I poeti sognano pecore elettriche di Giuseppe Spinillo

I poeti sognano pecore elettriche di Giuseppe Spinillo

Autore: Giuseppe Spinillo
Curatore: Iolanda La Carrubba, Valerio Di Gianfelice
Opera in copertina: Enio Spinillo
Edizioni: EscaMontage
Collana: Plaquette poetica
Pagine: 34 p.
EAN: 9788831380102
€: 10,00

i poeti sognano pecore elettriche

sono ciò che di me non sai –
le risposte che non ho, alle
domande che non mi fai – 
i poeti sognano pecore
elettriche e non si svegliano
mai – o quasi – giusto il tempo
per un caffè bollente, per
un amore chi si fa distante –
ma porta il seme di un’eternità
latente – siamo ciò che di noi
nessuno sa – risposte incomplete
a domande incompiute – ma
se chiudiamo gli occhi
sono tutte in fila, fino
a scoperchiare il buco nero
dell’infelicità – e i poeti
sognano pecore elettriche,
lo fanno da un’eternità – 
fino a svegliarsi innamorati
in questo mondo di androidi, 
geneticamente modificati –

Commento dell’autore

Leggo con piacere i viaggi di Claudio e Giulia nell’universo poetico in cui i poeti sognano, e sognano pecore elettriche. Un viaggio a portata di balcone ma anche di mare; di fiore, nell’infinito dei cicli di fioritura; di piazza o parco; di giorno e notte; di stagione. Ma le risposte che ci da la poesia sono tutte in ciò che siamo in grado di dire a chi ci domanda – che fa l’inconscio davanti ai pomodori? Che il viaggio sia lieto a chi lo voglia viaggiare.

CHE PECORE ELETTRICHE SOGNA GIUSEPPE SPINILLO?
Claudio Comandini

Le pecore elettriche, e quindi copie realistiche degli animali, su una Terra già nel 1992 devastata da una guerra mondiale, rappresentavano per Philip K. Dick il sogno della superstite umanità, questa a sua volta replicata in androidi che spesso per infiltrarsi in essa fuggivano dalle colonie planetarie sulle quali erano stati banditi. Per esigenze di narrazione, pur ispirandosi al libro Do the android dream electric sheep? (1968), la cruciale immagine delle pecore elettriche viene espunta dal film di Ridley Scott Blade Runner (1982), lasciando comunque in sospeso la questione della somiglianza tra la vita sintetica e quella umana, la quale spesso sembra addirittura ispirarsi alla prima. Il film è ambientato nel 2019 in una Los Angeles più allucinata del solito, ed è curioso notare come il 25 aprile e il 5 novembre 2019 del mondo cosiddetto reale, nel fertile crocevia culturale di Centocelle, quartiere di una Roma allucinata già da un pezzo, la libreria La Pecora Elettrica viene incendiata per ben due volte, in attentati di matrice mafiosa operati da una gang di nordafricani dedita allo spaccio e responsabile di diversi incendi dolosi della zona – disattendo certe stereotipate proiezioni, è questo quanto riportano le indagini.

Nel 2021, al tempo delle condizioni distopiche della pandemia, tale libreria non c’è più, ma è previsto dentro quelle che ne furono le mura la realizzazione del polo culturale Cento Incroci, gestito dalla Regione Lazio, dove Giuseppe Spinillo collabora con la Libera Assemblea di Centocelle per la creazione di uno spazio dedicato alla poesia che si spera possa servire a qualcosa. Poeta e militante, Spinillo, classe 1961, ha già raccolto l’eredità della libreria nel suo ultimo libro I poeti sognano pecore elettriche (EscaMontage 2021). L’immagine della pecora elettrica è riportata al sintagma originario, ma resta ancorata alla libreria attribuendone quindi il sogno ai poeti, conferendogli così un’inedita connotazione tanto di lotta quanto di incontro. In una mondo complesso, dove  bene e male non stanno mai da una parte sola, e dove non possiamo nasconderci né le difficoltà di un’integrazione spesso al ribasso, né l’esigenza di una cultura e di una politica non più schiacciate sugli stereotipi, il poeta si incarica, come segnala Giulia Bertotto nella sua recensione al libro, di agire negli eventi che ci disorientano, tentando di fornire delle istruzioni per l’uso.

