Inconcludendo

di Irene Sabetta

Inconcludendo

Autore: Irene Sabetta
Illustratore: Alessio Marzilli
Edizioni EscaMontage
Collana: Plaquette poetica
Anno edizione: 2018
Pagine: 24
EAN: 9788894108798
€ 10,00

Una, nessuna e centomila, l’autrice cambia voce e registro da una poesia all’altra, veste i panni dell’affabulatrice sperimentale (“Vorrei non-essere altamente non contemporanea ma un po’ di differita…”) o dell’espressionista dark (“Laggiù dove tutto è oscuro/palude di grumi”); si libra in erotismi astratti (“mirabili follie e pensieri sani/s’accasciano nel mezzo/del mio letto”); si cimenta in una medicina interna insieme allegorica e concreta, dove agiscono personaggi chiamati fegato, colonna vertebrale, virus, stomaco e succhi gastrici. (dalla prefazione a cura di Tiziana Colusso)

La dolente indolenza della contemporaneità: Inconcludendo di Irene Sabetta
di Anna Maria Curci

Nel segno del «dilemma del prefisso», Inconcludendo, plaquette di  Irene Sabetta, acquista vigore là dove la forma poetica diventa epifania di ciò che vorrei chiamare ‘la dolente indolenza della contemporaneità’. È allora che, liberandosi dai grumi e dai tic incontrollati del tributo, la forma, divenuta più sorvegliata, sa fondere, di-vertire, mescidare e fecondamente mutare di senso e funzioni fenomenologie del quotidiano e incontri letterari – anch’essi, per molti versi, parte integrante del quotidiano dell’autrice, insegnante di lingua e letteratura inglese –, tanto da giungere a creare una interessante mitopoiesi, insieme familiare e straniante. In quale tempo, su quale schermo – o schermati da che cosa – si incontrano high tech e urna greca, Facebook e John Keats,  da quale sistema binario (autopoietico?) spunta, sgorga, rompe gli argini il binomio «verità-bellezza bellezza-verità»?  Il riferimento all’ora del tè non è soltanto, allora, un inchino – irriverente riverenza – a Lewis Carroll, ma si avvale di una formidabile ‘addizione’ etica. Se la parola “addizione” sia da interpretare come aggiunta o se essa sia imparentata all’inglese ‘addiction’, a una qualche forma di dipendenza, resta una questione aperta, e l’uscio è lasciato socchiuso da colei che scrive. Certo è che questa ‘addizione etica’ è  irrobustita dal richiamo non esplicito, ma avvertibile da chi ne voglia cogliere gli indizi, a quel passaggio di Aqualung dei Jethro Tull, che già nel 1971 denunciava la ‘dolente indolenza’ delle magre azioni civili: “salvation à la mode and a cup of tea”.

Poetarumsilva

I VERSI FOSSILI DI IRENE SABETTA
di Tarcisio Tarquini

“Inconcludendo” è il titolo della plaquette poetica di Irene Sabetta ed è anche il titolo del componimento che ne costituisce il centro (almeno nelle intenzioni dell’autrice, a me non pare così certo): una dichiarazione di poetica, la constatazione del punto d’approdo di una ricerca, un ammiccamento rivolto a chi legge per suggerire che altre letture, oltre quella appena conclusa, sono possibili perché ogni poesia è per suo status inconclusa e l’inconcludendo è perciò la condizione necessaria per non placarsi nella compiutezza illusoria di una forma.
Lo nota la prefatrice della pubblicazione (Edizioni EscaMontage), Tiziana Colusso, che parla di camaleontismo, di “uno nessuno e centomila”, di personaggio che si cerca e di una dimensione lirica che rinnova continuamente la sua definizione. Basta scorrere i versi, poesia per poesia senza pause, in flusso continuo, come fossero le strofe di un solo poemetto, per essere costretti a cambiamenti di prospettiva, a salti di andatura, a distensioni – ora ampie, più spesso frantumate – del ritmo, al quale chi legge si affiderebbe volentieri sapendo che per questa via un senso prevarrebbe alla fine sugli altri, smentendo, però, in questo modo, il gioco che resta sotteso – e che è il vero testo poetico con cui confrontarsi e da decifrare – e cioè il rifiuto della conclusione.
Irene, in realtà, ha un’idea di poesia, di stile e di vita da eleggere come simbolo, la confessa in “Emergency” dove, nell’esordio, dice “ mi sembra/di essere in via di estinzione”, e dopo aver passato in rassegna le parti e le fasi della sua scomposizione corporea e psicologica, invoca la solidarietà, o il gioco, o la finzione degli altri per sottrarsi a una dissolvenza, fino a essere tentata – nell’uscita – dal fissarsi nel “benessere del fossile”, che è appunto vita, ma anche scrittura, che ha trovato la sua fissità definitiva, la testimonianza che dell’una e l’altra resta in eredità al futuro, grazie a cui interrogare la storia inconclusa del vivente. Ciò che cerca Irene, dunque, è un verso fossile, è una poesia fossile, testimonianza della consunzione dell’esistenza e del linguaggio, che si condensa in mille figure – nel suo caso in mille forme (i tanti registri e timbri notati dalla Colusso). Quelle che a me paiono le più convincenti le trovo nei componimenti “intimi”, dove è ancora percepibile un calore lontano di vita privata e di lingua (“Albergo”, “Growing Up”, “Incontrosensi per strada”,“Non qui non ora”), sottratto al processo di disseccazione totale che sovrasta tutta la “plaquette”. Ne può nascere una confusione, ma invece da qui trova forza la poetica autentica della poesia di Irene, quella dei “Rammendi invisibili”, titolo della composizione nella quale, secondo me, è racchiusa l’essenza della raccolta, e che forse meglio ne sintetizza il complessivo significato: una ricerca piena di illuminazioni, ognuna delle quali è la lacerazione di un linguaggio e di una vita che si ricompone in un’unità rammendata: una poesia rammendata, come tutte le nostre esistenze e come tutti i linguaggi della nostra contemporaneità (declinati nell’elenco febbrile di “ContemporaneaMente”), ma che si nobilita nell’umile fatica di rammendarli con i sottili fili dello stile.

Neobar

Libro classificati al Premio Internazionale Franco Fortini

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