconto che voleva ilr realismo magico sulla falsa riga di un revival american style, diventa la “normale” fiction Rai di un cantautore simbolo nazionale. Un prodotto di medio consumo che cerca l’emotività profonda del personaggio tracciando a marcate linee il contesto socioculturale che diventa a sua volta sfondo impressionista annacquato nei gorgoglii delle acque genovesi e nelle chiacchiere con i tanti amici e comprimari della fiction. Uno spot del “biscottone” tricolore (con tanto di fattoria a sostituire il “mulino”) che dall’anarchia disfunzionale del nostro Faber discende una storia d’amore come tante, musicata tra la voce del mito reale e quella graffiata e imperturbabile del pur sempre gigantesco Luca Marinelli, che tra macchiette, fumetti e ritratti storici si conferma il più versatile e coerente interprete della sua generazione. E che cerca lui stesso, forse disperatamente, quel Faber appannato dell’appiattimento della miniserialità per “tutti” (i tutti delle inserzioni pubblicitarie in fascia di “garanzia” e così via).
Quella “specie di sorriso” che inganna gli anni e che “sa” ridere. Mentre si indigna nel mondo senza sdegnarsi di esso. Che accetta la realtà, la compiange, la disturba, trasformandola nei suoi “personaggi”, (poveri) cristi laici di questa terra ubriaca. Che trova le sue “verità” tra i vicoli, anzi, i carruggi, le puttane, le bettole, i salotti padronali, i prati della vacche, ma soprattutto tra le corde dell’amore. Multiplo e contrastato, come l’animo di Fabrizio. I suoi “due occhi enormi di paura”, specchio di “un’avventura” lunga una vita intera, fatta di famiglie allargate e di insanabili interdizioni interiori, di esplorazioni necessariamente proibite e di piccole grandi battaglie irrinunciabili, la musica, la campagna, i mari della solitudine e del vagabondaggio nel tutto dell’esistere.

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Dischiude gli occhi guardandosi intorno Luca/Faber e vede una famiglia di imprenditori sì illuminata ma troppo spigolosa e clientelare per la sua eversione ardente nel sangue, sin da ragazzino, tra un disco di Elvis rubato nel vicolo e una notte con la Marinella bionda del quartiere povero. Giurisprudenza è uno scoglio scomodo per Fabrizio, che presto abbraccia la musica e tra i canti per gli amici e un matrimonio con “la più bella” della città, una rossa in cerca di dote e di sogni non infrangibili, incide il primo disco. Fabrizio è tormento puro, pacata febbre di dolore e di incertezza verso quel mondo assopito che lo circonda e soprattutto verso, dentro, contro, quel mondo di ombre passate e future che lo avvolge personalmente. Ombre poco decifrabili in una dolce vita friabile, ossessionata dal bisogno di “libertà”. Un uomo che la cerca e ad essa si concede, tra canzoni di popolo, donne e qualche bicchiere di troppo, grandi amici, il Villaggio da cabaret che lo sostiene e debutta persino con lui, e il Tenco che scrive rime sui tovaglioli del bar e commenta la vacuità del successo sotto l’immancabile luce di stelle lunari ribaltate nel nero del mare arrotolato sulle rive dei pescatori, testimoni di tante confessioni. E poi la passione complice ed eterna con Dori Ghezzi, la fuga nella fattoria in Sardegna, mentre le fortune musicali vanno vengono e tornano come pure il terrore del palco e il confronto con il “pubblico”. Fino al rapimento in quella villa-nido vicino Tempio Pausania la sera del 27 agosto 1979 e la liberazione quattro mesi dopo, dietro riscatto.

Faber, l’anti borghese a cui non piacevano le caselle della società ma neppure i cliché dell’artista, faber fabbro di tanti Sé e se. Figura complessa e leggendaria trasformata dalla grande Mamma Rai in feuilleton del weekend, tra imprecisioni, vizi di forma, tentativi pittorici e istantanee corali, il “ballo mascherato”. Ma di Fabrizio dov’è, dov’è il “cuore”?

Regia: Luca Facchini
Soggetto: Luca Facchini, Giordano Meacci, Francesca Serafini
Sceneggiatura: Giordano Meacci, Francesca Serafini
con la collaborazione di Luca Facchini
Fotografia: Gogò Bianchi
Montaggio: Clelio Benevento, Valentina Giorno
Scenografia: Enrico Serafini
Costumi: Maria Rita Barbera, Gaia Calderone
Una coproduzione Rai Fiction – Bibi Film TV
Prodotto da Angelo Barbagallo
ITA 2017 – Drammatico, Sentimentale, Musicale – 193’
Cast: Luca Marinelli, Valentina Bella, Elena Radonicich,
Davide Iacopini, Gianluca Gobbi, Lorenzo Gioielli, Anna Ferruzzo,
Laura Mazzi, Orietta Notari, Orsetta De Rossi, Elena Arrigo,
Daniel Terranegra, Francesca Ziggiotti, Ciro Esposito
con Roberto De Francesco
e con la partecipazione di Matteo Martari e Tommaso Ragno
e con la partecipazione straordinaria di Ennio Fantastichini
In onda (in due puntate) su Rai1 il 13 e 14 febbraio 2018
Distribuito in sala da Nexo Digital 23 e 24 gennaio 2018 (evento speciale)

CineRecensioni

 

Ella & John

Virzì e il suo “this must be the place”, sulla strada tra Hemingway e altre pazze gioie “senili”

di Sarah Panatta

 

 


Helen Ella, Donald John. Sul camper per evitare in un sol colpo ospedali, figli ansiosi e morte antidolorifica. Lei impasticcata e razionalmente tenace. Lui smemorato a fasi alterne, provetto guidatore e soprattutto ex professore da “attimo fuggente” veneratore di Hemingway e della sua leggenda (da raccontare a chiunque gli capiti sotto fiato, specialmente se donna). Scappano sul modello anni ’70 della propria vita acculturata e ancora innamorata di se stessa e dei suoi fantasmi lontani.

Dal Massachussets terra di pionieri e padri della patria oggi quanto mai razzista e trincerata, ispirati da antico desiderio di esplorazione e forse espiazione e redenzione, si regalano una maratona di soste con diapositive e bevande zuccherine, dalla stazione di servizio che vendeva barrette alla noci e ora vende i sorrisi dei suoi pudici gestori siriani, fino alla patinata abbacinante iper turistica Florida.
Cercano “piacere”, cercano tempo (libero), quello che per entrambe e in modi diversi, tra cancri e fughe di memoria, si sta srotolando via, come l’asfalto della Old (rigorosamente vintage anche la strada, come tutto il film e le sue confezioni) Route 1, verso il sud del Sud, la casa del Maestro Hemingway, le isole paradisiache degli USA post trumpiani.
Un on the road senza contesto e quasi senza colori, a parte quelli dei ricordi ripetuti senza sosta nelle soste, che della strada vera conserva i titoli iniziali – asfaltati direttamente sulle vie ben curate del quartiere residenziale da cui se la svignano Ella e John, i nostri attempati maestosi Mirren e Sutherland (tra le più affiatate sensuali coppie “vintage” degli ultimi anni) – e la nostalgia del cinema raccontato con la semplicità dell’empatia dei comprimari nel non-luogo ammaliante, catartico, travolgente e abbondantemente simbolico, del viaggio.
Ella e John hanno avuto un matrimonio inscindibile, quasi 50 anni, e decidono di coronare la loro complessa unione e i sogni giovanili prima dell’oblio definitivo. Quindi abbandonano i figli ormai di mezza età, il maschio ancora in cerca di realizzazione e la femmina rampante emula delle carriere paterne, in preda al terrore e insieme all’ilarità, quando alla vigilia del ricovero di Ella, si mettono in moto sullo scassone delle gite estive d’infanzia, su una rotta senza ritorno. Tra voglie di hamburger, sparizioni, ospizi, vomito su tappeti, seduzioni da hotel, vicini di camper e poliziotti bislacchi. Dell’avventura primigenia e inattesa di quel viaggio da svalvolati condannati a morte che vogliono consumare in gloria e comfort tutti i piaceri che restano, esplode solo qualche gag, sotto il sole di una commedia che ricalca tanti, troppi schemi ma si lascia per sua fortuna trascinare da due giganteschi attori.
Persi tra Melville, Joyce, il vecchio pescatore amante delle corride, la commedia americana anni 2000 ed echi alla Fotter style, le mitologie e gli spauracchi wasp di provincia e il dramma borghese classico (complessi paterni e materni, fedeltà, tradimenti, famiglie moderne e scalate sociali), gli autori creano un melting pot citazionistico che cerca di calcare la commedia con levità calviniana e umorismo british, ma tranne alcuni testa a testa tra i due straordinari protagonisti, vera ossatura del film, il contesto sociale, storico e culturale degli infiniti paesaggi umani e geografici offerti dal tragitto di Ella e John, si perde negli umori da cartolina amaranto della fotografia del sempre ineccepibile Bigazzi, reduce da altre grandi “bellezze”.

Regia: Paolo Virzì

Soggetto: liberamente tratto dal libro di Michael Zadoorian “The Leisure Seeker”
Sceneggiatura: Stephen Amidon, Francesca Archibugi, Francesco Piccolo, Paolo Virzì

Direttore della fotografia: Luca Bigazzi
Montaggio: Jacopo Quadri
Scenografia: Richard A. Wright
Musiche: Carlo Virzì
Commedia/Drammatico – ITA 112’

Prodotto da Indiana Production e Rai Cinema con Motorino Amaranto
in associazione con 3 Marys Entertainment S.R.L.

Con: Helen Mirren, Donald Sutherland, Christian McKay, Janel Moloney, Dana Ivey, Dick Gregory

Distribuito da BAC Films
In sala dal 18 gennaio 2018

CINERECENSIONE

LA FORMA DELL’ACQUA

Le forme dell’amore e i mostri della realtà nel capolavoro “multilingue” di Guillermo Del Toro

di Sarah Panatta

 

Risultati immagini per la forma dell acquaLa cosa e la principessa, fluttuano tra le onde di un’amore senza etichette e prisma di infiniti colori. Tra loro dita mozze e vasche di tortura, docce sensuali e campagne pubblicitarie fallite, carriere estenuate e autoritarismi inarrestabili.
Dalla Bella e la Bestia formato caccia alle streghe, al dramma musical contro ogni “guerra fredda”, passando per il remake mancato de Il mostro della laguna. Il messicano esploratore dei “labirinti” orrorifici dell’immaginario collettivo occidentale e non solo, difende con la sua poesia inconfondibile la molteplicità inestinguibile dell’esistenza, cantando i colori diversi dell’amore ne La forma dell’acqua, Leone d’oro al miglior film alla 74ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia.

Elisa (una dolcissima e disinvolta Sally Hawkins) non ha voce ma canta, non sente il ritmo ma lo balla, abituata a fare igiene in luoghi estranei per eminenze grigie, sentendosi incompleta e rassegnata ma apparentemente serena. Generosa e straordinaria compagna di solitudini dell’artista (Richard Jenkins), altrettanto represso, che vive dietro la porta difronte, attaccato ai suoi bozzetti di un futuro che non arriverà mai. Elisa compie gesti rituali per riempire una routine che la società vibrante ma viziata e robotica degli anni ’60, tra boom e guerra fredda, minacce atomiche e contraddizioni suicide, le ha imposto e che lei ha introiettato, diventa testimone innocente ma non innocua della verità che a lei si palesa improvvisamente tra le pareti pastella e oscure dell’appartamento vuoto, le luci notturne della città nel turno del suo lavoro, i lunghi corridoi e le imponenti stanze della laboratorio bunker in cui fa le pulizie. E in cui scopre nel vascone degli esperimenti, un essere non umano né animale, una sorta di cangiante anfibio dagli occhi liquidi e fiammante di passioni, che attraverso Elisa scopre il mondo degli umani, i loro cibi e le loro emozioni, trovando un’affinità elettiva alchimia con la (non più) giovane donna. Mentre una amore interrazziale letteralmente indicibile deflagra, ed Elisa cerca un piano per liberare la creatura, con lei si confronta e lotta la collega “negra” disperate housewife, concentrato pettegolo istrionico ed energico di recriminazioni rivendicazioni e speranze.

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Intorno a loro un nugolo di agenti e scienziati dell’America in guerra con tutti in primis con se stessa e i suoi principi fittizi, un mondo sottilmente violento in cui spiccano e si sfidano mortalmente l’agente implacabile che vuole chiudere con un fiocco sgargiante il pacco regalo della propria famiglia Wasp in stile Truman show, rappresentante della borghesia vestita di stereotipi e in essa assopita bruciata immortalata, che vuole sopprimere la creatura venuta dalla laguna che Elisa ha imparato segretamente ad accudire educare e adorare come essere speciale e prezioso. E il dottore-spia che tradisce ogni velleità politica ed economica per rispettare la vita, nelle sue meravigliose e insopprimibili dimensioni e forme. L’acqua è veicolo di unione e trasformazione, transizione e viaggio, incontro. E’ dimensione multipla dello stesso esistere e dello stesso essere, fatto di impronte molecolari e spirituali sul volto plasmabile del mondo a se stesso ostile eppure scrigno di meraviglia irrefrenabile.
Del Toro firma forse uno dei suoi più rischiosi eppure riusciti capolavori, sposando la muta e la cosa venuta dal Sudamerica, anzi dal cortile dell’America, quello meticcio schiavo e depauperato, con un cantico affettuoso tragico ironico e splatter, rocambolesco e militante sulle tante splittate realtà della vita.

News

PREMIO APOXIMENO 2017

a cura di Lisa Berardini

1200px-Colin_Firth_by_Gage_Skidmore_2Appuntamento a Firenze 18 novembre 2017 per il Premio Apoxiomeno 2017 con i premiati della XXI^ Edizione, tra star nazionali e internazionali che hanno celebrato il lavoro delle Forze dell’Ordine in tutto il mondo.

Tra i premiati di questa edizione 2017 del Premio, suddiviso in otto sezioni, spiccano nomi di prestigio internazionale quali Gina Lollobrigida e Colin Firth, che saranno insigniti del riconoscimento per il cinema internazionale: il premio è dedicato ad Alberto Sordi, che era molto sensibile al tema della legalità e vicino con simpatia alle Forze dell’Ordine. Sergio De Santis sarà premiato per la letteratura e Igor Righetti per la letteratura e il giornalismo, Frank Matano e Daniele Liotti per la televisione, Franco Micalizzi riceverà il premio per la sezione musica e Marco Tullio Barboni per il cinema italiano. Nella categoria arte viene premiato l’appuntato Mariella con la sua storia a fumetti e, infine, per la cultura internazionale un riconoscimento verrà assegnato alla Polizia Metropolitana di Madrid per l’alto contributo dato nel garantire sicurezza nella capitale spagnola. Ma la preziosa statuetta d’argento, una miniatura realizzata dallo scultore Carlo Badì che riproduce una statua dello scultore Lisippo, non si fermerà qui. Oltre all’appuntamento fiorentino, infatti, il riconoscimento è già volato e volerà ancora verso destinazioni internazionali: Los Angeles, Acapulco, Madrid e Wroclaw, per premiare altri artisti e produzioni che hanno reso famoso e apprezzato il lavoro di chi, ogni giorno in tutto il mondo, si occupa della nostra sicurezza.

Il  Premio Apoxiomeno è  il prestigioso riconoscimento che viene assegnato a personaggi dello spettacolo, della cultura e dello sport che hanno contribuito a diffondere, con la propria professionalità, la cultura della legalità e hanno celebrato il lavoro svolto in tutto il mondo dalle Forze dell’Ordine. L’appuntamento è a Firenze, il 18 novembre, alla presenza delle più alte istituzioni dello Stato e dei media italiani e internazionali.

Sarà Firenze, con il suo splendido Teatro Niccolini del 1658 e l’Auditorium della Regione Toscana, ad ospitare quest’anno la XXI Edizione del Premio Apoxiomeno; questo riconoscimento internazionale  viene assegnato ad artisti e produzioni nazionali ed estere che si sono contraddistinti per aver, con il proprio lavoro, contribuito a diffondere la cultura della legalità e dato risalto all’azione svolta in tutto il mondo dalle Forze dell’Ordine.

