Plaquette

AUTORI

Giuseppe Spinillo
I poeti sognano pecore elettriche

Adonella Montanari:
L’anarchico solitario

Tiziana Colusso:
Il precipizio. Teatro delle voci per Donatella e Rosaria

Rosario Romeo:
Sette note di Natale

Giovanni Rossi:
Fantasie naturali

Diana Cavorso:
Immagini e sogni

Sabino Caronia:
In spirito ed in corpo

Giovanna Iorio:
Ora rischiara

Carlo Bernardi:
Emozioni e pensieri di versi

Irene Sabetta:
Inconcludendo

Silvia Bove:
Discreta la lontananza

Discreta la lontananza

di Silvia Bove

Discreta la lontananza

Autore: Sivia Bove
Curatore: Iolanda La Carrubba
Illustrazione in copertina di: Davide Cortese
Edizioni EscaMontage
Collana: Plaquette poetica
Anno edizione: 2017
Pagine: 14
EAN: 9788894108774
€ 10,00

“E’ “discreta la lontananza” per Silvia Bove nelle sue poesie brevi, composte da una lirica palpitante con un ritmo assorto, arcaico e complementare ad un esistenziale ed essenziale sentire. Il viaggio di questa lontananza discreta, ha una matrice misterica che sovente sfocia nel complesso UniversoMondo della poesia ermetica. La forma dialogica diviene confessione, confidenza che contempla il superamento di un Io solipsistico il quale si fa promotore e portavoce del coraggioso tema affrontato dalla colta penna di Silvia Bove. Il suo non è un andare nell’oblio, ma è un costante andamento anaforico, audace, colmo di pathos.”

Inconcludendo

di Irene Sabetta

Inconcludendo

Autore: Irene Sabetta
Illustratore: Alessio Marzilli
Edizioni EscaMontage
Collana: Plaquette poetica
Anno edizione: 2018
Pagine: 24
EAN: 9788894108798
€ 10,00

Una, nessuna e centomila, l’autrice cambia voce e registro da una poesia all’altra, veste i panni dell’affabulatrice sperimentale (“Vorrei non-essere altamente non contemporanea ma un po’ di differita…”) o dell’espressionista dark (“Laggiù dove tutto è oscuro/palude di grumi”); si libra in erotismi astratti (“mirabili follie e pensieri sani/s’accasciano nel mezzo/del mio letto”); si cimenta in una medicina interna insieme allegorica e concreta, dove agiscono personaggi chiamati fegato, colonna vertebrale, virus, stomaco e succhi gastrici. (dalla prefazione a cura di Tiziana Colusso)

La dolente indolenza della contemporaneità: Inconcludendo di Irene Sabetta
di Anna Maria Curci

Nel segno del «dilemma del prefisso», Inconcludendo, plaquette di  Irene Sabetta, acquista vigore là dove la forma poetica diventa epifania di ciò che vorrei chiamare ‘la dolente indolenza della contemporaneità’. È allora che, liberandosi dai grumi e dai tic incontrollati del tributo, la forma, divenuta più sorvegliata, sa fondere, di-vertire, mescidare e fecondamente mutare di senso e funzioni fenomenologie del quotidiano e incontri letterari – anch’essi, per molti versi, parte integrante del quotidiano dell’autrice, insegnante di lingua e letteratura inglese –, tanto da giungere a creare una interessante mitopoiesi, insieme familiare e straniante. In quale tempo, su quale schermo – o schermati da che cosa – si incontrano high tech e urna greca, Facebook e John Keats,  da quale sistema binario (autopoietico?) spunta, sgorga, rompe gli argini il binomio «verità-bellezza bellezza-verità»?  Il riferimento all’ora del tè non è soltanto, allora, un inchino – irriverente riverenza – a Lewis Carroll, ma si avvale di una formidabile ‘addizione’ etica. Se la parola “addizione” sia da interpretare come aggiunta o se essa sia imparentata all’inglese ‘addiction’, a una qualche forma di dipendenza, resta una questione aperta, e l’uscio è lasciato socchiuso da colei che scrive. Certo è che questa ‘addizione etica’ è  irrobustita dal richiamo non esplicito, ma avvertibile da chi ne voglia cogliere gli indizi, a quel passaggio di Aqualung dei Jethro Tull, che già nel 1971 denunciava la ‘dolente indolenza’ delle magre azioni civili: “salvation à la mode and a cup of tea”.

Poetarumsilva

I VERSI FOSSILI DI IRENE SABETTA
di Tarcisio Tarquini

“Inconcludendo” è il titolo della plaquette poetica di Irene Sabetta ed è anche il titolo del componimento che ne costituisce il centro (almeno nelle intenzioni dell’autrice, a me non pare così certo): una dichiarazione di poetica, la constatazione del punto d’approdo di una ricerca, un ammiccamento rivolto a chi legge per suggerire che altre letture, oltre quella appena conclusa, sono possibili perché ogni poesia è per suo status inconclusa e l’inconcludendo è perciò la condizione necessaria per non placarsi nella compiutezza illusoria di una forma.
Lo nota la prefatrice della pubblicazione (Edizioni EscaMontage), Tiziana Colusso, che parla di camaleontismo, di “uno nessuno e centomila”, di personaggio che si cerca e di una dimensione lirica che rinnova continuamente la sua definizione. Basta scorrere i versi, poesia per poesia senza pause, in flusso continuo, come fossero le strofe di un solo poemetto, per essere costretti a cambiamenti di prospettiva, a salti di andatura, a distensioni – ora ampie, più spesso frantumate – del ritmo, al quale chi legge si affiderebbe volentieri sapendo che per questa via un senso prevarrebbe alla fine sugli altri, smentendo, però, in questo modo, il gioco che resta sotteso – e che è il vero testo poetico con cui confrontarsi e da decifrare – e cioè il rifiuto della conclusione.
Irene, in realtà, ha un’idea di poesia, di stile e di vita da eleggere come simbolo, la confessa in “Emergency” dove, nell’esordio, dice “ mi sembra/di essere in via di estinzione”, e dopo aver passato in rassegna le parti e le fasi della sua scomposizione corporea e psicologica, invoca la solidarietà, o il gioco, o la finzione degli altri per sottrarsi a una dissolvenza, fino a essere tentata – nell’uscita – dal fissarsi nel “benessere del fossile”, che è appunto vita, ma anche scrittura, che ha trovato la sua fissità definitiva, la testimonianza che dell’una e l’altra resta in eredità al futuro, grazie a cui interrogare la storia inconclusa del vivente. Ciò che cerca Irene, dunque, è un verso fossile, è una poesia fossile, testimonianza della consunzione dell’esistenza e del linguaggio, che si condensa in mille figure – nel suo caso in mille forme (i tanti registri e timbri notati dalla Colusso). Quelle che a me paiono le più convincenti le trovo nei componimenti “intimi”, dove è ancora percepibile un calore lontano di vita privata e di lingua (“Albergo”, “Growing Up”, “Incontrosensi per strada”,“Non qui non ora”), sottratto al processo di disseccazione totale che sovrasta tutta la “plaquette”. Ne può nascere una confusione, ma invece da qui trova forza la poetica autentica della poesia di Irene, quella dei “Rammendi invisibili”, titolo della composizione nella quale, secondo me, è racchiusa l’essenza della raccolta, e che forse meglio ne sintetizza il complessivo significato: una ricerca piena di illuminazioni, ognuna delle quali è la lacerazione di un linguaggio e di una vita che si ricompone in un’unità rammendata: una poesia rammendata, come tutte le nostre esistenze e come tutti i linguaggi della nostra contemporaneità (declinati nell’elenco febbrile di “ContemporaneaMente”), ma che si nobilita nell’umile fatica di rammendarli con i sottili fili dello stile.

Neobar

Libro classificati al Premio Internazionale Franco Fortini

Emozioni e pensieri di versi

di Carlo Bernardi

Emozioni e pensieri diversi

Autore: Carlo Bernardi
Illustratore: Mario La Carrubba
Edizioni EscaMontage
Collana: Plaquette poetica
Anno edizione: 2018
Pagine: 13
EAN: 9788894108781
€ 10,00

Questa plaquette è un percorso che ha accompagnato il lavoro, l’impegno sindacale e quello politico. La poesia non dovrebbe essere solo il frutto della sofferenza personale e dell’amore, ma esprimere anche la felicità e la gioia di vivere. Alla mia città dedico i versi di Caput Mundi e altri dedicati a tutti quelli che soffrono e scappano dalle guerre e dalla miseria e giungono stremati o muoiono sulla terra o nel mare.

