RECENSIONI

Cinerecensioni

Misteri e noir in Te absolvo

di Iolanda La Carrubba

325178392_absolvo1

Ecco apparire a tutto campo,la cornice di un paesaggio incantevole, qui il Dove assume un significato sereno in un paesino del Monferrato, fin quando sopraggiunge lo scandalo. Gli abitanti del luogo coperti d’anonimato rifuggono dall’idea di poter perdonare l’imperdonabile. Il parroco Andrea Caracci (un magistrale Toni Garrani) in crisi con la sua fede da uomo ma al contempo profondamente immerso in essa, agli occhi della Chiesa pecca. Iniziano così i primi interrogativi che per volontà autoriale (dello stesso regista Carlo Benso e di Toni Garrani) forse, lasciano dei spazi vuoti colmabili solo dalla soggettività del fruitore. Un film quindi Opera che assorbe l’attenzione dello spettatore in un vortice di sensi in perpetuo mutamento.

Dunque nel procedere della narrazione sopraggiunge il personaggio chiave, il parroco musicista, sensibile ed affascinante Paolo Biancorè (l’incisivo e formidabile Igor Mattei) che ha il compito di convincere Andrea ad assumersi la responsabilità dettata dal suo stesso peccare.

La giovane donna (la bravissima Karolina Cernic) è madre single, è donna avvilita, è la speranza di un futuro migliore, la quale si trova a dover combattere contro i pregiudizi degli abitanti a scapito del suo amore (impossibile, che vuole celare in un’ovattata metafora anche un altro elemento di provocazione e riflessione, in un equilibrio precario di “in”giuste scelte, oppure l’enorme differenza di età tra i due amanti, rappresenta la rivisitazione di tutta la grande letteratura che decanta il tema dell’amore proibito?), ora costretta in sposa ad un uomo Fausto  (l’intenso Fabio Fazi) il sacrestano avvolto da una coltre misteriosa dai risvolti noir, per salvaguardare la reputazione di lei d’innanzi alle congetture dei compaesani.

La regia ben delineata, saldamente strutturata su una sensibile intelligenza artistica, è la forza del film proprio grazie alla diversa interpretazione della narrazione visiva che attraversa i molteplici punti di vista; il clergyman e i suoi dettami, la vecchia morale teologica, il sentenziare giudizi  (in completa antitesi con le parole del Cristo dal Vangelo secondo Giovanni 8,1-11 “Qui sine peccato est vestrum, primus lapidem mittat”), il discernimento, il conformismo (a)sociale, l’equivocabile spiritualità, la vita e la sua inevitabile immagine speculare, la morte (?).

Un film “Te absolvo” di non facile ed immediata comprensione, è un dramma fondato su stereotipi dei gesti strappati al quotidiano, ma carichi delle ossessioni psichiche con l’obbiettivo cardine di stimolare l’attenzione verso un inganno narrativo, una fabulazione controvertibile poiché l’insieme è da vedere/interpretare, ponendo l’attenzione su diversi piani, o meglio su di un piano multifocale, come se la linea dell’orizzonte (tra scrittura e movimenti di macchina) venisse decontestualizzata e reinterpretata in un’opera surrealista, dove non può mancare di certo il senso di stordimento fondato sul dèjà vu.

regia di: Carlo Benso cast: Toni GarraniIgor MatteiKarolina CernicFabio Fazi, Calogero Marchesi, Claudia Giaroli, Lara Miceli, Emanuela Solerio, Alessandra Tartaglia, Alberto Pelliteri, Mattia Rosellini, Fabrizio Milano, Marco De Martin Modolado, Loredana Marcarini sceneggiatura: Carlo BensoToni Garrani fotografia: Manolo Cinti montaggio: Cristiana Cerrini scenografia: Emi Ganora costumi: Giulia Accornero musica: Enzo Pietropaoli produttore: Francesco Paolo Montini produzione: Movie Factory, in associazione con Gruppo Stat, Studio Lanteri, in collaborazione con Film Commission Torino Piemonte

 

Annunci

CineRecensioni

FESTA DEL CINEMA DI ROMA 2017

CineDiario I


di Sarah Panatta

 

Risultati immagini per hostiles


Apre con carrellate che raggelano il fiato e sussurrano i fasti del cinema grande Hostiles, nuovo western che tra perdite e rinascite porta ancora una volta alla Festa Scott Cooper, giovane attore e soprattutto regista, che cavalca la sua aspra America e i suoi colori desertici, nitidi, scostanti, i simbolismi contraddittori della “frontiera” e dei suoi figli disadattati. Un luogo e insieme NonLuogo, fatto di montagne e di non detti, di delitti di sangue e di brutalità illimitata, ma contemporaneamente di strani altrettanto delittuosi sentieri di redenzione, attraversato già in due insospettati gioielli quali Crazy heart (2009) a Il fuoco della vendetta (Out of the furnace – 2012, presentato e premiato dalla TaoDue all’allora denominato Festival del Cinema di Roma nel 2013). Stringe tra carrelli e primi piani il volto segnato del suo attore ormai feticcio, Christian Bale, ancora “uomo senza sonno” anch’egli imprigionato, nella routine del soldato di frontiera, spinto soltanto da rantoli di vendetta e dall’amore sepolto con i suoi compagni di battaglia e di dolore in una lotta-inseguimento con gli indiani, dove l’umanità e i suoi compromessi errori e orrori si confonde e mescola e dove l’odio razziale non ha diritto di esistere dove tutti siamo (in parte) e possiamo restare (ancora) umani.

Risultati immagini per tomorrow and thereafterCon Demain et tous les autres jours dilaga invece l’amour fou tra madri e figlie, dentro e fuori sogni preraffaeliti e voli di civetta, un romanzo di formazione firmato da Noémie Lvovsky. Una malinconica cronaca familiare quella firmata da Noémie Lvovsky con il suo Demain et tous les autres jours, presentato per la sezione Alice nella città alla dodicesima edizione della Festa del Cinema di Roma. Lvovsky scrive e dirige una fiaba quotidiana che parla il lessico delle paure e dei desideri d’infanzia, quella travolta dal caso quotidiano, il caos in cui la piccola Mathilde mentre canta e impara a far di conto, deve tenere a bada oltre che badare, alla mamma folle, depressa e smemorata, che sente le voci e fugge spesso, forse troppo, nella “foresta” delle voci che la chiamano e la strappano a Mathilde, che brucia faraone nel forno e tende alle finestre, fa e disfa valigie e teme di dire la verità al padre lontano, mentre la mamma si perde tra fughe metropolitane e treni fermi, nel suo tentativo di decifrare quelle voci. Intanto Mathilde parla e gioca con la sua civetta parlante, sua compagna, consigliera, insieme affrontano il significato della normalità/malattia, l’assurdo gioco dei ruoli della vita, tra scheletri rubati e cene di Natale letteralmente andate in fumo. Tra dramma classico e commedia fantastica, Lvovsky psicanalizza con luci temperate e due straordinarie protagoniste un amour fou, trascinando in una tempesta tutt’altro che quieta, la vita, che dura domani e ogni altro giorno.

Risultati immagini per metti una notteFa sorridere con garbo il notturno psichedelico e romantico firmato dal trentaduenne figlio d’arte talentuoso Cosimo Messeri, che presenta Metti una notte per la sezione Panorama Italiano del foltissimo programma di Alice nella Città, una commedia che tra i toni dell’Albero Azzurro e i “colori” della “strada” felliniani, trova il suo compromesso di realismo magico tra illusionismi e sentimenti entomologici, con una esuberante Amanda Lear nei panni della nonna viveur.

CineRecensioni

FESTA DEL CINEMA DI ROMA 2017

CineDiario II

di Sarah Panatta

Risultati immagini per last flag flying

 

Arriva alla terza giornata il “film”. From Vietnam to the funeral. Larry “Doc” Shepherd, impiegato diligente e capo famiglia coscienzioso. Salvatore Nealon, marine inappuntabile e altrettanto sfacciato anarcoide ubriacone senza pelo sulla lingua e tanto meno nelle ciniche budella (cardine della storia, il sublime Bryan Cranston della serie ormai cult Breacking Bad). Richard Mueller, prima puttaniere in lidi bellicosi poi reverendo fedele, infuocato predicatore e diligente consorte, sia della moglie pragmatica che della comunità devota. I tre cavaliere di neo apocalissi da station-wagon, dopo aver servito insieme in Vietnam si riuniscono, diversamente travolti da tumultuose decadi di drammi quotidiani, per dare degna sepoltura al figlio Marines di Doc. Un nitido scrutare nell’oscuro poco scrutato o scrutabile, nel nuovo film di uno tra i più eclettici, coerenti e produttivi “autori” della nuovissima Hollywood. Last Flag Flying, di Richard Linklater in concorso alla XII Festa del Cinema di Roma.

Tre star, Bryan Cranston, Steve Carell, Laurence Fishburne. Tre “ex”… Loro in Vietnam sparavano ai “musi gialli”, cercavano prostitute e si facevano di anfetamine. Poi ognuno di loro ha affogato o redento la propria esistenza riciclandola in abiti borghesi. Collante e motore dell’azione il pacato Larry, che per seppellire il corpo e la morte stessa del suo unico figlio (e di parte della sua vita) richiama a sé i vecchi commilitoni strappandoli all’incerta nuova quiete della routine e gettandoli in un rocambolesco viaggio. In mezzo scorre un fiume, di ricordi e di ricomposizioni, di verità come di salme, di scheletri dentro e fuori l’armadio, di amici morti in circostanze assurde e allucinate, di guerre inutili e ingiuste, di governi mendaci, di propositi sinceri e spudorati nel Paese delle maschere e degli inganni.

Risultati immagini per last flag flyingBar alla deriva, prediche raffinate, cazzi duri e cazzi depressi, camion con montacarichi idraulici e idrauliche dell’emozione, viaggi abissali e cimiteri rifiutati, colletti da rete e stelline di divise, ammutinamenti inevitabili e bevute rivelatrici. Autore della trilogia iniziata con Before Sunrise con il suo attore feticcio Ethan Hawke protagonista poi di Boyhood; ma anche di esperimenti come A Scanner Darkly del quale alcune tematiche ritroviamo in Last Flag – tra le quali la paranoia (anti)sociale, gli “abiti” che disindividuano le identità e le stratificano, i meccanismi oppressivi e appunto “oscuranti” del potere e il doc Fast Food Nation. Linklater scrive e struttura un’opera serrata travolgente e perfino ricattatoria nel fluido magnetismo di dialoghi esilaranti e laceranti al tempo stesso. Il tempo di una storia divertente e paradigmatica, di bandiere mentali e di affetti reali.
Fratelli nella notte, pronti ad ogni ultimo e insieme primo viaggio. From the funerali to a “waking life”.

 

Risultati immagini per stronger film


Controparte retorica di Last Flag: Stronger. Eroe all american, che risorge dalle ceneri del terrorismo, dalla sedia a rotelle agli stadi, Jake  Gyllenhaal è Jeff Bauman.

