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Prosa Blues. Caccia al morto di Luca Colombo

a cura di Laura Bonelli

luca colombo foto di Chiara Trentadue.jpgLuca Colombo ha trent’anni, è nato a Borgomanero e vive ad Oleggio, in provincia di Novara. La sua passione per la scrittura l’ha portato ad un esordio letterario originale e che tratta un argomento ostico, per certi versi. La morte raccontata dal punto di vista di chi, in questo campo, fa affari.
Filippo, il protagonista, è un aspirante scrittore, lavora nell’agenzia di onoranze funebri del suo paese con l’intenzione “filosofica” di cercare spunti per la sua attività artistica. La realtà con la quale avrà a che fare sarà molto diversa. Verrà catapultato in situazioni tragicomiche al limite del paradossale in cui “il caro estinto” ha davvero poco a che fare con tutto il resto.

caccia al morto cover.jpgScritto con grande verve e uno humor acido, il libro di Luca Colombo è un concentrato di dialoghi incalzanti e spassosi, di dinamiche che rasentano la follia e di bizzarre avventure amorose.

«Cominciamo subito. Primo incarico: superamento trauma bara».

Spassoso. Sono avvezzo alle bare. Chissà se avranno rinnovato il locale da quando ci venivo con mio padre.

«C’è da fare una cremazione. Trasporto bara da qui al crematorio».

Ah, una simulazione vera e propria: mi carica una bara vuota in macchina, vado al crematorio e torno indietro. Vuole farmi fare un tu per tu con la bara.

«È questione di un’ora. I documenti da consegnare sono questi».

«Documenti per cosa?»

«Autorizzazione alla cremazione e generalità salma. Non la puoi buttare nel forno come una pizza».

«Quale salma?»

«Filippo, la salma da cremare».

Coltellata.

«Di quale funerale?»

«Quello da cui siamo appena rientrati».

«E i parenti?»

«I parenti attendono a casa. Non gli importa della cremazione, credo avessero litigato. Meglio per noi, ci guadagniamo sul trasporto dell’urna, ricordi?»

«Ricordo»

(tratto da Caccia al morto)

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Prosa Blues. Uno sguardo nuovo sull’alunno

a cura di Laura Bonelli

 

Risultati immagini per uno sguardo nuovo sull'alunnoRegine Zekri-Hurstel  è una neurologa che vive in Francia. La sua branca di studio è quella che viene definita “neurologia funzionale”, un approccio umanistico e globale del cervello. A contatto con circa 5000 bambini con problemi scolastici ha inventato un nuovo alfabeto basato più sulla percezione che sul segno grafico vero e proprio.
Il libro “Uno sguardo nuovo sull’alunno – linguaggio gesti e posture” (Epsylon Editrice) spiega e chiarisce questo metodo innovativo.
L’alfabeto sensoriale l’autrice ha una doppia valenza: apprendere attraverso tutti i sensi e imparare a mangiare per parlare meglio.  Ad esempio: “un’alimentazione oleosa e salata sollecita i ricettori collocati al centro della lingua: favorisce pertanto lo sviluppo della cavità buccale mediana, nella parte più anteriore del palato.”
Esiste un occhio direttore neurologico al di là dell’occhio fisico che può essere destro o sinistro. In base allo “sguardo sulla realtà”  si avrà un tipo di apprendimento diverso.
Quindi l’insegnamento a scuola dovrebbe essere differenziato a seconda della caratteristica dei bambini. Se l’ occhio  neurologico direttore è il destro  il ragazzo potrà avere bisogno di una spiegazione con punti fermi e precisi e in una materia come la storia richiederà date, epoche, eventi.  Se, al contrario, l’occhio direttore è il sinistro la capacità di apprendimento sarà maggiore se verrà dato spazio alla tensione emotiva, alle gioie e ai dolori vissuti dai protagonisti per permettere all’alunno di proiettarsi nelle epoche passate.
L’autrice pone l’attenzione sulla necessità di “scrivere con tutto il corpo” perché la postura adottata dal ragazzo può contribuire o bloccare  “Niente deve essere lasciato al caso: polso, gomito, spalla, ginocchio, appoggio del bacino e dei piedi, rotazione della testa, stabilità dell’occhio. La persona che scrive esegue dunque un gesto estremamente fine, e gli artigiani di questo capolavoro di oreficeria sono l’intero cervello e l’intero corpo.  Più precisamente, osservando con attenzione i miei piccoli pazienti, ho capito che scrivere in equilibrio passa attraverso un armonioso asse mano/piede/occhio”.

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Esca’Antologica. Bridget, “ Austen Power”

di Antonella Putignano

 

Risultati immagini per bridget's jones babyAbbiamo amato da subito l’eroina moderna Bridget Jones. Sin dal primo film, abbiamo colto i riferimenti alla scrittrice Jane Austen in una Londra da cartolina moderna.

Per la ultra quarantenne Jones, arriva la gravidanza e… novità per noi italiani: la gravidanza è un fatto normale. In tutto il film, la protagonista affronta la gravidanza non piena di imprevisti ma inserita in un contesto normale di lavoro, vita. Rapporti sociali. Si, perché da che mondo è mondo, i figli si sono sempre fatti. O anche no.  Una donna è donna prima, dopo e durante la propria maternità. Insomma, la “mistica “da concepimento è una cosa che non riguarda altri paesi, giustamente civilizzati e che sanno che per mantenere un figlio ci sono costi. E forse, chissà, se il nostro paese adottasse regole meno severe sull’adozione, impareremmo che l’amore si può moltiplicare.
Chicca del film è l’interpretazione di Emma Thompson nei panni di una ginecologa anticonformista e sarcastica. Ecco, se pensiamo che da noi è possibile che nelle scuole l’educazione sessuale, possa essere sostituita dall’educazione alla fertilità, è facile rendersi conto del contesto culturale che è anni lontano dal vedere la luce. E vissero tutti.. Orgoglioni e pieni di pregiudizi. Può-Darcy.

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Prosa Blues. Social Mum, il libro-caso di Giula la Face

a cura di Laura Bonelli

 

«Tesoro e quanti anni ha Seby?»

«Mmm… mah… sui 17, sembra… Mi pare».

E così non è sicura nemmeno dell’età!

«Sì, ma è bellissimo, mamma!»

social mum cover.jpgIntanto la guardo e noto che indossa i suoi short più vistosi, completando il tutto con top e trucco dark‐post punk‐post atomic bomb. Mentre penso alla mia cardiologa e al da fare che le darò, lei mi saluta con il suo sorriso migliore, quello degli eventi catastrofici (per me). Poi sorrido e penso “Poveretto, non sa cosa lo aspetta”. Sulla mia spalla hanno pianto già un paio di ragazzotti in rigorosa tenuta hip hop, visiera retro cranica e bulbo verticalizzato. Che tenerezza, vederli piangere per una ragazza. No, un attimo, stiamo parlando dell’Adolescente, hanno pianto per lei che senza pietà me li ha scaricati in salotto, a parlare di sentimenti cuore amore e tutto il resto. Lei con l’amica del cuore in camera e io a consolare l’ennesimo cuore infranto. Occhi rossi, bulbo momentaneamente sulle ventitré, ti spiega come «Cioè, cazzo… Cioè si… no, mi ha detto che mi ama, però non lo sa… cazzo chattavamo 18 ore al giorno…» (ah, quindi chattava con te, brutto scarrafone, invece di studiare)

In un mondo social anche uno dei passaggi più delicati della vita, l’adolescenza, viene vissuta sulle “piattaforme sociali virtuali”, un non luogo in cui un quattordicenne naviga come un pesce nel mare, mentre i genitori annaspano nel tentativo di seguirlo. L’età in cui si comincia a crescere è sempre stata sfuggente per tutte le generazioni di genitori, ma adesso, con l’avvento del virtuale, sembra si sia aggiunta una complicazione in più.

Il libro d’esordio di Giulia La Face, Sociam Mum (Graphofeel Edizioni) è tratto dall’omonima pagina facebook che l’autrice ha deciso di aprire nella “notte buia e tempestosa” della presa di coscienza che la propria figlia, da bambina tenera e affettuosa, si stava trasformando, e aveva preso le sembianze de l’Adolescente.

La pagina nasce come sfogo e i post rivelano subito una caratteristica che la contraddistingue: l’ironia. Piace, e sono molti i genitori che cominciano a seguirla e a scriverle perché si ritrovano ad affrontare le stesse problematiche e la medesima realtà. Da questo esordio il passo verso la carta stampata è stato breve. Nel libro, piacevole e spiritoso, la formazione dell’autrice è molto evidente: Giulia La Face per vent’anni è stata educatrice professionale in area psichiatrica, con minori e soggetti a rischio e attualmente fa counseling e colloqui d’aiuto.

L’autrice fa riflettere, in modo divertente, sulla necessità di capire a fondo il tessuto social(e) in cui i propri figli crescono, cercando di non tralasciare nulla, anche se si tratta di imparare a conoscere realtà virtuali nuove; più che mai, in questo momento, le distanze tra genitori e figli devono essere azzerate perché troppi pericoli, ideologici e devianti, rischiano di affascinare la loro personalità ancora morbida e fragile, proprio perché è in formazione.

 

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Esca’Antologica. BILLY EU-LLIOT

di Antonella Putignano

 

Billy Elliot è stato un Film di successo Internazionale. Per la regia di Stephen Daldry e scritto da Lee Hall, la pellicola che scatenò i piedi di tutto il mondo uscì nel 2000.

billy-elliot-jamie-bellAd una prima lettura, la storia di Billy Elliot è quella di un promesso grande danzatore che lotta contro i pregiudizi culturali verso il mondo della danza, a suon di musica e libertà. Vero. Si, ma solo in parte. Billy Elliot è stato molto più di questo. Il contesto in cui il protagonista muove i suoi primi “battements tendus” è l’Inghilterra degli anni Ottanta: quella del dolorosissimo sciopero dei minatori inglesi contro le restrizioni ed i provvedimenti neoliberisti della Lady di Ferro, Margaret Thatcher. Il padre ed il fratello di Billy, non a caso, sono due minatori in sciopero che vivranno la protesta con modalità e risoluzioni diverse: il primo, il padre, alla fine – per ragioni economiche e per aiutare Billy, ostacolato nel suo sogno all’inizio – piegherà la testa, indebolendo come tanti altri il ruolo Sindacato, e sarà reintegrato al lavoro. Il secondo, il fratello, proseguirà lo sciopero e sarà protagonista di scontri violenti con le autorità.

Billy danza la sua energia. La voglia che emerge nel film è quella che vive l’Inghilterra di allora, che forse sognava un’Europa accogliente: una casa dove fare albergare le proprie speranze ed immaginare un futuro più eguale per le classi sociali. Questo testo ha avuto grande successo anche nelle sue versioni teatrali. Billy Elliot non ha una sola colonna sonora, ma tutte le tracce che accompagnano il film sono un disegno; un racconto dell’Inghilterra che grida le sue contraddizioni come: “London Calling” dei Clash o “Children of the Revolution”, suonata dai T-Rex. Il Post-Brexit di questi giorni, sta scatenando le più o meno divertenti vignette sugli inglesi, oramai “extracomunitari”. Ma anche noi, senza Inghilterra, siamo un po’ più tutti stranieri. Almeno nei luoghi delle nostra memoria.
Nel Boschetto della “nostra” Fantasia.

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Esca’Antologica. Marilyn per Sempre

di Antonella Putignano

Marilyn_Monroe_Based_On.jpgUn interessante articolo di Emiliano Morreale su Repubblica, in occasione della Mostra torinese dedicata agli oggetti appartenuti alla Diva, ci rimanda ad un privato ma collettivo e universale pensiero: come sarebbe Marilyn Monroe oggi? Cosa farebbe? Avrebbe fatto pubblicità? E avrebbe un account Facebook e uno twitter? Sulla sua tragica morte è stato detto tanto e molti sono stati gli intellettuali che hanno immaginato, celebrato e tenuto in vita questa donna dalla sensualità prorompente e dalla fragilità disarmante. Una cosa la immagino sorridendo: Marilyn, forse, avrebbe adorato i Selfie. Si, ne avrebbe fatti a rotta di collo: in piedi, seduta, sdraiata. Sorridendo, piangendo. Sorridendo disperatamente. Ma non avrebbe fatto sicuramente foto a: tramonti, piatti di pasta, giardini, micetti, spiagge al tramonto, piatti di pasta al tramonto, giardini al tramonto. Micetti all’alba. Marilyn non avrebbe condiviso il suo protagonismo con nessuno. E per lei Zuckerberg, avrebbe inventato lo “StraLike”. Probabilmente, se Marilyn, avesse creato qualche evento su Facebook, i “Partecipa”, sarebbero stati veri.

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Prosa Blues. Guido Gozzano, Viaggio in India

di Laura Bonelli

 

cpj_ViaggioInIndia-500x500.png“Al primo ponte tutto il corteo si arresta, come per intesi, e solo qualche figura bianca segue il cadavere: parenti più consanguinei, la madre, il padre, un fratello. La barella è deposta dinanzi alla porticina aperta; i seguaci sostano pochi secondo dinanzi al cadavere, forse per una preghiera d’addio. Di fronte è il dastur, il sacerdote Parsi, con due addetti. Non altri, non altro; nessun gemito, nessuna lacrima, nessun gesto tragico; forse anche nella religione del Parsi, come in quella dei Bramini e dei Buddisti, è cancellato il senso che noi occidentali abbiamo dell’io, e la loro filosofia millenaria attenua lo strazio del distacco senza ritorno”.
guido gozzano durante il viaggio in india.jpgPochi anni prima della sua morte, nel 1912, il poeta Guido Gozzano compie un viaggio in India in cerca di un clima più adatto alla sua precaria situazione fisica. E’ un trentenne che affronta un’ avventura in una terra lontana con curiosità e intelligenza, nello stile dei globetrotter europei di quegli anni, affascinati dall’esotico. Scrive delle lettere, in forma diaristica, in cui narra il percorso che compie, fra tradizioni lontane e incontri particolari, accompagnati dalle sue riflessioni. Nel centenario della morte di Gozzano questi scritti vengono riproposti nel volume “Viaggio in India” (Graphofeel Edizioni).
E’ l’occhio di un intellettuale che confronta il suo sapere con l’evidenza dei fatti, che spera di trovare risposte interiori nella culla millenaria della spiritualità e si scontra con una realtà fatta di riti spesso svuotati del loro fervore. Ma anche la descrizione di luoghi bellissimi e magici, raccontata con la maestria di un giovane poeta che riflette sui significati, sulle differenze e sulle distanze tra Oriente e Occidente.
Il libro è curato dalla regista Roberta Ricca, che da trent’anni si dedica allo studio della cultura e della filosofia indiana e chiarisce con le note a piè pagina molti termini indiani riferiti ai luoghi ed è corredato da immagini e fotografie dell’epoca.

 

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Prosa Blues.
“LA MALEDIZIONE DELL’ABBAZIA DI THELEMA DI ACCURSIO SOLDANO”

di Laura Bonelli

 

Copertina-FINALE1Alexander Edward Crowley fu uno dei più grandi satanisti di tutti i tempi. Negli anni ’20, per un periodo di tre anni, si trasferì a Cefalù, in provincia di Palermo, dove prese una casa che denominò abbazia di Thelema e fu il quartier generale di una setta da lui fondata, a base di riti di magia nera, rossa, alcool e droghe. Questa situazione destò grande scandalo nella Sicilia di allora e fu il nascente partito fascista che pose fine a questa esperienza al limite. Tutti gli adepti del mago vennero rispediti a casa loro, assieme al loro capo.

Accursio Soldano, nel suo terzo romanzo “La maledizione dell’abbazia di Thelema” (Leucotea Edizioni) narra la storia di quattro persone, legate da un appuntamento settimanale con una partita a carte. I protagonisti nascondono dei segreti che, in qualche modo, hanno a che vedere con quella strana abbazia, nella convinzione che tutti gli abitanti di Cefalù subirono le influenze di quel posto maledetto, come se un fluido nefasto si spargesse oltre i confini della proprietà.

accursio soldano

L’autore Accursio Soldano

Ma è davvero così? O la mente dell’uomo cerca sempre un capro espiatorio pur di non affrontare il male e la violenza che ha dentro di sé e che non ha nulla di magico, ma affonda le radici nei rapporti familiari malati, nelle invidie e nei soprusi. Esperienze pesanti inconfessate vengono portate sulle spalle come se niente fosse, perché ciò che importa è che la gente non pensi male non sappia la verità. Come se fossero Dorian Gray, tutti i personaggi hanno un’immagine nascosta mostruosa che distorce i tratti sotto il peso di ciò che non è stato affrontato e risolto, ma semplicemente sepolto nelle pieghe dell’anima, perché additare il demone visibile e manifesto è più facile che affrontare i propri. Così ci si tranquillizza, perché gli altri, tutti gli altri, sono peggio di me.

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Esca’Antologica. “Women De-Vote”

di Antonella Putignano

imagesSuffragette di Sarah Gavron con: Anne-Marie Duff – Grace Stottor – Geoff Bell – Carey Mulligan e Meryl Streep: un film giusto al momento giusto. Nell’Inghilterra di inizio novecento, alcune coraggiosissime donne lottano per il diritto al voto e il riconoscimento dei propri diritti. Il film, soprattutto, racconta di un movimento coraggioso, ribelle, estremo. Necessario. Quando otterranno le donne davvero la piena libertà di espressione? Aspettiamo per saperlo una regista di fantascienza. Nel frattempo: “Vota Antonia, vota Antonia, vota Antonia”.

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Prosa Blues. La qualità del perdono

di Laura Bonelli

la qualità del perdono cover

LA QUALITA’ DEL PERDONO  Riflessioni sul teatro a partire da Shakespeare di Peter Brook

Se esiste una persona in grado di parlare autorevolmente di William Shakespeare, quella persona è Peter Brook. Il regista britannico novantenne, che ha trascorso tutta la sua esistenza a dare un concetto nuovo di teatro e recitazione,  ha avuto la grande capacità di scardinare i pilastri dell’interpretazione classica rendendo fruibili e vicini al pubblico opere ostiche come il Mahabharata o traducendo in immagini gli Incontri con uomini straordinari, nel racconto della giovinezza dello spiritualista dei primi del ‘900 Georges Gurdjieff.
Nel suo libro La qualità del perdono – riflessioni sul teatro a partire da Shakespeare (Dino Audino Editore) Peter Brook racconta la sua esperienza di formazione registica e personale, approfondendo alcune delle opere del grande drammaturgo inglese. Un libro piccolo, di neanche ottanta pagine, in cui l’autore condensa riflessioni profondissime e trasmette la necessità di andare a fondo sui dettagli, sulle singole parole per poter rendere vicina al pubblico la grandezza delle opere.
Brook ha sempre rifiutato di creare un metodo, anche se per  l’allenamento dell’attore durante le prove degli spettacoli si è avvalso di esercizi. Ha sempre dato spazio all’improvvisazione ed è grazie a questo e all’approfondimento psicologico, intellettuale e spirituale che i personaggi delle tragedie shakespeariane sono uscite da un muro aulico e impenetrabile e si sono rivelate per ciò che sono: la storia della natura umana nelle sue tante sfaccettature.

“Ci sono innumerevoli tematiche in Shakespeare, ma i suoi testi sono costantemente dominati dai concetti di ordine e caos (…).Sono forse i temi più vicini alle nostre vite, sia all’esterno che all’interno di noi stessi, in questo momento della storia. Siamo all’interno del caos – non possiamo negarlo, e il caos attorno a noi è un caos interiore -, credo che ciascuno sia in grado di riconoscerlo dentro di sé. C’è un profondo, e talvolta disperato, bisogno di ordine. E tuttavia siamo in un momento in cui, forse giustamente, ci accorgiamo di non saper comprendere l’apparente significato di nessuno dei due.”

Molti gli aneddoti riportati nel libro: dal difficile rapporto con Laurence Olivier, ai crescenti disagi psicologici di Vivien Leigh che durante le tournee passava le notti nelle bettole a bere e far baldoria con i camionisti, ai racconti dei retroscena della preparazione degli spettacoli che si alternano a pensieri di natura filosofica.

“Una parola può essere più di un guanto. E’ un magnete. Quando si adagia su uno spazio interiore ancora vuoto, nel momento in cui viene pronunciata, può riportare in superficie materiale sepolto nell’inconscio. E in momenti davvero speciali, può attrarre il materiale condiviso dall’ umanità. Quando guardiamo la pagina stampata di un’opera di Beckett, troviamo quasi sempre una battuta breve seguita da ‘pausa’. Questo era il Consiglio di Beckett agli Attori. Cechov faceva lo stesso, ma come ‘pausa’ usava “…”. Affinchè una semplice serie di parole acquisisca la più ampia dimensione umana, colui che parla deve fidarsi delle risonanze che sorgono in questi piccoli spazi. Tali momenti di silenzio esistono anche nei film, nei romanzi. Ma in teatro, nell’atto di ricreare assieme al pubblico una frase ad ogni replica, la pausa, i tre punti, non possono essere mai gli stessi.  Sono la traccia stessa della presenza di vita.”

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Prosa Blues. L’Abbecedario di Gabriella Montanari

intervista di Laura Bonelli

BodyPart-1Chi si avvicina alla poesia di Gabriella Montanari deve essere pronto a ricevere carezze e pugni in faccia e, sopratutto, non deve sperare di trovare consolazione. Catarsi, ascesi mista a sangue, sperma e terra, quello sì, ma nessuna consolazione.

Il suo «Abbecedario di una ex buona a nulla» (Rupe Mutevoli) è una distesa ordinata di armi da taglio: c’è la minuzia del bisturi, la ferocia della sciabola, l’arguzia del fioretto e alla fine, quando si crede, leggendola, di essere solo stati fatti a pezzi, compaiono fiori delicatissimi e profumati che hanno il nome di figli, casa, affetti bambini.

Enrico Nascimbeni, che ha curato la prefazione, di lei scrive: «Questo viaggio sulla strada della poesia dell’autrice è un gran bel viaggio. Scritto con arte e di arte dipinto. L’assenza di autocompiacimento e immensa disperata autoironia sono le credenziali di questo abbecedario»

Le poesie della Montanari sono a metà strada tra l’immagine e il monologo teatrale e portano il lettore a guardare aspetti dell’esistenza simile a polvere che si vorrebbe nascondere sotto al tappeto per non fare la fatica di affrontare.