(dalla premessa dell’autore)

Ora rischiara

di Giovanna Iorio

Autore: Giovanna Iorio
Traduttore: Rose Sneyd
Curatore: Iolanda La Carrubba, Valerio Di Gianfelice
Illustratore: Aida Maria Zoppetti
Edizioni EscaMontage
Lingua: Italiano/Inglese
Collana: Plaquette poetica
Anno edizione: 2019
Pagine: 22 p.
EAN: 9788894355673
€10,00

“Vicende di casa e di strada, di parole concernenti il voyage che prima d’essere scritte si scrivono. L’invisibile sotto di me è la faccenda indicata da Giovanna come se niente fosse, come se il mondo non si esaurisse. Questo far finta di niente riporta a galla luoghi fantastici e universi in cui poter vivere. Una specie di tributo stemperato in poche pagine, ma bastanti a tenere in vita giochi infantili e giochi adulti con la sempre presente apprensione che il rifugio venga stanato e scomposto”. (Dalla prefazione a cura di Elio Grasso)

Fantasie naturali

di Giovanni Rossi

Fantasie naturali

Autore: Giovanni Rossi
Curatore: Iolanda La Carrubba, Valerio Di Gianfelice
Illustratore: Fernando Della Posta
Editore: EscaMontage
Collana: Plaquette poetica
Anno edizione: 2019
Pagine: 28
EAN: 9788831380010
€ 10,00

“L’ossigeno generato dagli alberi si mescola al respiro di chi lo attraversa e le immagini di creature umane e vegetali si fondono senza soluzione di continuità. La compenetrazione di sentimenti e foglie, di desideri e germogli, di ricordi e bacche rosse è tale da riunire i due soggetti in questione, l’umano e il naturale, in un indistinto flusso energetico.” (Dalla prefazione di Irene Sabetta)

SETTE NOTE DI NATALE

di Rosario Romeo

Sette note di Natale di Rosario Romeo

Autore: Rosario Romeo
Curatore: Iolanda La Carrubba, Valerio Di Gianfelice
Illustratore: Joe Zad
EdizioniEscaMontage
Collana: Plaquette poetica
Anno edizione: 2020
Pagine: 20
EAN: 9788831380041
€ 10,00

«La poesia di Rosario Romeo è genuina, volutamente semplice, legata alla spensieratezza dell’infanzia. Gioca con le rime e agile ironizza sugli episodi natalizi che usa come metafore pungenti. Divertito e divertente non trascura di narrare brevi fiabe adatte ai bambini di tutte le età». (dalla prefazione di Iolanda La Carrubba)

IL PRECIPIZIO. TEATRO DELLE VOCI PER DONATELLA E ROSARIA

di Tiziana Colusso

Il precipizio. Teatro delle voci per Donatella e Rosaria di Tiziana Colusso

Autore: Tiziana Colusso
Curatore: Iolanda La Carrubba, Valerio Di Gianfelice
In copertina opera di: Silvana Baroni
Edizioni EscaMontage
Collana: Plaquette teatro
Anno edizione: 2020
Pagine: 32
EAN: 9788831380065
€ 10,00

“Questo testo è per me il ritorno alla scrittura drammaturgica, sia pure sui generis e forse di difficile traduzione scenica. La partitura teatrale si presenta spontaneamente quando si tratta di ascoltare e trasmettere le molte voci che si accavallano intorno a un evento complesso e si dispongono in una polifonia. Il massacro del Circeo, perpetrato da tre rampolli dell’alta borghesia romana, appartenenti alla destra eversiva degli anni 70, induce a riflessioni che coinvolgono etica, politica, devianza psico-patologica, rapporti di classe oltre che rapporti uomo-donna, proprio negli anni dell’esplosione del movimento femminista. Per questo non lo si può liquidare come un semplice fattaccio di cronaca nera. È un “fattaccio brutto” ma soprattutto uno “gnommero”, per usare una parola gaddiana, un gomitolo di cause e concause, una rete che di nodo in nodo si fa larga a catturare le storie individuali e collettive”. (Nota dell’autore)

Nota di Claudiléia Lemes Dias

«Eravamo guerrieri, quindi stupravamo, rapinavamo, rubavamo»
Angelo Izzo

Nelle poche frasi riportate dagli assassini del Circeo nella plaquette Il precipizio: teatro delle voci per Donatella e Rosaria, l’autrice Tiziana Colusso ci offre un ritratto magistrale della forma mentis psicopatica: Donatella e Rosaria sono nient’altro che strumenti a servizio di un piacere sadico che trova nel massacro del corpo femminile il suo massimo godimento. Nella mente degli assassini del Circeo il sangue femminile versato rappresenta il passaggio dalla condizione di guerrieri a Re indiscussi del male: quale altro essere umano sarebbe capace di violare, seviziare e uccidere una donna con la massima crudeltà come loro? Ecco quindi l’auto incoronamento in quanto uomini sui generis, particolari e speciali.

Ridere e scherzare mentre Donatella e Rosaria «dormono» all’interno di quell’utero di lamiera, come descritto da Tiziana Colusso, dimostra il livello di serenità degli orchi che una volta sbranate le vittime abbandonano momentaneamente la tensione per rilassarsi sopra lo spettro del dolore recato.

Innalzare l’asticella di sadismo man mano che avanzano nella carriera criminale è il naturale percorso di questo tipo di personalità, eternamente in lotta contro le regole sociali e contro i principi che ci rendono umani.

Per lo psicoanalista e professore argentino Juan José Ipar i perversi si vedono come persone esuberanti e furbe. Sade si domandava sull’utilità di vivere frenando gli impulsi ignobili e malvagi: la cosa migliore e più facile per lui era sfogarli e poi usare l’intelligenza per sfuggire alla pena. Così come il cristiano cerca di imitare Cristo come esempio estremo di sottomissione alla Legge e alla mansuetudine, il perverso gode nella trasgressione e nella ribellione contro tutto ciò che è istituito e ritenuto socialmente prezioso.

Il perverso appare nei suoi racconti come colui che è “coraggioso”, l’unico che osa andare alla ricerca del piacere nei luoghi in cui suppone sia la sua fonte, cioè, nella malvagità. Avanza trionfalmente, come affermato da Ipar, per salvaguardare la sua personalità “esclusiva” sorreggendola su basi contorte.  

Padrona di un linguaggio poetico seppur tolto dai freddi e distaccati articoli della cronaca nera, Tiziana Colusso riesce a catapultarci in quel porta bagagli nel quale Donatella lotta per tornare tra noi, ricoperta dal corpo esamine di Rosaria.

Tutte noi donne eravamo lì con loro, perché a tutte noi è stato insegnato a non camminare per strade buie, a non accettare passaggi da sconosciuti, a non vestirci in una certa maniera, a non dire parole sconvenienti, a essere delicate e non comportarci come dei “maschiacci”, a non fare questo e quello se volevamo essere considerate “brave ragazze”.

E la vox popoli, come ci ricorda l’autrice, sa essere impietosa con chi sfugge alle ferree regole dettate unicamente a noi donne. Avranno una corazza protettiva, gli uomini, per riuscire a camminare tranquillamente per una strada buia senza paura che i loro corpi vengano violati e straziati dai loro simili? No. Eppure la vox popoli condanna Donatella e Rosaria per il fallimento dell’istinto di scappare sempre e di non fidarsi mai, come tuttora accade alle donne che osano accettare da presunti “bravi ragazzi” quei gesti gentili che si rivelano trappole fatali grazie a maschere perfette.  

Non c’è posto per la delicatezza quando si precipita e la caduta di Donatella e Rosaria è stata violenta e bruttale quanto violente e bruttali sono state le parole dell’avvocato di Izzo riportate dall’autrice: «I tre giovani non volevano uccidere la Colasanti. L’hanno colpita in testa ma non è uscito neanche un po’ di cervello.», come a dire che l’apice della violenza non era stato del tutto raggiunto da quei tre “bravi ragazzi” cultori della musica classica e più preoccupati di sapere se la carne di maiale si accoppiava bene con un Chateau Montbrian blanc.

Il precipizio: teatro delle voci per Donatella e Rosaria di Tiziana Colusso andrebbe messo in scena al più presto per fare da anticorpi a tante piccole e delicate farfalle che svolazzano leggere a ridosso di piante carnivore nate per divorare la loro bellezza e esistenza.  

Riflessione di Stefania Porrino

Cara Tiziana,
ho letto il tuo testo: intenso e ben costruito con l’alternarsi dei vari piani di narrazione e di linguaggio in una visione non cronacistica ma direi “cubista” del terribile fatto di cronaca che sconvolse a suo tempo anche me adolescente (Andrea Ghira frequentava il mio stesso liceo Giulio Cesare ed era amico di una mia compagna di classe che di lui diceva sempre: “è tanto dolce!”…).
Come dice nella prefazione la Cucchiarelli, si legge tutto d’un fiato e forse l’unico appunto che ti faccio è la brevità! Può senz’altro funzionare così com’è, come “corto” teatrale ma ti suggerirei di pensare ad un’altra versione più ampia in cui emerga anche il momento – importante nell’ottica del tuo testo e a cui potresti dare appunto più spazio – in cui le due ragazze cadono nel tranello.
In attesa di rivederci “in presenza” ti faccio tanti auguri per un Natale sereno e un 2021 migliore (non ci vuole molto!) del 2020!
Stefania

Recensione a cura Plinio Perilli

“… la ragazza rinasce donna
dall’utero di lamiera… “

Per Tiziana Colusso
che onora, rispetta e orchestra
tutte le voci da cui veniamo,
che ci abitano, si affollano,
inscenandosi ci contaminano:
ma proprio così ci salvano.