Le librerie diventano così sogni e serbatoi di sogni, un po’ pecore elettriche nel grand tour di un mondo che cambia – e non per forza in peggio, laddove davvero le idee sappiano trasformare la realtà. Nuovi mondi sono instaurati proprio dalla poesia nel suo articolare la percezione nel linguaggio, e questi mondi hanno forme e suoni, strutture e ritmi, da comprendere dal loro interno e quindi nel costituirsi della poesia stessa. Infatti, nella poesia contemporanea il verso libero stabilisce rapporti qualitativi irriducibili all’applicazione dei rapporti quantitativi tradizionali, ponendo quindi strutture musicali implicite nelle relazioni tra i suoi elementi fonici, dove il significato viene a formularsi in solidarietà con il significante. In tal modo, ritmo e sintassi scaturiscono simultaneamente attraverso peculiari impronte ritmico-semantiche, irriducibili tanto al linguaggio ordinario quanto a puri orpelli sonori. L’acquisizione del verso libero si determina così da una parte nella risoluzione della disarmonia nella quale risuonano parole e cose, dall’altra nel contrasto tra solitudine poetica e comprensione sociale. Per leggere Spinillo secondo tali termini, entriamo nella poesia che apre questi «appunti di un viaggio in tempi di pandemia» e gli fornisce il titolo, quindi facciamo la conta delle vocali e proseguiamo il viaggio lì dove ci può portare.

1Sono ciò che di me non sai – o4/ e2/ i3/ a1
2 le risposte che non ho, alle e4/ i1/ o3/ a1
3 domande che non mi fai – o2/ a2/ e2/ i2
4 i poeti sognano pecore i2/ o4/ e3/ a1
5 elettriche e non si svegliano e5/ i3/ o2/ a1
6 mai – o quasi – giusto il tempo a2/ i4/ o3/ e1
7 per un caffè bollente, per e5/ u1/ a1/ o1
8 un amore che si fa distante – u1/ a3/ o1/ e4/ i2
9 ma porta il seme di un’eternità a3/ o1/ e4 /i3
10 latente – siamo ciò che di noi a2/ e3/ i4/ o2
11 nessuno sa – risposte incomplete e4/ a1/ u1/ o3/ i2
12 a domande incompiute – ma a3/ o2/ e2/ i2/ u1
13 se chiudiamo gli occhi e1/ i4/ u1/ a1/ o2
14 sono tutte in fila, fino o3/ u1/ e1/ i3/ a1
15 a scoperchiare il buco nero a2/ o3/ e2/ i2/ u1
16 dell’infelicità – e i poeti e4/ i5/ a1/ o1
17 sognano pecore elettriche, o3/ a1/ e4/ i1
18 lo fanno da un’eternità – o2/ a3/ i1/ u1/ e2
19 fino a svegliarsi innamorati i5/ o2/ a4/ e1
20in questo mondo di androidi, i4/ e1/ o4/ a1
21geneticamente modificati – e4/ i4/ a2/ o1

L’impronta di ritmo e sintassi tipica di un autore, e quindi l’articolazione del suo mondo poetico, può individuarsi proprio in base alla valutazione della ricorrenza delle vocali, seguendo quanto studiato dal critico musicale Edward Neil in Strutture musicali della poesia di Montale (1970). L’argomento apre a riflessioni che meritano di essere approfondite: del resto, stiamo parlando anche di librerie, luoghi dove sono libri che chiedono di essere letti e messi in relazione tra loro. Neil, inglese nato a Firenze da madre ligure, ha scritto con competenza di compositori noti e meno noti, da Paganini a Busoni, da Satie a Holst, e tra le sue altre incursioni musicali nella letteratura si segnala quella relativa al valore simbolico del flauto in un romanzo di D. H. Lawrence (1970) e un saggio sulla rime popolari genovesi (2001). Nell’originale contributo su Montale, Neil prende le mosse dal colore fonetico delle vocali concepito quale elemento portante della musicalità della parola, mutuandolo dalla distinzione alchemica posta in essere dalla poesia di Rimbaud Voyelles (1871, pubblicata nel 1883): «A nera, E bianca, I rossa, U verde, O blu: vocali!». Se in tale poesia egli si propone che un giorno avrebbe detto di tali vocali le «nascite latenti», più in là ammette che «inventare un linguaggio poetico accessibile, un giorno o l’altro, a tutti i sensi» possa costituire un’illusione (Une Saison en Enfer, 1873). Tale «alchimia del verbo» è comunque sviluppata con coerenza da Neil nello stabilire che la matrice del ritmo si ponga nel colore delle vocali, il cui aspetto qualitativo si assesta quantitativamente in frequenze misurabili attraverso un oscilloscopio. Insomma: oltre a contare le sillabe, le vediamo cantare.