A Jeff i capelli puzzano di pollo morto, la sua birra porta fortuna al campionato di baseball, la sua ragazza lo ha mollato per l’ennesima volta, a sua madre tocca l’ennesima sbronza in quella casa piena di calore e di rimpianti. Jeff crede nella fatalità e nell’amore e a ricomporre pezzi, anche quelli del proprio corpo.

Ricostruisce la storia di un vero eroe americano, in una storia dalle retorica prettamente WASP il melodramma firmato da David Gordon Green, Stronger, in concorso alla XII edizione della Festa del Cinema di Roma, con un sempre strepitoso e camaleontico Jake Gyllenhaal, uno dei più smaglianti interpreti della sua generazione e non solo. Prova d’attore magistrale in un film che infiltra l’epos più tipicamente americano, di buoni sentimenti e insieme di alcune macro contraddizioni della famiglia disfunzionale, altrettanto americana.
Gordon Green racconta tra immagini reali e romanzo cinematografico, lo sfortunato percorso del giovane Jeff, che per incitare la sua ex forse di nuovo futuro fidanzata Erin durante la maratona di Boston del 15 aprile 2013 da lei percorsa, finisce nel mezzo dell’attentato che con due deflagrazioni causate da due pentole a pressione riempite di oggetti contundenti e fatte esplodere con comune polvere da sparo, ferì 264 persone e ne uccise tre. Jeff resta mutilo delle gambe e a fianco della sua compagna Erin inizia la riabilitazione, la ricerca delle “nuove” gambe tra madri tossiche, dipendenze e sensi di colpa misti, popolarità mediatica e senso di inadeguatezza, bisogno di crescita personale e di libertà.

Risultati immagini per strongerRacconto di formazione oltre che di propaganda nazionale abilmente confezionata. La narrazione poco si sofferma sulle origini dell’attentato, additando gli attentatori come “terroristi”, appellativo generico e ancor più inquietante a cui ci hanno abituato le breaking news prima e i titoli quotidiani e social oggi, e illuminando il film del messaggio filo occidentale già conosciuto per cui l’America deve imparare dai suoi paladini per difendersi dalla continua minaccia esterna, quel “terrorismo”. Mitologia della frontiera che prosegue, la stessa tramandata da tantissima cinematografia made in USA, non ultimo in parte il colossal di Cooper visto al Festival quest’anno, Hostile.

 

CineRecensioni

FESTA DEL CINEMA DI ROMA 2017

CineDiario III

di Sarah Panatta

 

Risultati immagini per I Tonya

“Fottetevi, sono la migliore”, è spudoratamente falso-vero il biopic sulla celebre pattinatrice Tonya Harding e il suo incubo americano che ha infiammato il pubblico della quarta giornata della Festa.
Perché il terrore corre, anzi volteggia, sul ghiaccio. Piste delittuose e sogni infranti.
I, Tonya. Vera falsa vicenda di una vera famiglia “ammazzatutti”, covo di bugie e violenze che ha nutrito uno dei miti (americani), la pattinatrice (poi pugile e madre) Tonya Harding, raccontata con ritmo incessante e primi piani ammiccanti, tra scaltro quasi alleniano mockumentary e dramedy travolgente, da Craig Gillespie, in concorso alla Festa del Cinema di Roma 2017.
Alla gente Tonya piace o non piace. Come l’America. Tonya è l’America…
Abituato al racconto del sur-reale americano (vedi Lars e una ragazza tutta sua, ad esempio) Craig Gillespie spettacolarizza senza prudenze, sfruttando i virtuosismi più moderni della messa in scena, la sceneggiatura ad incastro di Steven Rogers, che depreda arguta e clinica quanto sfacciata (come i suoi protagonisti) la storia e le cronache, le testimonianze e le supposizioni sulla vita della pattinatrice più famosa del mondo, la “volgare” Tonya. Figura ancora controvera e quanto mai simbolica di un’America in perenne ristrutturazione e negazione delle proprie identità, Tonya è un poderoso ensamble di complessi psicologici e di innate doti fisiche, che le permisero di battere record sportivi (fu la prima pattinatrice americana ad effettuare il difficilissimo e pericoloso salto chiamato triplo “axel”) e di devastare il proprio vissuto privato. Povera campagnola che non sa fare altro che pattinare, e meglio di chiunque altro forse, vittima di una società ottusa e omertosa, di una madre-manager glaciale, manesca e dittatoriale oltre ogni limite genitoriale valicabile, Tonya molla la scuola e mentre vede la madre franare tra fumo e mariti in fuga, si allena senza sosta e si sposa troppo inesperta con Jeff Gillooly, un uomo patetico e ricattatorio, alter ego debole e idiota della madre. Nei fatti, una storia di idioti, come dice uno dei giornalisti che Gillespie “intervista” in questa artificiale barocca e cinica ricostruzione che non può trovare la verità ma fa parlare tutti ognuno con una sua multipla ambigua versione. Idioti che si infilano nel vicolo cieco del crimine, quando la competizione per le Olimpiadi diventa sempre più affannosa e mentre Tonya cerca di restare in forma, stressata dalle percorsse del marito e dalla propria coazione ad autosabotarsi con uomini narcisisti e cruenti, proprio Jeff sembra tradirla più pesantemente di tutti, commissionando un attentato alla principale rivale di Tonya, Nancy Kerrigan, a cui viene rotto un ginocchio. Nonostante le rocambolesche avventure sui rotocalchi, la pressione delle televisioni, l’odio familiare e i terremoti dell’opinione pubblica, le due si affrontano alle Olimpiadi. Il resto è storia. Quella dei giornali e dei processi, che videro Tonya bandita dal pattinaggio e dagli allori mediatici.
Prodotta e rigurgitata dai massmedia, a cavallo tra anni ’80 e anni ’90, la più “VIP” dopo Clinton all’epoca dei fatti, colpevole e insieme innocente, arrogante e insieme genuina star (interpretata da una formidabile Margot Robbie) di un sistema alle soglie della massificazione social e già in piene guerre del petrolio, un sistema che si divora bulimico ammalando i suoi figli, Tonya è una di loro, una i noi, imperfetta e in fondo sola.
Tonya, l’America.
Sola e straniera, anche la protagonista di Prendre le large, favola postcoloniae e dramma intimista firmato da Gaël Morel. Delocalizzazione, cambio di clima, scambio di solitudini. Edith e la sua emigrazione marocchina.Risultati immagini per Prendre le large
Dalla campagna francese, enormemente desolata, all’incatato caos di Tangeri, città “più di matti che di gatti”. Edith, vedova e con un figlio che non vede mai e che ha smesso di volerla nella sua quotidianità (tanto da non dirle che si è unito civilmente con il suo compagno), deve lasciare il suo lavoro di operai tessile a causa della chiusura degli stabilimenti europei, spostati in lidi dove la manodopera è sfruttata con conveniente ribasso. Accetta così nello sbugottimento delle colleghe e delle loro “cazzate sindacali” il tarsferimento africano, in una fabbrica dove tra assoggettamento fascistoide, macchinari dissestati, ricatti continui e politiche blindate la delicata e intimorita Edith scivola dalla padella alla brace.  A, dopo scippi, lavori forzati e nuovi licenziamenti, Tangeri trova il “suo” posto solo nella pensione a buon mercato diretta dalla scorbutica (perché) emancipata problematica Mina, divorziata e con un figlio a carico. Dal loro rapporto, inizialmente litigioso, inizia il risveglio di Edith.
Viaggio di nostalgia, storia di non detti e di rinascite, di lotte al femminile e di famiglie allargate possibili, quella firmata da Gaël Morel, Prendre le large, in concorso alla XII Festa del Cinema di Roma. Un melting pot aggraziato, pacato, ritratto pittorico e introspettivo di un percorso di cambiamento o meglio di ri-conoscimento per la protagonista, attualizzato alla società che si ritira sempre più in barricate razziste mentre è costretta dai suoi stessi meccanismi ad aprire varchi o forse uscite di sicurezza tra le sue barriere econimiche e culturali. Morel si affida al nitore della fotografia e al contrappunto solido ed equilibrato tra le due magistrali protagoniste interpretate dalla veterana bionda Sandrine Bonnaire e dalla affascinante e bizzosa “autoctona” Moune Fettou. Ne emerge unimplosivo e ottimistico scontro di civiltà per un ristorante nella periferia portuale di Tangeri.
Luogo dell’anima dove si cuciono nuovi punti sul finito eppure infinitamente sorprendente tessuto della vita.

Recensione

Scrivere per vivere

Una riflessione sull’esordio editoriale di Emiliano Scorzoni “Scrivo quindi vivo”

di Iolanda La Carrubba

 

L'immagine può contenere: sMS

Questa piccola raccolta possiede un vero e proprio Big-Bang del microuniverso del poeta, qui vi è racchiuso il susseguirsi di epoche stratificate nella terra della poesia contaminata nell’adesso, nel luogo più segreto del sentire. Emiliano Scorzoni possiede una forza di scrittura solare e al contempo lunare, così che il suo diventa un equilibrato versificare, sa giocare ed interpretare l’oggi, l’ovvio, la vita e la morte con delicata espressione funzionale alla struttura della sua poesia.
Tra i diVersi componimenti della silloge ce n’è una che porta attraverso il titolo un dolore profondo, intimo, conscio, 23 marzo 2016 mi manchi papà:
“…poche ore dopo te ne andasti./Lascandoci il ricordo./Lasciandoci un vuoto impossibile da colmare./ I tuoi occhi verdi come il mare/ saranno per sempre nei miei.”

Dalla prefazione a cura di Anita Tiziana Laura Napolitano si legge:
“…La scrittura per il nostro poeta ha funzione terapeutica e la sua azione è selvatica, oltre a esorcizzare il dolore, accentuare la gioia, osannare l’amore, libera dalla gabbia degli stilemi imposti…”
in effetti nella poesia di Emiliano Scorzoni, il tutto diventa simbolo, accompagnando il moto e la sua essenziale ed esistenziale metrica, verso un verso liberato, esorcizzato appunto dal suo sguardo sul mondo sensibile e rivelatore. In Parole abbiamo un concentrato di quanto sia evidente questo dato:
“…Parole su pietre/ incise nel burro./ Scritte veloci/ che trovi su un muro…”

Il suo è un vivere ed uno scrivere sincero, genuino, a prima lettura o nel leggere i suoi componimenti nella fretta della quotidianità, potrebbe apparire una scrittura semplicistica, ridondante, petulante ma nell’approfondire la sua poetica, leggendola e al contempo Vivendola, si evince uno stile poetico composto principalmente da risonanze melodiche, ovvero dall’affermazione emotiva e solipsistica del più profondo significato delle parole e del valore che esse assumono, viste dalla soggettività dell’autore. Qui sembra quindi affermarsi il principio di indeterminazione di Heisenberg dove una particella elementare, in questo caso dunque la scrittura, cambia la sua identità in base all’osservazione dello scienziato, quindi del poeta, poiché esso nell’osservare, aziona una reazione nella particella. Quinto Orazio Flacco precorre il concetto con straordinaria veridicità emblematica asserendo:
“Niente è bello sotto tutti i punti di vista”
La consapevolezza di Emiliano sfodera con fierezza la sua visione sulle brutture dell’Umanità e armandosi di penna, le grida nel silenzio di un foglio bianco approdando fino alla poesia civile con coraggio, empatia e solidarietà, un esempio è La speranza:
“… sono le onde del mare che/prima cullano dolcemente/ poi uccidono alacremente./E’ l’aguzzino che ti guida nel viaggio/ ti mostra la vita/ ma è solo un miraggio…”

Nell’introduzione all’opera a cura di Maria Teresa Infante si legge:
“… Non esiste discrepanza tra la mente e la mano che obbedisce ai dettami razionalmente orchestrati, e non c’è divario tra cuore e versi, sviscerati con la semplicità di chi vive alla stessa stregua del pensiero…”
Di fatti in lui vi è celato il legame profondo alla vita, al suo presenziare nel bene e nel male il giorno che audace divora Tempo elargendo esperienze ed in Preghiera all’estate il pensare ed il diventare pensiero conferma la forza poetica dell’autore:
“…Sole caldo d’estate/ riscalda questo cuore/abbraccia queste ossa.”