   Voce adolescente degli anni ’70 (l’autrice in sé medesima), la voce scomoda (Donatella Colasanti), la vox populi (che aggrega il Coro); e poi la voce di Circe, la voce degli scalatori, le voci assassine, altri echi di voci…

   “Ricordo che durante il viaggio verso Roma scherzavano: ‘Silenzio! Qui ci sono due morte’. E nel mangianastri avevano messo la colonna sonora dell’Esorcista“…

   Tiziana Colusso fa teatro delle voci, e con le voci, che le appartengono, torna sul c.d. Massacro del Circeo (29-30 settembre 1975) e ne ricava, tra flusso di coscienza e collage giornalistico, requisitoria giudiziaria e dibattimento antropologico culturale, impennata poetica ed agnizione culturale… un perfetto spaccato dell’Italia di allora, e che ancora – ahinoi – rischia di esserci radice, se non fossimo bravi, viceversa (e ci proviamo sempre, da sempre), a liberare anticorpi, a vaccinarci, autoimmunizzarci in proprio, a fare di quell’evento atroce un insegnamento perenne, un rito macabro ma rivelatorio, una inscenatio a futura memoria (Tiziana Colusso, Il precipizio, “Teatro delle voci per Donatella e Rosaria”, edizioni EscaMontage, Roma, 2020, pp. 28. Euro 10,00):

   “… È anche grazie a Donatella che noi oggi sappiamo nominare l’orrore… Lei e Rosaria, due cucciole cadute nella trappola per segnare, come in una via Crucis, il cammino di tutte le donne, loro che non avevano saputo annusare l’odore del pericolo.” 

   Con estro e culto di ogni malessere intellettuale (di più: martirio civile), Tiziana riesce a miscelare, catalizzare e chiamare ancor oggi alla ribalta queste voci di allora ma forse anche di sempre, a partire dalla voce scomoda di Donatella, ma soprattutto dalla sua voce “adolescente degli anni ’70”, che a questo punto diventa, in traslato e reperto diacronico, sia la buona che la cattiva coscienza del nostro irredimibile Paese senza, eh, sì, dixit Arbasino (il dialogo è serrato – il teatro concreto se ne riempie: e non è assolutamente scenario per metaforici teatri dell’assurdo), ma fondali e grandi campi o scenari battagliati per un’ardua, ribaltata crescita d’un paese modernamente medioevale a paese faticosamente civile…

   La renovatio, l’immagine desolatamente epocale, certo, è un dolore; ma anche un grido inarginabile e disperato, il groppo in gola agguerrito d’un ripetuto (e ribaltato) silenzio delle innocenti:

   “… in quel volto stravolto e coperto di sangue di Donatella che viene estratta dall’auto c’è un mito di rinascita, nel sangue nuovamente la ragazza rinasce donna dall’utero di lamiera, e rinasce per dire, per testimoniare, per far risuonare una voce di donna fiera anche se provata, per scoperchiare un verminaio da cui vien voglia di distogliere lo sguardo e l’ascolto… È anche grazie a Donatella che oggi sappiamo nominare l’orrore…”

*******

   Tiziana Colusso è assai abile e perspicua a far teatro con la realtà – ma evitando, aggirando dunque i rischi del nudo, post-verghiano e anticato verismo, o peggio le incombenze d’un orecchiato, imitato neo-neorealismo (basterebbero le tante, troppe e affettate fiction televisive o gli epigonali stilemi pseudo cinematografici), al servizio della interminabile, immarcescibile cronaca di ogni morte annunciata, e forse qui, una volta tanto, giubilata in destino archetipico, sentenza progressista:

   “… Ricordo bene, nonostante la mia astrazione di adolescente, la divisione di Roma per quadranti. Corso Trieste Parioli, Piazzale delle Muse, tutti luoghi segnati da bandierine fasciste. Eppure io ci vivevo, in quelle zone, nella maniera e destino miei peculiari di non coincidere mai con tempi e luoghi, di essere sempre leggermente fuori fuoco. Semplicemente vivevo con la mia famiglia in un ‘alloggio ufficiali’ di una caserma dei Carabinieri, luoghi spartani che poco avevano a che vedere con il lusso dei caseggiati ottocenteschi e delle villette coperte d’edera, con le macchine sportive parcheggiate sfacciatamente di traverso.”…     

   Ricorre e fa da fulcro un sostantivo, un’intuizione eminentemente gaddiana, lo gnommero: a significare l’intricato gomitolo delle cause e concause, delle colpe e dei sensi di colpa, dell’inconscio collettivo, che, junghianamente, è affollato di fin troppi io, ciascuno riflesso della parvenza, dolenza a specchio dell’altro…  

   “… Nello gnommero del mondo nessuna storia è separata dalle altre, nessuna creatura ha più o meno valore di un’altra creatura.”

   E mi piace che proprio da un autore donna sbocci – dolore sublima dolore – tutto il retaggio arcano e la nefasta incomprensione da parte delle cattive madri, più frequenti forse, e ahinoi madornali, fatali, di quelle bravi; capaci come sono di (dis)educare i figli secondo pessimi principi, borghesucci privilegi, perfetti parafulmini di ogni ignominia, schermo d’insipienza e negligenza assoluta: in sintesi, forma mentis criminale, feroce poetica e banalità del Male:

   “… Le madri, già… la mattina dopo ‘il fattaccio’, di buon ora per cercare di prendere in contropiede il destino, la madre dell’ottimo e già latitante Ghira si è precipitata nella villa con l’intento – per fortuna sventato dai carabinieri che l’avevano preceduta – di cancellare il angue da pareti e pavimenti. Un gesto che da solo è favoreggiamento aggravato, oltre che tradimento della sorellanza tra donne. C’è donna e donna. Ci sono anche le madri di avvoltoi, nutriti sin nella culla con manicaretti e mors tua vita mea.” 

   Perché qui tutto dunque diventa antidoto, e scienza dell’enigma, sacramento d’ogni ombra lunga che, isolata, non può o non potrà mai più lederci: “La presa di coscienza dell’ombra è il lavoro iniziale dell’analisi. Trascurare e rimuovere l’ombra, così come identificare l’io con essa può condurre a pericolose dissociazioni. Poiché l’ombra è vicina al mondo degli istinti, è indispensabile tenerne costantemente conto.” (cfr. C.G. Jung, Ricordi, sogni, riflessioni, a cura di Aniela Jaffè, Rizzoli, Milano, 2014).

   Ma tutta questa pièce è una polifonica presa di coscienza, provvidenziale e lievitata anche a istinto e momento creativo: gnommero che Tiziana sgroviglia e riaggroviglia, dipana e reimmerge in buco nero della Storia, forse, smagliatura e seduzione irreale, ancestrale, anche della nuda poesia:

   “Mi domando che madri avete avuto. Madri feroci, intente a difendere / quel poco che, borghesi, possiedono, / la normalità e lo stipendio, / quasi con rabbia di chi si vendichi / o sia stretto da un assurdo assedio. / Madri feroci, che vi hanno detto: / Sopravvivete! Pensate a voi! / Non provate mai pietà o rispetto / per nessuno”…

   Così, la grande, cadenzata e qui quasi inviperita poesia civile di Pier Paolo Pasolini, fa il paio con i teneri guizzi, direi ingenui e pressoché melodici singhiozzi lirici della Donatella Colasanti, che negli anni successivi battagliava in un interminabile, memorabile processo contro quel Precipizio, e insieme si salvava (cercava di farlo) raccogliendo sul suo stesso, nuovo percorso di ragazza interrotta, i fiori secchi ma ancora fulgidi della poesia:

   “Cammino nelle parole”, titolò infatti la sua plaquette del ’91, cui Roberto Roversi, grande poeta di “Officina”, amico e sodale di Pasolini nella loro Bologna di studenti, donò una breve ma sentita preefazione.

*******

   Brava Tiziana ad avere addomesticato la Storia ufficiale, asfittica e ferruginosa, in Mitologia recondita, e ad aver chiamato in scena, dramatis personae, creature vere così come individualità mitiche: pessimi, squallidi avvocati difensori e Dèe od eroine adatte per i grandi poemi – ma che per fortuna qui ci prestano, delirano lucide parole smitizzate, profezie inadeguate e balbuzienti, ma anche cabale affrante e rinsavite.

