IL PRECIPIZIO. TEATRO DELLE VOCI PER DONATELLA E ROSARIA

di Tiziana Colusso

Il precipizio. Teatro delle voci per Donatella e Rosaria di Tiziana Colusso

Autore: Tiziana Colusso
Curatore: Iolanda La Carrubba, Valerio Di Gianfelice
In copertina opera di: Silvana Baroni
Edizioni EscaMontage
Collana: Plaquette teatro
Anno edizione: 2020
Pagine: 32
EAN: 9788831380065
€ 10,00

“Questo testo è per me il ritorno alla scrittura drammaturgica, sia pure sui generis e forse di difficile traduzione scenica. La partitura teatrale si presenta spontaneamente quando si tratta di ascoltare e trasmettere le molte voci che si accavallano intorno a un evento complesso e si dispongono in una polifonia. Il massacro del Circeo, perpetrato da tre rampolli dell’alta borghesia romana, appartenenti alla destra eversiva degli anni 70, induce a riflessioni che coinvolgono etica, politica, devianza psico-patologica, rapporti di classe oltre che rapporti uomo-donna, proprio negli anni dell’esplosione del movimento femminista. Per questo non lo si può liquidare come un semplice fattaccio di cronaca nera. È un “fattaccio brutto” ma soprattutto uno “gnommero”, per usare una parola gaddiana, un gomitolo di cause e concause, una rete che di nodo in nodo si fa larga a catturare le storie individuali e collettive”. (Nota dell’autore)

Nota di Claudiléia Lemes Dias

«Eravamo guerrieri, quindi stupravamo, rapinavamo, rubavamo»
Angelo Izzo

Nelle poche frasi riportate dagli assassini del Circeo nella plaquette Il precipizio: teatro delle voci per Donatella e Rosaria, l’autrice Tiziana Colusso ci offre un ritratto magistrale della forma mentis psicopatica: Donatella e Rosaria sono nient’altro che strumenti a servizio di un piacere sadico che trova nel massacro del corpo femminile il suo massimo godimento. Nella mente degli assassini del Circeo il sangue femminile versato rappresenta il passaggio dalla condizione di guerrieri a Re indiscussi del male: quale altro essere umano sarebbe capace di violare, seviziare e uccidere una donna con la massima crudeltà come loro? Ecco quindi l’auto incoronamento in quanto uomini sui generis, particolari e speciali.

Ridere e scherzare mentre Donatella e Rosaria «dormono» all’interno di quell’utero di lamiera, come descritto da Tiziana Colusso, dimostra il livello di serenità degli orchi che una volta sbranate le vittime abbandonano momentaneamente la tensione per rilassarsi sopra lo spettro del dolore recato.

Innalzare l’asticella di sadismo man mano che avanzano nella carriera criminale è il naturale percorso di questo tipo di personalità, eternamente in lotta contro le regole sociali e contro i principi che ci rendono umani.

Per lo psicoanalista e professore argentino Juan José Ipar i perversi si vedono come persone esuberanti e furbe. Sade si domandava sull’utilità di vivere frenando gli impulsi ignobili e malvagi: la cosa migliore e più facile per lui era sfogarli e poi usare l’intelligenza per sfuggire alla pena. Così come il cristiano cerca di imitare Cristo come esempio estremo di sottomissione alla Legge e alla mansuetudine, il perverso gode nella trasgressione e nella ribellione contro tutto ciò che è istituito e ritenuto socialmente prezioso.

Il perverso appare nei suoi racconti come colui che è “coraggioso”, l’unico che osa andare alla ricerca del piacere nei luoghi in cui suppone sia la sua fonte, cioè, nella malvagità. Avanza trionfalmente, come affermato da Ipar, per salvaguardare la sua personalità “esclusiva” sorreggendola su basi contorte.  