Dove il movimento ritmico del verso libero risulta indipendente dallo schema metrico, la ridistribuzione degli accenti si articola in base alla vocale iniziale, che assume il valore nell’armonia tipico della tonica. Tale tonica è scandita spontaneamente nel pronunciare e rendere intellegibile la parola poetica, considerando che essa, in un modo affine al fenomeno musicale del rubato, assume valore più lungo delle antecedenti e delle conseguenti. L’orchestrazione del testo poetico si articola quindi in moduli espressivi qualirime interne, allitterazioni, assonanze, nonché in quanto Neil definisce vocalismo ciclico e isovocalismo statico; il movimento ritmico che si stabilisce è generico laddove in esclusivo rapporto col significato di cui è veicolo, ed è propriamente musicale se il valore fonico della parola ne incrementa la carica espressiva. Neil tenta di indagare la potenza evocativa della parola analizzandone le frequenze costitutive.

L’esperimento “alchemico” di Rimbaud non è affatto isolato, e addirittura trova un antecedente nella relazione stabilita da Newton tra colori, note e pianeti, tutti riportati al numero sette (Opticks, 1707). Tali conclusioni vengono sconfessate da Goethe (Farbenlehere, 1810), che ne contesta il riduzionismo insistendo sull’interazione qualitativa di luce e oscurità, e la sua prospettiva viene sviluppata da Schopenhauer, che contro l’oggettivismo evidenzia le condizioni con cui agisce l’attività percettiva, e quindi da Hegel, che criticando la natura corpuscolare della luce e la sua base meccanicista ribadisce la non originarietà dei sette colori. Mentre tutti si dimenticano che Newton era anche alchimista, con l’alchimia si diletta a modo suo il veggente Rimbaud. Con l’interesse di assegnare alla poesia un decisivo compito di trasformazione e di segnare l’inesprimibile, mette nel suo pantone i colori fondamentali rosso, verde e blu, e le loro sintesi additive e sottrattive, il bianco e il nero. Va notato che, rispetto alle fasi del tradizionale processo alchemico, in quello elaborato da Rimbaud non sussiste il giallo, caratterizzante la fase detta cinitritas; c’è invece il verde che, se nello spettro della luce ha posizione intermedia tra gli altri colori, è associato alla U, in modo incongruo rispetto alla sua frequenza che generalmente viene fatta risuonare più bassa rispetto alle altre vocali; inoltre, viene introdotto anche il blu, con coerenza interna associato alla O. Riguardo a questa «alchima del verbo», che definisce come una delle sue follie, Rimbaud prima si vanta «di possedere tutti i paesaggi possibili» (Une Saison en Enfer, cit.), e poche righe dopo ne denuncia il carattere allucinatorio e disordinato e il sostanziale fallimento. Dal canto suo, il sistema di lettura elaborato su tale scorta da Neil, aderente alla grana di un testo e aperto nelle soluzioni critiche ma in seguito né ripreso né considerato, è provvisto di un’ingegnosità che, pur se un po’ artefatta e in ampia misura anche improbabile, può funzionare laddove aiuti a comprendere i paesaggi a cui pongono capo la scrittura e i suoi processi consci e inconsci.

Cerchiamo di capire qualcosa della poesia di Spinillo attraverso le suggestioni che tale sistema può operare. Domande e risposte inespresse e incomplete si rincorrono dividendo il componimento in due parti non simmetriche (ai versi 2-3 e 11-12), con un senso di sospensione che rimanda indirettamente al sogno a cui si allude. La poesia si muove tra rime alternate (sai chiude il verso 1, fai chiude il verso 3, mai apre il verso 4; rima interna imperfetta tra bollente a metà del verso 7, e distante a chiusura del verso 8; rima interna tra eternità al verso 16 e infelicità al verso 18; rima baciata tra innamorati al verso 19 e modificati al verso 21), assonanze (distante al verso 8 e latente al verso 10), allitterazioni (incomplete al verso 10 e incompiute al verso 11). Osserviamo quindi il rincorrersi i suoni e colori. Prevale il vocalismo ciclico di O blu, vocale iniziale e finale e quindi tonica, che segna 49 ricorrenze; come notato, tale colore nell’alchimia tradizionale nemmeno esiste, mentre nel processo alchemico rimbaudiano è nominato quale finale. La E bianca, da parte sua la vocale più caratteristica dell’italiano, nonché seconda fase del processo del Magnus opus alchemico in qualità di albedo, è preminente con 57 ricorrenze, per quanto risulti perlopiù quale sorta di nota di passaggio. A tale andamento, si accompagna un isovocalismo statico che incede sulla I rossa, esito di un processo alchemico compiuto quale rubedo, le cui ricorrenze incrementano nella seconda metà del componimento, totalizzandone 53. A nera, il cui colore rappresenta la nigredo, fase iniziale di una trasformazione alchemica, segna 37 ricorrenze. La U verde, colore anch’esse come già segnalato privo di spazio nell’alchimia tradizionale, ha scarsa incidenza e ricorre 8 volte. Questi sono i colori che arrivano a comporsi sullo spartito di questa poesia.