Ideato da Orazio Anania, Colonnello dell’Arma dei Carabinieri e Presidente di “L’Arte di Apoxiomeno”, l’associazione che promuove l’evento, il Premio Apoxiomeno si svolgerà il 18 novembre prossimo nella bellissima città d’arte, sotto il patrocinio di importanti istituzioni quali il Ministero dell’Interno, il Mibact, la Regione Toscana, il Comune di Firenze e il Comando Generale dell’Arma dei Carabinieri. All’interno della manifestazione, che premierà attori, giornalisti, scrittori, musicisti e sportivi che hanno dato vita a personaggi di detective e a film o serie poliziesche di successo in tutto il mondo, sarà inaugurata anche la mostra di fumetti di Antonio Mariella, vignettista e carabiniere che con la sua opera grafica ha contribuito a far conoscere il lavoro svolto dai Carabinieri e ad avvicinare il pubblico all’Arma.

Info  segreteria@premioapoxiomeno.itwww.premioapoxiomeno.it

NEWS

A spasso con il mago. Merlino ed io

Il nuovo libro di Marco Tullio Barboni

a cura di Lisa Bernardini

 

 

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Giovedì 9 novembre, presso la Casa del Cinema, si è svolta una splendida serata letteraria ad invito con tanti nomi prevalentemente legati al periodo degli storici “Fagioli Western” alla presenza dello scrittore Marco Tullio Barboni: figlio di Enzo Barboni, regista del famoso genere con lo pseudonimo di E.B.Clucher.
Davvero molti gli amici intervenuti all’happening. Oltre alla famiglia dell’Autore, in ordine casuale, si sono riconosciuti l’attore Alfonso Di Vito, il presentatore Anthony Peth, l’attrice Stefania Barca, il compositore Franco Micalizzi, il regista teatrale e cinematografico Alessandro Capone, l’attrice Letizia Gorga, il produttore Raffaello Sarago’, l’attore Simone Ciampi, la sceneggiatrice Miranda Pisione, il regista Gaetano Russo, il musicista Lino Patruno II, l’attrice Adriana Russo, il direttore di doppiaggio e regista Giovanni Brusatori, l’attrice Mirca Viola, l’attore Nicholas Gallo, l’attore Lando Buzzanca, l’attrice Antonella Salvucci, l’attore e produttore Roberto Andreucci, il produttore nonche’ figlio di Bud Spencer Giuseppe Pedersoli, la psicologa e consulente RAI Paola Vinciguerra, l’attore Vincenzo Bocciarelli, la giornalista Lucilla Quaglia, la Responsabile culturale dell’Ambasciata dell’Uruguay in Italia Sylvia Irrazábal con suo marito Gianni Bernabei, consigliere del Comitato Economico e Sociale Europeo, lo stilista Carlo Alberto Terranova, la regista Iolanda La Carrubba, la critica cinematografica Sarah Panatta, il cantautore Amedeo Morrone e moltissimi altri.
Nonostante il maltempo e la pioggia abbondante, la serata e’ stata seguita, intensa e davvero accattivante.

Ha avviato l’evento il cortometraggio diretto da Marco Tullio Barboni, “Il Grande Forse”, con Philippe Leroy e Roberto Andreucci, con la fotografia di Maurizio Calvesi e le musiche di Franco Micalizzi. Il compianto cane Merlino, protagonista animale del corto, e’ infatti anche il protagonista letterario di “A spasso con il Mago. Merlino ed io” che ha festeggiato alla Casa del Cinema il suo debutto.


Marco Tullio Barboni e Roberto Andreucci hanno letto di fronte al pubblico alcuni passi del libro, scritto totalmente in forma dialogica, dando appieno l’atmosfera di sogno che aleggia nel volume, e regalando alcuni momenti di autentica magia. Continua pertanto lo stile del Barboni, dopo il suo “…e lo chiamerai destino” (Kappa Edizioni) uscito poco piu’ di un anno fa: tutti dialoghi, a dimostrare la sua sapienza di consumato soggettista e sceneggiatore, oltre che di uomo di profonda cultura.

Un ricco buffet, accompagnato da un beverage raffinato, ha concluso la presentazione al pubblico della Viola Editrice, con Simona Sabene che ha organizzato l’evento in collaborazione con l’Associazione Culturale Occhio dell’Arte.

Ha presentato “A spasso con il mago. Merlino ed io” il critico letterario e poeta Plinio Perilli: uomo di cinema anch’egli, ha sposato con entusiasmo e convinzione la seconda opera di Marco Tullio Barboni, scrivendone addirittura la prefazione.

Soddisfatto l’Autore, circondato da tanti amici e meritatamente al centro della scena: “La splendida atmosfera di questa serata è davvero la migliore premessa all’uscita del mio nuovo libro”. “.
“A spasso con il mago. Merlino e io” nei giorni scorsi è misteriosamente stato “accennato” in molte strade di Roma con una curiosa cartellonistica che ritraeva solo la gigantografia del cane Merlino: la vera anima del testo, immortalata da Ginevra Barboni, figlia di Marco Tullio ed anche sapiente fotografa. Il mistero è stato quindi svelato nel corso della presentazione. Lisa Bernardini, presidente dell’Occhio dell’Arte, ha dichiarato a fine incontro: “Un cinema tra passato e presente si è riunito per celebrare l’evoluzione di un noto soggettista e sceneggiatore che, dopo una vita professionale iniziata in un momento indimenticabile e di grande successo per il Cinema Italiano, quello dei fagioli western, ha celebrato nella sua Roma, quella dove e’ sempre vissuto, un passaggio ad una veste di scrittore, che si preannuncia di stile e di altrettanto talento; esattamente come i suoi trascorsi nei fasti del cinema di genere”.
“A spasso con il mago. Merlino ed io”, in sintesi, racconta il magico ritrovarsi tra l’autore e l’anima di Merlino, l’ amatissimo cane trasferitosi nel sempre e nell’ovunque. Come si legge nell’elegante sito destinato a raccogliere tutte le future notizie sugli eventi legati alla diffusione e alla vendita di quest’opera, i due protagonisti si ritrovano nella sola dimensione che può ospitare questo genere di incontri: quella del sogno. E nel sogno, campo per definizione delle infinite possibilità, ripercorrono ancora una volta il “cammino” della passeggiata serale che per tanti anni si sono concessi. Un libro di sentimenti, di profonde emozioni, ma anche di misteriose percezioni, che permettono di guardare oltre le maschere e di interpretare significati nascosti della vita. E di cio’ che sta al di là, e non conosciamo, ma possiamo solo immaginare, e sperare che esista.
Fotografi della serata: Giovanna Onofri e Marco Bonanni.

Cinerecensioni

Misteri e noir in Te absolvo

di Iolanda La Carrubba

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Ecco apparire a tutto campo,la cornice di un paesaggio incantevole, qui il Dove assume un significato sereno in un paesino del Monferrato, fin quando sopraggiunge lo scandalo. Gli abitanti del luogo coperti d’anonimato rifuggono dall’idea di poter perdonare l’imperdonabile. Il parroco Andrea Caracci (un magistrale Toni Garrani) in crisi con la sua fede da uomo ma al contempo profondamente immerso in essa, agli occhi della Chiesa pecca. Iniziano così i primi interrogativi che per volontà autoriale (dello stesso regista Carlo Benso e di Toni Garrani) forse, lasciano dei spazi vuoti colmabili solo dalla soggettività del fruitore. Un film quindi Opera che assorbe l’attenzione dello spettatore in un vortice di sensi in perpetuo mutamento.

Dunque nel procedere della narrazione sopraggiunge il personaggio chiave, il parroco musicista, sensibile ed affascinante Paolo Biancorè (l’incisivo e formidabile Igor Mattei) che ha il compito di convincere Andrea ad assumersi la responsabilità dettata dal suo stesso peccare.

La giovane donna (la bravissima Karolina Cernic) è madre single, è donna avvilita, è la speranza di un futuro migliore, la quale si trova a dover combattere contro i pregiudizi degli abitanti a scapito del suo amore (impossibile, che vuole celare in un’ovattata metafora anche un altro elemento di provocazione e riflessione, in un equilibrio precario di “in”giuste scelte, oppure l’enorme differenza di età tra i due amanti, rappresenta la rivisitazione di tutta la grande letteratura che decanta il tema dell’amore proibito?), ora costretta in sposa ad un uomo Fausto  (l’intenso Fabio Fazi) il sacrestano avvolto da una coltre misteriosa dai risvolti noir, per salvaguardare la reputazione di lei d’innanzi alle congetture dei compaesani.

La regia ben delineata, saldamente strutturata su una sensibile intelligenza artistica, è la forza del film proprio grazie alla diversa interpretazione della narrazione visiva che attraversa i molteplici punti di vista; il clergyman e i suoi dettami, la vecchia morale teologica, il sentenziare giudizi  (in completa antitesi con le parole del Cristo dal Vangelo secondo Giovanni 8,1-11 “Qui sine peccato est vestrum, primus lapidem mittat”), il discernimento, il conformismo (a)sociale, l’equivocabile spiritualità, la vita e la sua inevitabile immagine speculare, la morte (?).

Un film “Te absolvo” di non facile ed immediata comprensione, è un dramma fondato su stereotipi dei gesti strappati al quotidiano, ma carichi delle ossessioni psichiche con l’obbiettivo cardine di stimolare l’attenzione verso un inganno narrativo, una fabulazione controvertibile poiché l’insieme è da vedere/interpretare, ponendo l’attenzione su diversi piani, o meglio su di un piano multifocale, come se la linea dell’orizzonte (tra scrittura e movimenti di macchina) venisse decontestualizzata e reinterpretata in un’opera surrealista, dove non può mancare di certo il senso di stordimento fondato sul dèjà vu.

regia di: Carlo Benso cast: Toni GarraniIgor MatteiKarolina CernicFabio Fazi, Calogero Marchesi, Claudia Giaroli, Lara Miceli, Emanuela Solerio, Alessandra Tartaglia, Alberto Pelliteri, Mattia Rosellini, Fabrizio Milano, Marco De Martin Modolado, Loredana Marcarini sceneggiatura: Carlo BensoToni Garrani fotografia: Manolo Cinti montaggio: Cristiana Cerrini scenografia: Emi Ganora costumi: Giulia Accornero musica: Enzo Pietropaoli produttore: Francesco Paolo Montini produzione: Movie Factory, in associazione con Gruppo Stat, Studio Lanteri, in collaborazione con Film Commission Torino Piemonte

 

NEWS

FUECU E CIRASI, di Romeo Conte

Il cortometraggio con Giorgio Colangeli in proiezione a Prato il 23 ottobre

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Doppia proiezione in anteprima nazionale del cortometraggio Fuecu e Cirasi, diretto da Romeo Conte e interpretato da Nicola Nocella, Giorgio Colangeli e Valentina Corti alla presenza del regista e di tutti i protagonisti.

 

Si tiene, lunedì 23 ottobre – a entrata gratuita fino a esaurimento posti – presso il Cinema Eden di Prato (via Cairoli, 22/24) a partire dalle ore 19:00, la presentazione, con doppia proiezione (ore 19:00 e ore 21:00), in anteprima italiana del cortometraggio “Fuecu e Cirasi”, scritto e diretto dal regista pugliese Romeo Conte e interpretato da Nicola Nocella – fresco vincitore del Premio Boccalino d’Oro come Miglior Attore al Festival di Locarno – oltre che da Giorgio Colangeli e Valentina Corti. Il regista e i tre protagonisti saranno presenti all’evento – che avrà un drink di benvenuto per il pubblico – accompagnati dai giovani attori Vittorio Salonna, Samuele Leo e Monica Negro, oltre al co-sceneggiatore e montatore Valentino Conte. Tra gli altri protagonisti del film, Paolo De Vita, Teodosio Barresi, Chiara Torelli, Rosario Altavilla, Maria Conte, Pino Capone, Altea Chionna, Vito Bianchi, Francesco Minisgallo e, al suo debutto, Francesco Iaccarino. Il corto, tratto da una storia vera, è prodotto da Coar Cooperativa Artisti S.C.R.L. e da Events Production, si avvale delle musiche originali di Mimmo Epifani ed è stato girato nell’Alto Salento pugliese. Fuecu e Cirasi racconta del ritorno al proprio paese di origine di Giacinto, intenzionato a incontrare la famiglia della fidanzata Lena. I luoghi e l’incontro con il padre di lei riporteranno alla mente suo fratello Mino e un tragico evento accaduto tanti anni prima. Giacinto troverà le risposte a tanti anni di dolore e pareggerà i conti.


Questo cortodichiara il regista Romeo Conte – adatta al cinema una storia vera di quarant’anni fa e percorre i luoghi e la terra della mia infanzia. “Fuecu” (fuoco) è lo stato d’animo tipico adolescenziale, la cui fiamma rimane sempre accesa anche quando diventiamo adulti. La metafora delle “Cirasi” (ciliegie) ricorda il frutto che matura in un preciso periodo dell’anno e che, gustandolo, ci fa assaporare quel successo che spesso tarda ad arrivare. Ho girato pensando a un western: una storia all’italiana, ma universale allo stesso tempo, dove tutti gli elementi si completano tra di loro”.

Si ringraziano Podere 29, Forno Steno e Il Decanter ristorante per la collaborazione.

IL REGISTA – ROMEO CONTE
Nel 1997 debutta con la regia cinematografica con il cortometraggio “La crepa”, con cui partecipa alla 54° Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, al Festival di Amsterdam e al Festival di Cannes nel 1998. Prosegue nella regia con “Via col Vento” (Premio Qualità del Ministero per i Beni e le Attività Culturali), “Il Calabrone” e “Tarantrance”. Nel 2010 realizza “I castelli dell’alto salento-Terra di Brindisi” e “Alla corte di Federico II di Svevia, castelli di Puglia”. Nel 2016 scrive e dirige il suo quinto cortometraggio, “Fuecu e Cirasi”. Numerosi sono inoltre i documentari realizzati e diretti, tra cui: A dream in Wakayama, La strada dellʼOro, Lu rusciu de lu mare, Zibello, Tartufo dʼAlba, Parmigiano Reggiano, Il fiume della speranza, Latiano Terra di Pietra, Il Viandante del Nord, Merletti di Pellestrina. Realizza spot pubblicitari per marche quali Euphidra, Prolife, Omega3, Fope Gioielli, La Perla, Stefano Ricci, Deha e Veneto Banca. Già coordinatore del Master Regia e organizzazione eventi del Polimoda di Firenze, ha insegnato presso l’Istituto Europeo di Design di Milano e l’Università di Bologna L.U.N.A.

CineRecensioni

FESTA DEL CINEMA DI ROMA 2017

CineDiario I


di Sarah Panatta

 

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Apre con carrellate che raggelano il fiato e sussurrano i fasti del cinema grande Hostiles, nuovo western che tra perdite e rinascite porta ancora una volta alla Festa Scott Cooper, giovane attore e soprattutto regista, che cavalca la sua aspra America e i suoi colori desertici, nitidi, scostanti, i simbolismi contraddittori della “frontiera” e dei suoi figli disadattati. Un luogo e insieme NonLuogo, fatto di montagne e di non detti, di delitti di sangue e di brutalità illimitata, ma contemporaneamente di strani altrettanto delittuosi sentieri di redenzione, attraversato già in due insospettati gioielli quali Crazy heart (2009) a Il fuoco della vendetta (Out of the furnace – 2012, presentato e premiato dalla TaoDue all’allora denominato Festival del Cinema di Roma nel 2013). Stringe tra carrelli e primi piani il volto segnato del suo attore ormai feticcio, Christian Bale, ancora “uomo senza sonno” anch’egli imprigionato, nella routine del soldato di frontiera, spinto soltanto da rantoli di vendetta e dall’amore sepolto con i suoi compagni di battaglia e di dolore in una lotta-inseguimento con gli indiani, dove l’umanità e i suoi compromessi errori e orrori si confonde e mescola e dove l’odio razziale non ha diritto di esistere dove tutti siamo (in parte) e possiamo restare (ancora) umani.

Risultati immagini per tomorrow and thereafterCon Demain et tous les autres jours dilaga invece l’amour fou tra madri e figlie, dentro e fuori sogni preraffaeliti e voli di civetta, un romanzo di formazione firmato da Noémie Lvovsky. Una malinconica cronaca familiare quella firmata da Noémie Lvovsky con il suo Demain et tous les autres jours, presentato per la sezione Alice nella città alla dodicesima edizione della Festa del Cinema di Roma. Lvovsky scrive e dirige una fiaba quotidiana che parla il lessico delle paure e dei desideri d’infanzia, quella travolta dal caso quotidiano, il caos in cui la piccola Mathilde mentre canta e impara a far di conto, deve tenere a bada oltre che badare, alla mamma folle, depressa e smemorata, che sente le voci e fugge spesso, forse troppo, nella “foresta” delle voci che la chiamano e la strappano a Mathilde, che brucia faraone nel forno e tende alle finestre, fa e disfa valigie e teme di dire la verità al padre lontano, mentre la mamma si perde tra fughe metropolitane e treni fermi, nel suo tentativo di decifrare quelle voci. Intanto Mathilde parla e gioca con la sua civetta parlante, sua compagna, consigliera, insieme affrontano il significato della normalità/malattia, l’assurdo gioco dei ruoli della vita, tra scheletri rubati e cene di Natale letteralmente andate in fumo. Tra dramma classico e commedia fantastica, Lvovsky psicanalizza con luci temperate e due straordinarie protagoniste un amour fou, trascinando in una tempesta tutt’altro che quieta, la vita, che dura domani e ogni altro giorno.