ENVIRONNEMENT

(ambiente. presente quella roba che respira a fatica e che ci sta crepando in mano e sotto i piedi? la nostra cornice terrestre se ne va in fumo, lasciando ricordi e pennellate di vita verde nelle tele di ligabue e di rousseau il doganiere)

resteranno forse i più resistenti

o gli egoisti cronici e i recidivi cinici

o gli ignari

con orecchie e borsellino da mercante

insomma

saremo in tanti

a contenderci l’acqua per la doccia

sorsate d’ossigeno e un’insalata mista.

(Da Abbecedario di una ex buona a nulla)

Laureata in lettere moderne all’Università di Bologna e diplomata in pittura presso la Scuola d’Arti Ornamentali San Giacomo di Roma, Gabriella Montanari è poeta, scrittrice e fotografa. Traduttrice di poesia e narrativa dal francese e dall’inglese, collabora con riviste di critica letteraria, d’informazione e d’arte italiane e francesi.

È co-fondatrice e direttrice editoriale della casa editrice WhiteFly Press.

Esordisce in poesia con la raccolta Oltraggio all’ipocrisia – Prefazione di Dante Maffia (seconda classificata al Premio R. Farina, 1° Davide Rondoni, 3° Sauro Albisani) per le edizione Lepisma di Roma (2012), a cui ha fatto seguito Arsenico e nuovi versetti (La Vita Felice, Milano, 2013 – Prefazione di Lino Angiuli) e Abbecedario di una ex buona a nulla (Rupe Mutevole Edizioni, Parma, 2015 – Prefazione di Enrico Nascimbeni).

Sue poesie, racconti brevi e traduzioni sono raccolte in antologie italiane e internazionali.

Attualmente vive e opera tra l’Africa (Togo) e l’Italia.

Esiste una realtà poetica?

Diciamo che esiste un fitto sottobosco di poeti, per la maggior parte dediti al verseggiare nel tempo libero dall’impiego ufficiale e per lo più agglomerati in sette provinciali di pseudoinfluenza in cui se la scrivono, se la pubblicano e se la recitano. Poi vi sono alcune oligarchie cittadine in cui affondano le radici esemplari millenari di poesauri che fanno ancora il buono e il cattivo tempo letterario. O così credono. Infine, i cani sciolti: voci mature e scomode, isolate, vuoi per scelta o necessità personali, vuoi per ostracismo da parte delle due suddette categorie. Ma anche voci giovani, a cui non vengono concessi fiducia e spazio, eco di quella contemporaneità in cui la scrittura, e l’arte in generale, non possono prescindere dai mutamenti tecnologici e sociali. Questo, a mio avviso, il panorama italiano, sintetizzato e screvro da giudizi in merito alla qualità della poesia partorita. O, per lo meno, questo è quanto scorgo attraverso la distanza di sicurezza che mi tiene regolarmente lontana dall’Italia, ormai da anni. Quando torno mi piace frequentare e confrontarmi con alcuni, pochi, professionisti della poesia, vale a dire quei rari che hanno fatto della scrittura, e in particolare di quella poetica, la loro professione e che, a fatica ma sempre con rinnovato entusiasmo e fin troppa generosità, animano le scene culturali locali. O ascoltare chi poeta lo è potentemente, anche malgrado se stesso o al prezzo di una profonda sofferenza, e che non aspira né al riconoscimento né a essere accolto in alcuna cerchia.

Penso che tra fabbricanti di poesia, di ogni risma e classe, manchi spesso la solidarietà in nome di un comune obiettivo, disinteressato e non autoreferenziale. Invogliare il lettore, qualsiasi lettore e non solo quello già predisposto di suo, ad avvicinarsi alla poesia. Raccontandosi senza veli, trasmettendo autenticità. Chi ha la poesia come modus vivendi, mischiata al corpo e ai pensieri, riesce a entrare in contatto con chi legge i suoi versi. Il pubblico è giustamente ghiotto di emozioni vere. Altrimenti meglio un fantasy ben confezionato.

Forse basterebbero meno realtà poetiche, e più poeti con una reale poetica in cui avere fede. Più poetiche che alimentino vita e versi, preferibilmente con una buona dose di coerenza.

Chi è la ex buona a nulla?

O anche UN ex buono a nulla. Il clin d’œil a un’opera autobiografica di Bukowski

voleva essere nell’ottica del riscatto. Di chi, uomo o donna, è stato un bambino a cui, dare del buono a nulla, suonava come una routine, un mantra, quasi un complimento. E a quella definizione il bambino ha finito per credere e farne il proprio marchio di fabbrica. Finché un giorno, dopo aver imparato sulla pelle l’intero l’alfabeto della vita e le sue possibili combinazioni, si ribella alla lente dell’occhio, o degli occhi, che ha riflesso in lui, per troppo tempo, un’immagine distorta, che sente non appartenergli. E così richiama alla memoria le vicende marcanti, fa l’appello delle persone che hanno lasciato sul suo abbecedario segni indelebili, si mette a far di conto e tira una somma sino a quel momento condannata all’errore: «non sono più un buono a nulla, magari non lo sono mai stato». Con l’autocommiserazione non si superano gli esami, specie quello più severo, quello che ci vede inquisitori di noi stessi.

La raccolta vuole essere un elogio dell’autostima, del sentimento di sana rivalsa. Che l’opinione di noi stessi, buona o mediocre che sia, provenga dal nostro occhio a cui, il vissuto, deve saper offrire il dono del giusto mezzo, della fiducia nelle proprie capacità e, perché no?, dell’autobenevolenza. Basta poco per diventare ex. Nessuna lettera è scarlatta.

La tua raccolta di poesia è un abbecedario di ricordi, immagini e riflessioni. Di che sostanza sono fatte le esperienze di questa vita?

Un abbecedario-menu in cui compaiono pietanze fatte a volte di miele, altre di mandorle amare, di sangue, di profumi mai evaporati, di assenze, di mancanze, di presenze ingombranti, di sudore speso invano e di bellezza raccolta a braccia spalancate. Gli ingredienti del quotidiano, quello che offre il mercato giornaliero dell’esistenza. Ingredienti lievitati nel ricordo passato come nello sguardo presente e incisi nella mente in previsione degli istanti a venire. Una lista per fare ordine nel marasma di un cassetto stracolmo e separare l’essenziale, che resta, dal superfluo, che è giusto che sbiadisca e si sciolga. È un po’ come porsi, al contempo, al di qua e al di là della cattedra, avviarsi verso il diventare maestri di se stessi e restare allievi insaziabili di conoscenza e palpiti.IMG_20160110_000253

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“Favole colorate” di Imants Ziedonis

di Laura Bonelli

 

favole colorate cover“Una notte in città arrivò il bosco. All’inizio la gente non capiva cosa stava accadendo. Per via Pernava, per via Lenin, per via Lubana, per tutte le strade che portavano al centro di Riga una puzza irrespirabile correva a cercare riparo. Da tutte le periferie della città la puzza era inseguita da una nebbia verde, che profumava di aghi di pino e di fiori, proprio come un vero bosco, e tutta la puzza era in pericolo per l’incedere di quella nebbia verde, tanto da trattenere il fiato. “Aiuto!” gridava la puzza e scappando si lasciava dietro cattivi odori. Venne mezzanotte, i filobus se ne andarono a dormire in deposito e si misero a raccontare che la stazione dei bus nel viale di Daugavmala era già stata occupata e gli autobus tutti bloccati: il muschio verde si era intrufolato nei tubi di scappamento delle macchine e gli autobus sbuffavano e soffocavano fino a spengersi. Il bosco non toccò i filobus, ma bloccò solo le macchine, che producevano gas dannosi per il respiro degli uomini. Mise fuori uso i taxi e le altre macchine a benzina”.

Questo è l’incipit di “Favola Verde”, una della storie legate ai colori di “Favole Colorate” del poeta Imants Ziedonis, considerato uno dei maggiori letterati lettoni della prima metà del Novecento. La raccolta di fiabe risale agli anni ’70 ed è stata tradotta in quattordici lingue. Il libro viene proposto anche in Italia grazie a Damocle, una casa editrice bookshop che si trova nel centro storico di Venezia, in una calle al riparo dai grandi flussi turistici.

Come racconta Pierpaolo Pregnolato, fondatore di questa realtà, si tratta di “una piccolissima libreria di 11 metri quadri arredata con mobili antichi per ricreare l’atmosfera di un piccolo salottino letterario, dove chi entra può comodamente sedersi e sfogliare i libri.

L’intento è quello di affiancare la produzione di libri d’artista fatti a mano e stampati con i caratteri tipografici a quella di libri tascabili in più lingue con il testo a fronte e alcuni cuciti a mano e numerati in edizione limitata.

All’interno del catalogo ci sono inediti per l’Italia e libri “dimenticati”, scritti anche da autori importanti ma fuori commercio da molto tempo.”

Figura poliedrica, Ziedonis nacque nel 1933 da una famiglia di pescatori a Ragaciems – un villaggio sul mare nei pressi di Rīga. Fu operaio stradale, insegnante, bibliotecario.Dagli anni ’60 la letteratura divenne la sua principale occupazione. Pubblicò molte raccolte che restano nella storia della letteratura lettone. Poeta e filosofo scrisse anche prosa in forma saggistica, fra cui i due libri di Kurzemīte (1970 – 1974) in cuiformulò il suo programma etico, il libro sulla vita di campagna Tik un tā (1985) e Tutepatās (1991), in cui descrisse l’attività del gruppo protezione ambientale da lui fondato negli anni Sessanta.

Le sue favole raccontano il mondo viola dell’uomo dalla testa di grappa, il bianco accecante della neve, ma anche dell’ambra e del nero, in undici storie in cui la fantasia galoppa e crea realtà stravaganti come la punta di un pennello intriso di pittura che viene appoggiato sull’acqua. Lettura piacevolissima e stramba è adatta anche agli adulti che potranno leggere tra le righe le atmosfere di un paese e di un popolo dell’est da noi poco conosciuto.

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Prosa Blues. Intervista allo scrittore italo-danese Christiano Cerasola. Storie di vite al limite…

di Laura Bonelli

 

IL MUSICISTA DI CHRISTIANO CERASOLA

CoverIlMusicista_800x1156Una passione estrema e totalizzante in cui l’oggetto del desiderio non può avere pelle e carne. Un’esistenza che è ombra di se stessa e contrasta con il fuoco ardente di un animo inappagato dalle vicende che lo riguardano e  nelle quali non riesce a riconoscersi. Max,  il tassello di un puzzle finito nella scatola sbagliata  è il protagonista del romanzo “Il Musicista” (Elmi’s World)  di Christiano Cerasola.

Italo-danese, un passato da modello e un presente tuttora nel mondo della moda, Cerasola è uno scrittore affascinato dalle vite al limite, dalle esistenze che non scintillano.

Il suo romanzo d’esordio “O2 Ossigeno” narrava la storia di un barbone e anche in questo suo ultimo lavoro viene dato spazio a personaggi che vivono per strada.

Ma è l’amore il vero fulcro di questa narrazione.  Una ricerca incessante  che non riesce ad esprimersi attraverso le relazioni personali, ma  trova nella musica la sua vera gioia d’esistere.

Un bisogno di purezza e semplicità che l’autore traduce attraverso lo sguardo innamorato di un’anziana coppia o l’affinità elettiva che due eccelsi violinisti creano suonando sotto la neve. 

 

Christiano Cerasola - foto Giovan Battista D'AchilleTu non sei un musicista ma hai scelto  il mondo della musica per parlare di un aspetto dell’ amore che oltrepassa le consuetudini. Perché hai affrontato questo tema?

Ho scelto di raccontare dell’amore tra un uomo e l’arte, contraddicendo i cliché che vogliono parlare di questo sentimento solo tra le persone o nei confronti degli animali. Il mio oltrepassare le consuetudini racchiude gli elementi della passione e dell’ossessione, manie proprie di chi si abbandona ai sentimenti,  all’istinto e all’irrazionalità.

Sono stati d’animo che appartengono solo ad alcuni, i più vulnerabili ma anche i più sinceri e puri; caratteristiche che ho trovato solo negli amanti folli, i migliori a mio parere.

La musica ha una forza evocativa potentissima, raggiunge il nostro inconscio e si nasconde tra le pieghe dell’anima.  Basta ascoltare un motivo che abbiamo fermato nella nostra mente in un determinato momento, per fare un tuffo nel passato e rivivere quegli attimi.

 

Nel tuo romanzo il protagonista è un personaggio fuori dagli schemi e che fa fatica ad integrarsi con il mondo che lo circonda. Che cosa ti ha affascinato di lui?

Mi sono sempre piaciuti gli inetti, gli inadeguati, i fuori luogo, gli inadatti. Ho sempre trovato in loro più chiavi di lettura che negli scaltri, nei determinati o conformati. Sin dal mio primo romanzo ( O2 ossigeno)  ho raccontato di un senzatetto, ai margini della società.  Ho poi proseguito nella raccolta “Uova Sbattute”,  parlando di un condannato a morte ( Scrambled eggs in jail), di  una fuggiasca ( Frida Roberts) e di una bugiarda ( Jenny e la metamorfosi di Narciso); in tutti questi racconti ho dato ampio spazio a chi cammina sul ciglio dei marciapiedi.

Anche nel racconto lungo, il Custode di Izu, parlo di un impacciato signore giapponese al quale viene data una possibilità, quella che ognuno di noi aspetta per tutta la vita, e che lui puntualmente rifiuta, senza sapere cosa sarebbe potuto capitargli.

La storia de Il Musicista parte dalla provincia di Genova  e si muove anche in Cina e Giappone. Cosa ti ha portato così lontano?

Ho sempre ammirato la bellezza della Liguria e mi sono appassionato ai suoi abitanti, quella gente ha il mare negli occhi, e le onde nell’anima. Hanno un modo di prendere la vita che è lontano da chi abita nelle grandi città. Hanno altri ritmi e, alcuni, anche altri colori.

Ho abitato in diverse grandi città, come Pechino e Tokyo e Osaka. Da giovane facevo il vagabondo di lusso, soggiornavo in luoghi che per quell’età sembravano irraggiungibili grazie alla mia precedente carriera di modello e sceglievo quando e dove andare, come un artista capriccioso e snob.

Un elemento che mi è sempre mancato è stato il mare, e tutto quello che ne consegue, per questo è un dettaglio ricorrente nelle mie storie.

Mi far piaceva spostare il protagonista, un pantofolaio provinciale, in luoghi che non si sarebbe mai aspettato di visitare, con le inevitabili comiche conseguenze..

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Salt Peanuts. Altri mondi musicalmente possibili

di Cosimo Ruggieri

Brill Building, parte II

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Brill Building

C’è un forte legame tra il Brill Building e Tin Pan Alley. Nel novecento a New York c’erano molte sale per concerti, teatri e editori musicali che collaboravano con musicisti di vario genere.

Con lo sviluppo della radiofonia, i profitti per la vendita degli spartiti era aumentata, sopratutto durante gli anni ’20 quando questa ebbe il suo massimo sviluppo e furono introdotti anche il fonografo, con un miglioramento della qualità sonora e con una disponibilità molto ampia. Nel 1930 furono inaugurati gli uffici del Brill Building con ascensori ad alta velocità e una lobby commerciale al piano terra. Gli uffici occupati da studi legali e aziende di publica utilità erano all’incirca 23 e nonostante la stampa fosse fiduciosa molti locali rimasero vuoti.

Il Brill Building era stato progettato con ampi spazi per uffici ma quando questa strategia fallì, gli spazi furono suddivisi in spazi più piccoli e venduti ad un’ampia varietà di aziende. In queste circostanze l’industria della musica popolare trovò una nuova base a New York negli anni in cui Tin Pan Alley esauriva la sua energia creativa nel 1930. Secondo gli elenchi telefonici dell’epoca, nel palazzo erano situate all’incirca 100 società legate all’intrattenimento musicale, tra cui scrittori musicali, agenti pubblicitari, manager e artisti, molti di questi avevano a che fare anche con Tin Pan Alley.

Tra cui anche la T. B. Harms Company e la Mills Music e anche la Famous Music, fondata nel 1928 dalla casa cinematografica Famous Players-Lasky Corporation, che poi prese il nome di Paramount Picture. La popolarità del jazz e delle big band era cresciuto, molte band erano diventate popolari e alcune di queste avevano legami con gli editori musicali che avevano uffici nel Brill Building. Tra queste vanno ricordate la Benny Goodman Orchestra, la Glenn Miller Orchestra, Cab Calloway, Tommy Dorsey, Duke Ellington (che qui fondò insieme all’attore di vaudeville Ben Barton la Barton Music Corporation nel 1943) e anche compositori del calibro di Burt Bacharach, Neil Sedaka. Nel 1950, cantanti del calibro di Nat King Cole e Louis Prima avevano un ufficio nel Brill Building.Tra gli abitanti del palazzo c’era anche il famoso disc Jockey Alan Freed che poi fu spazzato via dallo scandalo della Payola.

Con il termine payola si indica nel mondo del business musicale, una pratica che consiste nella corruzione di un dj o di un direttore radiofonico da parte di società di edizioni (es. ASCAP, BMI, SIAE ecc.) o di etichette discografiche in cambio della messa in onda dei brani da loro licenziati. Il nome payola deriva dalla contrazione e unione delle parole inglesi “pay” (pagare) e, alternativamente “pianola” (nome desueto per indicare un pianoforte elettrico), o “victrola” (una famosa marca di riproduttori sonori, RCA Victor ).

Negli anni ’50 a guidare la categoria degli autori musicali c’era una nuova generazione di giovani, tra questi Don Kirshner figlio di un sarto del Bronx che a 21 anni era diventato autore musicale fondando con con Al Nevins la Aldon Music, i due presero in affitto degli spazi nel Brill Building e in pochi anni scrissero molte hit grazie al talento di Kirshner e a quello di autori come Neil Sedaka e Howard Greenfield.

…..continua…….

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Prosa Blues. Gianni Caproni e l’aeronautica

di Laura Bonelli

 

Mario Pacelli

Mario Pacelli

I pionieri del volo hanno sempre avuto un fascino particolare. I primi del ‘900 furono anni temerari, dediti all’ esplorazione delle potenzialità personali e l’idea di librarsi liberamente nel cielo, che è uno degli aneliti archetipici dell’essere umano, trovò il massimo sviluppo proprio in quel periodo.
Il saggio di Mario Pacelli e Pietro Lonati “Gianni Caproni e l’aeronautica militare italiana” (Graphofeel Edizioni) prende spunto dalla biografia di uno dei primi progettisti italiani di aerei per raccontare quel pezzo di storia.
Una vita costellata di successi e sconfitte a livello personale, legata agli eventi esterni che ne influenzarono l’andamento, con un fulcro sostanziale: la passione per la costruzione di aerei.
Il libro racconta l’amicizia di Caproni con Gabriele D’annunzio, la nascita di una delle prime industrie aeronautiche italiane, la concorrenza spietata con l’estero, fino ad arrivare a scoprire alcuni lati ambigui in compartecipazione di illeciti da parte delle Industrie Caproni, quando il fondatore era ormai morto.
Il saggio è scritto da Mario Pacelli, in collaborazione con l’avvocato Pietro Lonati.
Mario Pacelli nato a Roma, è laureato in giurisprudenza . Procuratore legale, nel1966 ha conseguito la libera docenza in Istituzioni di diritto pubblico e ha insegnato nelle università di Firenze, Camerino e Roma, oltre che presso la Scuola superiore della Pubblica Amministrazione e quella del Ministero degli Interni. Per 32 anni funzionario della Camera dei Deputati, è stato segretario delle Commissioni parlamentari Difesa e Lavori pubblici, Consigliere Capo del Servizio Commissioni Bicamerali, Segretario della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla mafia, e Sovraintendente dell’Archivio storico. Ha svolto incarichi di primo piano presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, il Ministero della Sanità, il Ministero dei Beni culturali, dei Trasporti, e del Commercio con l’estero. Ha pubblicato numerosi saggi di Diritto pubblico e di storia parlamentare. Con Graphofeel edizioni ha pubblicato “Cantiere Italia” (2012), “Dossier Andreotti” (2013). Ha raccontato la sua esperienza professionale di funzionario parlamentare in “Storia dell’Italia repubblicana” Giappichelli 2015.gianni-caproni-cover


Come è nata l’idea di un approfondimento sul personaggio di Gianni Caproni?


L’idea di scrivere il libro è nata dalla curiosità di conoscere la sorte delle grandi industrie italiane del secolo scorso oggi scomparse dalla scena industriale, tra le quali c’era anche la Caproni. Purtroppo non è stata la sola: le fanno buona compagnia la Snia Viscosa, ad esempio, la Montecatini, la Savoia Marchetti, e tante altre che segnarono una importante tappa nel processo di industrializzazione italiano.

Quali sono i contributi che diede all’aeronautica militare?

Il contributo del Caproni progettista e costruttore aeronautico all’aeronautica militare italiana fu importantissimo: contrassegnò la sua nascita e contribuì al suo sviluppo almeno fino a quando non ci fu un salto nella progettazione e realizzazione di velivoli dotati di motori più potenti di nuova concezione.

Nella parte conclusiva del saggio si accenna ad alcuni punti non ancora chiariti ma rilevanti in cui furono coinvolte le Industrie Caproni. Che cosa ha scoperto attraverso le sue ricerche?

Sono restati molti punti oscuri a proposito di una tentata truffa allo Stato per il risarcimento di (veri o pretesi) danni di guerra: il processo penale a carico dei responsabili lasciò molti dubbi a proposito dei protagonisti della vicenda.