Concentriamoci sugli elementi esterni al testo eppure in quale modo rilevanti nell’economia poetica dell’autore che possono venir suggeriti dai due colori che, al netto di ricorrenze e ruolo, risultano i più caratterizzanti in senso musicale e quindi di incremento di carica espressiva, e cioè il blu e il rosso. Il blu può essere visto quale sfumatura di quell’azur che predomina nella poesia francese da Baudelaire a Mallarmé, cioè durante una fase letteraria che nella sua ricerca di una dimensione tra foreste di simboli e parola evocatrice risulta cruciale per chiunque intenda fornire decenza al proprio rapporto con la poesia – che non consiste affatto nell’andare a capo a casaccio per parlare comunque sempre e soltanto del proprio solipsismo. Da parte sua, il rosso, tra i suoi molti impieghi, è il colore della bandiera del comunismo. Cosa resta del comunismo dopo le sue bandiere, è ancora ciò di cui parlava Marx: analisi delle forme di produzione capitaliste e proposta di una loro rottura, superamento della divisione del lavoro, una visione del lavoro intellettuale che si incarica di trasformare il mondo, comportando così una diversa antropologia – l’aspetto più decisivo, disatteso tanto dagli esponenti di partito quanto dalle cosiddette zecche, aspetto in altri passi coltivato dall’autore con la cura di un giardiniere, i cui gesti semplici ed essenziali riportano in altri modi al colore blu laddove si impegna a «dare acqua alla terra […] sotto l’ombra di un fiore – testimone/ il dio mare» (Spicchi di Mela VIII).

Cercando cosa può significare comunismo prima e dopo Marx, tornano utili gli studi compiuti nella metà del 1800 sulle società primitive da Lewis Henry Morgan (Ancient society, 1877). Vissuto a lungo presso i nativi americani Irochesi presso lo stato di New York, addirittura adottato dalla loro tribù dei Seneca quale mediatore (Taiadawahgh, “colui che si tiene in mezzo”), Morgan  osserva come le popolazioni del nord-est americano siano caratterizzate da elementi quali obblighi di vicendevole aiuto, consiglio di tribù per le pratiche comuni, struttura federale della forma pubblica di governo. Tra i fondatori dell’antropologia culturale, esponente e senatore repubblicano, commissario governativo presso i nativi durante la guerra civile, Morgan, in modi molto meno binari più di quanto oggi nonostante i proclami imperversi, individua come nelle forme sociali indigene sussista un ordine comunista primitivo, un matriarcato implicito nello stesso patriarcato, stabilendo che lo sviluppo dell’uguaglianza tra i sessi venga a maturarsi nella famiglia di coppia  perfezionando la famiglia monogamica, a sua volta successiva a quella propriamente detta patriarcale. Sulla sua scorta, Engels (Der Ursprung der Famile, 1884) e Rosa Luxemburg (Einfürung in die Nationalökonomie, 1912) rimarcano che, se proprietà privata e logica dello sfruttamento nascono dalla dissoluzione delle forme primitive legate alla gens, è il loro porsi quali culla dell’evoluzione sociale a permettere il costituirsi dell’orizzonte dell’economia comunista mondiale. In questa, la dissoluzione del matrimonio quale strumento di conservazione dello stato fondato sulla proprietà privata si sarebbe quindi accompagnata alla scomparsa di quanto, come due facce della stessa medaglia, ad esso si accompagnava, e cioè della prostituzione, determinata da un sostanziale asservimento della donna pronto a terminare con il suo pieno inserimento nella pubblica industria. Molti sogni durano a lungo, alcuni mentre  dormi cambiano di segno, la realtà eccede ogni costrutto.