Risultati immagini per metti una notteFa sorridere con garbo il notturno psichedelico e romantico firmato dal trentaduenne figlio d’arte talentuoso Cosimo Messeri, che presenta Metti una notte per la sezione Panorama Italiano del foltissimo programma di Alice nella Città, una commedia che tra i toni dell’Albero Azzurro e i “colori” della “strada” felliniani, trova il suo compromesso di realismo magico tra illusionismi e sentimenti entomologici, con una esuberante Amanda Lear nei panni della nonna viveur.

NEWS

Te absolvo, un film di Carlo Benso

Al cinema dal 19 ottobre

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TE ABSOLVO
torna al cinema MADISON
Via Chiabrera 121, Roma
19 ottobre
h.21

Due sale sold out, un pubblico entusiasta.
Te absolvo diventa un “piccolo-grande” gioiello del box office romano e non solo.
Dopo il grandissimo successo dell’anteprima romana del 17 ottobre, Movie Factory invita tutti il 19 ottobre alla seconda proiezione proiezione romana di TE ABSOLVO, il nuovo film di Carlo Benso, con due straordinari interpreti, Toni Garrani e Igor Mattei, applauditi lungamente dai tantissimi spettatori.

Una storia di vita e passione, di confronto quotidiano e di grandi dilemmi ontologici, tra esistenza individuale ed esistenza sociale, tra colpa, perdono, delitti e castighi, un intenso sorprendente dramma fatto di uomini e loro tabù.

Dopo la grande partecipazione alle proiezioni nel Monferrato, dove il film è stato girato, “Te absolvo” approda a Roma confermando una profonda empatia con il pubblico, con una forte prova di cinema d’autore, indipendente, realizzato con talento e coraggio.

Appuntamento il 19 ottobre con il grande cinema fatto da grandi passioni!

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Due uomini intrappolati nei loro ruoli. Un giovane prete arriva in un piccolo paese, sulle colline del Monferrato, per prendere il posto del vecchio parroco che, nonostante sia stato sospeso a divinis e abbandonato dalla sua comunità parrocchiale, non se ne vuole andare, vuole continuare ad essere prete e a svolgere la sua attività sacerdotale.

Il film è un confronto lacerante e doloroso che porta i due protagonisti al centro dell’eterno conflitto tra la legge e la propria coscienza. Due preti, uno giovane e uno anziano, due figure incastonate come icone nell’immaginario tradizionale e popolare alla ricerca di un’assoluzione capace di sedare i sensi di colpa.


Note di Produzione

“Dietro la produzione di ogni film si nasconde un mondo. Fatto di paure, debolezze, incertezze ma anche di slanci ed entusiasmi. E’ questo che più mi ha colpito nella voglia di raccontare di Carlo Benso quando per la prima volta ci siamo incontrati per parlare di “Te absolvo”. Quando lessi il copione mi immaginai subito il colore, l’intensità e la verità che si voleva trasmettere. La forza della terra del Monferrato legava tutta la storia narrata. E quando conobbi Carlo a tutto ciò aggiunsi la sua determinazione, il suo entusiasmo di dare forza a questo slancio. Fu quello il momento in cui decisi che “Te absolvo” meritava ogni sforzo, ogni rischio e ogni fatica che sempre accompagna la produzione di un film indipendente…” 
(Francesco Paolo Montini)

News

XXXVII FANTAFESTIVAL

MY CITYPLEX SAVOY ROMA – 22/26 NOVEMBRE

 

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La XXXVII edizione del FANTAFESTIVAL alza il sipario con le attese anteprime di Panoramica Italia, due appuntamenti con il Fantastico Televisivo, un viaggio nel mondo del Fumetto e diversi appuntamenti immancabili.

A chiudere il Festival sarà Dario Argento con un omaggio speciale a George A. Romero in cui sarà proiettata la versione restaurata in 4K del cult “Zombi”, da lui montata.

Al via dal 22 al 26 novembre la 37^ edizione del FANTAFESTIVAL (Mostra Internazionale del Film di Fantascienza e del Fantastico), diretta da Alberto Ravaglioli. Un appuntamento ricco di anteprime esclusive, eventi speciali, incontri, retrospettive, dibattiti e sezioni competitive.

Tra gli incontri attesi Luigi Cozzi, regista di Star Crash – Scontri Stellari Oltre la Terza Dimensione e protagonista del documentario a lui dedicato Fantasticozzi, diretto da Felice M. Guerra, e l’effettista e regista Sergio Stivaletti, che presenterà in anteprima una clip tratta dalla sua ultima fatica dietro la macchina da presa: Rabbia Furiosa, liberamente ispirato al terribile fatto di cronaca riguardante il cosiddetto “Canaro della Magliana”.

Il 23 novembre si terrà un appuntamento dedicato al fantastico televisivo, volto a riportare alla luce l’unico esempio di serie televisiva fantascientifica realizzata per il circuito delle emittenti locali. Alla presenza degli autori e del cast artistico e tecnico, infatti, verranno proiettati tre episodi di un piccolo tesoro perduto della storia della TV italiana: la sconosciuta Ora Zero e dintorni, realizzata nel 1979 e di stampo antologico con ambientazione post-atomica.

Sabato 25 novembre sarà dedicato, invece, ad un grande del piccolo schermo fantastico (e non solo) tricolore: Biagio Proietti. Per l’occasione verranno proiettati il rarissimo Storia senza parole, appassionante giallo senza dialoghi, e La casa della follia, uno dei migliori episodi della serie Il fascino dell’insolito, tratto da un racconto del grande Richard Matheson. Alla serata parteciperà lo stesso Proietti, pronto a rispondere alle domande del pubblico e a raccontare la sua vita e la sua carriera.

Il 24 novembre, il Fantafestival dedicherà la serata al rapporto tra Cinema e Fumetto di genere fantastico: oltre alla presentazione dei progetti editoriali di Bugs Comics il ricco programma di proiezioni prevede, tra l’altro, il documentario Splatter – La rivista proibita e il primo cortometraggio da regista di Claudio Chiaverotti, sceneggiatore Sergio Bonelli Editore di Dylan Dog, Brendon e Morgan Lost: l’horror I vampiri sognano le fate d’inverno?

Domenica 26 novembre in chiusura, invece, sarà la volta di un omaggio al recentemente scomparso maestro del cinema horror George A. Romero: la proiezione su grande schermo della versione restaurata del cult Zombi. Il film sarà proiettato nella versione europea della pellicola, con il montaggio di Dario Argento e le musiche originali dei Goblin e sarà introdotto proprio dallo stesso Argento, che con il padre degli zombi ha condiviso lavoro e amicizia. Un omaggio oltretutto preceduto da un’intervista esclusiva allo stesso Romero realizzata da Leopoldo Santovincenzo e Carlo Modesti Pauer.

Anche quest’anno la sezione Panoramica Italia si propone come vetrina privilegiata del lavoro dei giovani autori italiani di cinema fantastico e ospiterà, tra gli altri: il misterico fanta-horror The Antithesis con Crisula Stafida (Tulpa – Perdizioni mortali) e Marina Loi (Zombi 3); The Wicked Gift, opera prima di Roberto D’Antona, giovane attore/regista indipendente che ha già all’attivo diversi cortometraggi e webserie di genere e Almost Dead, thriller-horror di Giorgio Bruno, premiato a Miami al MiSciFi 2017 come “Miglior Thriller”.

Il 37° FANTAFESTIVAL dedica due proiezioni notturne agli Z-Movies e a due registi che sono riusciti ad entrare nella storia del cinema orgogliosamente dalla porta sul retro.

Andrea Marfori, regista del cult-trash horror Il Bosco 1, presenterà Zombie Soviet Invasion, episodio pilota di quella che è stata definita la risposta russa a The Walking Dead e il mediometraggio The Unfortunate Life of Georgina Spelvin Chained to a Radiator.

Protagonista della seconda serata Z-Movies sarà Marco Antonio Andolfi, regista e protagonista del film La Croce delle Sette Pietre. In occasione del trentennale di quello che è conosciuto anche come Il lupo mannaro contro la Camorra, sarà proiettato anche il mediometraggio sequel del film del 1987: Riecco Aborym!

Inoltre, all’inizio di febbraio il FANTAFESTIVAL organizzerà, in collaborazione con il Centro Sperimentale di Cinematografia-Cineteca Nazionale, un’interessante rassegna sulla seconda generazione dei maestri del fantastico italiano. Il programma è in fase di elaborazione e sarà comunicato direttamente attraverso le newsletter.

Preparatevi ad una nuova invasione di creature ultraterrene ed esseri soprannaturali, dunque, il Fantafestival sta tornando per tenere ancora una volta alta la bandiera della sua quasi quarantennale tradizione a base di curiosità inedite, titoli emozionanti e, ovviamente, ospiti speciali!

News

PRODUZIONE PROMOMUSC CORVINO PRODUZIONI

Uno spettacolo di e con MARIO INCUDINE

Mimì

Regia di MONI OVADIA e GIUSEPPE CUTINO

Con Mario Incudine

e

ANTONIO VASTA (pianoforte, fisarmonica e organetto)

ANTONIO PUTZU (fiati)

MANFREDI TUMMINELLO (chitarre e bouzouki)

PINO RICOSTA (contrabbasso)

EMANUELE RINELLA (batteria)

Testi SABRINA PETYX

Suono FERDINANDO DI MARCO

Disegno Luci GIUSEPPE CUTINO

Costumi DANIELA CERNIGLIARO

Arrangiamenti musicali MARIO INCUDINE e ANTONIO VASTA

                                                   

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        28 – 29 NOVEMBRE 2017

Un giovanissimo Domenico Modugno durante le riprese di un film, a cui partecipava con un piccolo ruolo come attore/cantante, viene notato dal protagonista Frank Sinatra  mentre canta una ninna nanna pugliese. Sinatra, incuriosito, chiede al giovane cosa fosse quella stupenda nenia e Mimì, cosi lo chiamavano tutti in paese, risponde che era un vecchio canto della sua terra, la Puglia.

Il divo americano sorrise e gli consigliò immediatamente di fingersi siciliano, perché, diceva “la Sicilia la conoscono tutti, tutti sanno dov’è e poi il dialetto è molto simile al tuo. Fingiti siciliano e conquisterai il mondo”.  E cosi il giovane Mimì Modugno, nato a Polignano a Mare, cominciò a inventare la nuova canzone d’autore in dialetto. Fu il primo a dare una voce agli animali, prima ancora che lo facesse Disney con i suoi cartoni animati e un po’ come Esopo nelle sue favole sottolineò vizi e virtù degli uomini prendendo ad esempio proprio gli animali. Da tutto questo nascono capolavori come “musciu niuru” (gatto nero), canzone sulla diversità dell’uomo; “lu grillu e la luna” poetica canzone sull’amore impossibile; “Cavaddu cecu di la miniera” e “Sciccareddu ‘mbriacu”, struggente canto il primo, ironico e divertentissimo il secondo, raccontato lo sfruttamento sul lavoro. E ancora la più grande storia d’amore tra due animali nel famosissimo brano “u pisci spata”. Aveva anticipato i tempi di tutto Modugno. Quando apriva i concerti di Gilbert Becaud, aveva già inventato il teatro canzone con brani come “lu frasulinu” cunto ironico e drammatico sulla morte improvvisa dello scemo del paese trovato congelato in una pozzanghera d’acqua di fronte alla totale indifferenza di tutti. Cantava contro la Guerra in “tamburo della guerra” , portò per la prima volta alla ribalta la pizzica della terra salentina con “pizzica po’” e cantò la sua preghiera laica nella dolcissima “notte chiara” fino a raccontare il mondo femminile con dissacrante poesia nella “donna riccia”.

Parte da qui lo spettacolo creato da Mario Incudine, con la regia di Moni Ovadia e Giuseppe Cutino e i testi di Sabrina Petyx, che annoda tutte le fila della narrazione per dipingere un personaggio unico che ha creato uno stile inimitabile.

Incudine porta sul palcoscenico tutta quell’energia del cantore fintosi siciliano che ha conquistato il mondo. Porta alla luce quel repertorio sommerso, quasi inedito, poco esplorato della canzone d’autore in dialetto che ha segnato l’inizio della carriera di Domenico Modugno in un’ originale rilettura con particolari arrangiamenti che restituiscono tutto l’incanto di un mondo che è resistito grazie alla voce di quello che sarebbe poi passato alla storia come “Mister Volare”.  Un progetto che racconta un pezzo importante della storia del nostro paese. Un’ occasione per conoscere il sud da un’altra angolazione, per guardarlo per una volta senza oleografia e senza retorica, lontano da facili folklorismi e ritratti da cartolina, ma visto con gli occhi di chi, da lontano,  fingendosi siciliano, è riuscito forse a disegnare l’immagine più autentica  e poetica di una terra agrodolce.

 

PRIMA NAZIONALE

prezzi da 23 a 17 euro

UFFICIO STAMPA SILVIA SIGNORELLI
signorellisilvia@libero.it – ufficiostampasignorelli@gmail.com

 

News

 la stagione 2017/2018 del Teatro Brancaccino

e “Spazio del Racconto”

https://www.teatrobrancaccio.it/

Spazio del Racconto

rassegna di drammaturgia contemporanea 2017/2018

III edizione

dal giovedì al sabato ore 20.00; domenica ore 18.45

 

26 – 29 ottobre 2017

Khora Teatro

L’ETERNITÀ DOLCISSIMA DI RENATO CANE

di Valentina Diana

regia Vinicio Marchioni

con Marco Vergani

costumi Fujiko Hishikaua

disegno luci Andrea Burgaretta

supervisione artistica Milena Mancini

http://www.khorateatro.it

“Come fai quando una cosa fa paura a tutti, non la vuole nessuno e tutti ne hanno paura? 
come fai a venderla? Semplice – dice il nano – basta renderla desiderabile”.