   Si pensi a quest’inedita, intrigante e modernissima figura, postura di Circe, meravigliosamente reoconfessa e anzi accusatrice, ribaltatrice dei crimini stessi a lei attribuiti, e che caparbia riconduce all’eterno maschilismo fedifrago del Potere e delle sue istituzioni…

   “Puellae! Non sapete leggere i segni! Eppure vi avevo mandato il mio messaggio chiaro, inciso nella roccia franata in mare a scoraggiare ogni possibile cammino, ad avvertire del pericolo. (…) Praecipitium, praeceps – praecipiti. Il precipizio doveva essere il vostro precettore, puellae! Precipizio, baratro, burrone, dirupo, rovina, tracollo. Piede in fallo.”      

   Lo gnommero (la dizione filologicamente esatta sarebbe “gliòmmero”, componimento poetico popolaresco in dialetto napoletano, in forma di monologo: dal lat. glomus = gomitolo), è questo mix – o meglio texture – di sacro e profano, stile e pensiero, lessico e cuore, negletta insondabile trama di Orgoglio e Pregiudizio, di Umiliati e Offesi… personaggi d’un romanzone che alla fin fine ci reclama e ci comprende tutti, è il Precipizio e l’extrema ratio, la fatidica via d’uscita della nostra storia; talmente stratificata, fossilizzata, che è dir poco misurare il tempo del quando o la distanza del lontano… Ci vuole infatti una dea, anche maliarda e infausta come la maga Circe (guardacaso, sorella del re della Colchide Eeta, la cui figlia Medea si innamorò e aiutò poi Giasone) per raccontare la triste e cruda verità agli uomini, la verità degli uomini obbrobriosi… Udite udite, Circe era insomma la zietta di Medea! Buon sangue, non mente…

   “… Mi hanno appellata ‘Maga, Phamakis’, per questo mi hanno esiliata. Ho il dono di saper mutare gli esseri nella loro forma più vera, nella loro essenza. Si dice di me che trasformo gli uomini in maiali. Ma la verità è che trasformo gli esseri in ciò che già sono, non faccio altro che manifestare la loro vera natura, come uno specchio magico che riflette ciò che è. Sciacalli, vermi, serpenti, topi di fogna. E maiali, certo.”

   “Dall’Ade alla luce” – ho scritto io stesso ricordando la povera e cara Donatella – di ogni lunga ombra possiamo, dobbiamo fare tesoro, sentenza, sapienza, teatro di una parola che curi, resti, confessi e condanni: ma a nuova pace, a nuove tregue nei cuori finalmente rinfrancati, liberati d’ombre, armonia contro ogni dissidio…

   “Il sortilegio della voce” – recita la Voce di Circe – “è il più potente, vocate le vostre ragioni, puellae, diventate avvocate di voi stesse e stendete materne il sortilegio alle donne più giovani, come una rete di parole potenti più di qualsiasi formula magica. Io ho scelto infine di essere mortale, ma se c’è una cosa immortale sono proprio le voci del giusto e del vero.”      

   Ben venga un nuovo ma fedelmente antico, consacrato teatro – anarchico  ed emotivo, eppure profondamente devoto ai loro, nostri significati – che  che onori, rispetti e sappia orchestrare tutte le voci da cui veniamo, che ci abitano, si affollano, inscenandosi ci contaminano: ma proprio così ci salvano.

Alessandra Porro su “Il precipizio”

Ricordo come fosse ieri la brutale violenza subita dalle povere Donatella Colasanti e Rosaria Lopez in quel fine settembre del 1975, episodio tristemente conosciuto come “il massacro del Circeo”. Avevo appena compiuto 14 anni e come Donatella e Rosaria vivevo la mia adolescenza con i sogni, le paure ma anche la spensieratezza tipiche dell’età. Quante volte avevo fatto l’autostop per raggiungere il paese prossimo alla casa delle vacanze o ero uscita insieme alle amiche con ragazzi appena conosciuti in un bar o in spiaggia davanti ad un fuoco con la chitarra. Sembrava tutto così semplice e spontaneo: l’amicizia, le parole, le risate e talvolta ci scappava anche qualche bacio.

Poi d’un tratto tutto mutò e conobbi il baratro. Di colpo capii che Donatella e Rosaria avremmo potuto essere io, Francesca, Luisa e Patrizia. Che era stata solo una questione di fortuna non essere cadute nel “precipizio” come lo chiama Tiziana Colusso nella sua plaquette teatrale. Donatella e Rosaria eravamo tutte noi ragazze di allora, figlie del “baby boom” e del raggiunto (o raggiungibile) benessere economico del dopo guerra in un clima culturale fatto di confronto e scontro politico che vedeva il riconoscimento di nuovi diritti come il divorzio o l’aborto, lo studio per tutti, il 18 politico nelle università, l’inchino insofferente della cultura patriarcale alle nuove istanze femministe. E le botte, ma quante botte, tra fascisti e fricchettoni nelle piazze di Roma.  

I ricordi di quel tempo mi assalgono e quasi mi tolgono il respiro, come fiotti di lava incandescente che dalla pancia della terra risalgono in superficie sprigionando antiche energie e consapevolezze nascoste. Solo ora, dopo aver riletto i crimini efferati del Circeo magistralmente narrati a più voci ne “Il precipizio”, tutto mi diventa chiaro e capisco quanto l’innominabile violenza maschile perpetrata ai danni di Donatella e Rosaria abbiano graffiato la mia anima di giovane adolescente e condizionato le scelte di donna: la tesi di laurea sulla scrittura femminile angloamericana e sulla follia come via di fuga dalla cultura occidentale patriarcale, il  bisogno di uscire dalla casa dei genitori non andando a convivere con un compagno o un marito ma da sola in una casa tutta mia in uno spazio “tutto per me” parafrasando Virginia Woolf, la paura di avere figli (che non sono poi venuti) perché chi glielo insegna a difendersi da questi mostri che girano a piede libero per le nostre città in cerca di prede.

Ricordi di un “fattaccio brutto” che scosse l’opinione pubblica, trasformò un’esperienza personale in una storia collettiva e unì le donne italiane in un abbraccio di sorellanza ancestrale. Eppure 45 anni dopo siamo ancora qui, nonostante tutte le cose dette e le azioni intraprese sul piano politico e culturale, a piangere tutte le povere donne, ragazze, bambine vittime di uomini di cui si fidavano perché non hanno saputo “leggere i segni” inviati da Circe. 

Riflessioni di Annamaria Ferramosca

Polifonia triste per un futuro di civiltà

Affidare alla scrittura e alla immediatezza della rappresentazione teatrale questo testo-testimonianza sul massacro del Circeo del 1975, è scelta potente della scrittrice Tiziana Colusso. Scelta che oggi, a 46 anni di distanza, risuona dalle pagine come voce ferma e irrevocabile, capace di attraversare realtà, società, mito, per farsi altissima dimensione civile.

Nella sua accorata rievocazione di uno spietato delitto di genere, emblema di violenza ottusa, odiosa arroganza di classe e contrapposizione di brutalità e innocenza, si percepisce fortissima la voglia di Tiziana, che è ormai vivo desiderio collettivo, di conferma definitiva che la condanna di un gesto divenuto simbolo di efferato odio di genere, sia la cifra primaria per definire civile ogni società.

Condividere questo grido, affermando l’inviolabilità del corpo-mente della donna, è un lascito – qui  anche di alto valore letterario – per il futuro del mondo, da coltivare ovunque, inalienabile.

Linkopedia:

Videopresentazione 25 novembre 2020 presso L’Enoteca di via Macerata (Rm)

Intervista a Tiziana Colusso, Lingua Madre

Presentazione in diretta facebook                                         

L’ANARCHICO SOLITARIO

di Adonella Montanari

L’anarchico solitario di Adonella Montanari

Autore: Adonella Montanari
Curatore: Iolanda La Carrubba, Valerio Di Gianfelice
Opera in copertina: Mario La Carrubba
Edizioni EscaMontage
Collana: Plaquette poetica
Anno edizione: 2020
Pagine: 32 p.
EAN: 9788831380058
€ 10,00

L’anarchico solitario Una casa mobili accatastati fuori un balcone di sterpi un angolo dove sedersi insieme alle carte e un bicchiere di vino dentro la solitudine di un bambino – “Adonella Montanari”

Audio nota di Anita Napolitano

I poeti sognano pecore elettriche di Giuseppe Spinillo

I poeti sognano pecore elettriche di Giuseppe Spinillo

Autore: Giuseppe Spinillo
Curatore: Iolanda La Carrubba, Valerio Di Gianfelice
Opera in copertina: Enio Spinillo
Edizioni: EscaMontage
Collana: Plaquette poetica
Pagine: 34 p.
EAN: 9788831380102
€: 10,00

i poeti sognano pecore elettriche

sono ciò che di me non sai –
le risposte che non ho, alle
domande che non mi fai – 
i poeti sognano pecore
elettriche e non si svegliano
mai – o quasi – giusto il tempo
per un caffè bollente, per
un amore chi si fa distante –
ma porta il seme di un’eternità
latente – siamo ciò che di noi
nessuno sa – risposte incomplete
a domande incompiute – ma
se chiudiamo gli occhi
sono tutte in fila, fino
a scoperchiare il buco nero
dell’infelicità – e i poeti
sognano pecore elettriche,
lo fanno da un’eternità – 
fino a svegliarsi innamorati
in questo mondo di androidi, 
geneticamente modificati –

Commento dell’autore

Leggo con piacere i viaggi di Claudio e Giulia nell’universo poetico in cui i poeti sognano, e sognano pecore elettriche. Un viaggio a portata di balcone ma anche di mare; di fiore, nell’infinito dei cicli di fioritura; di piazza o parco; di giorno e notte; di stagione. Ma le risposte che ci da la poesia sono tutte in ciò che siamo in grado di dire a chi ci domanda – che fa l’inconscio davanti ai pomodori? Che il viaggio sia lieto a chi lo voglia viaggiare.

