In caso di apocalisse

di Giulia Bertotto

“In caso di apocalisse” Autore: Giulia Bertotto
Curatore: Iolanda La Carrubba, Valerio Di Gianfelice, Claudio Comandini
Edizioni EscaMontage
Collana: Poesie
Anno edizione: 2019
EAN: 9788894355680
€ 14,00

«In queste pagine troviamo soprattutto l’idea di una poesia che “non è roba per sentimentali ma per compulsivi”, e non è certo il suicidio lirico a dare soluzione a quanto di irrisolto porta con sé la vita, in un onirismo che resta incerto tra l’essere chi sogna e l’essere chi è sognato, all’interno di una condizione cosmopolita vissuta con leggerezza, nella quale gli estremi appassionano». (dalla prefazione di Claudio Comandini)

Nota dell’autore

Noi viviamo in un epoca di sentimento millenaristico però secolarizzato, ci sentiamo in colpa verso la natura, ma con un sentire ambientalistico, non con un senso del Creato. Viviamo in un tempo di minaccia di estinzione per l’uomo. Ogni giorno sentiamo dire che l’Amazzonia brucia, la plastica penetra nella catena alimentare e soffoca i mari, i ghiacciai si sciolgono e le temperature in aumento causano migrazioni e faranno scoppiare guerre. Chiamiamo quest’era Antropocene, perché l’impatto umano è oggi più massiccio e insieme capillare che mai nella storia del pianeta. E’ qualcosa di spaventoso ma anche affascinante, ne avvertiamo il fermento. Il fermento dell’apocalisse è dato dall’avvicinarsi verso la verità delle cose, più che dal pericolo della loro fine. L’apocalisse è anche la consapevolezza elettrizzante di questo legame essenziale e quantistico tra le creature, che si fa urgente e manifesto al tramonto di un’era.

Quindi “In caso di Apocalisse” raccoglie una rosa di poesie e aforismi che raccontano la fine di diversi mondi. La fine del mondo è sempre relativa a un ecosistema o ad una specie vivente. Ma può essere anche un attacco di panico per chi ne soffre, la scoperta del Bosone di Higgs per la fisica classica, la separazione tra un fungo è un batterio se sei un lichene, è l’ossigeno se sei una creatura anaerobica di 2500 anni fa, è Chernobyl nel 1986, è una capitale da spostare oggi in Indonesia… Ma la fine del mondo non è mai fine della Vita. Eccoci allora alla vera accezione di Apocalisse come “Rivelazione”, apertura del Segreto, che da sempre i filosofi ci ricordano: la sostanza spirituale immutabile, perenne e immortale sotto il mutare delle forme materiali.

Parlo di Apocalissi relative a contesti ambientali e storici, ma anche della serenità imperturbabile se l’apocalisse viene accolta con una concezione filosofica e mistica che si rifà a Bruno, Seneca, Socrate: nessuna fine del mondo è fine della Vita.

Questa raccolta poetica, racconta vissuti ed emozioni personali attraverso il comportamento dei fotoni, dei campi magnetici, di anfibi e insetti, dei fiori di alcune piante, ma non si rifà solo all’“ecologia”, o almeno non è il suo ultimo approdo. Il fatto che gli ecosistemi siano soggetti a ricambio e la vita biologica capace di nuovi adattamenti è solo un primo “strato” del libro, che apre a quella che forse è un’intuizione spirituale: la Vita come essenza pre-cosmica non si può estinguere. Per questo scrivo che la tragedia deve essere uno spauracchio umano, perché nessuna energia può restare in stato di conflitto. Il lieto fine non è una questione di gusti o aspettative, è un’istanza ontologica e metafisica inevitabile.