L’idea di scrivere sulla morte, di trovare un punto dal quale poter guardare ad essa senza soggezione mi affascinava. Mi sembrava utile poter indagare su ciò che la morte rappresenta per noi, noi di qua, occidentali intendo, come atto finale, ultimo, quasi teleologico, ma allo stesso tempo anche come oggetto esorcizzato, che non contiene futuro ma solo presente (un presente che non promette nulla di buono, per altro). Su questo ragiono: ci agitiamo in un mondo fondato su questi due pilastri che sono l’azione (fare, facciamo, ho fatto, farò) e il denaro (ho guadagnato, guadagnerò o non guadagnerò, eccetera), tutte le altre cose vengono come conseguenza. Ossia: se faccio, se guadagno, allora poi. E questi due pilastri (che poi non so perché li chiamo pilastri, ma visivamente mi viene così) entrambi si fondano sul tempo; infatti cosa facciamo in generale nella vita? Facciamo azioni ed ipotechiamo tempo. In ogni caso, trattando la morte come una circostanza che genera un bisogno (vestizione, bara, funerale), esattamente come nel caso in cui qualcuno senta sete, o fame, o si annoi o resti senza benzina, è con tale bisogno che ci si deve confrontare se si desidera guadagnarci qualcosa. E’ noto a tutti (quasi), che bisogno generi domanda, domanda generi offerta e offerta generi profitto. Tutto sta a capire come. Come trarre il maggior profitto possibile da questo della morte che normalmente è un ambito delicato e addirittura sacro, del quale non si parla volentieri? Mi pare estremamente interessante lavorare su queste due cose che fanno a pugni: il profitto e l’estremità assoluta, panica, dell’atto del morire. Come fai quando una cosa fa paura a tutti, non la vuole nessuno e tutti ne hanno paura? come fai a venderla? Semplice – dice il nano – basta renderla desiderabile. E’ andata così, che mettere insieme, uno vicino all’altro, il fatto tragico e mistico anche, della morte, con il lavorio trucido del trar profitto da tutto, non so, mi piaceva, per contrasto. I contrasti, son fatta così, mi danno l’idea che ci sia sotto qualcosa di vivo, appunto, una verità che c’è e non c’è, e che mostrarlo sia poetico. Valentina Diana

Note di regia

La morte è un argomento scomodo. Non ne parliamo mai a cena o durante i nostri aperitivi social. La nostra società sembra lavorare alacremente per allontanare il pensiero della morte dalle nostre vite. La nostra società ci spinge a consumare, a comprare, e a lavorare per poter mantenere quello che abbiamo comprato e per comprare ancora. Come si fa allora a vendere la cosa di cui non si deve e non si può parlare, a cui non bisogna pensare? Come si fa a vendere la morte? Renato Cane sta per morire. Ce lo dice subito. E ci fa ridere. Un uomo qualunque scopre di avere un tumore e la sua vita precipita. Entra in una assurda agenzia di pompe funebri dove promettono di vendere l’eternità. Le pitture schiacciate che una bimba gli vende saranno la sua unica consolazione. Poi un colpo di scena, che non allevierà la solitudine in cui precipita grottescamente. Renato Cane è un uomo qualunque che ci racconta la sua storia. Forse è un pretesto per farci delle domande, le stesse che gli vengono poste dall’assurdo responsabile delle pompe funebri “Trombe del Signore”: 
Tu credi, Cane? 
Che cos’è lo spirito, Cane? 
Ti piace la tua vita, Cane? 
Sei proprio sicuro, Cane, che vivere sia meglio che morire? 
Qual è la cosa che ti piace fare di più nella vita, Cane? 
Forse la malattia stessa del Signor Cane è solo un pretesto per parlare di quanto il consumismo, la pubblicità, i soldi, ci mangino la vita. Ed è attraverso un altro pretesto, quello della finzione scenica del monologo teatrale, che grazie a Renato Cane anche noi siamo obbligati a riflettere su queste domande. 
Mentre ridiamo del nostro protagonista, mentre proviamo compassione (patiamo assieme a lui) per un Cane qualsiasi. 
Perché bisogna essere leggeri per fare domande del genere, per riflettere su questi argomenti, perché ogni tanto fa bene farlo. Ma bisogna poterne ridere. Ridere di un Renato Cane qualunque che muore. E’ una storia assurda, grottesca, la sua. Che muore da solo, come un cane appunto. Come tutti noi, per quanto duro da accettare, prima o poi. Allora tanto vale riderne e, grazie al teatro, riscoprire che tutti siamo dei potenziali Renato Cane, e magari uscire dopo un’ora un po’ più felici e sollevati per la vita che ci è concessa. Vinicio Marchioni

Marco Vergani dopo la laurea Specialistica in Arti e Scienze dello Spettacolo presso La Sapienza di Roma, frequenta numerosi corsi di perfezionamento per attori come Drama in Scena, Ecole des Maitres con Giancarlo Cobelli, Centro teatrale Santacristina, diretto da Luca Ronconi. In teatro ha interpretato Edoardo II di Andrea Baracco, Falstaff di Andrea De Rosa, Becket in camera da letto di Giancarlo Sepe, Macbeth di Andrea De Rosa, A Bocca Piena (Napoli Teatro Festival) di Emanuela Giordano, Ubu Roi di Roberto Latini, Processo a Gesù di Maurizio Panici, Dracula di Sandro Mabellini, Al mercato di A. R. Shammah, Lulù di A. R. Shammah, Hameline di Manuela Cherubini (premio UBU 2008/09 come migliore novità straniera), Nel bosco degli spiriti di Luca Ronconi, Il ventaglio di Luca Ronconi, Lo specchio del diavolo di Luca Ronconi, Troilo e Cressida di Luca Ronconi, Woyzech di Giancarlo Cobelli e tanti altri.

Valentina Diana è nata a Torino nel 1968. Lavora in teatro come attrice e drammaturga. Per il teatro ha scritto: Fratelli, Ricordati di ricordare cosa? (Premio nazionale di drammaturgia contemporanea Il centro del discorso 2009), La bicicletta rossa (Premio Eolo Awards 2013 per la drammaturgia), Swan,La comitragedia spaziale, Senza Voce – Storia di Ciccilla, La palestra della felicità, Opera Nazionale Combattenti. Come scrittrice ha pubblicato Smamma (Einaudi 2014) e Mariti o Le imperfezioni di Gi (Einaudi 2015).

Vinicio Marchioni, diplomato come Attore nel 2000 presso la Libera Accademia dello Spettacolo di Roma, e ha debuttato nel 1995 in teatro, dove vanta un ricco curriculum. Nel 2005 ha studiato con Luca Ronconi presso il Centro Santa Cristina. Frequenta la facoltà di Lettere indirizzo Spettacolo dell’Università La Sapienza seguendo la sua passione per la scrittura, per poi dedicarsi completamente al teatro. Del 2008 è la sua partecipazione, nel ruolo de Il Freddo, nella fortunata serie televisiva Romanzo criminale (2008-2010), diretta da Stefano Sollima, ispirata alla vera storia della cosiddetta Banda della Magliana. Nel 2009 debutta sul grande schermo con Feisbum! Il film, pellicola in otto episodi ispirata al social network Facebook. Nello stesso anno gira da protagonista, il film 20 sigarette, tratto dal libro Venti sigarette a Nassiriya, scritto da Aureliano Amadei, uno dei superstiti della strage di Nassiriya del 2003 e regista del film. A settembre il film viene presentato alla 67ª Mostra Internazionale d’arte cinematografica di Venezia nella sezione Controcampo Italiano, di cui vince il premio e una menzione speciale è dedicata a Marchioni per la prova d’attore. Nel 2011, per la sua interpretazione in 20 sigarette, ottiene una candidatura come miglior attore protagonista ai David di Donatello 2011.

2 – 12 novembre 2017

Khora Teatro

THE ALIENS

di Annie Baker, traduzione Monica Capuani

regia Silvio Peroni

con Giovanni Arezzo, Francesco Russo, Jacopo Venturiero

 

The Aliens è più uno studio sul carattere che un plot-driven. Il testo si concentra su due trentenni (KJ e Jasper) che sembrano esercitare un piccolo sforzo per muoversi attraverso la vita. Sono degli “scansafatiche”, che trovano poco stimolo dalla società, ma non sembrano avere l’energia per agire. Entrambi hanno la barba lunga, probabilmente perché il radersi potrebbe richiedere più energia e attenzione di quanto possano spendere. Non sono pigri; solo che non hanno trovato niente che serve per motivarli. Si siedono su una panchina o su vecchie sedie di plastica del patio nel retro di un bar, scegliendo di non interagire con gli avventori all’interno, isolandosi e condividere pensieri casuali uno con l’altro. Parlano di musica, di filosofia e di Charles Bukowski, poeta confessionale padre del realismo sporco. Come Bukowski, pensano alla scrittura, all’alcol, ai rapporti con le donne e alla fatica del lavoro. KJ scarabocchia periodicamente idee per un libro. Hanno formato una band, non potendo accordarsi su un nome, pensano di avere risolto la loro diatriba chiamando la loro band The Aliens, ma alla fine è solo un’altra decisione che hanno quasi fatto, ma che non hanno portato a termine. Fino a quando non decideranno, non potranno agire. Sono alieni, ma non come esseri venuti da un altro mondo ma nell’essere alienati.

Nel loro mondo privato entra Evan, un giovane ragazzo che è stato da poco assunto come cameriere del bar. Evan è un giovane timido, sessualmente inattivo, fuori dal mondo, naif con l’angoscia adolescenziale. Lentamente, decidono di insegnargli tutto sulla vita, ma dalla loro prospettiva…

Un testo delicato dove nessuna parola è sprecata, pieno di meditazione e compassionevole. Un testo che parla di musica, di amicizia, di arte, di amore e di morte.

Annie Baker, 35enne pluripremiata autrice di “The Aliens”, vincitrice nel 2014 del premio Pulitzer è considerata da molti uno dei più freschi e talentuosi drammaturghi di questo decennio; scrive di personaggi realistici che emergono in linee sottili e riflessive. Il suo stile è quello di un ritmo lento, le sue opere sono penetranti, con pause e silenzi per l’introspezione. In “The Aliens” l’illuminazione e il fumo di una sigaretta, i personaggi seduti che guardano il nulla e strimpellano una chitarra sono i mezzi per permettere questa significativa riflessione. La Baker sviluppa le sue idee attraverso la sottigliezza, non urla o non eccede nel dramma.

Silvio Peroni, regista teatrale e direttore artistico di Festival e rassegne culturali. Esordisce come regista a 22 anni. Negli anni realizza la regia di spettacoli e letture poetiche, debuttando in numerosi festival nazionali e curando l’allestimento di spettacoli nella maggiori piazze nazionali. Ha diretto artisti come Elio Germano, Isabella Ragonese, Daniela Poggi, Alessandro Tiberi, Margot Sikabonyi, Fabrizio Falco, Massimo Dapporto, Arnoldo Foà, Paola Gassman e ha realizzato spettacoli di autori come Will Eno, Nick Payne, Mike Bartlett, Cesare Zavattini, Tahar Ben Jelloun, Neil La Bute, Harold Pinter.

16 – 19 novembre 2017

Bis Tremila srl

MUSIC-HALL

di Jean-Luc Lagarce, traduzione Gioia Costa

regia Marco Carniti

con Sandra Collodel, Sebastian Gimelli Morosini, Dario Guidi

Jean Luc Lagarce, attore e regista, è il drammaturgo francese più rappresentato dopo Shakespeare e Molière. Scompare prematuramente all’età di trentotto anni, senza purtroppo avere la fortuna di veder mai rappresentata una sua opera drammaturgica.

Lagarce è abile narratore, della solitudine umana e del vuoto esistenziale.

MUSIC – HALL è un testo non testo in cui si narra la struggente carriera di un’attrice e dei suoi due boys: di teatro in teatro, di provincia in provincia, tutto accade, frammentariamente, reiteratamente, senza soluzione.

Non c’è musica, se non qualche improbabile nota di una vecchia canzone che risuona all’infinito, stancamente… “Chi può il più può il meno”… In questa frase ricorrente Lagarce racchiude la lotta alla sopravvivenza dell’attore che anche davanti a difficoltà, rinuncia all’indispensabile pur di andare in scena, perché il Teatro è per sempre… Un palcoscenico vuoto,  illuminato da un groviglio di luci, come un simbolico sipario.

Uno spazio luminoso che colloca l’attore in una dimensione di precarietà, nel rischio costante di essere  divorato dal buio…. Il nulla.

Marco Carniti teatralmente si forma come attore e aiuto regia di Giorgio Strehler al Piccolo Teatro di Milano/Teatro d’Europa e alla UCLA di Los Angeles dove studia con J. Grotowsky e Bob Wilson. Collabora con grandi registi della scena europea: Bob Wilson, Lluis Pasqual, Giancarlo del Monaco, Frederic Amat, Elijah Mosinsky, Pet Halmen y Gilbert Deflo. Recita in cinema per Federico Fellini nell’“Intervista” e con Hanna Schygulla e Marcello Mastroianni in “Miss Arizona”. Gira il primo lungometraggio “Sleeping Around” sul disagio della sessualità delle ultime generazioni e vince numerosi premi internazionali tra cui miglior regia. Una voce fuori dal coro della regia teatrale e cinematografica italiana grazie alle numerose esperienze internazionali che gli hanno permesso di esportare il meglio del nostro repertorio e della importante scuola estetica italiana. Nel rispetto del repertorio italiano ed europeo e nella responsabilità politica di restituirlo a una platea contemporanea. Direttore Artistico per il “Progetto Giovani” al Teatro Eliseo di Roma dove fonda e dirige una compagnia di 20 giovani attori. Dirige attualmente laboratori di perfezionamento professionale per attori e registi. Firma produzioni negli Stati Uniti, Cina, Francia, Germania, Svizzera e Spagna, dove ha vissuto per lungo tempo collaborando per il Teatro Real di Madrid, Gran Teatre del Liceu di Barcellona, Teatro Arriaga di Bilbao, Opera di Malaga, Centro Dramatico Nacional di Madrid, Festival Mozart in Coruna, Valladolid, Anfiteatro romano di Merida. In Italia per Teatro Regio di Parma, Maggio Musicale Fiorentino, Rossini Opera Festival, Teatro Massimo di Palermo, Teatro Lirico di Cagliari, Comunale di Bologna, Spoleto, Teatro Bellini di Catania, Teatro Verdi di Trieste e di Sassari e Piccolo Teatro di Milano/Teatro d’Europa, Teatro di Roma, Teatro Eliseo e Globe Theatre di Roma.

Sandra Collodel

Dopo essersi diplomata al Laboratorio di Gigi Proietti fonda la società di Produzione Teatrale LA FABBRICA 1999 con cui mette in scena con grande successo in tutta Italia: “Il Dramma della Gelosia” di Age Scarpelli Scola, “George Sand e Chopin”, “L’Amante” di Pinter, “Falstaff e le Allegre Comari di Windsor” di Shakespeare con Giorgio Albertazzi, “Stregata dalla luna” di J.P. Shanley, “Quella del piano di sopra” di Chesnot, La Santa sulla scopa di Gigi Magni , “Non ti conosco più “ di A.de Benedetti, “La Papessa Giovanna” e “La Signora dei Tulipani” di Giovannetti e Pallottini, “Xanax” di Longoni .

Con la regia di Marco Carniti al GLOBE THEATRE di Roma interpreta Caterina ne “La bisbetica domata” e la Regina Elisabetta nel “Riccardo III”.

23 – 26 novembre 2017

Le Brugole

MODERN FAMILY 1.0

di Giovanna Donini, Annagaia Marchioro e Virginia Zini

con Annagaia Marchioro e Virginia Zini

Scene e costumi di Federica Pellati

Contributo fotografico di Mario Tedeschi

Illustrazione di Anna Resmini 

Light design di Roberta Faiolo

Modern Family 1.0 è uno spettacolo che parla di famiglie. Famiglie di tanti tipi, non sempre felici, ma il più delle volte sì. Le due attrici sono partite dalle proprie famiglie di origine. Una veneta e quindi: pratica, autonoma e latifondista. L’altra Milanese: frammentata, multitasking e all’avanguardia.  Eppure anche surreali, imprevedibili e moderne. Modern family 1.0 inizia come una serata in famiglia a guardare le diapositive di famiglia con tutta la famiglia presente, ritrovo ormai in disuso quanto l’uso delle diapositive. E quasi senza accorgersene si entra nel vivo, in casa delle due protagoniste. Modern family 1.0 è uno spettacolo comico che racconta la storia di una donna che ama le donne, ma che ama anche l’idea di avere un figlio con la propria compagna. Anzi, con lei non solo vuole un figlio ma vuole proprio una famiglia, che significa anche nonni, zii, cani, gatti, piante, mutui, viaggi, liti, tradimenti, amore e lotta, colloqui con i prof, vaccinazioni, biciclette e rotelle, lezioni di guida, notti insonni e vita quotidiana. Uno spettacolo che vuole raccontare le coppie di oggi e di ieri, per capire quanto l’ideale della famiglia corrisponda al reale. E per raccontare della bellezza, della fatica, dell’universale diversità che accompagna la storia di ognuno di noi. Lasciando che sia la realtà, senza finzione, senza retorica, e soprattutto senza giudizio a raccontarsi al pubblico.

La Compagnia Le Brugole nasce nel 2011 da due attrici: Annagaia Marchioro e Roberta Lidia de Stefano, affiancate dall’autrice Giovanna Donini. La compagnia si è distinta nel tempo per aver affrontato testi di drammaturgia contemporanea, spesso mescolando il linguaggio della prosa a quello del cabaret ma non solo. Nel tempo collaborano anche con altri attori, registi, illustratori, operatori. Il primo spettacolo “Metafisica dell’amore”, nel 2011 vince il Premio Scintille al Festival di Asti. Nel 2012 nasce il secondo spettacolo “Boston Marriage” con la regia di Vittorio Borsari. Nel 2014 debutta la terza produzione “Diario di una donna diversamente etero” scritto da Giovanna Donini, diretto e adattato da Paola Galassi. Nel 2015 nasce “Per una biografia della fame” ispirato al libro di Amélie Nothomb, di e con Annagaia Marchioro. L’ultimo lavoro è “Modern Family 1.0” e nasce nel 2017 con Annagaia Marchioro e Virginia Zini.