CHE PECORE ELETTRICHE SOGNA GIUSEPPE SPINILLO?
Claudio Comandini

Le pecore elettriche, e quindi copie realistiche degli animali, su una Terra già nel 1992 devastata da una guerra mondiale, rappresentavano per Philip K. Dick il sogno della superstite umanità, questa a sua volta replicata in androidi che spesso per infiltrarsi in essa fuggivano dalle colonie planetarie sulle quali erano stati banditi. Per esigenze di narrazione, pur ispirandosi al libro Do the android dream electric sheep? (1968), la cruciale immagine delle pecore elettriche viene espunta dal film di Ridley Scott Blade Runner (1982), lasciando comunque in sospeso la questione della somiglianza tra la vita sintetica e quella umana, la quale spesso sembra addirittura ispirarsi alla prima. Il film è ambientato nel 2019 in una Los Angeles più allucinata del solito, ed è curioso notare come il 25 aprile e il 5 novembre 2019 del mondo cosiddetto reale, nel fertile crocevia culturale di Centocelle, quartiere di una Roma allucinata già da un pezzo, la libreria La Pecora Elettrica viene incendiata per ben due volte, in attentati di matrice mafiosa operati da una gang di nordafricani dedita allo spaccio e responsabile di diversi incendi dolosi della zona – disattendo certe stereotipate proiezioni, è questo quanto riportano le indagini.

Nel 2021, al tempo delle condizioni distopiche della pandemia, tale libreria non c’è più, ma è previsto dentro quelle che ne furono le mura la realizzazione del polo culturale Cento Incroci, gestito dalla Regione Lazio, dove Giuseppe Spinillo collabora con la Libera Assemblea di Centocelle per la creazione di uno spazio dedicato alla poesia che si spera possa servire a qualcosa. Poeta e militante, Spinillo, classe 1961, ha già raccolto l’eredità della libreria nel suo ultimo libro I poeti sognano pecore elettriche (EscaMontage 2021). L’immagine della pecora elettrica è riportata al sintagma originario, ma resta ancorata alla libreria attribuendone quindi il sogno ai poeti, conferendogli così un’inedita connotazione tanto di lotta quanto di incontro. In una mondo complesso, dove  bene e male non stanno mai da una parte sola, e dove non possiamo nasconderci né le difficoltà di un’integrazione spesso al ribasso, né l’esigenza di una cultura e di una politica non più schiacciate sugli stereotipi, il poeta si incarica, come segnala Giulia Bertotto nella sua recensione al libro, di agire negli eventi che ci disorientano, tentando di fornire delle istruzioni per l’uso.

Le librerie diventano così sogni e serbatoi di sogni, un po’ pecore elettriche nel grand tour di un mondo che cambia – e non per forza in peggio, laddove davvero le idee sappiano trasformare la realtà. Nuovi mondi sono instaurati proprio dalla poesia nel suo articolare la percezione nel linguaggio, e questi mondi hanno forme e suoni, strutture e ritmi, da comprendere dal loro interno e quindi nel costituirsi della poesia stessa. Infatti, nella poesia contemporanea il verso libero stabilisce rapporti qualitativi irriducibili all’applicazione dei rapporti quantitativi tradizionali, ponendo quindi strutture musicali implicite nelle relazioni tra i suoi elementi fonici, dove il significato viene a formularsi in solidarietà con il significante. In tal modo, ritmo e sintassi scaturiscono simultaneamente attraverso peculiari impronte ritmico-semantiche, irriducibili tanto al linguaggio ordinario quanto a puri orpelli sonori. L’acquisizione del verso libero si determina così da una parte nella risoluzione della disarmonia nella quale risuonano parole e cose, dall’altra nel contrasto tra solitudine poetica e comprensione sociale. Per leggere Spinillo secondo tali termini, entriamo nella poesia che apre questi «appunti di un viaggio in tempi di pandemia» e gli fornisce il titolo, quindi facciamo la conta delle vocali e proseguiamo il viaggio lì dove ci può portare.

1Sono ciò che di me non sai – o4/ e2/ i3/ a1
2 le risposte che non ho, alle e4/ i1/ o3/ a1
3 domande che non mi fai – o2/ a2/ e2/ i2
4 i poeti sognano pecore i2/ o4/ e3/ a1
5 elettriche e non si svegliano e5/ i3/ o2/ a1
6 mai – o quasi – giusto il tempo a2/ i4/ o3/ e1
7 per un caffè bollente, per e5/ u1/ a1/ o1
8 un amore che si fa distante – u1/ a3/ o1/ e4/ i2
9 ma porta il seme di un’eternità a3/ o1/ e4 /i3
10 latente – siamo ciò che di noi a2/ e3/ i4/ o2
11 nessuno sa – risposte incomplete e4/ a1/ u1/ o3/ i2
12 a domande incompiute – ma a3/ o2/ e2/ i2/ u1
13 se chiudiamo gli occhi e1/ i4/ u1/ a1/ o2
14 sono tutte in fila, fino o3/ u1/ e1/ i3/ a1
15 a scoperchiare il buco nero a2/ o3/ e2/ i2/ u1
16 dell’infelicità – e i poeti e4/ i5/ a1/ o1
17 sognano pecore elettriche, o3/ a1/ e4/ i1
18 lo fanno da un’eternità – o2/ a3/ i1/ u1/ e2
19 fino a svegliarsi innamorati i5/ o2/ a4/ e1
20in questo mondo di androidi, i4/ e1/ o4/ a1
21geneticamente modificati – e4/ i4/ a2/ o1

L’impronta di ritmo e sintassi tipica di un autore, e quindi l’articolazione del suo mondo poetico, può individuarsi proprio in base alla valutazione della ricorrenza delle vocali, seguendo quanto studiato dal critico musicale Edward Neil in Strutture musicali della poesia di Montale (1970). L’argomento apre a riflessioni che meritano di essere approfondite: del resto, stiamo parlando anche di librerie, luoghi dove sono libri che chiedono di essere letti e messi in relazione tra loro. Neil, inglese nato a Firenze da madre ligure, ha scritto con competenza di compositori noti e meno noti, da Paganini a Busoni, da Satie a Holst, e tra le sue altre incursioni musicali nella letteratura si segnala quella relativa al valore simbolico del flauto in un romanzo di D. H. Lawrence (1970) e un saggio sulla rime popolari genovesi (2001). Nell’originale contributo su Montale, Neil prende le mosse dal colore fonetico delle vocali concepito quale elemento portante della musicalità della parola, mutuandolo dalla distinzione alchemica posta in essere dalla poesia di Rimbaud Voyelles (1871, pubblicata nel 1883): «A nera, E bianca, I rossa, U verde, O blu: vocali!». Se in tale poesia egli si propone che un giorno avrebbe detto di tali vocali le «nascite latenti», più in là ammette che «inventare un linguaggio poetico accessibile, un giorno o l’altro, a tutti i sensi» possa costituire un’illusione (Une Saison en Enfer, 1873). Tale «alchimia del verbo» è comunque sviluppata con coerenza da Neil nello stabilire che la matrice del ritmo si ponga nel colore delle vocali, il cui aspetto qualitativo si assesta quantitativamente in frequenze misurabili attraverso un oscilloscopio. Insomma: oltre a contare le sillabe, le vediamo cantare.

Dove il movimento ritmico del verso libero risulta indipendente dallo schema metrico, la ridistribuzione degli accenti si articola in base alla vocale iniziale, che assume il valore nell’armonia tipico della tonica. Tale tonica è scandita spontaneamente nel pronunciare e rendere intellegibile la parola poetica, considerando che essa, in un modo affine al fenomeno musicale del rubato, assume valore più lungo delle antecedenti e delle conseguenti. L’orchestrazione del testo poetico si articola quindi in moduli espressivi qualirime interne, allitterazioni, assonanze, nonché in quanto Neil definisce vocalismo ciclico e isovocalismo statico; il movimento ritmico che si stabilisce è generico laddove in esclusivo rapporto col significato di cui è veicolo, ed è propriamente musicale se il valore fonico della parola ne incrementa la carica espressiva. Neil tenta di indagare la potenza evocativa della parola analizzandone le frequenze costitutive.