In caso di Apocalisse, recensione a cura di Maria Giovanna Farina

Giulia Bertotto ha pubblicato il suo primo libro ed è poesia. “In caso di Apocalisse” (ed. EscaMontage) non è una scrittura poetica appresa da altri poeti, ma è la sua personale scrittura poetica filosofica. Con uno stile del tutto personale, originale nei temi trattati e nel modo di “far giocare le parole”, Giulia ha donato ai lettori parole originarie scaturite dall’esperienza e dall’incosciente appartenenza ad un universo che ci contiene ed ha potere su di noi. Non siamo mai identici a noi stessi, siamo in ri-cerca, siamo figli della materia, ma siamo anche altro dalla sola aggregazione di atomi. La Filosofia è maestra? Certamente è madre delle nostre incertezze, ma è anche capace di renderci sempre puri esseri in meraviglia appassionati della nobile cura della nostra origine.

Di seguito una poesia tratta dal libro che mostra il valore della pratica filosofica:

Filosofia in tasca

Filosofia in tasca
Ho un’edizione economica in tasca
in caso di emergenza leggere Seneca
per dubbi dilanianti rivolgersi a Cusano
se non mi sento al sicuro
ho una maniglia antipanico,
si chiama Epicuro.
Per ridimensionare un dolore
somministrare l’infinito di Bruno

il metodo è dialettica, l’arte filosofia pratica!

L’accento di Socrate

Recensione di Biagio Propato

Leggendo i versi della silloge di Giulia Bertotto si nota subito la presenza di sintagmi dilatati in combinazioni lessicali insolite legate da un ritmo stringato e da una valenza semantica non propriamente in sintonia con le scelte della poesia tradizionale, e naturalmente si viene traghettati in campi differenti, che vanno da quello filosofico a quello scientifico e di pari passo a quello dello Spirito, della “creazione”, come lo stesso titolo un po’ ironicamente sintetizza.

Linguaggio interessante, dunque, che costringe ad allargare la visione del lettore attento e preparato a leggere la pagina poetica abituale senza dover necessariamente ricorrere a impennate di arguzia per realizzare un piano di comprensione fuori dalle categorie, eslege, come nel nostro caso.

” Associazione biologica

di un fungo e un batterio

patto simbiotico eterotrofo

mutuo scambio evolutivo

sopravvive solo stando insieme per sempre

Voglio fare lichene con te.”

Le tensioni filosofiche, teologiche, teosofiche, le pulsazioni, le vibrazioni, navigano tranquillamente nei versi di questa scrittura , che galleggia, che va nel profondo, senza mai temere i mulinelli, gli scogli o i richiami ammalianti di Sirene, Naiadi, Driadi e di muse ispiratrici, per affrontare con chiarezza e razionalità, questioni e dogmi religiosi rimasti irrisolti nei millenni, e possibilità di cosmogonie che tengano conto delle immense possibilità dello Pneuma, nel suo” Bereshit”, nel suo “Arche’, senza dicotomie pascenti nel deserto delle idee terrestri, verso un oceano ossimorico, che sovrasti le umani parcellizzazioni, anatomizzazioni.

Ogni cosa ha il suo cominciamento e la sua presenza nel mondo dell’impermanenza, la sua fine e un nuovo cominciamento, nella inevitabile “Entropia” , nell’, “Apocalisse ”

l’universo come il gatto di Schrodinger

è vivo e morto senza contraddizione

Il cosmo è onda e corpuscolo insieme

assoluto e incarnato senza incoerenza

creaturale e divino

Figlio e Padre in Uno.”

Definire è sempre un “limitare” la natura intrinseca delle cose, il suo evolversi, il suo divenire, come la celebre Paronimia “tradurre, tradire” . La cosa sorprendente di questi versi, di questa precipua raccolta è la meraviglia che cresce pagina dopo pagina, esternata davanti a un micro scenario di elementi naturali che si incrociano nelle scozie più impensabili, sempre inseguenti segrete armonie, segrete sinapsi, nel calderone cosmico delle nude azioni e reazioni, delle ineffabili Mutazioni.