Indugiamo in quello che Engels stesso considera il lungo cammino del socialismo, questo sogno dell’umanità, mirando un’utopia che ha senso proprio in quanto possibile. Con l’eliminazione della produzione capitalista l’amore sessuale individuale tra uomo e donna capaci di scegliersi reciprocamente e liberamente assumerebbe ruolo emancipatorio portando così ad una generale liberazione della donna nonché alla scomparsa degli aspetti di indissolubilità e di predominio maschile del matrimonio monogamico. La raggiunta uguaglianza di diritto avrebbe portato a compimento il carattere morale comportato dall’esclusività, ma esternamente agli ordinari rapporti di compravendita tra gruppi parentali, e nella dissoluzione della forma matrimoniale l’ultima parola sarebbe stata quella dell’amore. Quanto i comunisti di ieri non avevano previsto e i progressisti di oggi non vogliono vedere è però che la sovrapproduzione neoliberista ha condotto prima ad un culto della performance e ad una proliferazione di identità e relazioni, quindi a patologie narcisiste e all’indifferentismo sessuale. E mentre il modello matrimoniale di conservazione del capitale si diffonde ad ogni tipo di coppia e la prostituzione viene addirittura solennizzata, esperienze quali il mancato possesso e la separazione portano a livelli inauditi di chiusura e violenza per motivi legati all’eccessiva enfasi sull’amore sessuale e non per qualche patriarcato immaginario. Così, come in un romanzo di Dick, restiamo a chiederci cosa davvero significhi essere umani, e se tale evenienza abbia davvero un senso; oppure, come in queste poesie di Spinillo, possiamo incedere in un «controcanto silente -/ alle assenze d’un mondo,/ solo in apparenza presente -» (Spicchi di mela XIII) e sbucciare mele da distribuire spicchi che, «uno a me, uno a te», valgono di più «di un ti amo latente» (Spicchi di mela I), continuando a sognare pecore elettriche fino a svegliarci innamorati.

Se nelle sue alchimie verbali Rimbaud sognava «viaggi di scoperte di cui non esistono relazioni» (Une Saison en Enfer, cit.), un viaggio in tempi di pandemia può portare a cogliere che, ieri come oggi, sussiste convivenza tra ordini sociali complementari e piani di civiltà diversi, dove si accostano realtà ordinariamente concepite come tra loro separate. A livello stilistico ciò si traduce in Spinillo in un particolare impiego del trattino, che nella poesia già analizzata ricorre qua e là 11 volte, del quale in esergo al libro è ricordato come esso possa costituirsi quale fessura per «vedere il silenzio che ci assedia da tutte le parti» (Intervista a Silvia Bre – parlando di Emily Dickinson). Il trattino, come ricorda ancora tale citazione, non soltanto disarma la frase e permette di guardarne attraverso: il suo intervenire spezza un ritmo già franto da allitterazioni, assonanze, rime interne, segni di interpunzione e enjambement in ulteriori pause, lo rende ancora più sincopato e particolarmente appropriato al territorio frazionato che l’autore testimonia: quello delle periferie della metropoli romana, delle quali gli amministratori ignorano quello che tanto gli urbanisti quanto gli abitanti ormai conoscono, e cioè il loro costituirsi quali laboratori in cui confluiscono incontri di esperienze diverse, e quindi la loro aspirazione a «farsi centro» e a dettare la forma della metropoli (Indagine sulle periferie, Limes 4/2016).

Il formularsi un’immagine delle periferie quali foreste fertili di vita e colori, circondate dalle paludi del pregiudizio che ad un tempo le isolano e le proteggono, riporta al nord-est degli Stati Uniti ottocenteschi nonché agli scenari tipici di un personaggio coetaneo di Spinillo, per quanto esistente su un altro piano: Zagor, creato nel 1961 dallo sceneggiatore Sergio Bonelli e dal disegnatore Gallieno Ferri, che abita in una capanna difesa da sabbie mobili e paludi nell’immaginaria foresta di Darkwood. Patrick Wilding, bianco di origini irlandesi il cui padre muore per mano di nativi americani dopo essere rimasto suo malgrado implicato in un massacro ai loro danni, diventa Zagor, convinto difensore dei diritti dei nativi pur se da una posizione di piena autonomia e circondato da un aura sovrannaturale grazie alle sue astuzie da uomo civilizzato. Tali complesse vicende sono scaturite in ordine sparso durante la lunga storia del personaggio per venir sistematizzate dallo sceneggiatore Moreno Burattini nella miniserie Zagor – Le origini (2019). Consapevole che il bene e il male non stanno mai da una parte sola, mediatore spontaneo tra mondi ordinariamente separati, il personaggio vive avventure che esondano dai generi prestabiliti e dove toni drammatici si affiancano a quelli umoristici, e nelle quali è possibile incontrare robot, vampiri e alieni e altre soluzioni improbabili, come del resto lo sono le stesse liane usate come mezzo di trasporto. Il riferimento a Zagor è particolarmente calzante anche perché Spinillo è solito indossarne la maglietta – per meglio dire, il costume.

Tentando di ricombinare la frammentazione della nostra distopia quotidiana, la poesia di Spinillo, comunista non per parzialità ideologica ma per spinta verso l’eccezionalità di «un mondo migliore,/ se ci vuole» (Spicchi di mela IX), dal cuore della futuribile foresta urbana di Centocelle attraversa con le liane dei suoi versi le paludi del nostro presente. Dove «il diritto a fiorire/ è un continuo -/ infinito rinascere e morire» (Spicchi di mela XI), ne preserva i «semi di eternità latente» (I poeti sognano pecore elettriche) e le forme di vita esistenti – anche le più insolite, senza escludere quelle sintetiche e quelle geneticamente modificate e, prime tra tutte, le librerie che possono abitare i nostri sogni.