Padrona di un linguaggio poetico seppur tolto dai freddi e distaccati articoli della cronaca nera, Tiziana Colusso riesce a catapultarci in quel porta bagagli nel quale Donatella lotta per tornare tra noi, ricoperta dal corpo esamine di Rosaria.

Tutte noi donne eravamo lì con loro, perché a tutte noi è stato insegnato a non camminare per strade buie, a non accettare passaggi da sconosciuti, a non vestirci in una certa maniera, a non dire parole sconvenienti, a essere delicate e non comportarci come dei “maschiacci”, a non fare questo e quello se volevamo essere considerate “brave ragazze”.

E la vox popoli, come ci ricorda l’autrice, sa essere impietosa con chi sfugge alle ferree regole dettate unicamente a noi donne. Avranno una corazza protettiva, gli uomini, per riuscire a camminare tranquillamente per una strada buia senza paura che i loro corpi vengano violati e straziati dai loro simili? No. Eppure la vox popoli condanna Donatella e Rosaria per il fallimento dell’istinto di scappare sempre e di non fidarsi mai, come tuttora accade alle donne che osano accettare da presunti “bravi ragazzi” quei gesti gentili che si rivelano trappole fatali grazie a maschere perfette.  

Non c’è posto per la delicatezza quando si precipita e la caduta di Donatella e Rosaria è stata violenta e bruttale quanto violente e bruttali sono state le parole dell’avvocato di Izzo riportate dall’autrice: «I tre giovani non volevano uccidere la Colasanti. L’hanno colpita in testa ma non è uscito neanche un po’ di cervello.», come a dire che l’apice della violenza non era stato del tutto raggiunto da quei tre “bravi ragazzi” cultori della musica classica e più preoccupati di sapere se la carne di maiale si accoppiava bene con un Chateau Montbrian blanc.

Il precipizio: teatro delle voci per Donatella e Rosaria di Tiziana Colusso andrebbe messo in scena al più presto per fare da anticorpi a tante piccole e delicate farfalle che svolazzano leggere a ridosso di piante carnivore nate per divorare la loro bellezza e esistenza.  

Riflessione di Stefania Porrino

Cara Tiziana,
ho letto il tuo testo: intenso e ben costruito con l’alternarsi dei vari piani di narrazione e di linguaggio in una visione non cronacistica ma direi “cubista” del terribile fatto di cronaca che sconvolse a suo tempo anche me adolescente (Andrea Ghira frequentava il mio stesso liceo Giulio Cesare ed era amico di una mia compagna di classe che di lui diceva sempre: “è tanto dolce!”…).
Come dice nella prefazione la Cucchiarelli, si legge tutto d’un fiato e forse l’unico appunto che ti faccio è la brevità! Può senz’altro funzionare così com’è, come “corto” teatrale ma ti suggerirei di pensare ad un’altra versione più ampia in cui emerga anche il momento – importante nell’ottica del tuo testo e a cui potresti dare appunto più spazio – in cui le due ragazze cadono nel tranello.
In attesa di rivederci “in presenza” ti faccio tanti auguri per un Natale sereno e un 2021 migliore (non ci vuole molto!) del 2020!
Stefania

Recensione a cura Plinio Perilli

“… la ragazza rinasce donna
dall’utero di lamiera… “

Per Tiziana Colusso
che onora, rispetta e orchestra
tutte le voci da cui veniamo,
che ci abitano, si affollano,
inscenandosi ci contaminano:
ma proprio così ci salvano.