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Salt Peanuts. Altri mondi musicalmente possibili.

di Cosimo Ruggieri

 

Brill Building. Parte I

Le strade sono strade e sono quasi tutte uguali, ma negli Stati Uniti precisamente a New York ce n’è una fatta di stagno e musica, mattoni e spartiti musicali: la 28ªStrada, più precisamente il tratto   tra la 5ª e la 6ªavenue. Questo angolo di New York veniva chiamato Tin Pan Alley, cioè “La via delle padelle di stagno”, soprannome affibbiatogli dopo che nel 1903 un giornalista dell’Herald Tribune la definì così riferendosi al suono prodotto da molti pianoforti che suonavano canzoni diverse. Probabilmente era  esattamente come lo sbattere di molte padelle di latta in un vicolo. Secondo altre fonti il termine di Tin Pan Alley era riferito alla qualità del suono metallico dei  pianoforti verticali economici utilizzati negli uffici. Prima dell’invenzione della registrazione fonografica, della radio e del cinema,  la musica popolare non aveva altra diffusione che la riproduzione ripetuta per poter far in modo che un motivo musicale avesse successo. E per lanciare un successo bisognava trovare gli interpreti disposti a diffonderlo. Gli autori si trovavano certamente nella necessità di rinnovare il loro repertorio continuamente, pertanto il quartiere degli editori era la sede di un’industria di motivi musicali. Ne venivano creati a decine, di generi diversi, adatti a moltissime richieste che potevano andare dall’accompagnamento al canto. I direttori e gli impresari non facevano altro che entrare in questi negozi e scegliere il motivo più  utile per  loro. In questi negozi c’erano delle cabine chiamate  professional parlor, dove un pianista della casa editrice, il song plugger, aveva l’incarico di suonare più volte il motivo che aveva attratto l’attenzione del cliente. Per attirare il cliente di solito il song plugger stava sulla porta del negozio; le sue peculiarità erano il talento e la personalità ma soprattutto, per il funzionamento del sistema, era importante la capacità di vendere. Molte volte erano privi di cultura e senso estetico o completamente ignoranti di musica, seguivano una routine e non avevano alcuna aspirazione. Ma altre volte no. Tra i song plugger va ricordato George Gershwin che fu assunto dalla Casa  Remick, dove presto si impose per le sue doti di pianista.

Nel film del 1946 intitolato The Al Jolson Story, diretto da Alfred E. Green, un esordiente soubrette è nel panico, il coro ha già cantato la strofa e intona il ritornello  della canzone Liza (All the Clouds’ll Roll Away) composta da George Gerswin con le parole di Ira Gerswi . La soubrette oltre a non riuscire a cantare, non riesce nemmeno a ballare, allora suo marito si alza in piedi e canta in  sua vece. La leggenda vuole che Al Jolson nel 1929 cantò il coro di Liza  dalla terza fila della platea per aiutare la protagonista del musical Ruby Keller,  che aveva appena sposato. Pare che il tutto non fosse improvvisato, ma orchestrato da Florenz Ziegfeld per promuovere lo show. In tutte le date successive Al Jolson si alzerà in aiuto della moglie. George Gershwin ricorderà la composizione e la commissione affidatagli come la corsa più affannosa che abbia mai fatto su una partitura. Lo sforzo di Al Jolson fece entrare Liza (All the Clouds’ll Roll Away) tra le 40 canzoni più registrate tra il 1900 e il 1950.

A New York situato all’angolo nord ovest di Broadway e la 49 strada, al numero 1619, c’è un palazzo, ma non è un palazzo come tanti. Abraham E. Lefcourt era un immobiliarista newyorkese  degli anni 20  con una sfrenata passione per l’Art Decò. Egli  inizia la sua carriera come strillone e  lustra scarpe, entra, poi, nel settore dell’abbigliamento, quindi si dà al settore immobiliare dal 1910 costruendo un loft di 12 piani sulla 25th west. Oltre a questo costruì molte altre strutture nella zona iniziando il Garment District, il distretto della moda situato a Manhattan. Lefcourt cominciò a “pensare” il Brill Building dopo la morte, per anemia nel febbraio del 1930,  del figlio adolescente, Alan Elias. Sopra la porta del palazzo in stile Art decò c’è un busto di bronzo raffigurante il figlio di Lefcourt, ma  nel  palazzo non c’è traccia del nome dei Lefcourt. Il terreno che diventò la sede del Brill Building era stato di proprietà dal 1910 dei Russell Pyne, una famiglia di spicco di New York, i quali affittarono la proprietà situata a nord-ovest di Broadway, alla catena di abbigliamento maschile Brill Brothers, fondata nel 1880.

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Brill Building

Nel 1929 la catena Brills subaffittò la proprietà di Lefcourt con l’impegno di costruire un edificio da completare entro il novembre del 1930. Lefcourt annunciò il suo piano per la costruzione del palazzo nell’ ottobre del 1929.Voleva costruire il palazzo più  alto del mondo al costo di 30 milioni di dollari; doveva essere molto più alto del Chrysler Building e dell’ Empire State Building, allora  in costruzione, e che fu inaugurato il 1 maggio del  1931 con una  cerimonia  solenne. Nella crisi del 1929, Lefcourt, come altri agenti immobiliari, riuscì a individuare un risvolto positivo, pensò che gli azionisti avrebbero abbandonato le carte  di Wall Street per dedicarsi all’acquisto più solido di terreni. Tuttavia dopo la  morte del figlio nel 1930, egli consegnò velocemente le carte del progetto dell’architetto Victor Bark Jr. per un palazzo di soli 10 piani. Victor Bark Jr che lavorò frequentemente con Lefcourt, nacque a New York da genitori svedesi nell’ottobre del 1884. Il suo primo progetto conosciuto è del  1912, si tratta di un’ aggiunta ad  un magazzino di stile neo-rinascimentale nel quartiere Tribeca al 415-419 di Greenwich Street. Dal 1927 al 1929 si associò con l’architetto Erhard Djorup, durante la breve collaborazione tra i due progettarono, l’edificio in stile neo-gotico di 23 piani chiamato  Lefcourt-Normandie,e altre strutture commerciali. Quando la sua collaborazione con Djorup finì, mantenne comunque i contatti con Lefcourt …..BRILL BUILDING 2

continua

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Prosa Blues: “Lontano da Highbury di Luca Frazzi”

di Laura Bonelli

 

Diario italiano dell’indimenticabile stagione dell’Arsenal 2001-2002. 

Intervista a Luca Frazzi

Luca Frazzi

Luca Frazzi

L’Arsenal è una delle principali squadre di calcio londinesi ed annovera una gran quantità di tifosi. Tra i suoi appassionati sostenitori, c’è anche Luca Frazzi. Non abita a Londra, ma a Fidenza, una ridente cittadina in provincia di Parma, immersa nella nebbiosa pianura padana. Nel 2001 l’Arsenal in Italia lo conoscevano in pochi, e l’autore, in quegli anni, faceva il turnista in vetraria. Un operaio decisamente “sui generis”, dato che Frazzi  è una delle firme più conosciute nel panorama della stampa musicale specializzata italiana. Si occupa di punk e rock fin da giovanissimo. Scrive per Rumore e in passato è stato fanzinaro e collaboratore de l’Ultimo Buscadero e Rockerilla.

“Lontano da Highbury”, uscito in riedizione per la casa editrice romana Hellnation libri, racconta le ansie e i momenti felici di un gooner italiano di provincia e narra gli eventi di una stagione sportiva che vide l’Arsenal protagonista della FA cup e della Premier League, in un periodo in cui l’autore poteva seguire gli andamenti delle partite su un unico sito internet, avere qualche ragguaglio in tarda serata su Pressing di Italia Uno o sperare di carpire qualcosa durante il turno di notte, ascoltando con le cuffiette la trasmissione radiofonica RAI Zona Cesarini, mentre era davanti ai forni fusori o nei sotterranei della sala-macchine.

Il 2001 fu anche l’anno dell’ attentato alle Torri Gemelle e l’ 11 settembre l’Arsenal perse con il Real Mallorca in Champion League.

Il libro è divertente e piace anche a chi non importa nulla del calcio. Racconta la provincia sempre uguale e lo sguardo sognante e, allo steso tempo, disincantato di chi ha il proprio “oggetto del desiderio” a migliaia di chilometri di distanza.

“La squadra indossa la nuova maglia oro da trasferta, che a quanto pare non piace a nessuno ma che a me non dispiace affatto. Penso che l’Arsenal in passato abbia indossato ben di peggio e tutto sommato la preferisco alle seconde maglie delle ultime stagioni, quella della doppietta del ’98 e quella che è venuta dopo. Peccato solo per lo sponsor, quel nitidissimo “SEGA”. In Italia per indossare una maglia con la scritta “SEGA” sul petto ci vuole una certa ironia e un po’ di coraggio. Io l’ho ordinata subito, appena vista in catalogo.”

Oltre a “Lontano da Highbury”, Luca Frazzi ha pubblicato “Iggy & The Stooges. 35 anni di suoni nocivi” (Stampa Alternativa, 1998), “The Clash. I Wanna Riot” (Arcana, 2009), due guide al primo punk italiano nel 2003, una ai Joy Division nel 2009, una agli Stooges nel 2010, una ai Clash nel 2011 e una ai Ramones nel 2013 per le edizioni Apache. Nel 2010 ha curato per Arcana l’edizione italiana di “Mod. Vita pulita in circostanze difficili” di Terry Rawlings e nel 2011 quella di 18 anni di Festival Beat (Tsunami Edizioni). È autore di “Mamma dammi la benza”, documentario in tre puntate sulle radici del punk italiano prodotto dal canale satellitare Jimmy, ed è anche conduttore radiofonico. E’ direttore editoriale, anzi, monarca assoluto, della rivista Sottoterra, che si occupa di musica punk e rock, appunto, urderground.

Come nasce la tua passione per il calcio inglese e per l’Arsenal?

In casa mia, da bambino, ero osteggiato da mio padre, appassionato di ciclismo, che diceva che il calcio è uno sport per gente viziata e ricca. Mio fratello maggiore era uno juventino sfegatato e io, non so se per rivalsa, o per partito preso, decisi che dovevo odiare la Juventus. Alla fine degli anni ’70 a tutti i bambini piaceva il calcio inglese, perchè era esteticamente più bello. Erano più belle le maglie, più belli gli stadi. Nel 1979 mio fratello era andato a Londra in vacanza e mi aveva portato in regalo una sciarpa dell’Arsenal che quell’anno aveva vinto la Coppa d’Inghilterra. L’anno dopo, in primavera l’Arsenal si incontrò con la Juventus in semifinale della Coppa delle Coppe e la eliminò.

Il fatto di aver vinto contro la squadra italiana di Zoff, Cabrini e Gentile mi fece decidere che da quel momento avrei tifato per lei.

Inoltre aveva una delle maglie più belle degli omini del subbuteo. In Italia le divise erano o a striscie o a tinta unita, mentre l’Arsenal l’aveva rossa con la manica bianca.

Come veniva presa questa tua passione nell’ambiente lavorativo?

Ero un operaio turnista e mi trovavo a vivere una situazione particolare. Venivo preso con una certa benevolenza perchè ero un elemento anomalo nel contesto della fabbrica. A quei tempi già scrivevo per molte riviste ed ero visto come una mosca bianca. Tifare Arsenal era una stranezza nelle stranezze, solo una in più. Ma non avendo mai avuto un atteggiamento snob, i colleghi mi associavano alla squadra e quando capitava che giocasse con una formazione italiana avevo il mio momento di celebrità.

Come è cambiato l’Arsenal dai tempi narrati nel libro?

L’Arsenal giocava nello stadio di Highbury dal 1913 e nel 2006 ne costruì uno nuovo, in seguito alle nuove regole UEFA che obbligavano i posti a sedere. Highbury era uno stadio vittoriano e questa nuova norma ne aveva ridotto notevolmente la capienza. A differenza dell’Italia, in cui gli stadi sono di proprietà del Comune, in Inghilterra sono tutti di proprietà delle squadre, direzione in cui, ultimamente, stiamo andando anche noi.

L’Arsenal è diventata una potenza economica ma è riuscita a mantenere tutto ciò che appartiene alla tradizione, come i programmi venduti nelle bancarelle fuori dallo stadio, che raccontano che cosa si andrà a vedere e di cui c’è un vero e proprio commercio, che in 130 anni di storia della squadra ha prodotto dei pezzi davvero unici.schermata_2015-07-13_a_08.46.35

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Salt Peauts. Altri mondi musicalmente possibili.

 

di Cosimo Ruggieri

 

“Child’s Introduction to jazz by Cannonball Adderley”
Senza passato non c’è futuro, e nessuno che non sappia bene da dov’è venuto il jazz ha il diritto di decidere dove debba andare”.

(Julian Cannonball Adderley dall’intervista al Chicago Seed, novembre 1968)

Leonard Bernstein (nato a Lawrence il 25 agosto del 1918 e morto a New York il 14 ottobre del 1990 è stato un compositore, pianista e direttore d’orchestra statunitense) diresse la serie The Young People’s Concerts, serie di concerti presso la New York Philharmonic, iniziati nel 1924 sotto la direzione di Ernest Henry Schelling, in precedenza, nel 1885, chiamati Family Matinée, sotto la direzione di Theodore Thomas, e successivamente sviluppati da Josef Stránský con il nome di The Young People’s Concerts, a partire dal 1914.

Leonard Bernstein portò alla ribalta The Young People’s Concerts quando divenne direttore della Filarmonica di New York nel 1958, la sua prima esecuzione come direttore musicale fu il 18 gennaio 1958 alla Carnegie Hall a New York e fu il primo di questi concerti ad essere trasmesso in televisione. A partire dal 1962 The Young People’s Concerts , è diventata la prima serie di concerti trasmessi dal Lincoln Center. Bernstein ha diretto un totale di 53 concerti, tutti trasmessi in televisione sulla CBS, e parlò di Jazz l’11 marzo del 1964 introducendolo in questo modo: “Ora questo è l’ultimo suono del mondo che ti aspetteresti di sentire in una Sala Filarmonica, non è vero? Suona più come la radio del vicino di casa, o il Newport Jazz Festival. Eppure, questo è un suono che sta arrivando sempre più spesso nelle nostre sale da concerto americane, alcuni compositori americani cominciarono a cercare, circa 40 anni fa, di alcune delle emozioni e delle sensazioni del jazz nella loro musica sinfonica… anche così, nonostante questi tentativi di coniugare il jazz e la scrittura sinfonica, le due musiche sono in qualche modo rimasti separate ”.

Il programma di quell’11 marzo del 1964 era giocare e spiegare che cosa è il jazz con un brano di Gunther Schuller, un cornista e compositore statunitense, nato a New York il 22 novembre del 1925, protagonista della scena musicale classica e jazz contemporanea, che inventò il termine “Third Stream” per descrivere un genere che combina tecniche classiche e jazz, per il quale diede, nel 1981 questa definizione allo scopo di fare chiarezza sul genere: “non è il jazz con gli archi, non è jazz suonato con strumenti “classici”, non è musica classica interpretata da jazzisti, non si fa inserendo un po’ di Ravel o Schoenberg nel be-bop, né il contrario, non è jazz in forma di fuga, non è una fuga interpretata da jazzisti, non è progettato per eliminare il jazz o la musica classica . È solo un’altra possibilità per molti musicisti creativi di oggi . Il brano di Gunther Schuller, intitolato “Journey Into Jazz,”della durata di 20 minuti, fu composto con frammenti di musica intorno al racconto per bambini di Nat Hentoff (Nathan Irving “Nat” Hentoff nato il 10 giugno del 1925 storico, romanziere e critico musicale statunitense) narrato dallo stesso Schuller. E’ la storia di Eddy il trombettista e la sua maturazione musicale e per la sua messa in scena si richiede un’orchestra sinfonica che comprenda anche un combo jazz, in questa occasione composta da cinque giovani stelle del jazz mondiale, Richard Davis al contrabbasso, Don Ellis alla tromba, Benny Golson al sax tenore, Eric Dolphy al sax alto, Joseph Cocuzzo alla batteria.

La Riverside Records è una casa discografica nata nel 1952 da Bill Grauer e Orrin Keepwnews, al quale si deve la nascita dell’etichetta Label X sotto etichetta della RCA dedicata alle riedizioni. Nel 1955 pubblica l’album Thelonious Monk Plays Duke Ellington e per la Riverside è un nuovo corso, poiché era conosciuta sopratutto per i suoi “Jazz Archives”, riedizioni di brani classici di Jelly Roll Morton, Louis Armstrong, Bix Beiderbecke, tratti dai cataloghi della Gennett Paramount e da altre etichette meno conosciute. La Gennett nasce a Richmond, Indiana dalla Starr Piano Company e prende il nome dai suoi primi proprietari Harry Fred e Clarence Gennett. La Gennett viene ricordata sopratutto per la richezza del primo jazz registrato con musicisti del calibro di Louis Armstrong, Bix Beiderbecke, Jelly Roll Morton, Hoagy Carmichael, Big Bill Broonzy, King Oliver. Dopo aver registrato Monk, la Riverside registra un altro grande pianista Bill Evans. Sotto l’impulso di Orrin Keepwnews l’etichetta registra una serie di dischi che rimangono nella storia della musica jazz: Everybody Digs Bill Evans, Freedom Suite di Sonny Rollins e Brilliant Corners di Thelonious Monk.

Per la Riverside registra anche un fenomenale sassofonista che si chiama Julian Cannonball Adderley.

Julian “Cannobal” Adderley nasce a Tampa in Florida il15.9.1928 il moniker (nomignolo) Cannonball è una versione deformata del soprannome infantile datogli dal suo compagno di scuola e batterista, Lonnie Haynes, “cannibal” per via della sua mole ed anche per il suo appetito. Suo padre era un cornettista. Al liceo di Tallahasee impara a suonare il fluato la tromba, il clarinetto, prima di dirigere un’orchestra alla Dillard High School di Fort Lauderdale. Nel 1955 parte alla volta di New York dove arriva dopo la recente morte di Charlie Parker; lavora al Cafè Bohemia con Oscar Pettiford e il suo trio. Viene considerato da subito il nuovo Charlie Parker. Insieme al fratello Nat (Nathaniel), trombettista, ottenne un contratto con la casa discografica EmArcy – casa discografica fondata nel 1954 dalla Mercury Records e comprata poi dalla Universal Music Group. Il cui nome è lo spelling delle iniziali Mercury Record Company per la EmArcy. Tra le sue registrazioni: Dinah Washington, Clifford Brown,Clark Terry, Billy Eckstine, Sarah Vaughan, Lionel Hampton, Gerry Mulligan e molti altri – per la quale egli registrò cinque album. Nel 1956 fonda un quintetto con il fratello Nat, ispirato alla musica e allo stile di Dizzy Gillespie e Charlie Parker. Rallenta la sua carriera solista per lavorare con Miles Davis con cui inciderà l’opera di George Gershwin Porgy&Bess insieme a Gill Evans, 1958 Miles, Kind of Blue. Miles Davis contraccambia e suona come sideman, la prima e l’unica volta che lo fa in tutta la sua storia. Nel disco del quintetto di Cannonball Adderley intitolato Somethin’ Else (disco che contiene anche ‘Les feuilles mortes’/Autumn Leaves canzone composta nel 1945 da Joseph Kosma sui versi di Jacques Prévert diventato uno standard jazz con il testo in inglese di Johnny Mercer) i Massive Attack usarono la linea di basso nella canzone Black Milk, incisa per il disco Mezzanine del 1998. Nel tempo della sua formazione Adderley vedrà sfilare i migliori musicisti di quell’epoca: Hank Jones, Bill Evans, Wynton Kelly.

Negli anni sessanta si dedica al funky-jazz ed ha come compagni di avventura prima Joe Zawinul, il quale nel 1966 scrive per Cannonball la bellissima Mercy, Mercy, Mercy , contenuta nel disco Mercy, Mercy, Mercy! Live at ‘The Club del 1966, e poi George Duke. Nel 1975 muore di emorragia celebrale.

a-childs-introduction-to-jazz-by-cannonball-adderleyIl 28 agosto del 1961 la rivista Bilboard dà la notizia della nascita della sussidiaria Riverside Wonderland che produce dischi per bambini tra cui Martyn Green, che legge il libro Le mille e una notte , e un set completo di sei dischi di Cyril Ritchard, che legge Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie. Tra questi dischi c’è anche il disco con la dicitura RLP 1435, A Child’s Introduction To Jazz: Narrated By Julian “Cannonball” Adderley. Nelle Sleeve Notes del disco c’è scritto che lo scopo di questi dischi 12 pollici è quello di introdurre i bambini nel magico mondo dell’intrattenimento. Da questi dischi possono imparare molto ma: “but it never has to seem like learning”, tutto rimane nell’aura del gioco. Insomma: “è questa la parte della magia. Per questi viaggi nel paese delle meraviglie le nostre guide sono attori famosi come Cyril Ritchard e Martyn Green che raccontano i classici immortali per bambini. Sono dischi concepiti, progettati e prodotti da un personale esperto e con esperienza; sono stati incisi presso moderni studi di registrazione. Ad effettuare queste registrazioni sono artisti celebri, tra cui alcuni dei nomi più famosi del mondo dello spettacolo: attori, cantanti e musicisti la cui abilità e fascino sono ben noti a bambini e adulti. Per raccontare ai bambini il mondo del jazz, fu scelto uno degli artisti più celebri del periodo: Cannonball Adderley, noto come uno scrittore molto articolato e ben informato in questo campo. Il commento di Cannonball non ne fa una formale lezione tecnica di musica, è una conversazione alla mano sui punti salienti della storia del jazz attraverso gli stili e i grandi interpreti, da New Orleans fino ad oggi, con ascolti che vanno da Louis Armstrong a Bix Beiderbecke, Fats Waller, Jelly Roll Morton, Duke Ellington, Coleman Hawkins, Sidney Bechet, Thelonious Monk e Cannonball , stesso. Il disco si può ascoltare per intero a questo indirizzo (https://www.youtube.com/watch?v=zkORhAHXJ3o). Nella presentazione del disco Cannonball aggiunge: “questo disco si occupa di dirvi e di ascoltare, qualcosa su cosa è il jazz. Non in una “lezione di musica”, ma qualcosa sul suono del jazz, e perché suona così, e su alcuni dei tanti musicisti che lo hanno suonato e lo stanno suonando ancora. Una cosa che si dovrebbe ricordare ascoltando questo album, è che qualsiasi musica jazz che sentite ovunque, è molto più una questione di persone che esprimono i loro sentimenti e i loro pensieri e le loro idee sulla vita, e lo fanno, naturalmente, attraverso la loro la musica …” Julian’Cannonball’Adderley . Buon ascolto !

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Prosa blues. Intervista a Massimiliano Nuti

di Laura Bonelli

 

Costantino il Grande: un falso mito?

Costantino I è ancora oggi un mistero. Un personaggio dell’antichità osannato e criticato, di cui si hanno notizie controverse dai suoi biografi del IV sec. D.C. e dagli studiosi delle epoche successive.

Mattioli_Masimiliano_Nuti_COSTANTINO_IL_GrandePer Eusebio, vescovo di Cesarea, contemporaneo dell’imperatore, era un esempio di vita pia e devota, un uomo di bellezza e di cultura straordinaria, nonostante si fosse macchiato dell’uccisione della propria moglie e di Crispo, suo figlio.

