Sarah Panatta

CineRecensione

Due uomini, quattro donne e una mucca depressa

La nuova commedia di Anna Di Francisca made in Spagna

di Sarah Panatta

 

Risultati immagini per due uomini quattro donne e una mucca depressaA.A.A. Cercasi, sinfoniche per ruminanti (umani e non) depressi.
Non una corte dei miracoli, non un borgo per turisti fai-da-te, forse un’oasi di routinaria infedeltà alla coerenza del sopravvivere. Un paesino di campagna che brulica tranquillo di istinti repressi e sogni evasi. E’ qui che sua sponte il geniale Edoardo Leri cerca di ritrovare il sentiero della propria vita.
Edoardo, compositore italiano di fama internazionale, divorziato e molto legato ad una irrequieta figlia adolescente, emotivamente e artisticamente congelato nel famigerato immancabile empasse, bloccato al crocevia della svendita creativa, che chiaramente non riesce ad accettare, decide per un ritiro filosofico spirituale, recandosi da un fidato amico (coltivatore di pomodori inca e innamorato di una dolce zitella difficile da accalappiare) in una ridente, apparentemente arcaica, provincia spagnola. Qui impegnato in una perenne seduta di terapia di gruppo, tra innamorati cronici, generali (non ancora) in pensione, nidi sulle antenne, mucche nervose, donne insoddisfatte, relazioni omosessuali infrante, relazioni eterosessuali stritolate da bigotterie illogiche, Edoardo inizia a riscoprire il desiderio di comporre musica, per sé e per la comunità, lasciandosi andare mite ma guardingo, a scambi inaspettatamente sinceri con esseri umani inaspettatamente generosi e affini.
Riti iniziatici per vite da ricostruire, verso la riscossa dei “bruttini stagionati” che hanno sempre lasciato tutto a metà nonostante il proprio grande talento. Un inno calviniano, gentile e a tratti salacemente umoristico, al coraggio di prendere la vita per le proverbiali “corna”.
Anna Di Francisca, autrice di documentari, regista di fiction televisiva e cinematografica, autrice di film commedia sottilmente naif nel loro ironico appiglio alla realtà ancor più assurda della finzione (La bruttina stagionata, Fate un bel sorriso, Il mondo di Mad) firma un lungometraggio che si richiama dialetticamente, per visionarietà e brio “andante”, l’estetica e l’analisi socio-psicologica di alcuni lavori precedenti. Due uomini, quattro donne e una mucca depressa, in uscita l’8 giugno in terra italica (distribuito da Mariposa Cinematografica) e prodotto in Spagna, si presenta con un cast all star, affiatato e a suo agio nella composizione piana e trascinante di una Di Francisca che scrive e dirige secondo moduli teatrali lucidi e nitidi, interconnessi alla intemperanza della sua liquidità cinematografica, intessendo di dialoghi arguti e non sense la noluntas bonaria che ammanta i personaggi, lasciando che il racconto scorra sui binari paralleli di una metodica infallibile ricerca di “accordo”, facendo ri-nascere il coro polifonico, vero eclettico protagonista del film.

Regia: Anna Di Fracisca
Sceneggiatura: Anna Di Fracisca
Con Miki Manojlovic, Maribel Verdù, Neri Marcorè, Eduard Fernàndez, Laia Marull, Ana Caterina Morariu, Gloria Muñoz, Hector Alterio, Carmen Mangue, Manuela Mandracchia, con Serena Grandi, con l’amichevole partecipazione di Antonio Resines.
Fotografia: Duccio Cimatti
Montaggio: Simona Paggi
Musiche: Paolo Perna
Produzione: Paypermooniii
Ita/Spa 2015
Distribuzione: Mariposa Cinematografica
Durata: 95′
Uscita: 8 giugno 2017

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CineRecensioni

Moonlight, di Barry Jenkins

Il film vincitore della “gaffe” edition 2017

di Sarah Panatta

 

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I ragazzi neri sembrano blu quando danzano al chiaro di luna…
Little, Chiron, Black. Antologia di poesia “negra” in tre stanze. Tra spiaggia, “bassi”, case tossiche, borghesia spacciata, formazione negata, autonegazione. Un racconto all black ma non settario, un’epica ellittica e introversa che prende le mosse dal precedente Medicine for Melancholy (2008), il regista Barry Jenkins apre la Festa del Cinema di Roma 2016 con Moonlight e vince la notte degli Oscar 2017, segnata dalla clamorosa gaffe nella consegna dell’Oscar più importante (tra marketing, design della buste “premianti” e altri meccanismi fuori o sotto-controllo).

Gira inquieta e irrisolta intorno a se stessa come ai protagonisti, tra messe a fuoco apparentemente incerte eppure minuziose e carrellate impetuosamente statiche, quest’opera che non denuncia iniquità sociali, non irrompe con grido civile oltre le barricate invisibili della miseria e della segregazione razziale mai finita, non interroga le “razze” sulle proprie contraddizioni. Jenkins vuole librarsi al di là della visione “gender”, si insinua nella vita esemplare di una ragazzino nero tra neri di periferia nella Miami delle bande armate che silenziose spacciano ammalando il proprio stesso sangue. Dickensiano amletico turbamento di una generazione che cresce marcendo nel proprio habitat autoalimentato, di pregiudizio radicato e autodemolizione. Bullismo, povertà, dipendenze, marchette, fughe, gabbie, gioielli vistosi, masturbazioni cullate dalla brezza dell’oceano che improvvisa e momentanea reca sollievo turbamento vuota attrazione.
Chiron, storia di un bambino rintanato negli incubi e nei dubbi di un’infanzia vessata, insanguinata, detritica, tra madri drogate, padrini criminali e quesiti sessuali. Infanzia che avvolge e vampirizza l’adolescenza solitaria sino ad un’età adulta soffocata da una ricerca d’identità mai davvero compiuta. Nasce cresce…sogna, little, atomo di un cosmo che non sa e non vuole conoscersi.
Jenkins tenta con coerenza estetica e lacune concettuali il ritratto di una comunità marginale attraverso un antieroe bellissimo, e impotente quanto il film, lunga mareggiata che non porta il racconto sulla sua riva al chiaro di luna.

CAST
Regia di Barry Jenkins,
Sceneggiatura di Barry Jenkins
Cast: Mahershala Ali, Naomie Harris, Trevante Rhodes, André Holland, Janelle Monáe, Ashton Sanders, Jharrel Jerome, Alex Hibbert, Jaden Piner
Fotografia di James Laxton
Montaggio di Joi McMillon, Nat Sanders
Scenografia di Hannah Beachler
Prodotto da A24, Plan B Entertainment
Stati Uniti, 2016
Durata 111’

CineRecensione

Il Ragno Rosso, di Marcin Koszalka

di Sarah Panatta

Quindici minuti di gloria per diventare pezzi da museo, il thriller psicologico dell’esordiente polacco

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Varsavia 1967, la città non dorme, nell’aria tersa, gelida di neve, il terrore si cristallizza negli avvisi della polizia del regime: non diventate vittime la sera… Acrobazie di sangue sul candore dell’ordine silenzioso e fallimentare.
Nella Polonia sovietica Karol Kremer, non ancora ventenne, è un tuffatore promettente e futuro medico, prole unica di famiglia impagliata a sorriso stretto nella medio-borghesia, è un anello indistinguibile della catena, unità di sistema, finché la cronaca nera incolonnata in bianco e nero sui giornali cittadini, spalleggiata dai richiami divistici della televisione, solo potente spiraglio sul rockeggiante mondo capitalistico “dall’altra parte”, non sveglia in lui il desiderio fatidico: i quindici minuti di gloria.
Dopo aver assistito alla sfida impossibile alle leggi fisiche di un motociclista “spericolato”, ennesimo simbolo a cui aspirare, affamato di sguardi plaudenti ed eccitato dalla novità dello spettacolo, Karol scopre per caso il cadavere di un bambino e segue quello che suppone essere il famoso serial killer di cui tanto i media sbraitano (laddove non impegnati a riprendere la calca di ragazzi in attesa del concerto dei Rolling Stones, altra icona, di altro “sistema”). Karol si insinua così nella sua vita, giocando a carte scoperte, trasformandosi in una sorta di apprendista-figlioccio del veterinario omicida. Pronto anche a diventarne l’ombra e infine la carne, per attirare su di sé l’invincibile fugace luce della celebrità. Nell’emulazione, nell’annullamento, quindi nella replica, negli scatti, nel vocio, poi nei titoli, e dietro le sbarre, Karol smette di essere, ma finalmente esiste, per gli altri.
Risultati immagini per il ragno rosso filmGeometrie impalpabili ma dominanti, sguardo apparentemente schivo ma tagliente quello di Marcin Koszalka, già direttore della fotografia e documentarista al suo esordio come regista di fiction. Come il suo apprendista killer cerca la propria identità, tesse con piglio da reporter e composizione inesorabile i quadri, visivamente limpido, si confessa, mentre si cela o perde cercando la misura della propria consapevolezza, abbandonando ai non detti e alla misteriosa vocazione dell’inconscio il senso profondo della sua opera prima.

Regia: Marcin Koszalka
Sceneggiatura: Marcin Koszalka, Lukasz M. Maciejewski, Marta Szreder
Fotografia: Marcin Koszalka
Montaggio: Krzysztof Komander, Marcin Koszalka
Produzione: MD4, Fog’n’Desire Films, Sokol Kollár
Drammatico/Thriller – Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia – 2015
Con: Filip Plawiak, Adam Woronowicz, Malgorzata Foremniak, Julia Kijowska
Distribuzione: Lab 80 film – Durata 95’
Uscita 19 gennaio 2017

Intervista

“Immergendoci” con la rock band Dasvidania

Dalle origini al nuovo album, passando per la contemporaneità

di Iolanda La Carrubba e Sarah Panatta

 

dasvidania

Dasvidania in concerto


Dasvidania un nome che suggerisce  influenze geografiche ma anche emotive con suggestioni reali e surreali da dove proviene la scelta di questo “epiteto” e come nasce il gruppo?

Si tratta di un input derivato dalla nostra prima canzone: Leningrado, ispirata e dedicata al poeta russo Sergej Aleksandrovič Esenin. “Mi sono innamorato prestissimo di questo poeta contadino (parla Davide Matera), in particolare di Confessioni di un teppista e di  Arrivederci, amico mio, arrivederci

Arrivederci, amico mio, arrivederci.
Tu sei nel mio cuore.
Una predestinata separazione
.
Un futuro incontro promette.
Arrivederci, amico mio,
 senza strette di mano, senza parole.
Non rattristarti e niente
Malinconia sulle ciglia:
Morire in questa vita non è nuovo
Ma più nuovo non è nemmeno vivere.

La band nacque nel modo più naturale possibile poiché il primo nucleo era formato da amici perlopiù studenti di conservatorio, quindi musicisti che si stavano formando e che cominciavano ad esplorare le infinite possibilità del fare musica. Non avendo problemi tecnici siamo passati subito alla fase creativa.

 

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(da sin.) Marcellino Matera e Davide Matera (foto di Giuseppe Tagliavia)


La band siciliana esordisce con il cd Leningrado, nello stesso anno la vittoria a Chianciano Rock e Anagrumba a Firenze. Si susseguono quindi le vittorie di altri concorsi e editano lavori con importanti etichette discografiche tra le quali BMG, Cleverhead Production, Un viaggio intenso ricco di prestigiose collaborazioni, quali le motivazioni e le scelte che portano a decidere le etichette con cui collaborare? Ora in uscita il nuovo singolo Noi ci immergeremo, come nasce?

Noi ci immergeremo è un pezzo la cui origine risale agli anni ’80. Nasce dalla collaborazione con Luigi Armetta, autore palermitano. L’ispirazione è legata a letture ed incontri di filosofia indiana, ma comunque è pur sempre un gioco semi-serio, sulla scia di tormentoni estivi che andavano in voga allora, come Vamos A La Playa o Un’estate al mare. Col tempo ha acquistato caratteristiche più punk-rock.

Come avete approcciato al “mercato” musicale, quale identità avete scelto e quali i lati positivi e quelli negativi nell’intraprendere un percorso musicale ?

I lati negativi sono infiniti, quello della discografia è un mondo veramente terribile, che poco ha a che fare con la musica. Quello positivo è il non aver avuto pressioni, avendo scelto, col tempo, di rimanere liberi da contratti discografici e sposando una concezione della musica “artigianale”: faccio la musica, la produco, e lo faccio per il mio pubblico, senza l’ansia di raggiungere a qualsiasi costo la notorietà, malattia inaspritasi nell’ultimo decennio a causa dell’illusione del successo facile data dai vari Talent.

Il vostro è un pop, alternativo, sperimentale, che tipo di evoluzione, studio, esplorazione ha caratterizzato il vostro “fare musica”?

Alla  vena “classica” dovuta alla nostra formazione si è innestato un misto di influenze folk, rock e punk, non dimenticando la tradizione dei più illustri cantutori italiani. Tutto qui.

Una vibrante carica di impegno critico ed attivo nell’attualità sociale, ricordiamo ad esempio  il concerto in diretta nazionale per l’anniversario della morte del giudice Borsellino a Palermo, a fianco di Franco Battiato e Carmen Consoli,  il videoclip l’Aquila per  l’associazione Amnesty International  e ancora il concerto al Derby di Milano, “Live for Iran” a sostegno degli studenti iraniani in rivolta, come avete scelto di procedere verso “l’impegno civile” e cosa significa secondo i Dasvidania oggi approcciarsi a questo genere di lavoro per un musicista?

E’ impossibile restare “calmi e indifferenti” davanti a quello che succede intorno a noi. Quindi è una necessità quella di dichiarare il nostro pensiero su certi temi.
Ci tengo a sottolineare che questi impegni vanno sempre accompagnati dal senso del pudore, non ci piace sfruttare il malessere della società per tornaconto personale, per pubblicità. Si aiuta una causa nel modo più delicato possibile. Mettendo un po’ da parte l’Ego che tutto divora.

Molte le tournée e i concerti, potete raccontare qualche aneddoto del “dietro le quinte?”

Sarebbero davvero tanti, forse il più eclatante è quello di quando fummo costretti ad improvvisare un pezzo con Piero Pelù dietro le richieste insistenti del pubblico. Provammo davanti a loro prima di eseguire il suo pezzo Bomba Boomerang.

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Dalla sessione di registrazione del coro di voci bianche del nuovo singolo “Noi ci immergeremo”

 

Qualche anticipazione sui progetti in corso?

Il nuovo cd in preparazione, lo stiamo finendo e conterrà molti nuovi brani, molte ballads in perfetto stile Dasvidania.

CineRecensione

CineCronache flash

Festa del Cinema di Roma 2016

di Sarah Panatta

 

SNOWDEN

Risultati immagini per snowden filmNon è solo (science)fiction, quando il Grande Fratello ci guarda. La distopia iper realistica della storia vera di Edward Snowden e del nostro mondo ipercontrollato. Strategia difensiva terroristica conservatrice: spiare tutti per alimentare i mercati inscenando proficue nuove (vecchissime) crociate, guerre stantie per sabbia, petrolio e alta finanza. In un cosmo fittizio, fatto di frequenze, obiettivi, telecamere, cimici, specchi, illusioni. Dove l’identità individuale è labile quanto quella nazionale è stentorea e vuota, dove siamo tutti “classified”, secretati, ma non segreti per il “sistema”. Una lezione etica e divulgativa, basato sui due libri The Snowden Files di Luke Harding e Time of the Octopus di Anatoly Kucherena e sulle inchieste dei giornalisti coinvolti, Snowden – tra W e il precedente biblico JFK – il nuovo film di Oliver Stone, narra la cronaca più recente, già oblitera, lo scandalo della violazione delle informazioni private dei cittadini americani da parte dell’intelligence, che ha travolto nel 2013/2014 il mandato Obama. Edward “Biancaneve” Snowden, ex genio dell’intelligence americana, tradito nel suo fiabesco mito di un’America e di un Occidente costruiti e mossi da una banda di sette nani saggi e integerrimi, scopre la truffa che cementa il kafkiano castello di progresso democratico in cui è cresciuto diventando esperto informatico per la Difesa e super spia informatica per le agenzie governative americane. Snowden scopre le falle e le iprocrisie fraudolente del suo sistema, e decide di denunciare tutto, e Stone scava nelle viscere della sacra famiglia americana, come “bug” di sistema lui stesso si e ci interroga sui modelli e sulle forme di una società che ruba, viola, estirpa e riformula identità e coscienza (individuale e collettiva).

Regia di Oliver Stone
Sceneggiatura di Oliver Stone e Kieran Fitzgerald
Con: Joseph Gordon-Levitt, Shailene Woodley, Melissa Leo, Zachary Quinto, Tom Wilkinson, Scott
Eastwood, Rhys Ifans, Logan Marshall-Green, Nicolas Cage, Timothy Olyphant, Joely Richardson,
Ben Schnetzer
Montaggio: Alex Marquez
Fotografia: Anthony Dod Mantle
Musica: Craig Armstrong
Scenografia: Mark Tildesley
USA, Germania – 2016
Durata 134’

 

THE LAST LAUGH

Risultati immagini per the last laugh film

Non just a funny joke… Mai scherzare col fuoco, forni crematori inclusi. A meno che non si sia ebrei, forse. Chi può prendere in giro cosa? La commedia può distruggere i ghetti della memoria e della coscienza collettiva, costruire sentieri di analisi, conoscenza, identità? Nel mondo iperconnesso, soffocato dalle informazioni spazzatura e devastato da stragi guerre genocidi soprusi e stupidità manipolabili, l’ironia può permettersi di scardinare la retorica della tragedia più recente/imminente? IE’ il dibattito al centro del documentario The Last Laugh firmato da Ferne Pearlstein, che interpella il mitico Mel Brooks, la comica Sarah Silverman, il regista di Borat, eminenze grigie della cultura ebraica, uomini e donne sopravvissuti all’Olocausto, creando un contrappunto divulgativo e divertente senza mai essere irriverente. La commedia come strumento di distruzione dell’autocensura, come momento di elevazione sorprendente sin nella sua più greve ma consapevole declinazione. Una risata ci incenerirà…se non sapremo cogliere ogni assurda, esilarante quanto tragica contraddizione dell’essere umano.

Regia di Ferne Pearlstein
Sceneggiatura di Robert Edwards, Ferne Pearlstein
Con Renee Firestone, Klara Firestone, Gilbert Gottfried, Rob Reiner, Mel Brooks, Judy Gold, Sarah Silverman, Carl Reiner, Robert Clary, Etgar Keret, Aaron Breitbart, Jake Ehrenreich, Alan Zweibel, Susie Essman, Larry Charles, Deb Filler, Elly Gross, Jeffrey Ross, Harry Shearer, David Steinberg, Lisa Lampanelli, Roz Weinman, Abraham Foxman, David Cross, Shalom Auslander, Hanala Sagal
Fotografia e montaggio di Ferne Pearlstein
USA 2016 – Documentario – Durata 89’

 

7 MINUTI

Risultati immagini per 7 minuti filmProcesso sociale e parafrasi emotiva (a corto) di parola e senza sangue. Storia vera, news, non tanto breaking: fusione delle aziende, magna magna delle corporation, interessi chiavizzanti dei capitalisti e dei capitalismi. Una multinazionale di base in Francia rileva una fabbrica tessile laziale e la nuova proprietà impone una clausola alle undici rappresentanti del consiglio di fabbrica, che non verranno licenziate, ma dovranno decidere in poche ore e gravate dalle proprie inevitabili problematiche personali e familiari, del destino di centinaia di colleghe. Michele Placido, qui attore, regista e cosceneggiatore, attinge da una vicenda d’Oltralpe che non pesta i piedi alla tabula rasa di tante “nostre” vere piccole e medie imprese devastate da mafie interne e inter-nazionali. E mette in scena la sua “parola ai giurati” o meglio giurate, alle quote rosa di un mondo incapsulato dai soprusi. Undici ritratti “di signore” che devono venire a patti con se stesse, con la propria integrità, identità, desideri di riscatto, egoismi, disabilità, amori violent(at)i e così via, ma senza fuga. Undici polli in batteria, cervelli in scatola, zombie in formalina che si confrontano sul senso della vita, strette tra etica civile e opportunismo dei “padroni”. Se Placido non cerca manicheismi li trova tuttavia facilmente lanciandosi nella diatriba inconcludente anche se conclusiva di una pièce filmata che poco spazio lascia ai volti e ai “sensi” reali di quelle 11 donne in quei 7 minuti.

Regia Michele Placido
Sceneggiatura Michele Placido, Stefano Massini, Toni Trupia
Con Cristiana Capotondi, Violante Placido, Ambra Angiolini, Ottavia Piccolo, Fiorella Mannoia, Maria Nazionale, Clémence Poésy, Sabine Timoteo, Anne Consigny
Fotografia Arnaldo Catinari
Montaggio Consuelo Catucci
Musiche  Paolo Buonvino
Produzione Goldenart Production, Manny Films, Ventura Film
ITA 2016
Durata 92’
Distribuzione Koch Media
In sala dal 3 novembre 2016

Intervista

I “tempi comici” di Francesca Stajano

L’attrice racconta di sé e dello spettacolo “Affittasi camera da letto” fino al 30 ottobre al Teatro delle Muse di Roma

a cura di Sarah Panatta

Una commedia brillante e serrata, come è nata la tua partecipazione in veste di attrice coprotagonista in “Affittasi camera da letto” diretta da Massimo Milazzo, e che cosa ti ha convinto e affascinato del tuo divertente e seduttivo ruolo?

369.JPGPrima di essere nel cast di questa brillante e divertente commedia sono stata spettatrice dello spettacolo per ben tre repliche, ad ogni replica ridevo sempre di più, capendo meglio i sottili intrecci ed ingranaggi del testo. Amo ridere e amo chi non si prende troppo sul serio e adoro la comicità di Luciana Frazzetto, protagonista dello spettacolo, una comicità che è stata paragonata a quella di Bice Valori. Lavorare con un vero e proprio talento della comicità non era un’occasione da lasciarsi scappare per nulla al mondo, così quando ho saputo che si erano liberati alcuni ruoli mi sono fatta avanti per un provino su parte e sono stata presa dal regista Massimo Milazzo. Luciana è una vera professionista, generosa e leale, mi sono lasciata guidare anche un po da lei su alcune battute, dalla sua incredibile capacità di carpire il tempo comico, c’è sempre da imparare nel nostro mestiere.