   Voce adolescente degli anni ’70 (l’autrice in sé medesima), la voce scomoda (Donatella Colasanti), la vox populi (che aggrega il Coro); e poi la voce di Circe, la voce degli scalatori, le voci assassine, altri echi di voci…

   “Ricordo che durante il viaggio verso Roma scherzavano: ‘Silenzio! Qui ci sono due morte’. E nel mangianastri avevano messo la colonna sonora dell’Esorcista“…

   Tiziana Colusso fa teatro delle voci, e con le voci, che le appartengono, torna sul c.d. Massacro del Circeo (29-30 settembre 1975) e ne ricava, tra flusso di coscienza e collage giornalistico, requisitoria giudiziaria e dibattimento antropologico culturale, impennata poetica ed agnizione culturale… un perfetto spaccato dell’Italia di allora, e che ancora – ahinoi – rischia di esserci radice, se non fossimo bravi, viceversa (e ci proviamo sempre, da sempre), a liberare anticorpi, a vaccinarci, autoimmunizzarci in proprio, a fare di quell’evento atroce un insegnamento perenne, un rito macabro ma rivelatorio, una inscenatio a futura memoria (Tiziana Colusso, Il precipizio, “Teatro delle voci per Donatella e Rosaria”, edizioni EscaMontage, Roma, 2020, pp. 28. Euro 10,00):

   “… È anche grazie a Donatella che noi oggi sappiamo nominare l’orrore… Lei e Rosaria, due cucciole cadute nella trappola per segnare, come in una via Crucis, il cammino di tutte le donne, loro che non avevano saputo annusare l’odore del pericolo.” 

   Con estro e culto di ogni malessere intellettuale (di più: martirio civile), Tiziana riesce a miscelare, catalizzare e chiamare ancor oggi alla ribalta queste voci di allora ma forse anche di sempre, a partire dalla voce scomoda di Donatella, ma soprattutto dalla sua voce “adolescente degli anni ’70”, che a questo punto diventa, in traslato e reperto diacronico, sia la buona che la cattiva coscienza del nostro irredimibile Paese senza, eh, sì, dixit Arbasino (il dialogo è serrato – il teatro concreto se ne riempie: e non è assolutamente scenario per metaforici teatri dell’assurdo), ma fondali e grandi campi o scenari battagliati per un’ardua, ribaltata crescita d’un paese modernamente medioevale a paese faticosamente civile…

   La renovatio, l’immagine desolatamente epocale, certo, è un dolore; ma anche un grido inarginabile e disperato, il groppo in gola agguerrito d’un ripetuto (e ribaltato) silenzio delle innocenti:

   “… in quel volto stravolto e coperto di sangue di Donatella che viene estratta dall’auto c’è un mito di rinascita, nel sangue nuovamente la ragazza rinasce donna dall’utero di lamiera, e rinasce per dire, per testimoniare, per far risuonare una voce di donna fiera anche se provata, per scoperchiare un verminaio da cui vien voglia di distogliere lo sguardo e l’ascolto… È anche grazie a Donatella che oggi sappiamo nominare l’orrore…”

*******

   Tiziana Colusso è assai abile e perspicua a far teatro con la realtà – ma evitando, aggirando dunque i rischi del nudo, post-verghiano e anticato verismo, o peggio le incombenze d’un orecchiato, imitato neo-neorealismo (basterebbero le tante, troppe e affettate fiction televisive o gli epigonali stilemi pseudo cinematografici), al servizio della interminabile, immarcescibile cronaca di ogni morte annunciata, e forse qui, una volta tanto, giubilata in destino archetipico, sentenza progressista:

   “… Ricordo bene, nonostante la mia astrazione di adolescente, la divisione di Roma per quadranti. Corso Trieste Parioli, Piazzale delle Muse, tutti luoghi segnati da bandierine fasciste. Eppure io ci vivevo, in quelle zone, nella maniera e destino miei peculiari di non coincidere mai con tempi e luoghi, di essere sempre leggermente fuori fuoco. Semplicemente vivevo con la mia famiglia in un ‘alloggio ufficiali’ di una caserma dei Carabinieri, luoghi spartani che poco avevano a che vedere con il lusso dei caseggiati ottocenteschi e delle villette coperte d’edera, con le macchine sportive parcheggiate sfacciatamente di traverso.”…     

   Ricorre e fa da fulcro un sostantivo, un’intuizione eminentemente gaddiana, lo gnommero: a significare l’intricato gomitolo delle cause e concause, delle colpe e dei sensi di colpa, dell’inconscio collettivo, che, junghianamente, è affollato di fin troppi io, ciascuno riflesso della parvenza, dolenza a specchio dell’altro…  

   “… Nello gnommero del mondo nessuna storia è separata dalle altre, nessuna creatura ha più o meno valore di un’altra creatura.”