Definire, quindi, questa poesia , solo una mera sommatoria di teorie e considerazioni fisiche, chimiche, naturali, ossia scientifiche, da connettere all’universo delle percezioni, delle sensazioni, delle vibrazioni, delle vie insondabili dello Spirito, sarebbe un’analisi melliflua, superficiale, alla quale non sono abituati i lettori seri, i critici creativi.

Una lingua paratattica, si presenta ai nostri occhi, in cui i segni di interpunzione, le appendici di attributi e aggettivi, la quasi assenza di preposizioni, articoli, e i valori di conoscenza fuori rotta, sono vascelli di una navigazione controcorrente nella “ciurma dei versi” che costellano il racconto umano. ” Nihil sub sole novum? …verrebbe da dire…si… ma noi, intimamente sappiamo che lo” Stupore” è sempre una rivelazione, una presenza gnoseologica, un riconoscere ciò che si conosceva senza riconoscerlo.

Yin, yang, basso, alto, bello, brutto, divino, umano, bene, male, vengono azzerati in” Entropia”, nell’”Apocalisse”, superando ogni antilogia, dogma, con la rivelazione dell’” ossimoro” Pantocratore. In modo eliottiano passato e futuro sono la stessa cosa, coincidono.

Maria è Figlia e Madre.

Guarda la particella

è Energia e Materia simultaneamente!

Il fisico dichiara” è onda e corpuscolo”

Il mistico esulta “è uomo e

divino, Uno è Trino!

Uno sguardo attento va rivolto anche alla breve sezione degli aforismi:

Ironici, autoironici, sapienziali, che a volte sfiorano il paradosso, l’iperbole.

Per la loro illuminazione interna, per la loro forza centripeta, per la loro brevità, sembrano dei grappoli sostenuti da un gambo che ha radici nella folgorazione istantanea, come lo Haiku orientale.

” Il quarzo dell’ orologio del

tuo smartphone proviene

dalla sabbia.

È ancora una clessidra.”

” Contratto o no la Via lattea

si espanderà lo stesso.”

“Per le stelle in declino.

Anche se qui governa

Entropia, tutti i buchi neri

sono risorti rovesciati

Che scintillano altrove.”

Come si può facilmente notare, queste espressioni, apparentemente aritmiche, si avvicendano senza cercare grandi spazi compositivi, ma il fulcro, l’essenza della significazione, il ristoro dell’Oasi, e hanno in sé il seme della visione.

Giulia Bertotto non fugge la realtà, ma la affronta in tutte le sue diramazioni e sfaccettature, anche quando il sentiero diventa sempre più duro, più irto e impraticabile, evitando i quotidiani topoi, il pensiero inscatolato,i comportamenti omologati, mirando dritto verso la condizione di Entelechia, verso un Dove che includa Creatore e creazione in perfetta sintonia, in continuo dialogo, Inserendosi nel Tutto senza scalfire Niente, come semplice particella, come un umile lichene, come un estremofilo che succhia la sua linfa per una esistenza stoica, anche da una una sterile mammella.

Basta spostare il proprio punto di vista, saper essere piede dentro e fuori della danza, come scriveva Yeats, saper guardare le cose che ci circondano, guardare noi stessi, da angolazioni diverse, per rendersi conto che la realtà non è la Verità.

” Notizie dallo spazio

si cercano sottoterra.

Un tratto dello stomaco

si chiama digiuno

gatti siamesi nati al freddo

hanno zampe più scure

ma quando mi sogno

Io delle due

quale sono?

I componimenti dedicati a luoghi, o a persone o la poesia Mater (ia), che può essere, Madre, Materia, Matera, non cadono mai nella retorica, propria del genere, ma anche con il mezzo ironico cercano di schiaffeggiare lo stato apparentemente inerte di cose e ricordi appesi all’uncinetto della memoria.

La continua immersione nella natura e il continuo innalzarsi verso lo spirito, creano atmosfere tangibili- intangibili, che saziano la curiosità del lettore che cerca la Bellezza, la Verità, la Conoscenza.