In “Scrivo quindi vivo” edizioni L’Oceano dell’Anima, emerge quanto la sua scrittura diventi un scienza esatta, approfondita e collegata casualmente o non, alla fisica quantistica spirituale la quale si occupa di studiare tutti quei fenomeni legati all’esistenza dell’umanità a all’inscindibilità dal Cosmo, dunque da tutte quelle forze invisibili ed inspiegabili. Come emerso dalla ricerca del prof. Vittorio Marchi (tra l’altro mio professore di Fisica):
“Se riusciranno a superare quel LIMEN, un punto liminale o limite di separazione, causato da una soglia sensoriale, psicofisiologica, che procura all’ uomo l’illusione ottica di essere Altro dall’essere un unico con il Tutto si capirà che Osservatore e Osservato (come asserisce la fisica quantistica) sono UNO. Non per niente il termine “Uomo” deriva dal sanscrito “Manava”, a sua volta derivato da “Manas”, il “Pensiero” o “Coscienza Empirica”. Si tratta quindi di incominciare a riconoscere che esiste una realtà fatta di una certa identità presente tra uomo e cosmo, relazione che si va facendo sempre più stretta, fino ad essere sostenuta oggi dalla stessa PNEI (psico-neuro-endocrino-immunologia)”, questa fondamentale affermazione conduce immediatamente alla riflessione che l’ispirazione umana è un sentire attraverso le più sottili energie che oltrepassano il pensiero stesso, nell’individuo diventa forma d’Arte ispirata grazie ad una qualche forza cosmica. Emiliano Scorzoni si compenetra nell’argomento componendo la poesia Ispirazione:
“…Mi spoglio/mostrandomi nudo/da inutili orpelli./Capo chino./ Mi avvicino al cospetto tuo./ Poesia.

Questo esordio editorile di Emiliano Scorzioni, è promettente ed in se trasporta il vero segreto del voler fare e vivere la poesia, quello della temerarietà, della determinazione. Charles Bukowski nel componimento Tira i dadi, scrive un incoraggiamento unico, esemplare:

Se vuoi provarci,
fallo fino in fondo.
Altrimenti non iniziare…
…Fallo fino in fondo…
…potrebbe voler dire…
…gelare in una panchina nel parco,
potrebbe voler dire prigione,
potrebbe voler dire derisione,
scherno, isolamento…
… E lo farai,
nonostante il rifiuto
e le peggiori avversità…

…E sarà meglio di qualsiasi altra cosa
tu possa immaginare.
Se vuoi provarci,
fallo fino in fondo,
non ci sono altre sensazioni
come questa.
Sarai solo con gli dei
e le notti
arderanno tra le fiamme…

Recensione

Le memorie nella raccolta di Rita Pacilio

di Iolanda La Carrubba

Risultati immagini per prima di andare rita pacilioLa o meglio Le Memorie sono la chiave di lettura della raccolta poetica “Prima di andare” di Rita Pacilio, un lavoro completato dalla stesura di alcune lettere, intimamente rivolto all’Altro, al Tempo che lento divora istanti di totalità ed agile elargisce esperienze, fatti, storie, luoghi dove ritrovare e rielaborare il trascorso, tra rimpianti adagiati cautamente su di un percorso disseminato di sensazioni. 
Non è il silenzio a padroneggiare l’andamento metrico del linguaggio, ma compare visionario il sound design dei rumori di tutti i giorni, elevati all’infinito ritmo del Cosmo:

“Si filosofeggia sugli uccelli 
sul suono che si perpetua da secoli…”

Il suono stesso dunque, divine spazio abitato da nostalgie migratorie che hanno il compito di dissipare dubbi per affermare e fermare, in quelle stesse memorie; domande, riflessioni, continuità dello stupore proprio di chi con occhi colmi d’esperienza ma in cerca ancora di altri approdi, guarda lo scorrere della vita e non del Tempo einsteiniano che illusoriamente separa il passato dal futuro, ma del tragitto che esso segna a partire dalla nascita, fino all’ultimo istante in cui il corpo si trova ancora ospite della Terra.
Nella lettera seconda l’autrice scrive:

“Ci sono momenti in cui i sentimenti arrivano a un punto luminoso e profondissimo, senza spiegazione logica come gli anni passati quando li ricordi in una sola azione, in un fatto accaduto, senza consequenzialità cronologica, immobili tutti in una sola scena.”

L’immagine che emerge dal raffinato stile di Rita Pacilio, non è il congelamento dell’attimo come se si trattasse di un’istantanea con i volti immortalati per l’eternità sorridenti, ma si tratta di una complessa azione scenica dove si descrive l’amore, la delusione, la felicità e il pianto attraverso un lavoro che riporta alla mente un soggetto cinematografico. La suggestione filmica qui suggerita ha una nota malinconica, strettamente legata alle turbolenze emotive, solitamente accompagnate da metaforiche intemperie descritte da tuoni all’orizzonte e scosciante pioggia, quasi fosse la volontà dell’anima a muovere il mal-tempo. Ė qui celata la forza poetica intimamente legata al fruscio della pellicola, la quale golosa cattura la quotidianità di eventi romantici che riportano alla mente il meraviglioso film di Charlie Chaplin Luci della città, dove vi è contenuto il senso dell’abbandono, di una solitudine aspra condivisa tra due persone pronte ad innamorarsi, lo stesso regista in seguito affermerà:
“la vita non è una tragedia in primo piano, ma una commedia a campo lungo.”
e nell’opera totale di Rita Pacilio il fil rouge è l’Amore, i suoi segreti, le sue discinte sensualità, ci sono confidenze e confessioni dove:
“…i ricordi erano chiusi a chiave nella cassaforte che nessuno voleva scassinare.”

e reminescenze private contenevano e contengono brevi testamenti che sobbalzano dal luogo dell’altrove, dove vanno a nascondersi gli adii. Qui si è raggiunto uno stato alto di coscienza, la quale insegue la meta di un’età diversa, piú matura e consapevole dei suoi limiti, una nuova era enigmatica, capace di gustare anche il sapore amaro della sfida vissuta, la quale segna un solco doloroso sulla nudità del foglio bianco, arreso al racconto colto, elargito attraverso l’inchiostro che scorre nelle vene di Rita Pacilio.  I suoi volti, i volti dei suoi personaggi, sono perturbati mentre danzano all’interno del meccanismo di una società asfittica:

“…il martirio porta guanti bianchi, nei capelli 
l’aria dell’inverno, che stupida la gente 
spinge corre senza sguardi, senza piedi.”

un mondo imprigionatore che non permette l’evasione della felicità, del possibile e plausibile raggiungimento di essa o di una delle sue forme mutevoli, costituite da trepidante speranza shakespeariana descritta nel sonetto n° 73:

“In me tu vedi quel periodo dell’anno
 quando nessuna o poche foglie gialle ancor resistono
 su quei rami che fremon contro il freddo,
 nudi archi in rovina ove briosi cantarono gli uccelli.
 In me tu vedi il crepuscolo di un giorno
 che dopo il tramonto svanisce all’occidente
 e a poco a poco viene inghiottito dalla notte buia,
 ombra di quella vita che tutto confina in pace.”

Mentre si procede verso il finale tutto è sovvertito, c’è un nuovo inizio a completare l’andamento naturale delle cose, i flashback che fin qui hanno fatto credere si trattasse della fine, ritornano a moderare un’armonia sentimentale dove si evince il potere misterioso dell’amore:

“…Stordisciti di sapienza… di polmoni vuoti e verità.”

Nota dell’autrice
Rita Pacilio (Benevento 1963) è poeta, scrittrice, collaboratrice editoriale, sociologa, mediatrice familiare, si occupa di poesia, di critica letteraria, di metateatro, di letteratura per l’infanzia e di vocal jazz. Curatrice di lavori antologici, editing, lettura/valutazione testi poetici e brevi saggi, dirige la collana ‘Opera prima’ per La Vita Felice. Sue recenti pubblicazioni di poesia: Gli imperfetti sono gente bizzarra (La Vita Felice 2012) trad. francese L’Harmattan, 2016, Quel grido raggrumato (La Vita Felice 2014), Il suono per obbedienza – poesie sul jazz (Marco Saya Edizioni 2015), Prima di andare (La Vita Felice, 2016). Per la narrativa: Non camminare scalzo (Edilet Edilazio Letteraria 2011). La principessa con i baffi (Scuderi Edizioni 2015) è la sua fiaba per bambini.

Recensione

Il profondo (amaro) amore nei “Percorsi” di Cinzia Marulli

di Iolanda La Carrubba

 

percorsi-330053L’occasione è quella dell’incontro in questo prezioso libro fatto di Percorsi, dove il protagonista è lo scorrere del tempo. Passa il tempo per le strade poetiche di Cinzia Marulli, giunge il ritorno mentre si “…sparge la clorofilla della follia…” al ritmo di “…360 battiti scanditi su un foglio bianco…” ed arriva il momento dell’attesa. Così allo scandire di nuove pause calme, s’avvicendano floride e sofferte le ore del lavoro, provate, affaticate dalle loro stesse parole, gravide di vita.

E’ attraverso i miti, le leggende, le fiabe che si svela l’archetipo dell’Eroe, l’autenticità del suo vagabondare alla ricerca sempre più estrema, della propria identità in “…quella sospensione concreta del cosmo…”e Cinzia Marulli accompagna il lettore nel suo più intimo dedalo, disegnando Percorsi con perizia riflettendo sul significato delle singole parole, riuscendo con il suo stilema forte a volte solipsistico, a fare e vivere Poesia. La potenza della sua espressione poetica, si staglia contro il velo oscuro dell’indifferenza, riaffermando nell’inconscio collettivo junghiano, la propria testimonianza con la volontà indomita di scuotere gli animi ed affrontare coraggiosamente il proprio malessere.

“Conoscere la propria oscurità è il metodo migliore per affrontare le tenebre degli altri.”  (Carl Gustav Jung)

Qui vi è racchiuso il profondo amaro amore per la vita tutta, le sue eclissi oscure e dolorose, le memorie tragiche, le amicizie che oscillano danzanti al sussurro introspettivo della calda fiamma, fuoco materno, che illumina il tortuoso sentiero. E come impeto funesto s’innalza il dolore sacrilego che tutto paralizza e si arrende tacito ma pur sempre riflessivo, agli orrori prodotti dall’umanità,  c’è morte una morte devastatrice, incattivita e violenta che porta il nome della guerra, c’è tormento e sacrificio nell’intimità femminea seviziata.