Voltaire, nel Dizionario Filosofico lo definisce un uomo gonfio d’orgoglio, immerso nei piaceri e un detestabile tiranno.

Tra ricerche storiche e riflessioni filosofiche prova a dare un quadro complessivo del primo imperatore cristiano, dell’epoca e dei personaggi che gli ruotavano attorno, lo storico parmigiano Massimiliano Nuti nel suo saggio “Costantino Il Grande: un falso mito?” (Mattioli 1885).

L’autore è Cultore della Materia in Storia Romana e membro del Seminario “Papiri inediti da Tebtynis” presso l’Università agli Studi di Parma e collabora con il Boston College (MA, USA.)

Perché nel titolo ci si domanda se Costantino il Grande sia un falso mito?

Il titolo gioca sulla distanza che esiste, per molti aspetti, tra la figura idealizzata, appunto mitica, di Costantino e quella che emerge dalla realtà storica, probabilmente meno nota e popolare. Sicuramente alla creazione del mito ha contribuito, in primo luogo, la stessa propaganda dell’imperatore, ma la figura di Costantino è stata anche utilizzata in epoche successive come modello per intervenire in questioni d’interesse contemporaneo, basti pensare all’uso in età medievale di un falso documento, noto come la donazione di Costantino, per sostenere il potere temporale del Papa e la sua superiore autorità rispetto a quella dell’imperatore. Persistono poi vere e proprie ‘vulgate’ che hanno poco di storico; quanti per esempio non associano Costantino all’editto di tolleranza o editto di Milano del 313? Eppure già nel 1891 uno studioso tedesco Otto Seek aveva dimostrato che a Milano nel 313 non fu emanato alcun editto in materia religiosa, né da Costantino, né da altri.

Massimiliano Nuti

Massimiliano Nuti

Dalle tue ricerche che idea ti sei fatto dell’uomo Costantino?

Costantino è una figura molto controversa, sulla quale sono stati espressi, a partire dagli autori antichi, giudizi molto diversi, quando non opposti: è bello, è brutto, è un santo, è un criminale, è un bravo amministratore, è uno scialacquatore. Senza dubbio si vorrebbe sapere di più sulla personalità di questo imperatore, specie considerando alcune vicende famigliari, le cui circostanze rimangono misteriose, come le uccisioni, volute dallo stesso Costantino, del figlio Crispo e della moglie Fausta. Uno studioso, però, può ricostruire un quadro storico con gli strumenti e le fonti che ha a disposizione e, rispetto a quanto si vorrebbe sapere, poco si può dire dell’uomo Costantino, se non come uomo di potere, cioè come imperatore che era senz’altro ben conscio, vale la pena sottolinearlo e il libro cerca di metterlo in risalto, che il suo potere dipendeva dall’esercito ed era preoccupato, sopra ogni cosa, di guadagnarsi e mantenere il favore delle sue truppe.

Che cosa può dare la figura di Costantino a chi si approccia oggi alla sua storia?

Vi sono diversi temi d’interesse nella storia di Costantino, a partire dalla stessa costruzione del suo mito e dal fiorire di leggende intorno alla sua figura; le questioni più importanti sono anche quelle a cui lo stesso imperatore prestava maggiore attenzione: l’argomento religioso, che è anche quello più comunemente collegato all’imperatore, con l’adesione al cristianesimo e l’uso politico della religione; la costruzione dell’immagine imperiale e l’utilizzo da parte di Costantino della propaganda, che influenza le nostre fonti d’informazione ed è spesso un ostacolo per la ricostruzione storica; la cura dell’esercito e l’attenzione a che i soldati seguissero il loro comandante, in un periodo di guerre tra generali per il predominio all’interno dell’impero e di continua pressione dei barbari sui confini. In sintesi, Costantino è figura fondamentale su tutte le principali questioni amministrative, per capire la riorganizzazione del governo imperiale, per far fronte ai problemi di una società in forte cambiamento rispetto al passato.

 

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Salt Peanuts. Altri mondi musicalmente possibili.

di Cosimo Ruggieri

GTO’S (parte III)

Frank Zappa pagava un onorario di trentacinque dollari a settimana alle Gto per incitare le ragazze a scrivere canzoni e a provare. Il tutto avveniva con l’aiuto di Pauline Butcher, la sua segretaria inglese, che si era impegnata a seguire il progetto e a dargli una quadratura. Il 5 dicembre le Gto si esibirono allo spettacolo natalizio delle Mothers of Invention allo Shine Auditorium con Wild Man Fischer e Alice Cooper. Una settimana più tardi, le Gto erano in studio di registrazione con Zappa che faceva il direttore d’orchestra e anche Jeff Beck, Nicky Hopkins e Rod Stewart. La macchina pubblicitaria si mise in moto, furono scattate le foto per l’album e le Gto si ritrovarono in copertina sulla rivista Teen Set.

Outrageously_-Permanent_Damage-1969Poco tempo dopo Miss Cynderella, Miss Mercy e Miss Christine furono arrestate per consumo di eroina. La polizia trovò una siringa che galleggiava nel water in una stanza al Landmark Motel: Frank sospese subito i pagamenti e bloccò la pubblicazione dell’album. Non le perdonò fino alla fine del giugno del 1969, quando ricominciò a lavorare sul loro album.

L’8 dicembre del 1969 uscì finalmente il disco delle Gto intitoltato Permanent Damage, per la casa discografica Straight. Il disco contiene diciotto canzoni di genere Psychedelic rock, Avantgarde, Experimental music; la critica non se ne accorse nemmeno, il disco non ebbe molto successo, veniva trasmesso sopratutto dalle radio hippie, non entrò nemmeno in classifica. Diventò in seguito uno degli album più rivalutato della fine degli anni Sessanta. Zappa affermò: “ho finito il loro album, e il mio partner della casa discografica lo ha ascoltato solo stasera prima della scadenza della consegna, gli ha fatto schifo, diceva che non potevamo pubblicarlo, diceva che nessuno al mondo avrebbe accettato di distribuire il disco”. Le canzoni del disco Permanent Damage si basavano sulle vite delle Gto o anche sulle vite di persone che conoscevano.

Nel testo di TV Lives, Cristhine raccontò di essere un cucciolo di televisione sua madre era un tubo catodico e suo padre una manopola: “quando sono triste, le mie righe orizzontali calano e quelle verticali saltano. Ma quando sono felice, l’indicatore della luminosità è al massimo”. Le canzoni parlavano anche del pericolo dell’autostop, di amori giovanili di Captain Beefheart e della loro vita da groupie. In Miss Christine’s First Conversation With the Plaster Casters of Chicago, c’è registrata una conversazione telefonica tra Miss Christine e Cynthia Plaster Caster, nella quale Miss Christine fa i complimenti a Cynthia per i suoi diari. Frank Zappa voleva fare un catalogo e una mostra con opere delle Plaster Caster di Chicago, e a questo scopo aveva fatto dattilografare i diari di Cynthia e aveva registrato le loro conversazioni con altre Gto.

Frank aveva firmato un contratto con la Stein&Day per la pubblicazione di un libro di politica, ma la scadenza del 1 gennaio del 1969 si avvicinava e non aveva scritto nulla, così in alternativa mandò alla casa editrice i The Groupies Paper. Cynthia si trasferì a Los Angeles e firmò con la società di Zappa. Cynthia racconta che all’epoca in cui Frank la scoprì, lei era una semplice impiegata che lavorava ad una macchina perforatrice. Lui fu il primo a definirla artista, per lei quello che faceva era spontaneo e divertente, lei non aveva mai pensato che potesse essere un’arte.

Quando tornò a Chicago, Cynthia lasciò i calchi dei peni in custodia nella cassaforte di Cohen e li chiese indietro nel 1991 sebbene Cohen pensava che fossero di sua proprietà. Nell’autunno del 1991, Cynthia intentò un’azione legale contro Cohen per avere indietro i suoi calchi e ci vollero due anni per arrivare all’udienza preliminare. In quella occasione affermò:“sono stata alla sbarra dei testimoni per quasi due giorni, parlando di cazzi in un’ aula di tribunale presieduta da un giudice donna dallo sguardo imperturbabile. Non è stato divertente come sembra”. Nel giugno del 1993 riebbe indietro i suoi calchi e diecimila dollari di risarcimento danni.

Le canzoni parlavano di un po’ di tutto, anche delle loro esperienze nell’ora di ginnastica, come ad esempio in Who’s Jim Sox? Nessuna di loro aveva mai scritto un testo; le loro erano più che altro delle feste tra amiche, dove ci si scambia confidenze. Il loro era più che altro un pretesto per far conoscere le loro idee e far capire come erano diventate quello che sono. La canzone Rodney è ispirata al Disc jockey Rodney Bingenheimer – di cui le Gto erano talvolta ospiti – e alla sua importanza nella storia della musica.

Nel libro Sto con la band. Confessioni di una groupie, Pamela Des Barres racconta: “che era una figata fare la pipi nel bagno di Rodney e sfogliare il suo portfolio in continua espansione mentre te ne stavi seduta sulla tazza del cesso”. C’erano anche canzoni dedicate ad altri musicisti, come ad esempio I’m In Love With The Ooo-Ooo Man, dedicata a Nick St. Nicholas, membro degli Steppenwolf .

Pamela descrive nel suo memoire la registrazione del disco: “Eravamo tutti nel piccolo studio poco illuminato, canticchiando insieme a Mercy che cantava Shock Treatment in modo stonato, quando entrò la Jeff Beck Group… sono stata molto contenta di vedere che Jeff aveva portato con se Rod Stewart, che per noi tutte divenne istantaneamente amichevole così cominciammo a chiamarlo Rodney Rooster (gallo) per il suo bastone e la sua pettinatura all’insù. Frank mise subito Jeff (Beck ) e Nicky (Hopkins) al lavoro, aiutando i nostri magri sforzi in modo brillante… Dopo l’assolo di Jeff (Beck ) su The Garbage Eureka Springs Lady siamo usciti alla periferia di Glendale chiamando ad alta voce “Rodneeeee, Rod-neeeee!” finché non lo abbiamo trovato seduto sui gradini di una scuola elementare, stizzito e irritato come se fosse stato estromesso (dalla registrazione), lo trascinammo di nuovo in studio, dove migliorò la canzone Shock Treatment, con la sua voce che era come carta vetrata. Siamo tutti rimaste in cerchio ad ascoltare con le cuffie, seguendo l’esempio di Rod Stewart : Shock Treatment, oh let me go-oo, shock treatment, oh let me go-oo. Non riuscivo a credere ai miei occhi e alle mie orecchie. Frank sorrideva e dirigeva con la sua bacchetta, le ragazze miagolavano come meglio potevano, Rod aveva gli occhi chiusi e sudava ed emetteva lamenti, Nicky (Hopkins) e Jeff (Beck) si dondolavano per la musica, e io ero nel bel mezzo della mia sessione di registrazione!”.

Nel 1969 Zappa provò a predire il futuro delle Gto: “alla fine la maggior parte di loro si sposerà con comuni lavoratori: impiegati, operai, dei tipi qualsiasi”. La sua predizione era totalmente sbagliata. Christine si è trasferita sulla East Coast dove ha curato i suoi problemi alla schiena. E’ morta di overdose di eroina nel 1972 a 22 anni nella casa che aveva affittato da Jonathan Richman, cantante del gruppo Jonathan Richman & The Modern Lovers (per intenderci quelli della canzone Ice Cream Man che ricordo veniva mandata in onda in modo massiccio da Prince Faster su Radio Rock, una radio locale romana nata tra il 1984 e il 1985).

Secondo Pauline Butcher se Frank Zappa aveva una Gto preferita, questa era Christine. La voleva lanciare come modella e la scelse per la copertina di Hot Rats. Nessuno saprà mai se si trattò di un incidente o se l’avesse programmato .

Pamela Miller si è sposata con Micheal de Barres, cantante del gruppo Power Station da cui ha avuto un figlio. Ha scritto molti libri con il suo nome da sposata, raccontando il mondo delle groupie, ad esempio Sto con la Band confessione di una Groupie del 1987.

Mercy Fontenot, il cui vero nome è Judith Edra Peters, si è sposata con il figlio del pioniere del rhythm and blues Johnny Otis dal quale ha poi divorziato. Negli anni 90 ha smesso con le droghe pesanti e avuto un altro breve matrimonio, ora vive a Los Angeles. Una sua interessante intervista si può trovare qui http://juicemagazine.com/home/miss-mercy-the-gtos/.

Cynthia Sue Wells ha sposato John Cale dei Velvet Underground nel 1971 dal quale ha divorziato nel 1975. La canzone di John Cale Guts nel primo verso recita cosi: “The bugger in the short sleeves fucked my wife”. Un riferimento a Kevin Ayers chitarrista dei Soft Machine che era andata a letto con sua moglie. Cynthia Sue Wells è morta il 19 febbraio del 1997 a Palm Desert in California. La sua morte non è stata riportata fino al 2007 quando Pamela Des Barres non la menzionò nel libro Let’s spend the night together-Stanotte stiamo insieme nel quale inavvertitamente scrive l’hanno, sbagliato, della morte, sostenendo che era morta in circostanze sconosciute.

Lucy Offeral si è sposata con Gordon McLaren, bassista di un gruppo che per caso si chiamava The Groupies. Hanno divorziato nel 1981 dopo aver avuto un figlio. Lucy si è risposata altre due volte ha avuto un altro figlio, morto a causa dell’Aids a dieci anni. Lucy muore nel 1991 a causa dell’ Aids che anche lei aveva contratto.

Sparkie Parker conosciuta anche con lo pseudonimo di “Sharkie Barker”, ha registrato una parte vocale per la canzone Disco Boy inclusa nel disco Zoot Allures di Frank Zappa del 1976; ha lavorato come production designer per la Disney e altre case cinematografiche. Vive nella contea di Los Angeles e conduce una vita molto riservata.

Sandra Leano ha dato alla luce la figlia di Calvin Schenkel, Raven, ma non lo ha mai sposato. Schenkel è l’artista che ha realizzato molte copertine per i dischi di Frank Zappa, i Mothers of Invention, Lenny Bruce,Wild Man Fischer, Captain Beefheart & the Magic Band, i Fugs e molti altri; inoltre ha creato il logo della casa discografica di Zappa Bizarre Records e anche la copertina del disco delle Gto Permanent Damage. Sandra è tornata a San Pedro dove è nata e dove ha sposato Bradley Harris dal quale ha avuto tre figli, per un certo periodo hanno vissuto in Italia. E’ morta di cancro al seno il 23 aprile del 1991 ad Albion in California.

 

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Prosa Blues. Intervista al giornalista Alfredo Macchi

di Laura Bonelli

 

“War Landscapes. Raccontare la guerra”

 

Raccontare la guerra è sempre una questione di equilibri e di forma.

L’Occidente ne ha dimenticato gli odori e gli orrori, ricordando solamente alcune parole chiave comuni, che ha identificano come la “maledetta che distrugge tutto”. Gli attimi della devastazione vengono riproposti in tutte le salse emotive possibili dai media, ma il dopo, le mancanze, quello che non rimane, come si fa a descriverli?

Alfredo Macchi, inviato dal teatro di guerra

Alfredo Macchi, inviato dal teatro di guerra

Lo fa egregiamente il giornalista Alfredo Macchi con il libro fotografico “War Landscapes” (Tempesta Editore), attraverso una narrazione di immagini che colpiscono nel segno, trasmettendo al lettore, in modo preciso, il senso di vuoto che lascia la fine di un conflitto e facendo rimbalzare nella testa un’unica, addolorata domanda: “E adesso?”.

Le parole che accompagnano le immagini obbligano ad una riflessione che non è dettata da un impeto emotivo, ma che spinge ad una crescita individuale che arrivi ad essere in grado di osservare e vivere il quotidiano affinché non si arrivi ad un conflitto. E tra le mille parole di mille poeti che hanno narrato i dissidi, l’autore sceglie una filastrocca di Gianni Rodari, a conclusione del volume, per ricordare, semplicemente, le cose da fare ogni giorno ed ogni notte, ed una sola, la guerra, da non fare mai.

Alfredo Macchi è un inviato Mediaset dal 1992, ed è anche uno dei volti che attraverso i telegiornali e i servizi di approfondimento ha raccontato al pubblico gli eventi più drammatici ed importanti del nostro tempo: arriva a N.Y. poche ore dopo l’abbattimento delle Torri Gemelle, è il primo giornalista di una televisione italiana ad entrare a Kabul dopo la caduta dei talebani, è in Iraq, a Nassyria e nelle basi italiane in Afghanistan, documenta il terremoto di Haiti, segue le rivolte in Egitto, Tunisia e Libia. Suoi i servizi e l’annuncio in diretta dell’attacco delle forze speciali a Parigi, nei giorni di Charlie Hebdo.

Una passione, quella del giornalismo, che si affaccia fin dai giorni dell’adolescenza alla quale affianca quella della fotografia e che gli ha permesso di collaborare con diverse organizzazioni umanitarie.

COVER WAR LANDSCAPES“War Landscapes” racconta le “assenze” che lascia la guerra. Quali sono i pensieri e le emozioni che ti hanno attraversato durante i tuoi numerosi viaggi nei paesi in cui era in atto un conflitto?

In questi quindici anni da inviato per Mediaset in zone di guerra ho scattato migliaia di fotografie di dolore, urla, folle, feriti. Nel libro War Landscapes ho scelto foto di paesaggi segnati dai conflitti, lontano dall’emozione e dal rumore, perché vorrei far riflettere non su un singolo combattimento ma sulle conseguenze di tutte le guerre. Città distrutte, campi di battaglia, scheletri di carri armati ed aerei, cimiteri: ovunque ho ritrovato le stesse scene. Ogni guerra è diversa ma alla fine le conseguenze che lascia sono sempre le stesse. Quando smetto di lavorare per la tv e ho realizzato i miei servizi, prendo in mano la macchina fotografica e scatto le immagini, soprattutto per me stesso, per congelare le emozioni che mi trasmettono luoghi e situazioni. Quando sei in prima linea le sensazioni vanno dalla paura alla compassione, dall’ansia alla stanchezza. Nelle foto cerco di raccogliere soprattutto le atmosfere, la desolazione, il silenzio che accompagnano la guerra.

Nel tuo libro c’è un aspetto che rincuora, ed è l’immagine di come i bambini vivano quei luoghi distrutti. Che cosa hai visto in loro?

I bambini sono in grado di superare i drammi vissuti in maniera straordinaria. Nei campi profughi, tra le rovine delle loro case, dopo lo spavento riprendono presto a giocare. E’ il loro modo di sopravvivere. Certo dentro porteranno traumi difficili da superare e spesso tanto odio che sarà benzina per altre guerre. Mi è capitato di vedere bambini che mi sorridevano nel letto di ospedale con un braccio o una mano amputati: e mi sono detto che io non sarei capace di tanta forza nelle stesse condizioni. Eppure quei sorrisi mi sono rimasti dentro e mi hanno trasmesso fiducia nei momenti più difficili.

Balabalouk, Afghanistan, 2009 (una foto dal libro di Alfredo Macchi)

Balabalouk, Afghanistan, 2009 (una foto dal libro di Alfredo Macchi)

Hai scelto di fotografare posti in cui l’elemento umano è presente solo marginalmente. C’è però una storia, un evento, un dettaglio che ti ha colpito e che si nasconde dietro alle tue fotografie?

Dietro ogni fotografia e ogni conflitto ci sono tante storie. Nel mio libro per esempio c’è un capito “strade” nel quale cerco con le fotografie di trasmettere l’angoscia che si vive spostandosi in una zona di guerra, dove la bomba o il gruppo armato possono sbucare dietro ogni angolo. C’è l’immagine di un camion crivellato di colpi in Sud Sudan, comparso dietro una curva, quando eravamo soli su una jeep in mezzo al nulla della savana. In quegli istanti il cuore ti balza in gola. La prima volta che sono andato in Afghanistan nel 2011 ho fatto una parte del viaggio con Maria Grazia Cutuli del Corriere della Sera. Poi ci siamo separati. Io ho proseguito sulla strada per Kabul travestito da afghano con un taxi. Lei ha preferito aspettare tre giorni per passare con un convoglio di decine di auto, in teoria più sicuro, e ha trovato la morte ad attenderla. A volte è solo questione di fortuna.

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Salt Peanuts. Altri mondi musicalmente possibili.

 

di Cosimo Ruggieri

 

GTO’S (parte II)

 

Zappa era sospettoso del femminismo, perché metteva in discussione i suoi valori patriarcali siciliani, non trovava divertenti gruppi dal nome “Women’s International Terrorist Conspiracy from Hell – Cospirazione femminile dall’inferno, terrorista e internazionale”, acronimo della parola Witch, che in inglese significa strega. Il loro slogan era: “A chicken in every pot, a whore in every home – un galletto in ogni pentola e una puttana in ogni casa”, che riprende uno slogan della campagna di Hoover, candidato repubblicano sconfitto da Roosvelt alle elezioni presidenziali del 1928, nel corso della quale Hoover aveva promesso “A chicken in every pot, a car in every garage”, un pollo in ogni pentola, una macchina in ogni garage. “Chicken”, nell’accezione di “galletto” indica anche l’uomo nella connotazione femminista.

Gail (la moglie di Frank Zappa) aveva trovato una casa a Laurel Canyon, una valle che, prima del grande sviluppo, forniva l’acqua per le aziende agricole alla base del canyon e serviva anche come pascolo per allevatori di ovini. Nel 1910 con lo sviluppo dell’industria cinematografica di Hollywood il canyon attirò moltissimi attori tra cui Wally Reid, Tom Mix, Clara Bow, Richard Dix, Norman Kerry, Ramon Navarro, Harry Houdini e Bessie Love, Errol Flynn. Nel 1947, l’Army Air Corps costruì nel canyon uno studio top-secret (chiamato La top secret 1352d Motion Picture Squadron Lookout Mountain Laboratory) per la produzione di film di addestramento militare per il Dipartimento della Difesa, documentari tra cui una serie sui test nucleari in superficie in Nevada. Il leggendario cowboy e stella del cinema Tom Mix nel 1915 si fece costruire una casa sfarzosa nel canyon, perfetta per la sua immagine di attore di Hollywood. Il posto giusto per bere forte e socializzare. L’attore più pagato di Hollywood divenne proprietario di una enorme casa di diciotto stanze, come casa di caccia, con tronchi di eucalipto e pino rosso tra il Laurel Canyon Boulevard e il Lookout Mountain Drive. La struttura vantava una sala da pranzo di 2.000 metri quadrati, camere, e una pista da bowling nel seminterrato. Nella tenuta c’erano sentieri che portano a cavità, strutture in pietra elaborate, grotte nascoste con cunicoli che attraversano Laurel Canyon Boulevard; i sotterranei del Laurel Tavern/ Log Cabin erano collegati con grotte e gallerie. Secondo vari racconti, un tunnel segreto scorre sotto quello che oggi è il Laurel Canyon Boulevard, collegando il Log Cabin (o la sua foresteria) alla tenuta Houdini, la stessa casa dove molti anni dopo nel 1991 il gruppo losangelino dei Red Hot Chili, Peppers, visse e incise insieme al produttore musicale Rick Rubin, il pluri premiato disco Blood Sugar Sex Magik, vincitore del disco d’oro, del disco d’argento e sette volte del disco di platino negli Stati Uniti.

