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PoesiCanzone

Il Progetto e il Cd-Antologia

 

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Il progetto PoesiCanzone nasce dall’unione delle idee di Iolanda La Carrubba e Amedeo Morrone, è stato presentato all’interno della rassegna culturale San Lorenzo 2011 patrocinato da Roma Capitale ed Estate Romana.
Il lavoro è stato quello di realizzare un’opera di trasposizione letteraria, in cui le poesie di poeti nazionali e internazionali sono state tradotte in vere e proprie canzoni in un’operazione corale nella quale i poeti hanno espresso con il loro prestigioso lavoro la sensibilità su diverse tematiche che insieme all’original sound pop-rock melodico del cantautore Amedeo Morrone, viaggiano attraverso un linguaggio sinestetico.

La prima edizione del Cd-Antologia “PoesiCanzoni” è stata introdotta dall’illustre prefazione del musicologo, compositore ed antropologo Alexian Santino Spinelli (musicista virtuoso della fisarmonica, docente universitario di Lingua e cultura romaní, presidente nazionale della federazione FederArteRom) che dice “…la musica e l’original sound pop-rock di Amedeo Morrone e le sue canzoni fanno parte di noi, sono espressioni artistiche reali, esprimono emozioni vivide che irrorano le nostre vene e coinvolgono i nostri sensi… La sua arte è pregna di vita reale che diventa poesia, che diventa canzone… semplicemente invita l’ascoltatore a porgere il suo cuore prima che l’orecchio verso la PoesiCanzoni”.

Presentazioni ufficiali del progetto e del Cd-Antologia PoesiCanzoni si sono tenute presso prestigiose location tra le quali: l’Isola del Cinema di Roma diretta da Giorgio Ginori, presso la sede FUIS (Federazione Unitaria Italiana Scrittori) di Roma, presso lo Studiolo diretto da Eugenia Serafini a Roma, presso la Biblioteca Aldo Fabrizi di Roma.

Prezzo ci copertina € 25,00

Per info e ordinare copie: escamontage.escamontage@gmail.com

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PoesiCanzone

 

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IL PROGETTO


Il progetto PoesiCanzone è nato da un’idea di Iolanda La Carrubba (poeta e filmmaker) e Amedeo Morrone (cantautore), ed è stato presentata all’interno della rassegna culturale San Lorenzo in Piazza 2011 patrocinato da Roma Capitale ed Estate Romana 2011, alla presenza del consigliere comunale Alfredo Spositi.  

PoesiCanzone è un’opera di trasposizione letteraria, in cui le poesie di poeti nazionali e internazionali sono state tradotte in vere e proprie canzoni in un’operazione corale nel quale i poeti hanno espresso con il loro prestigioso lavoro la sensibilità su diverse tematiche che insieme all’original sound pop-rock melodico del cantautore Amedeo Morrone, viaggiano attraverso un linguaggio sinestetico.  

Il progetto completo ancora in forma embrionale è stato ospite il 25 novembre 2015 durante l’evento a cura di Lisa Bernardini “Storie di donne” che ha visto come protagonisti, pittori, poeti, fotografi, attori, registi e notori nomi della moda. Mentre la prima presentazione del progetto si è tenuta il 21 marzo presso lo Studiolo di Eugenia Serafini (Roma) e in seguito all’interno dell’importante rassegna culturale dell’Isola del Cinema di Roma a cura di Giorgio Ginori.

 

IL CD-ANTOLOGIA

La prima edizione del Cd-Antologia “PoesiCanzoni”, ed. EscaMontage 2017, è stata introdotta dall’illustre prefazione del musicologo, compositore ed antropologo Alexian Santino Spinelli (musicista virtuoso della fisarmonica, docente universitario di Lingua e cultura romaní, presidente nazionale della federazione FederArteRom) che sulle PoesiCanzoni afferma “… Stabiliscono un contatto immediato con l’ascoltatore a cui si parla al cuore …”.

Il primo Cd-Antologia è stato presentato ufficialmente presso la sede FUIS (Federazione Unitaria Italiana Scrittori) di Roma.