Cinzia senza alcun preavviso lancia un grido muto e penetrante, profanando il suo stesso poetare, furiosamente con la forza e l’audacia della speranza, elargendo con fervore un breve ma intenso racconto. Amine è prosa, è denuncia, è voglia di mutare l’orrido in serenità utopica.

Tra le turbolenze del saper vedere, si anima un tormento indomabile ma al contempo cauto e ponderato facendo sovvenire alla mente le parole di Virginia Woolf:

“Perché una volta che il male di leggere si è impadronito dell’organismo, lo indebolisce tanto da farne facile preda dall’altro flagello, che si annida nel calamaio e supera la penna.”

Non sono percorsi facili quelli suggeriti da Cinzia Marulli, ma è un’andare “… su questa terra tonda…” con l’eroismo di solcare sulla propria pelle, il viaggio di un’intera vita, immaginandone la fine come un nuovo percorso da intraprendere:

“Voglio scrivere della mia morte ora
ora che sono in vita
perché non la conosco
e posso dire tutto quello che mi pare

così nessuno mi potrà dare della bugiarda.”

E’ un libro questo da divorare nelle ore più amare del giorno ed è da amare in quegl’impercettibili attimi di realtà dove la patologia dell’età che avanza, inevitabilmente s’appella allo sguardo incredulo dello specchio che tuttavia rimane incantato agli occhi del cuore ancora fanciullo, che vaga alla ricerca costante dell’incontro.

“Non è nel profumo dei gelsi
e nel quieto mistero del lago
che ci incontreremo
ma tra i ghiacci del nord
nella dimensione sconosciuta dell’oltre
lì, dove il tempo non esiste
e la materia è puro pensiero.”

Recensione

Itinerari intimi nella poesia di Serena Maffia

di Iolanda La Carrubba

 

Risultati immagini per roma mi somiglia serena maffia

E’ immediato l’impatto emozionale elargito generosamente all’interno della pregevole silloge Roma mi somiglia (ed. Passigli) di Serena Maffia, è un itinerario intimo, complesso, organico, voluttuoso e attuale, costruito con efficaci parole che compongono e completano uno stile elegante, profondamente riflessivo nella sua compostezza linguistica.

Appare nitido il volere poetico che si presenzia confidente e audace, completandosi nell’esperienza sensoriale attraverso quel rimando colto, proprio della poetessa, a metafore acute e mai ridondanti, colme di un’efficacia visiva e visionaria. Sapienti si dispongono diversi orizzonti sul piano cartesiano, prono al potere immaginifico delle parole raffinate, la cui totale composizione trasporta il lettore in un opera pittorica dai rimandi metafisici:

“…capitale sparita, gente impazzita/borgo che nutre, che fa leone o drago/Roma alla sera profuma di Roma”.

Qui vi è racchiusa una struttura potente, alchemica che sconvolge l’ordine naturale delle cose quasi a voler far predominare i sensi sulla ragione, una passione femminea ardente, conturbante che sa nutrire e nutrirsi di attese e rinvii, forse soffrendo l’assenza:

“e se fossi l’acqua?/ che inghiotte la pietra e intorno acqua / che tutto inghiotte senza ingoiare”.

Persuasivo è il viaggio intrapreso oltre l’altro, tra gli altri, nell’ arte tra gli altari e i rituali degl’intimi momenti che mutano la notte in giorno, cambiando il volto di lei che vede Roma Serena, come il suo nome semplice che aspetta di accompagnarsi all’andare e il venire del tempo.

Ed è in questa attesa che la poesia di Serena Maffia si completa, percorrendo, attraversando e solcando l’andamento metrico dei classici fino ad approdare, superando le controversie del mondo fisico quotidiano, alla poesia erotica.

Viaggio dunque di sensi, desiderosi d’estasi e di assaggiare il volto segreto delle emozioni, delle reminiscenze immaginate e tangibili tratte dalle suggestioni di lei che poeticamente va nel suo Se di bambina, fino a raggiungere il suo oggi di donna:

“Firenze di me ha i capelli bagnati /occhi allungati e gelato in mano / tornata ragazzina”

Colta, vigorosa, amante della passione fatta di carne e penna,  passa ed oltrepassa se stessa raggiungendo l’origine materica del dato oggettivo, che si immerge nel subinconscio poetante di Serena, fatto di un insieme di elementi accattivanti, provocatori e vertiginosamente eroici:

“e giù per il viottolo segreto/intorno al Teatro Marcello / su per il ghetto liberato / anche dai turisti, in un sogno desiderato”.

Forte è l’esperienza materna spesso presente, altre volte più latente quasi fosse una protezione cosciente ricercata e ritrovata all’improvviso, mentre passeggia o mangia un gelato e la vede tra le bellezze del suo andare, nei gesti di una vita prosperosa:

“Napoli che bella donna/e tiene per mano i bambini / e lattanti appesi ai seni / come l’albero della cuccagna”

E’ sorprendente come si lascia anche cullare da una malinconia abbandonica, proveniente da un mondo fenomenico solipsistico, a volte illusorio che discende nelle viscere del mare interiore, dove lei si troverà armata di penna, a lottare contro il kraken dei ricordi:

“ti scorgo nel bordo concavo/della tazza adombrata/prigioniera del giorno e/di una scodella di latte”.

Passeggia riflessiva nei vicoli di un dove totale, prevalentemente composto delle tappe di un’intera vita, qui si tinge di mestizia il tracciato, valicato con cautela e ponderato fino all’atto finale:

“Assisi ti spoglia del nero / e ti veste d’aria/ti spinge per strada / su fino al sepolcro.”

Provocatoria indaga se stessa senza trascurare nulla e si fa portatrice di sfide giocose, conducendo anche il lettore verso l’analisi del suo esistere, condividendolo senza censure:

“guardami ora che ti mangio vivo/guardami è solo un gioco/che mi diverte, rido/ nel farti sentire in balia/ del mio umore lunatico.”

Mentre l’andamento poetico delinea musicale il pensiero e il suo pensare, si raggiunge una meta onirica:

“Palermo è l’impronta del mondo/sulla strada calda / serenità d’edera riflessa / calice d’ambrosia”.

Qui avviene una circumnavigazione avventurosa che riporterà Serena Maffia a somigliare all’amor per Roma:

“Roma mi somiglia, è una ragazza stanca / seduta sulla sponda della Tiberina / a sgambettare al tempo”.

 

Recensioni

Darkana
di Davide Cortese Edizioni Lietocolle

Recensione a cura di Luciana Raggi

davide-cortese-darkana-copertinapiatta

A pag. 21 l’autore scrive: “Ti prometto […] di ruggire luce”.

La promessa dell’autore è stata mantenuta. Dopo aver letto questo libro di poesie si può ben dire che il poeta ha urlato parole capaci di ruggire luce. Una luce simbolica e una luce forte e vera che nella sua isola natale colora tutto e ha impregnato i suoi ricordi che s’infilano nel presente, in mezzo al nero e al grigio. Accanto alle parole che ricorrono più frequentemente- arcano, nero, notte, buio, ombre…-c’è spesso un riferimento alla luce. Nel titolo, DARKANA, troviamo insieme nero (dark ) e arcano declinato al femminile, a formare un unico nome proprio che pare s’addica alla donna che vediamo in copertina (disegno dell’autore stesso intitolato Odessa ) Qualche esempio:
il buio non è che una luce acerba (pag. 71 ) ; luce nera (pag 41), Il buio mi dona (pag 40); La mia gondola di tenebra lucente (pag. 34)¸ “oscuro è il sapere del poeta”. “intingo la penna nel mio buio/per scrivere un ultimo verso di luce” (pag 76); La descrizione di questa realtà arcana, misteriosa, oscura, ci mostra un’inquietudine irrisolta. Il suo volto che emerge dall’acqua, punta di un iceberg sepolto dall’abisso, è un’isola arcana; anche il bosco, dove nelle fiabe ci si perde, è oscuro, arcano… Nera non è solo la notte, ma anche la giostra, la lancetta del tempo …e nero è il carnevale e l’abito, le città sono nere…ecc.; poi…c’è una burrasca di luce, un pianto di luce, una goccia di luce, un verso di luce… Nel libro troviamo molte poesie brevi: una composta di 1 solo verso (“ Il buio mi dona”), 5 di 2 versi, 5 di 3 versi, 5 di 4 versi, 7 di 5 versi…). E’ una poesia essenziale, una poesia priva di enfasi e di sentimentalismi, mai banale né ovvia. Ama le immersioni nel profondo e attinge energia dall’inconscio per portare alla luce immagini e simboli, parole e metafore che arricchiscono i significanti di molteplici significati. La sua voce è potente proprio per questo, perché nelle sue parole sono cristallizzati messaggi dell’es. Quando scrive poesie Davide Cortese opera al di fuori delle consuete categorie logiche e perciò quello che leggiamo, pur essendo legato strettamente al reale, sia nella sua concretezza che nella sua connotazione emotiva, lo supera e lo pone in una dimensione atemporale.Vera poesia!

CineRecensione

Due uomini, quattro donne e una mucca depressa

La nuova commedia di Anna Di Francisca made in Spagna

di Sarah Panatta

 

Risultati immagini per due uomini quattro donne e una mucca depressaA.A.A. Cercasi, sinfoniche per ruminanti (umani e non) depressi.
Non una corte dei miracoli, non un borgo per turisti fai-da-te, forse un’oasi di routinaria infedeltà alla coerenza del sopravvivere. Un paesino di campagna che brulica tranquillo di istinti repressi e sogni evasi. E’ qui che sua sponte il geniale Edoardo Leri cerca di ritrovare il sentiero della propria vita.
Edoardo, compositore italiano di fama internazionale, divorziato e molto legato ad una irrequieta figlia adolescente, emotivamente e artisticamente congelato nel famigerato immancabile empasse, bloccato al crocevia della svendita creativa, che chiaramente non riesce ad accettare, decide per un ritiro filosofico spirituale, recandosi da un fidato amico (coltivatore di pomodori inca e innamorato di una dolce zitella difficile da accalappiare) in una ridente, apparentemente arcaica, provincia spagnola. Qui impegnato in una perenne seduta di terapia di gruppo, tra innamorati cronici, generali (non ancora) in pensione, nidi sulle antenne, mucche nervose, donne insoddisfatte, relazioni omosessuali infrante, relazioni eterosessuali stritolate da bigotterie illogiche, Edoardo inizia a riscoprire il desiderio di comporre musica, per sé e per la comunità, lasciandosi andare mite ma guardingo, a scambi inaspettatamente sinceri con esseri umani inaspettatamente generosi e affini.
Riti iniziatici per vite da ricostruire, verso la riscossa dei “bruttini stagionati” che hanno sempre lasciato tutto a metà nonostante il proprio grande talento. Un inno calviniano, gentile e a tratti salacemente umoristico, al coraggio di prendere la vita per le proverbiali “corna”.
Anna Di Francisca, autrice di documentari, regista di fiction televisiva e cinematografica, autrice di film commedia sottilmente naif nel loro ironico appiglio alla realtà ancor più assurda della finzione (La bruttina stagionata, Fate un bel sorriso, Il mondo di Mad) firma un lungometraggio che si richiama dialetticamente, per visionarietà e brio “andante”, l’estetica e l’analisi socio-psicologica di alcuni lavori precedenti. Due uomini, quattro donne e una mucca depressa, in uscita l’8 giugno in terra italica (distribuito da Mariposa Cinematografica) e prodotto in Spagna, si presenta con un cast all star, affiatato e a suo agio nella composizione piana e trascinante di una Di Francisca che scrive e dirige secondo moduli teatrali lucidi e nitidi, interconnessi alla intemperanza della sua liquidità cinematografica, intessendo di dialoghi arguti e non sense la noluntas bonaria che ammanta i personaggi, lasciando che il racconto scorra sui binari paralleli di una metodica infallibile ricerca di “accordo”, facendo ri-nascere il coro polifonico, vero eclettico protagonista del film.