L’esperimento “alchemico” di Rimbaud non è affatto isolato, e addirittura trova un antecedente nella relazione stabilita da Newton tra colori, note e pianeti, tutti riportati al numero sette (Opticks, 1707). Tali conclusioni vengono sconfessate da Goethe (Farbenlehere, 1810), che ne contesta il riduzionismo insistendo sull’interazione qualitativa di luce e oscurità, e la sua prospettiva viene sviluppata da Schopenhauer, che contro l’oggettivismo evidenzia le condizioni con cui agisce l’attività percettiva, e quindi da Hegel, che criticando la natura corpuscolare della luce e la sua base meccanicista ribadisce la non originarietà dei sette colori. Mentre tutti si dimenticano che Newton era anche alchimista, con l’alchimia si diletta a modo suo il veggente Rimbaud. Con l’interesse di assegnare alla poesia un decisivo compito di trasformazione e di segnare l’inesprimibile, mette nel suo pantone i colori fondamentali rosso, verde e blu, e le loro sintesi additive e sottrattive, il bianco e il nero. Va notato che, rispetto alle fasi del tradizionale processo alchemico, in quello elaborato da Rimbaud non sussiste il giallo, caratterizzante la fase detta cinitritas; c’è invece il verde che, se nello spettro della luce ha posizione intermedia tra gli altri colori, è associato alla U, in modo incongruo rispetto alla sua frequenza che generalmente viene fatta risuonare più bassa rispetto alle altre vocali; inoltre, viene introdotto anche il blu, con coerenza interna associato alla O. Riguardo a questa «alchima del verbo», che definisce come una delle sue follie, Rimbaud prima si vanta «di possedere tutti i paesaggi possibili» (Une Saison en Enfer, cit.), e poche righe dopo ne denuncia il carattere allucinatorio e disordinato e il sostanziale fallimento. Dal canto suo, il sistema di lettura elaborato su tale scorta da Neil, aderente alla grana di un testo e aperto nelle soluzioni critiche ma in seguito né ripreso né considerato, è provvisto di un’ingegnosità che, pur se un po’ artefatta e in ampia misura anche improbabile, può funzionare laddove aiuti a comprendere i paesaggi a cui pongono capo la scrittura e i suoi processi consci e inconsci.

Cerchiamo di capire qualcosa della poesia di Spinillo attraverso le suggestioni che tale sistema può operare. Domande e risposte inespresse e incomplete si rincorrono dividendo il componimento in due parti non simmetriche (ai versi 2-3 e 11-12), con un senso di sospensione che rimanda indirettamente al sogno a cui si allude. La poesia si muove tra rime alternate (sai chiude il verso 1, fai chiude il verso 3, mai apre il verso 4; rima interna imperfetta tra bollente a metà del verso 7, e distante a chiusura del verso 8; rima interna tra eternità al verso 16 e infelicità al verso 18; rima baciata tra innamorati al verso 19 e modificati al verso 21), assonanze (distante al verso 8 e latente al verso 10), allitterazioni (incomplete al verso 10 e incompiute al verso 11). Osserviamo quindi il rincorrersi i suoni e colori. Prevale il vocalismo ciclico di O blu, vocale iniziale e finale e quindi tonica, che segna 49 ricorrenze; come notato, tale colore nell’alchimia tradizionale nemmeno esiste, mentre nel processo alchemico rimbaudiano è nominato quale finale. La E bianca, da parte sua la vocale più caratteristica dell’italiano, nonché seconda fase del processo del Magnus opus alchemico in qualità di albedo, è preminente con 57 ricorrenze, per quanto risulti perlopiù quale sorta di nota di passaggio. A tale andamento, si accompagna un isovocalismo statico che incede sulla I rossa, esito di un processo alchemico compiuto quale rubedo, le cui ricorrenze incrementano nella seconda metà del componimento, totalizzandone 53. A nera, il cui colore rappresenta la nigredo, fase iniziale di una trasformazione alchemica, segna 37 ricorrenze. La U verde, colore anch’esse come già segnalato privo di spazio nell’alchimia tradizionale, ha scarsa incidenza e ricorre 8 volte. Questi sono i colori che arrivano a comporsi sullo spartito di questa poesia.

Concentriamoci sugli elementi esterni al testo eppure in quale modo rilevanti nell’economia poetica dell’autore che possono venir suggeriti dai due colori che, al netto di ricorrenze e ruolo, risultano i più caratterizzanti in senso musicale e quindi di incremento di carica espressiva, e cioè il blu e il rosso. Il blu può essere visto quale sfumatura di quell’azur che predomina nella poesia francese da Baudelaire a Mallarmé, cioè durante una fase letteraria che nella sua ricerca di una dimensione tra foreste di simboli e parola evocatrice risulta cruciale per chiunque intenda fornire decenza al proprio rapporto con la poesia – che non consiste affatto nell’andare a capo a casaccio per parlare comunque sempre e soltanto del proprio solipsismo. Da parte sua, il rosso, tra i suoi molti impieghi, è il colore della bandiera del comunismo. Cosa resta del comunismo dopo le sue bandiere, è ancora ciò di cui parlava Marx: analisi delle forme di produzione capitaliste e proposta di una loro rottura, superamento della divisione del lavoro, una visione del lavoro intellettuale che si incarica di trasformare il mondo, comportando così una diversa antropologia – l’aspetto più decisivo, disatteso tanto dagli esponenti di partito quanto dalle cosiddette zecche, aspetto in altri passi coltivato dall’autore con la cura di un giardiniere, i cui gesti semplici ed essenziali riportano in altri modi al colore blu laddove si impegna a «dare acqua alla terra […] sotto l’ombra di un fiore – testimone/ il dio mare» (Spicchi di Mela VIII).

Cercando cosa può significare comunismo prima e dopo Marx, tornano utili gli studi compiuti nella metà del 1800 sulle società primitive da Lewis Henry Morgan (Ancient society, 1877). Vissuto a lungo presso i nativi americani Irochesi presso lo stato di New York, addirittura adottato dalla loro tribù dei Seneca quale mediatore (Taiadawahgh, “colui che si tiene in mezzo”), Morgan  osserva come le popolazioni del nord-est americano siano caratterizzate da elementi quali obblighi di vicendevole aiuto, consiglio di tribù per le pratiche comuni, struttura federale della forma pubblica di governo. Tra i fondatori dell’antropologia culturale, esponente e senatore repubblicano, commissario governativo presso i nativi durante la guerra civile, Morgan, in modi molto meno binari più di quanto oggi nonostante i proclami imperversi, individua come nelle forme sociali indigene sussista un ordine comunista primitivo, un matriarcato implicito nello stesso patriarcato, stabilendo che lo sviluppo dell’uguaglianza tra i sessi venga a maturarsi nella famiglia di coppia  perfezionando la famiglia monogamica, a sua volta successiva a quella propriamente detta patriarcale. Sulla sua scorta, Engels (Der Ursprung der Famile, 1884) e Rosa Luxemburg (Einfürung in die Nationalökonomie, 1912) rimarcano che, se proprietà privata e logica dello sfruttamento nascono dalla dissoluzione delle forme primitive legate alla gens, è il loro porsi quali culla dell’evoluzione sociale a permettere il costituirsi dell’orizzonte dell’economia comunista mondiale. In questa, la dissoluzione del matrimonio quale strumento di conservazione dello stato fondato sulla proprietà privata si sarebbe quindi accompagnata alla scomparsa di quanto, come due facce della stessa medaglia, ad esso si accompagnava, e cioè della prostituzione, determinata da un sostanziale asservimento della donna pronto a terminare con il suo pieno inserimento nella pubblica industria. Molti sogni durano a lungo, alcuni mentre  dormi cambiano di segno, la realtà eccede ogni costrutto.