Beauty is truth, truth beauty“, recita il famoso assioma keatsiano che chiude l’irripetibile ” Ode on a Grecian urn”.

L’autrice di “In caso di apocalisse, si interroga, si sorprende, si stupisce, nell’osservare le piccole storie quotidiane, le catastrofi nucleari provocate dall’uomo, che generano ibridi,distruzioni, mostri, tutte le dinamiche incomprensibili, imponderabili, che regolano la vita dell’universo, e trasmette continuamente agli altri quest’ Umo Altro, con delle chiose veramente incredibili, altamente ironiche, degne della poetessa polacca Szymborska, come nella breve poesia “Chernobyl” :

” Un agnello a sei zampe

Un asino a due facce

Una rondine senza coda…

E fa ancora primavera “.

Citazioni a parte, di alcuni grandi poeti, non è facile trovare ascendenze a temperie letterarie, influenze evidenti, che caratterizzano il Fare Poetico di Giulia Bertotto, che in questo suo primo libro già dispone di ottimi mezzi per fare poesia, procedendo sempre” Motu Proprio” nelle opache viscere, attraverso orli di luce, sino a sistemi complessi che necessitano di una sintesi semplice, per essere compresi.

Profondità di pensiero, di meditazione, presenza di branche varie dello scibile umano, icasticita’ compositiva, associazioni di realtà terrene e metafisiche, venature carsiche di ironia e autoironia, scorrono negli ipogei e nelle superfici della silloge, dandole il valore originale che merita. In modo analogo espresso nella” Canzone sulla fine del mondo”, di Czeslaw Milosz, Giulia Bertotto, conclude la sua fresca navigazione nella ciurma dei versi”, così scrivendo nel distico finale che dà il titolo all’opera:

” assisterei cantando alla fine del mondo/

Che la vita è eterna lo stesso“.

YOUng

Intervista a Giulia Bertotto

La poesia è noiosa?Macchè: quella di Giulia Bertotto è ecologica, sostenibile. E imprevedibile. Il suo “In Caso di Apocalisse” parla di licheni, pomodoro& basilico, panneli solari e bici coi freni al carbonio. E ridimensiona le nostre paure con la semplicità. Un piccolo caso editoriale che ha riscosso consensi presso le manifestazioni di settore ed è stato recensito da Maria Giovanna Farina. Prossimo appuntamento il 4 e 5 ottobre al Festival Cinema&Libri -Il Cartoceto.

A pochi mesi dal debutto il tuo libro ha attirato l’attenzione di lettori e addetti ai lavori. Il segreto?

Sono di quelle persone che in pizzeria scrivono sulla tovaglia di carta per non disperdere le emozioni. Non ho mai appuntato frasi pensando a una raccolta, ma attraverso la collaborazione con varie realtà culturali ho destato l’interesse di una piccola casa editrice indipendente, la Escamontage di Iolanda la Carrubba, che ha stampato il mio primo libro.

Cosa c’entrano gli scarabei e il pomodoro col basilico con la poesia?

Dal 5G alle conseguenze di Chernobyl, si sono modernizzate anche le nostre paure. Ogni Apocalisse implica nuovi sistemi di adattamento: oltre a spaventarci possiamo imparare a trovare soluzioni dalla natura. Anche l’arte della sopravvivenza: lo scarabeo del deserto non ha nulla intorno a sé, così raccoglie in volo microscopiche particelle di acqua e si disseta facendole scivolare dal dorso alla bocca. I miei versi sono ispirati, tra l’altro, alla botanica, alla mineralogia, alla zoologia applicate alla quotidianità, della quale fanno parte anche cose semplici e concrete come il pomodoro e basilico: il cibo è testimonianza di vita, di gioia. E di amore.

Se diciamo “ORTICA” cosa ti viene in mente?