   E mi piace che proprio da un autore donna sbocci – dolore sublima dolore – tutto il retaggio arcano e la nefasta incomprensione da parte delle cattive madri, più frequenti forse, e ahinoi madornali, fatali, di quelle bravi; capaci come sono di (dis)educare i figli secondo pessimi principi, borghesucci privilegi, perfetti parafulmini di ogni ignominia, schermo d’insipienza e negligenza assoluta: in sintesi, forma mentis criminale, feroce poetica e banalità del Male:

   “… Le madri, già… la mattina dopo ‘il fattaccio’, di buon ora per cercare di prendere in contropiede il destino, la madre dell’ottimo e già latitante Ghira si è precipitata nella villa con l’intento – per fortuna sventato dai carabinieri che l’avevano preceduta – di cancellare il angue da pareti e pavimenti. Un gesto che da solo è favoreggiamento aggravato, oltre che tradimento della sorellanza tra donne. C’è donna e donna. Ci sono anche le madri di avvoltoi, nutriti sin nella culla con manicaretti e mors tua vita mea.” 

   Perché qui tutto dunque diventa antidoto, e scienza dell’enigma, sacramento d’ogni ombra lunga che, isolata, non può o non potrà mai più lederci: “La presa di coscienza dell’ombra è il lavoro iniziale dell’analisi. Trascurare e rimuovere l’ombra, così come identificare l’io con essa può condurre a pericolose dissociazioni. Poiché l’ombra è vicina al mondo degli istinti, è indispensabile tenerne costantemente conto.” (cfr. C.G. Jung, Ricordi, sogni, riflessioni, a cura di Aniela Jaffè, Rizzoli, Milano, 2014).

   Ma tutta questa pièce è una polifonica presa di coscienza, provvidenziale e lievitata anche a istinto e momento creativo: gnommero che Tiziana sgroviglia e riaggroviglia, dipana e reimmerge in buco nero della Storia, forse, smagliatura e seduzione irreale, ancestrale, anche della nuda poesia:

   “Mi domando che madri avete avuto. Madri feroci, intente a difendere / quel poco che, borghesi, possiedono, / la normalità e lo stipendio, / quasi con rabbia di chi si vendichi / o sia stretto da un assurdo assedio. / Madri feroci, che vi hanno detto: / Sopravvivete! Pensate a voi! / Non provate mai pietà o rispetto / per nessuno”…

   Così, la grande, cadenzata e qui quasi inviperita poesia civile di Pier Paolo Pasolini, fa il paio con i teneri guizzi, direi ingenui e pressoché melodici singhiozzi lirici della Donatella Colasanti, che negli anni successivi battagliava in un interminabile, memorabile processo contro quel Precipizio, e insieme si salvava (cercava di farlo) raccogliendo sul suo stesso, nuovo percorso di ragazza interrotta, i fiori secchi ma ancora fulgidi della poesia:

   “Cammino nelle parole”, titolò infatti la sua plaquette del ’91, cui Roberto Roversi, grande poeta di “Officina”, amico e sodale di Pasolini nella loro Bologna di studenti, donò una breve ma sentita preefazione.

*******

   Brava Tiziana ad avere addomesticato la Storia ufficiale, asfittica e ferruginosa, in Mitologia recondita, e ad aver chiamato in scena, dramatis personae, creature vere così come individualità mitiche: pessimi, squallidi avvocati difensori e Dèe od eroine adatte per i grandi poemi – ma che per fortuna qui ci prestano, delirano lucide parole smitizzate, profezie inadeguate e balbuzienti, ma anche cabale affrante e rinsavite.