Regia: Anna Di Fracisca
Sceneggiatura: Anna Di Fracisca
Con Miki Manojlovic, Maribel Verdù, Neri Marcorè, Eduard Fernàndez, Laia Marull, Ana Caterina Morariu, Gloria Muñoz, Hector Alterio, Carmen Mangue, Manuela Mandracchia, con Serena Grandi, con l’amichevole partecipazione di Antonio Resines.
Fotografia: Duccio Cimatti
Montaggio: Simona Paggi
Musiche: Paolo Perna
Produzione: Paypermooniii
Ita/Spa 2015
Distribuzione: Mariposa Cinematografica
Durata: 95′
Uscita: 8 giugno 2017

ArtRecensione

Enzo Maniscalco, pittore di nostalgiche visioni

di Mario La Carrubba

Sempre presente, come trasparente avvolgente velo, sapientemente elaborato dall’artista, colore oltremare  blu, che evaporando in cobalto prima, in cerulo poi, avvolge e plasma arcaiche oscure, verità.

Nostalgiche e atemporali visioni, nate da mitica classica cultura, si svelano ad attoniti e perplessi fruitori, come  magica  Demetra, da Omero cantata, madre terra dispensatrice di grano, emergente in statica dinamicità, solinga, statuaria, in contrastante  caldo colore,  inviare  il suo  al nostro enigmatico sguardo.

Mentre con abile inserimento surreale, si erge, emergendo da caldo siculo mare, un contorto, evanescente satiro torso, non gravato da  gravità, ma fluttuante all’apice di  composizione, costretto da moderni metalliche zip, vera traslazione temporale, ad assurgere la vetta triangolare, come composizione rinascimentale, e agave, roccia, formano la base.

Sotto astrale oscuro cielo,dove infinita immensità porta a filosofici pensieri, e di vita e di morte, misteriosamente, anime pregne di speme, nascono  improvvise coppie di alberi,  ombre, che ci avvinghiano nel loro essere, e noi diventiamo loro, e loro noi, e finiamo ad essere tutt’uno con l’opera.

Come tragedia greca, sotto mosse acque, al di sopra nuda roccia, lo straziante silenzioso urlo si spande nell’etere, dolore di donna, che, come pioggia, si riversa sull’immenso mare, spandendosi lentamente, viene trasportato  all’intera umanità, come tremendo  monito, e sopra  livido tramonto, distaccato dalle umani passioni, il cielo tingersi di scuro  inchiostro blu.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Ed ecco stagliarsi, racchiusa nella sua inconfondibile lignea struttura, colma di pastoso colore, simbolo di quotidiane fatiche artistiche, emergere, fluttuante, affascinante tavolozza.

La semplice tavoletta costituita da un grande unico occhio, novello Polifemo, è pronta a donarsi completamente al volere del pittore.

Pennelli mescolano colori spremuti da variopinti tubetti, giallo limone, ocra dorata, verde smeraldo e… il blu oltremare, già sanno la posizione che toccherà loro assumere, mentre gioiscono di essere elaborati ed inseriti nel dipinto.

L’opera è terminata, e, finalmente, in una variopinta stratificazione cromatica, la tavolozza stanca, ma felice, riposa, fluttuando e mollemente dondolando resta in attesa di iniziare una nuova avventura artistica.

L’arte di Enzo Maniscalco si nutre di  lontani orizzonti, e sognanti ricordi, ricordi rivisitati e rielaborati in frammenti di quotidianità, che si evolvono in una  nostalgica interpretazione congelata in un non tempo, un non tempo irreale che  l’artista riesce a captare, e quindi a trasferire con abilità, supportata da una buona  tecnica, nelle sue opere.

Sono opere avvolte da una latente cinetica-staticità, che avvolte in enormi spazi, quasi monocromi, si evolvono in visioni metafisiche, e, che insieme al contrastato, ma equilibrato cromatismo, unito ad un disegno pulito, efficace ed a una solida  composizione, contraddistinguono in questo artista uno stile personale e inconfondibile.

Recensione

L’arrivederci nelle poesie di Terry Olivi

di Iolanda La Carrubba

 

Indaco colore spirituale che rappresenta il risveglio interiore, dona intuizione e saggezza e Terry Olivi lo affida alla notte ad un microcosmo intimo e nostalgico, racchiuso in una splendida orchidea.

Così inizia fin da subito a raccontare di un addio, il più importante che segna l’interruzione di un’epoca fondamentale, quello al padre:

“…l’addio è stato a San Giovanni apostolo
a fine mese a fine anno a fine tutto.”

Con la penna cauta e colta, procede a rendere Verso i suoi ricordi, odierni, contemporanei, contestualizzati nell’hic et nunc, mentre guarda il televisore con i suoi cari:

“… in TV insieme a te
Linea verde con i suoi campi,
sulle fattorie.
Tu, più competente
mi spiegavi…”

e qui la sua delicata grazia poetica, ritorna bambina abbandonandosi all’abbraccio protettore di un padre che è anche mentore.

La forza della sua scrittura affonda dolcemente tragica, nel luogo dove si celano le abitudini del giorno, donandole nitide, visive ed emozionanti al lettore:

“Abbiamo comprato
due alberelli di limone…
…Anche l’olivo è nato così
da un’oliva mangiata.”

per poi ripiombare in un vortice fatto di incredulità e dolore, dove il suo emozionarsi attraversa l’Ade traghettando l’Io sulle sponde di un mondo onirico, nel quale esprime inconsciamente, attraverso incubi raggelanti, il profondo desiderio di vedersi ancora accanto a suo padre.

La sua è una poesia del vero, dalle note robuste, veementi che sfiorano la cronaca la quale attraverso le sue malinconie, approda latente ma tagliente nell’ambientalismo:

“…La casa che avevi costruito
è distrutta.
Ora c’è una villetta moderna,
che però si è vendicata:
è uno scheletro
non finito di cemento.”

Si evince un continuo rivolgersi ad un Tu pulsante, energico, vitale sempre presente nelle storie e nelle loro contraddizioni, è quasi un diario poetico questo di Terry Olivi che continua a parlare con suo padre in modo naturale, dolce, rispettoso, ma non solo poesie si incontrano nel percorso diario-poetico ma anche haiku ed anche qui, è confermato il desiderio di non interrompere il loro dialogo che procede senza interferenze oltre i limiti del tempo :

“Sopra il muretto
gli iris ormai secchi-
volto del padre.”

Esattamente come dettato dal disegno della Grande Ruota che mai smette di girare, si ritorna agli enigmi iniziali ed iniziatici indicati dal colore indaco, così come Omero conduce Ulisse in un periplo ingarbugliato di vicende travolgenti dove egli si troverà a compire una aspra e ardua lotta con il suo universo interiore, Terry lo esamina senza necessariamente immedesimarsi in metafore ardite, ma attua questo procedimento immergendosi nelle reminiscenze esistite, domandandosi:

“…Che cosa ci lega all’inconoscibile?
Da quali reti i sogni premonitori
affiorano?
Da quali fondali emotivi
nascono i presentimenti?
Mistero degli umani eventi.”

Viene descritto in un insieme di immagini delicate con un fare poetico alto, il susseguirsi del tempo, dell’allontanamento, delle malinconie accompagnate dal cambiamento stagionale, i volti della madre, degli amici, vicini e lontani, le sorridono teneramente mentre lei solca sulla carta l’interezza del suo viaggio.

CineRecensioni

Moonlight, di Barry Jenkins

Il film vincitore della “gaffe” edition 2017

di Sarah Panatta

 

Risultati immagini per moonlight film

 

I ragazzi neri sembrano blu quando danzano al chiaro di luna…
Little, Chiron, Black. Antologia di poesia “negra” in tre stanze. Tra spiaggia, “bassi”, case tossiche, borghesia spacciata, formazione negata, autonegazione. Un racconto all black ma non settario, un’epica ellittica e introversa che prende le mosse dal precedente Medicine for Melancholy (2008), il regista Barry Jenkins apre la Festa del Cinema di Roma 2016 con Moonlight e vince la notte degli Oscar 2017, segnata dalla clamorosa gaffe nella consegna dell’Oscar più importante (tra marketing, design della buste “premianti” e altri meccanismi fuori o sotto-controllo).

Gira inquieta e irrisolta intorno a se stessa come ai protagonisti, tra messe a fuoco apparentemente incerte eppure minuziose e carrellate impetuosamente statiche, quest’opera che non denuncia iniquità sociali, non irrompe con grido civile oltre le barricate invisibili della miseria e della segregazione razziale mai finita, non interroga le “razze” sulle proprie contraddizioni. Jenkins vuole librarsi al di là della visione “gender”, si insinua nella vita esemplare di una ragazzino nero tra neri di periferia nella Miami delle bande armate che silenziose spacciano ammalando il proprio stesso sangue. Dickensiano amletico turbamento di una generazione che cresce marcendo nel proprio habitat autoalimentato, di pregiudizio radicato e autodemolizione. Bullismo, povertà, dipendenze, marchette, fughe, gabbie, gioielli vistosi, masturbazioni cullate dalla brezza dell’oceano che improvvisa e momentanea reca sollievo turbamento vuota attrazione.
Chiron, storia di un bambino rintanato negli incubi e nei dubbi di un’infanzia vessata, insanguinata, detritica, tra madri drogate, padrini criminali e quesiti sessuali. Infanzia che avvolge e vampirizza l’adolescenza solitaria sino ad un’età adulta soffocata da una ricerca d’identità mai davvero compiuta. Nasce cresce…sogna, little, atomo di un cosmo che non sa e non vuole conoscersi.
Jenkins tenta con coerenza estetica e lacune concettuali il ritratto di una comunità marginale attraverso un antieroe bellissimo, e impotente quanto il film, lunga mareggiata che non porta il racconto sulla sua riva al chiaro di luna.