 

INFO

Per informazioni, ordinare copie e organizzare presentazioni inviare una e-mail a escamontage.escamontage@gmail.com

NEWS

Mondo Za all’Apollo 11

20 dicembre ore 21.00, per la rassegna Racconti dal vero

 

L'immagine può contenere: albero, cielo, sMS e spazio all'aperto

Mondo Za, un film di Gianfranco Pannone, in anteprima romana mercoledì 20 dicembre ore 21.00 presso Centro Aggregativo Apollo 11, c/o Itis Galilei ingresso laterale di via Bixio 80/a, (angolo via Conte Verde) – Roma, nell’ambito di “Racconti dal vero”, con il sostegno di SIAE.


Alle 20.45 prima della proiezione verrà offerto Parmigiano Reggiano e Lambrusco, in omaggio alla Bassa zavattiniana.

A seguire concerto breve per pianoforte di DANIELE FURLATI (compositore delle musiche di Mondo Za)

Introduce il film MARCO PISTOIA (Università degli Studi di Salerno)
che al termine della proiezione ne discute con il regista GIANFRANCO PANNONE, il distributore MARIO MAZZAROTTO, l’autore delle musiche DANIELE FURLATI e UGO ADILARDI per l’Aamod.

Cesare Zavattini e la Bassa reggiana. La Bassa reggiana e Cesare Zavattini. Un rapporto di reciprocità ricco e complesso, che in questo film intreccia passato e presente, creando un nuovo tempo sospeso attraverso le testimonianze di quattro uomini d’età e condizioni sociali diverse. Un film a partire dal grande Za, che incontra idealmente la sua gente in questo pezzo d’Emilia che lambisce il Po.

Regia Gianfranco Pannone Sceneggiatura Nico Carrato, Primo Giroldini, Gianfranco Pannone Montaggio Nicola Tasso Fotografia Pierpolo Pessini Musica originale Daniele Furlati Produttore Primo Giroldini, Giovanna Beghi Produzione Poligraphic/Effetto Notte in collaborazione con Rai Cinema e con Film Commission Emilia Romagna, BPER Banca, Conad, Fondazione Un Paese in associazione con Movimento Film e Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico

Ingresso con tessera associativa Apollo 11
(sottoscrivibile in loco)

Per prenotazioni booking@apolloundici.it
Le prenotazioni dovranno essere convertite in biglietti presso la biglietteria almeno 30 minuti prima dell’inizio dell’evento. La prenotazione non convertita non dà diritto di accesso all’evento.

 

https://www.facebook.com/events/382231535575172/

Recensione

A volte la storia si volta indietro per mordersi la coda

Riflessioni sparse su Stecca, mutismo e rassegnazione. Storia di una naja non tripudians di Marco Palladini – Editrice Zona 2017

 di Donato di Stasi

 

Protasi et alia. Marco Palladini saggia a suo modo la fabbrica del mondo con quest’ultimo romanzo-diario-saggio, strutturato su tre livelli: i ricordi poco tripudianti del servizio militare prestato nel 1980; una riflessione a margine, circostanziata e tagliente, sul problema dell’identità singola e collettiva; le numerose incursioni nella sociologia, nell’antropologia, nella filosofia, nella musica, nella letteratura tout court per rendere al meglio il mood di un’epoca intera.

Il passato viene recuperato secondo una prospettiva profonda e veritiera, senza nulla a che fare con i falsi teatrini delle fiction televisive e cinematografiche attuali.

La bravura dell’autore consiste nel rivitalizzare tutta la rigatteria sociologica legata alla naja (lo stupidario militaresco, l’ottusità delle gerarchie, la coazione a ripetere delle vessazioni) per trasformarla in una sedula metafora esistenziale: da un lato l’ovvia volontà di scappare dalla caserma-prigione, dall’altro l’assurdo e incomprimibile desiderio di rimanervi intrugliato, quasi a dar corpo a un istinto ingenuo di autoconservazione, di estrema difesa dal nichilismo freddo che avrebbe fatto seguito alla calda stagione rivoluzionaria degli anni 1966-1977.

Nell’adolescenza di Marco Palladini c’è stato l’assoluto politico, c’est à dire una militanza spinta fino alla linea d’ombra (mai varcata) della lotta armata. Con la prima maturità la poesia, la letteratura, il teatro lo hanno soverchiato, imponendosi come un compito altrettanto spossante del precedente (l’assoluto poietico).