30 novembre – 3 dicembre 2017

Bartolini/Baronio

PASSI una confessione

di e con Tamara Bartolini

scene, luci, suoni e immagini live Michele Baronio

canzone originale Ilaria Graziano

collaborazione artistica Alessandra Cristiani

foto Margherita Masè

grafica Giulia Zappa

assistente alla regia Antonio Cesari

regia Tamara Bartolini/ Michele Baronio

produzione Bartolini/Baronio e 369gradi

co-produzione Sycamore T Company

co-produzione/residenza Carrozzerie | n.o.t

con il sostegno di Teatro Argot Studio, Teatro dell’Orologio, Kilowatt Festival, Argot Produzioni, ATCL Associazione Teatrale fra i Comuni del Lazio

in collaborazione con Rialto Santabrogio / Ass. Il Moderno – Agliana / Kollatino Underground

vincitore del Premio Dominio Pubblico 2014

“Noi non cesseremo l’esplorazione e la fine di tutto il nostro esplorare sarà giungere là onde partimmo e conoscere il luogo per la prima volta.” T.S.Eliot

Lo spettacolo è una confessione costruita su materiale a tratti autobiografico, fatto di appunti, suoni e immagini, create in tempo reale grazie a una lavagna luminosa che disegna la scena. Lo spettacolo nasce dal progetto La Caduta, in cui il duo Bartolini Baronio ha esplorato il tema dell’incidente e del dolore come possibilità e rinascita. Tante sono state le tappe di lavoro, diverse le collaborazioni durante il percorso, dalla musicista Ilaria Graziano, alla danzatrice Alessandra Cristiani, alle suggestioni arrivate dalle fotografie di Sarah Moon, alle opere di Maria Lai e, solo successivamente, all’omonimo testo di S. Beckett. Il cammino ci conduce dentro la ferita di una generazione, dentro alle costrizioni mentali, familiari, sociali ed economiche in un processo analitico ed emozionale che scandaglia l’animo umano, con una storia personale che parla a tutti. La fine “è solo la curva della strada”. Da quel punto di luce che se ne va si ricomincia. Per nascere una seconda volta bisogna morire. Dentro lo spazio di una confessione aperta, pubblica, spietata e senza compromessi, in un tempo/spazio che potrebbe essere quello di un funerale o di una veglia. Un corpo appeso, incerto, deambulante, alla ricerca disperata di approvazione. Ti piace? Va bene così? Si cammina con scarpe ortopediche, con piedi di scimmia, si sta sul filo. Si prova a ricucire la storia, a sciogliere il groviglio di fili, per non soffocare, per diventare quello che realmente siamo. E’ l’inizio di una liberazione e allo stesso tempo la nascita di un processo artistico. Tamara Bartolini

BARTOLINI/BARONIO Condividono dieci anni di lavoro all’interno della compagnia triangolo scaleno teatro, partecipando alle produzioni artistiche e alla creazione del festival Teatri di Vetro e altri eventi culturali. Dal 2009 a partire dal progetto LA CADUTA nasce un sodalizio che li vede insieme in tutte le successive creazioni tra cui: la performance TU_TWO_due alla fine del mondo, lo spettacolo CARMEN CHE NON VEDE L’ORA, il progetto REDREADING, viaggio sentimentale e appassionato tra teatro e letteratura che li vede collaborare con Erri De Luca, Wu Ming2 e altri autori. Nel 2014, con il nuovo progetto PASSI_una confessione, vincono il premio produzione di Dominio Pubblico Officine. Parallelamente portano avanti il lavoro di pedagogia teatrale (PercorsiRialto, ScuolaRoma Carrozzerie | n.o.t). La loro ricerca teatrale nasce da una forte esposizione personale, da un lavoro sulle biografie individuali e collettive che intreccia specificatamente la poetica musicale, in un dialogoconcerto tra parola e musica, tra artisti e territori.

11 – 14 gennaio 2018

Teatrodilina

QUASI NATALE

testo e regia Francesco Lagi

con Anna Bellato, Francesco Colella, Silvia D’Amico, Leonardo Maddalena

suono Giuseppe D’Amato

scene Salvo Ingala

organizzazione Regina Piperno

Ci sono tre fratelli che tornano nella loro casa di bambini perché la madre vuole rivederli tutti insieme, per dire loro una cosa. Fuori nevica, sono i giorni prima di Natale. Nessuno sa che cosa sia quella cosa. C’è anche una ragazza, la nuova fidanzata di uno dei fratelli, che si ritrova per caso a vivere con loro quei giorni così delicati. Nessuno la conosce ma ha per tutti un aspetto così familiare, sembra venire direttamente da un passato che si stenta a mettere a fuoco. Ci sono alcuni giorni da condividere, un’ attesa e una vicinanza forzata. Sullo sfondo, la presenza silente della madre e la sua fine discreta.

C’è un karaoke e una gara di peperoncini. Un pesce nuovo per l’acquario e un anello di fidanzamento. Vecchi quaderni di scuola e una corsa notturna che dura una notte intera. Un fuoco da tenere acceso e un telecomando che non si trova più, un tronco da caricarsi sulle spalle e una canzoncina di Natale. Un telefono che squilla e alcuni schiocchi di frusta. Delle polpette e una vecchia storia di sciamani pellerossa. Ci sono certi spiriti, in quella casa, che faticano ad andare via.

Note regia

La relazione tra i nostri personaggi e la chimica che si accende tra di loro sono il centro della nostra storia. Alcuni giorni,vissuti sull’orlo di una perdita,che rivelano qualcosa dei sentimenti di queste persone e il senso delle loro vite vissute a metà. Sono costretti a un contatto, a un confronto prima di allora mai avvenuto. Attraverso il racconto del viaggio di un’anima che sta passando verso un altro mondo, c’è la presa di coscienza di chi resta e che ci deve fare i conti. Quello che ci fa ridere e commuovere di loro, fra segreti non detti e liti sopite, accensioni di rabbia e schiaffi liberatori, è un’umanità piena e senza difese, che la casa della loro infanzia e l’assenza della madre dispiegano in modo potente. Sullo sfondo di questi giorni c’è anche un alberello di Natale che, con le sue lucine colorate, illumina senza sosta in modo intermittente i personaggi. Scandisce il loro buio e la loro luce, i loro slanci e le loro incertezze, il loro battito del cuore.

Teatrodilina è un gruppo di persone con esperienze diverse, che si sono unite con il proposito di condividere una pratica e un’idea di teatro. 

Dal suono al video, dall’arte contemporanea alla scrittura, dal cinema alla musica. Alla base del lavoro c’è la volontà di inventare spettacoli restituendo frammenti dei loro percorsi e andando alla ricerca di una comune identità, che sembra perduta ma non in modo irreparabile.

Fare teatro è il gesto più contemporaneo e potenzialmente dirompente.

Premi e riconoscimenti:

2015 – Selezione InBox – Le vacanze dei signori Lagonia

2014 – Spettacolo vincitore Festival Troia Teatro – Zigulì

2013 – Selezione InBox – Zigulì

2013 – Menzione speciale premio Dante Cappelletti – Anime morte

18 – 21 gennaio 2018

Tieffe Teatro

1927 – MONOLOGO QUANTISTICO

di e con Gabriella Greison

regia Emilio Russo

In 1927 Monologo Quantistico, Gabriella Greison racconta, con foto, musica e video, i fatti più sconvolgenti, misteriosi, divertenti, umani che hanno fatto nascere la Fisica Quantistica, partendo dalla famosa foto, datata 1927, in cui sono ritratti in posa 29 uomini, quasi tutti fsici, di cui 17 erano o sarebbero diventati Premi Nobel. Gabriella Greison ricostruisce i dialoghi, le serate, i dibattiti, dopo un lungo soggiorno a Bruxelles, in cui ha raccolto informazioni, tradotto lettere, parlato con persone e parenti, che sono realmente stati presenti a quei ritrovi. Einstein li chiamava “witches’ Sabbath” (il riposo delle streghe).

Lo spettacolo è la prima rappresentazione teatrale, che racconta il ritrovo a Bruxelles di tutti i fsici del XX secolo che hanno fatto venire alla luce, quel giorno, la Fisica Quantistica.

Reduce da una tournée nei Festival, nelle aule magne delle scuole, nelle librerie e persino in una chiesa sconsacrata, che ha riscontrato in ogni occasione grande successo di pubblico, l’incontro con Tieffe Teatro Milano – Centro di Produzione Teatrale ha determinato la realizzazione dello spettacolo in una veste molto suggestiva e rinnovata e disponibile per la programmazione delle stagioni teatrali.

Gabriella Greison è fisica, scrittrice e giornalista. Si laurea in fisica nucleare a Milano e poi lavora diversi anni all’Ecole Polytechnique di Parigi. Lascia la ricerca per dedicarsi alla scrittura e al teatro. Il suo romanzo bestseller si chiama “L’incredibile cena dei fisici quantistici”, da cui ha tratto lo spettacolo teatrale “1927 monologo quantistico”: grazie al racconto umano delle vite di Einstein, Niels Bohr, Heisenberg, Schroedinger e i più grandi geni del XX Secolo, Gabriella con un monologo avvincente e ricco di colpi di scena racconta i fatti più sconvolgenti che hanno creato la fisica quantistica, partendo da una fotografia datata 1927 e scattata a Bruxelles, dove c’è stato il più grande ritrovo di cervelli della storia. Lo spettacolo ha girato tutta Italia e ha fatto il tutto esaurito nelle maggiori piazze. 

1 – 4 febbraio 2018

Le Brugole

COME SPOSARE UN FEMMINISTA

di Samantha Ellis

regia e traduzione di Monica Nappo

con Roberta Lydia De Stefano, Alberto Paradossi

Lidia adora gli uomini duri, ben piazzati e molto focosi.

Ha una particolare predilezione per gli stronzi.

Un giorno Lidia incontra Steve…

Steve è proprio un bravo ragazzo. Ed è un femminista.

Lidia ha un padre

Steve ha una madre

Anche loro sembrano piacersi. E questo è un problema.

La situazione si complica quando arrivano anche gli ex: Carina e Lorenzo.

Due dichiarazioni d’amore, qualche tradimento, due tentativi di matrimonio, una grande festa e una fuga.

Riuscirà Lidia a vincere contro la sua ossessione per i rossetti, i muffin e gli uomini rozzi?

Riuscirà Steve a fare a meno delle sue campagne etiche e ad essere un po’ più maschiaccio a letto?

Riusciranno i nostri eroi a reinventare il romanticismo di coppia nel 21esimo secolo?

Una commedia con due attori, 6 personaggi, molti gadgets e dei momenti di sfrenato karaoke

How to date a feminist ha debuttato felicemente all’Arcola theatre nel novembre 2016, andando in un successivo tour per l’ UK.

Monica Nappo

Borsa di studio dell’ERT, con i seguenti maestri: M. Martinelli, G.B. Corsetti, C.Lievi, M.Baliani, Renata Molinari Training vocale con Imke Bucholz, Serge Wilfart, Germana Giannini, Patsy Rodenburg Danza Butoh con Masaky Iwana, Yoko Muronoi, M. T. Sitzia

Workshop con Ioshi Oida, Abbas Kyarostami, Jos Houben, Enrique Pardo, Danio Manfredini, Pippo Del Bono, Remondi e Caporossi, Leo De Berardinis.

Regia con Roxana Sylbert e Khristine Landon Smith

Recitazione con Ivana Chubbuck e Bernard Hiller.

Come attrice Monica ha partecipato a tournée europee, con produzioni italiane ed europee, alternando lavori con maggiore espressività fisica a quello con attori e registi come Carlo Cecchi ( sua aiuto-regista  per  “Sik-Sik e Le nozze), Mario Martone, Tony Servillo. Come performer e regista ha introdotto in Italia testi di drammaturgia contemporanea, ed è stata la prima in Italia ad interpretare lavori come “4;48 Psychosis” di Sarah Kane e “Quale droga fa per me” di Kai Hansel ed “East Coast” di Tony Kushner. E’ stata la prima donna a vincere il premio nazionale per comici “La zanzara d’oro.” Ha al suo attivo anche un album di poesia e musica elettronica “Kyo” progetto con Marco Messina, dei 99 Posse e l’attore M. Dalisi.

1 – 4

8 – 11 febbraio 2018

Florian Metateatro – Centro di produzione teatrale

MICHELANGELO E IL PUPAZZO DI NEVE

di e con Carlo Vanoni

regia Gian Marco Montesano

collaborazione artistica e cura Giulia Basel

assistente in scena Edoardo De Piccoli

musiche originali Alex Carlà

trombone Lorenzo Passerini

voci fuori campo Giulia Basel, Umberto Marchesani, Massimo Vellaccio, Alessio Tessitore

video mapping Stefano Di Buduo

elementi scenografici Elisabetta Gabbioneta   

luci Renato Barattucci

foto di scena Federica Palmarin

produzione Florian Metateatro Centro di Produzione Teatrale – Pescara

residenza Festival Quartieri dell’Arte Vitorchiano- Viterbo

Lo spettacolo riporta Michelangelo Buonarroti “sulla terra”, togliendolo dalla dimensione mitologica e libresca che troppo spesso accompagna i grandi artisti del passato. Tra capolavori, aneddoti e fragilità, viene raccontato Michelangelo uomo e non solo l’artista che ha fatto grande la Firenze dei Medici e la Roma del secondo Cinquecento.

Michelangelo dal carattere duro come il marmo e Michelangelo che si commuove, Michelangelo artista che combatte come un pugile sul ring anche quando le circostanze sembrano avverse. E non si arrende. Mai. Nemmeno quando s’innamora.

In scena Carlo Vanoni, attore performatico che entra ed esce dal personaggio, che si accompagna con la chitarra elettrica e proietta immagini avvalendosi di tecnologie video, tenendo saldo il filo di una narrazione in grado di sovvertire i luoghi comuni e di stupire. Tutto questo per restituirci ciò che Michelangelo era: il più grande professionista al servizio del potere, in un’epoca in cui il potere non poteva fare a meno dell’arte.

Michelangelo mi ha sempre fatto paura. Perché i miti fanno paura. Poi, un giorno, ho letto un libro che parlava di soldi, i soldi che Michelangelo aveva guadagnato. Mi sono detto: che strano, credevo che il danaro fosse cosa da comuni mortali. E invece Michelangelo guadagnava molto, e con una parte di quei soldi comprava case, un’altra la custodiva dentro un baule, un’altra ancora la mandava a casa dai parenti. Come fanno i comuni mortali. A quel libro ne è seguito un altro che raccontava Michelangelo sessantenne innamorato di Tomaso Cavalieri, età 23 anni; e poi un altro ancora, dove il tema era il rapporto con il potere, vale a dire con in papi. “Un uomo”, mi sono detto. Michelangelo, prima di essere un artista, era un uomo. E mi è venuta voglia di raccontarlo. Ma raccontare non significa mostrare le opere e nemmeno elencare gli avvenimenti. Raccontare significa far capire. E per capire Michelangelo, bisogna attualizzarlo. Per questo, il mio Michelangelo, è un pugile. Perché lo sport, oggi, è molto più seguito dell’arte.

Perché oggi, l’arte, non ha più il ruolo che aveva nel Cinquecento. “Michelangelo è vissuto in un’epoca dove l’arte faceva mondo, dove l’arte era il mondo, e lui, in quel mondo, era il più grande di tutti”. Come un campione di oggi. Come un pugile che al posto di un altro pugile, di fronte a sé, ha un blocco di marmo. Un campione che combatte tutta la vita, e non solo contro il marmo, ma anche contro il potere e, soprattutto, contro se stesso. Un uomo. Che s’indigna e si ribella. Un uomo. Che s’arrabbia e si commuove.

Un uomo. Ma anche il più grande artista di tutti i tempi. Carlo Vanoni

Note di Regia

Michelangelo? Un grande nome, una garanzia! Così sembrerebbe ma, l’evidenza fin troppo facile, può trarre in inganno. Infatti, ad annunciare in “locandina” Michelangelo, si corre il rischio di indurre il potenziale pubblico ad evocare i fantasmi della pedanteria pedagogica, la scena trasformata in aula scolastica, il momento poetico, il Teatro ridotto a conferenza, a “spiegazione” di un capitolo della Storia dell’Arte. Al contrario, qui, parlando di Michelangelo si è cercato il Teatro, cioè la drammaturgia già contenuta nel personaggio Michelangelo, così come l’opera dello scultore è già contenuta nel marmo.

Come per la scultura che procede per sottrazioni ed eliminazione, abbiamo sottratto quanta più erudizione scolastica fosse possibile sottrarre, aggiungendo però -come in certe sculture- un elemento d’equilibrio : il Pupazzo di neve. Elemento strano, curioso e … sorprendente ma, come si vedrà, non incongruo. Cercare il Teatro, soprattutto trattando argomenti come questo, significa mutare il Sapere in Sapore.