CAST
Regia di Barry Jenkins,
Sceneggiatura di Barry Jenkins
Cast: Mahershala Ali, Naomie Harris, Trevante Rhodes, André Holland, Janelle Monáe, Ashton Sanders, Jharrel Jerome, Alex Hibbert, Jaden Piner
Fotografia di James Laxton
Montaggio di Joi McMillon, Nat Sanders
Scenografia di Hannah Beachler
Prodotto da A24, Plan B Entertainment
Stati Uniti, 2016
Durata 111’

CineRecensione

Il Ragno Rosso, di Marcin Koszalka

di Sarah Panatta

Quindici minuti di gloria per diventare pezzi da museo, il thriller psicologico dell’esordiente polacco

Risultati immagini per il ragno rosso film

Varsavia 1967, la città non dorme, nell’aria tersa, gelida di neve, il terrore si cristallizza negli avvisi della polizia del regime: non diventate vittime la sera… Acrobazie di sangue sul candore dell’ordine silenzioso e fallimentare.
Nella Polonia sovietica Karol Kremer, non ancora ventenne, è un tuffatore promettente e futuro medico, prole unica di famiglia impagliata a sorriso stretto nella medio-borghesia, è un anello indistinguibile della catena, unità di sistema, finché la cronaca nera incolonnata in bianco e nero sui giornali cittadini, spalleggiata dai richiami divistici della televisione, solo potente spiraglio sul rockeggiante mondo capitalistico “dall’altra parte”, non sveglia in lui il desiderio fatidico: i quindici minuti di gloria.
Dopo aver assistito alla sfida impossibile alle leggi fisiche di un motociclista “spericolato”, ennesimo simbolo a cui aspirare, affamato di sguardi plaudenti ed eccitato dalla novità dello spettacolo, Karol scopre per caso il cadavere di un bambino e segue quello che suppone essere il famoso serial killer di cui tanto i media sbraitano (laddove non impegnati a riprendere la calca di ragazzi in attesa del concerto dei Rolling Stones, altra icona, di altro “sistema”). Karol si insinua così nella sua vita, giocando a carte scoperte, trasformandosi in una sorta di apprendista-figlioccio del veterinario omicida. Pronto anche a diventarne l’ombra e infine la carne, per attirare su di sé l’invincibile fugace luce della celebrità. Nell’emulazione, nell’annullamento, quindi nella replica, negli scatti, nel vocio, poi nei titoli, e dietro le sbarre, Karol smette di essere, ma finalmente esiste, per gli altri.
Risultati immagini per il ragno rosso filmGeometrie impalpabili ma dominanti, sguardo apparentemente schivo ma tagliente quello di Marcin Koszalka, già direttore della fotografia e documentarista al suo esordio come regista di fiction. Come il suo apprendista killer cerca la propria identità, tesse con piglio da reporter e composizione inesorabile i quadri, visivamente limpido, si confessa, mentre si cela o perde cercando la misura della propria consapevolezza, abbandonando ai non detti e alla misteriosa vocazione dell’inconscio il senso profondo della sua opera prima.

Regia: Marcin Koszalka
Sceneggiatura: Marcin Koszalka, Lukasz M. Maciejewski, Marta Szreder
Fotografia: Marcin Koszalka
Montaggio: Krzysztof Komander, Marcin Koszalka
Produzione: MD4, Fog’n’Desire Films, Sokol Kollár
Drammatico/Thriller – Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia – 2015
Con: Filip Plawiak, Adam Woronowicz, Malgorzata Foremniak, Julia Kijowska
Distribuzione: Lab 80 film – Durata 95’
Uscita 19 gennaio 2017

RECENSIONI

La Moda dei Suicidi

Tra denuncia, pathos e ironia, per non “buttarsi” giù

Da un atroce quanto misconosciuto evento di cronaca nera avviluppato alle maglie del neocapitalismo e sue derive, un gioco ironico e sconvolgente di volti, storie e ruoli. Una piece teatrale itinerante ambientata in una location non convenzionale e sempre diversa.

loc

“La Moda dei Suicidi” uno spettacolo scritto da Marco Avarello, con la regia di Linda Di Pietro e in collaborazione con Solco srl e Vox Communication srl.

Date e orari:
9-10-11 | 16-17-18 Dicembre
Venerdì e Sabato spettacoli ore: 20.00 e 21.30
Domenica spettacoli ore: 18.00 e 19.30

Con Marius Bizău, Vittorio Ciardo, Antonella Civale, Giuseppe Grifasi, Letizia Letza, Fabio Morici, Marta Nuti,Tiziana Scrocca, Marco Zingaro e con: Valentina Daneo, Sabina Mancusi, Uberta Paoluzzi, Piergiorgio Petrilli, Loretta Di Chio.

Ispirato alla storia vera di France Télécom, la Moda dei suicidi è una piece teatrale itinerante ambientata in una location non convenzionale e sempre diversa.

La storia:

Tra il 2008 e il 2010, 58 dipendenti della società di telefonia France Telecom si sono tolti la vita. Nel mirino l’attività dei manager durante il piano di riorganizzazione.
Il pubblico è introdotto e guidato nei luoghi dove possiamo immaginare che i fatti avvennero. Nel percorso, attraverso le storie di alcuni dipendenti, si ricostruisce la vicenda della privatizzazione del colosso di telefonia francese attuata con un uso spietato e sistematico del mobbing. Realtà e finzione si confondono. I personaggi si rivelano, nell’intimità di una stanza, ripercorrono il passaggio dalla normalità al momento in cui si frantuma. E a tratti le parole dei personaggi si mescolano con quelle realmente scritte, lasciate sotto una finestra dai dipendenti che si tolsero la vita.
Morire di lavoro è inaccettabile, eppure la follia a quanto pare resta una tentazione forte laddove le leggi del mercato hanno reso il rapporto tra una grande organizzazione e le persone che lavorano al suo interno mostruoso e a tratti addirittura ridicolo. La follia diventa liberazione da un ordine che è profondamente disumano, perchè esige la perdita dell’uomo. La salvezza sembra impossibile da trovare eppure è vicinissima.
Lo scontro non voluto tra due personaggi agli estremi produrrà una situazione grottesca e perfino comica, in un continuo ribaltamento di ruoli destinato a condurci verso un finale imprevedibile.
“Il cammino della vita può essere libero e magnifico, ma noi lo abbiamo smarrito…” (Charlie Chaplin)

CineRecensione

CineCronache flash

Festa del Cinema di Roma 2016

di Sarah Panatta

 

SNOWDEN

Risultati immagini per snowden filmNon è solo (science)fiction, quando il Grande Fratello ci guarda. La distopia iper realistica della storia vera di Edward Snowden e del nostro mondo ipercontrollato. Strategia difensiva terroristica conservatrice: spiare tutti per alimentare i mercati inscenando proficue nuove (vecchissime) crociate, guerre stantie per sabbia, petrolio e alta finanza. In un cosmo fittizio, fatto di frequenze, obiettivi, telecamere, cimici, specchi, illusioni. Dove l’identità individuale è labile quanto quella nazionale è stentorea e vuota, dove siamo tutti “classified”, secretati, ma non segreti per il “sistema”. Una lezione etica e divulgativa, basato sui due libri The Snowden Files di Luke Harding e Time of the Octopus di Anatoly Kucherena e sulle inchieste dei giornalisti coinvolti, Snowden – tra W e il precedente biblico JFK – il nuovo film di Oliver Stone, narra la cronaca più recente, già oblitera, lo scandalo della violazione delle informazioni private dei cittadini americani da parte dell’intelligence, che ha travolto nel 2013/2014 il mandato Obama. Edward “Biancaneve” Snowden, ex genio dell’intelligence americana, tradito nel suo fiabesco mito di un’America e di un Occidente costruiti e mossi da una banda di sette nani saggi e integerrimi, scopre la truffa che cementa il kafkiano castello di progresso democratico in cui è cresciuto diventando esperto informatico per la Difesa e super spia informatica per le agenzie governative americane. Snowden scopre le falle e le iprocrisie fraudolente del suo sistema, e decide di denunciare tutto, e Stone scava nelle viscere della sacra famiglia americana, come “bug” di sistema lui stesso si e ci interroga sui modelli e sulle forme di una società che ruba, viola, estirpa e riformula identità e coscienza (individuale e collettiva).

Regia di Oliver Stone
Sceneggiatura di Oliver Stone e Kieran Fitzgerald
Con: Joseph Gordon-Levitt, Shailene Woodley, Melissa Leo, Zachary Quinto, Tom Wilkinson, Scott
Eastwood, Rhys Ifans, Logan Marshall-Green, Nicolas Cage, Timothy Olyphant, Joely Richardson,
Ben Schnetzer
Montaggio: Alex Marquez
Fotografia: Anthony Dod Mantle
Musica: Craig Armstrong
Scenografia: Mark Tildesley
USA, Germania – 2016
Durata 134’

 

THE LAST LAUGH

Risultati immagini per the last laugh film

Non just a funny joke… Mai scherzare col fuoco, forni crematori inclusi. A meno che non si sia ebrei, forse. Chi può prendere in giro cosa? La commedia può distruggere i ghetti della memoria e della coscienza collettiva, costruire sentieri di analisi, conoscenza, identità? Nel mondo iperconnesso, soffocato dalle informazioni spazzatura e devastato da stragi guerre genocidi soprusi e stupidità manipolabili, l’ironia può permettersi di scardinare la retorica della tragedia più recente/imminente? IE’ il dibattito al centro del documentario The Last Laugh firmato da Ferne Pearlstein, che interpella il mitico Mel Brooks, la comica Sarah Silverman, il regista di Borat, eminenze grigie della cultura ebraica, uomini e donne sopravvissuti all’Olocausto, creando un contrappunto divulgativo e divertente senza mai essere irriverente. La commedia come strumento di distruzione dell’autocensura, come momento di elevazione sorprendente sin nella sua più greve ma consapevole declinazione. Una risata ci incenerirà…se non sapremo cogliere ogni assurda, esilarante quanto tragica contraddizione dell’essere umano.

Regia di Ferne Pearlstein
Sceneggiatura di Robert Edwards, Ferne Pearlstein
Con Renee Firestone, Klara Firestone, Gilbert Gottfried, Rob Reiner, Mel Brooks, Judy Gold, Sarah Silverman, Carl Reiner, Robert Clary, Etgar Keret, Aaron Breitbart, Jake Ehrenreich, Alan Zweibel, Susie Essman, Larry Charles, Deb Filler, Elly Gross, Jeffrey Ross, Harry Shearer, David Steinberg, Lisa Lampanelli, Roz Weinman, Abraham Foxman, David Cross, Shalom Auslander, Hanala Sagal
Fotografia e montaggio di Ferne Pearlstein
USA 2016 – Documentario – Durata 89’

 

7 MINUTI

Risultati immagini per 7 minuti filmProcesso sociale e parafrasi emotiva (a corto) di parola e senza sangue. Storia vera, news, non tanto breaking: fusione delle aziende, magna magna delle corporation, interessi chiavizzanti dei capitalisti e dei capitalismi. Una multinazionale di base in Francia rileva una fabbrica tessile laziale e la nuova proprietà impone una clausola alle undici rappresentanti del consiglio di fabbrica, che non verranno licenziate, ma dovranno decidere in poche ore e gravate dalle proprie inevitabili problematiche personali e familiari, del destino di centinaia di colleghe. Michele Placido, qui attore, regista e cosceneggiatore, attinge da una vicenda d’Oltralpe che non pesta i piedi alla tabula rasa di tante “nostre” vere piccole e medie imprese devastate da mafie interne e inter-nazionali. E mette in scena la sua “parola ai giurati” o meglio giurate, alle quote rosa di un mondo incapsulato dai soprusi. Undici ritratti “di signore” che devono venire a patti con se stesse, con la propria integrità, identità, desideri di riscatto, egoismi, disabilità, amori violent(at)i e così via, ma senza fuga. Undici polli in batteria, cervelli in scatola, zombie in formalina che si confrontano sul senso della vita, strette tra etica civile e opportunismo dei “padroni”. Se Placido non cerca manicheismi li trova tuttavia facilmente lanciandosi nella diatriba inconcludente anche se conclusiva di una pièce filmata che poco spazio lascia ai volti e ai “sensi” reali di quelle 11 donne in quei 7 minuti.

