Adriana Pedone

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Le interviste “ritrovate”

di Adriana Pedone

Conversazione con Carla Accardi

Qualche mese addietro Carla Accardi è scomparsa. Questa intervista risale agli anni ’90, concessami per NovaRadioRoma. Si è svolta nella  sua casa-studio di via del Babuino a Roma. Ricordo con emozione questo incontro, una signora gentile e intelligente, nata a Trapani e divenuta artista nota nel mondo. Una lunga e operosa vita, circondata da artisti e giovani. Indimenticabili le sue opere donate a Gibellina dopo il terremoto. Indimenticabile la profondità di tutti i suoi meravigliosi futuribili quadri.

L’inizio della sua carriera è avvenuto a Trapani, dove è nata.

Ho avuto sempre una grande passione per il disegno, fin da piccola, mio padre mi ha dato la sua approvazione e questo mi ha dato forza. Ho frequentato il liceo classico, lo “Ximenes” di Trapani. Però la storia dell’arte l’ho studiata per mio conto e con grande passione, mio padre mi regalava tutti i libri che si pubblicavano sull’arte contemporanea, tutto ciò che ci poteva essere di interessante in quegli anni. Poi sono andata via, passando da Palermo dove ho preso la maturità artistica, diretta a Firenze dove mi sono iscritta all’accademia e dove ho conosciuto Antonio Sanfilippo, che in seguito sarebbe diventato mio marito. Quello che si faceva all’accademia di belle arti non mi soddisfaceva, le mie aspettative andarono deluse, perché io ero già orientata verso artisti come Matisse o Picasso e scoprii che in accademia facevano ancora pittura tonale… erano gli ultimi anni ’40.

Le avanguardie storiche erano rimaste fuori dall’Italia del dopoguerra.

Il periodo del classico aveva coinciso con il fascismo interrompendo i contatti con le avanguardie storiche;  in qualche modo era esistito il gruppo contemporaneo di Veronesi, Terragni, Reggiani, il gruppi dei milanesi. Io lasciai Firenze dove piuttosto che frequentare l’Accademia andavo a copiare il Beato Angelico nella vicina piazza S. Marco. Le lezioni mi avevano deluso ed in parte mi considero un’autodidatta. Mi sono trasferita a Roma dove ho conosciuto degli artisti con cui in seguito avrei fatto il gruppo Forma: Sanfilippo, Turcato, che era più grande di me, Consagra, e poi Dorazio e Perilli.

Vi siete consociati.

Abbiamo trovato che fra noi c’era grande affinità e desideravamo tornare verso le avanguardie storiche europee ed abbracciare l’arte astratta in cui ciascuno di noi si riconosceva. Per noi era molto importante fare delle cose nuove, non c’erano stati ancora movimenti post-moderni. In questa maniera abbiamo dissentito su tutto quello che allora si faceva in giro per l’Italia; eravamo giovanissimi e abbiamo incominciato a fare dei quadri che non tenevano alcun conto della realtà, si doveva trovare in essi stessi, come nella musica, quale potesse essere l’ispirazione.

Immagino che fossero tempi abbastanza difficili per tutti voi.

Non so, io le differenze, le durezze le storicizzo sempre, mi sembra, per come una volta ebbe a rispondere Turcato e che mi ha fatto molto ridere, a chi gli chiedeva come fossero quei tempi, che i tempi erano gli stessi soltanto con la differenza che c’eravamo noi e poi ci sono stati gli altri! Mi creda non so ancora capire, magari per me erano tempi duri, mi dovevo affermare, fare capire quale era la mia passione ma in fondo eravamo anche in pochi i giovani e c’erano meno artisti perché era più difficile farsi strada, oggi c’è un grande sviluppo dell’arte giovanile, ma sono in tanti. Noi abbiamo avuto sicuramente più attenzione. Anche se non ho più la giovinezza spesso penso che siano più completi questi tempi.

Vi sosteneva il pensiero del rinnovamento artistico che vivevate. Lei stessa pian piano incomincia a salire tutti i gradini della sua carriera di pittrice, diventa un’artista affermata, questo cosa ha significato per lei?

Riflessioni su riflessioni. Ho molto riflettuto sui mutamenti che vivevo con il passare del tempo, e sono mutate queste stesse riflessioni nei periodi in cui le ho fatte; non c’è mai stata una completa coerenza nelle mie riflessioni e non sono neanche arrivata a un risultato. Anche se non ho più la giovinezza, ho accettato i mutamenti della mia arte. Quando ero giovane, già per il fatto di essere una ragazza era già una distrazione. Ho preso coscienza molto presto che nella storia dell’arte la presenza delle donne era quasi inesistente, poi, in altro periodo, questo fatto ha significato per me l’isolamento. Mi sono affermata solo con l’aiuto di persone che hanno avuto molta fiducia in me. Ho avuto più dimestichezza con galleristi e critici che non con i collezionisti, quest’ultimo era il terzo stadio della conoscenza, essendo il più diffidente. Io pensavo, sorridendoci, che doveva cavar fuori i soldi e i soldi si tirano fuori per una cosa che si sa sicurissima. Una volta esponevo a Parigi alla galleria Stadler e mi ricordo che una persona molto nota domandò al proprietario se non avesse paura che un giorno io potessi sposarmi e non lavorare più. Il gallerista lo rassicurò dicendogli che ero già sposata! Era così.