Grace Slick ospite nella casa di Zappa scrive nella sua autobiografia: “La casa nel canyon di Frank Zappa dove sono andata parecchie volte, sembra proprio il castello dei troll. Donne dai capelli scarmigliati gironzolavano in vecchi abiti lunghi, e bambini nudi correvano dappertutto, mentre Frank stava seduto dietro pile di attrezzature elettroniche discutendo le sue ultime idee per gli arrangiamenti della sua musica rock hippie satirica”. Frank, che non assumeva mai droghe, si faceva apertamente beffa della stessa controcultura che aiutava a fiorire. Il bluesman inglese John Mayall arrivò a Los Angeles nel 1968, città dove fu accolta in modo caloroso la canzone 2401-l’indirizzo della casa di Frank Zappa – dell’album Blues from Laurel Canyon e descrive la vita “alla capanna” di Tom Minx. Racconta di un posto accogliente e parla dei suoi abitanti descrivendone la vita: “There’s a hero living at 2401 and all around, a family circus in the sun, got his Mothers working, while you’re having fun, trying to change the system, many things that must be done, where did Moon go? better call at GTO, in the red room Pam is planning where to go, Gail and Pauline who is prowling round your door?”.

La capanna di Tom Minx era una meta per tutti i musicisti inglesi e non, nel libro del 2006 intitolato “Laurel Canyon: The Inside Story of Rock-And-Roll’s Legendary Neighborhood”, Micheal Walker scrive così: “la fine degli anni sessanta e l’inizio degli anni settanta, una raccolta estemporanea di musicisti colonizzò un canyon profumato di eucalipti nel profondo delle colline di Hollywood fusero folk, rock e pop americano in un suono che conquistò il mondo come le canzoni dei Beatles e dei Rolling Stones avevano fatto prima di loro. Durante l’era d’oro del canyon, i musicisti che hanno vissuto e lavorato lì hanno scritto decine di hit epocali da California Dreamin’ a Suite: Judy Blue Eyes, che hanno venduto milioni di dischi e resettato il termostato della cultura pop”. La casa era frequentata anche da un’ altra groupie, Cynthia Albritton, conosciuta anche come Cynthia Plaster Caster, nata a Chicago nel 1947, una teenager senza molte pretese con una grandissima collezione di vinili di Broadway. Un giorno una sua compagna di classe portò a scuola una foto di George Harrison e Cynthia se ne innamorò. Divenne una fan dei Beatles, per poi approdare ai Rolling Stones, per poi passare a qualsiasi gruppo inglese con i capelli lunghi, per poi passare anche alle band americane. La fase successiva fu quella di irrompere nelle loro stanze d’albergo. Cynthia teneva dei dettagliatissimi diari in cui usava un codice per non farsi scoprire dalla madre : “trivella” per il pene, “cromatura” per il sesso orale, “mettere in banca” per la “masturbazione” e “marmocchiare” per il rapporto completo. La sua arte nacque a scuola, durante l’ora di educazione artistica il professore chiese di portare qualcosa per realizzare un calco con l’alginato, la miscela che usano i dentisti per fare i calchi di denti e gengive. Cynthia pensò che un pene eretto avrebbe fatto una buonissima impressione. Nel 1967 era amica di molti gruppi che erano stati in tour a Chicago, ma prima doveva fare la prova con qualcuno, si fece aiutare da Dianne, una sua amica che faceva indurire il pene usando la bocca o la mano; quando era quasi pronta Cynthia mescolava polvere d’alginato e praticava il calco. Dopo vari tentativi e dopo aver affinato la tecnica erano pronte per le rockstar. Cynthia non era particolarmente attraente, copriva il suo corpo proporzionato ma sovrappeso con magliette larghe e jeans; per attirare l’attenzione dei suoi obbiettivi, li avvicinava nelle hall degli alberghi o al concerto chiedendo come era la loro “trivella”, la risposta era sempre la stessa: “vieni nella mia stanza tra dieci minuti”.

I diari di Cynthia erano pieni di dettagli divertenti, come ad esempio quando prese il calco del pene di Jimi Hendrix.Un evento catastrofico: Jimi aveva un pene grande che aveva richiesto l’utilizzo di un vaso più grande, al momento dell’estrazione non era riuscito a tirarlo fuori. Altri nella stessa situazione si erano fatti prendere dal panico, mentre Jimi rimase calmo probabilmente perché, come pensava Cynthia, stava godendo della morsa stretta. Per nulla rimasti intimoriti dal fiasco, Noel Redding e Mitch Mitchell si erano messi in fila per la realizzazione del loro calco. Cynthia ha anche un sito ufficiale (http://www.cynthiaplastercaster.com/ ) dove alla voce list of castees and failures c’è la lista di tutte le persone a cui a realizzato il calco del pene o del seno.

Su di lei è stato realizzato anche un documentario Plaster Caster, che esplora la sua arte con interviste ai “castees” Noel Redding (The Jimi Hendrix Experience), Jello Biafra (The Dead Kennedys), Eric Burdon (The Animals), Pete Shelley (The Buzzcocks), Jon Langford (Mekkons), Wayne Kramer (MC-5), Paul Barker (Ministry ). Cynthia è stata anche citata in una canzone dei Kiss del 1977, intitolata Plaster Caster, presente nel disco Love Gun, dove dice: “Plaster caster grab a hold of me faster and if you wanna see my love just ask her and my love is the plaster and yeah, she’s the collector”.

Le GTO'S

Le GTO’S

Vito Paulekas era un freak e insieme al suo amico Carl Franzoni, conosciuto anche come “Captain Fuck”, avevano un gruppo di sedicenti freak che giravano per i club. In alcuni di questi, Paulekas e i suoi ballerini divennero una grande attrazione. Facevano parte del gruppo anche delle giovani donne, prima conosciute come Cherry Sister, per poi tramutarsi in The Laurel Canyon Ballet Company, per poi tramutarsi aancora, su consiglio di Frank Zappa in GTO’S, acronimo di “Girl Together Outrageously”- ragazze oltraggiose insieme. Il nome inganna parecchio, perché come racconta Pauline Butcher se all’inizio potevano sembrare “una gang immorale e scalcinata”, non erano delle ninfomani come il loro stile di vita e gli abiti succinti e trasparenti potevano lasciare pensare. Pamela e Sparkie a diciannove anni erano ancora vergini. Christine era dedita all’astinenza sessuale. Lucy aveva un ragazzo che si vestiva in modo da dandy in stile Beau Brummel. Cinderella frequentava il musicista Tiny Tim, all’ anagrafe Herbert Buckingham Khaury, citato anche anche nel libro di Thomas Pynchon, Inherent Vice, con la canzone The Ice Caps Are Melting, conosciuta anche come The Other Side, non credeva nel sesso prima del matrimonio. La stravagante Mercy cercava di non attirare i ragazzi. Sandra, anche se aveva una faccia da dodicenne, aveva con forti appetiti sessuali. Mercy che si chiamava Judy era scappata da un riformatorio e viveva rubando nei negozi cibo e vestiti. Le GTO’S erano Miss Pamela (Pamela Ann Miller che dopo aver sposato l’attore e musicista lord Michael Philip Des Barres divenne Pamela Des Barres), Miss Sparky (Linda Sue Parker), Miss Lucy (Lucy Offerall, diventata poi Lucy McLaren), Miss Christine (Christine Frka – che comparirà sulla copertina del disco di Frank Zappa Hot Rats, ideata da Calvin “Cal” Schenkel. Per la sua realizzazione venne utilizzata una fotografia ad infrarossi che ritrae Christine Frka dentro una piscina vuota a Beverly Hills; fu anche la babysitter della prima figlia di Zappa, Moon Unit Zappa, e amica di Vincent Damon Furnier aka Alice Cooper che poi Zappa contribuì a lanciare; Miss Sandra (Sandra Lynn Rowe, diventata poi Sandra Leano); Miss Mercy (Mercy Fontenot, aka Judith Edra Peters) e Miss Cynderella (Cynthia Wells, diventata poi Cynthia Cale-Binion). Frank Zappa si era reso conto che le ragazze necessitavano di un sostegno economico e quindi decise di dare loro trentacinque dollari a settimana, ma i soldi non bastavano, le ragazze avevano anche bisogno di un posto dove vivere. Herbert “Herb” Cohen consigliò alle ragazze il Landmark Hotel, composto da una serie di appartamenti a schiera tra gli alberi di Fountain Avenue , lo stesso per inciso dove morì Janis Joplin il 4 ottobre del 1970. Le ragazze frequentavano i locali più in voga di quell’epoca tra cui il Factory dove si incontravano anche Sammy Davis Jr e Peter Lawford. Quando Sammy Davis Jr mandò una bionda elegante sui vent’anni, loro affermarono balbettando che loro erano le GTO’S e che stavano con Frank Zappa e che presto avrebbero fatto un disco.

Nel 1967 Frank Zappa incideva per la Verve Records che non aveva rispettato la scadenza per il rinnovo del contratto dopo l’incisione del secondo album, Absolutely Free, registrato con i Mothers of Invention. Questo diede la possibilità a Frank Zappa e a Herbert “Herb” Cohen di creare una propria casa discografia con il totale controllo della produzione musicale e con il progetto di produrre anche la musica di altri artisti. Fu fondata la Bizarre Records, il primo disco di Frank Zappa e i Mothers of Invention registrato per la Bizarre fu We’re Only in It for the Money del 1968 e il primo disco solista di Frank Zappa Lumpy Gravy del 1967. Nei primi anni del 1969 la Bizarre fu distribuita dalla Warner Bros, che tra le etichette della famiglia includeva anche la Reprise Records, creata da Frank Sinatra, e la Straight Records, fondata sempre da Zappa e Cohen, per lanciare le scoperte musicali fatte da Zappa e Cohen. La loro intenzione originale era quella di pubblicare dischi di artisti d’avanguardia sulla Bizzarre e di registrare artisti “più tradizionali” sulla Straight. Qualcosa non funzionò per problemi con la distribuzione e la registrazione degli artisti, quindi alcuni artisti insoliti come Captain Beefheart, Alice Cooper, Tim Buckley finirono con il registrare per la Bizarre. Il primo disco lancio per la Bizarre fu un album doppio di Lenny Bruce del 1965, ma pubblicato nel 1971, intitolato The Berkley Concert, una performance incentrata sui suoi problemi legali, e anche un doppio di Larry Fischer, un senzatetto dimesso da poco da un ospedale psichiatrico che cantava i suoi pezzi a pochi centesimi sulla Sunset Strip, come quello intitolato An Evening with Wild Man Fischer.

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Rubrica: Prosa Blues. “Aspettando Mr. Woolf”

di Laura Bonelli

 

aspettando mr wolf coverDove si risolve il conflitto tra bene e male, tra giusto o sbagliato? E dove alberga la verità?

L’ultimo romanzo di Accursio Soldano “Aspettando Mr. Wolf” (Graphofeel Edizioni) si interroga su questi grandi temi esistenziali, raccontando la giornata particolare di un giornalista siciliano a cui è stato concesso di intervistare in carcere un mafioso, che non si è mai pentito dei suoi delitti.

Ne verrà fuori un dialogo serrato, in cui Aristotele Giordano, un corrispondente per la sezione regionale di una testata nazionale, alla ricerca dello scoop per poter scrivere un libro, si troverà a mettere a dura prova tutte le sue convinzioni, incalzato da Don Fofò Catanzaro, un assassino che sembra avere un concetto di giustizia molto più chiaro di lui.

L’autore utilizza un gergo incalzante, dai dialoghi al cardiopalmo, e manifesta la padronanza del linguaggio teatrale, campo in cui si è distinto come autore.

Il romanzo è anche una dura critica al mondo del giornalismo, un ambito fatto di pezzi cancellati all’ultimo momento perché soverchiati da gossip o da casi più succulenti per la vendita, di bocconi amari da ingoiare, di tentativi di emergere fiaccati dal potere dei raccomandati, che mettono a dura prova l’anelito proprio della professione giornalistica, ovvero la ricerca della verità.

Ed è proprio su questi principi logorati che l’esuberanza e la chiarezza di Don Fofò faranno presa su Giordano, mettendo in crisi le sue idee e lasciandolo debole rispetto alla forza con cui il mafioso ha condotto i suoi delitti.

Il romanzo obbliga ad una verifica anche il lettore che, pur non volendo, si trova a dover guardare i processi del pensiero cosciente sul concetto di giustizia (che mai si ammetterebbe essere a favore della mafia), e, anche non condividendo i metodi, si vede invitato a trovare e fare emergere dalle proprie zone d’ombra, principi ed idee che sembrano essere in perfetta linea col modo di pensare mafioso.

Accursio Soldano

Accursio Soldano

Accursio Soldando è giornalista, scrittore ed autore di teatro. Lavora a Tele Radio Sciacca, città in cui è nato. Ha collaborato con “Repubblica” ed ha vinto premi in campo giornalistico e teatrale.

Il suo primo romanzo è “Il venditore di attimi” (Graphofeel Edizioni) dal quale è stata tratta l’omonima pièce teatrale. E’ autore del saggio “Giuseppe Bellanca e i pionieri sulle macchine volanti” (Epsylon Editrice), eletto libro dell’anno dall’ Associazione Tradizioni Popolari e di Cultura d’Arte di Sicilia.

E’ autore cinematografico: il suo cortometraggio sui pupi siciliani “Don Turi e Gano di Magonza”, che contiene una delle ultime apparizioni in pubblico del grande Ciccio Ingrassia, ha vinto il Premio Speciale della Giuria per l’eccellenza culturale al Parma International Music Film Festival 2014.

Rubrica

Salt Peanuts. Altri mondi musicalmente possibili.

 

di Cosimo Ruggieri

 

GTO’S (parte I)

 

Le Groupies probabilmente esistono sin dai tempi antichi. Il termine cominciò ad essere usato negli anni Sessanta con l’affermarsi della musica rock. Di solito le groupies erano devote ad una band in particolare o anche ad un singolo musicista, li accompagnavano nei tour assecondandone spesso le fantasie e le voglie sessuali. Il fenomeno è antico, come detto, ed è stato descritto anche nel libro di Mary McCarthy, del 1942, intitolato Gli uomini della sua vita (The Company She Keeps). La rivista musicale Rolling Stones dedicò al fenomeno il numero di febbraio del 1969 intitolandolo “Groupies: The Girls of Rock”, in cui si analizzava il comportamento sia dei musicisti che delle stesse groupies. Jenny Fabian insieme al giornalista Johnny Byrne, nel 1969, scrisse un libro autobiografico intitolato Groupie in cui descrive la sua vita e le sue avventure al seguito delle band. Jenny Fabian era una starfucker, come cantavano i Rolling Stones nella canzone Star Star (contenuta nel disco Goats Head Soup del 1973), originalmente intitolata starfucker, ma gli fu cambiato il titolo dopo le insistenti pressioni del proprietario della Atlantic Records distributrice della Rolling Stones Records, Ahmet Ertegün. Il testo faceva esplicitamente riferimento a pratiche sessuali, Mick Jagger cantava: “Yeah, I heard about you Polaroid’s Now that’s what I call obscene/ Your tricks with fruit was kind a cute I bet you keep your pussy clean/ Honey, I miss your two tongue kisses Legs wrapped around me tight If I ever get back to New York, girl Gonna make you scream all night Yeah! You’re a star fucker, star fucker, star fucker, star fucker, star Yeah, a star fucker, star fucker, star fucker”. Nel libro Jenny Fabian racconta che il loro unico obbiettivo erano le rockstar, usando nomi fittizi racconta dei suoi incontri con musicisti del calibro di Pink Floyd , Syd Barrett, Jimi Hendrix, Andy Summers dei Police, i Soft Machine, i New Animals di Eric Burdon, e molti altri. Scrive che all’epoca era molto più semplice avvicinarsi alle rockstar, non c’era bisogno di permessi per i backstage dei concerti, era molto più facile incontrarli e passare del tempo con loro, non come adesso che i musicisti sono sempre scortati.

Racconta l’epoca della swinging London attraverso i locali, come lo Speak Easy amato dall’industria del rock; il Middle Earth preferito dagli hippie o come la stilista Thea Porter e la sua boutique a Soho che con i suoi tessuti di raso vestì i Pink Floyd per la copertina del disco “The Piper Gates at Dawn”, oppure i Beatles per la copertina di Sgt Pepper’ s Lonely Hearts Club Band. Secondo Jenny si diventava groupie perché era eccitante e possibile, e le ragazze non se ne vergognavano, per loro era un gioco. Ma non erano delle galline, dice Jenny, la quale tira una frecciatina anche al film Almost Famous di Cameron Crowe, del 2005, nel quale si racconta la storia del timido adolescente di San Diego, William Miller. Per Jenny i personaggi del film sono nauseanti. La rivoluzione sessuale degli anni Sessanta, scrive Jenny, si può vedere anche come un fenomeno riconducibile all’appagamento del solo uomo, anche se la pillola aveva dato delle libertà alla donna. In fondo era anche un modo con cui gli uomini si toglievano dai guai, che si portavano dietro, appiccicati, ad una immagine posticcia delle donne; le chiamavano “pupe” e si aspettavano che loro stessero a guardarli con aria sognante, con vesti svolazzanti in stile preraffaellita intente a rollare spinelli e a cucinare riso.

ALMOST-FAMOUS_1024Le femministe aborrivano le groupie. Germaine Greer ad esempio era risentita perché nel suo libro Jenny aveva dipinto il suo alter ego, Katie, come una che perpetuava il mito patriarcale. In L’eunuco femmina afferma che Groupie, con il personaggio di Grant, propone lo stereotipo romantico dell’uomo virile e autoritario. Kris Kristofferson cantava nella canzone Me and Bobby McGee: “Freedom’s just another word for nothin’ left to lose, And nothin’ ain’t worth nothin’ but it’s free”. Gli anni Sessanta sono stati l’inizio di nuove forme d’arte e di sperimentazione, molti non sono arrivati in fondo perché vittime di queste sperimentazioni. Nei recessi del rock and roll troviamo l’ammiratrice sfrenata che usa tutti i modi per avvicinarsi alle rockstar. Le stesse che per i rocker sono una dimostrazione di potere espresso attraverso il sesso e diventato il simbolo del successo. Ronnie Hawkins disse a Robbie Robertson, per cercare di farlo entrare nel suo gruppo: “non farai tanti soldi, ma avrai più fighe di Frank Sinatra”. Marianne Faithfull, ad esempio, che era una ragazza di buona famiglia, educata in collegio, come molte credeva nel mito del rock and roll ed aveva una ostinazione per “avere” un Rolling Stones per amante. Così andò a letto con tre dei componenti per poi affermare che il cantante era il migliore.

All’inizio erano conosciute come “pollastrelle dei gruppi”, per i musicisti country erano le “regine del tabacco da fiuto”, dagli anni Sessanta sono state definite le ragazze dei gruppi o “groupies”. I primi ad “usufruirne” sono stati i Beatles, le fan dei Beatles-Apple Scruffs, che prendono il nome dagli spessi cappotti e maglioni che indossavano contro il freddo di Londra; in inglese, scruffs significa persona sciatta, trasandata. Li aspettavano all’uscita di servizio dei teatri ma anche davanti all’ edificio della Apple-da qui prendono il nome appunto – e agli esordi della band davanti agli studi di registrazione della EMI in Abbey Road. Il 15 aprile del 2015 il colosso informatico Google ha presentato sul web un avvincente viaggio virtuale negli interni degli Abbey Road Studios (https://insideabbeyroad.withgoogle.com/en) che consente agli utenti di esplorare ogni angolo dei tre studi principali. Nel sito ci sono più di 150 diverse immagini panoramiche a 360 °. Mentre si cammina attraverso gli studi si possono vedere i video e le immagini storiche di Abbey Road da Elgar e la London Symphony Orchestra, agli inizi degli studi nel 1931, fino a Jay Z che parla del suo album Magna Carta con Zane Lowe. Si può anche giocare con le apparecchiature in modo interattivo come ad esempio il registratore J37 a 4 tracce che fu utilizzato per registrare l’album dei Beatles Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band. Durante le registrazioni del White Album, le ragazze rimasero davanti agli studi della EMI con costanza, anche sotto la neve.

Due di loro furono chiamate per registrare le parti dei cori nella canzone Across the Universe, la versione con i loro cori può essere sentita nel disco di beneficenza per il WWF del 1969 intitolato No One’s Gonna Change Our World, ma non in un disco ufficiale della band. Le Apple Scruffs pubblicarono nel 1970 una rivista periodica ricca di notizie a volte sconosciute anche al personale della Apple. Carol Bedford una Apple Scruff americana, ha scritto un libro con le sue esperienze intitolato Waiting for the Beatles: An Apple Scruff’s Story, in cui racconta ad esempio quando George Harrison le diede un passaggio in mercedes o anche che la canzone She Came In Through the Bathroom Window si riferisce ad un episodio un cui alcune Apple Scruffs entrarono di nascosto in casa di Paul McCartney attraverso una finestra del bagno e rubarono oggetti personali come foto e diapositive che Paul riuscì ad avere indietro grazie alla mediazione della stessa Carol. Negli anni Sessanta l’atmosfera del rock and roll era carica di tensione sessuale e per le ragazze che fino ad allora avevano avuto esperienze goffe l’immagine mondana della rockstar aveva un fascino profondo, le groupies volevano penetrare nel modo dorato che circondava le rockstar, cosa che avvenne con l’avvento della blues invasion inglese con cui si diede via al fenomeno. Molte erano di buona famiglia, alcune invece sfruttavano il momento, come racconta una groupies conosciuta con il nome di Patti Cakes. “Puoi scopare con i ragazzi più carini, fumi marijuana di prima qualità e conosci la gente più straordinaria del mondo”.