Parlare d’arte per mezzo di un linguaggio artistico: il Teatro. Gian Marco Montesano

15 – 18 febbraio 2018

Teatro Out Off

L’IMPERATORE DELLA SCONFITTA

di Jean Fabre, traduzione Giuliana Manganelli

regia di Elena Arvigo

con Elena Arvigo e Alessandro Averone

scene Alessandro di Cola

video Project Carolina Ielardi

mix Musica e Videoriprese : Marcello Rotondella

assistente alla regia Maja Bertoldo

foto Manuela Giusto e Agnesa Dorkin

luci Daria Grispino (primo allestimento Marcello Lumaca)

tecnico Video/Luci: Alessandro Tinelli

produzione Teatro Out Off 

Dedicato all’attore Marc Moon Van Overmeir, questo testo scritto da Jan Fabre,uno degli artisti più estremi e visionari del nostro tempo, coreografo, regista e scrittore belga, da quarant’anni in prima linea in una ricerca visionaria, non è una storia, non ha un filo narrativo, né personaggi di cui raccontare, è piuttosto un flusso di coscienza, un viaggio e un rincorrersi di riflessioni, sull’essere umano e su un tema della “perdita”.

Per Fabre, la sconfitta è azione, è momento di riscatto che, senza dimenticare mai menzogna e rifiuto, permette di proseguire. È punto di partenza e di arrivo che permette di sbagliare ancora. Come in un gioco di specchi, in una ripetizione continua, sbaglio dunque sono. La sconfitta è una condizione dell’esistenza. E la ripetizione genera l’arte. Come in una poesia ermetica, il monologo di Fabre semina tracce di un discorso impossibile che raggiunge e mette a nudo l’essenza di ogni essere umano. La sconfitta dunque è l’alveolo del riscatto ed esprime la possibilità di un nuovo inizio e prevede in sé i parametri di un’azione rivoluzionaria. La scalata di ogni uomo è verso il cielo per cercare un posto dove riporre il povero cuore. E in questo errare dell’anima forse spunteranno due ali per volare.

 

Note di Regia

Dopo aver letto questo testo una decina di anni fa ho cercato Jan Fabre e ho studiato con lui un laboratorio della Biennale di Venezia. Sono stata ad Anversa nella sua Factory e penso che Jan Fabre sia un artista da “seguire “sempre” per la carica vitale e il senso profondo della sua arte. In particolare “L’Imperatore della sconfitta” offre una riflessione straordinariamente originale sulla fragilità delle nostre identità e sul valore creativo del fallimento. Di questo testo e di Jan Fabre amo lo slancio verso il mondo con il cuore in mano “fuori dal corpo” e il suo essere sempre sfuggente a qualsiasi definizione .La sfida è quella di cercare di restare “perdenti” per poter ricominciare e di provocare questa  perdita con vitalità. In amore e in guerra “vale” qualsiasi cosa. Il teatro è entrambe le cose insieme. Gli attori per Jan Fabre sono “guerrieri della bellezza”. L’effetto che mi fece studiare con Jan Fabre fu più o meno questo. Una grande provocazione – intelligente e profondamente umana. Da quell’incontro nel 2011 è nato il desiderio di viaggiare dentro questo suo testo .L’impresa è complessa ma la domanda che mi fa rimanere curiosa di continuare è sempre la stessa “Perche no ?”. L’Imperatore della sconfitta è l’uomo – l’attore che coglie ogni perdita come possibilità di ricominciare. E tra cadute e barcollamenti, provando e riprovando – all’imperatore della sconfitta – forse alla fine nasceranno due ali tra le spalle. Forse anche solo riuscire ad immaginarle – dice l’Imperatore – sarà parte di un nuovo viaggio.  

1 – 4 marzo 2018

ATIR Teatro Ringhiera

UN ALT(R)O EVEREST

di e con Mattia Fabris e Jacopo Bicocchi

scene Maria Spazzi

light designer Alessandro Verazzi

sound designer Silvia Laureti

scelte musicali Sandra Zoccolan

assistenti alla scenografia Erika Giuliano e Marta Vianello

produzione ATIR Teatro Ringhiera in collaborazione con NEXT 2016

Jim Davidson e Mike Price sono due amici. Sono una cordata. Nel 1992 decidono di scalare… la loro montagna: il Monte Rainier nello stato di Washington, Stati Uniti. Il sogno di una vita, una vetta ambita da ogni scalatore, un passaggio obbligatorio per chi, nato in America, vuole definirsi Alpinista. “The Mountain” come la chiamano a Seattle.
Ma le cose non sono mai come ce le aspettiamo e quella scalata non sarà solo la conquista di una vetta. Sarà un punto di non ritorno, un cammino impensato dentro alle profondità del loro legame, un viaggio che durerà ben più dei 4 giorni impiegati per raggiungere la cima.

“L’alt(r)o Everest” è una storia vera, non è una storia famosa, da essa non è stato tratto nessun film, ma potrebbe essere la storia di ognuno di noi. E forse lo è. Proprio per la sua spietata semplicità.
Una storia che racconta le difficoltà e i passaggi obbligatori che la vita ci mette davanti.
Crepacci.
Non possiamo voltarci dall’altra parte e non possiamo giraci intorno ma solo attraversarli.
Due amici, due vite, due destini indissolubili.

 

Note di regia

Lo spettacolo è la naturale evoluzione di (S)legati. Dopo (S)legati, infatti, abbiamo sentito la “chiamata” e in qualche modo il “dovere” di continuare l’indagine così ricca e fruttuosa, nata durante tutto il percorso nel circuito della montagna.

Per farlo però non ci bastava una semplice storia di alpinismo (in effetti, ne esistono a centinaia di imprese e avventure tra la letteratura alpinistica). Avevamo bisogno di una storia che potesse elevarsi a paradigma, che potesse, in qualche modo, contenere le storie di tutti, anche di chi la montagna non la frequenta o addirittura non la ama. Una storia che fosse, per dirla in breve, universale. E l’abbiamo trovata: la storia di Mike e Jim parla di qualcosa che tutti abbiamo conosciuto e con la quale prima o poi dobbiamo fare i conti: la perdita, il lutto, la mancanza… e assieme quel dialogo, silenzioso e profondo che continuiamo ad avere con le persone che non sono più con noi ma che in qualche modo… continuano ad essere con noi.

Siamo sicuri che non sia un caso se abbiamo incontrato questa storia proprio ora. Gli ultimi due sono stati anni dolorosi. Mamma Franca se ne è andata.Gli amici Sandro e Marco se ne sono andati.Ne sentiamo la terribile mancanza… ma siamo convinti che possiamo sentire la mancanza solo…. di chi è presente.

(Jacopo Bicocchi e Mattia Fabris)

8 – 9 marzo 2018

Pupi e Fresedde-Centro Nazionale di Produzione Teatrale-Firenze/Uthopia/tra Cielo e Terra

IL GENERALE

di Emanuele Aldrovandi

regia Ciro Masella

con Ciro Masella, Giulia Eugeni, Eugenio Nocciolini

scena Federico Biancalani

luci Henry Banzi 

costumi Micol J. Medda/Federico Biancalani/Ciro Masella

suoni Angelo Benedetti cura di Julia Lomuto riprese Nadia Baldi

Segnalazione speciale per la nuova drammaturgia al Premio Calindri 2010

Testo vincitore del Premio Fersen alla drammaturgia 2013

Selezionato dal Teatro Stabile del Veneto per Racconti di guerra e di pace 2015

Dopo essere stata vittima di numerosi attacchi terroristici, una potenza mondiale invade militarmente un piccolo stato considerato responsabile degli attentati, ma il generale che comanda la “missione di pace” si comporta, fin dal suo arrivo, in modo imprevisto: chiuso fra le quattro mura del suo ufficio impartisce al sottoposto ordini apparentemente contraddittori che in un parossismo di distruzione portano all’annientamento del suo stesso esercito.

Il testo affronta alcuni temi centrali dell’attuale situazione internazionale, come il terrorismo, o il presunto “scontro di civiltà”, e racconta con linguaggio tragicomico il paradosso di un pacifista che sceglie di sconfiggere la violenza della guerra con una violenza ancora più cieca, estrema e radicale.

Segnalazione speciale per la nuova drammaturgia al Premio Tragos 2010 con la seguente motivazione: “Per la capacità di affrontare in chiave grottesca e ironica il tema sempre attuale della guerra, presente in varie zone del globo, evidenziandone follie e assurdità; per la dinamicità dell’azione e la realizzazione di dialoghi ben condotti attraverso un linguaggio scarno ed efficace”.

Dal 2010 al 2016 il testo ha avuto varie fasi di studio ed è stato riscritto diverse volte, vincendo nel frattempo il Premio Fersen 2013 e venendo selezionato nel 2015 dal Teatro Stabile del Veneto per una serie di letture incentrate sul tema della guerra.

Nel 2016, nella sua versione definitiva, debutterà con la regia di Ciro Masella.

Ciro Masella, dopo Francesco Niccolini e una lunga frequentazione con la drammaturgia di Stefano Massini, affronta un altro autore contemporaneo, il giovane ma già pluripremiato e apprezzatissimo Emanuele Aldrovandi, in un testo che ha già ricevuto diversi riconoscimenti ma non è mai stato rappresentato in forma completa, solo in lettura scenica. Aldrovandi affrontando ne “Il Generale” alcuni temi centrali dell’attuale situazione internazionale, come il terrorismo, o il presunto “scontro di civiltà”, e raccontando con linguaggio tragicomico il paradosso di un pacifista che sceglie di sconfiggere la violenza della guerra con una violenza ancora più cieca, estrema e radicale, prosegue e affina ancora di più la sua indagine sull’essere umano e le sue contraddizioni.

15 – 18 marzo 2018

Viola Produzioni

APPUNTI PER UN’ORESTEA NELLO SFASCIO

testo e regia Terry Paternoster

con Michele Degirolamo, Patrizia Ciabatta, cast in via di definizione

assistenti alla regia Nicola Boccardi, Eleonora Cadeddu, Pierfrancesco Rampino

produzione Viola Produzioni

in collaborazione con Florian Metateatro

con la partecipazione di InternoEnki

Oreste torna a casa dopo un lungo confinamento imposto dalla madre a causa della sua omosessualità marchiata a pelle. Dopo anni di esilio forzato, Oreste è costretto a rivedere la sua famiglia per via di un terribile e inaspettato evento: la morte di suo padre, scomparso prematuramente in circostanze poco chiare. Oreste ritrova sua madre devastata dal peso dei debiti e dell’usura, e per di più precipitata in un totale sfascio di valori. Grazie al confronto con sua sorella, la sua percezione del senso della vita subirà un mutamento, che lo porterà alla riscoperta di una nuova identità. Un evento inaspettato scoperchierà la coltre del silenzio, che l’ha tenuto buono per troppo tempo, rivelandosi in un orrendo e tragico atto finale.   “Appunti per un’Orestea nello sfascio” racconta le derive della nostra Società corrotta e rassegnata; ed è ambientata nel cuore della Puglia “L’Altra Terra dei Fuochi”, dove Elettra e Oreste sono al centro di un intrigo di scandali sessuali, omicidi mafiosi e rifiuti tossici.

note di regia:

Ispirandomi ai principi della Fisica quantistica, ho scelto di soffermarmi su un fenomeno non tangibile, che prolifera velocemente come un disturbo micotico: il dubbio. Ho analizzato alcune fra le infinite possibilità del percorso interiore di ciascun personaggio, cercando di sviscerare cosa c’è alla base del rapporto dialettico che innesca il meccanismo del dubbio esistenziale. Rivisitando il mito, ho messo a confronto due personaggi: Oreste e Amleto, due facce della stessa medaglia. Al contrario di quanto accade ad Amleto, il dubbio esistenziale di Oreste consegue, anziché precedere, la vendetta: un piatto che Shakespeare preferisce servire freddo. L’interrogativo esistenziale del vivere (essere) o morire (non essere), che è alla radice dell’indecisione che impedisce ad Amleto di agire, si rivelerà, in Oreste, come atto finale di una vendetta istintiva: un raptus.

Lo spettacolo è un’occasione per condividere con il pubblico non solo il processo creativo ma anche alcune riflessioni sul concetto di giustizia: se per i greci era necessario istruire la polis ad una nuova idea di giustizia, istituendo il primo tribunale umano, oggi rimane il dubbio sulla riuscita degli intenti dei nostri antenati. La giustizia potrebbe dunque divenire in questa logica un mero punto di vista, in cui l’atto vendicativo, in alcuni contesti potrebbe per assurdo diventare “un altro modo per dire GIUSTIZIA”. “Appunti per un’Orestea nello sfascio” è un affondo nella materia drammatica dell’unica trilogia tragica a noi pervenuta, l’Orestea di Eschilo. Addentrandomi tra le fila di un’opera capitale per la letteratura drammatica mondiale, non ho voluto riproporre necessariamente un’ulteriore e aproblematica interpretazione della fabula (l’orrendo ciclo di delitti che culminano con la pazzia di Oreste), ma penetrare nella decadenza dell’inconscio collettivo, in cui si inserisce lo sfascio e la crisi di valori della nostra società. È da qui che muove il progetto, proponendosi di sondare, attraverso la prassi teatrale, la relazione di un’intera collettività con la crisi sociale, politica ed economica. L’intento finale è dunque di interrogare il nostro reale, per provare a capire cosa si cela dietro la precarietà delle emozioni che asfissiano il nostro quotidiano, per smuovere l’indifferenza e pilotarla verso il cambiamento. Per cambiare l’oggi ci volgiamo indietro, ai passi che abbiamo compiuto, al mito. Un mito che continua instancabilmente a dirigerci, seppur calato in un contesto sociale nuovo. A rimanere totalmente invariato è il peso latente di un peccato originale che si tramanda di famiglia in famiglia, di generazione in generazione, di popolo in popolo. Attraverso gli occhi di Oreste, parteciperemo al sogno infranto di un ragazzo di oggi, il sogno di creazione di una nuova coscienza collettiva. “L’utopia è spesso lo smascheramento più violento della cancrena del nostro mondo”. Il teatro è un fare, un fare insieme, un fare collettivo. -La scena è una pagina tridimensionale di scrittura- come direbbe Maurizio Grande, uno dei padri della semiotica teatrale. Il mio augurio è che si possa scrivere un’altra pagina di teatro, insieme. Terry Paternoster/Collettivo Internoenki

Terry Paternoster, autrice, regista e attrice teatrale, nasce nel 1979 a Milano. Dopo il Diploma d’Arte Drammatica, si laurea in Arti e Scienze dello Spettacolo – Teatro e Arti Performative, alla Sapienza di Roma. Qui inizia la sua carriera professionale, occupandosi principalmente di teatro. Lavora con registi italiani e stranieri. Come attrice-autrice-regista, riceve numerosi riconoscimenti: Premio Scenario per Ustica – Napoli Teatro Festival E45 Fringe Festival – Premio RadioRAI Microfono di cristallo – Premio Pivi – Rome Web Awards – Premio Imola per il Teatro, Chiave d’Argento – Premio “In Breve” Teatro Puccini di Firenze, ecc. Nel 2015 è ideatrice, cosceneggiatrice e regista della serie “Welcome to Italy”, la prima serie web sui nuovi italiani, che racconta la realtà dell’integrazione degli immigrati di seconda generazione. Tradotta in 8 lingue, 11 nomination al Rome Web Awards, in concorso al Festival of Medellin, Colombia. Interamente girata presso il centro policulturale Baobab di Roma, la serie fa parte di un progetto finanziato dal Ministero dell’Interno attraverso il Fondo Europeo per l’integrazione dei cittadini dei Paesi Terzi. È fondatrice e direttore artistico dell’Associazione di promozione sociale per la Ricerca INTERNOENKI (collettivo teatrale indipendente dal 2010). Dal 2014 conduce seminari e laboratori all’Università di Roma, Bologna, Udine, L’Aquila, Bari e Napoli.

24 – 25 marzo 2018

Fondazione Teatro della Toscana

LEONARDO DA VINCI. L’opera nascosta

di e con Michele Santeramo

immagini di Cristina Gardumi

Questa storia è tutta inventata.

Leonardo Da Vinci ne è il protagonista perché è uno dei pochi personaggi che, per tutta la sua sapienza e il suo ingegno e il suo genio, può risolvere, o almeno provarci, il più grande caso irrisolto che riguarda l’essere umano nella sua sfera artistica, scientifica, vitale: il passaggio.