Recensione a cura di Giulia Bertotto

Giuseppe Spinillo nasce al mare e al mare torna quasi in ogni pagina della sua raccolta I poeti sognano pecore elettriche (Escamontage 2021). Eppure, non sa se il suo mare esista davvero.

Il poeta, si sa, è paradossale. Il poeta è più che mai disorientato dagli eventi: nelle sue visioni oniriche belano pecore elettriche in un mondo a frammenti di pixel e prati Geneticamente Modificati. Le sue liriche allora sono anche istruzioni per l’uso in un mondo sempre più complesso, contro-verso, sintetico-apocalittico. Il poeta però, non è esonerato dall’azione, contemplare sì, ma anche agire: così l’autore si è fatto carico di quella ex Pecora Elettrica per farne “Cento Incroci”, in sinergia con la “Libera Assemblea di Centocelle”, spazio di condivisione letteraria nel sito fisico della libreria messa a fuoco dagli attentati di matrice criminale.

L’autore viene al mondo il 6 gennaio e da lì è tutta un’epifania di scoperte, entusiasmi ma anche rimpianti: continua a rilegare se stesso tra copie sbiadite e scorte di cielo mentre aspetta il presente. Spinillo in amore si fa pragmatico, meglio tagliare e condividere gli spicchi di una mela, prova quotidiana del sentimento tenero della mamma e dell’amante che nutre la sposa. Sbucciare un frutto, gesto che vale più di un ti amo latente. È l’esposizione alla vita che appassiona e irrita, così la poesia si fa unguento, d’inchiostro virtuale.

Il motivo tratteggiante della sua sintassi stilistica (tema approfondito dal filosofo, poeta e saggista Claudio Comandini) segue il percorso atmosferico dell’acqua, negli scrosci suadenti dei suoi versi: pioggia che occupa gli spazi della luce, gocce che innaffiano la vita come giardiniere di sé stesso, onde che ostacolano l’attrazione che lo calamita oltre gli oceani. I trattini sono fessure attraverso cui sbirciare, o affacci da cui sublimare il sole.

Dall’umido al secco, gli estremi ispirano.
L’afa estiva ci strema, mentre le cicale si perdono in un canto estatico. Se fossimo noi quegli insetti dalla pancia a cassa armonica, saremmo liberi dal dolore in quel cocente e ipnotico ritmo.

La pace dalla calura si trova anche in quei maestosi paesi di tufo, isole di memoria, rigagnoli lenti su roccia piroclastica che fu rovente e scatenata.
Luoghi accidentali ed elementi contingenti della quotidianità romana, come le querce del Parco Somaini o la brina mattutina a Villa Gordiani, sono carne e linfa di silenzi genuini da difendere, si fanno immagini universali, da cui si dilatano ere: perché un solo fiore regge il peso dell’intero universo. Nella giurisdizione del suo libro, Spinillo invoca il diritto a fiorire, ma tale diritto è anche una conquista infinita che passa proprio attraverso il perire stagionale: ci si fa immortale in un fiore sul balcone.

Recensione a cura di Francesca Farina

Un io proponderante ma dolcissimo si accampa sulla pagina poetica fin dall’incipit la cui poesia dà il titolo all’intera raccolta, come pure si evidenzia il NO deciso della negazione quasi montaliana, del famoso verso “…ciò che non siamo, ciò che non vogliamo…”, mentre Giuseppe Spinillo ci dice “le risposte che non ho / alle domande che non mi fai” quando una contemporaneità al tempo stesso quotidiana e banale, ovvero dilatata fino alla distopia, sottolinea il vissuto dell’autore, tra il caffè bollente e le pecore elettriche, citazione da “Il cacciatore di androidi” di Philip K. Dick, romanzo dal quale fu tratto il mitico film “Blade runner” di Ridley Scott. Qui non sono tuttavia gli androidi che sognano pecore elettriche, ma i poeti, persone reali e concrete, benché spesso viste come sospese in un iperuranio dorato, che vivono in un mondo “geneticamente modificato”. È dunque l’invasione non degli ultracorpi, come in un’altra celebre pellicola, ma della natura a generare la vitalità sincopata ma luminosissima dei versi, una dolcezza travolgente che permea ogni singola parola, mentre si ridiventa bambini recuperando un “noi” che consola nella solitudine devastante di questi nostri tristi tempi pestilenziali, perché “la lunga notte…/ finisce sempre con l’alba…”.