Regia Michele Placido
Sceneggiatura Michele Placido, Stefano Massini, Toni Trupia
Con Cristiana Capotondi, Violante Placido, Ambra Angiolini, Ottavia Piccolo, Fiorella Mannoia, Maria Nazionale, Clémence Poésy, Sabine Timoteo, Anne Consigny
Fotografia Arnaldo Catinari
Montaggio Consuelo Catucci
Musiche  Paolo Buonvino
Produzione Goldenart Production, Manny Films, Ventura Film
ITA 2016
Durata 92’
Distribuzione Koch Media
In sala dal 3 novembre 2016

CineRecensione

The Assassin del taiwanese Hsiao-Hsien

di Cristina Oliva Patrick

Risultati immagini per the assassin film

Il film più recente di Hsiao-Hsien The Assassin, che gli è valso la miglior regia al Festival di Cannes lo scorso anno, è la storia di un’assassina invincibile Nie Yinniang (Shu Qi), tradita dalla sua famiglia, che si trova di  fronte a una decisione che cambierà per sempre la sua vita. Il film è ambientato nella Cina del 9º secolo e, per la prima volta nella sua carriera, il regista di Taiwan ha deciso di rappresentare la tradizione wuxia. Ma rispetto ad altri film ad alto ritmo di arti marziali, che sfidano la gravità, The Assassin è privo di CGI, ha un ritmo lento e la storia viene raccontata attraverso un paesaggio mozzafiato, un sonoro accattivante e dettagli minuziosi.

Hou Hsiao-Hsien è maestro di un cinema  contemplativo, lento, ma  emotivamente e storicamente denso. Insieme a quello di altri registi taiwanesi come Edward Yang e Tsai Ming-liang, il lavoro di Hsiao-hsien si pone nella New Wave cinese in netto contrasto con la sfilza di film d’azione hollywoodiani al cardiopalma. Hsiang-hsien  torna alla radice della Settima Arte, i suoi film sono caratterizzati da campi lunghi, panoramiche, luce naturale, grande attenzione ai particolari e spesso poco spazio è lasciato al dialogo.

IRisultati immagini per the assassin filmn The Assassin gli  interni e i paesaggi si crogiolano al lume di candela o alla luce del sole, i magnifici costumi dei personaggi aggiungono sfumatura alla scena già ricca di  tonalità. Un florilegio di oggetti e scenografie coreograficamente perfette, per la gioia degli occhi, dai tessuti ai mobili, dai guanti di pelle nera di Yinniang agli ornamenti a forma di pugnale tra i capelli. Per poter godere di questo film si deve soccombere al suo ritmo e permettere a se stessi di accettare una trama troppo stratificata per preoccuparsi di essa.
la messa in scena di Hsiao-Hsien è impegnativa e la trama labirintica, le scene di combattimento sono un fulmine veloce, e si sente spesso, prima o piuttosto che vedere, il fruscio della lama o della freccia, con un’eleganza unica, in armonia con il resto del film. Non c’è spargimento di sangue, non c’è gore. Ci rendiamo conto che qualcuno è stato ferito, da una spaccatura in una maschera di metallo o da uno squarcio su una cintura.

Risultati immagini per the assassin filmIl mondo del cinema è ancora molto maschilista, ma al di fuori di Hollywood, registi come Hsiao-Hsien stanno cercando di raccontare storie femminili. La combinazione di tecniche cinematografiche lente e studiatissime e la narrazione di forti personaggi femminili porta una nuova dimensione nelle storie, i film di Hsiao-Hsien trasportano il pubblico al cuore dell’esperienza femminile.

Godetevi questo film come se steste ammirando un’opera di Dong Yuan, pittore del 9º secolo.

Recensione

Mia nonna mi ha scritto
Il mare che c’è di Giovanna Grimaldi

di Sergio D’Amaro

   Risultati immagini per il mare che c'è giovanna grimaldiLe note di un’antica musica si sarebbero potute disperdere nel passaggio veloce di moltissime voci che hanno attraversato il Novecento. Hanno invece preferito raccogliersi in un intimo pentagramma e ricostruire il profilo di una vicenda dissoltasi oltre le finestre di una casa affacciata a Piazza dei Martiri nel bel mezzo di Napoli. Pian piano dipanandone il filo, Giovanna Grimaldi, scrittrice di Formia e autrice di sceneggiati per la Rai, ha individuato nella pianista Laura Comperti e nella nipote Angelica i due poli entro i quali far scoccare la scintilla di un rapporto non terminato tra passato e presente.
   Nel libro Il mare che c’è (Ghenomena, pp. 130, € 16) riacquistano importanza i valori della memoria incentrati sul legame affettivo tra anziani e giovani, e in particolare tra la generazione pre-Internet e quella nata a cavallo dei due millenni. Come capirsi, come comunicare le proprie esperienze, come esprimere il succo di una collaudata consapevolezza a chi sembra tutto intento a digitare e strisciare il suo magico desktop? Per l’autrice la chiave è stata la cara, vecchia lettera scritta a mano in cui riversare con discrezione e affabilità sentimenti, pensieri, desideri, insegnamenti, ma senza alcun intento cattedratico e senza alcuna mentalità di rifiuto o di condanna del mondo attuale.
   Tutto è avvenuto all’insegna del classico mannello di lettere fatte giungere dalla nonna alla nipote attraverso l’amica Sara, depositaria della voce della protagonista. La Grimaldi ha scelto esattamente di impersonare e trasmettere la ‘’voce’’ di un’epoca che rischia di dissolversi nel gran mare delle comunicazioni, ma che chiede umilmente e insistentemente ascolto. Così, lo spazio sempre più denso e largo della telematica non soffoca il diritto di parlare a coloro che idealmente prendono il testimone di una famiglia e lo consegnano al futuro. L’alto valore morale di un tale messaggio resta salvo, anche se arriva attraverso l’ormai disusato strumento epistolare, reperto archeologico che ci parla di una donna, di una storia, delle sue amicizie, dei suoi famigliari.
   Non a caso il libro è una suite (come recita il sottotitolo), si svolge come uno spartito, costringe il lettore ad inventarsi la musica del passato, invita a figurarsi scenari lontani che si sono andati modificando e sono diventati l’attualità pulsante di oggi. Quale il destino di nonna Laura e quale il destino della nipote Angelica? L’autrice ha tramato un filo sottile tra questi destini e ha raccolto nella terza parte del libro la quintessenza della sua scienza del mondo. Appena dissimulato, se ne può leggere in queste pagine l’indice analitico o il lessico di base: le parole importanti sono ad esempio ‘’bellezza’’, ‘’scuola’’ (non a caso, essendo la Grimaldi una ex insegnante), ‘’casa’’, ‘’viaggio’’, ‘’incontro’’ e il finale ‘’mare’’, che richiama il titolo e acquista evidentemente un significato metaforico, i cui riferimenti principali vanno alla sua sonorità, alla sua musicalità. Di tutte e note incontrate, di tutti gli spartiti suonati, la pianista Laura ha privilegiato i suoni diretti al futuro rappresentato dalla nipote Angelica. ‘’Nella casa al mare il pianoforte era proprio vicino alla finestra che dava direttamente sulla spiaggia e lì io mi esercitavo per ore soprattutto prima dei concerti. A volte di notte lasciavo le mie partiture per cercare di afferrare con le note il fruscio che non è proprio un fruscio, che cede un momento e poi riprende più in basso, più in alto, che accelera e rallenta e resta in attesa’’. Quello che cercava prima di morire, prima di consegnare le sue lettere a Sara, era questo sentore del futuro, questo tentennante orizzontamento nel mondo di domani.
   Davvero magistrale la chiusura del libro: l’ultima lettera datata ‘’Napoli, 12 novembre 2006’’ contiene la parola più impegnativa per Angelica: perdono. Un invito, un appello a non condannare gli altri, vicini e lontani, a capire le loro paure e i loro difetti, imparando quanto sia difficile il mestiere di vivere. Perdonare significa sentirsi concorde con l’ordine del mondo e può significare anche amare. In fondo, se c’è ancora un legame tra nonni e nipoti questo è l’amore, una rinnovata fiducia in ciò che si fa e si sente. Giovanna Grimaldi ha usato la sua abilità ‘’teatrale’’ e ‘’musicale’’ arricchendo la sua opera di ‘’voci’’ drammaturgiche fuori campo, per offrirci un emozionante spaccato di rapporti affettivi, quasi a giocare anche una rivincita di vivi testimoni che usano la penna contro ogni sopraffazione o presunta superiorità della scrittura telematica.

CineRecensione

Cercando M.B.