Già, proprio quello. È l’unico al mondo a poterci riuscire. Gli viene in mente di provarci in un pomeriggio di primavera, mentre guarda una battaglia nella quale un esercito usa le armi che lui ha inventato. Le sue opere diventano così un percorso di studio, il tempo nel quale vive diventa il contesto nel quale far attecchire la sua curiosità, per inventare un’altra realtà, che si specchi nell’arte e da quella prenda nuova coscienza.

Il racconto dialoga in scena con le immagini di Cristina Gardumi, primi piani di una umanità che ha a che fare con Leonardo e la sua opera nascosta.

Ovviamente, nessuno degli episodi che qui si raccontano sono accaduti veramente. Troppo spesso scambiamo le storie vere con quelle credibili; anzi, la credibilità delle storie è spesso legata al fatto che siano accadute veramente.

Ma se così fosse, se bastasse che un fatto sia accaduto per descrivere la realtà, allora la realtà sarebbe immutabile, non sarebbe mai messa in discussione, e le cose sarebbero semplicemente quello che sono. Non ci sarebbe scoperta, né invenzione, né arte, se non si potesse tradire la realtà inventandone una plausibile.

Preferisco pensare che “le storie, raccontandole, da vere diventano inventate e da inventate, vere”. Come i sogni, che non esistono nella realtà ma che una volta sognati, eccoli lì palpitanti, a farti sudare e spaventare e ridere.

Michele Santeramo è autore di testi teatrali.

Nel 2011 vince il Premio Riccione per il Teatro con il testo “Il Guaritore”.

Nel 2013 vince il Premio Associazione Nazionale Critici di Teatro (ANCT),

Pubblica nel 2014 il romanzo “LA RIVINCITA” edito da Baldini e Castoldi e in scena con la regia di Leo Muscato.

Vince nel 2014 il premio Hystrio alla drammaturgia.

Scrive, nel 2014, “Alla Luce”, per la regia di Roberto Bacci e la produzione di “Fondazione Pontedera Teatro”. Il Guaritore è fra gli spettacoli finalisti del premio UBU 2014 come migliore novità italiana e ricerca drammaturgica. Nel 2015 il Centro per la Sperimentazione e la Ricerca Teatrale Pontedera della Fondazione Teatro della Toscana ha prodotto lo spettacolo ‘da leggere’ “La prossima stagione” di e con Michele Santeramo. Nel 2015 scrive per la produzione del teatro di Roma e la regia di Veronica Cruciani “Preamleto”. Nel 2017 scrive per la produzione del Piccolo Teatro di Milano “Uomini e no”, dal romanzo di Elio Vittorini. Scrive per il teatro Bellini di Napoli “Tito”. Nel 2017 il Teatro della Toscana produce “Il Nullafacente”, che lo vede in scena come protagonista, per la regia di Roberto Bacci.

De “Il Nullafacente” il critico Alessandro Toppi ha scritto:

 […] “E’ così che Il Nullafacente è teatro e, per questo, è un’opera destinata non ad avere pochi spettatori ma, … “pochi spettatori per volta”: che viva, e a lungo mi auguro, nei piccoli teatri d’Italia: lì dove solo i centimetri (annullabili dalla commozione) separano l’orlo anteriore del palco e la prima fila della platea; lì dove il buio è ancora un buio assoluto e il silenzio è un atto di rispetto e di partecipazione; lì dove ciò che vediamo continuerà a riguardarci anche quando saremo tornati a casa, avendo lasciato in noi un segno che perdura nel tempo; lì dove la parola detta da quest’arte riesce ad essere ancora parola autentica, di cui sentivamo il bisogno.”

5 – 8 aprile 2018

Viola Produzioni

TRAINSPOTTING

di Irvine Welsh, versione Wajdi Mouawad

traduzione Emanuele Aldrovandi

regia Sandro Mabellini

con Michele Di Giacomo, Riccardo Festa, Valentina Cardinali, Marco Bellocchio

costumi Chiara Amaltea Ciarelli

drammaturgia scenica Festa, Di Giacomo, Bellocchio, Cardinali

La società s’inventa una logica assurda e complicata, per liquidare quelli che si comportano in un modo diverso dagli altri. Ma se, supponiamo, e io so benissimo come stanno le cose, so che morirò giovane, sono nel pieno possesso delle mie facoltà eccetera eccetera, e decido di usarla lo stesso, l’eroina? Non me lo lasciano fare. Non mi lasciano perché lo vedono come un segno del loro fallimento, il fatto che tu scelga semplicemente di rifiutare quello che loro hanno da offrirti. Scegli noi. Scegli la vita. Scegli il mutuo da pagare, la lavatrice, la macchina; scegli di startene seduto su un divano a guardare i giochini alla televisione, a distruggerti il cervello e l’anima, a riempirti la pancia di porcherie che ti avvelenano. Scegli di marcire in un ospizio, cacandoti e pisciandoti sotto, cazzo, per la gioia di quegli stronzi egoisti fottuti che hai messo al mondo. Scegli la vita. Beh, io invece scelgo di non sceglierla, la vita. E se quei coglioni non sanno come prenderla, una cosa del genere, beh, cazzo, il problema è loro, non mio. Come dice Harry Lauder io voglio andare dritto per la mia strada, fino in fondo…

La storia di T è la storia di quattro ragazzi e una ragazza.

Mark Renton, disoccupato come la maggior parte dei giovani scozzesi della sua generazione, ha trascinato nella confusione e nella dedizione ad ogni tipo di droga i suoi amici d’infanzia.

Sick Boy, un appassionato di cinema e sciupafemmine, Begbie, un pericoloso outsider sempre alla ricerca della rissa, Tommy, un seguace del bodybuilding, e Alison, fidanzata di Sick Boy, che cerca di conciliare la sua dipendenza dalla droga con il suo ruolo di madre. Per ingannare la noia, i personaggi rubano, e si distruggono di eroina, tutti tranne Tommy, che vive un’altra forma di dipendenza.

Perché abbiamo deciso di realizzare adesso questo spettacolo, visto che il film di Danny Boyle è nella testa di tutti, e che recentemente è stato rinnovato con il sequel (T2)? Per mettere in scena persone che l’uomo medio non vuole vedere; perché i personaggi di questo romanzo ci costringono a farci domande sul funzionamento della nostra società. I personaggi di T passano il tempo fuggendo le loro responsabilità: non lavorano, ricevono sussidi di disoccupazione che spendono in droghe e alcool, perché la realtà della vita non li interessa. Al di là della questione della definizione di identità, onnipresente in scena, è la questione della dipendenza.

Sandro Mabellini – regista

Vive e lavora tra l’Italia e il Belgio. Si diploma come attore alla Scuola di Teatro di Bologna; si perfeziona come regista con Luca Ronconi al Centro Teatrale Santa Cristina e come performer con la Societas Raffaello Sanzio. Si specializza come regista sugli autori contemporanei, tra cui: Joel Pommerat, Jon Fosse, Davide Carnevali, Martin Crimp, Albert Ostermaier, Patrick Marber. Vince il premio di produzione al Napoli Teatro Festival con Tu (non) sei il tuo lavoro, di Rosella Postorino, e con Casa di bambola di Emanuele Aldrovandi; vince inoltre il premio di produzione al Festival I Teatri del Sacro con Stava la madre di Angela Dematté.

12 – 22 aprile 2018

Amadio/Fornasari Teatro Filodrammatici di Milano

N.E.R.D.s – sintomi

testo e regia Bruno Fornasari

con Tommaso Amadio, Riccardo Buffonini, Michele Radice, Umberto Teruso

scene e costumi Erika Carretta

allestimento Enrico Fiorentino, Andrea Diana

assistenti alla regia Emanuela Caruso, Chiara Serangeli

produzione Teatro Filodrammatici di Milano

Una famiglia tradizionale. Padre, madre e quattro figli maschi. È il 50° anniversario di matrimonio dei genitori e, per l’occasione, i figli Nico, Enri, Robi e Dani – insieme ad altri parenti e conoscenti – si ritrovano in un agriturismo per festeggiare. L’idea è quella che tutto sia perfetto, con tanto di torta nuziale, discorso dei figli e fotografie agli sposini nel parco, vicino al laghetto con le paperelle, o sotto a un paio di alberi secolari sopravvissuti al tempo, proprio come il loro rapporto. I festeggiamenti si svolgeranno in tutta sicurezza perché il parco è stato da poco recintato per evitare che la marmaglia di stranieri là fuori possa entrare a disturbare i clienti. All’una in punto verranno serviti gli antipasti. È appena mezzogiorno e, a parte un eccesso di latticini nel menù, tutto sta andando come previsto. Ma l’arrivo di un ospite indesiderato rompe la quiete apparente: si tratta di Laura, una donna divorziata con due figli che non sta molto simpatica a mamma, lascia indifferente papà, ha fatto innamorare Enri ed è stata l’ultima amante di Nico. In poco tempo l’ora di attesa prima del buffet all’aperto si trasforma per i fratelli in un incubo di bruciori di stomaco, rabbia repressa, frustrazioni, paure, ansie e violenza che lascerà segni indelebili quanto invisibili in tutti quanti, ad esclusione degli ignari genitori, che intanto si godono le prime istantanee del coronamento di una vita insieme. Nico è sposato con Rita, da poco rimasta incinta, ma vorrebbe stare proprio con Laura che invece sta ricucendo con Enri una delusione patita due anni prima. In apparenza gli altri due fratelli, Dani e Robi, si direbbero estranei a qualunque triangolazione amorosa, essendo Dani omosessuale e Robi interessato solo a completare il discorso da fare per papà e mamma. Ma le apparenze, in questa micro comunità fatta di egoismi e tanti silenzi, sono bombe inesplose pronte a detonare alla minima scintilla. Nella pratica ognuno cerca di star meglio come può e per riuscirci chiede aiuto alla medicina, alla dieta o a una qualche forma di spiritualità che possa alleviare i sintomi di una solitudine inespressa, un isolamento pubblico incapace d’includere l’altro come sollievo emotivo. N.E.R.D.s racconta, attraverso la metafora di una famiglia tradizionale a dominante maschile, l’instabilità emotiva e culturale di una generazione che tiene a modello, suo malgrado, un passato ormai anacronistico ed è incapace di un presente autentico. Sul futuro invece nessuno riesce a sbilanciarsi, perché a guardare avanti, dicono, si vede solo sfuocato. I quattro fratelli interpreteranno tutti i ruoli coinvolti nell’ora di delirio che li separa dall’inizio del pranzo, come se il vero nemico da sconfiggere fosse molto più vicino di quanto si possa immaginare. Lo spettacolo è una commedia dal cuore nero, provocatoria e irresponsabile, che parte dalla famiglia come rassicurante paradigma di una società sana per raccontarci il rovescio della medaglia: un quarto stato post moderno che cerca di liberarsi da paure e inquietudini tutte contemporanee, nell’ansia di rimandare il futuro e conquistarsi un presente a lunga scadenza.

Bruno Fornasari – autore e regista dello spettacolo Autore, attore e regista, co-direttore del Teatro Filodrammatici di Milano. Ha un’esperienza registica trasversale, che va dalla prosa alla lirica, al musical e al multimediale. Tra le collaborazioni internazionali, è Associate Director di Mamma Mia! per Stage Entertainment e membro dell’Advisory Board di Ecole des Ecoles, network europeo di formazione d’eccellenza nelle arti performative. Insegna recitazione all’Accademia dei Filodrammatici e cura progetti didattici per l’Accademia della Scala. Consulente artistico per grandi eventi, è formatore in vari ambiti professionali con riferimento alla metafora teatrale.

3 maggio 2018

Piccola Compagnia Dammacco

ESILIO

con Serena Balivo e Mariano Dammacco

ideazione, drammaturgia e regia Mariano Dammacco

con la collaborazione di Serena Balivo

luci Marco Oliani

cura dell’allestimento Stella Monesi

ufficio stampa Raffaella Ilari

foto di scena Pino Montisci

produzione Piccola Compagnia Dammacco

con il sostegno di Campsirago Residenza

con la collaborazione di L’arboreto Teatro Dimora di Mondaino

e di Associazione CREA/Teatro Temple, Associazione L’Attoscuro

 

Spettacolo vincitore Last seen 2016 (miglior spettacolo dell’anno su KLP)

Spettacolo finalista al Premio Rete Critica 2016

Serena Balivo finalista al Premio Ubu 2016

 

Dedicato a Paolo Ambrosino

La Compagnia ringrazia per il confronto durante la preparazione dello spettacolo Fabio Biondi, Fulvia Crotti, Elena Di Gioia, Gerardo Guccini, Saverio La Ruina, RubidoriManshaft, Arianna Nonnis Marzano, Francesca Romana Recchia Luciani, Luigi Spezzacatene, Paola Tripoli, Clarissa Veronico.

 

ESILIO racconta la storia di un uomo come tanti al giorno d’oggi, un uomo che ha perso il suo lavoro. Quest’uomo, interpretato da Serena Balivo en travesti (seconda classificata al Premio Ubu 2016 nella categoria “Nuovo attore o attrice under 35”), insieme al suo lavoro, gradualmente perde un proprio ruolo nella società fino a smarrire la propria identità, fino a sentirsi abbandonato e solo seppure all’interno della sua città, fino a sentirsi finalmente costretto a chiedersi come e perché è finito in tale situazione. E così gli spettatori possono partecipare al goffo e grottesco tentativo di quest’uomo di venire a capo della situazione dialogando con se stesso, con la sua coscienza forse, con la sua anima o magari con le sue ossessioni.

Lo spettacolo, con drammaturgia originale e centrato sul lavoro d’attore, cerca di offrire a ogni spettatore una riflessione sul nostro presente e di creare una sorta di memoria dell’oggi. I linguaggi scelti sono quelli del surrealismo e dell’umorismo perché lo spettacolo possa offrire a ogni spettatore visioni della vita di tutti noi in una forma trasfigurata che ne evidenzi le contraddizioni e suggerisca qualche interrogativo su questo nostro modo di vivere.

ESILIO è il secondo passo della “Trilogia della Fine del Mondo” ideata nel 2010 da Mariano Dammacco e in corso di realizzazione ad opera della Piccola Compagnia Dammacco. Il primo passo è stato lo spettacolo L’ultima notte di Antonio prodotto da Piccola Compagnia Dammacco e Asti Teatro nel 2012, con la collaborazione di Campsirago Residenza e di L’arboreto Teatro Dimora di Mondaino. Il terzo passo della Trilogia è in programma per il 2018 con la realizzazione di uno spettacolo intitolato La buona educazione.

PICCOLA COMPAGNIA DAMMACCO

La Piccola Compagnia Dammacco è composta da Mariano Dammacco, attore, autore, regista e pedagogo teatrale di esperienza ventennale, Serena Balivo, attrice, e Stella Monesi, disegnatrice e tecnico. La compagnia svolge le proprie attività perseguendo un’idea di teatro etico, un teatro che sia d’arte e d’autore e, al tempo stesso popolare, ovvero accessibile a tutti per contenuti e linguaggi. In particolare, si occupa della produzione di spettacoli teatrali con drammaturgia originale e centralità dell’attore nel lavoro per la scena (L’ultima notte di Antonio, L’inferno e la fanciulla, Esilio).

Premi e riconoscimenti: ESILIO è vincitore di Last Seen 2016 (spettacolo dell’anno su Krapp’s Last Post), è finalista al Premio Rete Critica 2016, al Premio Cassino OFF 2017, al Premio Museo Cervi, è spettacolo selezione In Box 2017; L’inferno e la fanciulla è finalista al Premio In Box 2016.

Serena Balivo è vincitrice del Premio Nazionale Giovani Realtà del Teatro 2011 e seconda classificata al Premio UBU 2016 nella categoria “nuovo attore o attrice”.

Mariano Dammacco è vincitore del Premio nazionale di drammaturgia Il centro del discorso 2010 con il testo L’ultima notte di Antonio e, precedentemente al percorso con la compagnia, è vincitore del Premio ETI/Scenario 1993 con lo spettacolo Sonia la Rossa e del Premio ETI/Vetrine 1996 con lo spettacolo Amleto e la Statale 16.

La compagnia ha portato il proprio lavoro all’interno di prestigiosi festival: Primavera dei Teatri, Teatri di Vetro, Tramedautore, Asti Teatro, Castel dei Mondi, Vie. Scena Contemporanea Festival, Concentrica, Torino Fringe Festival, L’opera galleggiante, Il giardino delle esperidi, FIT Festival (Svizzera), Festival PAN (Slovacchia) e ha avviato collaborazioni con L’Arboreto Teatro Dimora, ERT-Emilia Romagna Teatro, ATER-Associazione Teatrale Emilia Romagna, Regione Emilia Romagna.