528.JPGIl mio ruolo, che è quello della tremenda fidanzata del coprotagonista Filippo, interpretato da Andrea Venditti, che è uno dei due inquilini a cui Luciana affitta lo stesso appartamento, mi ha creato qualche problema all’inizio. Il regista Milazzo ha da subito avuto una visione particolare del mio personaggio, basata anche probabilmente sulla mia fisicità, doveva essere una kapò dei campi di sterminio nazisti, efferata, crudele, sadica ma allo stesso tempo comica. Seguendo le indicazioni di regia il ritmo dello spettacolo doveva essere incalzante, entrate e uscite, battuta e risposta, senza un attimo di pausa. Le prove sono state soprattutto improntate ad acquisire questa incredibile velocità e a plasmare lentamente la terribile Barbara. Essendo io un’attrice stanislavskijana ho fatto una ricerca sulle kapò, ho visionato centinaia di loro foto, ho visto video di donne violente, insomma ho esplorato quel lato oscuro che mi sarebbe servito per dare spessore e verità alla mia Barbara. Durante le prove il regista era sconcertato, davo sempre una versione diversa di Barbara, dipendeva da quello che avevo letto o visto il giorno prima, il mio fidanzato di scena si lamentava che non lo ascoltassi, era vero, io stavo cercando Barbara. Un giorno ho una idea, una parrucca nera, l’elemento che mi ha fatto attraversare il labirinto nel quale ero piombata per la ricerca di questo personaggio. La difficoltà di questo ruolo è che essendo un ruolo di contrasto nella commedia è diverso da tutti gli altri, Barbara parla italiano mentre gli altri usano il dialetto, picchia selvaggiamente il fidanzato, entra in scena come un panzer tedesco appunto… ma nonostante questo deve fare ridere. Ecco la scommessa dunque, rendere un personaggio antipatico ed odioso divertente, mi sono aiutata con espressioni del volto, con toni di voce buffi ed esagerati, con una camminata a metà tra la falcata fascista e la casalinga disperata. E’ uscito fuori un personaggio, come potete vedere dalle foto di scena, buffo e contraddittorio al limite dello psicopatico che però fa divertire il pubblico, che chiaramente si augura di non avere mai a che fare con un simile soggetto. Trovato il personaggio ho iniziato anche, da personaggio, ad ascoltare il mio compagno di scena anche se mi sono detta che poi in fondo Barbara è la tipa che non ascolta mai veramente nessuno, neanche chi ama, eccezione fatta per il padre avvocato interpretato da Stefano Santini, del quale è innamorata pazza. 

Che cosa racconta simbolicamente questa brillante commedia ?

E’ una commedia che si basa su un sottile umorismo inglese strisciante, del resto è stata scritta da due autori inglesi Anthony Marriot e Bob Grant, in cui i ruoli che ognuno di noi crede di svolgere nella società vengono ribaltati ed analizzati sotto una lente di ingrandimento fornita dalla menzogna, che smaschera in realtà i personaggi tirando fuori la loro vera natura. L’operazione interessante è però che questo testo è stato completamente stravolto dalla stessa Frazzetto e da Giacomozzi che hanno conservato l’ingranaggio del testo ma modificato i personaggi e trasportato il tutto in Italia, ma una ossatura british si avverte sempre, ed è proprio quella che unita alla comicità italiana fa scattare l’ilarità del pubblico che da metà del primo atto inizia a ridere e non si ferma più.

Come è stato lavorare con il regista Massimo Milazzo e come hai interagito con l’altra esuberante protagonista Luciana Frazzetto?

403.JPGLavorare con Milazzo è stato faticoso ma molto interessante, lui capisce esattamente il tuo percorso formativo dopo poche prove, essendo anche lui un bravissimo attore, nel dirigere un attore cerca di scardinare tutti i vezzi o vizi che noi attori ci portiamo dietro da scuole o laboratori, in un certo senso cerca di farti essere in scena quello che sei e non ama la rappresentazione del sé, o sei o non sei, o ti credo o non ti credo. Questo metodo mi ha portato ad analizzare molto il mio stile interpretativo, ad asciugarlo e a renderlo più solido, meno altalenante. Per la parte registica invece tende a costruire un reticolo entro il quale l’attore deve muoversi con precisione millimetrica, nulla è affidato al caso, è come avere delle linee tracciate sul palco e non si deve sgarrare e tutto con un ritmo velocissimo. Dunque è stata una  esperienza formativa e bellissima e spero davvero dal profondo del cuore che possa ripetersi su altri testi e altri personaggi.

La mia scena con Luciana è stata molto curata sia da Milazzo che da Luciana stessa, io mi sono lasciata guidare come è mia abitudine, facendo qualche proposta in sede di prova. Lavorare con un vero talento della comicità, ora dirò una cosa stupida, è molto divertente e si impara tantissimo, spero in futuro di avere ancora questa occasione, Luciana è simpaticissima, una vera professionista e molto molto simpatica, dunque perché no?

Femminilità e personalità a confronto. Quali le peculiarità e le sfide maggiori del tuo personaggio?

Sicuramente ho dovuto abdicare alla femminilità per interpretare Barbara nell’abbigliamento, un costume molto castigato pantalone nero, camicetta bianca e giacca nera, senza fantasia, senza colori, ballerine ai piedi. Questo però è stato funzionale al mio personaggio che non doveva essere bella ma intrigante, una donna dal fascino quasi maschile e violento rispetto ad un fidanzato sottomesso e consenziente. La sfida come ho detto prima è stata quella di far ridere e non risultare odiosa, un po’ come i soldati tedeschi di Sturmtruppen, ve li ricordate?

Un’attrice (nonché autrice) a tutto campo. A quali modelli ti ispiri e che cosa ami del teatro?

Sembrerà assurdo ma non ho dei modelli precisi, credo che ogni artista possa darmi qualcosa e quindi pesco un po qui un po lì.

Cerco di vivere e filtrare tutto attraverso la mia esperienza, non cerco di somigliare ma di capire e di entrare in sintonia con l’universo, credo infatti che sia lui il principale artefice del pensiero artistico, noi siamo solo degli strumenti attraverso cui l’arte si manifesta.

Il teatro per me è come l’aria, devo respirarlo e devo viverlo e non posso starne lontano per troppo tempo, è un luogo nel quale mi sento a casa, una casa fatta di sacrifici, di studio, di sfide, di incontri con colleghi simpatici o odiosi, ma anche e soprattutto di tante tantissime soddisfazioni che arrivano quando hai la netta sensazione di arrivare al pubblico, di lasciare il segno e in questo caso un segno fatto di allegria! Non lo lascerò mai.

Un pensiero sul Maestro Dario Fo, scomparso in questi giorni.

Ebbi la fortuna di incontrarlo ad una cena qualche tempo fa. Mi colpì la sua eleganza di uomo di altri tempi, la sua signorilità, era vestito tutto di bianco con un panama dello stesso colore, aveva un bastone, sembrava uscito da un quadro dei primi del ‘900.

Mi chiese cosa facessi nella vita e io risposi che avrei dovuto essere un’attrice… lui mi guardò e mi disse che anche se stavo facendo altro in quel momento io ero un’attrice e che non aveva mai sopportato gli attori che vogliono solo fare gli attori. Un artista secondo il suo pensiero, anche secondo la sua vita, deve poter fare tutto, cantare, danzare, dipingere, scrivere testi e poesie, disegnare stoffe ecc ecc. Ecco il mio incontro con il Maestro Fo al quale debbo il mio coraggio nell’intraprendere diverse strade nel variegato mondo dell’arte, non ho mai più avuto occasione di incontrarlo ma i grandi basta incontrarli un giorno che ti cambiano la vita per sempre… grazie Maestro Fo, un bacio.

Se mi permettete voglio anche ricordare tutto il cast della commedia che è composto da Vincenzo Della Corte, Anna Tognetti , Cristina Galardini e Massimiliano Buzzanca che ha sostituito Gioacchino Mazzoli per un problema di salute improvviso.

Noi comunque siamo in scena al Teatro delle Muse ancora fino al 30 Ottobre e vi aspettiamo a braccia aperte!

CineRecensione

I magnifici 7 – il remake

ActionWestern times per Antoine Fuqua

di Sarah Panatta

 

Mi viene in mente la storia di quel tale che è precipitato dal decimo piano… Ad ogni piano diceva “per ora va bene”. 
Risultati immagini per i magnifici 7Quelli che gli scocchi quattro frecce indemoniate in corpo e continuano ad avanzare, tra sabbia torrida e sangue. Quelli che gli pianti una pallottola in petto e ti coprono dal fuoco nemico – anzi dal fuoco amico di chi parla la stessa lingua ma è indemoniato dal “verbo” Dollaro – sorridendo sfiancati e soddisfatti. Quelli che si appiattiscono all’ombra di un campanile aspettando l’alba della vendetta. Quei derelitti che perdono sempre. Quei sette magnifici loosers, balordi, cacciatori di taglie, teste distrattamente appese al collo, drop outs, outlaws. Quei sette arraffati dal caso che non conoscono una causa, se non la mera sopravvivenza (forse), ma che conoscono la purezza della lealtà. L’adrenalinico autore di Training Day e The Equalizer, figlioccio coloured del compianto Tony Scott, Antoine Fuqua, dirige l’ennesima “sua” storia di un misterioso granitico ronin armato di minimale pazienza (saggezza atavica e loquacità killer minima sindacale), e dei suoi sei compagni orfani di terra giustizia ma non di libertà.
Dalle catene feudali spezzati dalla nobiltà tragica de I sette samurai di Akira Kurosawa al simil-letterale remake de I magnifici 7 di John Sturges (1960), l’epico oliato polpettone firmato da Fuqua investe lo spettatore di carrelli e mucchi selvaggi, tette al vento e venti di atavico schematizzato odio, in un montaggio chirurgico e avvincente che non reca tuttavia in sé il calore viscerale della passione meticcia lurida e disperante di quei mitici incauti perdenti che pretende di raccontare.
La piccola cittadina mineraria di Rose Creek è assediata dall’esercito poco regolare del magnate senza scrupoli Bogue, che minaccia di radere al suolo ogni casa e alito vitale e di strappare la terra agli abitanti che la occupano per nascita e per duro lavoro di generazioni non ancora wasp, per accaparrarsi, col bene placito delle cosiddette, svendute autorità locali, il dominio della regione e il suo sfruttamento ad libitum. Risultati immagini per i magnifici 7Assoldato da una giovane vedova in consolabile, il cacciatore di teste Sam Chisolm, spinto da un mal celato desiderio di riscatto da orribili torti subiti in un recente passato, aiuta la donna a liberare la città, reclutando al suo fianco una allegra meticcia banda di disperati, riproducendo, in un marasma primordiale post secessionista il tipico melting pot americano, tra neri spazza-crimine adottati dalle istituzioni, accoltellatori cinesi, ex ufficiali depressi e (in)fallibili, irlandesi ubriaconi e così via nella waste land degli anti eroi, mine vaganti della giustizia di frontiera.
Non quella analizzata e sbudellata nonché impiccata dal gioco intellettuale e 
politico del tagliente (pur citazionistico esercizio di stili) The hateful eight di Quentin Tarantino, che mette alla berlina con sarcasmo verboso, deliberatamente inglorioso, gli stessi stereotipi del sogno democratico americano sommariamente tracciati da questo nuovo I magnifici 7. Che invece non si sposta (nonostante la cosceneggiatura dell’altrove ottimo Nic Pizzolato, autore di True detective) dal polverone action, buddie movie a cavallo e a mano armata, incastonato con nitore tonitruante ma senza pathos né catarsi nell’arido wildwildwest in cui i barbari si confondono agli indigeni, gli invasori agli invasi, tutte figurine divertenti ma amorfe di una storia troppo vista, poco magnifica.

 

 

Regia: Antoine Fuqua
Sceneggiatura: John Lee Hancock, Nic Pizzolatto
Montaggio: John Refoua
Fotografia: Mauro Fiore
Musica: James Horner, Simon Franglen
Con: Denzel Washington, Chris Pratt, Ethan Hawke, Haley Bennett, Peter Sarsgaard,
Vincent D’Onofrio, Matt Bomer, Lee Byung-hun, Cam Gigandet, Vinnie Jones, Sean Bridgers, Luke Grimes, William Lee Scott
Produzione: Metro-Goldwyn- Mayer, Sony Pictures Entertainment, Village Roadshow Pictures
USA 2016 – Azione/ Western/ Drammatico – Durata 133’
Distribuito da Warner Bros. Italia
In sala dal 22 settembre

CineRecensione

El abrazo de la serpiente

di Sarah Panatta

el_abrazo_de_la_serpiente_subita_2015.jpgL’anaconda, il caucciù, il sogno, la memoria. Storia di uomini nell’Amazzonia di ieri e di oggi filmata da un colombiano giovane premio Oscar

Fiume tra sponde cangianti e misteriche. Fiume che narra a chi può o vuole ascoltare. Fiume che sotto liquida maestà mimetizza e muove la gigantesca anaconda che recò sul suo dorso alieni doni dalla Via Lattea. Fiume che scorre trascinando in sé le regole di cui è costruita la vita e che l’uomo ha assorbito, messo in pratica ma anche smarrito. Storia di sogni e di dimenticanza. Storia di convivenza, spiriti, emozioni, culture, possibilità. Uomini che si cercano, musica tra fronde ataviche, ferite grondanti, foresta che piange, la strada del fiume dentro il cuore di tenebra.
Storia di misteri e di meta-fisiche evoluzioni per Ciro Guerra, regista colombiano che con il suo lungometraggio El abrazo de la serpente vince il premio Oscar 2016 per il Miglior Film Straniero mostrando ma non traducendo vecchio e nuovo mondo sperduto e ricomposto in amazzoniche ancestrali visioni, in una pellicola 35mm in bianco e nero che senza virtuosismi o calligrafismi da National Geographic e senza dirompenti sparate post-colonialiste, si insinua tra presente e passato, tra gente e terre che sente “sue”, tentando di sfidare ed imprimere, novello cinematografico Fitzcarraldo, l’organica plasticità di un mondo che pulsa di un afflato ancora da comprendere, poiché esso stesso è il senso della vita da tutti bramato e temuto.
Sono infatti creature svuotate nell’Amazzonica squarciata di ombre grigie e lattescenti mutazioni, i protagonisti del film, l’americano etno-botanico Evan, che vuole trovare la leggendaria pianta della “yakruna”, rara e imperscrutabile, che ha il potere di insegnare agli uomini a sognare rintracciando il proprio spirito guida; il saggio Karamakate, sciamano ultimo erede della sua tribù sterminata dai conquistatori bianchi e guida paziente di Evan tra le spire del “serpente”; Theodor, etnologo tedesco che 40 anni prima aveva viaggiato in quei stessi luoghi, con il medesimo intento e con la stessa guida (Karamakate novello Virgilio che impedisce ai suoi discepoli di trasformarsi in deliranti colonnelli Kurtz).
Tour allucinogeno più che allucinante tra comunità di indios semi-civilizzati da santoni sacrileghi e lussuriosi laddove non schiavizzate da multinazionali occidentali; convenzioni imposte e inospitali, versioni di realtà, canonizzata, demolita, recuperata, oscura. Nell’Amazzonia delle miniere, waste land influenzata dalle verità “bianche”, false e pericolose, poiché parziali e ottusamente prevaricatrici. Così come Thedor non riesce a descrivere con il linguaggio umano la “bellezza” complessa di quel mondo, in lotta perpetua per fondare un equilibrio di sentimenti ed elementi, così Ciro Guerra non può tradurre ma si limita a trasmettere, in un flusso di coscienze tra loro “abbracciate” un elegante informale documento sulla sete di conoscenza e sul bisogno di consapevolezza della fallacia e dell’incompletezza della cultura umana laddove non contempli l’incontro paritetico con l’alterità.
E’ svuotato e inutile colui che non sa più ascoltare il dialogo della natura, che tutto sa e dice. Il messaggio del mondo vive, in ogni gesto, paesaggio, verso, nell’intreccio perenne tra dimensioni temporali, che si specchiano l’un l’altra, proprio come nel bianco e nero di Guerra, esplorazione tutta interiore, che della pasta del sogno fa respirare la sua pellicola, filtrando la trasformazione dell’essere e dell’esistere. Non esiste cultura superiore, non esiste “la” via, bianco e nero sono formalità deteriori e approssimative. Tutto dipende dalla prospettiva. In quanto siamo fatti della stessa sostanza dei sogni. E non solo…

Regia: Ciro Guerra
Soggetto: Theodor Koch-Grunberg,  Richard Evans Schultes
Sceneggiatura: Jacques Toulemonde Vidal, Ciro Guerra
Fotografia:  David Gallego
Montaggio: Etienne Boussac
Musiche: Nascuy Linares
Produzione: Buffalo Films, Buffalo Producciones, Caracol Televisión
Colombia, Venezuela, Argentina 2015 – Avventura/Drammatico – Durata 125’
Cast:  Jan Bijvoet , Nilbio Torres, Brianne Davis, Antonio Bolivar
Distribuzione: Movies Inspired
In sala dal 4 agosto 2016

Recensione

Nel finito… Mai finito di Iole Chessa Olivares

di Iolanda La Carrubba e Sarah Panatta


Iole Chessa Olivares con i suoi accordi di parole che viaggiano ma non sfuggono, mai mute, bensì mutevoli messaggere di un desiderio praticato e invincibile, valicando confini Nel finito… Mai finito esplora, tra la poesia sensitiva di Emily Dickinson che scruta e descrive come delicata farfalla con analitica semplicità il mondo, e il pensiero di Eraclito, ambasciatore dei cicli della vita che con il suo logos narra l’eterno scorrere del Tutto che passa ma non muta, in quell’universo intangibile il tracciato di infinite connessioni.

copertina iole

Edizioni Nemapress, 2015

La poeta attraverso bioritmi a tratti junghiani coltiva il suo viaggio astrale al contempo materico, dove si trasmuta il verso, verso l’infinito mai finito del sé, onde l’elevata poietica riassume come in un “mare nero”, il dolore estremo di una maternità ancestrale dove l’intersecata trama, tessuta sui “cicli cosmici” tra le macerie dell’umanità paradossale, fondata sulle supposizioni materiche della soggettività, fissa nei dettagli, l’appartenenza a dimensioni visivamente derivate da quel surrealismo rocambolesco, avventuroso seppur romantico, affine alle sfumature calde di De Chirico incorniciate dalla maestosità di architetture austere che proiettano ombre inconsce sovrapposte e mai statiche; qui tutto è ovunque, tra il visibile e il non e Iole “apre un mondo chiuso… a disarmare il cuore/ lasciando al tempo/ il senso ultimo delle cose”.

Danzano multipli e sottomultipli dell’Io, rincorrendosi nell’osservazione sbalordita, eppure matura del parco giochi a volte orrorifico della vita, dove l’occhio diviene specchio magico, ma anche pellicola, impressione diretta di luce, colori, forme in-costante movimento. Cinematografica riflessione e insieme dialogo tra le realtà e le finzioni dell’esistere, dove 16 è allora il numero che in pellicola trasforma la “camera con vista” del romanziere Forster nel riadattamento poetico di Iole, dove il suo estetismo della luce “insegue l’essenziale/ anche nel sonno”. E’ un rincorrere e raggiungere una meta altra, di quell’Io che mette in gioco se stesso formando e plasmando il pensiero di cui Iole diviene artifex: “consumata d’innocenza/ una prigione di fantasmi/ arranca alla gogna nell’aria/ e contro il buio soltanto suo/ come può cospira/ per un cielo in più/ ogni volta…naufragando”.

Come i grandi della letteratura, Iole nel suo ermetismo romantico, riconosce un genius loci onniscente e onnipresente che occupa e interroga morfologie dell’anima, di cui ella padroneggia i topoi. Qui si rintraccia un sentire kerouachiano, dove lui irriverente ha “sulla faccia un’espressione di incalcolabile sofferenza, come un angelo stitico su una nuvola”, mentre Iole “insieme all’allargarsi dei cerchi” che “in un diluvio di partenze…forse da lontano/ urtano l’angelo” è custode degli archetipi di quei luoghi leggendari, dove il verso a volte è dissacrante, liminale quindi concentrato a trasporre un sentimento in evento e vice versa, in cui memoria personale e detrito cosmico, cataboliti dell’Io poetico e frammenti della Storia tutta, sedimentano senza confondersi, in un abbraccio sapiente fatto di Poesia. Di quella “parola giusta” che misurando rimembranze intime e insieme contingenze estranee, “sillaba su sillaba/ incarna/ nel sangue di un pensiero…” oltrepassa le “distanze”. Iole compie allora un viaggio dentro e fuori la paura dell’“ignoto” vestendosi radiosa di parole che sostengono e proteggono l’Io scrivente come l’Io del fruitore, quel “noi/ ombra troppo vasta/ in una prigione/ di frammenti minimi/ … tra ragione e destino…”. Cammina libera incorrendo nelle verità che la sorte frappone al suo sentiero di riflessione.

Se “il sentimento dell’infinito è il vero attributo dell’anima” come asserisce Madame de Staël, Iole vota la propria forma mentis poetica a ricevere e coreografare quell’infinito, chiedendo alla poesia di farsi portale e insieme scandaglio dell’anima. Ella infatti nulla esclude e tutto comprende, aprendosi all’“altro”, squarciando e insieme rielaborando con i sensi il fenomenico prodotto di illusioni, sogni e impressioni ancestrali e quotidiane rappresentati dalla realtà, di cui traduce passionale anche se quieta ogni forma d’espressione, in questo unicum vitale analizza e scandisce seraficamente un’esplorazione purgatoriale, dantesca, affrontando ogni materia compreso l’inconscio, sfidando se stessa e le proprie paure riuscendole a sorpassare ed elargendole al lettore come nuove mete di un infinito andare, senza temere il risvolto ombroso d’ogni luogo d’origine ed originario. Infatti si ritrovano suggestive immagini decodificate tra l’onirica visione di un orizzonte sempre mutante e un incantevole percorso intersecato ad ogni realtà parallela. Sorride allora pascoliana e riflette tra Monti e Leopardi, dietro ombre sconfinate e mai confinabili e si muove sinuosa, accorta e dolce, tra “vicine e lontane altezze/ inquietudini/ che non si lasciano domare” e “da un crepuscolo all’altro/ nel remoto e nell’oggi/” vola con lo “spirito dell’altrove”, con l’incredula grazia di chi non smette di cercare, di cercarsi, di amare con devoto “sperdimento” un mondo di illimitate verità.

Arduo qui il compito del Prof.Perilli che con peripli pindarici e approfondite ricerche empatiche colme di cultura, analizza tra psiche e viscere la mimesi affabulatrice, fino a fare opera sinestetica di questa silloge poetica.

Sospinta da una neo elegiaca propedeutica, Iole Chessa Olivares riesce ad incantare il riverbero di bellezze ataviche, cattura bagliori nel buio della cattività umana, nel “flusso incontenibile” della vita “nella sfuggente meraviglia/ di un respiro verde-celeste/ sacro/ a ogni distanza”, conscia della sapienza “classica” che trascrive il civile consesso, quanto possibile mai esauribile esperienza complementare tra arte e vita, generando con una metrica fiera l’espressione della condivisione poetica trasformandola in esperienza.

Il libro ha recentemente vinto il II Premio per la sezione C, “libro edito”, del Premio Nazionale di Poesia “Mario Arpea” edizione 2016.