   Si pensi a quest’inedita, intrigante e modernissima figura, postura di Circe, meravigliosamente reoconfessa e anzi accusatrice, ribaltatrice dei crimini stessi a lei attribuiti, e che caparbia riconduce all’eterno maschilismo fedifrago del Potere e delle sue istituzioni…

   “Puellae! Non sapete leggere i segni! Eppure vi avevo mandato il mio messaggio chiaro, inciso nella roccia franata in mare a scoraggiare ogni possibile cammino, ad avvertire del pericolo. (…) Praecipitium, praeceps – praecipiti. Il precipizio doveva essere il vostro precettore, puellae! Precipizio, baratro, burrone, dirupo, rovina, tracollo. Piede in fallo.”      

   Lo gnommero (la dizione filologicamente esatta sarebbe “gliòmmero”, componimento poetico popolaresco in dialetto napoletano, in forma di monologo: dal lat. glomus = gomitolo), è questo mix – o meglio texture – di sacro e profano, stile e pensiero, lessico e cuore, negletta insondabile trama di Orgoglio e Pregiudizio, di Umiliati e Offesi… personaggi d’un romanzone che alla fin fine ci reclama e ci comprende tutti, è il Precipizio e l’extrema ratio, la fatidica via d’uscita della nostra storia; talmente stratificata, fossilizzata, che è dir poco misurare il tempo del quando o la distanza del lontano… Ci vuole infatti una dea, anche maliarda e infausta come la maga Circe (guardacaso, sorella del re della Colchide Eeta, la cui figlia Medea si innamorò e aiutò poi Giasone) per raccontare la triste e cruda verità agli uomini, la verità degli uomini obbrobriosi… Udite udite, Circe era insomma la zietta di Medea! Buon sangue, non mente…

   “… Mi hanno appellata ‘Maga, Phamakis’, per questo mi hanno esiliata. Ho il dono di saper mutare gli esseri nella loro forma più vera, nella loro essenza. Si dice di me che trasformo gli uomini in maiali. Ma la verità è che trasformo gli esseri in ciò che già sono, non faccio altro che manifestare la loro vera natura, come uno specchio magico che riflette ciò che è. Sciacalli, vermi, serpenti, topi di fogna. E maiali, certo.”

   “Dall’Ade alla luce” – ho scritto io stesso ricordando la povera e cara Donatella – di ogni lunga ombra possiamo, dobbiamo fare tesoro, sentenza, sapienza, teatro di una parola che curi, resti, confessi e condanni: ma a nuova pace, a nuove tregue nei cuori finalmente rinfrancati, liberati d’ombre, armonia contro ogni dissidio…

   “Il sortilegio della voce” – recita la Voce di Circe – “è il più potente, vocate le vostre ragioni, puellae, diventate avvocate di voi stesse e stendete materne il sortilegio alle donne più giovani, come una rete di parole potenti più di qualsiasi formula magica. Io ho scelto infine di essere mortale, ma se c’è una cosa immortale sono proprio le voci del giusto e del vero.”      

   Ben venga un nuovo ma fedelmente antico, consacrato teatro – anarchico  ed emotivo, eppure profondamente devoto ai loro, nostri significati – che  che onori, rispetti e sappia orchestrare tutte le voci da cui veniamo, che ci abitano, si affollano, inscenandosi ci contaminano: ma proprio così ci salvano.

Alessandra Porro su “Il precipizio”

Ricordo come fosse ieri la brutale violenza subita dalle povere Donatella Colasanti e Rosaria Lopez in quel fine settembre del 1975, episodio tristemente conosciuto come “il massacro del Circeo”. Avevo appena compiuto 14 anni e come Donatella e Rosaria vivevo la mia adolescenza con i sogni, le paure ma anche la spensieratezza tipiche dell’età. Quante volte avevo fatto l’autostop per raggiungere il paese prossimo alla casa delle vacanze o ero uscita insieme alle amiche con ragazzi appena conosciuti in un bar o in spiaggia davanti ad un fuoco con la chitarra. Sembrava tutto così semplice e spontaneo: l’amicizia, le parole, le risate e talvolta ci scappava anche qualche bacio.