Fra queste due esperienze sub specie aeternitatis si colloca l’intermezzo della naja, quando esplodono le ubbie e i terrori, le aspirazioni confuse e un confuso sentire, assieme ai vortici di una coscienza sconvolta. In sostanza una terza tranche de vie anch’essa totalizzante, che non conosce gli estremi del meglio e del peggio, ma solamente la sconfinata mediocrità dell’obbedir tacendo. Eppure una tale grigia mediocritas funge da salvavita, frena le spinte autocefale alla distruzione di sé: Marco Palladini, sotto le spoglie romanzate di Michele Parravicini, va incontro al servizio militare con timore ma anche con fervore, avvertendo inconsciamente di trovarsi di fronte a una rassicurante regressione tribale, pervasa di rigide norme e convenzioni, di sacri e inviolabili tabù.

Proprio la ferma militare, funzionando a circuito chiuso per stratificazioni che si sono composte nel tempo, sublima una ritualità di gruppo che copre e protegge, che impedisce al pensiero di fluttuare libero e che proietta la coscienza in una zona franca di limbica sospensione.

Se è vero che la naja è stata cancellata da anni, Marco Palladini riattualizza ciò che si è estinto, recupera una forma sociale desueta (l’incontro e la reciproca conoscenza delle culture dialettali più disparate e più lontane della penisola). Il suo intento tuttavia non è il revival, l’heimweh, intesa come la malinconica e passiva nostalgia del ritorno. L’obiettivo è di restituire la sehnsucht, vale a dire l’anelito spirituale e materiale verso ciò che non si può più raggiungere.

Suchen in tedesco esprime il significato di cercare, di desiderare il desiderio inestinguibile (tale l’atteggiamento di Michele-Marco nel corso dell’intero libro).

Il pendolo rovesciato non conosce i ritmi dell’andata e ritorno. “Trovandosi in una fase oramai crepuscolare del proprio ciclo vitale” (p. 216), Michele ricorda e in questo modo colma il grande cratere della sua mente: ha su di sé il marchio a fuoco del Novecento, il secolo breve delle lunghe distruzioni. È un tardoadolescente venticinquenne alle prese con le contraddizioni dell’esistenza che rimangono lì, dentro e fuori di lui, come sospese, a tracciare la loro linea di dolore e di angoscia.

Michele appare innamoratissimo della vita, eppure si dimostra come apatico e chiuso in sua epoché: ha inseguito il piacere della rivoluzione non il dovere di realizzarla e di sporcarla. Allo stesso modo avverte una stolida consonanza con Telemaco (il figlio) e un’equivalente dissonanza con Ulisse (il padre, il principio di autorità). Per strapparsi di dosso le stigmate dell’indecisione va a ingorgarsi nel perimetro totalitario dell’esercito, kraken e bonaccia, il mostro geometrico che succhia ai sottoposti ogni rigagnolo di spirito critico e che, a un tempo, li scaraventa sull’isola delle Regole Assurde, sorta di entità semiplatoniche, lontane un iperuranio dalla caoticità del vivere quotidiano.

Così Michele attraversa il suo Acheronte: da militante di Avanguardia Operaia, impegnato a trasformare le condizioni materiali dell’esistere collettivo, a soldato-ingranaggio dello Stato borghese e padronale contro cui ha indirizzato la sua azione teorico-politica. Lui che ha rifiutato il drammatico settarismo della sinistra extraparlamentare, si ritrova in pieno 1980 a respirare i miasmi del leviatano militare, respingente e pietrificante, con la sua efferata crudeltà e stupidità.

“Tutti i suoi anni giovani erano stati percorsi da un’ansia di assoluto, da una sete (para-religiosa) di orizzonte totale” (p.11): disempatico ontologicamente con il mondo, distonico con la narrazione del piccoloborghese da istradare perbenisticamente verso la trimurti casa-famiglia-lavoro, Michele dubita al cospetto della verità, relativizza al cospetto dell’universale, ricategorizza le modalità del pensiero. Né eroe, né antieroe, piuttosto figura di errante nel duplice e ambiguo senso di colui che non teme di sbagliare, affrontando l’imprevisto, e di colui che si getta con la giusta dose di incoscienza nell’ignoto, nell’altro da sé, nel tempo a venire.