CineRecensione

Il Teorema Zero del cinema di Terry “Parnassus” Gilliam

di Sarah Panatta

“Non stiamo bene ultimamente, stiamo morendo”. Qohen si pronuncia “Coen”, non “Queen”.

the-zero-theoremQohen non è certo sovrano di se stesso. Forse sovrano spodestato e sovrastato, da numeri tirannicamente prodotti e imposti, che catalogano la vita e ciò che attraverso essa si suppone sia conoscibile come “mondo”. Qohen processa quei numeri, entità “esoteriche”, un lavoratore-cavia per una multinazionale – la cui sede è addobbata stile silicon valley-fabbrica di cioccolato -, un’ape operaia albina, depressa, nevrotizzata e sociopatica, votata all’autoisolamento nell’alveare di una detritica società post-(Social)apocalittica. In cui l’essere languisce disumanizzato, inevitabilmente mercificato, tra spot personalizzati e grandi fratelli onnipresenti con le loro microcamere ridicolmente appese al volto illeggibile della megalopoli. Qohen, uno come noi, uno che sta morendo. Dentro schermi che parlano lingue robotiche. Dentro illusioni di emozioni possibili ma non palpabili. Dentro la sua casa-cattedrale franata tra dati e scorie. Le nostre identità motiplicate e disperse nella Rete delle Reti. In una scenografia acida ma anche tumefatta, tra Blade RunnerQuinto elemento, Minority Report e molta distopia tra Cronenberg e il capostipite Orwell.

Benvenuti nell’entropia cinematografica di Terry Gilliam, The Zero Theorem, filosofico, citazionista e autoreferenziale, dal 7 luglio al cinema. Essere amorfo per eccellenza, creep (come cita l’omonima celebre canzone dei Radiohead riadattata in un swing spettrale, erotico e ostalgico), ratto da computer, Qohen (un misurato calzante Christoph Waltz) percepisce come sempre più grave la morte della propria socialità ed empatia, ipocondriaco e disabituato alla luce, è bramoso di rinchiudersi nella sua postazione di lavoro casalinga, dove difendersi dall’ipocrisia insostenibile dell’universo iperconnesso e iperframmentato, dove ognuno galleggia mascherato dentro gabbie invisibili. Quando sta per mettere in pratica la propria fuga interiore, a Qohen viene affidata, dalla stessa società per cui lavora sfruttato, la delicata ricerca sul Teorema Zero, ideato per cercare il senso dell’esistenza. Altri creep, più o meno reali, gli si affollano allora intorno, dalla psichiatra programmata per confortare le sue illusioni e lenire paranoie e manie, al giovane nerd che lo aiuta a immagazzinare e tradurre i nuovi dati, alla misteriosa sensuale fanciulla che lo invita in una realtà virtuale e platonica da lei creata, un’isola deserta fatta di tramonti lascivi e caldi, in cui riscoprire i propri istinti e aiutare Qohen a comprendersi. Tra bio-tute e algoritmi infiniti, vetrate incadescenti e penetranti vortici di spazio tempo risucchiato dalla noncuranza di uomini assuefatti a codici più che a relazioni, Qohen come l’autore, come lo spettatore, viaggia da una dimensione e l’altra.

Forse perdendosi nella matematica della virtualità, o forse trovandosi in un altrove post umano in cui poter lui stesso ricalcolare le equazioni dell’anima (laddove il grande fratello ne abbia prevista una…).

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Burying The Ex… horror all’ultimo I-Scream! 

di Sarah Panatta

Quando la morte…non ti fa bella. Amore al sapore di cervella nella nuova fatica zombie movie di Joe Dante

burying-the-ex-35395Tesoro, sono (di nuovo) a casa! Finalmente fuori dalla…tomba. L’ossigeno non arriva quando l’amore viene spezzato da causa impreviste. E soprattutto quando i polmoni (e tutto il resto) vengono imbalsamati per la sepoltura. E non basta l’”acrilico n.9” per ricomporre un’effige umana che tende a decomporsi. Joe Dante cerca di tornare all’ironia trash e salace dei suoi gremlins, (ri)dando vita ad un personaggio questa volta voracemente e nevroticamente femminile, detestabile e molesto, nel suo ultimo Buriyng the ex, opera demenziale, dramedy cinefila e autoreferenziale punteggiata da dialoghi affilati e “dolcezze” per il mercato. Presentato a Venezia nel 2014 e proiettato in anteprima nel 2016 all’Isola del Cinema di Roma il film è quella che oggi definiamo zom com, commedia imperniata sugli stilemi della narrativa zombie, con una carrellata affastellante di infinite citazioni, dall’esilarante La morte ti fa bella ai personaggi femminili psicopatici e letali della non trascurabile Trilogia del terrore diretta da Dan Curtis per la tv, fino al pop-zom- teen-com (e chi più ne più ne metta) Warm bodies, shakespeariana divagazione in versione apocalisse zombie per ragazzini, tutto Romero e il maestro Bava – dalle allusioni sottili fino ai veri e propri poster appesi nella casa del protagonista prima della restaurazione con design eco-friendly operata dalla sua fidanzata nonché coprotagonista.

Max fa il commesso in un emporio di Halloween e vorrebbe aprire un negozio horror tutto suo. La sua compagna, Eveline, sensuale appuntita vegana creatura, è ossessionata dall’etica green, e tarata da un ambientalismo nozionistico e superficiale, dimentica con egoismo la generosità vera dell’amore, imponendo arcigna a Max uno stile di vita che lo porta ad allontanarsi dal fratellastro pasticcione e sessuomane e che lo conduce a vivere in una casa che presto diventa la piccola copia di un museo del riciclaggio, tra tappeti in fibra non calpestabile e papponi al tofu. Quando Max decide di lasciare Eveline, un autobus la investe violentemente. Tuttavia un dispettoso incantesimo attivato da una statuetta malefica che Max rompe per sbaglio in negozio, riporta Eveline al mondo reale, morta vivente arrapata e decisa a perseguire la sua never ending love story. Come potrà cavarsela Max, ora innamorato della formosa cinefila gelataia dai gusti gore, Olivia?

Antieroi simpatici e tagliati con la proverbiale accetta, botte (e risposte) spesso ironiche e un’infilata di dejavù cinematografici di genere, in ogni arredo, espressione, macchia del film, che si coagula di scena in scena nel confermare i più triti quanto necessari stereotipi (amore maledetto e immortale, villains ambigui, cannibalismo zombie, resurrezioni omicide, cimiteri spettrali, nere tanto improbabili quanto salvifici etc), confezionando un’opera obsoleta ma lieve…quanto uno slogan ecologista spammato nel mare magnum e poco “eco” del web…

Ma lo sappiamo, gli zombie ritornano…

Regia: Joe Dante

Fotografia: Jonathan HallMontaggio: Marshall Harvey

Produzione: ArtImage Entertainment, Scooty Woop Entertainment, Voltage Pictures

Con: Anton Yelchin, Ashley Greene, Alexandra Daddario, Oliver Cooper, Mindy Robinson,

Gabrielle Christian, Stephanie Koenig, Pandie Suicide, Archie Hahn, Mark Alan, Alexandra Vino,

Soggetto e sceneggiatura: Alan Trezza

Musica: Joseph LoDuca

Scenografia: Erika Rice

Costumi: Lynette Meyer

USA 2014 – Horror – Durata 88 minuti

Katie Ross, Erica Bowie, Ozioma Akagha, London May, Wyndoline Landry

Distribuzione: Barter Entertainment

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WAX. We are the X

di Sarah Panatta

wax poster.jpgSelfie movie, selfie times, selfie…X, l’incognita del lavoro, della vita, del cinema, secondo l’esordiente Corvino

Storia “vera” di tre sacrificabili. Tre idendità sovrascrivibili. Tre incognite. Generazione X. Sotto pressione, sotto scacco, sotto… selfie. Autoscatto, autovideo, automemoria. Autoimpressione di vite trascurabili, sperperate, scartate. Tra un bagaglio perduto, 500 euro strappati e sogni frodati, scatta l’ora “x”. Il riscatto dei precari? Canto di speranza per (non più) giovani on the road? Pseudo mockumentary quasi interamente in soggettiva, falsa investigazione sui fatti intorno a tre ragazzi scomparsi (?) in strane circostanze e i loro ultimi giorni visti, spiati, compressi, attraverso files dal loro video blog. Consumati e redenti dalle proprie telecamere digitali.

Arriva in sala WAX. We are the X, opera prima di Lorenzo Corvino, una scommessa tecnica, a detta degli autori e della troupe, per la maggior parte alle prese con la prima esperienza di lungometraggio. Espediente più che esperimento, sulla falsa riga dei tanti “project”, “rec”, “cloverfield” & co., per raccontare insicurezze, esigenze e prospettive della generazione senza posto fisso, smarrita nel labirinto di Alice, svista, rivista, e incapace di vedere.

L’ambigua Liberty Production, gestita da un parassita viziato figlio d’arte di mezza età (cameo per il buon Andrea Renzi), sta per girare lo spot di un SUV made in Italy a Nizza e dintorni. Dario, film maker e Livio, direttore di produzione, l’uno munito di entusiasmo naif, e di micro attrezzature costate al di sopra delle proprie possibilità, per realizzare il videoblog dell’avventura, l’altro nevrotico e rabbioso custode del “fondo cassa” dello spot e delle paturnie furbesche del produttore latitante. Al menage si unisce la francese Joel, ex attrice, ex collaboratrice di un circo, ora direttrice casting. Viaggi in macchina, aereo, treno, canne fumate nell’appartamento di un amico (Rutger Hauer, deus ex machina del racconto, in quanto depositario del videoblog dei ragazzi), ricerca location, attese, amarcord sulla Costa Azzurra, candid camera di attori ricchissimi e annoiati preda di reality show a cunque stelle.

wax scena 2Quanto vale la dignità umana? Quanto vale il lavoro (e nello specifico quale forma e funzione ha, nel cosmo tentacolare del cinema)? Quanto a lungo si può accettare a testa bassa uno stile di vita sbrindellato e mercificato? Perché trasformare i problemi in “sistema” anziché cambiare? Perché sottomettersi al ricatto delle illusioni? I tre se lo chiedono, prima in fuga da se stessi, poi in fuga per se stessi, emergendo lentamente dal torpore, in 105 minuti di dramedy picaresca, action e romanticismo. “Dreamers” fuori tempo massimo, la cui unica battaglia è la sopravvivenza alla virtualizzazione del “Sé”, smaterializzato eppure resuscitato da quello sguardo in macchina da presa che testimonia la “vita altra” che essi/noi conduciamo, nel miscuglio nauseante indistinguibile tra realtà e fiction che è l’oggi.

Corvino e compagnia costruiscono un film in cui la prospettiva non è moltiplicata ma frammentata, dai tanti, accumulati punti di vista fittizi forniti dalle camere ipoteticamente piazzate dai protagonisti in ogni loro spazio d’azione. Soggettive rimbalzate l’una sull’altra, che restituiscono confusione, incomunicabilità e desiderio di espressione, ma anche l’incostanza bulimica di una generazione e di un “sistema” che forse vuole conoscersi ma non sa ancora (come) vedersi.

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Zeta. I dolori di un giovane rapper

di Sarah Panatta


Il primo film hip-hop in salsa tricolore, dal 28 aprile nelle sale, l’esperimento filo americano dal videoclipparo, già regista action-ibrido Cosimo Alemà

Easy, sparire, volare, tornare, “quando il sole cala piano”, easy, “izi”. I dolori del giovane rapper.

Freestyle, dai casermoni fantasma ai palchi, dai tetti grigi alle sale di registrazione. Dalla A alla Zeta. “Io sarò Re e tu sarai Regina”. Dalle stalle alle stelle, ancora stalle e… Sillabazioni facili di emozioni strette in gola. Potrem(m)o essere eroi, anche noi, almeno per un giorno. Noi che dal ghetto di miserie quotidiane speriamo di non doverci mai guardare indietro, noi che bramiamo scalare la vetta, qualunque essa sia, e restare in cima. Ma si fa guerra fuori, quando la guerra è dentro, perché siamo tutti stranieri, cuori “affogati” nell’inverno dello scontento, cuori trafitti, traditori traditi, rapiti, riscattati, tra bagliori di ori e lamiere, nella periferia del viaggio verso la propria identità.

Vent’anni, orfano di madre e figlio di padre umile, da Genova alla Capitale tra un banco di pescheria e i vicoli dello spaccio, sotto la felpa del centro commeriale rabbia ardente, e parole in cerca d’autore. “Sono Alex, questa è la mia storia”. Incipit e plot filoamericani per la parabola di un rapper alla scoperta di se stesso, dell’amore e della gloria, nelle sue forme audaci, laceranti, elettrizzanti.

Diretto da Cosimo Alemà, Zeta, dal 28 aprile in sala. Autore sulla breccia, nel mondo degli spot commerciali e dei video clip, Alemà sforna sin dai primi anni ’90 una profusione di video per le grandi personalità musicali italiane, Zero Assoluto, Fabri Fibra, Club Dogo, Subsonica, Mengoni, Anna Tatangelo e compagnia mista. Nel 2011 l’exploit cinematografico, con la sua opera prima, l’horror Un giorno senza fine, mentre nel 2013 dirige un insolito action, rocambolesco, cinico e drammaticamente impregnato di umori antropologici e sociali seppur ridotti ai minimi termini, La Santa.

cast zetaCon Zeta i mondi di Alemà scivolano “easy” l’uno sull’altro in questo romanzo di formazione, in cui Alex perde definitivamente l’innocenza (le canzoni provate in garage con gli amici, il tifo alle partite di pallavolo, le serate alcoliche rassegnate ma divertite, l’erba venduta ai coetanei altrettanto spaesati), trova l’occasione inattesa per esibirsi e passa da una produttore all’altro, metabolizzando(ne) feste, scazzottate, vuoti esistenziali, appartamenti troppo vuoti, presunzioni, egoismi, vizi, promesse. Finché la morte ferisce di soppiatto la sua vita come quella dei compagni di sempre, e Alex si costringe a cercare un palco diverso, nello spirito prima che sulla folla.

Musical-biopic forse, geometricamente aggrappato alle sbavature ritmiche di una battaglia a colpi di strofe, sniffate, accoltellamenti, baci rubati sotto ai portici, famiglie disfunzionali e stereotipi dello show biz. Fiaba scura che ai dialoghi inevitabilmente mocciani, che sfiorano appena il contesto in cui i protagonisti sono immersi, aggancia l’adrenalina di un montaggio serrato e fluido, nonostante i 100 minuti del film. Alemà compone con tecnica rodata il suo racconto di e per gioventù (quasi) bruciata, a metà tra Fame, Eight Mile, Amici defilippiani, popolato di star dell’hip-hop tricolore, da Fedez, a J-Ax (sogno/apparizione nel cesso dei grandi magazzini), da Clementino, a Ensi, passando per Briga, Rocco Hunt e Baby K (alcuni nei panni di se stessi).

Tutto in prima persona rap, con la voice over nonché doppio anzi raddoppiamento del protagonista, che ripercorre in parte anche la propria biografia, infatti Diego Germini, interprete di Zeta, è nella realtà il rapper Izi, classe 1995, qui al suo esordio attoriale e autore di alcune musiche della colonna sonora.

Cosimo AlemàUn’opera confezionata per i teen e non solo, che stanno a metà, “né bruchi né farfalle”, e nella matematica della sopravvivenza sperano di fare la differenza, eroi forse, per un giorno. Easy…

Regia: Cosimo Alemà

Sceneggiatura: Cosimo Alemà, Riccardo Brun

Cast: Diego Germini, Irene Vetere, Jacopo Olmo Antinori,

Salvatore Esposito, Clementino, Francesco Siciliano, Aldo Vinci, Fedez, J-Ax, Martin Chishimba, Eradis Josende Oberto

Fotografia: Edoardo Carlo Bolli

Montaggio: Maria Fantastica Valmori

Produzione: 9.99 Films, Panamafilm in collaborazione con Sony Music Italy

Distribuzione: Koch Media

ITA 2016

Durata 100 minuti

 

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Un nuovo giorno, identità e “genere” secondo il regista Stefano Calvagna

di Sarah Panatta

locandinaPiccola grande donna. Storia romanzata di Giulia/Sveva/X, xx nata xy. In epoca di gay pride&pregiudice, di orgogli e pregiudizi zombie e di leggi elettorali sui diritti “diversamente” civili. Cronaca bulla e bullizzata di integralismo identitario. Trasmigrazione di “genere” nel Paese piccolo piccolo. Giulio fa le elementari e non risponde all’appello, perché non sente proprio quell’aggancio alla propria profonda intimità. Riceve note disciplinari, brevi intolleranti lavate di testa da psicologi inamidati, penetrazioni indesiderate nei bagni della scuola. Giulio diventa adolescente dalla bellezza aliena e pacata, vuole cantare ma alle audizioni prendono i figli dei mafiosi di turno comodamente piazzati negli scranni delle pubbliche istituzioni. Giulio diventa un modello di grido, si amalgama al bon ton del fashon district nostrano e intraprende relazioni clandestine. Ma non basta. Vuole essere totalmente, solamente, donna.

Tra abusi e deviazioni, orizzonti sentimentali inattesi e operazioni futuribili nell’estremo Est prolifico e privo di aut aut psico-morali. Storia di una donna indocile nata nel corpo sbagliato, Un giorno nuovo. Feuilleton in tre “stazioni” per il muscolare regista-autor-attore autodefinito indipendente Stefano Calvagna.

Dal 2005 anche produttore con la sua Poker Entertainment, che per la sua ultima fatica distribuirà in sala dalle 30 alle 80 copie, cifra megalitica per un made in Italy che si professa indie, quindi avulso dagli schemi competitivi di mercato e solitamente respinto dal circuito ufficiale medio-grande della “sala”. Che sia approssimativo, brutale, rapido e ripido, il cinema firmato da Calvagna è sempre quello dell’“ultimo ultras” che guarda alle “stelle”. Fan inscalfibile dell’epopea della violenza (non solo) urbana, occhio per occhio, dei reietti sociali, dente per-dente, degli incubi dei lupi di steppe poco confortevoli. Indivisualismi e lotte di sopravvivenza. Un hard pop a pugni chiusi.

In Un nuovo giorno decide di svelare a tinte drasticamente posticce la storia di odinaria attesa/follia/bellezza di Giulio/a, nato/a maschio ma fin da tenera età aggrappato/a ad una convinta interiorità femminile, che lo/la conduce all’isolamento ma anche al cambiamento distintivo, senza mezze misure. Dai tortuosi incompresi anni di aule scolastiche e banchi della chiesa fino all’operazione a Bangkok. Nessun passaggio trans-sessuale.

Giochi di rallentamento e di luci raffreddate ed estatiche. All’empatia e agli connessioni/rispondenze tra plot e psiche pur verosimilomente complessa dei protagonisti, Calvagna preferisce una linearità cronologica e distaccata confezione. Dettagli trash, ripetuti voli di droni per notturni da cartolina esterofila, rabbia ed egocentrismo rappresi nella sintesi scabra dei dialoghi.

Piccolo budget e tempi ristretti, un film macinato in poche settimane sotto l’egida di inderogabili ritmi produttivi. Così Calvagna descrive le intemperie e insieme le dominanti del suo fare cinema e del suo film appena partorito Un nuovo giorno da lui scritto e diretto, protagonista il giovanissimo e iper attivo figlio attore Niccolò. Un romanzo a puntate col fiato corto, linguaggio da fiction costruito per emittente italiota ma anche centro europea e sud americana, racconto per didascalie visive che inevitabilmente sfiora senza analizzare mai temi cardine quali disagio psichico, trauma sociologico, diritti legali e di fatto, in cui i personaggi si agitano geometrici come le sagome di un tiro a segno o i “pupi” di un teatrino semplificato per un pubblico bulimico che si presuma altrettanto distratto.

Così Giulio/Giulia deliberatamente si trasforma in merce, da rotocalco, da tribunale (nella vita), da tritacarne ciematografico, creatura plastificata dalla vita (vissuta e mediatica) quanto dal bisturi.

Tra biopic e tvmovie, Calvagna guarda il mondo dal suo “oblò” tirando a lucido la figura controversa di Sveva Cardinale, nome d’arte di un personaggio impigliato tra misticismi passati, processi per truffa attuali, carriere cinematografiche venture. Dopo Almodovar, Jordan e Hooper, in tempi di unioni civili, una “Calvagna girl” raccontata “senza paura”.

CineRecensione

“Onda su onda” di Rocco Papaleo

di Sarah Panatta

 

 

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Realismi magici: (capitolo) secondo Papaleo, from Basilicata to Uruguay

“Comici spaventati guerrieri”. RiEcce picari. Ragazzi interrotti (stavolta) su rotte oceaniche, inside out. Italia-Uruguay, one way, sea to sea…
Ruggero, cuoco colto sagace ispido. Gegè, cantante sopra le righe fallito al verde. L’uno non vuole scendere a terra e rimanda ferie fuga e felicità, mentre improvvisa ritmi tribali con i compagni senza nazione, stipati senza barriera di etichetta e di sapori, in cambusa. L’altro deve scendere, a compromessi, sballottato da un ingaggio improvviso e posticcio dall’altra parte del globo, direzione boreale. Entrambi aggrappati all’immagine falsata e invecchiata di Sé, tra goffi cappotti alla marinara e acconciature fuori tempo massimo. Entrambi inconsciamente già salpati, tuttavia, dalla patria realtà, ormai cartolina illeggibile di rancori stanchi e di possibilità sommerse. Entrambi pronti a cuci(na)rsi altri abiti, per un palco diverso. Note gracchiate e swing pirati, gole s-cordate e obliate passioni. Cronaca di uno svelamento annunciato, delle americhe e di altri demoni, perché Io è con-fuso fusione distratta di titubanza nevrotica e terrori ancestrali. Perché Io è un noi mal assortito seppur solidale. Noi è arcipelago (per) sempre da esplorare nel magno mare, Onda su onda.

Dal 18 febbraio in sala, l’opera terza del musico-regista autor-attore Rocco Papaleo, trascinante intrattenitore dalla filosofia estatico-viaggiante, uno sguardo che è ponte di sospiro tra occidentalismi beceri e alimentari e fantasie di meticciati culturali testimoniati, amati, coccolati a brani e morsi, di opera in opera.

Storia di due nemici-amici affratellati per caso. Il cuoco estroso ma non estroverso e lo show man nella sua dead zone, che perde la voce e deve scambiare identità con il sodale più inadeguato. Il cuoco (Gassmann) è costretto a violentare la propria agorafobia per aiutare il cantante (Papaleo) ad incassare i soldi dell’ingaggio nella sgretolata immota Montevideo, megalopoli uruguayana post capital-ismi. Di mezzo la donna figlia amante, producer musicale affannata o attrice in erba o principessa di evanescente casata. Scabro e solitario, in galleggiamento statico seppur ramingo sulla nave merci, scorbutico quanto Franco il pescatore di Basilicata coast to coast e il suo ghigno “autoctono” travasato sulle aggrottate tempie del granitico autoironico compare, Gassmann duetta/rivaleggia divertito con le sue rigidità peterpaniche con un Papaleo dolcemente poeta papà nostalgico, scattante solo in alcuni momenti di viva ilarità naif.