Indugiamo in quello che Engels stesso considera il lungo cammino del socialismo, questo sogno dell’umanità, mirando un’utopia che ha senso proprio in quanto possibile. Con l’eliminazione della produzione capitalista l’amore sessuale individuale tra uomo e donna capaci di scegliersi reciprocamente e liberamente assumerebbe ruolo emancipatorio portando così ad una generale liberazione della donna nonché alla scomparsa degli aspetti di indissolubilità e di predominio maschile del matrimonio monogamico. La raggiunta uguaglianza di diritto avrebbe portato a compimento il carattere morale comportato dall’esclusività, ma esternamente agli ordinari rapporti di compravendita tra gruppi parentali, e nella dissoluzione della forma matrimoniale l’ultima parola sarebbe stata quella dell’amore. Quanto i comunisti di ieri non avevano previsto e i progressisti di oggi non vogliono vedere è però che la sovrapproduzione neoliberista ha condotto prima ad un culto della performance e ad una proliferazione di identità e relazioni, quindi a patologie narcisiste e all’indifferentismo sessuale. E mentre il modello matrimoniale di conservazione del capitale si diffonde ad ogni tipo di coppia e la prostituzione viene addirittura solennizzata, esperienze quali il mancato possesso e la separazione portano a livelli inauditi di chiusura e violenza per motivi legati all’eccessiva enfasi sull’amore sessuale e non per qualche patriarcato immaginario. Così, come in un romanzo di Dick, restiamo a chiederci cosa davvero significhi essere umani, e se tale evenienza abbia davvero un senso; oppure, come in queste poesie di Spinillo, possiamo incedere in un «controcanto silente -/ alle assenze d’un mondo,/ solo in apparenza presente -» (Spicchi di mela XIII) e sbucciare mele da distribuire spicchi che, «uno a me, uno a te», valgono di più «di un ti amo latente» (Spicchi di mela I), continuando a sognare pecore elettriche fino a svegliarci innamorati.

Se nelle sue alchimie verbali Rimbaud sognava «viaggi di scoperte di cui non esistono relazioni» (Une Saison en Enfer, cit.), un viaggio in tempi di pandemia può portare a cogliere che, ieri come oggi, sussiste convivenza tra ordini sociali complementari e piani di civiltà diversi, dove si accostano realtà ordinariamente concepite come tra loro separate. A livello stilistico ciò si traduce in Spinillo in un particolare impiego del trattino, che nella poesia già analizzata ricorre qua e là 11 volte, del quale in esergo al libro è ricordato come esso possa costituirsi quale fessura per «vedere il silenzio che ci assedia da tutte le parti» (Intervista a Silvia Bre – parlando di Emily Dickinson). Il trattino, come ricorda ancora tale citazione, non soltanto disarma la frase e permette di guardarne attraverso: il suo intervenire spezza un ritmo già franto da allitterazioni, assonanze, rime interne, segni di interpunzione e enjambement in ulteriori pause, lo rende ancora più sincopato e particolarmente appropriato al territorio frazionato che l’autore testimonia: quello delle periferie della metropoli romana, delle quali gli amministratori ignorano quello che tanto gli urbanisti quanto gli abitanti ormai conoscono, e cioè il loro costituirsi quali laboratori in cui confluiscono incontri di esperienze diverse, e quindi la loro aspirazione a «farsi centro» e a dettare la forma della metropoli (Indagine sulle periferie, Limes 4/2016).

Il formularsi un’immagine delle periferie quali foreste fertili di vita e colori, circondate dalle paludi del pregiudizio che ad un tempo le isolano e le proteggono, riporta al nord-est degli Stati Uniti ottocenteschi nonché agli scenari tipici di un personaggio coetaneo di Spinillo, per quanto esistente su un altro piano: Zagor, creato nel 1961 dallo sceneggiatore Sergio Bonelli e dal disegnatore Gallieno Ferri, che abita in una capanna difesa da sabbie mobili e paludi nell’immaginaria foresta di Darkwood. Patrick Wilding, bianco di origini irlandesi il cui padre muore per mano di nativi americani dopo essere rimasto suo malgrado implicato in un massacro ai loro danni, diventa Zagor, convinto difensore dei diritti dei nativi pur se da una posizione di piena autonomia e circondato da un aura sovrannaturale grazie alle sue astuzie da uomo civilizzato. Tali complesse vicende sono scaturite in ordine sparso durante la lunga storia del personaggio per venir sistematizzate dallo sceneggiatore Moreno Burattini nella miniserie Zagor – Le origini (2019). Consapevole che il bene e il male non stanno mai da una parte sola, mediatore spontaneo tra mondi ordinariamente separati, il personaggio vive avventure che esondano dai generi prestabiliti e dove toni drammatici si affiancano a quelli umoristici, e nelle quali è possibile incontrare robot, vampiri e alieni e altre soluzioni improbabili, come del resto lo sono le stesse liane usate come mezzo di trasporto. Il riferimento a Zagor è particolarmente calzante anche perché Spinillo è solito indossarne la maglietta – per meglio dire, il costume.

Tentando di ricombinare la frammentazione della nostra distopia quotidiana, la poesia di Spinillo, comunista non per parzialità ideologica ma per spinta verso l’eccezionalità di «un mondo migliore,/ se ci vuole» (Spicchi di mela IX), dal cuore della futuribile foresta urbana di Centocelle attraversa con le liane dei suoi versi le paludi del nostro presente. Dove «il diritto a fiorire/ è un continuo -/ infinito rinascere e morire» (Spicchi di mela XI), ne preserva i «semi di eternità latente» (I poeti sognano pecore elettriche) e le forme di vita esistenti – anche le più insolite, senza escludere quelle sintetiche e quelle geneticamente modificate e, prime tra tutte, le librerie che possono abitare i nostri sogni.

Recensione a cura di Giulia Bertotto

Giuseppe Spinillo nasce al mare e al mare torna quasi in ogni pagina della sua raccolta I poeti sognano pecore elettriche (Escamontage 2021). Eppure, non sa se il suo mare esista davvero.

Il poeta, si sa, è paradossale. Il poeta è più che mai disorientato dagli eventi: nelle sue visioni oniriche belano pecore elettriche in un mondo a frammenti di pixel e prati Geneticamente Modificati. Le sue liriche allora sono anche istruzioni per l’uso in un mondo sempre più complesso, contro-verso, sintetico-apocalittico. Il poeta però, non è esonerato dall’azione, contemplare sì, ma anche agire: così l’autore si è fatto carico di quella ex Pecora Elettrica per farne “Cento Incroci”, in sinergia con la “Libera Assemblea di Centocelle”, spazio di condivisione letteraria nel sito fisico della libreria messa a fuoco dagli attentati di matrice criminale.

L’autore viene al mondo il 6 gennaio e da lì è tutta un’epifania di scoperte, entusiasmi ma anche rimpianti: continua a rilegare se stesso tra copie sbiadite e scorte di cielo mentre aspetta il presente. Spinillo in amore si fa pragmatico, meglio tagliare e condividere gli spicchi di una mela, prova quotidiana del sentimento tenero della mamma e dell’amante che nutre la sposa. Sbucciare un frutto, gesto che vale più di un ti amo latente. È l’esposizione alla vita che appassiona e irrita, così la poesia si fa unguento, d’inchiostro virtuale.

Il motivo tratteggiante della sua sintassi stilistica (tema approfondito dal filosofo, poeta e saggista Claudio Comandini) segue il percorso atmosferico dell’acqua, negli scrosci suadenti dei suoi versi: pioggia che occupa gli spazi della luce, gocce che innaffiano la vita come giardiniere di sé stesso, onde che ostacolano l’attrazione che lo calamita oltre gli oceani. I trattini sono fessure attraverso cui sbirciare, o affacci da cui sublimare il sole.

Dall’umido al secco, gli estremi ispirano.
L’afa estiva ci strema, mentre le cicale si perdono in un canto estatico. Se fossimo noi quegli insetti dalla pancia a cassa armonica, saremmo liberi dal dolore in quel cocente e ipnotico ritmo.

La pace dalla calura si trova anche in quei maestosi paesi di tufo, isole di memoria, rigagnoli lenti su roccia piroclastica che fu rovente e scatenata.
Luoghi accidentali ed elementi contingenti della quotidianità romana, come le querce del Parco Somaini o la brina mattutina a Villa Gordiani, sono carne e linfa di silenzi genuini da difendere, si fanno immagini universali, da cui si dilatano ere: perché un solo fiore regge il peso dell’intero universo. Nella giurisdizione del suo libro, Spinillo invoca il diritto a fiorire, ma tale diritto è anche una conquista infinita che passa proprio attraverso il perire stagionale: ci si fa immortale in un fiore sul balcone.

Recensione a cura di Francesca Farina

Un io proponderante ma dolcissimo si accampa sulla pagina poetica fin dall’incipit la cui poesia dà il titolo all’intera raccolta, come pure si evidenzia il NO deciso della negazione quasi montaliana, del famoso verso “…ciò che non siamo, ciò che non vogliamo…”, mentre Giuseppe Spinillo ci dice “le risposte che non ho / alle domande che non mi fai” quando una contemporaneità al tempo stesso quotidiana e banale, ovvero dilatata fino alla distopia, sottolinea il vissuto dell’autore, tra il caffè bollente e le pecore elettriche, citazione da “Il cacciatore di androidi” di Philip K. Dick, romanzo dal quale fu tratto il mitico film “Blade runner” di Ridley Scott. Qui non sono tuttavia gli androidi che sognano pecore elettriche, ma i poeti, persone reali e concrete, benché spesso viste come sospese in un iperuranio dorato, che vivono in un mondo “geneticamente modificato”. È dunque l’invasione non degli ultracorpi, come in un’altra celebre pellicola, ma della natura a generare la vitalità sincopata ma luminosissima dei versi, una dolcezza travolgente che permea ogni singola parola, mentre si ridiventa bambini recuperando un “noi” che consola nella solitudine devastante di questi nostri tristi tempi pestilenziali, perché “la lunga notte…/ finisce sempre con l’alba…”.