Il “lavoro” della groupies è quello di servire e rendersi allo stesso momento disponibile, una ragione di questa spiegazione è che la fellatio è il rapporto sessuale preferito dalle groupie dietro le quinte, e quindi la giusta rappresentazione del servizio sessuale. Ogni città aveva la sua specialità; racconta Jimmy Page chitarrista dei Led Zeppelin: “in certe città si cercano alcune cose….Chicago, per esempio è famosa per un paio di cose, come scopare due o tre ragazze in varie combinazioni”. Quando la rivista Rolling Stones pubblicò il numero sulle groupies, furono sollevate delle critiche perché nell’articolo non venivano menzionate le groupies di New York che si narrava fossero “di una razza diversa”. Sempre secondo Page, le groupies di San Francisco erano “come amiche” mentre quelle di New York e Los Angeles pensavano solo a collezionare il più ampio numero di scopate con divi e popstar. Eric Clapton ricorda di aver partecipato ad uno show insieme agli Who a New York nel 1967, il Murray K the Show, e raccontò che c’erano ragazze bruttissime, alcune molto belle, e anche ragazzine che non si rendevano conto di quello che facevano ed erano molto simpatiche. Affermava Country Joe Mc Donald negli anni Sessanta: “a volte vengono in cerca di qualcosa, e anche tu stai cercando qualcosa, e allora vi mettete insieme e tutti sono contenti. In genere sono le persone più affettuose del mondo… se ti va di fare l’amore, fanno l’amore con te. Se sei stanco e non vuoi farlo allora ti preparano qualcosa da mangiare e ti fanno sentire a tuo agio”. “Erano veramente un rifugio per noi”, aggiunge Eric Clapton. Alcune pensavano di essere privilegiate a frequentare rockstar ma a volte ne dovevano anche pagare le conseguenze. Anita Pallenberg riuscì a salvarsi a malapena dalle sue frequentazione dei Rolling Stones, la relazione con Brian Jones era tempestosa, Brian era capace di picchiare Anita a sangue, e lei assecondava sempre Brian nelle sue fantasie più strane; come ad esempio la volta che Brian indossò una divisa da nazista e si fece fotografare con una bambola sotto al tacco degli stivali. Anita gli suggerì di inviare la foto ai giornali dicendo che si “trattava di una protesta anti-nazista”. Anita lasciò Brian per Keith Richards al quale rimase legata dal 1967 al 1977 e da cui ebbe tre figli. La canzone Angie, del 1973, contenuta nel disco Goats Head Soup, fu scritta dal tandem Jagger/Richards. Dice una leggenda metropolitana che sia dedicata alla prima moglie di David Bowie, Angela, o anche alla attrice Angela Dickinson, altre fonti sostengono invece che la canzone parlasse della figlia di Keith Richards, Dandelion, più nota come Angela Richards. Nella sua autobiografia, intitolata Life, Keith Richards racconta che mentre stava in clinica in Svizzera, a Vevey, con Anita, lui per curare la sua dipendenza dagli stupefacenti e lei per partorire, aveva con sé una chitarra e scrisse Angie in un pomeriggio. Racconta : “..ero di nuovo in grado di muovere le dita e metterle al posto giusto … Attaccai , semplicemente “Angie ,Angie. Non si trattava di una persona in particolare, era solo un nome, tipo “Ohh Diana”. Quando scrissi quella canzone allora non si sapeva a che sesso appartenesse la cosina fino al momento in cui sbucava fuori”. In realtà Anita la chiamò Dandelion. Le venne aggiunto il nome Angela solo perché era nata in un ospedale cattolico e avevano insistito che venisse aggiunto un nome “appropriato”.

Appena crebbe un po’ la bambina disse “non chiamatemi più Dandy”. Le groupie seguono il motto : “se non suona la chitarra e se non canta come un maniaco sessuale non conta niente”, mettendo insieme le due cose tutti posso essere qualcuno. La groupie, quindi, colleziona musicisti come i ragazzini collezionano trenini o francobolli. Alcune come, ad esempio, le Plaster-Caster di Chicago (esperte in calchi di gesso) hanno elevato la loro smania di collezionismo ad alti livelli artistici, le componenti di questa associazione, Cynthia, Dianne e Marylin, raccolsero una collezione di membri maschili sotto forma di calchi di gesso, ma di loro parleremo più avanti.

Il problema delle groupie è che tutti ti lasciano, tra i loro idoli non c’è nessuno che vuole rimanere, sono solo loro a desiderare la stabilità e anche la rassicurazione di essere ancora desiderabili. Secondo Gail Zappa c’erano due tipi di groupie: quelle che volevano sposare una popstar inglese e vivere in una grande casa di campagna e quelle che definivano loro stesse groupie e si erano votate ad adorare la gente dell’ambiente musicale. A New York, la band dei Mothers of Invention era pedinata di giorno e di notte dalle groupie, la seguivano passo passo. A loro però non piaceva Gail Zappa. Frank confidò a Rolling Stone di possedere un nastro in cui una quattordicenne confessa una sua fantasia: pur di averlo avrebbe ucciso sua moglie incinta. Frank affermò che la cosa era inquietante, ma anche abbastanza lusinghiera. Zappa passando molto tempo in tour, era sempre scortato da una enorme guardia del corpo, John Smothers. Con il passare del tempo, Zappa era diventato di vedute sempre più ristrette, dopo i concerti si rilassava nel backstage o in albergo, le groupie erano spaventate dalla sua guardia del corpo e anche scoraggiate dalla sua forte avversione verso la droga. In più veniva anche considerato piuttosto vecchio con i suoi trentacinque anni d’età. Le poche groupie che riuscivano ad avvicinarlo avevano dei gusti estremi. Le dicerie su Zappa erano parecchie, una di queste riguardava una gara di volgarità nel corso della quale, si diceva avesse mangiato escrementi sul palco. La calunnia era partita da Ed Sanders dei Fugs, il quale aveva raccontato a delle groupie che Zappa era amante della coprofagia. La storia era falsa, ma molte volte Zappa fu avvicinato da ragazze che conservavano le loro feci per portarle ai suoi concerti. I Mothers of Invention erano attratte da queste ragazze, come ad esempio la groupie masochista della canzone Carolina Hard Core Ecstasy che dice nel testo: “coulda swore her hair was made of rayon, she wore a milton bradley crayon, but she was something I could lay on, can’t remember what became of me. Carolina hardcore ecstasy”.

Continua…

 

Rubrica: Prosa Blues. Intervista ai “Camillas”

di Laura Bonelli

la-rivolta-dello-zuccherificio-9788842820734-camillas-libroIl termine più adatto per definire l’esordio letterario dei Camillas è “rutilante”.
La rivolta dello zuccherificio (Il Saggiatore) è il romanzo con cui il duo musicale pesarese passa, senza nessuna ansia apparente, dalle note musicali alla carta stampata. I Camillas surfano sulle onde del nonsense e giocano a curling con le trame, spazzolando dettagliattamente le storie, facendole scivolare, senza toccarle mai.

Ne esce un libro in cui i giochi di parole fanno da padrone, attraverso un viaggio dove la cosa più saggia da fare è prendere il cervello con i suoi percorsi mentali standardizzati, posarlo con delicatezza sul comodino e cominciare a leggere, lasciando ogni speranza di ritrovarsi uguali a prima, una volta terminato.

D’altronde, come cita uno dei biglietti della fortuna, di cui è costellato il romanzo “esagerando un poco le misure, possiamo impossessarci di porzioni di mondo immense”.
Per la loro biografia è d’uopo affidarsi alle loro parole, perchè è chiaro che nessuno meglio dei Camillas sia in grado di spiegare chi veramente sono.

E’ ormai certo ed involontario che “I Camillas” nascano a Pordenone nel 1964 come duo formato da Ruben Camillas (chitarra e canta) e Zagor Camillas (tastiera e canta). Spinti poi da un istinto irresistibile, si sono stanziati sulla Costa Est d’Italia e per 40 anni non hanno prodotto niente. Ma nel 2004 succede qualcosa di straordinario, il rock’n’roll li vuole e loro accettano! Concerti, festival, matrimoni, occupazioni, strade, centri anziani, centri sociali, centri aggregazione, teatri.

Pubblicano questi album: Everybody in the palco (2007), Le politiche del prato (2009), Costa brava (2012) e nel 2013 un 45giri con XMARY.

received_10152871538993284In rete si trovano molte delle loro produzioni musicali, ma per comprenderli appieno e per leggerli ancora meglio, bisogna rivedere la loro divertentissima performance a Italia Got Talent 2015. Imperdibile.

Come è nata l’idea de La rivolta dello zuccherificio?

Come tutte le idee, abbiamo desiderato fare un libro un po’ di tempo dopo aver iniziato a scriverlo, e ce ne siamo resi conto appena è comparso il Saggiatore, vestito in quel momento da Giuseppe Genna (era fine estate inoltrata… lui indossava virtualmente una cannottiera bianca e si era appena tolto la camicia, tutta sudata sulla schiena, che rifletteva il sole ed i muscoli dorsali erano calanchi degli entroterra appenninici, virtuosi come vasai del Peloponneso e glabri di virtù ed orgoglio). Da quel momento è stato un attimo ed un anno abbondante di lavoro e scambi e aggiustamenti e brividi, così l’idea diventava adulta, prendeva casa da sola, faceva un mutuo, si pettinava i capelli all’indietro. E noi le volevamo sempre più bene…

Nel libro ci sono anche delle poesie che, in realtà, sembrano proprio dei testi di canzoni. Quanto del vostro percorso musicale avete messo in questo esperimento letterario?

Difficile definirlo dal punto di vista quantitativo. Si è provato, si è provato… ma non torna… c’è sempre qualcosa che slitta via e quando ti abbassi a raccoglierlo, ti cadono tutte le cose che avevi sistemato già e avanti così, senza fine apparente. Quindi diciamo che la dimensione letteraria è infilzata, come candela di compleanno, nel grosso scatolone che sono I Camillas e la fiammella scioglie la cera, che a volte fa prendere fuoco allo scatolone (ed allora tutti fuggono in tutte le direzioni e non capisci più chi è e chi non è), mentre altre volte illumina lo spazio, facendo arrivare falene giganti e moschini. Posti questi termini della questione, io partirei…

E comunque si, ci sono le parole suono, ci sono testi di canzoni diventati monti, ci sono ritmi quadrato. Nel leggerlo potreste ritrovarvi a San Remo inconsapevolmente.

Vi piace più giocare con le parole o con le note musicali?

Non abbiamo mai dovuto scegliere. E non lo faremo adesso.
Giochiamo con tutto insieme, senza distinguere i peluche dalle costruzioni, e quel che conta sono le mani e gli occhi e la furia, il pensiero che si fa corpo e suono. Ed ogni tanto, ma con cautela, anche significato. UUHHHH… l’abbiamo detto!

Che progetti avete in cantiere sia dal punto di vista musicale che letterario?

Naturalmente tutto è segreto, nascosto, camuffato da noia, mescolato all’indaffararsi, cellulari che non vengono utilizzati e lunghi tour che non finiscono mai, Sardegna Calabria Roma Milano, un disco nuovo già registrato che uscirà a fine anno, e tanta, tanta televisione, dove abbiamo scoperto il temporaneo disperdersi del controllo e l’affidarsi a gambe e braccia robuste e ragazze con le cartelline e gli auricolari.

 

Rubrica

Salt Peanuts: altri mondi musicalmente possibili

di Cosimo Ruggieri

 

 

I wanna rock and roll all night and party every day
I wanna rock and roll all night and party every day
I wanna rock and roll all night and party every day

“Rock And Roll All Nite” – Kiss

Rock and roll (rock’n’roll) genere musicale, nato intorno al 1955 negli USA e di qui diffuso in Europa e nella maggior parte degli altri paesi assumendo, soprattutto presso i più giovani, anche il valore di un fenomeno di costume, come simbolo di malessere e manifestazione di protesta e ribellione. Questa è la definizione della parola rock and roll che troverete sull’enciclopedia Treccani. E’ una parola che ormai è di uso comune ma che fu coniata tantissimo tempo fa, circa 64 anni fa….

Erano gli anni di Blackboard Jungle di Richard Brooks che nel 1955 rese famosa la canzone Rock Around the Clock di Bill Haley & His Comets ma anche di The Wild One (il selvaggio) con Marlon Brando capo di una gang di motociclisti vestiti di jeans e giubbotti di pelle. Ma soprattutto il film musicale intitolato Rock Around the Clock (Senza tregua) di Sam Katzman del 1956 con Bill Haley and His Comets e Alan Freed e i Platters. Il film ha generato scontri sia negli Stati Uniti come in altri paesi europei, in Italia a parte alcuni episodi non ci fu molta tensione. Sandro De Feo riferisce con soddisfazione del poco entusiasmo con cui Roma ha accolto la prima del film, anche se molti giovani erano andati a vederlo, ma in definitiva non si ripeterono le scene che si videro a Londra e Stoccolma.

La rivista marxista Cinema Nuovo parla di “sottinteso sessuale”; il critico del P.C.I, Ugo Casiraghi, ne faceva valutazioni positive : “e quando ad apertura e chiusura del suo film Richard Brooks pone come commento d’atmosfera il ritmo frenetico e assurdo dello strombazzatissimo Rock and Roll, noi sentiamo che una vera potenza di evocazione ‘morale’ è raggiunta, e che il senso dell’indomita battaglia perseguita dal bravo maestro è anche quella quella di strappare la gioventù all’influenza di una musica che ha il solo merito di contribuire alla denuncia di uno stato di esasperazione e di follia collettiva”. Al film partecipa anche Alan Freed conosciuto anche come “Moondog”, nato a Johnstown il 15 dicembre del 1921 da padre russo-ebreo immigrato, e madre gallese americana; vi chiederete, che cosa c’entra questo americano figlio di immigrati con la musica Rock? Verso la fine del 1940 Leo Mintz, proprietario della Record Rendezvous, incontra un giovane brillante disc jockey della stazione WAKR-AM di Akron di nome Alan Freed. Mintz aveva notato che gli adolescenti bianchi oltre a guardare tra le sue scatole di dischi, ascoltavano e ballavano musica rhythm and blues come quella di Fats Domino, che veniva prevalentemente acquistata dagli afro-americani ed erano marchiati in un certo senso come “race records”.

Le case discografiche la scoprirono dopo il successo di Mamie Smith con il disco del 1920, inciso per la Okeh, intitolato Crazy Blues/It’s Right Here for You, e crearono una serie speciale, a poco prezzo, dapprima chiamata colored records, poi ,successivamente nel 1922 ,race records. Nel maggio del 1923 lo slogan pubblicitario della Okeh per consacrare la serie 8000 era: “The World’s greatest Race Artists on the World’s Greatest Race Records”. Mintz riuscì a convincere Alan Freed a trasmettere questi dischi come novità sulla stazione radiofonica WAKR-AM, e poi successivamente nel 1951 sulla WJW-AM a Cleveland. Mintz sponsorizzava le trasmissioni di Freed, gli forniva i dischi. E fu Mintz a proporre a Freed di dare un nome a quella musica.

C’è da dire che Mintz fu il primo ad usare la parola Rock and Roll, nome che veniva usato abbondantemente nei dischi per descrivere la musica ma anche usata anche per promuoverla verso l’audience bianca. La leggenda vuole che una sera Freed disse a Mintz: “Leo, this music is so exciting, we’ve got to call it something.” Mintz replied, “Alan, you are rolling tonight…you’re rocking and rolling…call it ‘rock and roll. Mintz sponsorizzò anche il primo concerto Rock, forse il primo in assoluto, chiamato Moondog Coronation Ball, si tenne alla Cleveland Arena il 21 marzo del 1952. Il New York Times chiamò questa musica una istigatrice alla delinquenza giovanile e Alan Freed ne era il delinquente capo. Nel 1950, c’erano circa 250 disc jockey negli Stati Uniti, con il passare degli anni il numero era cresciuto oltre i 5.000. La grande crescita era dovuta in parte alla enorme produzione di nuovi dischi sia da parte di grandi case discografiche sia da quelle indipendenti. Avevano una grande influenza sui giovani la rivista Times li chiamava i poo-bahs della moda musicale ed anche i pilastri della cultura bassa e conformista. La carriera di Alan Freed venne stroncata dall’accusa di payola. Con Il termine payola si indica nel mondo del business musicale, una pratica che consiste nella corruzione di un dj o di un direttore radiofonico da parte di società di edizioni (es. ASCAP, BMI, SIAE ecc.) o di etichette discografiche in cambio della messa in onda dei brani da loro licenziati. Il nome payola deriva dalla contrazione e unione delle parole inglesi “pay” (pagare) e, alternativamente “pianola” (nome desueto per indicare un pianoforte elettrico), o “victrola” (una famosa marca di riproduttori sonori, RCA Victor). Quindi in pratica significa aver accettato denaro per agevolare la messa in onda di brani di particolari case discografiche. Questa pratica, esisteva sin dall’inizio delle radio commerciali, ma si cominciò a ritenerla illegale a partire dal 1960.

Alan Freed venne incriminato dopo un azione legale della ASCAP (American Society of Composers, Authors and Publishers) per aver accettato 2.500 dollari dalla BMI (Broadcast Music Incorporated), sebbene il disc jockey abbia sempre dichiarato che quei soldi erano un “premio di gratitudine” e che non avrebbero influenzato la programmazione. C’è da aggiungere, tuttavia,che tra la ASCAP e la BMI c’era una guerra perché l’ASCAP voleva “distruggere” la BMI in quanto questa aveva cominciato a diffondere musica di genere folk, and hillbilly, mentre l’ASCAP si era rifiutata di promuovere questi generi fino a quando non si accorse che spopolavano tra i giovani. Allora cercò in tutti modi di mettere in ginocchio la BMI. Freed pagò la cauzione, ma lo scandalo distrusse la sua carriera quanto quella di molti altri dj di rock & roll. La quantità di denaro elargita ai disc jockey è inedita, anche se il disc jockey Phil Lind della WAIT (AM) di Chicago, quando fu ascoltato dal Congresso disse che gli erano stati versati 22.000 dollari per suonare un disco.

Per Alan Freed ci fu anche un caso di conflitto di interessi in quanto aveva co-composto la canzone di Chuck Berry, intitolata Maybellene, per la quale ottenne il diritto a ricevere le royalties; cosa che potrebbe averlo spinto a promuovere il disco nel suo stesso programma. Leonard Chess ad esempio diede ad Alan Freed accrediti di per aver co-scritto Maybellene, e anche dei soldi cash per suonare la canzone alla radio, (questi tipi di affari portarono poi allo scandalo payola).

Marshall Chess figlio di Leonard Chess ricorda in un intervista al giornale The Independent, del 27 maggio del 2008, che Alan Freed suonò tantissimo il disco di Chuck Berry perchè suo padre aveva fatto un accordo con lui e mentre Leonard andava a Pittsburgh, che era ad un giorno di viaggio con la macchina, lo zio tornò a casa urlando : “Che cosa sta succedendo? Stiamo avendo tutte queste chiamate per migliaia di copie di questo disco?”. Offerte del genere all’epoca erano legali e comuni, ma Freed rifiutò di ammettere di prendere soldi e insisteva più sul fatto che agiva come consulente per l’industria musicale.

Al contrario invece il disc jockey Dick Clark ammise di prendere denaro e regali, e semplicemente smise di farlo quando questa pratica è stata dichiarata illegale. Come conduttore, dal 1956 fino alla sua conclusione, della trasmissione American Bandstand, ospitò molti musicisti e fece conoscere il rock and roll a molti americani. Fece esibire per la prima volta Ike e Tina Turner, Smokey Robinson, Stevie Wonder , Talking Heads e anche Simon & Garfunkel. Inoltre Clark spesso durante la trasmissione intervistava i ragazzi su cosa pensavano delle canzoni suonate attraverso un “Rate-a-Record”; i due gruppi dovevano essere classificati in una scala da 35 a 98. Clark intervistava i ragazzi chiedendo ai membri dei due gruppi di ragazzi di giustificare i loro punteggi, questa parte dello show ha fatto nascere la frase “Ha un buon ritmo e ci si può ballare sopra”.

Tra i gruppi di ragazzi valutatori figurarono anche il duo comico Cheech e Chong, citati dal gruppo rap Beastie Boys nella canzone Slow And Low nel verso : “On the Gong Show we won’t get gonged We’re the Beastie Boys not Cheech and Chong.

La FCC (Federal Communications Commission) definisce “payola” una violazione della regola di identificazione delle sponsorizzazioni, e nel 2005-2006 ha multato con decine di milioni di dollari le società via cavo di New York. La FCC ha stabilito che i dipendenti delle stazioni di trasmissione, produttori e fornitori di programmi che in cambio della messa in onda, accettino di ricevere i pagamenti, servizi o altro a titolo oneroso, debbono dichiararlo. La divulgazione dei compensi fornisce alle emittenti le informazioni di cui hanno bisogno per informare il loro pubblico se il materiale è stato pagato, e da chi, e debbono divulgare queste informazioni prima della messa in onda del programma.

Alan Freed dopo lo scandalo Payola perse il suo show alla radio WABC, il suo saluto di commiato alla WABC lo potete sentire su questo sito http://www.history.com/topics/1950s/videos/alan-freed-ends-final-broadcast.

Fu anche licenziato dal suo show televisivo “Big Beat” al Paramount Theatre che per un certo periodo proseguì con un altro conduttore. Nel 1962, Alan Freed fu dichiarato colpevole di due accuse di corruzione commerciale, che comportarono una multa e una sospensione condizionale della pena. Ne ebbe una tale pubblicità negativa che nessuna stazione lo voleva impiegare, e così si trasferì nella West Coast, dove riuscì a trovare lavoro in varie emittenti. Morì a 43 anni all’ospedale di Palm Spring in California il 20 gennaio del 1965 a causa di un’uremia e di cirrosi causata dall’alcolismo.