Una poesia:

“Irritare,

strategia di sopravvivenza,

Resilienza vitale

Arrossare, difendersi e fiorire

Segreto universale della Vita sulla Terra”

Ortica web

Invito alla lettura a cura di Stefano Scanu

“In caso di Apocalisse” mi ha lasciato un senso di fine del mondo, anche se parla in tanti modi di creazione e vita, anzi ne genera così tanta (di vita fragile) in quelle pagine, che il mio primo pensiero è l’apprensione per la fine. Tutti quegli elementi in equilibrio che svolgono la propria funzione, quei fotoni, le particelle, i siamesi infreddoliti dalle zampe scure, il quarzo degli smartphone e gli stercorari, hanno qualcosa di ieratico e inquietante che tiene l’esistenza sull’orlo dell’apocalisse. Mi è piaciuto il suo sguardo che oscilla in continuazione tra il micro e il macro, tra il suo io e gli anelli di saturno. I versi secchi e mai superflui. L’ho trovato profondamente organico e non una raccolta di parole che ogni tanto vanno a capo. C’è un’unica grande idea e si sente che l’autrice voleva comunicarla.

I fatti capitali, intervista a Giulia Bertotto

di @GuidaLor

“In caso di Apocalisse” di Giulia Bertotto, (edizioni Escamontage 2019) raccoglie 30 poesie e 15 aforismi che raccontano la fine di diversi mondi. Secondo l’autrice, filosofa e giornalista, “la fine del mondo” è sempre relativa a un ecosistema o a una specie vivente. È un attacco di panico per chi ne soffre, è la scoperta del Bosone di Higgs per la fisica classica, è la separazione tra un fungo e un batterio se sei un lichene, è l’ossigeno per una creatura anaerobica 2500 anni fa-

Lo spillover (salto o traboccamento) di un virus da una specie all’altra… Ma la fine del mondo non è mai fine della Vita. Eccoci allora alla vera accezione di Apocalisse, intesa come “rivelazione”, apertura del segreto immortale: la sostanza spirituale immutabile, perenne e immortale sotto il mutare delle forme materiali.

Giulia, quali sono le tue apocalissi?

“Parlo di Apocalissi di contesti ambientali e storici, ad esempio l’incendio di Notre Dame, o di quando mi hanno rubato la bici dei miei sogni: un episodio comune ma che insegna la vacuità delle cose e del possesso. Le apocalissi sono le distruzioni, l’Apocalisse è la serenità imperturbabile se viene accolta con questa concezione filosofica e mistica: nessuna fine del mondo è fine della Vita. Vorrei chiarire che questa raccolta poetica non parla di ecologia, o almeno non è il suo ultimo approdo. Il fatto che gli ecosistemi siano soggetti a ricambio e la vita biologica capace di nuovi adattamenti è solo un primo strato del libro, che apre a quella che è un’intuizione spirituale e un insegnamento universale: la Vita come essenza pre-cosmica non si può estinguere”.

Sull’immagine in copertina cosa puoi dirmi? Perchè il lichene, una creatura eterotrofa che per sopravvivere ha attuato la strategia della simbiosi, con un patto evolutivo tra un fungo e un batterio. 

L’ho scelta perché in questa raccolta metaforizzo molto i vissuti emotivi e psichici attraverso le scienze, la fisica, la zoologia, la botanica, la biologia…questa creatura metforizza la simbiosi dell’amore materno e della passione nell’innamoramento.

E poi perché ha l’aspetto di una forma di vita apocalittica cioè che sembra iniziale o finale, che appare così fluida, ancora in costruzione o in dissoluzione rispetto alla nostra anatomia di mammiferi. Infatti appena la sia guarda non è chiaro se siano cellule che si sdoppiano quando si forma un embrione o se si tratta di un reduce da una catastrofe”.

Le tue poesie sono brevi, come uno scatto di fotografia in qualche modo…

“Nonostante la mia formazione filosofica, che può far pensare ad una scrittura argomentata, le mie poesie sono come un temporale: le sento come dei tuoni, le scrivo in un lampo. Credo che la poesia colga delle essenze, come fa la filosofia. Non esalto infatti l’idea moderna del dubbio filosofico, credo che la filosofia sia più cogliere radici ontologiche”

Perché sarebbero attuali?