Il cicaleccio dei media anche qui presente, come in Basilicata spossante dissacrato e inevitabile, accompagna e agglomera lo spirito rassegnato anche se ribelle di un Papaleo che frena in acque aperte, dopo un incipit dissetante e nonostante le pennellate materiche di quel delizioso inconfondibile umorismo.
Alla ricerca di un Nuovo Mondo Basilicata su al Sud fiabesco intravisto nell’Uruguay terreno anni 2000, dove il Presidente Mujica predica povertà simil francescana marxista-leninista (da ex militante dei Tupamaros guerriglieri per la libertà), Papaleo scrive il suo primo testamento “magico”, rituale affrettato e targato Grimaldi Lines di un picaro di strada mai distratto.

 

 

Scheda film
Regia: Rocco Papaleo
Sceneggiatura: Rocco Papaleo, Valter Lupo, Federica Pontremoli
Fotografia: Maura Morales
Montaggio: Christian Lombardi
Scenografia: Sonia Peng
Costumi: Grazie Colombini
Musiche: Francesco Accardo e Rudy Pusateri
Italia, 2015 – Commedia – Durata: 102’
Cast: Rocco Papaleo, Alessandro Gassmann, Luz Cipriota, Massimiliano Gallo, Calogero Accardo, Silvia Perez, Arturo Valiante, Guerino Rondolone, Francesco Accardo, Jorge Noya, Miguel Terni, Gustaf, Virginia Fernandez, Leandro Nunez
Uscita: 18 febbraio 2016
Distribuzione: Warner Bros. Pictures

FestRecensione

riFlessioni dalla Festa di Roma 2015

di Sarah Panatta

 

La rivincita delle sposeribelli sulle funi 3D, sui thriller da camera e sui noir pasticciati allitaliana

Rapsodie antibollywoodiane e nuove primavere arabe guadagnano i premi del pubblico alla Festa del Cinema.

Alla Festa del Cinema di Roma 2015 il cinema maiuscolo senza essere controverso, debordante senza essere irrisolto né confuso, quello avvolto e pulsato di viscere e di sinapsi, quello dei brividi inerpicati sotto pelle e non appena sollevati da un posticcio benché spettacolare 3D, non sta appeso ad una camminata su fune dacciaio a 400 metri di altezza dalle compiante mostruose torri gemelle o nelle quattro pareti di una stanza-mondo fatta di violenza suburbana. Bensì viene dallex Terzo Mondo iper capitalizzato. Facendo capolino e persino vincendo arrampicandosi tra documentari piombatinel cuore di uragani di cielo, oceani e altre divinità adirate; ring oltre-umani in cui la legge del doppio diventa evasione impraticabile dellIo deragliato dai sensi di colpa per aver assecondato una realtà alienante.

Tra le bolle gonfiabile del festival il zemeckisiano americanissimo The Walk 3D ispirato ad una storia vera, come unavventura a ventimila lega sopra limmaginario umano, tra nuvole e altri sensidi gravità, rocambolesco e giganteggiante, strappa le budella ma le lega alla corda dacciaio sulla quale fluttua il temerario sognatore funambolo Philippe Petit che rilegge la verticalità asettica delle abbattute sorelle di acciaio e cemento (commemorazione sotto le righe della memoria patria e collettiva per ciò che le torri annichilite nel Ground Zero, della civiltà della Frontiera e delle esportazioni democratiche, avrebbero-hanno rappresentato). E la produzione canadese Room presa in prestito dalla cronaca americana dei grandi rapimenti suburbani, in cui la relegazione dello sguardo alla prospettiva micro-universale della prigionia mentale e fisica, non trova rispondenza né tecnica né emotiva.

Sorprese invece dalla Turchia e dallIndia con furore. Due i film che al proprio ritmo pop-fusion smascherano stereotipi ri-editandoli con stile ed energia senza effetti speciali. Cinque spose in erba, cinque prede uniche, cinque discepole indisciplinate, in Mustang (film vincitore della menzione speciale per la sezione Alice nella Città). Creature selvagge nella babilonia delle ipocrisie e della natura irrefrenabile, che scuote inferriate, confusa con la modernità già tra-passata, de-tenuta, che bussa alluscio chiedendo donne che siano persone prima che mogli.

mustang locCinque spose turche, cinque ragazze interrotte, cinque cavalli indomabili. Selma, Soany, Ece, Nur e la piccola Lale, il periscopio oltre la cupola di menzogna, abuso e solitudine, il grimaldello contro la segregazione, la nuova miccia per una dolorosa necessaria liberazione. Tumulate in casa, arroccata sopra scritte di amori infantili e inevitabili, incancellabili, tumulate nella fabbrica delle moglia stendere pasta e preparare corredi. Supervisionate dai carcerieri della famiglia mutila, la nonna timorosa, corrosa dal rimorso e da un coattivo servilismo genetico, ma anche fragile e defraudata da ciò che non può controllare, e lo zio collerico, oltremodo ottuso, retrogrado repress(iv)o retaggio di una società che ha terrore di evolversi, di vedere erosi gli zoccoli duri del potere, e deraglia dentro mura spesse e separazioni pigramente sessuali che sotterraneamente facilitano odi e inganni. Mustang, in uscita in Italia il 22 ottobre. Già presentato alla Quinzaine des Réalisateurs al Festival di Cannes 2015 e vincitore del premio Label Europa Cinemas, è stato definito, in pre-proiezione per il Concorso di Alice nella Città, il vincitore moraledi Cannes 2015.

Il giardino è chiuso, da sbarre progressive e remissive, a queste “vergini” suicide che vogliono guardare oltre il proprio naso, esplorare i propri istinti. Cinque le protagoniste in fuga da una troppo breve adolescenza, come ne Il giardino delle vergini suicide di Sofia Coppola (USA 1999), contropartita inevitabile ma non scontata, ispirate ad un racconto letto dalla regista/sceneggiatrice Deniz Gamze Ergüven in tenera età. Probabilmente influenzata dalle infanzie negate dei Dardenne e dall’anarchia problematica del turco “migrante” Fatih Akin, Deniz infrange e ricostruisce il castello sessista omertoso tradizionale, per schierarci al suo interno insieme alla cinque fanciulle alle quali è negato il diritto di scegliere in qualsiasi modo il corso del proprio destino. Matrimonio combinato, penitenza, umiliazione soffocata, l’unica chiave di lettura del futuro. Alcune di loro si presteranno, altre voleranno via da finestre invisibili, altre fuggiranno nel proprio altrove fatto di sesso occasionale o di ponti sospesi su città troppo grandi per non accogliere chi vuole sentirsi diverso.

angry indianSorrisi e sangue. Dee indignate pronte a distruggere protesi e a spezzare reti omertose, alla corte di tirannie psicosociali tutte da decapitare. Il miglior film e il premio ufficiale del pubblico alla Festa del Cinema è Angry Indian Goddesses.

Insolito buddymovie in rosain stile addio al nubilato con presa di coscienza mucciniana? Molto di più. Disordinatamente insieme, per scrostare tabù e godere nuove possibili liberAzioni. Altare spiaggia bara. Dopo il rivelatore classico Mustang la Festa del Cinema viene investita da unaltra ma non diremmo ennesima traversata nelluniverso dellarduo riscatto femminile nellex Terzo Mondo macellato nel tritatutto della globalizzazione del mercato culturale, sociale, sessuale. In una civiltà dalle identità multiple e ancora in cerca dautore, ingabbiata e sfregiata da un maschilismo paleolitico che de-personalizza lessere o resistere umani, come farsi donne prima che femminino da riproduzione, come (s)vestirsi dello stereotipo senza essere lapidate, come scuotere il ventre al ritmo del proprio Ego senza assecondare i dettami della violenza (in strada come su un set?)? Il prezzo del nonellIndia di oggi che è per sempre ieri. Una mamma-manager ipercinetica e assente, capo di una multinazionale che defrauda la popolazione della propria terra; una mezzo sangue aspirante attrice da bollybox office che rincorre eppure rifiuta lo stereotipo della donna-oggetto; una fotografa di talento raffinato che non sa piegarsi ai ricatti pubblicitari e sta per sposarsi in segreto; una moglie imbozzolata a forza nel suo ruolo dorato; una cantante fuori dal coro che ha dimestichezza con i suicidi tentati; una governante che non ha mai conosciuto lamore perché terrorizzata dal dominio maschile. Intorno autorità sorde e razziste e indifferenza pericolosa dei simili. Dalla geografia remota di un villaggio del Subcontinente, figlio di un venditore di tè dalle ambizioni tuttaltra che sotto-messe, il regista Pan Nalin affonda incalzante nelle lotte femminili, evitando la retorica fine a se stessa di operazioni affini e intessendo coloratissimo un romanzo di piccole donne semplice ma non esile. Nalin mette a frutto la resilienza atavica e la saggezza mimetica di chi smina non senza una mappa accurata, studiata in anni di esplorazione/migrazione di linguaggi stranieri, il confine interminabile delle castementali prima che sociali, cannibalizzando i codici della comunicazione ufficialee del capitalismo post coloniale della sua enorme devastata immutabile Terra. Con Angry Indian Goddesses si candida come icona pop rivoluzionaria del cinema extra, firmando seppur giovane, la sua (prima) equilibrata opera omnia sullIndia (non solo) borghese contemporanea, coreografando o meglio cucinando non senza spezie riconoscibili, la propria visione documentaristica romantica, espressa con lipnotico paziente e sensuale Samsara, remixandola in una ricetta fusioncertamente furba perché dosata per un yper-target, per un cinema totale. Commedia, nel senso più ampio e letterario, documento civico, rovesciamento bollywoodiano e dramma damore, thriller dellanima, cronaca di guerra intestina e marcia per i diritti, a passo di musica. Fame di vita, rabbia di giustizia. Angry Indian Nalin.

CinePrime

Festa di Roma 2015. Microbe e Gasoline

Buddy movie su quattro ruote di filosofia adolescenziale, garbatamente firmato Gondry

di Sarah Panatta

microbe scenaSe mi segui ti disegno, se mi lasci ti riscrivo. Piloti fuori legge dell’Arte del sogno. Cavalieri senza patente del diritto alla gioia dell’essere senza limiti all’auto-esplorazione. All’eterno splendore delle loro menti prive (ancora) di nere voragini. Fiaba contemporanea dagli orrori grotteschi. Road movie after school, ora d’aria per rivelazioni più che rivoluzioni puberali.

Film adulto per bambini in perenne crescita. Due quattordicenni su carretta, moderno cavallo di-troia e velocipedehouse con motore a due tempi e fagioli in scatola, inadatto alle salite ma perfetto per cementare amicizie impossibili e maturare conflitti identitari, tra dubbi sessuali, eiaculazioni su fumetti precoci, guida spericolata su fantasie postpunk, filosofie dell’influenza cerebrale, primi teoremi amorosi, famiglie disfunzionali in piena nevrastenia tanto proletaria quanto borghese.

In concorso per la rosa e rosea sezione Alice nella Città alla Festa del Cinema di Roma, Microbe e Gasoline riporta sul grande schermo il leggendario Michel Gondry di Se mi lasci ti cancello e Mood indigo, senza il suo sceneggiatore dell’inconscio e artigiano dell’allucinazione visibile, Kaufman. Orfano quindi dei prodigi narrativi del suo fedele alter ego autoriale, Gondry si offre e di-verte in una allegra brigata brancaleonica a due, dove genio e sregolatezza sono distillati nello scambio affilato e spassoso tra due giovani menti del domani, costretti in famiglie soffocanti e desolate e pronti a sbeffeggiare le idiosincrasie proprie e del pazzo mondo dentro e intorno.

Microbe è un disegnatore luminoso, dal tratto caricaturale unico, innamorato cronico della compagna sexy della classe, incline a prostrarsi (forse) ai giudizi altrui e in piena crisi da masturbazione incompleta, mentre la madre iperprotettiva incalza ogni suo passo lasciandolo nel caso delle domande. Gasoline è figlio di una famiglia indigente e impantanata tra malanni e freddi artico, che conserva oggetti antichi e immagazzina rancori ancor più vecchi, ed è abituato a sfamarsi di raziocinio autoimposto, progettando insieme al suo primo vero compagno divenuto “amico”, una breve fuga di sollazzo e liberazione, anche sentimentale. Insieme costruiscono una casa su ruote, perfettamente mimetica rom e romita nelle campagne francesi.

Lost in traslation, la strana coppia imperversa, francefornitication per sinapsi giocose, piatta di effervescenti innovazioni ma stretta ai fili immaginifici di due cuori in un’antartide di legno, matite, studi dentistici, rasature, rugbisti, dentisti con la sindrome abbandonica e ingannevoli esilaranti verità.

CAST

Scritto e diretto da Michel Gondry

Con Ange DargentThéophile BaquetDiane Besnier, Audrey Tautou, Vincent Lamoureux, Agathe Peigney, Douglas Brosset, Charles Raymond, Ferdinand Roux-Balme, Marc Delarue, Ely Penh, Laurent Poitrenaux, Jana Bittnerova, Zimsky

Prodotto da Georges Bermann

Musiche di Jean-Claude Vannier

Fra 2015

Durata 103’

 

CinePrime

Festa di Roma 2015. Alaska

Una vita tranquilla, parte seconda? Dell’amore e di altri demoni secondo Claudio Cupellini, coproduzione italo francese, con Elio Germano

Sarah Panatta

alaska-trailer-e-poster-del-film-con-elio-germano-2Fausto e Nadine, andata senza ritorno, amore loop, se mi lasci non ti cancello. Urban western romantico – nel senso letterario e retorico del termine – a tinte (o)scure, pulp fiction dell’emotività carnale e carnivora dei sensi schiavi di una ragione disarcionata dal sentimento-sesso-shock. Amarsi a Parigi, prima in una camera cinque stelle plus-proibita, quindi oltre le sbarre, e infine-senza fine negli intervalli degli intervalli, tra feste vip, soldi involati, locali inaugurati, lupi bizzarri, incidenti karmici, castelli sulle acque, omicidi in cool blood.

Sulla falsa riga sofisticata del suo esordio folgorante sommesso e tetramente ambiguo Una vita tranquilla, con il poco tranquillo doppio Toni Servillo, il regista-sceneggiatore Claudio Cupellini tenta la sua prima opera de-genere, combinando l’adrenalina pop della seria Gomorra, da lui plasmata insieme a Stefano Sollima e Francesca Comencini, e la molle velleità soap delle sue “lezioni di cioccolato”.

Arriva Alaska, thriller drammatico a là Bonnie and Clyde dove i sogni donchisciotteschi diventano sangue miseria e compromesso e la ricerca della felicità il prezzo di una gabbia/gabbio dai due ai sei anni. Selezione Ufficiale alla Festa del Cinema di Roma 2015, il film di Cupellini elegge suo re mida ex coatto ed elettrico il sempre eclettico Elio Germano, nella sua parabola da novello Romeo in bolletta tra precariato colpi di fortuna e destini incrociati. Preso nel mezzo della sua solitudine da “diverso”, mentre sulla terrazza dell’hotel soffia il vento alchemico di un’unione impossibile quanto inevitabile. Cameriere immigrato chiede sigaretta a esile selvatica ventenne francese, modella per caso, lui “pinguino” lei costume da sfilata, improbabili ma già eterni, chiusi nel loro ring di passione scelleratamente pura. Lei farà carriera scatto dopo scatto, lui sconterà carcere duro per difendere lei. Lui farà carriera manager in un locale alla moda, previo inganno finanziario, lei starà ferma un giro, stampelle e tradimento alla mano. Lui incontrerà l’ereditiera perfetta, lei si limiterà a servire ai tavoli di un barista trafficante. Chi aspetterà chi? Droga ossessione salvezza. Gioco dei rovesciamenti classico quanto ridondante, Alaska racconta l’utopia lorda illogica eppure palpabile di due cuori nella tormenta dell’espatrio, mentale e insieme fisico, riproducendolo nel suo meccanismo scenico barocco televisivo e ripetuto. L’america? L’Alaska…

CAST

Regia di Claudio Cupellini

Con Elio GermanoAstrid Berges-FrisbeyValerio BinascoMarco D’AmoreElena RadonicichRoschdy ZemPaolo PierobonPino ColizziAntoine Oppenheim

Sceneggiatura di  Claudio CupelliniFilippo Gravino,Guido Iuculano

Fotografia Gergely Pohárnok

Montaggio Giuseppe Trepiccione

Produzione Indiana Production Company, con Rai Cinema in coproduzione con la francese 247 Films

Distribuzione 01 Distribution

Ita 2015

CineRecensione

“Everest”, il PopCornMountainMovie

Polpettone epico confuso, atmosfera vertiginosa e un cast monumentale, da Josh Brolin a Jake Gyllenhaal

Sarah Panatta

Tutti in cordata, nell’aria sottile.

Everest-Movie-Images-04589Dead zone. Nell’ampolla di affanno e luce intorno alla cresta. Nell’intervallo ottico del traguardo, tra campo base e picco. Nel tremito delle palpebre inebetite dal vuoto irto di ghiacci e (in)custodito di memoria rappresa in paralisi sperdute. Nel gradino mancante della scala sul crepaccio senza fondo. Nell’intercapedine invisibile tra realtà e desiderio sublimato. Dead zone, il limbo in cui i parametri vitali degradano e il corpo diventa scatola di latta, alla quota di un 747. In cui la semplice atavica prova del limite diventa “valico” dimensionale. Sperimentazione collettiva e autodisciplina, liberazione individuale e conforto interagito. Ma è anche la dead zone in cui Everest, kolossal atipico ed energicamente confuso, si erge e si (ci) abbandona, dando ai fruitori il compito della scalata 3D (mero artificio posteriore ma non deteriore).

Tutti nell’abbraccio della “madre dell’universo”, come la definiscono i tibetani, immane articolazione, sinapsi rocciosa con gli elementi cardine del cosmo, e insieme avamposto del suo mistero. Il mantello geo(mito)logico millenario di una verità tanto temuta quanto bramata.

Everest Josh BrolinDopo i ridotti incassi in patria americana, Everest arriva in sala in Italia (tra le location per il film, girato anche in Val Senales, Trentino, per ricreare l’ambiente delle pendici della montagna nepalese). Ispirato ad una delle più assurde ecatombi dell’alpinismo (commerciale) sulla più alta vetta della Terra, la settima terribile meraviglia delle Seven Summit, avvenuta nel maggio 1996, quando due spedizioni private di scalatori non professionisti salirono, in quella che sembrava una mattina assolata, alla vetta da cui solo pochi tra loro sarebbero scesi vivi, tra gravi disattenzioni pratiche e problemi irrisolti di ossigeno. Agganciando (a tratti involontariamente) il parossismo della vicenda, firma il muscolare Baltasar Kormàkur, che pure, per origini, è abituato all’immaginario del “vertical limit”, alla lotta appassionata e irrinunciabile con le equazioni impassibili della Natura, con le culle e le insidie del suo grembo.

Il regista islandese, già nella scuderia Working Title con Contraband, casa coproduttrice del film, si inerpica ora tra biografismi spettacolarizzabili e illusionismo dei sensi, dirigendo, montando e producendo il suo Everest.

In apertura fuori concorso alla 72esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, coprodotto dal Breashears che nel fatidico 1996 realizzò il celebre documentario Everest con tecnologia Imax (quella Imax che a sua volta sponsorizza il film di Kormàkur e ne ha effettuato la rimasterizzazione per la proiezione in 3D, in questo caso funzionale, adrenalinico e privo di disarmoniche sbavature anche se diversivo posticcio). Everest segue il gruppo dell’integerrimo Rob Hall (mimeticamente compenetrato, nonché allenato Jason Clarke), esperto, saggio e prudente scalatore, sposato e in attesa della prima figlia, proprietario della società di spedizioni Adventure Consultants, e quello del suo collega bukowskiano Scott Fisher (ottimo, sebbene schiacciato nel ruolo di comprimario barbuto bevuto, Jake Gyllenhaal), fine conoscitore della montagna ma anche debilitato dalla ossessionanate competizione mercantilistica delle spedizioni. Un 10 maggio affollato quello scelto da Rob e Scott per ascendere alla “madre”, entrabi seppur diversamente fautori di una solidarietà animata da uno spirito di intraprendenza laicamente generoso che non potrà salvarli dalle bufere della montagna.

Everest Jake GyllenhaalKormàkur scandisce accademico, tra dolly ovviamente vertiginosi, carrellate epiche e piccoli sussulti tra baratri insondabili e qualche roccia in cartongesso, la sceneggiatura farraginosa di Simon Beaufoy e William Nicholson, in cui molti dei personaggi sono lasciati al caso (non solo) meteorologico, persi in linee narrative cieche o sotto valanghe sottaciute. Diretti al portale favoloso tra divine intangibilità e un al di qua di cementato da caste, depressioni, insoddisfatte attitudini e altitudini fittizie, i personaggi (dal postino allo sherpa passando per il giornalista freelance attaccato ai lampanti disarmanti “perché” dell’esistere verso l’Essere) decidono di prostrarsi alla metamorfosi chiesta della montagna, adattarsi alla morte a 8mila metri, a perdere brandelli si sé trincerandosi in un suicidio-rinascita dentro-dietro la barriera termica violata del corpo e la cancrena subdola della mente. Tutti a contatto con un sé che deve fare rete con l’altro e trasformarsi in suo arto, occhio, cellula per sopravvivere “insieme” e avvicinarsi allo sbalordimento del “tutto”.

Avventura sportivo-mitologica tra affetti familiari e Gatorade spremuti sulla neve, ramponi affondati nel ghiaccio pericolante e addii sussurrati al satellitare, in cui il contesto sociopolitico svanisce quanto alcune intersezioni logiche della trama (che se deliberatamente ambigue infittirebbero le domande su che cosa davvero non funzionò nella spedizione del 1996), aggrovigliata in uno script goffo e spesso inadempiente, quasi mutilo. Sulla montagna lottizzata dal dio denaro e perfino dai suoi adepti di-scaricata non c’è spazio per critica/crisi etica né per la riflessione sul rovello atavico dell’Ego e della ricerca dell’oltre umano, se non per il tormento intimo, seppur non meglio specificato, se non da qualche borbottio spirante sotto le coltri di neve e carni in ipotermia terminale.

Un film che potrebbe appigliarsi alla regia, al volo catartico e tecnico nell’appuntito ventre della Terra, ma che svicola sbrigativo e impacciato dai sentieri del pathos, sovente devastandole con gaffe incredibilmente comiche. Così piovono polpette dai crepacci, mentre alcuni muoiono e basta, senza essere rammentati e altri semplicemente crollano giù burlandosi di se stessi.