Nel marzo del 2002 la figlia di Alan Freed, Judith Fisher Freed, portò le ceneri di suo padre alla Rock and Roll Hall of Fame a Cleveland (la Rock and Roll Hall of Fame Foundation creata il 20 aprile 1983 dal fondatore e presidente della Atlantic Records Ahmet Ertegun insieme all’avvocato Suzan Evans, all’ editor and publisher del Rolling Stone Jann S. Wenner, e all’avvocato Allen Grubman. Non avendo ancora una sede, il comitato di ricerca della Fondazione prese in considerazione diverse città, tra cui Memphis (sede dei Sun Studios e della Stax Records), Detroit (sede della Motown Records), Cincinnati (sede della King Records), New York, e Cleveland. Cleveland fece pressioni per avere la sede del museo perché il disc jockey Alan Freed aveva coniato il termine “rock and roll” e aveva fortemente promosso il nuovo genere musicale; inoltre Cleveland era il posto dove si era tenuto il Moondog Coronation Ball). Ironia della sorte le ceneri di Alan Freed non sono più le benaccette nel museo President. Il figlio di Alan Freed, Lance Freed ha ricevuto una telefonata dal Chief Executive Officer, Greg Harris, nella quale gli ha chiesto di rimuovere le ceneri del padre, esposte museo dal 2002.

Così si espresse Greg Harris : “Guarda Lance, c’è qualcosa di strano, la gente visita il museo, passa davanti alle ceneri di tuo padre e si gratta la testa non capendo cosa è, ci piacerebbe che tu venga riprendere le ceneri”. La vetrina che conteneva le ceneri di Alan Freed, conteneva anche un paio di suoi microfoni. La chiamata di Harris fu un vero colpo per la famiglia di Freed. Il figlio in un’intervista dice : “Stiamo cercando un cimitero a Cleveland per i suoi resti… voglio fare in modo che egli ottenga il rispetto che si merita…. voglio proteggere la sua eredità e la memoria”. La sua figura è ricordata in molte canzoni e in molti i film tra cui Rock, Rock, Rock! (1956 ) di Will Price con Freed, Chuck Berry, Terry Randazzo, Tuesday Weld, Frankie Lymon and the Teenagers, Johnny Burnette, La Vern Baker, The Flamingos, The Moonglows. La sua figura è ricordata in modo trasversale in parecchi generi musicali: dai Ramones nella canzone Do You Remember Rock ‘n’ roll Radio, a They Used to Call it Dope dei Public Enemy, passando da Skip Battin ex membro dei Byrds nella canzone The Ballad of Dick Clark e per Neil Young che nella canzone Payola Blues (tratta dal disco Rockin del 1983) apre dicendo : “Questo è per voi Alan Freed” e poi aggiunge: “Perché le cose che stanno facendo oggi farebbe un santo di te”.

Lo scandalo della payola fu oggetto anche di satira da parte della musica come ad esempio nella canzone dei Dead Kennedys Pull My Strings, parodia della canzone My Sharona dei The Knack, nella strofa “I won’t offend Or rock the boat Just sex and drugs And rock and roll Drool, drool, drool, drool, drool, drool My Payola! Drool, drool, drool, drool, drool, drool My Payola! oppure, anche, nella canzone del gruppo They Might Be Giants Hey, Mr. DJ, I Thought You Said We Had a Deal.

Il rock and Roll non è morto o meglio morì il 3 febbraio del 1959 (giorno che viene ricordato da tutti come The Day the Music Died o anche The Day the Rock Died) quando in uno incidente aereo persero la vita tre icone del Rock dell’epoca: Buddy Holly, The Big Bopper e Ritchie Valens. Ma il rock rinasce proprio come una Fenice, anche perché, come canta Neil Young nella canzone tratta dal disco Rust Never Sleeps del 1979, “My My, Hey Hey (Out Of The Blue) Hey hey, my my Rock and roll can never die !!!

https://www.youtube.com/watch?v=EuK6XfyDOBo

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Salt Peanuts: altri mondi musicalmente possibili

di Cosimo Ruggieri

Dizzy & Jello – Seconda parte

La prima città dove il punk crebbe, oltre a New York, fu San Francisco. Città di porto, sempre terreno fertile per la controcultura. Come negli anni dei beatnik, prima, e degli hippy poi, San Francisco si riempì di sognatori e sbandati. I Dead Kennedys sono i maggiori responsabili della prolificazione dell’hardcore negli Stati Uniti. Hanno aiutato a far crescere il “movimento” altri artisti affini e non affini a loro, e anche artisti sconosciuti.
Nel 1979 Jello Biafra fondò l’etichetta discografica indipendente Alternative Tentacles insieme a East Bay Ray, che è ancora in attività e fino ad oggi ha prodotto più di 350 dischi. Per il centesimo disco e il decennale della nascita dell’etichetta, fecero uscire un disco intitolato virus 100, un album-tributo con quindici canzoni dei Dead Kennedys rivisitate da molti gruppi sia della casa discografica stessa che non: Alice Donut, Faith No More, Napalm Death, Nomeansno, The Disposable Heroes Of Hiphoprisy, Sepultura, L7.

Secondo Jello Biafra all’epoca era impossibile per band locali uscire allo scoperto, si veniva riconosciuti solo se artistoidi oppure molto ammanicati con le case discografiche. Nel 1985 i pubblici ministeri di Los Angeles multarono Biafra per aver distribuito materiale “nocivo per i minori”. Il disco dei Dead Kennedys, Frankenchrist, conteneva un poster con la riproduzione del dipinto di Hans Rudolf “Ruedi” Giger intitolato Work 219: Landscape XX , noto anche come “Penis Landscape”. Il caso non si concluse con una condanna, ma portò Jello Biafra e l’Alternative Tentacles quasi alla bancarotta. Il disco contiene tra le altre cose una canzone intitolata “M.T.V. – Get off the Air”.

Nel libro di Greg Prato intitolato “MTV Ruled the World: The Early Years of Music Video”, Jello Biafra viene intervistato e dice: “Mi venne in mente subito che il nome ‘Dead Kennedys’ sarebbe stato sufficiente, che MTV non ci avrebbe mai trasmessi , quindi perché preoccuparsi. Inoltre, come è possibile trasformare una canzone dei Dead Kennedys in una canzone sesso, droga e rock ‘n’ roll. Togli le droghe – è MTV – è come se io fossi un attore di film muti a cui si cerca di mettere le parole in bocca, cercando di far sembrare carina la mia roba, nessuno ha mai presupposto di essere carino, non più di quanto avrebbe dovuto esserlo utilizzandola in spot televisivi o qualcosa di simile. L’obiettivo è quello di provocare, non di lenire…. ”. Il leader della band (nato Eric Reed Boucher) si fa chiamare Jello Biafra.
Il nome in sé stesso è una polemica dichiarazione d’intenti: Jello è il dessert nazionale americano e Biafra è la regione africana nota per la guerra e la carestia. E’ una figura con molto carisma e grazie al suo estremismo politico diventa un’ icona della cultura punk/hardcore. Lo stesso Jello racconta che la sua città natale Boulder alla fine degli anni sessanta era una città piena di Hippie ma che alla fine del liceo, testuali parole, lo spirito di resistenza era sparito: la gente si tagliava i capelli, andava in giro con la giacca di velluto con le toppe sui gomiti, apriva negozi che vendevano candele fatte con prodotti naturali.
Secondo Jello avevano una mentalità da spacciatore e usavano un gergo nuovo per fottere il prossimo. Questo fu uno dei fattori scatenanti la rabbia e la satira sociale che Jello convoglierà in canzoni come Holiday in Cambodia, California Über Alles, Teminal Preppie. Gran parte di questi testi satirici risalgono al periodo in Colorado. Insieme a East Bay Ray (Raymond John Pepperell) alla chitarra, Klaus Flouride (Geoffrey Lyall) al basso, Ted (Bruce Slesinger) alla batteria, poi sostituto da D.H Peligro (Darren Henley) – che successivamente suonerà per un periodo nei Red Hot Chili Peppers come sostituto di Jack Irons che lasciò la band dopo la morte per overdose da eroina di Hillel Slovak – Peligro rimase amico della band per anni e militò anche in una band chiamata per scherzo Three Little Butt Hair.

Insieme al cantante Anthony Kiedis e il bassista Flea, daranno vita alla band chiamata Dead Kennedys. Lo stile, nemmeno a dirlo, è energico, pieno di ironia e ferocia contro l’american way of life e il presidente Ronald Reagan. La potenza musicale fu affiancata a quella visiva di Winston Smith. Winston e Jello si conobbero tramite un amico di Winston, che dopo aver visto i suoi disegni volle presentargli Jello. Winston prima di questo incontro aveva ascoltato il 45 giri del singolo California Über Alles, che aveva definito una versione musicale dei suoi disegni. Successivamente Jello chiese a Winston di creare qualche cosa con sopra le lettere “DK”. Appena lo mostrò a Jello, questi disse che era perfetto.
(Le opere di Winston Smith si possono trovare su questo sito http://www.winstonsmith.com e lo si può sentire parlare della sua esperienza come grafico con i Dead Kennedys in questa intervista: “The Art of Punk Dead Kennedys – The Art of Winston Smith” – Art + Music. MOCAtv http://www.youtube.com/watch?v=CiMLQqNFTyI – ).

La stessa sera in cui Jello esaminò i disegni, racconta Winston Smith, andarono ad un concerto e trovarono il locale tempestato con il logo dei Dead Kennedys. I Dead Kennedys non furono dirompenti solo per i giovani americani appassionati di punk\hardcore, ma anche John Belushi fu un gran fan del Dead Kennedys e del genere punk in generale – è “citato” nella canzone Terminal Preppie del disco Plastic Surgery Disasters del 1982, dove in una strofa cantano : “John Belushi’s my hero I lampoon and I ape him”. “To ape” significa “imitare”, in questo caso si potrebbe parlare di una passione reciproca tra il gruppo e l’attore e viceversa. Nella biografia di John Belushi scritta da Robert “Bob” Upshur Woodward del Washington Post , famosa è la frase di Woody Allen che dice : “Nixon era un bravo Presidente, pero’ quando usciva dalla Casa Bianca il servizio d’ordine contava l’argenteria”.
Intitolata Wired: Short Life and Fast Times of John Belushi, tradotta in italiano “A chi tocca muore”, la biografia racconta: “….Quando arrivarono, la porta era chiusa con una catena. Aykroyd l’aprì. John Guare pensò che si trattasse del circolo segreto dei due ragazzi. L’interno era buio, ma si accesero improvvisamente le luci al neon. C’era un juke-box e un flipper. Belushi mise un disco, Too Drunk to Fuck (Troppo ubriaco per scopare) dei Dead Kennedys . Alzò il volume al massimo e incominciò a ballare e a saltare per il bar. D’un tratto si bloccò e prese da parte Guare ‘Senti un po” disse ‘Non possono mettere questo disco alla radio. Ecco cos’è che non va in America. Non posso mettere questa canzone’ ”.
Nella biografia scritta dalla moglie di Belushi, Judith Jacklin Belushi, insieme a Tanner Colby, intitolata : “Belushi: A Biography” Dan Akroid racconta: “Negli ultimi mesi, John era diventato uno dei primi appassionati di punk-rock in America. Aveva l’abitudine di trascinarmi al CBGB tutto il tempo. Sapeva tutto di quelle band e le amava. Era un fan dell’ heavy-metal fin dall’inizio, ma allora significava Allman Brothers e Zeppelin. Adesso erano i Fear……Mitch Glazer racconta: ‘John è stato uno dei primi e ardenti sostenitori dei Fear. Era ossessionato dall’idea di avere la band nella colonna sonora del film “Vicini”, arrivando persino a registrare i Fear al Cherokee Studios (prodotta da Steve Cropper e Bruce Robb). Purtroppo la musica non ha mai stata usata per il film e quei nastri sono ora perduti,fu preferita una colonna sonora più tradizionale di Bill Conti'”.
Nel 1979 Jello Biafra si candida a sindaco di San Francisco, la leggenda vuole che il suo programma politico sia stato messo giù durante la pausa di un concerto del gruppo Pere Ubu. In quel momento decise che si sarebbe presentato alle elezioni per diventare sindaco di San Francisco. La sua campagna elettorale iniziò ufficialmente con una raccolta di fondi al Mabuhay Garden il 3 settembre, e continuò con manifestazioni a sorpresa e comizi volanti. Biafra ottenne 6591 voti (pari al 3% dei votanti) spendendo per tutta la campagna elettorale soltanto 400 dollari. Nel programma si leggeva:

“Lo spirito di San Francisco non deve essere distrutto in nome dell’ordine e della legalità e dei dollari e della legalità e dei soldi dei turisti… L’amministrazione in carica vuole ”ripulire” la città. Essa sostiene spudoratamente il capitale mentre le forze creative che mantengono viva la nostra città vengono sempre più insistentemente perseguitate dalla legge. San Francisco è forse destinata a diventare un’altra fredda ed efficiente città americana? No, se faremo sentire chiara e forte la nostra opposizione.
Trasporti di massa: E’ venuto il momento di vietare la circolazione delle automobili in città. Il potenziamento del servizio pubblico e il lancio, con l’aiuto dell’industria privata, di una moda della bicicletta dovrebbero garantire il funzionamento regolare di ogni attività. I veicoli commerciali potranno continuare ad operare provvisti di speciale permesso e rimarranno aperte le autostrade intercomunali.
Miglioramento dei rapporti tra polizia e cittadini: E’ ora che la polizia e i cittadini si conoscano. Tutti gli ufficiali di polizia dovranno venir confermati dai cittadini attraverso delle elezioni da svolgersi ogni quattro anni. Inoltre ogni due anni metà delle forze di polizia dovranno assoggettarsi ad un voto di fiducia, come avviene per i giudici, espresso dagli abitanti dei quartieri che pattugliano.
Combattere il crimine: Qui non siamo a Houston, nel Texas. Sono stati spesi, inutilmente, tempo e soldi per far rispettare leggi obsolete e per combattere crimini senza vittime. Invece di continuare con i raid nei club e con gli arresti per droghe leggere e prostituzione si dovrà considerare prioritaria la repressione del crimine organizzato e del “crimine bianco”. La Buoncostume dovrà essere abolita.
Giustizia uguale per tutti: Il carcere cittadino è sovraffollato e il vitto è scadente e scarso. La prigione dovrà essere trasferita al Sunol Valley Golf Club dove tutti i carcerati potranno mangiare bene ed imparare a condurre una vita produttiva come è avvenuto per Dan White (White uccise nel ’78 il sindaco di San Francisco e un supervisore gay perché disprezzava gli omosessuali, e fu condannato ad una pena mite) e i criminali del Watergate.
Mai più governi a porte chiuse: Invece di trattare accordi in privato Jello Biafra terrà delle aste pubbliche per vendere le alte cariche dell’amministrazione cittadina. Inoltre verrà creata una Commissione per la Corruzione che stabilirà pubblicamente le tangenti da pagare per ottenere l’appoggio dell’amministrazione per esenzioni dal piano regolatore, appalti ecc.
I diritti degli inquilini: Verrà legalizzata, per le persone a basso reddito, l’occupazione delle case sfitte usate dai proprietari per la riduzione delle tasse. Inoltre tutti gli affitti dovranno essere riportati ai livelli precedenti la Proposition 13 e poi ulteriormente ridotti del 10%. Questa ulteriore riduzione servirà a compensare l’aumento voluto dai proprietari per favorire l’approvazione della Proposition 13.
La pulizia di Market Street: L’amministrazione in carica vuole “ripulire” Market Street (la via centrale di San Francisco dove si trova il centro degli affari e l’ambiente della piccola malavita). Noi crediamo che l’approccio usato sia errato e proponiamo che i titolari degli uffici indossino vestiti da clown durante l’orario di lavoro dalle 9 alle 17.
Basta con il deterioramento della città: Se vogliamo combattere il deterioramento della città bisogna cominciare dal Pier 39 (il Molo 39, una specie di centro per turisti con negozi, ristoranti, ecc.). Sarà distrutto, poiché dannoso per la città, dalla popolazione di San Francisco durante una festività appositamente dichiarata.
Ricostruire lo spirito comunitario: Perché non alleviare la tensione esistente in città costruendo ovunque statue di Dan White? Il Dipartimento Parchi Pubblici potrebbe quindi vendere uova, sassi e pomodori con cui bersagliare le statue.

Nel 2000 si candida alle presidenziali degli Stati Uniti con il Green Party. Jello scelse come compagno di corsa il condannato a morte Mumia Abu-Jamal. La stragrande maggioranza del partito scelse Ralph Nader come candidato alla presidenza con 295 dei 319 delegati votanti, Biafra ricevette soltanto 10 voti. Ora dopo tutta questa storia vi chiederete ma quale è il nesso tra un personaggio inventato, Mr. Smith, un trombettista nero, John Birks “Dizzy Gillespie”, e un cantante di un gruppo punk\hardcore “Jello Biafra” Eric Reed Boucher???

A prima vista sembra che questi due personaggi e mezzo (il personaggio inventato facciamo che vale metà) non abbiano molto in comune e che la loro vicinanza è in un certo senso forzata. Invece no, il filo non rosso ma multicolore, è la politica e il senso della giustizia visto da uomini comuni.

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Salt Peanuts: altri mondi musicalmente possibili

di Cosimo Ruggieri

Dizzy & Jello – Prima parte

Nel 1939 Frank Capra dirige il film Mr. Smith va a Washington (Mr. Smith Goes to Washington), nel quale un gruppo di finanzieri e politici presentano al Senato di Washington il progetto di una diga la cui costruzione avrebbe portato abbondanti guadagni agli interessati. Uno dei senatori fautore di questa operazione muore. Jefferson Smith è il sostituto del senatore deceduto.Viene scelto dai politici faccendieri perché è giovane, onesto, ingenuo, lontano dalla politica, in questo modo i politici possono manovrarlo e quindi possono muoversi a proprio agio. Smith ignora l’intrigo e presenta un disegno di legge per la costruzione di un campo nazionale di boy-scouts proprio dovrebbe sorgere la diga. Gli affaristi usano tutti i mezzi per neutralizzare Smith, lo accusano di disonestà e arrivano anche a proporre la sua espulsione dal Senato. Smith prende la parola per difendersi e denunciare gli avversari, parla per ventiquattr’ore di seguito, stanco e vinto dalla fatica sviene. Il suo maggiore accusatore si contraddice, si autoaccusa e svela la sua nefandezza.Quale è il nesso tra Frank Capra, John Birks (noto ai molti anzi moltissimi come Dizzy Gillespie), Eric Reed Boucher (conosciuto nel mondo del Punk-Hardcore come Jello Biafra)?

Andiamo per ordine e facciamo un salto all’indietro negli anni sessanta negli Stati Uniti dove la segregazione razziale e le leggi Jim Crow (le leggi che servirono a creare e a mantenere la segregazione razziale) erano ancora vigenti. La segregazione razziale organizzata dagli Stati nelle scuole fu dichiarata incostituzionale dalla Corte Suprema nel 1954, e in generale, le leggi Jim Crow rimaste furono abrogate dal Civil Right Act del 1964 e dal Voting Rights Act solo nel 1965. Il nome Jim Crow si deve all’attore di origine irlandese Thomas Dartmouth “Daddy” Rice, che si impose nel 1830 come “il padre del minstrels” grazie all’invenzione del personaggio di Jim Crow. Infatti durante una tournée nel sud era stato colpito da un motivo bizzarro e melanconico cantato da uno stalliere nero che diceva: “Prima sui tacchi, poi sulle punte…volteggio e giro tutt’attorno, faccio proprio così…e ogni volta giro tutt’ attorno, e ballo il Jim Crow”. La segregazione era molto forte nel Sud degli Stati Uniti, così molti neri si spostarono dal Sud al Nord pensando che al Nord si potesse avere una vita migliore. Il Nord aveva bisogno di manodopera, poiché le fabbriche registravano penuria di manodopera, in quanto molti posti di lavoro erano stati lasciati vuoti per rispondere alla chiamata alle armi. Molti di loro speravano che andando a Nord nelle città di cui avevano tanto sentito parlare non avrebbero più incontrato Jim Crow, ossia la discriminazione razziale.Charles Edward “Cow Cow” Davenport cantava in Jim Crow Blues:Sono stufo di questo Jim Crow, me ne andrò da questa città Jim Crown.Maledetta sia la mia anima nera, mi dirigo verso la dolce Chicago”.

Molti anni più tardi il bluesman William Lee Conley Broonzy conosciuto come Big Bill Broonzy in Get Back canta “If you’re black and gotta work for livin’, Now, this is what they will say to you,They says: If you was white,You’s alright, If you was brown, Stick around,But if you’s black,oh, brother, Get back, get back, get back/ I helped win sweet victories,With my plow and hoe, Now, I want you to tell me, brother, What you gonna do ‘bout the old Jim Crow?”.Nel 1955 a Montgomery una signora di colore, di nome Rosa Park, all’ordine di un conducente di cedere il proprio posto ad un passeggero bianco – va ricordato che ai neri erano riservati i posti in fondo all’autobus – oppose un dignitoso rifiuto ed il risultato fu l’intervento della polizia nonché il successivo arresto di Rosa Park. Il reverendo Martin Luther King e il capo del sindacato facchini dei wagon-lits, su sollecitazione del Woman Political Council, presero l’iniziativa e organizzarono un boicottaggio – con il “boicottaggio” i neri non avrebbero più usato i mezzi di trasporto della società proprietaria del bus segregazionista. A questo boicottaggio seguì l’incriminazione di Martin Luther King e altre 114 dirigenti del movimento. Nel 1963 Martin Luther King guidò la marcia a Washington con 250.000 manifestanti di cui una parte bianchi, accompagnata dalle parole e dalle note della canzone We shall Overcome (“Noi trionferemo un giorno. Oh, nel profondo del mio cuore, io credo noi trionferemo un giorno. Noi vivremo in pace, vivremo in pace, vivremo in pace un giorno….bianchi e neri insieme,bianchi e neri insieme. Oh, nel profondo del mio cuore, io credo noi trionferemo un giorno. bianchi e neri insieme un giorno”). La sentenza della Suprema Corte incontrò varie resistenze da parte degli Stati del Sud che ritrovarono una certa unità, che venne chiamata “Dixie”.