Così occorre annaffiare la vita, dedicarsi ad essa come ad una pianticella che cresce, a un insetto che ha bisogno di ascolto, entrando in una fiaba, novello Pollicino, il quale però non cerca la strada di casa ma l’amore o la bellezza, simboleggiati dalla luna. L’unica certezza resta dunque la scrittura, perduta, ma mai del tutto, nei quaderni, sopravvissuta a salvamento di chi scrive, grazie anche alla favola consolatrice, che poi è anche l’illusione o il conforto dell’innamoramento, rifugiandosi nelle piccole cose che rincuorano, lo spicchio di mela, il filo d’erba (non dimentichiamo che “Fili d’erba” è il titolo della nota raccolta di versi di Walt Whitman), il vento, il fiore, insomma tutto ciò a cui ci si può aggrappare come ad uno scoglio nei marosi dell’esistenza, mentre franano i convincimenti e perfino il poeta crolla o si confonde, sbiadendo come un colore sottoposto ad eccessiva luce o a una terrificante oscurità. All’epoca del Covid19 restano soltanto gesti semplici da compiere, azioni umili come dare l’acqua alle piante, rievocando il mare, o la pioggia, o la madre/mare, unica resistenza davanti allo sprofondamento di ogni aspettativa, alla sparizione di ogni speranza, nell’attesa malinconica di un mutamento, nella prospettiva lontana di un eterno ritorno. Intanto la Natura celebrata da Spinillo, così diversa dalla Madre Matrigna di leopardiana memoria, paziente, accogliente, amorevole, si fa piccola nel vaso sul balcone, o immensa, se il poeta coglie con l’occhio del cuore “l’intero universo” e la sua musica celeste, se in ogni essere del creato lo sguardo dell’autore trova bellezza, poesia, passione, vita e morte, mentre la parola “fiore” si ripercuote come un mantra pressoché ad ogni pagina, quasi un filo rosso che lega i versi, segno/segnale di vitalità che non si spegne mai, come il cielo e il sole, nonostante la pandemia che rimane sempre sullo sfondo.

In realtà, la tremenda parola non entra mai in questi testi, eppure il tormento del non detto penetra egualmente tra le righe, nelle allusioni di senso, nelle parole appena accennate, nei gesti ripetuti dentro uno spazio claustrofobico, che genera asfissia, costantemente invocando uno spiraglio di salvezza che cancelli il rimpianto di ciò che non si è vissuto, nella con-fusione degli elementi naturali, con ancora e sempre il mare, il cielo, la luna sfolgoranti sulla pagina, parametri infiniti di fronte al finito essere umano, al presente che elide passato e futuro, a un volto che rasserena, nell’angoscia degli attimi sospesi, nell’insicurezza frastornante di ogni istante, al susseguirsi delle stagioni, autunno con i mesi di ottobre e novembre, o primavera nel “respiro gordiano” dell’alba, in un giardino dove Storia e Natura si compenetrano nel recupero di una passeggiata nel verde, proibita come un peccato mortale in tempi di segregazione pandemica.

Il poeta intona un canto incessante alla Natura e a tutte le sue manifestazioni, alla vita che non cessa mai di far sentire la sua voce, al mare, elemento prediletto, ineludibile passione, fino all’ultima, ironica terzina, quasi un haiku, che chiude con l’infinita delicatezza di un sorriso questa raccolta, infinita delicatezza che ha permeato ogni verso. Notevoli ci paiono dunque questi testi di Giuseppe Spinillo, come anche la struttura metrica dalle rime inusuali, ben ritmate, dai versi intrisi di una musica interna che scandisce le frasi poetiche, generando un continuo spostamento di senso che acuisce l’attenzione, l’emozione, l’immedesimazione di chi legge, struttura che non ci sorprende perché l’autore è maestro di suoni, tanto che queste sue poesie, come tante altre che abbiamo ascoltato diverse volte in molti anni, potrebbero essere dei veri e propri “rap” scanditi da un palco e suscitare egualmente, se non maggiormente, tensione e meraviglia.