La battaglia meta-fisica del proletario Doug, l’anti-ipocrisia alcolizzata di Scott e l’ardore egoistico e solitario di Beck (un controverso incrinato e bellissimo Josh Brolin), i caratteri chiave del film restano appesi alle tempeste di vento, in un’opera che trae con dedizione cronachistica sebbene romanzesca i dettagli della storia reale, per dimenticarne i passaggi, ed illuminare sbrigativamente l’eroismo fragile dei protagonisti e la maestà incorruttibile (?) della montagna, in un popcorn movie da intrattenimento altalenante.

Per una scalata senza ossigeno di riserva.

Sarah Panatta

CAST

Regia Baltasar Kormàkur

Soggetto Jon Krakauer, tratto dal libro Into thin air di Jon Krakauer

Con Jason Clarke, Jake Gyllenhaal, Josh Brolin, John Hawkes, Robin Wright, Micheal Kelly, Keira Knightley, Sam Worthington, Emily Watson, Elizabeth Debicki, Martin Henderson, Tom Goodman-Hill, Naoko Mori, Thomas M. Wright, Mark Derwin, Clive Standen, Ingvar Eggert Sigurosson

Sceneggiatura Simon Beaufoy, William Nicholson

Fotografia Salvatore Totino
Montaggio Mick Audsley, Baltasar Kormákur
Musiche Daio Marianelli
Scenografie Gary Freeman
Costumi Guy Speranza
Trucco Matteo Silvi
Produttori Tim Bevan, Eric Fellner, Baltasar Kormákur, Nicky Kentish Barnes, Tyler Thompson, Brian Oliver
Casa di produzione Universal Pictures, Cross Creek Pictures, Walden Media, Working Title Films, RVK Studios, Free State Pictures

USA 2015 – Durata 121′

Distribuzione Universal

In sala dal 24 settembre 2015

CineRecensione

“A Blast”, dalla Grecia con furore

Crisi letterale nel tilt temporale e intimistico del greco Tzoumerkas

 di Sarah Panatta

blastMiseria in radiofrequenza. Soggettiva di sobbalzi fuori percorso. Lenzuola stravolte dall’odore del futuro. Compagni di viaggio per accampate solitudini. Rincorsa invalida al progresso destata da svolte ebbre. Sportelli muti, tutti in coda per aspettare.

Cronaca non annunciata di una vita ridicola. Flash discontinuo di desideri coriacei ma atrocemente umiliati. Di degrad-azioni senza bandiera (ideologica, sociale, se non sentimentale). Di progetti familiari confusi arraffati disgregati. Una notte sterrata rovinata in basso, tra scintille dolose, da un olimpo sempre meno equo, ancor meno solidale. Maria madre amante outsider improvvisata. Anima(le) braccata da se stessa e da ideali sociali “esplosi”. Siamo tutti schegge di un ordigno caricato dalla nostra stessa incapacità di conservarci. Perché non possiamo conoscere davvero le cose per ciò che sono, a meno che non usciamo da noi stessi e interrompiamo un flusso di menzogna che è parte inconscia di un intero sistema (genetico cerebrale sociale). Oppure la divoriamo e digeriamo, nell’incendio del nostro scontento.

Un colpo al fegato e l’altro al basso ventre. Interiors di un cinema che trasuda ellittico adrenalina intellettuale e apocalisse troppo umana, in un tecnico groviglio carnale. In sala con A Blast Syllas Tzoumerkas, classe 1978 (icastico esordio a Venezia nel 2010 con Hora Proelefsis) non lascia la terra madre, figlio enigmatico e vigoroso, personalizza il proprio tracciato nella cosiddetta new wave della cinematografia greca guidata dall’altrettanto giovane e sperimentale alfiere Yorgos Lanthimos (noto al grande pubblico per Alps e per il recentissimo e internazionale The lobster, fantascientifico e antiutopico apologo sulla civiltà, premiato a Cannes 2015).

una scena del film

una scena del film

Quanto Lanthimos attratto o meglio votato alla speculazione concettuale e linguistica sui modelli di relazione umana (tra vita privata e sovrastruttura pubblica) e alla rielaborazione ironica ma drammatica, quasi grottesca, attraverso la messa in scena fictionale, dei rituali sociali, tra ripetizioni s-torture e illusioni, Tzoumerkas imbastisce un vortice, imponendo ad un canovaccio classico, peripezie di un antieroe moderno, una forza centrifuga multipla. Che scardina l’unità narrativa, e depista le linee temporali pur mantenendo statici i punti di vista. Alla dialettica bidimensionale retorica e isterica tra moti di piazza e rovelli familiari/personali del lavoro precedente, Tzoumerkas preferisce stavolta un montaggio ontologico senza soluzione di continuità, dove il manichesimo di valori e affetti è affogato nella fragilità dei caratteri e del loro microcosmo in perenne mutamento. Anzichè desacralizzare monolitico la mitopoiesi del suo Paese, tenta una decomposizione, atomizzando il conflitto in dissidio intimo insanabile. Che si espande nel fuoco e brucia nelle pupille oscuramente vive e sincere di Maria/ Aggeliki Papoulia.

Nella sezione Concorso Internazionale alla 67esima edizione del Festival Internazionale del Film di Locarno in sala dal 27 agosto, giorno storico in cui la prima donna premier della storia della nazione greca ha ricevuto l’incarico di guidare il governo tecnico fino a fine settembre, A Blast cronologicamente prende le mosse da prima della debacle di Tsipras, del balletto in&out con l’Europa, dei nuovi accordi dopo il referendum dell'”Oxi”, del “No”, che ha innescato per poco la fuga dall’eurogabbia.

a_blast_3Maria, la protagonista, è figlia di una negoziante invalida e sorella di una ragazzona goffa. Mollata l’università per occuparsi degli affari di famiglia, Maria sfoga i suoi sentimenti libertari frustrati nel rapporto appassionato con un capitano di navi merce, dal quale ha due figli, in un divenire di debiti e rabbia. La sociologia in riva al mare nell’incipit del film cita che “tutti gli uomini nascono liberi ed eguali…hanno diritto alla libertà e alla sicurezza della persona… e devono agire verso gli altri in spirito di fratellanza…” si sfalda nell’eccitazione consapevolmente vuota dei capodanni infiniti, nelle pratiche amministrative coercitive, nell’austerità nevrotizzata e gracile, nelle vene sclerotiche di famiglie afasiche.

Ma l’opera di Tzoumerkas non è la fiaba nera della Grecia attuale, bensì sineddoche caotica in cui la Storia resta ai margini, mescolandosi alle vite comuni come linfa velenosa. Una sessione rock-jazz di una via crucis come tante, orribilmente conformista, violentemente instabile. A Blast.

CAST&CREW

Regia Syllas Tzoumerkas

Sceneggiatura Syllas Tzoumerkas e Youla Boudali

Montaggio Kathrin Dietzel

Fotografia Pantelis Mantzanas

Una Produzione Homemade Films, UnaFilms, PRPL, Bastide Films

Germania, Francia, Grecia, Italia, Olanda, Bosnia-Erzegovina 2015 – Durata 83′

Cast: Aggeliki Papoulia, Vassilis Doganis, Maria Filini, Themis Bazaka

Uscita 27 agosto 2015

Distribuzione Microcinema

Vacancy

“III Shock” di Iolanda La Carrubba

di Sarah Panatta

“E se nulla esistesse e noi fossimo all’interno del sogno di qualcuno? Oppure, e ciò sarebbe peggio, se esistesse solo quel tizio grasso nella terza fila?”. (Woody Allen)

11863470_10204761103732917_8952330666734471056_nE se quel tizio, che abita la verità dentro e fuori il sogno, e chissà, ne è tramite, fosse invece, un’identità ultra temporale, meravigliosamente charmant in casual(i) jeans e maglietta, perduta o approdata su un’Isola che c’è, nell’epicentro di una pubblicità fatta di carne e celluloide, che forse è una contro-(se non addirittura falsa)-pubblicità che evolve straccia e riassembla i canoni dei mad man dei nostritempi, mutandondoli in linee guida per un linguaggio sovrapposto che rapisce nel suo incantesimo e trova lo stargate per mondi e loro possibili intermittenze?

All’ultimo godardiano respiro. Vedere per credere. Una poltrona, una barba, due lame, una macchina da presa. Girato su pellicola, senza sonoro, montaggio in macchina, in meno di tre ore (con il supporto di un’ottima direzione della fotografia) su un set vibrante di caldo e sintonie intellettive, tra Lynch e Fellini, l’Isola del Cinema di Roma, III Shock, scritto e diretto da Iolanda La Carrubba si inserisce come unicum avvincente nell’ambito dell’ardito e brillante progetto “Cinema Inventato” ideato da Aureliano Amadei, tra i più talentuosi ed è il caso di dirlo, integerrimi registi della new wave italiana.

Scheggia imprendibile non solo perché imprevedibile in questo anno di luce (a 120 anni dall’invenzione e primo utilizzo del cinématographe brevettato dai fratelli Auguste e Louis Lumière ma anche a 150 anni dall’uscita del classico narrativo e psicanalitico Alice in Wonderland), la film maker e polimorfa vulcanica autrice Iolanda La Carrubba (che ha di recente firmato Senza chiedere permesso, protagonista l’attore Fabioe, il suo primo lungometraggio di fiction dopo numerose regie ed esperienze tra documentario, videoclip, videopoesia e altri funambolici e contaminati esperimenti) aderisce rocambolesca e carrolliana alla sfida-proposta di Amadei (per i dettagli si rimanda al seguente link, https://escamontage.wordpress.com/2015/07/01/esca-video-cinema-inventato-il-promo-del-progetto-di-aureliano-amadei/, ndr). Con il suo cortometraggio III Shock. Fulminea (s)composizione di piani, viaggio, loop e sorpresa “ai confini della realtà”.

Fedele alla propria poetica della deflagrazione e ricolonizzazione degli stili e stilemi, allergica ad etichette ma di esse consapevole, Iolanda anche nel muto del suo primo corto su pellicola, disegna con una coreografia di gesti e simboli, la musica di un cosmo che si rivela e vive coinvolgendoci quali inevitabili pedine interattive.

11866231_10204761271017099_393090487977822082_nIolanda brama il nostro sguardo e incalza il nostro spirito multiforme. Come per Gilliam la prima funzione del cinema, qualsiasi sia la sua forma, è stimolare il pubblico, creare lo scandalo e lo stupore del cambiamento dei punti di vista, materializzare contraddizione insieme risolvendola, andando oltre la vocazione del genere e inoltrandosi in una permanent vacation che è esplorazione oltre i dati sensibili della fisica. Ecco che per/con Iolanda l’Isola del Cinema diventa Specchio di Parnassus, non quello che la mania “definizionista” postmoderna additerebbe come nonluogo, bensì terra-confine adagiata su una iconica magnetica tiberina “zattera di pietra”, solo apparentemente immota, tanto al di qua quanto “al di là dei sogni”. Un ponte/quinta/black hole sulle acque indomabili della immagin-azione. Iolanda La Carrubba è quel flusso irriducibile e penetrante ma anche il Dr. Parnassus, l’alchimista del settimo senso, vestale profetica e condottiero dal sorriso ancestrale che visita, guida, doma quel ponte cerebrale, umano ed extra sensoriale che è la (sua) arte cinemato-grafica (appunto settima). Protagonisti eterei e iconici Daniele Ferrari e Francesca Stajano.

11822852_10204761359539312_660087902325326662_nL’uno uomo con e senza barba, incastrato in un’agnizione imprevista, doppio ma non doppione, saramaghiano uomo duplicato; l’altra una pin up sofisticata e memore di caroselli arguti, che imbraccia l’oggetto del desiderio, un rasoio scintillante che è, tra le infinte ipotesi, icona pop, strumento di mercato e pendolo tra le (suddette) dimensioni. Spot, thriller, commedia, appunto, sorpresa.11873457_10204761383859920_5867685982609141602_n

Se nel sistema-Cultura italiano anche nell’emisferoCinema, tornando al cinismo iper-reaele del caro Woody, “gli intellettuali sono come la mafia. Si uccidono fra di loro” Iolanda osserva la mattanza etica e tenta con energia propulsiva un nuovo cineParadiso, in cui la complessità per larga parte insondabile della vita e delle sue dimensioni trova palco ma anche humus di coltura e di altra cultura, che come la sua autrice è non solo indipendente ma romanticamente pirata, vagabonda, partecipativa, ironica, tenace, eclettica, curiosa. Ora stampata anche su nastro di pellicola, tra i fotogrammi, pondus elettrizzante e immacolato grembo per ri-generazioni, del suo corto-spot. Muto, bianco, nero, scala di grigio, visione in scala, innumerabile fantastico III Shock.

TITOLO

III Shock

Regia, soggetto, sceneggiatura Iolanda La Carrubba

Con Francesca Stajano e Daniele Ferrari

Direttore della fotografia (Dop) Andrea Gabriele

Aiuto Dop Lucio Casellato

Abiti di Vanessa Foglia

Fotografi di scena Amedeo Morrone, Michele Simolo

CineRecensione

Acid Space, il primo film completamente in stop motion

di Sarah Panatta

 

Fanta-battaglia per la libertà, tutta su carta

Big depression senza music sessions. Gli arti cadono, i sogni si smontano, i concerti si autosabotano, i ragazzi svogliatamente scivolano tra skateboard e orizzonti opachi. Le città rullano di fumi e traffico sordo. Big depression nel villaggio di roccia oltre il fiume, tra i grattacieli color della pioggia e crateri mitici forgiati da colonizzazione aliena. Big depression nella galassia della porta accanto, dove i colori impazzano ma la musica non vibra più. Unico rimedio inatteso, lotta “giovane” contro ogni forma di dittatura che ingabbi e seppellisca la libertà d’espressione. Ma un braccio meccanico e un multietnico gruppo di antieroi potranno segnare il cambiamento?

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Figure geometriche e ripetitive, paesaggi spezzati, movimenti lineari, tra una Lego adventure e una toy story, fiaba di piani bidimensionali e paralleli, “primavera” romantica con un epilogo critico-politico che sorprende. Vita indipendente e missione da primato per Acid Space. Il primo film interamente animato su carta, opera in stop motion firmata da Stefano Bertelli e dalla Seen Film.

E’ tempo di rock e di trasformazioni. Uscito dalla gattabuia dopo tre giorni uno dei mebri della Paperback band si riunisce ai suoi, venduta la “rockmobile”, e a bordo di un yellow bus sostitutivo pericolante, partono insieme per l’ultimo concerto della loro carriera. Pronti a recarsi in quella che dovrebbe essere la “nuova Woodstock”, trovano un’unica desolata piattaforma per skate acrobatico e due ragazzini delusi dall’isolamento delle loro routine. Un terremoto incrina quella routine e partorisce dalla terra un alieno piovra dalla voce infantile e intraprendente, DoreMi, che trascina la band senza fatica in una dimensione cosmica parallela e simbolica, sul suo pianeta non troppo lontano, anzi così vicino da non accorgersi delle “differenze”.

Musicisti e alieni dai mille volti, uniti in un’armata Brancaleone indomita e policromatica, nella migliore tradizione interculturale; un piccolo pianeta sopraffatto dalla dittatura, un leader invidioso del talento e della bellezza dei suoi pari, tra Stranamore e altri stereotipi occidentali; gallerie sotterranee, covi ribelli, pub anarchici, arene clandestine, music club pirata, mostri custodi, prigionieri e discariche, strumenti discaricati e libertà “diverse” in cella. Una guerra non senza sangue per ripristinare una musica del popolo, incubi premonitori e complotti transnazionali in agguato.

In bilico tra apologo fantastico per bambini e cruda seppur verbosa allegoria dei nostri tempi, tra terrori terroristici e terrorismo intestino di democrazie fasulle, Acid Space viaggia tra equilibri giocattolo e deliri di potere, con soluzioni visive, totalmente artigianali, spesso divertenti e un cupo sarcastico epilogo. Paper made.

CAST

Regia Stefano Bertelli

Musiche Francesco Tresca, Japanese But Goodies, Fuck You Guitars, Stefano Bertelli

Sound Stefano Bertelli

Produzione Seen Film

ITA 2015

Durata 70′

Animazione/Stop motion

CineRecensione

“Youth” di Paolo Sorrentino

In concorso a Cannes 2015, la “simple song” pre-matura dell’ex prodige autore de “L’uomo in più”, “Il Divo”, “La Grande Bellezza”, tra deviazioni e derivAzioni

di Sarah Panatta

loc youthYou got the love. Pronunciabile e trasform-abile in “you gotta love”. Come canta, in cotonatura sixties, “The retrosettes Sister Band” sul palco rotante. L’uomo deve amare, liberarsi dalla barriera dell’età, dalla vestigia degli incubi sociali, viaggiare nel tempo e sopra tutto, nel proprio desiderio. Visto e stravisto che “l’amore è una cosa semplice”, per dirla alla Tiziano Ferro, desiderare è altrettanto inevitabilmente puro, reale, facile, da dire. La chiave servita nell’incipit? Piomba addosso tra piano sequenza e tagli vivi Youth, di Paolo Sorrentino.

Giovinezza, dice, è rendersi pronti all’amore e al suo ricordo, all’empatia incondizionata verso l’altro (moglie, figlia, amico d’infanzia, massaggiatrice, commensale, cantante nipponica sottovalutata, partitura da rivalutare, sogni da materializzare) sempre. Ultimatum alla vita. Ode all’ossessione della memoria del presente. Con Youth, in lizza a Cannes 2015 (in queste ore), in sala dal 20 magio, e probabile premio alla regia, Paolo Sorrentino vuole firmare il suo testamento.

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Rachel Weiz, nella scena della confessione al padre Mick (Micheal Caine)

Evento prematuro tuttavia, opera sovrabbondante e verbosamente auto citazionista per l’ex regista prodigio (l’esordiente trentenne nello stivale italiota è sempre enfant) ormai quarantacinquenne, premio Oscar e volto Fiat. Dichiaratamente assillato, come tutti in fondo, dal conteggio della Morte, Sorrentino scrive e dirige col fedele alchimista della luce Luca Bigazzi (“suo” direttore della fotografia) le conseguenze dell’invecchiamento, inscatolate in aforismi filosofici a metà tra biscotto cinese e pubblicità Barilla (tra gli sponsor del film).

Mick è un ex compositore e maestro d’orchestra in pensione, marito fedifrago e padre assente, apparetemente votato solo alla semplice grande bellezza della musica, stalkerizzato dai francesi per un’autobiografia e dagli inglesi per un’esibizione dinanzi alla regina. Fred è il suo amico di buone notizie e amarcord “corretti”, prostatico regista col talento enorme di mister Ripley nel sangue, sul viale del tramonto e alle prese con l’ultima sceneggiatura, influenzata dalle voglie di una ex diva “gola profonda” ora dedita alle fiction in New Mexico. Entrambi in vacanza in un hotel lussuoso, rifugio/comunità di recupero. Danza morbida di panze vere e tetta rifatte, di onde (di pelle d’acqua di venti) cascanti sulla bruma strigliata di giorni mai distrattamente uguali. Di donne lasciate e di alpinisti arrapati. Di confessioni filiali e di devastazioni cerebrali. Di prostituzioni morali e di piccole routine accettabili.

Micheal Caine, in una delle scene finali

Micheal Caine, in una delle scene finali

Un giovane attore che studia il mondo nei suoi minuti parossismi. Un violinista in erba e mancino. Un ex calciatore obeso di fama e inetto alla gloria. Una schiera di comparse grottesche, poesia di un purgatorio spesso blasfemo (vedi la pop star trash che brucia in un incubo-videoclip, tra i pochi picchi di geniale seppur incontrollato naif) aiutano Mick e Fred a trovare le proprie personali ragioni e forme di “trapasso”. Con il calore di gesti estranei, con vulve vip sventolate a bordo vasca, con lacrime versate per gioie mai provate (prima).

Mentre la “monarchia” intellettuale si mostra vulnerabile, fa intenerire (anche se stessa) nella propria ridicola decandenza e stira le cuoia, “ritirando” a vigorosa sopravvivenza, seppur già postuma, la creatività ormai rassegnata, paralizzata, senile. Spiaggiata idromassaggiata consolata da miss, badanti palestrate, sushi d’autore, sinfonie forestali, brividi sessuali da piscina.

Keitel e Caine nel bosco, in una scena

Keitel e Caine nel bosco, in una scena

Da Fellini pulp a Resnais almodovariano? Tra Saramago e Borges? O nessuno di loro? Perché in fondo, lo dice forse con candida autoironia Sorrentino, a se stesso, il bravo autore “ruba” senza conoscere, come un monello scaltro e ben allenato. L’Hotel geometricamente cullato dalla natura sontuosa, pastorale, silenziosamente bianco e onirico, popolato di coreografie mute e deteriori, prive di memoria appunto come nella villa de L’anno scorso a Marienbad (del compianto Resnais), è ritiro (sophia)coppoliano, classico non luogo o meglio “somewhere”, isola deserta, sovraffollamento di anime migranti, di casi oltre umani, oasi bruciante e fetida ma materna, ai piedi delle Alpi Svizzere, appositamente medicale e ipoteticamente redentrice.

Giocoliere di dolly vezzosi e di estatici campi lunghi, Sorrentino funamboleggia, di quadro in quadro, hopperiano e vulnerabile, altezzoso, novello Moravia o Sartre, nelle interpretazioni sfatte della noia del vivere. E sforna sentenze sulle frustrazioni comuni del non sentirsi “all’altezza”. Certo autobiografico e metacineamtografico, magnifico esteta e tecnico ancora sublime, non riesce ad incastonare nel flusso della sua “simple song” (come invece riesce Mick/Michael Caine, sir di un cast comunque lodevole) le virate impressioniste. Gli inserti humoristici diventano kitsch stonati e l’equilibrio si rompe, come il reticolato della pelle di Jane Fonda (“gola profonda” di cui sopra). I momenti di soprassalto sorrentiniano, ove ancora muto riappare “l’uomo in più” che sorride della futilità fabulosa dell’esistere, sono perduti, come lacrime nella pioggia. Dove è la giovinezza? In sospensione su green screen, vuoto a perdere palesemente a picco nell’epilogo posticcio quanto la parrucca servilliana del mitologico Caine?

A Cannes l’ardua risposta, o meglio necrologio anzi tempo dell’autotumulato gigantesco Sorrentino.