“Noi viviamo in un epoca di sentimento millenaristico però secolarizzato, ci sentiamo in colpa per l’ambiente ma in senso ecologico e ambientalistico non con un senso del Creato. Viviamo in un tempo di minaccia apocalittica per l’uomo. Ogni giorno sentiamo dire che l’Amazzonia brucia, la plastica penetra nella catena alimentare e soffoca i mari, i ghiacciai si sciolgono e le temperature in aumento causano migrazioni e faranno scoppiare guerre. E’ qualcosa di spaventoso ma anche affascinante, ne avvertiamo il fermento. Il fermento dell’apocalisse è dato dall’avvicinarsi verso la verità delle cose più che dalla paura della loro fine”.

Lo scrittore e poeta Biagio Propato descrive così la sua poetica “Combinazioni lessicali insolite, non propriamente in sintonia con la poesia tradizionale” mentre la filosofa e scrittrice Maria Giovanna Farina ha detto “Non è una scrittura appresa da altri poeti ma una personale scrittura poetico-filosofica”.

Sui contenuti Propato: “L’autrice di In caso di apocalisse, si interroga, si sorprende, si stupisce, nell’osservare le piccole storie quotidiane, le catastrofi nucleari provocate dall’uomo, che generano ibridi, distruzioni, mostri, tutte le dinamiche incomprensibili, imponderabili, che regolano la vita dell’universo, e trasmette continuamente agli altri questo stupore con delle chiose veramente incredibili, altamente ironiche, degne della poetessa polacca Szymborska, come nella breve poesia ‘Chernobyl’”

Un agnello a sei zampe

un asino a due facce

una rondine senza coda…

e fa ancora primavera

I fatti capitali

Linkopedia:

Ortica Web

Yung

L’accento di Socrate

I FATTI CAPITALI

Cinema&LibriArt2020

Elenco libri della Biblioteca di poesia italiana contemporanea “Guido Gozzano”

Riflessioni libere dopo la lettura di In caso di Apocalisse
di Giuseppe Spinillo

In caso di apocalisse rompere il vetro. Questo è in realtà il senso del fare poesia, l’ultimo elemento di resistenza della vita. E la vita va un attimo oltre. Verso altri tempi e dimensioni. Così non mi stupisce più di tanto trovare nelle parole della prima poesia della raccolta di Giulia Bertotto un per sempre – ” sopravvive stando insieme per sempre” – e nelle ultime la parola eterna – “la vita è eterna lo stesso”. Tutti i versi di “In caso di apocalisse” stanno tra un per sempre e un’eterna. Ma allora la poesia che ci fa in questo mondo, di questo mondo? Questo libro era predisposto “In caso di apocalisse”. Se potevamo avere qualche dubbio all’uscita nel 2019, ora in pieno 2021 non possiamo più ipotizzare il dubbio. Dobbiamo rompere il vetro della poesia e farla sortire, mandandola a contaminarsi col reale. E questo libro è dedicato a “quei batteri che hanno imparato a sintetizzare la plastica”. Tutto è tutto, nello stesso istante, e Giulia usa tutti gli strumenti che ha a disposizione in questo prendere atto dell’ora e del poi, verso cui. A chi si rivolge non so, forse a se stessa, ma poco importa, come poco importa la soluzione finale, che non sta sicuramente in calce al libro. In realtà non vado oltre nel tentare di fare mia una ragione. Occorre entrare nei suoni delle parole, nelle percezioni corporali, nella fisicità del poetare. Niente da spiegare, bisogna solo toccare e farsi toccare. La ragione ha dei varchi che la traversano. Il momento in cui il camaleonte cambia colore, é quello in cui le parole su cui si poggia gli fanno cambiare direzione. La vita, sì, ecco, é la vita, oltre “ogni posticcia frontiera sciolta tra le dita”… 

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