Nota di lettura di Irene Sabetta

Nonostante il riferimento nel titolo ad uno dei romanzi distopici più noti, soprattutto per la trasposizione cinematografica nel film Blade Runner, la breve raccolta di Giuseppe Spinillo è attraversata da una vibrante e invincibile utopia: che le periferie possano trasformarsi in luoghi di incontro e di crescita culturale condivisa. Come ha affermato l’autore in una intervista, le “pecore elettriche” che i poeti sognano (che lui sogna) sono le librerie che, a dispetto dei tempi, dovrebbero sbocciare come fiori nelle zone più deprivate e difficili della città. La città a cui il poeta si riferisce è Roma e la periferia che vorrebbe veder rinascere e resistere ai mali del momento è Centocelle. Un libro di poesie radicato, dunque, in una realtà ben precisa, con la quale l’autore intrattiene una relazione di affetto e complicità quasi viscerali. C’è molta passione, infatti, nei versi di Spinillo che, seppur muovendo da un’istanza sociale, quella di denunciare il barbaro incendio nel 2019 della libreria La Pecora Elettrica, appunto, e di sognarne la rifondazione, è animata da mille risvolti emotivi e richiami alle forze della natura. La spinta civile a monte del percorso poetico che conduce alla produzione di questi testi ne sostiene la carica polemica e, insieme, profondamente emotiva e si trasforma, nel fluire dei versi, in una sorta di inno alla bellezza della natura e della poesia. La prima idea di quest’opera nasce sul balcone, da dove Spinillo, durante il  lockdown della scorsa primavera, ogni sera, alle 21.00 circa, declamava con il megafono versi di poeti defunti e viventi a beneficio di chi volesse ascoltare. La lettura ad alta voce, anzi a voce altissima, è l’altra passione personale del poeta che vibra in questa raccolta. Nella pagina iniziale, c’è un richiamo alla poesia di Emily Dickinson e al suo uso dei trattini come segno grafico distintivo. L’analisi dei testi della poetessa americana, che visse tutta la vita in isolamento volontario, quasi costretta da una sorta di “pandemia esistenziale”, ha indotto Spinillo ad una domanda: perché i poeti vanno a capo? Perché la Dickinson ha voluto marcare con un trattino, anzi, con una serie diversa di trattini, addirittura a volte rafforzati, queste pause, queste fratture nei suoi versi? Forse per costringere il lettore a fermarsi, a rispettare degli stop che non coincidono per forza con le pause della sintassi o della logica comune. Leggere ad alta voce le sue  poesie rispettando le cesure marcate dai trattini, significa imparare a rispettare l’impianto originario del testo poetico, senza alterarne le strutture interne e assumendo il ritmo e la scansione del ragionamento voluti dall’autore.

Motivazione sociale, curiosità per i trattini della Dickinson e lettura ad alta voce, le tre linee lungo le quali Giuseppe Spinillo ha sviluppato questo suo viaggio poetico. L’intento costruttivo e proattivo è evidente nell’ariosità dei versi, nei giochi di chiaroscuri in cui, alla fine, prevale sempre la luce del sole, nella presenza ricorrente dei fiori (i fiori del bene!) e nei molti rimandi alla pratica del giardinaggio. Concepita in tempi di chiusure e isolamento, questa poesia è tutt’altro che claustrofobica; ci conduce fuori, nei parchi, ci porta oltre l’orizzonte della finestra a scrutare orizzonti possibili. Come un pioniere che spinge in avanti la frontiera, Spinillo si lancia con l’immaginazione verso i luoghi dell’utopia. E l’uso dei trattini, degli asterischi, suggeriti da Emily Dickinson, non sono tagli nel testo, ferite nel discorso, come a volte accade nei componimenti dell’autrice americana, ma piuttosto pause di respiro, un invito a fare dei sospiri di sollievo, ad evitare l’affanno, ad assumere un ritmo lento…

Nella poesia che chiude la plaquette, il mio mare, troviamo espressi, nelle tre sezioni che la compongono, i tre elementi fondanti della raccolta, correlati a tre luoghi cari a Spinillo: l’utopia rappresentata dal mare, il conforto gioioso della natura da cercare nei parchi urbani e la realtà prossima in cui piantare i semi per un futuro migliore, il quartiere di Centocelle.

da Formafluesn

Presentazione della plaquette I poeti sognano pecore elettriche, andata in diretta il 21 marzo 2021 giornata mondiale della poesia

3 comments

  1. Gentilissima,sono Iolanda La Carrubba, ho letto il suo messaggio sul sito che curo. Se può inviare un suo numero telefonico la ricontatto lunedì nel pomeriggio, se per lei va bene.
    Cordiali saluti

  2. Care editrici, sono Giuseppina Caldarola della galleria di Spoleto dove abbiamo esposto la Morici e La Carrubba e molti altri. A causa della pandemia molto per tutti noi è cambiato. Leggendo oggi queste vostre mail ho pensato che, forse, questa vs attività online potrebbe esserci (non so come…) di qualche utilità. Come potremmo scambiare qualche chiacchiera? Cordiali saluti. MGiuseppina Caldarola

  3. Molto bella, convincente! Complimenti Giuseppe! Auguri per la tua nuova raccolta!
    Buon anno,
    Rosaria

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...