L'ultimo "idillio" per Mick (Caine) e Fred (Keitel) con Miss Universo (Madalina Ghenea)

L’ultimo “idillio” per Mick (Caine) e Fred (Keitel) con Miss Universo (Madalina Ghenea)

Qui parvenu ingenuamente didascalico o prestigiatore incallito ma abbandonato a se stesso da una produzione a cui è (s)venduto eppure non del tutto accondiscendente votato? Si era già confessato, Paolo/Gep, fin da ragazzo alla penetrazione della “fessa” preferiva la gestazione mortifera di altri antri, “l’odore delle case dei vecchi”. Sorrentino sa, entomologo per istinto, e scaltramente registra, cofidica e mostra a sua volta mostruoso la mostruosità, o confessa la propria tragica inattualità? Giovinezza è metabolismo della vecchiaia intrinseca? Un uomo oggi marchio di fabbrica, santino del made in Italy, professionista riuscito, col potere di far fallire la propria stessa festa o portarla sull’orlo del ridicolo con raffinato scherno. Sorrentino continua, a differenza del pigro remissivo Gep Gambardella, suo massimo alter ego, a dettagliare l’apparato umano, nel suo romanzo senza cesure iniziato nel 2001, un libro “frivolo e pretenziosetto” e per questo inguaribilmente magnetico, che non vuole “grondare” alcuna “vocazione civile”, solo rapirci e violentarci, nel suo dedalo di corpi consumati e di menti epicuree, di leggi dettate dal copia&incolla facebookiano della cultura letteraria post-post-moderna, aggiornate (ma non del tutto) all’attualità 3.0. Al mondo che desidera, che sfoga ansie represse e non troppo recondite senza misurare e interrogare quel desiderio, e che comunica con alfabeti intraducibili a se stessi, perché non sa che cosa sapere. E dove colui che osservando impara (senza sapere davvero), vedi Mick, Gep, Paolo medesimo, decide di lottare bluffando.

Toni Servillo ne "Le conseguenze dell'amore"

Toni Servillo ne “Le conseguenze dell’amore”

D’altronde, come cita la voce off lievemente turbata seppure impeccabile di Titta Di Girolamo/Toni Servillo colto in fallo (riciclatore dei soldi della mafia nel secondo grande film sorrentiniano, Le conseguenze dell’amore) nella vita non si può bluffare a metà e poi dire la verità, il bluff va condotto fino in fondo. Ed esporsi al rischio più grande possibile: apparire ridicoli. E inondare piazze e schermi. Orchestrare la sinfonia delle mucche tra i boschi alpini, come il volo dei fenicotteri rosa di disneyana dumbesca scaturigine sugli attici romani. Formule visive di un autismo artistico, di una burla o ammutinamento camuffato al sistema produttivo che lo ha dominato? O il suo modo di lasciar pascolare il fanciullino mai cresciuto, il suo Antonio Pisapia (coprotagonista/doppio di Tony, del rivelatore “L’uomo in più”, 2001, v. sopra) in calzoncini corti e senza responsabilità?

Ispezione anale in guanti bianchi e in contumacia, l’opera di Sorrentino, vediamo e non sentiamo il dolore, l’opposto della poetica del conterraneo Matteo Garrone, e ciò che vediamo è sempre ostentato trucco nelle epiche messe del divo Paolo.

Nella vita non esiste pareggio. L’uomo in più (l’autore, Paolo Sorrentino, lo spettatore, il noi sociale sgretolato e spaurito dietro avatar e vibrazioni occasionali) per essere libero deve sparire, mostrare lo scarto, farsi da parte parte nel tutto che ha o non ha avuto ma ha sempre cercato, desiderato. E sulla strada mentre svanisce e si reincarna testando il brivido di (non) essere “all’altezza”, Sorrentino e il suo cinema diventa amplesso rococò, nmero da circo, ruzzola e si/ci inganna e meraviglia. Fino a farci sogghignare ed esplodere.

“Come me li ha rotti i coglioni lei Pisapia non me li ha rotti mai nessuno, ma che cosa vuole fare lei, l’allenatore o il calciatore?”

 

CAST E CREW

Regia di Paolo Sorrentino

Con Michael Caine, Harvey Keitel, Rachel Weiz, Paul Dano, Mark Kozelek, Robert Seethaler, Alex MacQueen, Luna Mijovic, Tom Lipinski, Chloe Pirrie, Alex Beckett, Nate Dern, Mark Gessner, Paloma Faith, Ed Stoppard, Sonia Gessner, Madalina Ghenea, Sumi Jo e Jane Fonda

Soggetto e sceneggiatura di Paolo Sorrentino

Fotografia Luca Bigazzi

Montaggio Cristiano Travaglioli A.M.C.

Musica David Lang

Scenografia Ludovica Ferrario

Costumi Carlo Poggioli

Produttore esecutivo Viola Prestieri

Coproduzione Indigo Film, Pathé Film, France 2 Cinéma, Number 9 Films, C-Films

Ita 2015

Durata 118 min.

Vacancy

 La cultura “scruffy” e fuggi

di Sarah Panatta

“…insomma sei diventato pazzo tutto insieme o è stato un processo lento e graduale?” (da La leggenda del Re Pescatore, di Terry Gilliam)

074_075ilgrinch4Pazzi e disorientati, piccoli grandi grinch scruffies arruffati del nostro Tempo, ma quale tempo? Tutti a piedi in aria e musi pucciati puccetti cappuccetti tremanti nella cultura scruffy e fuggi?

[Appunti sociali appiggliati all’antimateria sociale di un mondo perversamente anti-Social, riemersi e cresciuti a seguito della rocambolesca serata del 28 maggio 2015, mentre e dopo l’evento EscaMontage, “No restriction area”. Evento in cui la condivisione etica dell’arte si è messa alla prova].

 

Antisocial (Virtual Grinch)

cinepoesia di sarah panatta

 

Un altro morderà la polvere,

gli amici, sono Amici,

vomitando emoticons

da schermi retroilluminati.

                                                                    Un altro morderà la polvere

                                                                 ma chi?

Tu, che stasera stai

a cena con te stesso,

appuntamento per autocommiserazioni,

perché non “ti piace” comunicare

social, perché in calzini

                                           fai la guerra.

                                                                         Al capitalismo inchiodato,

                                                                       alle petrol-applications

                                                                     proclami ribellione,

                                      senza mascherine al silicone.

E protesti, dalla grotta, sottoscala,

mentre gratti calli-fornications.

Morderai la polvere,

dal soliloquio tuo,

escluse le vibrazioni virtuali,

                                                     al Grande Fratello

                                                           enumererai

                                                le tue scadute cambiali.

———————————————————

Non facciamo s-cambio con nessuno. L’arrembaggio sul/per/accanto/sotto/fuori e dentro il palco è parata sbronza di ego-in-soliloquio. Anche quando vogliamo vestirci da pirati del canone e liberare la ciurma su mari di tempesta creativa, partecipazione di venti e partecipazione di spiriti, in rivolta contro le armate del “blablabla” mafioso altero dettato dalle accademie del bipensiero orwelliano (fatte di professori, ministri, ma anche di inattesi valletti e “indipendenti” intrusi), che infibulano cervelli insegnando inabilità all’immaginazione. Ognuno mette il proprio cappello, inforca calzini bucati e intatte ossessioni, il binocolo scheggiato, e medita rotte egocentrate. Dimenticando che la grande bellezza è esplorare insieme, osservando e interrogando l’uno con/dentro e oltre l’altro, i bagliori infiniti di approdi possibili. Vedere l’orizzonte, la sua limatura di luce sul pelo delle acque di un’aspettativa perennemente ingannata e tradita e ridisegnata, anziché tentare di penetrarlo, avvolgerlo, ricodificarlo ogni giorno.

E sprechiamo quel giorno che è già flusso di ieri congestionato e ingordo del domani che è ancora oggi da analizzare e forgiare, vivere.

E Siamo il o i “noi”, i nonMorti del tuttoTroppo che è la civiltà che non possiede se stessa, se non l’illusione di determinarsi e giustificarsi e dove ogni nicchia, tra grandi correnti e piccoli rivoli, scava il suo antro poco comunicabile ma sempre iper comunicato.

Nel vomitatoio della cultura virtuale che trapassa dalla bacheca bacucca baraccata, all’orda zombistica della cultura terrena. Dove la cultura non è abitato immenso perfettibile allevamento di idee interconnesse e alimentate dalla curiosità reciproca. Ma regno di regni, substrato di banlieue ove il diverso è predicato ma perfino da se stesso osteggiato, denigrato, ferito. Dove la piazza per il convivio e l’appezzamento per la semina diventaNO scantinato labirintico per sopravvivenze fatte di paratie stagne. Dove il senso del coltivare “SEnsi” e riflessioni nel dibattito comune diventa culto dell’opinione personale bardata dietro gentilezza superflua o violenza gratuita.

Così l’editoria come il blogging, il cinema come la tv, gli eventi mediatici come le kermesse di strada, anche entusiasticamente truccate da Azioni empatiche si trasformano spesso nella palestra orrifica dell’intolleranza. In cui il dialogo tra singoli nasconde un’assurda battaglia tra illusi highlander. E in cui una maratona di contaminazioni artistiche può degenerare in corsa scoordinata di mammiferi al macello, in lotta autistica all’apparire senza ascoltare ed ascoltarsi. Uno spazio pubblico gestito come risorsa della comunità, in feudo autoghettizzante. Un gruppo di operazioni performative in canto dislessico di un mucchio rissoso.

Nel bel Paese corroso in cui poche restano le istanze di ribellione, presto sopite o annientate dalla forma mentis (prima che strutturale, industriale, burocratica e sociale) che vieta pensiero deviante che non sia belato tv-approvato.

Paese di rimozioni continue che devasta il suo patrimonio pubblico culturale scagliandolo nel polverone di appalti, mazzette, truffe, progetti fumosi e fumati ideali. Paese dove persino l’artista, ebbro di una retorica disturbante dell’Io educato al livore intestino per proteggere un’autonomia comunque fragile (perché gli uomini non sono isole, ma ponti), perde la nozione dell’autocoscienza e il desiderio generoso della conoscenza dell’altro, prono all’odore e agli effetti, seppur infimi della mazzetta di turno, qualunque colore, consistenza, voce possieda. Fatica del dialogo diserbata e dignità discaricata. Se non malamente riciclata.

Ma nel Paese dei caroselli ogni spot è riciclaggio di denari sporchi e di anime svendute.parnassus_6

E la cultura si umilia nel silenzio rumoroso di quel vomitatoio stanco e autoalimentato e avviluppato dal suo consumismo intellettuale e materiale, che colleziona feticci e fantocci.

“…ognuno di noi, indipendentemente dalle proprie capacità, almeno una volta in vita sua avrà fatto o detto cose molto al di sopra della sua natura e condizione, e se costui noi lo potessimo far emergere dal quotidiano spento in cui va perdendo i contorni, oppure se egli stesso, con un atto di violenza si tirasse fuori da reti e prigioni, quante meravigliose cose sarebbe capace di fare, quali profonde conoscenze saprebbe comunicare, perché ciascuno di noi conosce infinitamente di più di quanto creda e ciascuno degli altri infinitamente di più di quanto noi accettiamo di riconoscere in loro” (Josè Saramago).

Ogni cosa è illuminata perché sussurra la sua rivelazione, se “accettiamo di riconoscere” la sua presenza. Se accettiamo di fare interCultura, non integrazione forzata, non multicultura disorganizzata, ma cultura libera, libera coltivazione di ingegni mutuamente collaboraTtivi. Altrimenti non arriva mai il TempO della domanda, quella interiore, curvi tutti in un’autodifesa che offende l’istinto solidale dell’Io. Perché allevare l’Io artistico e quello intimo nella tensione di un confine artificioso, come polli che starnazzano solitari e malformati in batteria? Quando il mondo aspetta di essere visto e rifrangersi e rimoltiplicarsi strato su strato, ignoto e prezioso, nelle iridi opache dell’umanità sciatta e imbolsita, oltraggiosamente scruffy.

Umiliata perché non sa confrontarsi, umiliata perché ha paura di sorprendersi e di prendersi. Annusando l’ipotesi dell’infinito nella pratica vera del sogno lucido.

CineRecensione

Wild di Jean-Marc Vallèe

Piccola grande donna ,”crazy” nel suo pellegrinaggio selvatico di piaghe e redenzione radical chic

di Sarah Panatta

 

“La mia vita, come tutte le vite, è misteriosa irrevocabile e sacra”.

poster wildE’ necessario un calvario deliberato di oltre 1600 miglia dal deserto del Mojave al confine americano con il Canada perché la giovane protagonista comprenda di essere solo un granello ottuso e infreddolito, eppure drasticamente resistente e (im)perfetto, nel pulviscolo irrequieto della vita.

Un passaggio in autostop fino all’inizio del PCT (Pacific Crest Trail) e poi l’avventura (di)sconnessa tra incubi, ricordi e miraggi di fango e di muta solidarietà a quattro zampe, fino al Ponte degli Dei.

Cheryl (Reese Whiterspoon) ha perso sua madre, il baricentro delle sue convinzioni e perfino delle sue paure, donna che sussurrava ai cavalli e serviva ai tavoli e con lei si era anche iscritta al college, dopo aver lasciato il marito violento e alcolizzato, madre single con due figli quasi coetanei da accudire. Madre simbolo, capelli senza ordine né regola, ondeggianti di musica country devastante eppure serena, ogni sera, accanto al lavabo e ai resti di una cena frugale ma calda. Una madre mai rassegnata mai sola mai piegata, anche dopo la diagnosi fulminante. Madre indisciplinata e leale che si spegne nella notte senza chiedere permesso. Così come aveva vissuto, semplice e indomita. Cheryl ha ereditato il coraggio impenitente di quella madre sorella, ma non regge il confronto e si abbandona al sesso confuso e ad ogni genere di droga tra fumo e liquidi, spinti sotto pelle, lì a scalfire una carne che vuole saggiare il contatto traumatico con una vita che brama eppure rifiuta. Cheryl vuole liberarsi e comprendersi, in fin dei conti (sempre in rosso), trovarsi. Dopo il divorzio da un uomo tradito troppe volte, parte per un cammino lungo e pericoloso tra le montagne. Zaino pesante in spalla, Wild.

Reese Wthiterspoon (Cheryl)

Reese Whiterspoon (Cheryl)

Nessuna rivendicazione sociale post imperialista, nessun viaggio mistico dei sensi. Nessuna autopsia dei corpi e delle loro vestigia metarialistiche a contatto con il nulla che è il tutto della Natura reale, nessuna scossa di vene e tendini che vada oltre l’escoriazione superficiale. Scritto dal re delle nevrosi american style, Nick Hornby, e diretto con carrellate classiche e luci penetranti dall’ottimo accademico Jean Marc Vallèe del premiato Dallas Buyer’s Club, Wild è la semplice puzzolente graffiata lenta spoglia lotta di una donna contro se stessa e i propri fantasmi, un test ma anche una pausa, per prendere tempo o disperdere ciò che è stato metabolizzato, come cenere, in parte assorbita in parte dipinta nel vento fra gli alberi troppo alti ma non troppo fitti per non scorgere una luce.

Ineccepibile e bellissima, quasi sfuggente eppure solida, Reese/Cheryl, soggetto in movimento di un paesaggio magnificente e immoto. Scardinante e prono ad una commozione tardiva il montaggio che alterna deliziosi momenti familiari e scorci di discesa nelle caverne dell’oblio di un’Io in cerca di autore. Ma nessun pathos nella matematica esposizione di Vallée e compagni. Niente di nuovo sotto il sole opaco e bluastro del Canada, per questo ennesimo affresco di formazione che di selvaggio ha davvero solo i picchi rocciosi delle montagne silenti e il muso felpato della volpe (ologramma) che insegue Reese per invitarla a non mollare, a guardare oltre, lungo il PCT.

Regia di Jean-Marc Vallée

Sceneggiatura Nick Hornby

Fotografia Fernand Belanger

Montaggio Martin Pensa, Jean-Marc Vallée

Prodotto da Fox Searchlight Pictures, Pacific Standard

Usa 2014 – Durata 115′

Cast:Reese Witherspoon, Laura Dern, Michiel Huisman, Gaby Hoffmann, Charles Baker, Kevin Rankin, Thomas Sadoski

Distribuito da 20th Century Fox

In sala dal 2 aprile 2015

CineRecensione

Mia madre

Moretti, la morte, e altre maternità, dentro e fuori il set-“schema” della vita

di Sarah Panatta

locandina mia madreMoretti e le “intermittenze della morte”. Quella della psiche (o dell’anima?) vagabonda di un Io poetico che faticosamente celebra e inciampa nella bellezza del finire e ricominciare. Da capo e margine della propria stessa esistenza, ognuno con gli stessi rovelli.

Dopo Habemus Papam, capolavoro esistenziale e politico, una nuova discesa surreale nella tragicommedia umana (non priva dei momenti velatamente naif quanto ad es. la partita di volley tra cardinali che si accampa al centro del precedente succitato successo morettiano). Mia madre. Dal 16 aprile in sala, coprodotto dalla Rai, un film che trascende e seziona la porzione liminale del lutto come dell’essere vivi tra finzione e multiple realtà, tra inevitabile autobiografia e metacinema, l’evoluzione ulteriore dell’autore o sua summa?

moretti buyMargherita, fai qualcosa di nuovo, rompi uno schema, uno dei tuoi duecento schemi.

Buttati nel vuoto a perdere (ma sì, a perdere, non c’è scampo alla “logica” della vita), dei tuoi giorni contesi da scenografie ad alto budget e capezzali tiepidi. Vai dietro la scrivania di mamma, odora i vecchi libri e svuota o riempi quelle scatole. Sorridi alle tue “te”, passate e future, tutte in fila per rivelazioni impossibili, in mezzo ai dettagli futili del cammino, tra allagamenti e motorini usati. Guarda l’altro Margherita e “vedrai”.

Margherita (magistrale e asciutta Margherita Buy, dichiarato alter ego morettiano) è una regista solida e collerica, irrisolta ma combattiva, e sta girando un film ambientato in una fabbrica occupata dagli operai che protestano contro il licenziamento. Ha appena lasciato il suo compagno, un attore del cast, deve istruire una guest star apparentemente psicolabile (esilarante John Turturro) e si prende cura della madre Giulia (minuziosa seppur essenziale la veterana Giulia Lazzarini), ex insegnante di latino molto amata dai suoi studenti, da tempo ricoverata in ospedale per complicazioni del suo stato di salute. Beatrice, figlia di Margherita, ha difficoltà con il latino e vorrebbe lasciare il liceo. Giovanni (il più misurato Nanni Moretti di sempre), suo fratello, ingegnere pacato e abituato a compensare l’egocentrismo sommario e ansiogeno e le paure poco pragmatiche di Margherita, vuole mollare il lavoro e intuisce per primo l’irreversibile china intrapresa dal cuore malato di mamma Giulia.

Da six, Giulia Lazzarini e Margherita Buy

Da six, Giulia Lazzarini e Margherita Buy

Confronto inevitabile con il proprio Sé, forse il primo. Mentre la “madre”, icona di un’epoca e fagotto di coperte, si spegne, lasciando in eredità, ad ogni respiro, frammenti di verità al di là delle memorie quotidiane. Mentre la colonna familiare, mai posta in discussione, crolla lenta. Il rumore sordo della caduta avvolge il tran tran congestionato di Margherita, che salta in preda al panico sui suoi troppi set. Imparando a riflettere e ad amare più libera, forse.

Chi ha detto che un regista abbia il polso del suo “tempo”? Che riconosca i suoi “schemi” e che abbia la forza e la capacità di caricarsi sulle spalle il peso di una propria (riconoscibile? Allora deve essere pure giustificabile? Non invasiva ma militante?) ermeneutica della vita come della società che la ospita? E se poi ce lo dicesse lui/lei stessa, che il regista “è uno stronzo”? Per lavarsi le mani o per darci schietto il gusto della relatività di questo caos poco calmo che è sopravvivere e fare arte artifizio cinema? Se ci dicesse che non bisogna dargli/le retta ad ogni piè sospinto o meglio sospeso, ché non ha scienza infusa, ma solo con-fusioni, da strutturare nella propria personale esplosione visiva.

Costato 7 milioni di euro e in sala con 400 copie, coprodotto da Rai Cinema e in lizza per la Palma d’Oro a Cannes, Mia madre, scritto e diretto da Nanni Moretti con una squadra numerosa, non prosegue semplicemente la cronaca familiare intima aperta con La stanza del figlio, né completa il diario/racconto viscerale e autoironico sul fare cinema morettiano iniziato con la su stessa carriera.

Con i suoi vuoti di montaggio e le sue piccole lacune o meglio paludi nella sceneggiatura, con i suoi morbidi trapassi tra sogno, allucinazione e realtà, Moretti è lucidamente se stesso. Narra schematico il magma dell’amore e di altri demoni. Dell’amore per l’unicum artistico e umano che è e diventa ogni volta il Cinema, dal sogno premonitore alla stesura del soggetto, dalla scelta delle musiche alle liti sul set, dalle idiosincrasie con la troupe alle crisi di significato “ciak dopo ciak”. Dell’amore per la propria madre, per il dubbio, e per la nostalgia di un futuro che è scritto dai cambiamenti geneticamente codificati e insieme imprevedibili del corpo e della mente e delle sue volontà. Dei demoni della ragione che sciaborda, vacilla affonda nella sua perenne danza fallace sulle onde di tante tempeste, relazioni interrotte, figli da crescere, genitori da riscoprire, identità da trovare e salvare, espressioni e incubi intraducibili, sintassi da (de)costruire, verità irrevocabili, dolori da comprendere e accettare.

Romanzo di formazione adulta, cinefilo, autocitazionista, Mia madre viaggia nei ricordi di Nanni e vive delle sue debolezze, mette da parte le radici della sofferenza e scompone punti di osservazione e ruoli.

Si mette accanto ai suoi protagonisti, e lascia scorrere il flusso invisibile di emotività che si incontrano, detestano, amano, rimpiangono, salutano. E fa la sua “parte”, in parte. Da parte.

CAST

Regia di Nanni Moretti

Con Margherita Buy, John Turturro, Giulia Lazzarini, Nanni Moretti, Beatrice Mancini, Stefano Abbati, Enrico Ianniello, Anna Bellato, Tony Laudadio, Lorenzo Gioielli, Pietro Ragusa, Tatiana Lepore, Monica Samassa, Vanessa Scalera, Davide Iacopini, Rossana Mortara, Antonio Zavatteri, Camilla Semino Favro, Domenico Diele, Renato Scarpa

Soggetto di Nanni Moretti, Gaia Manzini, Valia Santella, Chiara Valerio

Sceneggiatura di Nanni Moretti, Francesco Piccolo, Valia Santella

Fotografia Arnaldo Catinari

Scenografia Paola Bizzarri

Montaggio Clelio Benevento

Prodotto da Nanni Moretti, Domenico Procacci

Una coproduzione Sacher Film, Fandango, Le Pacte, Arte France Cinéma

Con Rai Cinema

Distribuito da 01 Distribution

Durata 106′

In sala dal 16 aprile 2015

CineRecensione

Una nuova amica

Il regista cinefilo François Ozon alle prese con un trans-melò senza “trucchi” e senza scandali

di Sarah Panatta

Une_nouvelle_amie_afficheTre “donne” e un “mistero”. Vertigo di sessi, identità e affetti.