Il termine dixieland o dixie deriva dal fatto che nella Lousiana venivano stampati biglietti da 10 dollari che oltre all’inglese ten portava anche il corrispondente francese dix, essendo, in questo stato il francese la lingua dei dominatori. E’ così che nacque il termine dixieland o dixie , usato in seguito per indicare gli stati del sud o i secessionisti. John Birks in arte Dizzy Gillespie sale sul palco del Monterey Jazz festival del 1964 e davanti a trentamila persone afferma. “Voglio diventare presidente degli Stati Uniti perché ce ne serve uno!”. Arrigo Polillo scrive nel libro Jazz-la vicenda e i protagonisti della musica afro-americana nella scheda riguardante Dizzy: “dotato di una vis comica, naturalmente portato alla burla e alla battuta spiritosa, non rinunziò a strappare qualche risata al pubblico, a cui volle sempre offrire la sua musica in una cornice allegra”.

All’inizio sembrò uno scherzo e un modo per raccogliere fondi per una campagna del CORE (Congress for Racial Equality) e invece diventò una cosa molto seria. Voleva ribattezzare la Casa Bianca la Casa del Blues, e voleva come capo del Cia Miles Davis, Duke Ellington sottosegretario, Max Roach ministro della difesa, Charles Mingus ministro della pace, Louis Armstrong all’agricoltura e Mary Lou Williams ambasciatrice in Vaticano, Ray Charles alla Biblioteca del Congresso, Thelonious Monk travelling Ambassador e Malcolm X Attorney General. Mancava solo l’inno per la corsa presidenziale, John Hendricks si unì alla band e usò come inno una canzone intitolata Vote for Dizzy sulla musica del classico del bebop Salt Peanuts (http://www.youtube.com/watch?v=6pVG95yHhsc&feature=kp), il testo lo aveva scritto Hendricks in persona e diceva : “Vote Dizzy!Vote Dizzy!you want a good president who’s willing to run/you wanna make government a barrel of fun/your political leader spout a lot of hot air/But Dizzy blows trumpet so you really don’t care (“Votate per Dizzy! Volete un bravo presidente che si dia da fare/volete un bel governo che vi faccia sganasciare/gli altri politici quanto fiato sanno sprecare/Ma Dizzy se non altro lo usa per suonare). Furono prodotte anche delle spillette con la scritta Dizzy for President!

La sgangherata banda di Dizzy fu aiutata anche da Ralph Gleason (noto critico jazz) dopo un terribile attentato dinamitardo, compiuto per fermare l’integrazione razziale, in una chiesa dove morirono quattro ragazzine. Dizzy e la sua banda decisero al festival di Monterey di annunciare la candidatura alla presidenza degli Stati Uniti. Questo annuncio sortì l’effetto di accrescere l’interesse verso Dizzy anche se era fuori da ogni logica politica. Giornali e televisioni si interessarono a lui, da prima la notizia trovò un certo clamore solo sulla stampa musicale ma poi si espanse a macchia d’olio. La campagna elettorale aveva bisogno di una organizazzione snella e veloce così nacque la John Birks Society. Nacque da una idea dei coniugi Gleason e di Ramona Crowell, la sede era in una stanza della casa dei Gleason a Berkley. Il nome voleva essere un omaggio al nome di Dizzy John Birks, ma anche una parodia della John Birtch Society (nata a Indianapolis, fondata da Robert H.W. Welch, Jr è una organizzazione di estrema destra, antisemita, anticomunista, prende il nome da John Birch, un missionario che operava come spia americana in Cina durante la II guerra mondiale- http://www.jbs.org/) parodiata anche in una canzone di Bob Dylan del 1961 intitolata Talkin’ John Birch Paranoid Blues o anche solo John Birch Society che dice : “Well, I was feelin’ sad and feelin’ blue,I didn’t know what in the world I was gonna do,Them Communists they wus comin’ around,They wus in the air,They wus on the ground.They wouldn’t gimme no peace. . .So I run down most hurriedly And joined up with the John Birch Society,
I got me a secret membership card And started off a-walkin’ down the road.
Yee-hoo, I’m a real John Bircher now! Look out you Commies!”.

La JBS si attivò in venticinque stati per mettere letteralmente i bastoni tra le ruote alla candidatura di Dizzy. Nonostante una petizione per inserire il nome di Dizzy nelle liste questo non fu possibile, l’unica soluzione possibile fu quella del write-in (nel sistema elettorale statunitense un candidato il cui nome non appare prestampato nella scheda elettorale, ma che gli elettori possono votare scrivendone il nome sulla scheda. Alcuni stati o giurisdizioni locali ammettono anche di incollare un adesivo recante il nome del candidato al posto di scriverlo a penna. Le candidature write-in sono per lo più il risultato di esclusioni legali o procedurali di alcuni candidati, ineleggibili e impossibilitati a correre). Dizzy presentò un programma con ricette di politica estera ed interna fortemente sui diritti civili umani. Lo stato doveva intervenire a difesa dei diritti degli afroamericani garantendogli maggiore protezione e opportunità e accesso all’occupazione. Anche nello scherzo, Dizzy puntava alla giustizia e all’ equità sociale, pensava che si potessero costituire cooperative di afroamericani i cui profitti avrebbero arricchito la comunità.

Il pensiero di Dizzy il cui nome non era presente su nessuna scheda cominciò a fare preoccupare i veri candidati i cui programmi risultavano inconsistenti al confronto.Furono fatte anche pressioni affinché Dizzy abbandonasse la candidatura. Il 4 novembre tornò al festival di Monterey ma non in veste di musicista affittò uno stand dove si vendeva materiale pubblicitario per la campagna (i proventi poi furono dati alle associazioni Core e Slc). All’avvicinarsi dell’Election Day, Down Beat pubblicò una lunga intervista a Gillespie, nella quale il trombettista chiari e illustrò i punti del suo programma, come l’abbassamento delle tasse, la legalizzazione del gioco d’azzardo, la riduzione degli armamenti, istruzione e sanità gratuite. Ci fu una schiacciante vittoria di Lyndon Johnson ma Dizzy dichiarò orgoglioso di aver comunque mobilitato moltissime persone. Nel 1972 ci riprovò ma per motivi religiosi si ritirò dalla competizione.

To be continued – Fine prima parte

Cosimo Ruggieri

 

 

Rubrica

Salt Peanuts: altri mondi musicalmente possibili

di Cosimo Ruggieri

 

Viva la Vinyl

Nel  1935 Walter Benjamin vedeva nella riproducibilità tecnica la possibilità di liberare l’opera d’arte dalla sua “aurea”, dal suo radicamento mitico e religioso. Benjamin parlava della fotografia e del cinema ma la sua analisi si sposa bene anche con la diffusione della musica.

Dall’invenzione del fonografo da parte di Edison nel  1877 al passaggio al Long Playing (inventato dalla Columbia nel 1948) di strada ne è stata fatta. L’industria fonografica, non bisogna nasconderlo, ha avuto periodi di crisi: la prima durante gli anni venti del ‘900 dopo aver conosciuto un periodo di grande fama, simbolo di gran modernità con l’arrivo dell’elettricità e del microfono.

Questa nuova modernità fu appoggiata anche dal successo e dalla diffusione della radio  che hanno dato fama anche al pop e al jazz. Ciò permise anche alle majors di consolidarsi. Victor e Columbia negli Stati Uniti, Pathè-Marconi in Francia, la Gramophone Company (che successivamente diventerà la EMI) la Deteusche Grammophon in Germania.

Il crollo in borsa del 1928 e la successiva crisi non farà uscire dall’indebolimento l’industria fonografica fino alla fine della seconda guerra mondiale. Ci fu un riassetto delle case discografiche negli anni ottanta del ‘900; la Emi si lega nel 1980 a Thorn Electrical Industries, Limited; la Decca viene venduta anch’essa nel 1980 alla PolyGram  e forma una forte triade con DGG (Deutsche Grammophon ) e la Philips.

La RCA e la Columbia passano nelle mani della tedesca BMG e della Sony. L’arrivo del Compat Disc sancisce  in un certo senso la risurrezione delle case discografiche. I grandi colossi hanno prevalentemente svuotato le cantine attingendo ai propri archivi e anche quanto avevano acquistato nel corso degli anni. Secondo alcuni si tratta di uno dei motivi della crisi di fine millennio. Un altro motivo di questa crisi è la pirateria.

Il giornalista inglese Grahm Jones teorizzò sul  nel suo libro “Last Shop Standing: Whatever Happened to Record Shops?”  che la fine del vinile fu voluta dalle case discografiche stesse per favorire l’ascesa dei Cd. “Negli anni ’80”, ricorda Jones, “il vinile era tutto riciclato, e dunque la qualità delle registrazioni aveva cominciato a diminuire. I dischi erano più sottili e più fragili. Tutto era stato ideato per convincerci a convertire la nostra collezione di musica su cd”.

Il Record Store Day è nato ufficialmente nel 2007, è una giornata celebrata, a livello internazionale,  ogni anno ad aprile. Con essa si vogliono celebrare gli oltre 700 negozi, negli Usa, di dischi indipendenti assieme alle centinaia di migliaia di negozi musicali indipendenti in tutto il globo. La giornata viene festeggiata  anche con registrazioni di artisti che vi partecipano  con apparizioni speciali, performance, e  con l’organizzazione di mostre d’arte, stampa di vinili  e di CD in edizione speciale.

Sul sito ufficiale http://recordstoreday.com/Home si possono trovare le informazioni sui negozi di  dischi che prendono parte all’evento e molte altre notizie. Il vinile è stato celebrato in molti molti campi anche nella musica stessa. Nel 1994 i Pearl Jam incisero una canzone  intitolata Spin the Black Circle dove si  parla di vinili o di droghe (la canzone gioca sulle affinità tra la dipendenza da droghe e quella da dischi e musica ) e  secondo Jon Pareles del “New York Times” ha fatto riferimento a “Spin the Black Circle” come a “una delle poche canzoni provenienti da Seattle in cui l’ago non ha nulla a che fare con l’eroina.”

Nel 2013 lo scrittore Micheal Chabon fa uscire un libro intitolato Telegraph Avenue: è la storia del Brokeland records, il negozio di dischi usati di Archy Stallings e Nat Jaffe a Telegraph avenue. Archy e Nat sono amici da una vita ed insieme, sono collezionisti professionali. Gibson “G-Bad” Goode vuole costruire nel quartiere
 un grande centro commerciale e un negozio di dischi, a pochi isolati da Brokeland records. Come viene descritto  nel documentario Last Shop Standing.

l’amore per il vinile e la musica sopratutto è un amore sconfinato che non si estinguerà mai e che continuerà ad esistere nonostante le grandi catene. spin…spin the black circle spin, spin…spin the black, spin the black…
spin, spin…spin the black circle
spin, spin..

Rubrica

Salt Peanuts: altri mondi musicalmente possibili

di Cosimo Ruggieri

[“Salt Peanuts”, rubrica di curiosità musicali e non solo, nata dalla penna del fotografo “musicomane” Cosimo Ruggieri. Montatore per professione, visitatore di quarte dimensioni per vocazione, Cosimo riprende una grande famigerata tradizione letteraria, per divertirsi e farci divertire. Con i suoi pezzi, tra nostalgia e sarcasmo, ci condurrà in altri mondi musicali possibili, a volte reali, a volte inventati. Gruppi, canzoni, generi, mode, stili, definizioni a tanto altro. Alcune uscite dalla personale “from the plastic box” del nostro Cosimo. Sta a noi/voi tuffarci nel suo mondo, piccolo paese delle meraviglie. Che la ricerca abbia inizio, con un pizzico di Salt… Sarah Panatta]

3. Mix Tape

mix·tape : noun \ˈmiks-ˌtāp\ : a compilation of songs recorded (as onto a cassette tape or a CD) from various sources.

Questa è la definizione inglese del vocabolario Merriam-Webster. Ma letta cosi perde tutta la poesia, perché il mixtape è più di una semplice registrazione. E’ una forma d’arte a tutti gli effetti, come ad esempio l’action painting dentro di se racchiude varie forme d’ arte.

Quando ero ragazzo e andavo a scuola non potevo fare a meno di avere sempre il walkman – non posso fare a meno della musica in generale – quindi riempivo il mio povero zainetto sia con i libri – ovvio – ma anche con parecchie cassette, che ingombravano parecchio.

Ricordo di aver fatto compilation di tutti i generi: dalla disco music al rock che ascoltavo incessantemente con il mio walkman. Ho posseduto anche molti registratori a doppia cassetta con cui producevo mixtape (deve essere un vizio di famiglia, anche mio nonno materno faceva mix tape della musica che gli piaceva, oppure registrava le canzoni dalla radio della musica che piaceva a me o che mi poteva piacere, su una casetta Tdk AD 90, con tantissimi gruppi degli anni 80 tra cui i Spandau Ballet e i Talk Talk ). Anche il rito di andare a compare casette era particolare quasi quanto quello di andare a compare i dischi il sabato pomeriggio. Un’abitudine rimasta immutata anche ora che sono più grande e ho cambiato mezzo, ora uso farlo per il mio Ipod. Ma le cassette le conservo ancora tutte sia i mix tape sia quelle dei vinili, che ho duplicato e amato e anche quelle delle prove dei miei vari gruppi musicali.

I figli dei mix su nastro sono i mix su cd o le playlist del mio glorioso Ipod di cui incessantemente produco varie versioni. Chi di noi non ha mai fatto una casetta per risparmiare spazio oppure per ricordare un momento o anche, come da hornbyana memoria, per conquistare una ragazza…. Nick Hornby nel libro del 1995 intitolato Alta Fedeltà scrive cosi: “Mi ci vollero delle ore per mettere insieme quel nastro. Per me, fare una cassetta è un po’ come scrivere una lettera – è tutto un cancellare e ripensarci e ricominciare daccapo… Devi attaccare con qualcosa di straordinario, per catturare l’attenzione, poi devi alzare un filino tono, o raffreddarlo un filino, e non devi mescolare musica nera e musica bianca, a meno che la musica bianca non sembri musica nera, e non devi mettere due canzoni dello stesso cantate di seguito, a meno che non imposti tutto il nastro a coppie e… beh ci sono un sacco di regole ”.

La registrazione ha influenzato l’ascolto della musica in modo quantitativo e qualitativo, ha incoraggiato la ricerca musicale, l’esplorazione di generi e repertori poco conosciuti. L’idea della registrazione si trova già in qualche antico racconto, come ad esempio nel Quarto libro del Pantagruel (1548) in cui Rabelais racconta di come i rumori e le grida di una battaglia combattuta in inverno rimasero congelate, per sciogliersi poi in primavera e diventare udibili. Nel 1657 Cyrano de Bergerac descrive in L’altro mondo o Gli stati e gli imperi della luna una scatola che racchiude un meccanismo a orologeria mediante il quale è possibile ascoltare a volontà testi e musica. Per alcuni versi l’antesignano del Ipod. Durante la guerra il magnetofono era stato perfezionato a tal punto da poter far concorrenza al disco. La registrazione magnetica viene realizzata per la prima volta nel 1898 da Valdemar Poulsen con il suo Tèlègraphon che magnetizzava un filo di acciaio, in seguito si utilizzò un nastro d’acciaio.

Nel 1935 la società tedesca AEG TELEFUNKEN mise in commercio un apparecchio ribattezzato Magnetophon, che veniva perlopiù utilizzato per la dettatura da ufficio. Dopo la guerra la società 3M mise a punto un nastro magnetico di 19 cm al secondo, questa velocità divenne lo standard professionale mentre gli apparecchi scorrevano a 9,5 al secondo. Alla fine degli anni cinquanta con il microsolco, il nastro magnetico e la stereofonia, la registrazione raggiunse la sua maturità. Il pianista canadese Glenn Gould, ritiratosi dalla vita concertistica nel 1964, si dedicò con passione alla musica registrata. Produsse anche riflessioni scritte come ad esempio La registrazione e le sue prospettive pubblicata dalla la rivista High Fidelity nell’ aprile del 1966 in cui espone e controbatte le argomentazioni dei detrattori della registrazione. Va ricordato che la riproduzione sonora è propedeutica alla creazione artistica, infatti ogni progresso compiuto dalla tecnologia viene usata dall’uomo a proprio favore. E i mezzi di riproduzione non sfuggirono a questa consuetudine. Ad esempio il fonografo è presente in opere pittoriche di artisti come George Grosz, Patisse, Magritte.

Norman Rockwell, nella copertina del “Saturday Evening Post” del 19 agosto 1927, dipinge un anziano cow-boy che ascolta, con gli occhi lucidi, il fonografo, e in mano tiene un disco la cui etichetta dice : “ Dreams of long ago” (Sogni di tanto tempo fa). La musicassetta nasce, anzi viene creata, nel 1963 dalla Philips. In origine era costituita da una certa quantità di nastro magnetico della BASF chiuso in un guscio protettivo di plastica. La vera è propria produzione di massa cominciò nel 1965 ad Hannover in Germania e con lei iniziò anche la vendita di nastri preregistrati. Il suo primo utilizzo fu per i dittafoni negli uffici ma grazie alla sua praticità, divenne uno strumento popolare anche per l’ascolto di musica preregistrata. Inoltre la cassetta rappresentava il modo più agevole per ascoltare musica anche non a casa, come ad esempio in macchina.

Sul sito http://www.c-90.org/catalogue/tapes si possono trovare tutte le marche con le relative foto. Le case discografiche hanno però smesso di produrre album in formato musicassetta. A produrre cassette è rimasta solo la National Audio Company Inc http://nationalaudiocompany.com/Audio-Cassette-Tapes-C1.aspx. Nel 1979 la Sony introdusse il lettore portatile a cassette chiamato Walkman e la popolarità della musicassetta aumentò ulteriormente. Tutti ne abbiamo avuto uno nella nostra vita, ci ha riempito la vita di musica; almeno la mia in tantissime occasioni. Alla fine degli anni ‘70 con lo sviluppo del nastro magnetico nasce anche la “cultura delle musicassette” ovvero la produzione e la distribuzione a livello amatoriale, di nastri. Gli artisti potevano registrare e riprodurre la musica in casa, diventato sempre più facile costruirsi uno studio di registrazione casalingo, con un conseguente aumento di musicisti, che portò inoltre a una distribuzione radicata ed indipendente, che Vittore Baroni chiamerà Tape Network. La distribuzione veniva effettuata per posta e rarissimi negozi e tramite diverse fanzine.

Questo movimento è in parte una derivazione della mail art degli anni settanta e ottanta dove le persone partecipano e formano un mercato alternativo. Questo tipo di movimento è in sintonia con le pratiche del DIY (abbreviazione di “Do It Yourself”, in italiano “fai da te”), è una condotta nata e diffusa all’interno della cultura punk, che rifiuta le major discografiche ritenute capitaliste. Il concetto viene espresso nello slogan “DIY not EMI” – il gruppo musicale inglese “Sex Pistols” cantava nel 1977 nel disco Never Mind the Bollocks, Here’s the Sex Pistols, Unlimited supply (E.M.I) , There is no reason why (E.M.I) – e la formazione di etichette indipendenti con cui pubblicare i propri album.

Bruce Sterling (autore statunitense di fantascienza) nell’introduzione al libro curato dal chitarrista del gruppo musicale “Sonic Youth”, intitolato Mixtape-l’arte della cultura delle audiocassette, scrive: “La cultura dell’audiocassetta, creata da musicisti, pirati, delusi dall’amore e diseredati, non è stata la cultura elegante del pianeta. Si tratta di arte povera – un lungo e variegato testamento dell’etica della vita di strada tipica del modello fai-da-te della scena punk…La casetta ha avuto lo stesso vita breve. Come una star maledetta..”. Dean Whaream, del gruppo Galaxie 500, definisce cosi i mixtape: “ci vogliono tempo e fatica per registrare una compilation su cassetta. Il tempo impiegato implica un legame emotivo con il fruitore. Può essere l’intenzione di finirci a letto, o di condividere idee. Il messaggio della cassetta può significare “Ti amo…Ti penso sempre… Ascolta cosa provo per te …Oppure, forse: Mi amo sono una persona di gusto che ascolta cose di gusto…”.

Negli anni ‘80 fu coniato dalle major discografiche il celebre slogan: “Home Taping is Killing Music” (la registrazione amatoriale sta uccidendo la musica). Un po’ come è stato fatto dopo per il p2p (peer to peer). Tra i primi sostenitori dell’home taping ci fu la band britannica “Bow Wow Wow” scoperta da Malcom McLaren. Nel 1980 la band pubblicò il singolo “C30, C60, C90 Go” su una cassetta lasciando l’altro lato della cassetta vuoto per consentire all’acquirente di registrare la propria musica. La casa discografica EMI licenziò il gruppo poco dopo per il fatto che il singolo in questione avrebbe promosso l’home taping. Lo slogan fu parodiato da moltissime band tra cui i “Devo”, che inserirono il logo della cassetta con le ossa incrociate nel loro video Time Out For Fun, tratto dal disco del 1982, Oh, No! It’s Devo. Il gruppo Heavy Metal “Venom” nell’ album del 1982, intitolato Black Metal, ha usato il logo con le parole : “Home Taping Is Killing Music; So Are Venom.” Senza dimenticare la versione su nastro dell’Ep dei “Dead Kennedys”, intitoltato In God We Trust Inc. del 1981. in cui avevano lasciato su un lato del nastro il messaggio: “l’home taping sta uccidendo i profitti  dell’industria delle case discografiche! Abbiamo lasciato questo lato vuoto così puoi aiutare”.

Nel 2001 la Apple lancia il primo Ipod, nel 2004 ne aveva venduti più di tre milioni a tre milioni di persone per le quali era diventato uno stile di vit . Parafrasando il titolo di un celebre film si potrebbe tranquillamente dire: Tesoro mi si è ristretta la collezione di dischi !. Questo grazie anche all’invenzione dell’mp3 inventato da un gruppo di inventori tedeschi nel 1987, ossia un algoritmo di compressione audio che riduce la quantità di dati richiesti per memorizzare un suono. Il primo Ipod era bianco fatto di plastica e metallo non aveva chiusure ed era sigillato senza possibilità di far uscire la batteria. Darwin diceva che: “non è la specie più forte a sopravvivere ma quella che risponde ai cambiamenti”. L’Ipod ha cambiato i tempi e le abitudini di ascoltare la musica e di metter insieme la musica, il principio del mixtape non è cambiato, si è evoluto in una moderna playlist.

L’Ipod è una invenzione geniale del novecento dopo… beh dopo tante cose, ma una volta che lo hai non ne puoi fare proprio a meno. E per dirla con Hoagy Camichael : “Ci sono altre cose nella vita oltre alla musica, ho dimenticato quali, ma devono essere da qualche parte qui in intorno”.

 Cosimo Ruggieri

(From plastic box)