Per sessanta capitoli del libro Michele vive nel passato, ma appartiene toto corde al presente e, più ancora, al futuro. È l’aufheben hegeliano: toglie e conserva, diventa paradigmatico, specchio ustorio per bruciare le ceneri e le rovine della nostra malata contemporaneità, con la speranza e la disperazione di veder rinascere una forma di vita autentica.

Borgesianamente. Se stendiamo la narrazione su un unico asse diacronico, Michele ha sbriciolato tanti io successivi: è stato un bambino solitario, concentratissimo nei suoi giochi, poi l’adolescente-candela che ha spento il rumore e la furia della passione amorosa e politica. Ha percorso successivamente le strade polverose e fangose dell’età adulta, quando l’io ha gettato le sue spore dentro le molteplici attività di scrittore, poeta, drammaturgo, performer, critico teatrale. Michele-Marco vuole sapere di che cosa è fatto il suo passato. Di quale materia. Interroga la consistenza dei ricordi e, soprattutto, intende accertare chi è rimasto dietro la porta della sua memoria. Probabilmente nessuno, o forse tutti, a cominciare da Pedru, il barbaricino che si fa riformare, altrimenti sarebbe morto di inedia, oppure Gulinucci, detto il Tatà, meccanico, ballerino provetto, ciclista dilettante, per continuare con Bernardi, l’autotrasportatore. Proprio questi ultimi due sarebbero perfetti per sostituirsi ai virgiliani Eurialo e Niso: un taciturno e un dispensatore di ciarle, pazzi dall’aria sensata, giovanottoni di una provincia (in quegli anni) ancora ottimistica e vitale, perché l’uno salva l’altro, perdono e riguadagnano, in un gioco di diritto e rovescio.

In caserma si incontrano nemici, indifferenti e amici di tutta una vita: quel che è certo è che l’io collettivo si spezza in mille frantumi, ciascuno dei quali assume le fattezze di “un rampante io neobarbaro” (p.85)

Frizzi e lazzi, scherzi mortali e mortalmente stupidi, le guardie, le fughe, le licenze brevi e lunghe, il cameratismo e il nonnismo, le spine e i rituali da fine impero romano, gli amori perduti (Giovanna) e le storie in cui si inciampa (Rosy), gli amori solo immaginati (Vincenza, l’avvocatessa femminista incontrata in treno) compongono gli infiniti labirinti riconducibili all’universo concentrazionario della caserma, nel quale il bozzetto realistico, l’episodio esemplare e lo stantuffo del pensiero pensante convivono, in virtù della sapienza scrittoria dell’autore, capace di squadernare il romanzo, di ridefinirlo come genere, aprendolo alle infinite prospettive del divertissement, dell’ironia sagace, della meditazione acuta e penetrante (“In ogni caso, lui e Massimone con Forlivetti, Mercurio e Baraldi costituirono in breve un balzano quintetto tanto più affiatato e internamente empatico, quanto più era eterogeneo e intrinsecamente spurio. Ma quella non purezza e disomogeneità si raccordava magicamente e si sintonizzava su una intelligenza del vivere sempre all’insegna dello spirito critico-ludico, un po’ come la compagnia degli àpoti di Prezzolini. Al quintet ganzo non glie la davano a bere e loro non si piegavano supinamente agli automatismi, ai conformismi, agli opportunismi” p. 128).

Formidabili quegli anni. Marco Palladini non ha (per nostra fortuna) l’occhio vitreo dei laudatori acritici del passato, interessati unicamente a proporre un edulcorato quadretto idillico, tanto per stornare l’attenzione dalle pressanti questioni del presente. Quegli anni, in apparenza formidabili, cadevano a pezzi come tutto il resto della storia italiota: “C’era un sacco di gente che non aveva niente da dire, epperò lo diceva benissimo” (p. 84). Si era nell’epoca dell’incanto e dell’incarto verbale, dei parolai che muovevano intere montagne con la forza delle loro frasi fatte, né più, né meno di quanto non accada oggi con i sedicenti opinionisti televisivi. Potremmo parlare di invarianti antropologiche e in questo il Nostro è bravissimo a elencarle.

À la guerre comme à la guerre. Questo libro-labirinto offre al lettore sapide occasioni di godibilissime letture. Vedasi a mo’ di esempio le splendide pagine dedicate alla rievocazione del match pugilistico, svoltosi a Kinshasa il 30 ottobre 1974, tra l’apocalittico ribelle Cassius Clay-Muhammad Alì e l’integrato George Foreman. Alla prosaicità e alla banalità del quotidiano, Marco Palladini oppone il plafond etico-poietico della boxe dei tempi eroici (“Un jab di Alì era per lui pari a un verso di Rimbaud o di César Vallejo, a un Bluespoem di Kerouac. Augh”, p. 118).