Chi è chi? Abiti vecchi e nuovi dell’amore. Sposa cadavere in bara nuziale, amica sororale e simbolo di femminilità, si spegne calando nell’indelebile ma riciclabile humus del ricordo. L’altra, quella dalle trecce ribelli, androgina e schiva, schiude un armadio che aveva deciso di desiderare a metà. Un giovane vedovo risorge a “diverse” (divergenti?) latitudini, ri-conoscimento identitario al di sopra e al di sotto della cintola.

La ragione e il sentimento tra coma e risvegli, tra anestesia sociale e ipocrisia individuale. Chi è Chi. Chi sceglie, spera, immagina, nega di essere. Danza implacabile dei ruoli e febbre dell’Io irrequieto. François Ozon eclettico autore di un melodramma personalissimo, già trans-genere con, tra gli altri, Swimming pool (2003), Cinqueperdue (2004), Potiche (2010), torna a ri-prodursi quale schematico, cinefilo speleologo delle ambiguità psicologico-sessuali dell’umanità.Ozon e Duris

Una nuova amica, è un dramma francese dall’ambientazione eterea, architettura di rivelazioni e gioco dei “doppi”. Il regista François Ozon e la “parti” del sesso. Ozon non politicizza il sesso, ma ne perlustra le implicazioni intime e familiari, e narra, tra noir borghese ed hitchcockiano e improvvisi colpi di luce almodovariani, una storia d’affetti/effetti incrociati. Stilizzato e deliberatamente fiabesco, semplificatore. Scopre con lo spettatore la trans-sessualità, denudando e rivestendo i suoi personaggi, e al contempo snocciola sotto multiple spoglie le sottili, non dette, impreviste regole dell’attrazione reciproca. Ne vuole mostrare l’ineluttabile “normale” complessità.

una-nuova-amica3Laura e Claire, la bionda ammirata e la rossa possessiva, amiche di sangue, insieme dalle altalene alla sedia a rotelle. Dopo la morte prematura di Laura, Claire, privata del rapporto simbiotico con la sua compagna di formazione, inizia riluttante a prendersi cura del vedovo di Laura, David, e della loro neonata Silvie. E smaga il segreto di David (un fulgido Romain Duris), che ama abbigliarsi da donna e ha ritrovato, dopo il lutto, il proprio represso istinto “verso” la femminilità imbellettandosi da “trans”. Respingendo inizialmente la presunta “perversione” di David, che si guarda negli occhi/specchi degli altri attraverso la relazione libera eppure clandestina con Claire (l’una “nuova amica” dell’altra), ricomponendo il puzzle del proprio sé ambivalente, Claire vive brivido e terrore, passione senza direzione. Mentre David si trasforma in Virginie e si innamora del proprio Io rigenerato, fanciullesco e pronto a ricostruirsi, anche Claire, seppur sposata, rigida all’eversione di David/Virginie, si innamora, immergendosi progressivamente in questa nuova ibrida figura. Ma, chi ama chi? Gelosia, strazio, orgoglio, voglia di esclusività, rifiuto, rinascita.

Con o senza trucco e protesi, o meglio dietro e dentro quelle maschere-appendici, “siamo”. Respirando e toccando la pelle dell’altro, qualunque sia la sua forma e “tendenza”, cerchiamo, diventiamo, mutiamo. Ozon urla nelle immagini e sussurra nei gesti cadenzati, nelle voci vibranti e morbide. E si/ci spinge a guardarci al di là di quella biancheria e di quelle stoffe cangianti ostentate barricate. Lo fa ricilandosi con uno stile asciutto e latamente provocatorio, con la chirurgica dolcezza del suo Una nuova amica (molto più esplicito, quanto del resto l’autore, il titolo originale The New Girlfriend, che sfrutta la scomponibilità di generi e de-genere del sostantivo “amica”) qui anche sceneggiatore e comparsa, con un delizioso cameo “mano lunga” in una rivelatrice sala cinematografica. Distribuito dal 19 marzo in 50 copie, vedremo Una nuova amica in occasione della festa del Papà, fuori ogni conformismo e fruttando perfettamente il contrasto impudico con la tradizionalità dei ruoli imposta da simili celebrazioni.

Lirica della liberazione sessuale, secondo François Ozon.

Una nuova amica. Regia François Ozon. Scritto da François Ozon. Sceneggiatura originale Philippe Rombi. Liberamente tratto da The New Girlfriend di Ruth Rendell. Direttore della fotografia Pascal Marti. Montaggio Laure Gardette. Scenografie Michel Barthelemy. Costumi Pascaline Chavanne. Prodotto da Eric e Nicolas Altmayer. Francia 2014 – 107′. Cast: Romain Duris, Anais Demoustier, Raphaël Personazz, Isild Le Besco, Aurore Clément, Jean-Claude Bolle Reddat, Bruno Perard, Claudine Chatel, Anita Gillier, Alex Fondja, Zita Hanrot. Uscita 19 marzo 2015. Distribuito da Officine Ubu.

Vacancy

Fame di cinema

Saverio Costanzo e Francesca Archibugi, padri, figli e marchi, di un nuovo-vecchio cinema di mercato

di Sarah Panatta

Memoria disfunzionale. Visioni-spot. Il cinema italiano cosiddetto “giovane”, laddove non impegnato nella lotta mensile per in cinepanettoni espansi (lungo la durata di tutto l’anno solare) si camuffa o (s)fugge in alcune nicchie di mercato, tracciando un linguaggio neo-neorealistico che didascalizza l’attualità nostrana farcendo di luoghi comuni e pepando con un emulato sense of humour. Un cinema che dimentica il senso del reale cucendo sui suoi fantocci l’immagine meramente grottesca di un presente già “troppo” detto.

Ultime “opere” già lodate e chiacchierate, Hungry Hearts e Il nome del figlio, il godardiano introspettivo “genere” di Saverio Costanzo e la cronaca familiare variamente declinata di Francesca Archibugi. Due autori dagli esordi alle prese con la memoria disfunzionale della famiglia italiota e al contempo pregni della lezione tecnica dei maestri internazionali. Altri prodotti in cerca di identità-spot?

Dopo In memoria di me (2007), La solitudine dei numeri primi (2010) e l’adattamento tv nostrano della serie In treatment (2013), Saverio Costanzo torna ai cuori surgelati di una meglio gioventù dagli orizzonti precari, precocemente, forse inconsapevolmente avvizzita, nel vetro frangibile del proprio trauma esistenziale (ferita, mutilazione, esclusione e autoinganno) assorbito da una società assopita e manchevole nei confronti di quella gioventù stessa, pur sempre bramosa di appigli, risposte, sfoghi.

Hungry hearts locandinaSono tutti Hungry Hearts. Mina (Alba Rohrwacher), Jude (Adam Driver) e il loro bambino. Un amore sghembo tra le quattro sghembe mura di una mansarda/serra/utero. Un amore a tre che (si) esclude e si inerpica nei silenzi. Mentre boccheggia senza linfa che nutra i corpi scavati. Amore che corrode ma resiste, fino alla detonazione imprevista.

Mina e Jude, personaggi senza libretto di istruzioni, camminano nella capsula mimetica della propria solitudine, asimmetrici volti di un’età inafferrabile e repressa. Si intercettano per caso o per scherzo a New York, si scelgono/seducono/scherniscono nel retro di un ristorante cinese e si sposano. Mina resta incinta e matura l’idea che il suo bambino sarà “diverso”, un “bambino indaco” pregno di luce, come prevede una medium nel suo loculo da marciapiede, e che andrà preservato dalla contaminazione carnivora e opacizzante del mondo. Dal parto in acqua non riuscito, alle manie vegane di semi e purganti, alla sociopatia latente, Mina si trasforma con impercettibile tenacia. Ripara con muto zelo dal gelo troppo urbano se stessa e il suo cucciolo intoccabile. A guardarla arrampicata al tetto dell’appartamento/torre, scapole radenti la pelle tesissima e diafana, nella donna sembra evolvere un alien teneramente ostile, una depressione nebulosa e vorace, inafferrabile dagli occhi del marito tanto legato a lei quanto progressivamente sconcertato. Mina non vuole nutrire il bambino secondo una dieta comunemente accettata, non ammette che sia visitato da medici o che esca di casa. Jude la asseconda ma ha paura, fino ad entrare in guerra con se stesso e con la moglie per salvare il proprio figlio.

Hungry Hearts scenaRabbiosa febbre di cuori affamati, Hungry Hearts. Titolo magnetico e folk, trasudato della metafisica flesh and blood dei suoi protagonisti. Titolo ritmico, quanto mai indispensabile per un’opera d’altro canto arrancante, esile, che traballa come la macchina da presa che vaticina nella bolla familiare di Mina e Jude, che perde equilibrio fino a calarsi a piombo, accasciata, sulle sue creature insettiformi in barattolo, con i suoi “fuori quadro” sporcati, tra primi piani strettissimi e carrellate immerse in un’aria formicolante, sospesa.

Un’opera che non trova ragioni, nel suo formulario algebrico balbettante. Fuori posto, come un orto urbano eretto in forma di bunker da una principessa vegana su una palazzina inizio ‘900 a picco sull’inquinata sollecitudine di un incrocio newyorkese, denso del rumore stridulo ma soffocato di taxi, botteghe e folla anonima sotto grattacieli scomodamente assiepati.

Hugry Hearts scena 2Nuova esplorazione di codici emotivi “estranei” traducibile in tragedia domestica. Dal caso Mondadori a quello Einaudi, dal romanzo dell’incensato esordiente e prodigio editorial-popolare Paolo Giordano, a quello di Marco Franzoso, alla sua quarta prova in prosa, specializzato minatore degli anfratti torbidi della famiglia contemporanea. Con una sceneggiatura, stavolta a due mani, quelle dello stesso Saverio Costanzo, tratta da “Il bambino indaco” scritto da Franzoso, il regista cerca la consueta affascinata “giusta distanza” dal suo teorema visivo di “numeri primi”. Ma assorbe con troppo zelo la bussola narrativa del romanzo, occupando lo schermo con la prospettiva inetta e respingente del protagonista maschile Jude, padre nel limbo, cacciando poco a poco nel mistero, che diventa orrore, Mina, madre iperprotettiva o omicida?

Rapito dalla risacca di una dolce ineffabile cancrena dell’anima, Hungry Hearts trascura il gioco delle parti, tracciando una forse persino ridicola dicotomia bene-male. Tenta di guidare il pubblico tra i non detti, tra le pieghe dei sorrisi, i rivoli di lacrime singole o i sussulti dei pianti asciutti dei pur empatici interpreti (Alba Rohrwacher e Adam Driver, premiati con la Coppa Volpi alla Mostra Internazionale del Cinema di Venezia 2014). Costanzo si intromette in una famiglia popolata di cuori selvatici, veggenti e schivi/schiavi, insicuri e premurosi, autolesionisti e alla deriva. E dilaga en plein air in un dramma da camera con vista sui dilemmi fumogeni di una granulosa Grande (piccola) Mela.

È ancora La solitudine dei numeri primi (Ita 2010). Jude e Mina, due “numeri primi gemelli” tagliati nello stesso friabile blocco di una materia fonda e vischiosa. Un nucleo linguistico ancora debolmente memore dell’incandescenza horror del film del 2010 ruota lentamente nel centro di questa opera autoreferenziale e ripetitiva, zoppa e anoressica come la protagonista del precedente lavoro di Costanzo. Dopo la prova thriller di un dramma spericolato nel suo continuo rimpallarsi da un frammento all’altro delle vite dei suoi personaggi spezzati e autistici l’uno verso l’altro, Costanzo torna all’adattamento letterario con un dramma-enigma vicino a certa cinematografia nordeuropea nella sua asettica condiscendenza verso i protagonisti, che come in una rete di ragno velenosa si avviluppano e urlano spastici e ancora soli, in una morsa che non concede scampo. Il film infatti si ammala e implode, come Jude e Mina, dopo un incipit-sogno che in riva allo scuro oceano presagisce, nel temporale dei sensi, ma non premunisce, la carneficina che scaturirà dall’amore improvviso e dipendente.

Meno sottile e coraggioso de La solitudine dei numeri primi, Hungry Hearts si accampa monotono sulle cicatrici antiche e sconosciute dei protagonisti, ramificate in un sottosuolo dell’animo fin troppo scoperto, humus oltreumano di tensioni forse esplicabili ma lontane dalla logica dell’esistere insieme (e insieme al pubblico, altrettanto…solo).

il nome del figlio locandinaE a cena di altrettanti e palesi veleni – ma con commensali più vicini a mammiferi da circo pasciuti da un’irregimentata codardia, che ad aracnidi apprensivi e sociodevianti – invita il televisivo e naif ultimo film diretto da Francesca Archibugi, confezionato dalla “ditta” Virzì, Il nome del figlio. Indovina chi fa outing a cena?

Simona è una starletta televisiva al suo esordio letterario (con ghost writer incluso), pronta a colonizzare le librerie con i piccanti retroscena dello showbiz narrati ne “Le notti di F”, e sta per dare un figlio a Paolo, immobiliarista-Rolex e Bmw annessi, possessivo con scioltezza, razzista e snob con la grinta autoironica e compiaciuta del rampollo cinico di un’illustre casata, i Pontecorvo, istituzione nazionale. Betta, insegnante precaria alla medie e sorella di Paolo, in “premenopausa” sin dall’asilo, ansiogena e remissiva, è sposata con il professore twittatore incallito e sociopatico Sandro, il “paguro” intruso. Claudio, amico fraterno di Betta e confessore della sue scappatelle e non solo, è un musicista che produce dischi di cover e ascolta da decenni con sagace pazienza il belare del suo mucchio pseudofamiliare. Si ritrovano insieme per una cena e una news imporante, che tra scherzo e verità assesta colpi salati al menage apparentemente rodato.

Sfornata così, tra ginnastica domestica e zuffe verbose, la ricetta de Il nome del figlio, nuovo film da camera anzi da “sala da pranzo” di Francesca Archibugi.

Doppie vite, segreti sottaciuti, insofferenze a pelo d’acqua, febbri che vogliono evacuare da corpi a stento trattenuti nel tepore familiare, tra una mega bottiglia di champagne, un libro citato per caso, una dietrologia antropologico-storica, un Benito di troppo, una crostata di ricotta dimenticata, un’imbarazzante intervista fiume, un elicottero-spia giocattolo e un parto imminente. Questione di ruoli, storici e culturali e personali. Questione di cuori, affamati di semplicità ma abituati al gioco dei mimi. Una lite domino e nuovi equilibri in famiglia Pontecorvo. Dove professori sinistrorsi abbuffati di antropologia culturale e carte (nascoste) di partiti/e inesistenti, incastrati in esistenze fantasmatiche, si accapigliano e riconciliano con rampanti agenti del lusso menefreghista italiota. Alla fine l’unico sguardo “asciutto” e sincero, certificato da carte, esibite, è quello della (ex) soubrette dagli occhi laminati di verde, Simona, l’immatura fantozziana gestante, procace e linguisticamente terrona, che sembra poter invece insegnare a tutti la banalità vanesia dell’esistere. Che sbatte sul muso vizioso anche se amato dei suoi “parenti” acquisiti come lo status tanto difeso quanto osteggiato da ciascuno di loro sia l’imprescindibile culla e tomba in cui nascere, ribellarsi, digerire, scopare, sconfessare, ripiegare, invecchiare, il piedistallo (s)comodo da cui emettere sentenze, il vestito di cui nessuno di loro sa o vuole spogliarsi senza accettare le conseguenze dell’altrui sguardo, finalmente diretto, sulle contraddizioni e sui desideri pronti a scoppiare, sull’epidermide nuda del Sé.

Il nome del figlio scena“Cena tra amici” (“Le prénom”) pièce teatrale di Alexandre De la Atellière e Matthieu Delaporte divenuta grazioso ma monotono film nel 2012, per la regia degli stessi autori, è la maschera strutturale del film della Archibugi. Che risulta remake (ulteriormente) isterizzato della pellicola francese. Il nome del figlio, titolo più sottilmente patriarcale e vendibile, vorrebbe convogliare nella sua dizione televisiva e ritornante, con rasoiate di sarcasmo leggero, l’umorismo colto e (tipicamente) nervoso dell’originale d’Oltralpe sulla società alto borghese e suoi eterni intrighi e crucci socio-politico-sessuali, in una commedia a portata di mano che tenta di svolazzare dalla twittermania al razzismo, dalla depressione di coppia all’ipocrisia domestica tra fine anni ’70 e primi 2000.

Come i rugginosi treni che scorrono invisibili sotto la terrazza dell’attico shabby chic dei Pontecorvo, nel quartiere graffiato e coatto adibito a “tossici, immigrati e bidelli” e radical chic, il film della Archibugi arranca, fornendo dai finestrini, sporcati con garbo e rare discese nel trash pecoreccio nostrano, una visione troppo schematica di quell’italietta per bene e precarizzata nell’anima che forse poteva ritrarre. Personaggi verosimili e non veri, caricature a tratti divertenti ma non trascinanti, nonostante lo sforzo di Papaleo (Claudio, il ruolo più completo) e Gassman. Un film corale, un prodotto ready for the video, che languisce nei canoni della ripresa televisiva, sciogliendo nei veleni della “cena” pillole di psicologia da scaffale 3×2 e attualità a grani grossi q.b., intabarrando il tutto nello spartito della pièce francese, adattata dalla stessa Archibugi insieme alla mano onnipresente di Francesco Piccolo, qui slegato apparentemente da Virzì (invece innestato nel film come produttore associato).

Squadra di mercato che vince non si cambia. E se la premiata ditta virziniana rastrella a suo modo botteghini e sponsor spalleggiata da mamma Rai, il film da “quattro salti in padella” corretti allo champagne è servito in poche mosse. C’è bisogno di leggere “Le notti di F” per nutrire cuori che restano ereditariamente hungry?

Hungry Hearts. Regia Saverio Costanzo. Cast: Adam Driver, Alba Rohrwacher, Roberta Maxwell, Al Roffe, Geisha Otero. Jason Selvig, Victoria Cartagena, Jake Weber, David Aaron Baker, Nathalie Gold, Victor Williams. Sceneggiatura Saverio Costanzo. Tratto dal romanzo “Il bambino indaco” di Marco Franzoso (Giulio Einaudi Editore). Fotografia Fabio Cianchetti. Montaggio Francesca Calvelli. Scenografie Amy Williams. Costumi Antonella Cannarozzi. Musiche Nicola Piovani. Una produzione Wildside con Rai Cinema. In associazione con Biscottificio di Verona. Usa 2014 – Durata 109′. Uscita 15 gennaio 2015. Distribuito da 01 Distribution.

Il nome del figlio. Regia Francesca Archibugi. Tratto dalla pièce teatrale “Le prénom” di Alexandre De la Atellière e Matthieu Delaporte. Cast: Alessandro Gassman, Valeria Golino, Luigi Lo Cascio, Rocco Papaleo, Micaela Ramazzotti. Sceneggiatura Francesca Archibugi, Francesco Piccolo. Montaggio Esmeralda Calabria. Scenografia Sandro Vannucci. Fotografia Fabio Cianchetti. Musiche Battista Lena. Una produzione Indiana Production, Lucky Red, in collaborazione con Motorino Amaranto, Rai Cinema, Sky. Ita 2015 – Durata 94′. Uscita 22 gennaio 2015. Distribuzione Lucky Red.

Vacancy

Fighting society

Dal monolito alle torri gemelle, al terrorismo brandizzato, la civiltà che lotta contro se stessa, ogni anno lo stesso Fight Club

di Sarah Panatta

 

“Siamo i sottoprodotti di un sistema che ci ossessiona”. Lo dice, trasformando ogni sillaba nell’accento piano e perforante di uno slogan, il cervello che non accetta etichette di Tyler Durden (Brad Pitt alias Edward Norton in Fight club, film-spot epocale e discusso firmato da David Fincher, tratto dall’omonimo romanzo di Chuck Palahniuk). Alter ego del protagonista innominato e dello spettatore, anzi dell’autore-spettatore che si compiace (pur ammonendo) del proprio apologo sopra le righe e oltremodo realista, più che veggente, sull’era del consumismo giunta all’apoteosi del suo sfarzo traballante e coatto.

Era il 1999, Fight Club era solo un’opera dalla tecnica inappuntabile e dal taglio videoclippato audace e vendibile, con la sua filosofia tanto spicciola quanto diretta, e solo due anni dopo il collasso dello skyline del progresso finanziario occidentale si sarebbe ripetuto live, riducendo momentaneamente in cenere il cuore acciaio-vetro del capitalismo nell’eroso muro del pianto del Ground Zero. Capitalismo azzoppato ma imperterrito, schierato poche ore dopo dall’altra parte del mondo in mezzo alla sabbia di nuovi castelli in aria, per fortificare i paletti dell’impero, cercando nutrimento al potere.

Storia, eterno ritorno di eroi e loro cloni, di antieroi e loro antidoti. Mentre spolveriamo minuziosi la maniglie dorate, il Titanic affonda e affonderà sempre e senza scialuppe. Mentre ci crucciamo incrociando le posate su un cenone low cost una famiglia si dilanierà per disperdersi clandestina su lidi che non la vorranno. Mentre osserveremo una ruga che non potremo distendere, un ragazzino chiuderà gli occhi sotto una coltre aguzza di macerie, bombardato da una causa sconosciuta, plagiata, già passata, drone invisibile.

Nella costruzione accecata di una guerra a “bassa densità di regime” (come direbbe Fulvio Grimaldi) l’impero degli steccati bianchi e delle cattedrali terremotate, delle cupole barocche e delle piramidi mafiose penetrate nei gangli cerebrali di ognuno di noi, la forma mentis è il fight club. Violento surrogato per l’espropriazione delle esigenze base, in piccola (scantinato, condominio, supermercato) o vasta scala (parlamento, trincea, orbita terrestre).

Neppure la ritualità (religiosa, laica, sincretica, che dir si voglia) di un Natale imposto o imponibile (forse un tempo?) come forma di pausa riconciliatoria dagli affanni, come raduno affettivo, olimpiade di banchetti per l’anima, sospende il bislacco “progresso”. L’impero continua ad imbellettarsi, apre filiali mentre ne falliscono altre, e i suoi adepti restano indifferenti, marmorizzate statue di un presepe poco condivisibile.

Tutti con i canini scoperti, a combattere per una mangiatoia che apparterrebbe a tutti. Quel tutti controllato e sedato da una gerarchia nei secoli riciclata e ammortizzata, che prevede campi nomadi falso storico da un lato e attici arredati da tangenti dall’altro, spettatori pur mediaticamente scaltri abbuffati da cronaca spazzatura da una parte, creature “extra” avvolte nella censura di coperte, silenzio, clandestinità, miseria, dall’altra. Precari e consumatori, consumatori, consum-attori precari.

Proni alle tv da 500 canali, mutande griffate e smartphone ruba-stipendio alla mano. Siamo solo oggetti, evoluti dai primati intorno alla preda spolpata a cosmonauti che recitano spot contro la fame nel mondo cibandosi di coNoscenza liofilizzata nell’astronave gravitante intorno al mondo-monolito-trivella. Esaurendo scorte, esaurendoCi.