Poi d’un tratto tutto mutò e conobbi il baratro. Di colpo capii che Donatella e Rosaria avremmo potuto essere io, Francesca, Luisa e Patrizia. Che era stata solo una questione di fortuna non essere cadute nel “precipizio” come lo chiama Tiziana Colusso nella sua plaquette teatrale. Donatella e Rosaria eravamo tutte noi ragazze di allora, figlie del “baby boom” e del raggiunto (o raggiungibile) benessere economico del dopo guerra in un clima culturale fatto di confronto e scontro politico che vedeva il riconoscimento di nuovi diritti come il divorzio o l’aborto, lo studio per tutti, il 18 politico nelle università, l’inchino insofferente della cultura patriarcale alle nuove istanze femministe. E le botte, ma quante botte, tra fascisti e fricchettoni nelle piazze di Roma.  

I ricordi di quel tempo mi assalgono e quasi mi tolgono il respiro, come fiotti di lava incandescente che dalla pancia della terra risalgono in superficie sprigionando antiche energie e consapevolezze nascoste. Solo ora, dopo aver riletto i crimini efferati del Circeo magistralmente narrati a più voci ne “Il precipizio”, tutto mi diventa chiaro e capisco quanto l’innominabile violenza maschile perpetrata ai danni di Donatella e Rosaria abbiano graffiato la mia anima di giovane adolescente e condizionato le scelte di donna: la tesi di laurea sulla scrittura femminile angloamericana e sulla follia come via di fuga dalla cultura occidentale patriarcale, il  bisogno di uscire dalla casa dei genitori non andando a convivere con un compagno o un marito ma da sola in una casa tutta mia in uno spazio “tutto per me” parafrasando Virginia Woolf, la paura di avere figli (che non sono poi venuti) perché chi glielo insegna a difendersi da questi mostri che girano a piede libero per le nostre città in cerca di prede.

Ricordi di un “fattaccio brutto” che scosse l’opinione pubblica, trasformò un’esperienza personale in una storia collettiva e unì le donne italiane in un abbraccio di sorellanza ancestrale. Eppure 45 anni dopo siamo ancora qui, nonostante tutte le cose dette e le azioni intraprese sul piano politico e culturale, a piangere tutte le povere donne, ragazze, bambine vittime di uomini di cui si fidavano perché non hanno saputo “leggere i segni” inviati da Circe. 

Riflessioni di Annamaria Ferramosca

Polifonia triste per un futuro di civiltà

Affidare alla scrittura e alla immediatezza della rappresentazione teatrale questo testo-testimonianza sul massacro del Circeo del 1975, è scelta potente della scrittrice Tiziana Colusso. Scelta che oggi, a 46 anni di distanza, risuona dalle pagine come voce ferma e irrevocabile, capace di attraversare realtà, società, mito, per farsi altissima dimensione civile.

Nella sua accorata rievocazione di uno spietato delitto di genere, emblema di violenza ottusa, odiosa arroganza di classe e contrapposizione di brutalità e innocenza, si percepisce fortissima la voglia di Tiziana, che è ormai vivo desiderio collettivo, di conferma definitiva che la condanna di un gesto divenuto simbolo di efferato odio di genere, sia la cifra primaria per definire civile ogni società.

Condividere questo grido, affermando l’inviolabilità del corpo-mente della donna, è un lascito – qui  anche di alto valore letterario – per il futuro del mondo, da coltivare ovunque, inalienabile.

Linkopedia:

Videopresentazione 25 novembre 2020 presso L’Enoteca di via Macerata (Rm)

Intervista a Tiziana Colusso, Lingua Madre

Presentazione in diretta facebook                                         

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