Questioni di stile. La frase palladiniana mescida la rotondità classica con la spigolosità contemporanea, distillandone un personalissimo andamento spiraleggiante dal ritmo sincopato e fluido nello stesso tempo. Lettura gradevolissima e nutriente, derivante da un sapiente impasto lessicale e sintattico, vero marchio di fabbrica del Nostro. Derivante anche da una lingua pacificata e onnivora, zeppa di teneri vezzeggiativi (maschiotto, uffizialetto), di necessari modernismi (skizzato, shockante), di pane-al-pane vino-al-vino (ecchecazzo), di contraccolpi aulici (rappresa, repentinamente, serotino), di discese gergali (naja, canaja, gentaja). In definitiva un helzapoppin ordinatissimo, lucidamente assemblato al fine di una comunicazione ampia e intellettualmente onesta.

Apodosi. Adesso che i libri si vendono a chili come le patate, Stecca, mutismo e rassegnazione dovrebbe stare in bella vista sui banconi di tutte le librerie, perché è un libro a suo modo struggente senza essere piagnucoloso, capace di interrogare senza moralismi e sguardi dall’alto.

Ai giovani sperabili lettori Marco Palladini ricorda che allora, nel 1980, si era giovani, poi maturi, signori di mezza età, anziani, matusalemme. Oggi, al contrario, si è solo giovani, giovani per sempre, con l’ossessione della jeunesse blanche attaccata alla pelle e alle ossa.

Michele Parravicini è stato giovane una volta sola, in una sola stagione della vita, nel fiume eracliteo di una breve tornata d’anni nei quali non si può tornare a bagnarsi una seconda volta.

Allora nel 1980 c’era un prima (la militanza politica), un dopo (le scelte successive) e un durante (l’autocastrazione psicologica della naja), ora si vive in un eterno presente mummificato, dove quasi più nessuno sente le unghiate dell’assoluto e le blandizie del relativo.

Nereidi, fine novembre 2017

Linkopedia

http://malacoda4.webnode.it/a-volte-la-storia-si-volta-indietro-per-mordersi-la-coda/
 
http://www.zonacontemporanea.it/steccamutismoerassegnazione.htm

Festival: Fotoreportage dal Festival Internazionale del Film di Roma 2014

Alcuni scatti dall’edizione 2014 del Festival Internazionale del Film di Roma, tra personaggi testimonial, grandi attori, star on the red carpet e premiati. Autrice Silvia Zacchi.

BioArt

Mario La Carrubba

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Biografia e curriculum artistico

Nasce il 15 gennaio 1944, ha frequentato l’Istituto Statale D’Arte e l’Accademia delle Belle Arti di Roma, tra i suoi maestri i pittori della Scuola Romana – tra i quali Ziveri, Ceracchini, Mazzullo -, Guttuso e Maccari. La prima mostra personale che ha segnato il suo denso impegno professionale si è svolta agli inizi degli anni ’70 presso la galleria Il Trifalco. Di rilevante importanza è stato l’incontro con il fotografo italiano Mario Carbone e la critica d’arte e gallerista Elisa Magri, grazie al quale inizia una serie di importanti mostre a Cosenza. Prosegue il lungo percorso che lo vede impegnato nell’evolvere la visione fantastica, attraverso un mai sopito rapporto con le diverse arti visive, tra cui lo spiccato amore per il cinematografo. Realizza diverse VideoArt tra le quali l’omaggio ad Anna Magnani andato in onda nel 2012 sullo speciale del TG di Rai 2. 