Perdiamo tutto ma non vogliamo perdere nulla, mentre Ci siamo già persi sin da quella danza intorno al primo monolito. Da Kubrick a Fincher il grido esplorativo diventa pubblicità e insieme puro invito a guardarCi, semplicemente, mentre soffriamo per ragioni sbagliate senza scavare a fondo la vera Ragione.

Vacancy

Il Calendario Stracomunitario

Sguardi “stra-” per un anno clandestino

di Sarah Panatta

 

Siamo tutti “identità in divenire”, cervelli rapiti nell’allevamento di una civiltà poco mobile, molto conservativa, troppo cieca a se stessa. In questi giorni stiamo festeggiando o abbiamo festeggiato, tra “job’s act”, terrorismi mediatici di terrorismi astratti, panettoni rimpiccioliti, rituali consumistici smorzati dalla “crisi” e abitudini ormai sincretiche di incontro e scontro sotto il vischio.

C’è che festeggia o ha festeggiato da clandestino. Perché in questa civiltà il reato di clandestinità, tra i più ambigui e beffardi, va esteso non solo a chi non ha permesso di soggiorno, ma a tutti gli invisibili indesiderati ribelli che pascolano reietti da un confine all’altro del Bel Paese dei torroni scaduti. Allora clandestini sono/siamo tanti.

C’è chi li ha definiti “stracomunitari”, per ri-significare uno spazio identitario ibrido e possibile. Il blogger e mediatore culturale Mohamed Malih, conoscitore e indagatore della “migranza” come parte della vita oltre che colore della cronaca, autore del blog “Stracomunitari”, ha voluto celebrarli, in queste feste, con un’iniziativa stra-mercato…

Uno sguardo su un altro mondo, che durerà 365 giorni…

Un’idea stra-, un calendario fuori dagli schemi: http://www.malih.senigallia.biz/?p=2863

Vacancy

Andiamo tutti a “quel paese”

Italia milionaria… patria di sogni naif e di marchette trash. E’ perché non “C’hanno mai mandato…” ?

di sarah panatta

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Protesi zelighiane e stadi evolutivi della “drive in/fast e furious tv” inaugurata per fortuna e per disgrazia da Mediaset nell’ex tubo catodico italiano, Ficarra e Picone, l’uno balbettata civettante riposta all’attonito studiato sguardo dell’altro, hanno chiuso la nona edizione del Festival Internazionale del film di Roma. Culmine “popolare”? Chiusura che ha voluto dichiararsi pop, o almeno si è creduta populista e propagandista della cultura dello spettacolo-mercato che è e sarà (o dovrà essere). Chiusura coerente del cerchio dell’offerta filmica festivaliera, con la “tipica” nuova commedia-cabaret italiota che finge di giocare con i linguaggi della finzione e con gli schematismi comportamentali della “massa” a cui si rivolge, ma si limita a spalmare figurine umiliate sullo schermo Come la dramedy naif di Soap opera, film d’apertura con il pur impeccabile sornione Fabio De Luigi.

Andiamo a quel paese, dicono Ficarra e Picone. Un titolo, una bandiera, che dovrebbe farci a strisce, invece corserva e sbeffeggia il tricolore già originariamente posticcio. Noi non credevamo e mai fummo creduti (in) una Nazione. Non lottiamo né abbiamo mai lottato per un fermento identitario, o per una comune riflessione cultuale e civica che ci coalizzasse in un retaggio confortevole, magari contraddittorio, ma “nostro”. Andiamoci un po’ tutti a quel paese, in mezzo alla cacca quella con il nome meno lezioso che inizia per “m” come Mefistofele e come McDonalds’, come munnezza e come mafie. Andiamoci tutti, ma senza garantito biglietto di ritorno. Andiamo a guardare a vicino come il vizio di dimenticare e dimenticarci ci ha resi percettivamente ameboidi.

Esploriamolo a fondo, dalle fogne che traboccano, ai tram fermi, ai monumenti abbandonati, alle case occupate, dalla miseria incrostata sui marciapiedi proprio sotto in nostri I-qualcosa trillanti, ai soldi pubblici impacchettati in marchette scoperte e degradanti. La mafia come status mentale. L’omertà non solo dell’azione. Ma del pensiero stesso che si rifiuta di agire, per non ardire la fatica dell’opposizione costruttiva e del riscatto culturale. Cultura, parola ministeriale e quasi razzista. Sta cambiando senso e senno. Andiamoci a quel paese. Oppure scappiamo, fuga di cervelli dai cementi e dalle rocche, dalla coscienza disabitata dello stivale. Ma se restiamo, guardiamoci intorno e dentro.

Ficarra e Picone lo fanno gigioni e svuotati, briosamente futili, senza capo né coda né corpo, con le stesse nostre facce appese e sfruttano l’onda del non senso renziano post mediaset style, della commedia facile sul valore non valore della società anziana e del suo “tesoro”. Ficarra e Picone sono due disoccupati che tornano al paesello, depressi e inetti ma capaci di ideare un piano scalcinato per derubare i fondi della popolazione media anziana del paese. Pensioni, morte, tasse, quattro ciottoli e due risate da bar (neanche sport, l’etica dello sport rimane solo nei manuali di cricket). Andiamo a quel paese dileggia se stesso e certo (involontariamente) tutti noi. Eppure non “ve c’hanno mai mannato?” Allora quel Bel Paese l’avete mai visitato?

sarah panatta

 

Vacancy

Note dal Roma Fiction Fest

Sodoma e Gomorra. L’ottava edizione diretta da Carlo Freccero incorona la serie prodotta da Sky, Cattleya, Fandango, in un festival “occupato” da Sky (e Fox)

di Sarah Panatta

Fiction, panorami futuribili e scarichi pubblicitari. In che cosa si sta trasformando il Roma Fiction Fest? Vetrina squilibrata di un prodotto così fluido, iper targettizzato e iper deperibile (o deperito a volte) come la “fiction”. Edizione 2014. Quasi 7300 minuti di proiezioni complessivi, per sette giornate di intensa programmazione. L’ottava sessione del Roma Fiction Fest, diretto quest’anno dal Carlo Freccero “innovatore” di Rai 4, è appena finita mentre scriviamo, perciò diamo i numeri. Con 43 anteprime internazionali ed una massiccia presenza di prodotti/patrocini Sky, il Fiction Fest ha visto un netto declino della partecipazione popolare. Scarse le presenze in sala nonostante la congestionata mole di appuntamenti offerti.

A fare incetta di premi per la serialità edita italiana, l’attesa serie Gomorra, che ha raccolto oltre al premio per la miglior serie italiana, quello per la miglior attrice, a Maria Pia Calzone (Immacolata Savastano) e la menzione speciale della Giuria per il miglior attore non protagonista, a Salvatore Esposito (Genny Savastano). Miglior attore Luca Zingaretti per la sua interpretazione di Olivetti.

Inevibile man bassa anche per il territorio internazionale targato Sky: miglior fiction straniera edita, senz’altro fresca e accattivante, la machiavellica House of Cards, con Kevin Spacey, distribuita in USA da Netflix, network specializzato nello streaming (in Italia da Sky Atlantic).

Un festival calcificato letteralmente dalle serie on demand ed evidentemente sostenuto dal cartongesso Sky, sponsor non ufficiale dell’intero baraccone. Che ha trascurato comunicazione popolare ed eventi aperti, per infornare anteprime in pillole poco interessanti per il pubblico non avvezzo alla paytv e ancor meno utili per chi già domani sulla paytv potrà acquistare quegli stessi prodotti.

Se la fiction è più vera del vero, il festival dovrà tornare alla verità del pubblico. O almeno a considerarlo dotato di sensibilità spontanea e di curiosità genuina stimolabile (caratteristica in dotazione all’apparato consumistico umanoide insieme al cervello-biodigestore di pacchetti “premium” vuoti e mielosi).

Merito va tuttavia al pomeriggio in apnea dedicato al political drama. Sopra tutto la finestra spalancata su House of cards. Sangue e inganni. Dolorosi giochi di potere dentro, e intorno, alla sala ovale. Intrighi, sesso, droga, infedeltà, moralità ambivalente, scalata alla vetta e danni collaterali. Spinta da star hollywoodiane acclamate quali Davide Fincher (regista del primo episodio) e Kevin Spacey (protagonsta e produttore esecutivo), e nata da un gruppo di sceneggiatori “novelli” per la tv.

Una serie che secondo alcuni si prepara a rivoluzionare nei prossimi anni il modo stesso di concepire (e non solo guardare) la cosiddetta “fiction” televisiva. Creata dal drammaturgo Beau Willimon – già autore della pièce che ha ispirato il film “Le idi di marzo” di e con George Clooney – la serie è tratta dal romanzo “House of Cards” di Michael Dobbs e dalla serie TV britannica “House of Cards” (1990) di Andrew Davies. E progettata da Netflix, servizio di streaming online che offre prodotti televisivi on demand. Le prime due stagioni sono state ideate insieme, un unicum creativo che ha reso saldissimo il meccanismo di suspense che costruisce una trama priva di azioni eclatanti, ma fondata sul pathos delle reciproche complesse relazioni tra personaggi. Una storia di storie sotterranee, imperniata sui ritmi claustrofobici e avvolgenti di un thriller ad incastri, sensualmente intarsiato di doppi sensi e di danze di specchi, vicino alla tragedia greca che già l’ottimo dimenticato “Boss” con Kelsey Grammer aveva genialmente riformulato.

Il manipolatore carismatico e fulcro di House of cards è Frank Underwood (spacey), deputato del Partito Democratico al Crongresso degli USA. Nella prima stagione Frank viene tradito e sottovalutato dal Presidente neoeletto, del quale aveva sapientemente guidato la campagna elettorale, e si trova a combattere senza esclusione di colpi per una personalissima rivalsa dentro la Casa Bianca. Affiancato dalla moglie e da una giovane ambiziosa giornalista. Nella seconda stagione appena presentata in Italia, Frank arriva alla vicepresidenza e deve ingaggiare una nuova battaglia, affinché l’avviluppata rete di sotterfugi e crimini che lo hanno portato in alto non venga svelata. Dall’omicidio di un cane investito ai discorsi direttamente rivolti al pubblico. Dalla profonda variabilità dei singoli personaggi, all’inesorabile vertigine psicologica e strategica delle loro trame. House of Cards tenta la scommessa di un dramma blindato e trascinante, con attori superbi e aggiramento del linguaggi monotoni della fiction, pur offrendo un prodotto “classico”. O meglio epicamente made in USA.

Sarah Panatta

Recensione: “La Terra di Tutti” di Massimo Pacetti

In questo mare magnum dove “poeticando” s’annaspa e spesso s’affoga il tramortito fruitore, da terre lontane attraverso un itinerario, che è viaggio di viaggi, Massimo Pacetti esplora e si esplora. Versi, di volti di-versi, nomi e strade, cortili e muraglie, laghi che si mostrano in segreto ai mostri dimenticati sul loro fondo, o forse ivi abbandonati.

“Gli occhiali scuri/ sul naso, non vedono gli occhi…” scrive Massimo combattendo tenace l’accecamento cognitivo della massa. Avviluppato all’ingarbugliata matassa della società il libro La Terra di Tutti (edizioni Edilet, Roma 2014) si svela attraverso la presentazione di Gianni Pitella, che sottolinea il lavoro dello stesso Pacetti come emersione impegnata nel diffuso “divorzio tra intellettualità e azione politica”, mentre il prefatore Raffaello Utzeri suggerisce che l’autore ci da “forse la chiave per capire meglio che il pensiero e l’azione non sono due attività separate dalla mente umana, ma momenti dialettici complementari necessari per progettare le condizioni del mondo”.

Il vasto lavoro di Massimo, che ha già trovato ampio riscontro in numerose pubblicazioni, sia in prosa che in poesia, esplora e si imbatte anche nel mondo fotografico dove affiora forte il legame affettivo con i temi incapsulati in un lavoro solipsistico ma al contempo rivelatore. L’immagine di copertina de La Terra di Tutti, “Peasaggio egiziano lungo il corso del Nilo”, scattato da Massimo, è un oblò che s’affaccia sul mondo, sulle sue rotondità materne ed eteree.

L’eclettismo di Massimo, il suo performarsi nei confini e oltre i confini delle arti, abbattendo e manipolandone i codici, fa sì che lo stesso Massimo si presti sia come attore nel lungometraggio “Lavori in corso” di Iolanda La Carrubba, sia in un decodificabile esperimento di musica e parole dove le sue poesie diventano testo delle canzoni interpretate e musicate da Amedeo Morrone come La mangrovia, dove

 “…cantano uomini azzurri e ocra

remando leggeri

coi volti uguali

animati dai segni della casta

e della guerra.”

Guerra, lotta per l’identità e confusione dell’individuo, che Massimo disegna attraverso La Terra di Tutti, individuandone tracce e simboli ne La risalita, in cui scava nel Tempo e nella materia “fragile, deperibile, distruttibile” dell’uomo, riconoscendo e sublimando attraverso il proprio Io il “dolore” del mondo, e quantificando così il dolore del corpo come

“…rigenerazione

prima stagione per l’amore,

l’inizio della risalita

verso la felicità.”

By EscaMontage

 

Vacancy

 Oltre la Grande Munnezza. E se ricominciassimo a…vedere?

di Sarah Panatta

Bla Bla Bla. Una discarica di secrezioni, parole disperse, troppi oggetti subito vecchi. Noi. Si avvicina l’estate e aumenta il fetore nauseante di un irrisolto vigliacco “noi”.

Una massa di lamentele, violenza gratuita, ipocrisia spicciola. Noi.

Le piattole sul treno, la voragine omicida sull’asfalto del centro, il pubblico ufficiale che minaccia e non sa fare il proprio lavoro. Il veleno nel latte di bufala, i clandestini stipati in “nero” dentro una fabbrica, il disordine dei pedoni nel sottopasso metropolitano. Noi. I furti, i pellegrini a dormire sui monumenti in piazza, i monumenti fasciati di piaghe e di ponteggi eterni. Noi. L’immondizia accalcata sui marciapiedi, i concorsi truccati, l’acqua all’arsenico. Il canone per la tv, l’informazione pilotata, i lama in salotto. Noi.

Il melting pot fallito, i pesci radioattivi, i bambini abbandonati. i terremoti fantasma, le navi arenate, i giovani speronati. L’Europa che tiranneggia, gli enti statali che intascano fondi, il vicino che ammazza il gatto e ti parcheggia sul letto. L’evasione fiscale, l’evasione del latitante in gita premio, le famiglie mai nate, i giovani vecchi. Noi.

Le regole fatte e aggirate, il ricatto subito, la democrazia illusoria, la continua sopraffazione (al market, al casello, in ospedale, al parco, in terrazzo…). Noi.

Abituati allo scarica barile e ad usare la politica e la sua casta (da noi alimentata e garantita da secoli imperituri) per significare tanto lo sfascio del cosiddetto progresso quanto il muretto condominiale che crolla o la discarica abusiva sotto casa. Abituati ad evitare di cercare e di affrontare responsabilità. Noi, stirpe ibrida italiota.

Noi ci fingiamo, voltiamo le spalle, mentiamo, curiamo il piccolo feudo del nostro cortile. Comunque avvizzito. Perché potremmo avvederci che la nostra indifferenza e il nostro egoismo, quello di singoli (privati, adulti, lavoratori, disoccupati, poeti, spazzacamini, maestri, autisti, casalinghi, studenti, vegetariani, artisti, impiegati, carnivori, dentisti, mangia caramelle, tecnoassuefatti, calciatori, stagisti…) ci sta distruggendo. Potremmo capire che la grande munnezza siamo noi.

Siamo così ciechi e annoiati, sclerotizzati in un’inedia indegnamente auto giustificatoria. Così terrorizzati dall’idea di metterci in dubbio, di fare domande e di cercare risposte. Così mollemente aggrappati alla precarietà da non volerle dare senso. Così impegnati a difendere il caos paralizzante della nostra routine affinché quella paralisi non ci uccida ma stringa quanto basta per restare fermi nella nostra casella buia, lamentarcene un po’ e contemplare ancora il buio.

Il fetore cresce, ma restiamo in coda, a cinguettare nel malessere tra le buche i sacchi la polvere la parietaria, e il parassitare.

Se ricominciassimo a pensare?
Domanda precoce, difficile?

Se familiarizzassimo con l’idea che la nostra mente può e deve essere allenata a scoprirsi, a bruciare i fienili di stoppie che accampano maceri nelle sue aree colpevolmente inesplorate, o peggio volontariamente sedate?
Se perdessimo un po’ di quel famigerato tempo, che comunque passa e non aspetta, e riflettessimo sugli aspetti insospettabili, arcani o solo banalmente troppo evidenti, quindi non visti, delle nostre vite?

Se concepiamo la possibilità che al di là della natura demolitrice ed egoistica insita nel suo codice genetico-antropologico, l’uomo deve solidarizzare con il suo prossimo e combattere per i propri diritti in ogni minimo atto quotidiano, per sopravvivere a se stesso nella sua stessa società?

Se ricominciassimo a vedere?

Se è una “questione di silenzi, non di parole (Cosmopolis – Don DeLillo), iniziamo almeno a riempire. Questi silenzi. Gli unici riciclabili e rinnovabili. In questa grande indifferenziata munnezza.

Ah ah, ah ah… a pensare comincia tu! Tu, noi, OGM (Oltre la Grande Munnezza), bruciamo i fienili neuronali! OGM!

 

Vacancy

Di Gabo e di altre storie. Ricordando Gabriel García Márquez

di Sarah Panatta

Immagine di copertina da una delle edizioni Mondadori di "Cent'anni di solitudine"

Immagine di copertina da una delle edizioni Mondadori di “Cent’anni di solitudine”

“Un signore molto vecchio con certe ali enormi”.

Dopo aver solcato il “mare del tempo perduto”, a bordo di navi fantasma e di carovane veggenti. Dopo averci venduto miracoli, ed essersi offerto “per sognare” e per abilitarci all’“incredibile triste” delirio del mondo. È morto a 84 anni Gabriel José de la Concordia García Márquez (Aracataca, Colombia 1927 – Città del Messico, Messico 2014).

Giornalista e scrittore tra i più influenti, letti e visionari mai conosciuti. Gabo. Orditore di leggende e militante per i diritti civili. Profeta mai oscuro, viaggiatore empatico dell’animo. Leggerlo per raccontarlo. Leggerlo per raccontare la storia collettiva, come pure l’inconscio dell’uomo, diluvio e steppa, gorgo e villaggio, scherzo e verità.

La “putrefatta grandezza” della civiltà. Le fasi alterne e sempre ritornanti di ciò che incautamente e sbrigativi chiamiamo progresso. La “mala ora” del mondo, in cui serpeggiano segreti e si sperimentano consuetudini, si disfano passioni e si consumano riti, politici, economici, alchemici. L’uomo che sopravvive a se stesso, eterno antieroe, crollato sulla sua sedia sdraio o arrampicato sulla vetta sassosa di un’alba rivoluzionaria, schiacciato su una rotaia infuocata o incancrenito dietro i galloni di un potere che è solo crosta di un ordine precario.

Amore, menzogna, compagnie girovaghe e botteghe profumate, paludi e sogni, terra e sangue, sortilegi di vita, impastati tra mito, foto di famiglia e polvere di fucile. Scrittore biblico per mole e complessità archetipica e socio-antropologica. Massimo esponente del realismo magico sudamericano e incoronato secondo autore in lingua spagnola di tutti i tempi, per il celeberrimo Cent’anni di solitudine, durante il IV Congresso internazionale della Lingua Spagnola (Cartagena, marzo 2007), preceduto solo dal Don Chisciotte della Mancia di Miguel de Cervantes.

Figlio di un paesino colombiano emerso dalla pietraglia primordiale descritta nell’incipit del suo capolavoro. Cresciuto in una casa in cui origini creole, etichetta coloniale e fiabe indie diventarono coltre di un inesauribile meticcio bagaglio culturale. Dopo disparate esperienze universitarie, Márquez iniziò ventenne la sua attività giornalistica, muovendosi tra Sud America ed Europa, studiando e lavorando tra Roma, Parigi, Londra, fino a conoscere Che Guevara e Fidel Castro a Cuba. Politicamente scomodo, dagli USA si trasferì alla fine degli anni ’50 in Messico, dove coltivò sempre più prolifico la scrittura finzionale. Senza rinunciare all’impegno costante per un “socialismo reale” in cui una democrazia costruita sulla strada e un sentimento radicato e solidale di giustizia civile combattessero l’abnorme corruzione politica e la sperequazione sociale, la tirannia del narcotraffico e l’egemonia di modelli occidentali distorti, che secolarmente hanno infestato il Sud America.

Un ritratto di Marquez

Un ritratto di Marquez

Intellettuale pragmatico e coltissimo, libero e libertario, poco incline ai compromessi politici e osannato tanto dalla critica quanto dalle folle, amante del cinema e maestro di una narrazione che nella maestosità degli autori romantici innestava un’analisi psicologico-sociale sottile e ironica, e l’esplorazione viscerale delle stratificate tradizioni europee e sudamericane. Gabo è l’inventore del realismo magico, una lente seduttiva e sublime ma anche un affondo seriale e acuto, cruento, barocco, dentro/contro gli stilemi coloniali, e il cosiddetto “canone” letterario.

Nel 1982 Premio Nobel per la letteratura. Nel 2002 la prima parte della sua autobiografia intitolata Vivere per raccontarla. Grande padre del boom culturale latinoamericano, accanto a lui i geniali apprendisti stregoni di un’epoca di avanguardia pura e tenace, da Julio Cortázar a Vargas Llosa.
Memoria personale e vento di generazioni caraibiche impastati in ogni singolo quadro narrativo. Zolle di vita e di spiritualità laica. Da L’amore ai tempi del colera a Cronaca di una morte annunciata, dal preparatorio, quasi nucleare, La mala ora, agli insuperati racconti raminghi. Spiagge di cenere, invasioni di chele migranti e calamite prodigiose, elezioni fallaci e capelli resistenti alla morte, trapasso di genti e saccheggi infernali, mutazioni spiegabili, magie materiche, città gargantuesche e coste sfregiate, rimozioni forzate e carnevale dei sensi. Tra pattume e bellezza, prostituzione e innocenza, tutte le storie della Storia.

La luce di Gabo, meno inquietante del quasi coevo McCarthy, filosofico quanto Saramago, minuzioso quanto Gogol. Terry Gilliam della pagina, Terrence Malick dell’affabulazione. Il vecchio alato re bagna ancora di folle linfa il nostro ricordo. Lo vediamo remare assorto, mentre le acque intorno sono dense di una notte repentina eppure abbagliante. Galassia di stelle “tutte al loro posto”.

Continuerà a farsi sera, al porto, accanto ad Erendira, a José Arcadio, a Babilano il buono, a Melquíades. A Gabo.