CineRecensioni

FESTA DEL CINEMA DI ROMA 2017

CineDiario III

di Sarah Panatta

 

Risultati immagini per I Tonya

“Fottetevi, sono la migliore”, è spudoratamente falso-vero il biopic sulla celebre pattinatrice Tonya Harding e il suo incubo americano che ha infiammato il pubblico della quarta giornata della Festa.
Perché il terrore corre, anzi volteggia, sul ghiaccio. Piste delittuose e sogni infranti.
I, Tonya. Vera falsa vicenda di una vera famiglia “ammazzatutti”, covo di bugie e violenze che ha nutrito uno dei miti (americani), la pattinatrice (poi pugile e madre) Tonya Harding, raccontata con ritmo incessante e primi piani ammiccanti, tra scaltro quasi alleniano mockumentary e dramedy travolgente, da Craig Gillespie, in concorso alla Festa del Cinema di Roma 2017.
Alla gente Tonya piace o non piace. Come l’America. Tonya è l’America…
Abituato al racconto del sur-reale americano (vedi Lars e una ragazza tutta sua, ad esempio) Craig Gillespie spettacolarizza senza prudenze, sfruttando i virtuosismi più moderni della messa in scena, la sceneggiatura ad incastro di Steven Rogers, che depreda arguta e clinica quanto sfacciata (come i suoi protagonisti) la storia e le cronache, le testimonianze e le supposizioni sulla vita della pattinatrice più famosa del mondo, la “volgare” Tonya. Figura ancora controvera e quanto mai simbolica di un’America in perenne ristrutturazione e negazione delle proprie identità, Tonya è un poderoso ensamble di complessi psicologici e di innate doti fisiche, che le permisero di battere record sportivi (fu la prima pattinatrice americana ad effettuare il difficilissimo e pericoloso salto chiamato triplo “axel”) e di devastare il proprio vissuto privato. Povera campagnola che non sa fare altro che pattinare, e meglio di chiunque altro forse, vittima di una società ottusa e omertosa, di una madre-manager glaciale, manesca e dittatoriale oltre ogni limite genitoriale valicabile, Tonya molla la scuola e mentre vede la madre franare tra fumo e mariti in fuga, si allena senza sosta e si sposa troppo inesperta con Jeff Gillooly, un uomo patetico e ricattatorio, alter ego debole e idiota della madre. Nei fatti, una storia di idioti, come dice uno dei giornalisti che Gillespie “intervista” in questa artificiale barocca e cinica ricostruzione che non può trovare la verità ma fa parlare tutti ognuno con una sua multipla ambigua versione. Idioti che si infilano nel vicolo cieco del crimine, quando la competizione per le Olimpiadi diventa sempre più affannosa e mentre Tonya cerca di restare in forma, stressata dalle percorsse del marito e dalla propria coazione ad autosabotarsi con uomini narcisisti e cruenti, proprio Jeff sembra tradirla più pesantemente di tutti, commissionando un attentato alla principale rivale di Tonya, Nancy Kerrigan, a cui viene rotto un ginocchio. Nonostante le rocambolesche avventure sui rotocalchi, la pressione delle televisioni, l’odio familiare e i terremoti dell’opinione pubblica, le due si affrontano alle Olimpiadi. Il resto è storia. Quella dei giornali e dei processi, che videro Tonya bandita dal pattinaggio e dagli allori mediatici.
Prodotta e rigurgitata dai massmedia, a cavallo tra anni ’80 e anni ’90, la più “VIP” dopo Clinton all’epoca dei fatti, colpevole e insieme innocente, arrogante e insieme genuina star (interpretata da una formidabile Margot Robbie) di un sistema alle soglie della massificazione social e già in piene guerre del petrolio, un sistema che si divora bulimico ammalando i suoi figli, Tonya è una di loro, una i noi, imperfetta e in fondo sola.
Tonya, l’America.
Sola e straniera, anche la protagonista di Prendre le large, favola postcoloniae e dramma intimista firmato da Gaël Morel. Delocalizzazione, cambio di clima, scambio di solitudini. Edith e la sua emigrazione marocchina.Risultati immagini per Prendre le large
Dalla campagna francese, enormemente desolata, all’incatato caos di Tangeri, città “più di matti che di gatti”. Edith, vedova e con un figlio che non vede mai e che ha smesso di volerla nella sua quotidianità (tanto da non dirle che si è unito civilmente con il suo compagno), deve lasciare il suo lavoro di operai tessile a causa della chiusura degli stabilimenti europei, spostati in lidi dove la manodopera è sfruttata con conveniente ribasso. Accetta così nello sbugottimento delle colleghe e delle loro “cazzate sindacali” il tarsferimento africano, in una fabbrica dove tra assoggettamento fascistoide, macchinari dissestati, ricatti continui e politiche blindate la delicata e intimorita Edith scivola dalla padella alla brace.  A, dopo scippi, lavori forzati e nuovi licenziamenti, Tangeri trova il “suo” posto solo nella pensione a buon mercato diretta dalla scorbutica (perché) emancipata problematica Mina, divorziata e con un figlio a carico. Dal loro rapporto, inizialmente litigioso, inizia il risveglio di Edith.
Viaggio di nostalgia, storia di non detti e di rinascite, di lotte al femminile e di famiglie allargate possibili, quella firmata da Gaël Morel, Prendre le large, in concorso alla XII Festa del Cinema di Roma. Un melting pot aggraziato, pacato, ritratto pittorico e introspettivo di un percorso di cambiamento o meglio di ri-conoscimento per la protagonista, attualizzato alla società che si ritira sempre più in barricate razziste mentre è costretta dai suoi stessi meccanismi ad aprire varchi o forse uscite di sicurezza tra le sue barriere econimiche e culturali. Morel si affida al nitore della fotografia e al contrappunto solido ed equilibrato tra le due magistrali protagoniste interpretate dalla veterana bionda Sandrine Bonnaire e dalla affascinante e bizzosa “autoctona” Moune Fettou. Ne emerge unimplosivo e ottimistico scontro di civiltà per un ristorante nella periferia portuale di Tangeri.
Luogo dell’anima dove si cuciono nuovi punti sul finito eppure infinitamente sorprendente tessuto della vita.
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