Principali esposizioni:

Collettive

– Generazioni Anni ’40, Officina Spoleto, a cura di Giorgio Di Genova 2014
– Generazioni a confronto, Palazzo Sforza Cesarini, Genzano, a cura di Giorgio Di Genova 2015

– L’Italia omaggia l’Egitto, Ambasciata della Repubblica d’Egitto (RM), 2015

– Periscopio sull’arte Castello Ducale Corigliano Calabro 2016

– Generazioni a confronto a cura di Giorgio Di Genova Grottaferrata Biblioteca Monumento Nazionale 2017 

– Collettiva presso il Museo Emilio Greco di Sabaudia 2017

– presso la Galleria a cura di Enzo Maniscalco presso Sambuca (Si) 2017

– Cult of Art di Roma Trittico Art Museum a cura di Sabina Tamara Fattibene 2017

Personali

– Galleria D’Arte Il Trifalco di Roma 1986

– Lavatoio Contumaciale a cura di Iolanda La Carrubba (RM), 2009

– 150 anni dall’Unità di Italia presso la Bibloteca Vallicelliana a cura di Iolanda La Carrubba di Roma 2011

– Cromatismi presso il Polmone Pulsante a cura di Andrea Ungheri presso Roma 2011

– Museo d’Arte Manzù a cura di Plinio Perilli di Ardea (Rm) 2013

Musei: 

Museo del pattinaggio di Finale Emilia 

Museo Archeologico di Atina (Frosinone)

Museo d’Arte delle Generazioni d’Italia del ‘900, Pieve di Cento (BO)

Premi: 

Nel 1960 ha vinto il primo premio per l’estemporanea presso il comune di Trevignano (Rm) donando l’opera al comune

Primo premio per la prima edizione la Fragolina d’Oro presso Palazzo Ruspoli Nemi 2016

 

Linkopedia:

Mario La Carrubba pagina Facebook

VideoArt Mario La Carrubba distribuzione EscaMontage

https://www.youtube.com/user/MarioLina44

News: Il fotografo Michele Simolo racconta il progetto “NO VIOLENCE”

Il fotografo Michele Simolo annuncia i suoi nuovi progetti.

Il fotografo Michele Simolo con Lisa Bernardini

Il fotografo Michele Simolo con Lisa Bernardini

“La Fotografia è entrata nella mia vita un po’ tardi, ma poiché la si può considerare una passione senza tempo, per me è arrivata in ogni caso al momento giusto”: così parla di sé Michele Simolo alla stampa, annunciando la sua presenza ad Agosto a Nettuno (Roma), durante il NettunoPhotoFestival ed. 2014, la nota rassegna italiana di musica, poesia, fotografia organizzata da ben quattro anni dal Comune di Nettuno con l’Associazione “Occhio dell’Arte”.

Il campo di lavoro principale di Michele per tanti anni è stato quello dell’informatica, ma la fotografia col tempo da semplice passione è diventata qualcosa di più.

Inizia a fotografare nei primi anni ’70 con una Canon ftb; il suo primo obiettivo un Vivitar 70-300 serie 1. Dopo aver passato per qualche anno a fare concorsi fotografici per hobby ed  ottenuto anche  grandi riconoscimenti, questo passatempo ad un certo punto ha subito un forte cambiamento: abbandonava la sua vecchia macchina fotografica per passare alle video riprese. Qualche anno più tardi  una  ulteriore “svolta”: la nuova tecnica digitale lo faceva  ritornare alla vecchia passione, la fotografia. Nel 1995 costituiva, nel dopolavoro Atac, la “Sezione Cine Foto”, di cui diventava Presidente, carica che ha ricoperto fino al 2013.

Considerato da sempre un autodidatta, la voglia di far conoscere a tutti  la fotografia  lo ha portato a organizzare tanti workshops fotografici; tra i più significativi: “Luci e Ombre sotto le Stelle” .

Dal momento che Cultura è anche Fotografia, è sempre stata sua premura scegliere locations che potessero rivestire un particolare interesse proprio in tal senso:  non potevano mancare pertanto le scelte del castello Theodoli  di Ciciliano (Rm), ad esempio, nell’anno 2007; oppure  il Castello Theodoli di Sambuci (Rm), nel 2009 -2010; la chiesa sconsacrata del Bernini di Ariccia nel 2009; le bionde rive del Tevere nel 2004-2007, ecc.

Nel 2010 Michele Simolo fonda “Studio Photo Art ”, un gruppo fotografico specializzato in eventi di cui  il coordinatore.

Sempre nel 2010 organizza per Sara Favarò il progetto “Gocce” – presentato alla fiera internazionale del libro di Torino 14 maggio 2010 – e all’auditorium di Palermo il 23 Maggio 2010, con la partecipazione di Don Luigi Ciotti e a Roma presso il museo Canonico di Villa Borghese.