L’arboreto Edizioni ha pubblicato i libri “L’inferno e la fanciulla” di Serena Balivo e Mariano Dammacco e “ESILIO” di Mariano Dammacco. Le pubblicazioni comprendono le drammaturgie degli spettacoli, le illustrazioni originali di Stella Monesi e un apparato critico in forma di conversazione tra Mariano Dammacco, Serena Balivo e Gerardo Guccini, docente di Drammaturgia presso l’Università di Bologna e attento osservatore delle interazioni fra testo e spettacolo sia nelle esperienze storiche che in quelle contemporanee.

BRANCACCINO
Via Mecenate 2, Roma – http://www.teatrobrancaccio.it

Biglietto: 14,00 € + 1,50 € d. p.

card open 5 ingressi: 55 €

Prevendita su Ticketone.it e presso i punti vendita tradizionali

BOTTEGHINO DEL TEATRO BRANCACCIO 

Via Merulana, 244 | tel 06 80687231 | botteghino@teatrobrancaccio.it

22-23 febbraio 2018

22-23 marzo 2018

26-27 aprile 2018

10-11 maggio 2018

Sala Umberto / Stap

CLASSICI DEL SECOLO FUTURO

Quattro riscritture senza paura

Rassegna di atti unici degli allievi attori della STAP Brancaccio

 

I “Classici del secolo futuro” sono quattro spregiudicate riscritture di alcuni testi teatrali classici nella forma di atti unici della durata massima di un’ora. Riappropriarsi senza paura né timore reverenziale della comica e disperata vitalità di questi oggetti spettacolari significa restituire loro non solo la contemporaneità, ma rileggerli alla luce di quello che intanto è accaduto nelle vite nostre e del pubblico. Si occupano, infatti, della riscrittura e dell’interpretazione dei testi gli allievi del Terzo anno della Stap, Accademia di recitazione, drammaturgia e regia, provocati e sostenuti dagli insegnanti e dalle molte esperienze creative vissute nel triennio.

biglietto: 8 € | fuori abbonamento

Laboratorio di visione e scrittura critica

a cura di Teatro e Critica

La scena ha bisogno di sguardi aperti per poter essere osservata, interpretata e messa in crisi; la scrittura può essere il mezzo adatto per ragionare sulle arti performative.

Il workshop mira a costruire una visione approfondita, consapevole e costantemente aperta al dialogo e alla condivisione. I partecipanti saranno coinvolti in un gruppo di lavoro che seguirà 10 spettacoli della rassegna 2017/2018 di Spazio del racconto e, simulando una redazione giornalistica, produrrà contenuti editoriali pubblicati sul web. Il laboratorio sarà articolato durante la stagione da fine ottobre a inizio maggio con due incontri al mese.

Costo 150 euro

Per info e modalità di iscrizione teatroecriticalab@gmail.com

Scadenza iscrizioni entro il 20 ottobre 2017

23 – 24 – 25 marzo 2018

SECONDA MANO

da un romanzo a una drammaturgia

laboratorio di Michele Santeramo

Spesso, nel corso dei laboratori di drammaturgia che mi è capitato di tenere, è arrivato un momento in cui qualcuno ha chiesto: ma se abbiamo una storia già scritta in un’altra forma, e ne vogliamo fare una drammaturgia, che facciamo? Normalmente, i tempi dei laboratori consentivano risposte brevi, rari approfondimenti, e spesso ci si è lasciati con la domanda ancora aperta e qualche tentativo di risposta appena accennato. È da questo che nasce l’idea di questo laboratorio, dal tentativo di condividere un metodo che consenta di avere qualche strumento in più per fare questo esercizio di mestiere e, quando si è fortunati, d’arte, che è quello di far prendere forma di drammaturgia a un’opera che è nata come un romanzo. Si lavorerà sulla struttura narrativa e sui dialoghi, con una particolare attenzione a questi ultimi. Nel tentativo di capire com’è possibile che una battuta ben scritta sulla pagina di un romanzo, quando la si mette in scena, a volte risulta stonata, fuori contesto; per approfondire la forma del dialogo “esploso” come quello del romanzo, e cambiarla in quella del dialogo “imploso” che è tipico della drammaturgia. Un approfondimento su una dinamica del lavoro che è alla base delle richieste che sempre più spesso vengono fatte agli autori: non la riscrittura ma la scrittura di “seconda mano”, dalla pagina verso il corpo della scena

Costo 150 euro

Per info e modalità di iscrizione brancaccino@teatrobrancaccio.it

Scadenza iscrizioni entro il 10 marzo 2018

CineRecensioni

FESTA DEL CINEMA DI ROMA 2017

CineDiario II

di Sarah Panatta

Risultati immagini per last flag flying

 

Arriva alla terza giornata il “film”. From Vietnam to the funeral. Larry “Doc” Shepherd, impiegato diligente e capo famiglia coscienzioso. Salvatore Nealon, marine inappuntabile e altrettanto sfacciato anarcoide ubriacone senza pelo sulla lingua e tanto meno nelle ciniche budella (cardine della storia, il sublime Bryan Cranston della serie ormai cult Breacking Bad). Richard Mueller, prima puttaniere in lidi bellicosi poi reverendo fedele, infuocato predicatore e diligente consorte, sia della moglie pragmatica che della comunità devota. I tre cavaliere di neo apocalissi da station-wagon, dopo aver servito insieme in Vietnam si riuniscono, diversamente travolti da tumultuose decadi di drammi quotidiani, per dare degna sepoltura al figlio Marines di Doc. Un nitido scrutare nell’oscuro poco scrutato o scrutabile, nel nuovo film di uno tra i più eclettici, coerenti e produttivi “autori” della nuovissima Hollywood. Last Flag Flying, di Richard Linklater in concorso alla XII Festa del Cinema di Roma.

Tre star, Bryan Cranston, Steve Carell, Laurence Fishburne. Tre “ex”… Loro in Vietnam sparavano ai “musi gialli”, cercavano prostitute e si facevano di anfetamine. Poi ognuno di loro ha affogato o redento la propria esistenza riciclandola in abiti borghesi. Collante e motore dell’azione il pacato Larry, che per seppellire il corpo e la morte stessa del suo unico figlio (e di parte della sua vita) richiama a sé i vecchi commilitoni strappandoli all’incerta nuova quiete della routine e gettandoli in un rocambolesco viaggio. In mezzo scorre un fiume, di ricordi e di ricomposizioni, di verità come di salme, di scheletri dentro e fuori l’armadio, di amici morti in circostanze assurde e allucinate, di guerre inutili e ingiuste, di governi mendaci, di propositi sinceri e spudorati nel Paese delle maschere e degli inganni.

Risultati immagini per last flag flyingBar alla deriva, prediche raffinate, cazzi duri e cazzi depressi, camion con montacarichi idraulici e idrauliche dell’emozione, viaggi abissali e cimiteri rifiutati, colletti da rete e stelline di divise, ammutinamenti inevitabili e bevute rivelatrici. Autore della trilogia iniziata con Before Sunrise con il suo attore feticcio Ethan Hawke protagonista poi di Boyhood; ma anche di esperimenti come A Scanner Darkly del quale alcune tematiche ritroviamo in Last Flag – tra le quali la paranoia (anti)sociale, gli “abiti” che disindividuano le identità e le stratificano, i meccanismi oppressivi e appunto “oscuranti” del potere e il doc Fast Food Nation. Linklater scrive e struttura un’opera serrata travolgente e perfino ricattatoria nel fluido magnetismo di dialoghi esilaranti e laceranti al tempo stesso. Il tempo di una storia divertente e paradigmatica, di bandiere mentali e di affetti reali.
Fratelli nella notte, pronti ad ogni ultimo e insieme primo viaggio. From the funerali to a “waking life”.

 

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Controparte retorica di Last Flag: Stronger. Eroe all american, che risorge dalle ceneri del terrorismo, dalla sedia a rotelle agli stadi, Jake  Gyllenhaal è Jeff Bauman.

A Jeff i capelli puzzano di pollo morto, la sua birra porta fortuna al campionato di baseball, la sua ragazza lo ha mollato per l’ennesima volta, a sua madre tocca l’ennesima sbronza in quella casa piena di calore e di rimpianti. Jeff crede nella fatalità e nell’amore e a ricomporre pezzi, anche quelli del proprio corpo.

Ricostruisce la storia di un vero eroe americano, in una storia dalle retorica prettamente WASP il melodramma firmato da David Gordon Green, Stronger, in concorso alla XII edizione della Festa del Cinema di Roma, con un sempre strepitoso e camaleontico Jake Gyllenhaal, uno dei più smaglianti interpreti della sua generazione e non solo. Prova d’attore magistrale in un film che infiltra l’epos più tipicamente americano, di buoni sentimenti e insieme di alcune macro contraddizioni della famiglia disfunzionale, altrettanto americana.
Gordon Green racconta tra immagini reali e romanzo cinematografico, lo sfortunato percorso del giovane Jeff, che per incitare la sua ex forse di nuovo futuro fidanzata Erin durante la maratona di Boston del 15 aprile 2013 da lei percorsa, finisce nel mezzo dell’attentato che con due deflagrazioni causate da due pentole a pressione riempite di oggetti contundenti e fatte esplodere con comune polvere da sparo, ferì 264 persone e ne uccise tre. Jeff resta mutilo delle gambe e a fianco della sua compagna Erin inizia la riabilitazione, la ricerca delle “nuove” gambe tra madri tossiche, dipendenze e sensi di colpa misti, popolarità mediatica e senso di inadeguatezza, bisogno di crescita personale e di libertà.

Risultati immagini per strongerRacconto di formazione oltre che di propaganda nazionale abilmente confezionata. La narrazione poco si sofferma sulle origini dell’attentato, additando gli attentatori come “terroristi”, appellativo generico e ancor più inquietante a cui ci hanno abituato le breaking news prima e i titoli quotidiani e social oggi, e illuminando il film del messaggio filo occidentale già conosciuto per cui l’America deve imparare dai suoi paladini per difendersi dalla continua minaccia esterna, quel “terrorismo”. Mitologia della frontiera che prosegue, la stessa tramandata da tantissima cinematografia made in USA, non ultimo in parte il colossal di Cooper visto al Festival quest’anno, Hostile.

 

CineRecensioni

FESTA DEL CINEMA DI ROMA 2017

CineDiario III

di Sarah Panatta

 

Risultati immagini per I Tonya

“Fottetevi, sono la migliore”, è spudoratamente falso-vero il biopic sulla celebre pattinatrice Tonya Harding e il suo incubo americano che ha infiammato il pubblico della quarta giornata della Festa.
Perché il terrore corre, anzi volteggia, sul ghiaccio. Piste delittuose e sogni infranti.
I, Tonya. Vera falsa vicenda di una vera famiglia “ammazzatutti”, covo di bugie e violenze che ha nutrito uno dei miti (americani), la pattinatrice (poi pugile e madre) Tonya Harding, raccontata con ritmo incessante e primi piani ammiccanti, tra scaltro quasi alleniano mockumentary e dramedy travolgente, da Craig Gillespie, in concorso alla Festa del Cinema di Roma 2017.
Alla gente Tonya piace o non piace. Come l’America. Tonya è l’America…
Abituato al racconto del sur-reale americano (vedi Lars e una ragazza tutta sua, ad esempio) Craig Gillespie spettacolarizza senza prudenze, sfruttando i virtuosismi più moderni della messa in scena, la sceneggiatura ad incastro di Steven Rogers, che depreda arguta e clinica quanto sfacciata (come i suoi protagonisti) la storia e le cronache, le testimonianze e le supposizioni sulla vita della pattinatrice più famosa del mondo, la “volgare” Tonya. Figura ancora controvera e quanto mai simbolica di un’America in perenne ristrutturazione e negazione delle proprie identità, Tonya è un poderoso ensamble di complessi psicologici e di innate doti fisiche, che le permisero di battere record sportivi (fu la prima pattinatrice americana ad effettuare il difficilissimo e pericoloso salto chiamato triplo “axel”) e di devastare il proprio vissuto privato. Povera campagnola che non sa fare altro che pattinare, e meglio di chiunque altro forse, vittima di una società ottusa e omertosa, di una madre-manager glaciale, manesca e dittatoriale oltre ogni limite genitoriale valicabile, Tonya molla la scuola e mentre vede la madre franare tra fumo e mariti in fuga, si allena senza sosta e si sposa troppo inesperta con Jeff Gillooly, un uomo patetico e ricattatorio, alter ego debole e idiota della madre. Nei fatti, una storia di idioti, come dice uno dei giornalisti che Gillespie “intervista” in questa artificiale barocca e cinica ricostruzione che non può trovare la verità ma fa parlare tutti ognuno con una sua multipla ambigua versione. Idioti che si infilano nel vicolo cieco del crimine, quando la competizione per le Olimpiadi diventa sempre più affannosa e mentre Tonya cerca di restare in forma, stressata dalle percorsse del marito e dalla propria coazione ad autosabotarsi con uomini narcisisti e cruenti, proprio Jeff sembra tradirla più pesantemente di tutti, commissionando un attentato alla principale rivale di Tonya, Nancy Kerrigan, a cui viene rotto un ginocchio. Nonostante le rocambolesche avventure sui rotocalchi, la pressione delle televisioni, l’odio familiare e i terremoti dell’opinione pubblica, le due si affrontano alle Olimpiadi. Il resto è storia. Quella dei giornali e dei processi, che videro Tonya bandita dal pattinaggio e dagli allori mediatici.
Prodotta e rigurgitata dai massmedia, a cavallo tra anni ’80 e anni ’90, la più “VIP” dopo Clinton all’epoca dei fatti, colpevole e insieme innocente, arrogante e insieme genuina star (interpretata da una formidabile Margot Robbie) di un sistema alle soglie della massificazione social e già in piene guerre del petrolio, un sistema che si divora bulimico ammalando i suoi figli, Tonya è una di loro, una i noi, imperfetta e in fondo sola.
Tonya, l’America.
Sola e straniera, anche la protagonista di Prendre le large, favola postcoloniae e dramma intimista firmato da Gaël Morel. Delocalizzazione, cambio di clima, scambio di solitudini. Edith e la sua emigrazione marocchina.Risultati immagini per Prendre le large
Dalla campagna francese, enormemente desolata, all’incatato caos di Tangeri, città “più di matti che di gatti”. Edith, vedova e con un figlio che non vede mai e che ha smesso di volerla nella sua quotidianità (tanto da non dirle che si è unito civilmente con il suo compagno), deve lasciare il suo lavoro di operai tessile a causa della chiusura degli stabilimenti europei, spostati in lidi dove la manodopera è sfruttata con conveniente ribasso. Accetta così nello sbugottimento delle colleghe e delle loro “cazzate sindacali” il tarsferimento africano, in una fabbrica dove tra assoggettamento fascistoide, macchinari dissestati, ricatti continui e politiche blindate la delicata e intimorita Edith scivola dalla padella alla brace.  A, dopo scippi, lavori forzati e nuovi licenziamenti, Tangeri trova il “suo” posto solo nella pensione a buon mercato diretta dalla scorbutica (perché) emancipata problematica Mina, divorziata e con un figlio a carico. Dal loro rapporto, inizialmente litigioso, inizia il risveglio di Edith.
Viaggio di nostalgia, storia di non detti e di rinascite, di lotte al femminile e di famiglie allargate possibili, quella firmata da Gaël Morel, Prendre le large, in concorso alla XII Festa del Cinema di Roma. Un melting pot aggraziato, pacato, ritratto pittorico e introspettivo di un percorso di cambiamento o meglio di ri-conoscimento per la protagonista, attualizzato alla società che si ritira sempre più in barricate razziste mentre è costretta dai suoi stessi meccanismi ad aprire varchi o forse uscite di sicurezza tra le sue barriere econimiche e culturali. Morel si affida al nitore della fotografia e al contrappunto solido ed equilibrato tra le due magistrali protagoniste interpretate dalla veterana bionda Sandrine Bonnaire e dalla affascinante e bizzosa “autoctona” Moune Fettou. Ne emerge unimplosivo e ottimistico scontro di civiltà per un ristorante nella periferia portuale di Tangeri.
Luogo dell’anima dove si cuciono nuovi punti sul finito eppure infinitamente sorprendente tessuto della vita.