Com’è strutturata la sua vita d’artista.

Adesso il mio studio è molto più animato, prima ero molto solitaria invece ora ho perfino due assistenti.

Perché era solitaria.

Questa è una domanda che non ha risposta. Era la mia maniera di vivere: dal ’78 all’88 ho avuto anni in cui io dipingevo perfino la sera dopocena da sola e la mattina presto quando mi alzavo. Vedevo poca gente, praticamente lavoravo sempre. Se c’era qualcuno in studio aspettavo che andasse via. Poi è avvenuto qualcosa nel mio privato che mi ha trasformato e adesso mi piace lo studio animato, attivo, però ho sempre le mie ore lavorative. Tutti i giorni.

Una disciplina costante.

Adesso ho più disciplina, prima avrei riso di questa disciplina, perché lavoravo in modo discontinuo, moltissimo in alcuni periodi e in altri non lavoravo affatto. Stavo ferma. Mi sono accorta che dopo queste interruzioni di un mese o due ricominciare era un trauma, così non ho voluto più subire questa difficoltà che io stessa mi causavo. Questo tipo di vita mi è diventato più piacevole.

Mi vorrei soffermare su questo suo cambiamento. E’ la necessità di intensificare il lavoro man mano che passano gli anni oppure semplicemente volere circondarsi di persone, aiutanti.

Sento il desiderio di avere degli scambi, delle conferme. Prima essendo meno nota vivevo in un mondo più ristretto, la vita si svolgeva in un clan. Avevo con me mia figlia, adesso vivo da sola ed è spontaneo cercare rapporti umani dopo il lavoro. Un artista è spesso narciso ma ha anche bisogno di essere sostenuto spesso, oltre ad essere sensibile è anche fragile.

La vostra fatica e la tensione psicologica sono molto forti.

Non vorrei dire questo, ci sono tanti lavori faticosissimi, veramente difficili, mestieri quasi insopportabili, probabilmente l’attività creativa ha qualche costo. Conosco storie drammatiche. La mia non è drammatica.

La sua storia è molto bella. Parliamo dei suoi quadri. Nei suoi quadri esiste un filo conduttore, ricorrente; vi si alternano delle forme che sono ovviamente sempre astratte ma hanno sempre una marcata continuità.

Sì, c’è il segno che fa da legame. Ho avuto dei periodi diversi in cui il segno è cambiato e anche il supporto, la mia concezione del segno. Negli anni ’50 bianco e nero; dopo ho voluto sperimentare i colori contrastanti e poi i materiali particolari come il sicofoil, le trasparenze e ho fatto degli ambienti abbandonando dunque per alcuni anni il quadro vero e proprio. Sì, c’è un filo conduttore che è il mio stesso segno.

Questa sua grafia pittorica accompagna l’osservatore dei suoi quadri. Recentemente lei è stata dai critici avvicinata al maestro Turcato.

La proprietaria della galleria Planita di Roma ha trovato dei quadri di Turcato e miei ed ha pensato di farne una mostra. In effetti con Turcato c’è stata una stretta vicinanza culturale.

Questa vicinanza si vedeva in tutta la mostra. Vorrei parlare con lei di Gibellina. Come tutti sanno Gibellina da luogo di grandissimo dolore è diventato luogo d’arte grazie al sindaco Corrao che ha appoggiato le arti. Lei è fra gli artisti invitati a fare un’opera per Gibellina.

A Gibellina le opere sono state offerte gratuitamente dagli artisti. Io ho fatto 5 pannelli in ceramica per la facciata del municipio, sono stati eseguiti da un gruppo di giovani ceramisti di Gibellina, di una bravura straordinaria. Appena ho dato loro il progetto hanno subito formato un gruppo ed io mi sono fidata di loro per questo lavoro. Erano in bianco e nero, nero bianco, arancio turchese e rosso verde.

Sono rimasti rapporti fra lei e questa città?

Sempre, io sono della provincia, ho fatto una mia personale a Gibellina due anni addietro, in uno spazio molto bello: quello delle case del barone di Stefano, così le chiamano, si dice che fossero originariamente dei granai, ma invece sembrano una chiesa gotica perché hanno gli archi a ogiva; queste case sono state restaurate da architetti palermitani, il loro spazio è lungo 70 metri, ho mandato tante opere, è stata la mostra più grande di tutta la mia vita.

Adriana Pedone

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