Fotografo per quotidiani e riviste nazionali, tra i suoi tanti altri importanti lavori eseguiti sono da ricordare: dal 2000 al 2009 fotografo ufficiale di  “Parole in corsa “; conferenza internazionale  “UITP” sul trasporto pubblico; fotografo ufficiale per ATAC dal 2001 al 2013; presidente dal 1995 al 2013 della Sezione Cine Foto Atac; organizzatore di mostre fotografiche in collaborazione con Carlo Riccardi; backstage  per cataloghi di moda; organizzatore di  collettivi fotografici; principali sfilate di moda della capitale; 2011 fotografo del calendario – No alla Violenza sulle Donne; congressi – eventi sportivi – pugilato; corsi di video e fotografia; fotografo ufficiale rivista MY TIME;  fotografo al Festival del Cinema di Roma 2012/13; Festival della Fiction 2012/13; fotografo al 70° Anniversario Sbarco Anzio-Nettuno 2014; prime cinematografiche – Teatro – maggiori eventi della capitale.

Foto di Michele Simolo, tratta da "No Violence"

Foto di Michele Simolo, tratta da “No Violence”

In anteprima a Reset Italia, Michele Simolo annuncia che sarà il prossimo 23 giugno 2014 nello staff operativo  di un grande  evento di carattere umanitario dal titolo “NO VIOLENCE”, una giornata di fortissimo impatto mediatico a Roma dedicata a combattere la sempre più crescente violenza sulle donne.

L’intera campagna fotografica,  che ha il medesimo titolo del progetto, “NO VIOLENCE”, è effettuata con le sue fotografie e la mostra fotografica annessa è a cura del coordinamento logistico della Associazione culturale Occhio dell’Arte.

Nella mostra fotografica “NO VIOLENCE”, diretta dalla collega Lisa Bernardini (che di “Occhio dell’Arte è il Presidente e del NettunoPhotoFestival il direttore artistico) verranno rappresentate ricostruzioni di sofferenze femminili in seguito a violenza. Alla mostra hanno collaborato attrici ma anche persone dal lavoro più comune.

Maglietta "No Violence"

Maglietta “No Violence”

“Questa  mostra avrà nelle mie intenzioni  itineranza italiana e potrà  essere prenotata  tramite  l’Occhio dell’Arte per essere ospitata in cornici di accoglienza  culturale che possano continuare ovunque   a  lanciare il messaggio sotteso: NO VIOLENCE! Una tematica a me molto cara – continua Michele Simolo.

Dal 19 Agosto al 31 Agosto 2014, pertanto, potrete trovare questo poliedrico fotografo anche al PhotoFestival “Attraverso le Pieghe del Tempo” presso il Forte Sangallo di Nettuno, ed il giorno 20 Agosto il progetto verrà spiegato ad un numeroso pubblico in una cornice serale di una  piazza di quella Città, avvalendosi anche dell’aiuto di un video dal backstage.

Appuntamento intanto alla prima nazionale di “NO VIOLENCE” a Roma, in una cornice che ancora non è stata resa nota alla stampa ma di cui si occuperanno i media con grande diffusione.

Per tutte le informazioni sulla Mostra, rivolgervi a www.occhiodellarte.org e al suo Presidente.

Per contatti diretti con Lisa Bernardini: info@lisabernardini.comocchiodellarte@gmail.com

Partner promozionale “NO VIOLENCE” ( T-Shirts) : Gioielleria Amleto di Cori

 

 

VideoIntervista

Cineanteprima. Il cast di “Universitari”

Un film di Federico Moccia

 

 

Non solo università. Prove di vita per un gruppo di “fuori-sede”. Tra complicità, liti, difficoltà, scherzi e imprevisti. Il regista e autore Federico Moccia, i protagonisti Primo Reggiani, Simone Riccioni, Maria Chiana Centorami e il giovane cast di Universitari. Molto più che amici, raccontano l’esperienza, tra set e vita vissuta. Momenti goliardici, emozioni reali e riflessione comune sugli intensi rapporti tra coetanei negli anni in bilico tra adolescenza e maturità. Filmati da un Moccia che si riscopre ad ogni nuovo lavoro.

Regia e montaggio Iolanda La Carrubba
Interviste Sarah Panatta