Così occorre annaffiare la vita, dedicarsi ad essa come ad una pianticella che cresce, a un insetto che ha bisogno di ascolto, entrando in una fiaba, novello Pollicino, il quale però non cerca la strada di casa ma l’amore o la bellezza, simboleggiati dalla luna. L’unica certezza resta dunque la scrittura, perduta, ma mai del tutto, nei quaderni, sopravvissuta a salvamento di chi scrive, grazie anche alla favola consolatrice, che poi è anche l’illusione o il conforto dell’innamoramento, rifugiandosi nelle piccole cose che rincuorano, lo spicchio di mela, il filo d’erba (non dimentichiamo che “Fili d’erba” è il titolo della nota raccolta di versi di Walt Whitman), il vento, il fiore, insomma tutto ciò a cui ci si può aggrappare come ad uno scoglio nei marosi dell’esistenza, mentre franano i convincimenti e perfino il poeta crolla o si confonde, sbiadendo come un colore sottoposto ad eccessiva luce o a una terrificante oscurità. All’epoca del Covid19 restano soltanto gesti semplici da compiere, azioni umili come dare l’acqua alle piante, rievocando il mare, o la pioggia, o la madre/mare, unica resistenza davanti allo sprofondamento di ogni aspettativa, alla sparizione di ogni speranza, nell’attesa malinconica di un mutamento, nella prospettiva lontana di un eterno ritorno. Intanto la Natura celebrata da Spinillo, così diversa dalla Madre Matrigna di leopardiana memoria, paziente, accogliente, amorevole, si fa piccola nel vaso sul balcone, o immensa, se il poeta coglie con l’occhio del cuore “l’intero universo” e la sua musica celeste, se in ogni essere del creato lo sguardo dell’autore trova bellezza, poesia, passione, vita e morte, mentre la parola “fiore” si ripercuote come un mantra pressoché ad ogni pagina, quasi un filo rosso che lega i versi, segno/segnale di vitalità che non si spegne mai, come il cielo e il sole, nonostante la pandemia che rimane sempre sullo sfondo.

In realtà, la tremenda parola non entra mai in questi testi, eppure il tormento del non detto penetra egualmente tra le righe, nelle allusioni di senso, nelle parole appena accennate, nei gesti ripetuti dentro uno spazio claustrofobico, che genera asfissia, costantemente invocando uno spiraglio di salvezza che cancelli il rimpianto di ciò che non si è vissuto, nella con-fusione degli elementi naturali, con ancora e sempre il mare, il cielo, la luna sfolgoranti sulla pagina, parametri infiniti di fronte al finito essere umano, al presente che elide passato e futuro, a un volto che rasserena, nell’angoscia degli attimi sospesi, nell’insicurezza frastornante di ogni istante, al susseguirsi delle stagioni, autunno con i mesi di ottobre e novembre, o primavera nel “respiro gordiano” dell’alba, in un giardino dove Storia e Natura si compenetrano nel recupero di una passeggiata nel verde, proibita come un peccato mortale in tempi di segregazione pandemica.

Il poeta intona un canto incessante alla Natura e a tutte le sue manifestazioni, alla vita che non cessa mai di far sentire la sua voce, al mare, elemento prediletto, ineludibile passione, fino all’ultima, ironica terzina, quasi un haiku, che chiude con l’infinita delicatezza di un sorriso questa raccolta, infinita delicatezza che ha permeato ogni verso. Notevoli ci paiono dunque questi testi di Giuseppe Spinillo, come anche la struttura metrica dalle rime inusuali, ben ritmate, dai versi intrisi di una musica interna che scandisce le frasi poetiche, generando un continuo spostamento di senso che acuisce l’attenzione, l’emozione, l’immedesimazione di chi legge, struttura che non ci sorprende perché l’autore è maestro di suoni, tanto che queste sue poesie, come tante altre che abbiamo ascoltato diverse volte in molti anni, potrebbero essere dei veri e propri “rap” scanditi da un palco e suscitare egualmente, se non maggiormente, tensione e meraviglia.

Nota di lettura di Irene Sabetta

Nonostante il riferimento nel titolo ad uno dei romanzi distopici più noti, soprattutto per la trasposizione cinematografica nel film Blade Runner, la breve raccolta di Giuseppe Spinillo è attraversata da una vibrante e invincibile utopia: che le periferie possano trasformarsi in luoghi di incontro e di crescita culturale condivisa. Come ha affermato l’autore in una intervista, le “pecore elettriche” che i poeti sognano (che lui sogna) sono le librerie che, a dispetto dei tempi, dovrebbero sbocciare come fiori nelle zone più deprivate e difficili della città. La città a cui il poeta si riferisce è Roma e la periferia che vorrebbe veder rinascere e resistere ai mali del momento è Centocelle. Un libro di poesie radicato, dunque, in una realtà ben precisa, con la quale l’autore intrattiene una relazione di affetto e complicità quasi viscerali. C’è molta passione, infatti, nei versi di Spinillo che, seppur muovendo da un’istanza sociale, quella di denunciare il barbaro incendio nel 2019 della libreria La Pecora Elettrica, appunto, e di sognarne la rifondazione, è animata da mille risvolti emotivi e richiami alle forze della natura. La spinta civile a monte del percorso poetico che conduce alla produzione di questi testi ne sostiene la carica polemica e, insieme, profondamente emotiva e si trasforma, nel fluire dei versi, in una sorta di inno alla bellezza della natura e della poesia. La prima idea di quest’opera nasce sul balcone, da dove Spinillo, durante il  lockdown della scorsa primavera, ogni sera, alle 21.00 circa, declamava con il megafono versi di poeti defunti e viventi a beneficio di chi volesse ascoltare. La lettura ad alta voce, anzi a voce altissima, è l’altra passione personale del poeta che vibra in questa raccolta. Nella pagina iniziale, c’è un richiamo alla poesia di Emily Dickinson e al suo uso dei trattini come segno grafico distintivo. L’analisi dei testi della poetessa americana, che visse tutta la vita in isolamento volontario, quasi costretta da una sorta di “pandemia esistenziale”, ha indotto Spinillo ad una domanda: perché i poeti vanno a capo? Perché la Dickinson ha voluto marcare con un trattino, anzi, con una serie diversa di trattini, addirittura a volte rafforzati, queste pause, queste fratture nei suoi versi? Forse per costringere il lettore a fermarsi, a rispettare degli stop che non coincidono per forza con le pause della sintassi o della logica comune. Leggere ad alta voce le sue  poesie rispettando le cesure marcate dai trattini, significa imparare a rispettare l’impianto originario del testo poetico, senza alterarne le strutture interne e assumendo il ritmo e la scansione del ragionamento voluti dall’autore.

Motivazione sociale, curiosità per i trattini della Dickinson e lettura ad alta voce, le tre linee lungo le quali Giuseppe Spinillo ha sviluppato questo suo viaggio poetico. L’intento costruttivo e proattivo è evidente nell’ariosità dei versi, nei giochi di chiaroscuri in cui, alla fine, prevale sempre la luce del sole, nella presenza ricorrente dei fiori (i fiori del bene!) e nei molti rimandi alla pratica del giardinaggio. Concepita in tempi di chiusure e isolamento, questa poesia è tutt’altro che claustrofobica; ci conduce fuori, nei parchi, ci porta oltre l’orizzonte della finestra a scrutare orizzonti possibili. Come un pioniere che spinge in avanti la frontiera, Spinillo si lancia con l’immaginazione verso i luoghi dell’utopia. E l’uso dei trattini, degli asterischi, suggeriti da Emily Dickinson, non sono tagli nel testo, ferite nel discorso, come a volte accade nei componimenti dell’autrice americana, ma piuttosto pause di respiro, un invito a fare dei sospiri di sollievo, ad evitare l’affanno, ad assumere un ritmo lento…

Nella poesia che chiude la plaquette, il mio mare, troviamo espressi, nelle tre sezioni che la compongono, i tre elementi fondanti della raccolta, correlati a tre luoghi cari a Spinillo: l’utopia rappresentata dal mare, il conforto gioioso della natura da cercare nei parchi urbani e la realtà prossima in cui piantare i semi per un futuro migliore, il quartiere di Centocelle.

da Formafluesn

Presentazione della plaquette I poeti sognano pecore elettriche, andata in diretta il 21 marzo 2021 giornata mondiale della poesia