di Iolanda La Carrubba

Risultati immagini per haoyu dangSimbologie passeggiano nel viaggio/avventura dell’ultimo lavoro cinematografico di Aureliano Amadei, tra le tradizioni cinesi e la Roma Capitale dove fin dall’incipit, si percepisce il fil rouge strettamente legato anche ai suoni. Essi potrebbero infatti essere interpretati come phéon, suono primigenio, assioma, dove il reale kantiano è anticipazione della percezione e dunque è contenitore dell’oggettività. Il Ritmo è in relazione con il canto del grillo che per l’antica simbologia cinese, rappresenta prosperità e la raffinata gioia di poter ascoltare, nel mezzo della stagione invernale, quella meravigliosa, avvolgente voce primaverile. Esso è protagonista nel romanzo di Charles Dickens Il grillo del focolare (1845) dove anche qui rappresenta un portatore di saggezza
come nel Grillo parlante (1883) di Carlo Collodi, il cui canto raggiunge la dimensione dell’adesso cinematografico, unendosi in un collage di frame dal fascino tutto fotografico, al suono dei campanellini che un mastro calzolaio cinese applica sulle scarpe del protagonista Haoyu Dang.
Risultati immagini per haoyu dangInaspettatamente Dang giunge attraverso un sogno lucidamente visionario, alla ricerca della “sua Roma” ed è proprio qui che incontra nuovi amici, i quali lo condurranno nel paese dei balocchi forse (?). Ecco dunque che la realtà inventata del regista Aureliano Amadei, diviene sì fiaba metropolitana ma anche gag, momenti di forte ironia quasi rubati alla quotidianità, nella quale tuttavia si cela l’amaro amore beffardo, il disincanto dove è proprio il sogno (desiderio) a mutarsi in disavventura nell’intersecato dedalo della vita.
Duale è qui la figura del protagonista, reale e al contempo irreale, fumettistico ed anche archetipo dell’inconscio collettivo junghiano. Non a caso infatti Dang, il Dang fanciullo di soli 7 anni (almeno nello spirito) si avventura nella foresta incantata fatta di un complesso sistema di scatole cinesi, dove incontra altre realtà parallele oltre la sua; manifestazioni, fotografi, veggenti, bancarelle, nuove strade, nuove storie e fatti cuciti su una colonna sonora (im)portante, filtrata nei rumori di una città asfittica ma pulsante e carismatica.
Cerca Dang in questo unicum, ricerca se stesso attraverso il “desiderio” di incontrare la sua Beatrice, l’attrice Monica Bellucci, così viene preso per mano da un contemporaneo Virgilio (Daniele) amichevole ed ammaliatore dal temperamento goliardico che lo porta tuttavia a “smarrire” la sua valigia (dei sogni?) dove vi è racchiuso un aspetto metaforico multiplo, decontestualizzato dal suo stesso “vagabondare”. In questo modo si origina il vero nesso d’insieme ovvero la continua ricerca di Dang, ed è curioso notare che egli spesso affermerà agli amici di passaggio:
-I looking for… Monica Bellucci and My Bag (M.B.).
La forza narrativa del Film/Opera relativa alla realtà, è nutrita di analogie strutturali nitide, equilibrate, intimamente legate al linguaggio sinestetico, concentrato e correlato ad una trama apparentemente documentaristica che tuttavia esula dal continuum percepire, approdando verso più complesse combinazioni di eventi. I volti delle persone che Dang incontrerà (o forse ha già incontrato in altre dimensioni) caratterizzano il racconto attraverso una serie di situazioni singolari, da performances ad action painting dello
stesso protagonista, a provini cinematografici fino al viaggio immaginifico verso un luogo onirico dove la nostalgia, diviene essa stessa fonte di bellezza.

CineRecensione

I magnifici 7 – il remake

ActionWestern times per Antoine Fuqua

di Sarah Panatta

 

Mi viene in mente la storia di quel tale che è precipitato dal decimo piano… Ad ogni piano diceva “per ora va bene”. 
Risultati immagini per i magnifici 7Quelli che gli scocchi quattro frecce indemoniate in corpo e continuano ad avanzare, tra sabbia torrida e sangue. Quelli che gli pianti una pallottola in petto e ti coprono dal fuoco nemico – anzi dal fuoco amico di chi parla la stessa lingua ma è indemoniato dal “verbo” Dollaro – sorridendo sfiancati e soddisfatti. Quelli che si appiattiscono all’ombra di un campanile aspettando l’alba della vendetta. Quei derelitti che perdono sempre. Quei sette magnifici loosers, balordi, cacciatori di taglie, teste distrattamente appese al collo, drop outs, outlaws. Quei sette arraffati dal caso che non conoscono una causa, se non la mera sopravvivenza (forse), ma che conoscono la purezza della lealtà. L’adrenalinico autore di Training Day e The Equalizer, figlioccio coloured del compianto Tony Scott, Antoine Fuqua, dirige l’ennesima “sua” storia di un misterioso granitico ronin armato di minimale pazienza (saggezza atavica e loquacità killer minima sindacale), e dei suoi sei compagni orfani di terra giustizia ma non di libertà.
Dalle catene feudali spezzati dalla nobiltà tragica de I sette samurai di Akira Kurosawa al simil-letterale remake de I magnifici 7 di John Sturges (1960), l’epico oliato polpettone firmato da Fuqua investe lo spettatore di carrelli e mucchi selvaggi, tette al vento e venti di atavico schematizzato odio, in un montaggio chirurgico e avvincente che non reca tuttavia in sé il calore viscerale della passione meticcia lurida e disperante di quei mitici incauti perdenti che pretende di raccontare.
La piccola cittadina mineraria di Rose Creek è assediata dall’esercito poco regolare del magnate senza scrupoli Bogue, che minaccia di radere al suolo ogni casa e alito vitale e di strappare la terra agli abitanti che la occupano per nascita e per duro lavoro di generazioni non ancora wasp, per accaparrarsi, col bene placito delle cosiddette, svendute autorità locali, il dominio della regione e il suo sfruttamento ad libitum. Risultati immagini per i magnifici 7Assoldato da una giovane vedova in consolabile, il cacciatore di teste Sam Chisolm, spinto da un mal celato desiderio di riscatto da orribili torti subiti in un recente passato, aiuta la donna a liberare la città, reclutando al suo fianco una allegra meticcia banda di disperati, riproducendo, in un marasma primordiale post secessionista il tipico melting pot americano, tra neri spazza-crimine adottati dalle istituzioni, accoltellatori cinesi, ex ufficiali depressi e (in)fallibili, irlandesi ubriaconi e così via nella waste land degli anti eroi, mine vaganti della giustizia di frontiera.
Non quella analizzata e sbudellata nonché impiccata dal gioco intellettuale e 
politico del tagliente (pur citazionistico esercizio di stili) The hateful eight di Quentin Tarantino, che mette alla berlina con sarcasmo verboso, deliberatamente inglorioso, gli stessi stereotipi del sogno democratico americano sommariamente tracciati da questo nuovo I magnifici 7. Che invece non si sposta (nonostante la cosceneggiatura dell’altrove ottimo Nic Pizzolato, autore di True detective) dal polverone action, buddie movie a cavallo e a mano armata, incastonato con nitore tonitruante ma senza pathos né catarsi nell’arido wildwildwest in cui i barbari si confondono agli indigeni, gli invasori agli invasi, tutte figurine divertenti ma amorfe di una storia troppo vista, poco magnifica.

 

 

Regia: Antoine Fuqua
Sceneggiatura: John Lee Hancock, Nic Pizzolatto
Montaggio: John Refoua
Fotografia: Mauro Fiore
Musica: James Horner, Simon Franglen
Con: Denzel Washington, Chris Pratt, Ethan Hawke, Haley Bennett, Peter Sarsgaard,
Vincent D’Onofrio, Matt Bomer, Lee Byung-hun, Cam Gigandet, Vinnie Jones, Sean Bridgers, Luke Grimes, William Lee Scott
Produzione: Metro-Goldwyn- Mayer, Sony Pictures Entertainment, Village Roadshow Pictures
USA 2016 – Azione/ Western/ Drammatico – Durata 133’
Distribuito da Warner Bros. Italia
In sala dal 22 settembre

CineRecensione

El abrazo de la serpiente

di Sarah Panatta

el_abrazo_de_la_serpiente_subita_2015.jpgL’anaconda, il caucciù, il sogno, la memoria. Storia di uomini nell’Amazzonia di ieri e di oggi filmata da un colombiano giovane premio Oscar

Fiume tra sponde cangianti e misteriche. Fiume che narra a chi può o vuole ascoltare. Fiume che sotto liquida maestà mimetizza e muove la gigantesca anaconda che recò sul suo dorso alieni doni dalla Via Lattea. Fiume che scorre trascinando in sé le regole di cui è costruita la vita e che l’uomo ha assorbito, messo in pratica ma anche smarrito. Storia di sogni e di dimenticanza. Storia di convivenza, spiriti, emozioni, culture, possibilità. Uomini che si cercano, musica tra fronde ataviche, ferite grondanti, foresta che piange, la strada del fiume dentro il cuore di tenebra.
Storia di misteri e di meta-fisiche evoluzioni per Ciro Guerra, regista colombiano che con il suo lungometraggio El abrazo de la serpente vince il premio Oscar 2016 per il Miglior Film Straniero mostrando ma non traducendo vecchio e nuovo mondo sperduto e ricomposto in amazzoniche ancestrali visioni, in una pellicola 35mm in bianco e nero che senza virtuosismi o calligrafismi da National Geographic e senza dirompenti sparate post-colonialiste, si insinua tra presente e passato, tra gente e terre che sente “sue”, tentando di sfidare ed imprimere, novello cinematografico Fitzcarraldo, l’organica plasticità di un mondo che pulsa di un afflato ancora da comprendere, poiché esso stesso è il senso della vita da tutti bramato e temuto.
Sono infatti creature svuotate nell’Amazzonica squarciata di ombre grigie e lattescenti mutazioni, i protagonisti del film, l’americano etno-botanico Evan, che vuole trovare la leggendaria pianta della “yakruna”, rara e imperscrutabile, che ha il potere di insegnare agli uomini a sognare rintracciando il proprio spirito guida; il saggio Karamakate, sciamano ultimo erede della sua tribù sterminata dai conquistatori bianchi e guida paziente di Evan tra le spire del “serpente”; Theodor, etnologo tedesco che 40 anni prima aveva viaggiato in quei stessi luoghi, con il medesimo intento e con la stessa guida (Karamakate novello Virgilio che impedisce ai suoi discepoli di trasformarsi in deliranti colonnelli Kurtz).
Tour allucinogeno più che allucinante tra comunità di indios semi-civilizzati da santoni sacrileghi e lussuriosi laddove non schiavizzate da multinazionali occidentali; convenzioni imposte e inospitali, versioni di realtà, canonizzata, demolita, recuperata, oscura. Nell’Amazzonia delle miniere, waste land influenzata dalle verità “bianche”, false e pericolose, poiché parziali e ottusamente prevaricatrici. Così come Thedor non riesce a descrivere con il linguaggio umano la “bellezza” complessa di quel mondo, in lotta perpetua per fondare un equilibrio di sentimenti ed elementi, così Ciro Guerra non può tradurre ma si limita a trasmettere, in un flusso di coscienze tra loro “abbracciate” un elegante informale documento sulla sete di conoscenza e sul bisogno di consapevolezza della fallacia e dell’incompletezza della cultura umana laddove non contempli l’incontro paritetico con l’alterità.
E’ svuotato e inutile colui che non sa più ascoltare il dialogo della natura, che tutto sa e dice. Il messaggio del mondo vive, in ogni gesto, paesaggio, verso, nell’intreccio perenne tra dimensioni temporali, che si specchiano l’un l’altra, proprio come nel bianco e nero di Guerra, esplorazione tutta interiore, che della pasta del sogno fa respirare la sua pellicola, filtrando la trasformazione dell’essere e dell’esistere. Non esiste cultura superiore, non esiste “la” via, bianco e nero sono formalità deteriori e approssimative. Tutto dipende dalla prospettiva. In quanto siamo fatti della stessa sostanza dei sogni. E non solo…

Regia: Ciro Guerra
Soggetto: Theodor Koch-Grunberg,  Richard Evans Schultes
Sceneggiatura: Jacques Toulemonde Vidal, Ciro Guerra
Fotografia:  David Gallego
Montaggio: Etienne Boussac
Musiche: Nascuy Linares
Produzione: Buffalo Films, Buffalo Producciones, Caracol Televisión
Colombia, Venezuela, Argentina 2015 – Avventura/Drammatico – Durata 125’
Cast:  Jan Bijvoet , Nilbio Torres, Brianne Davis, Antonio Bolivar
Distribuzione: Movies Inspired
In sala dal 4 agosto 2016

Recensione

L’adolescenza aiuta a guarire

Il secondo romanzo di Alessandro Moscè


di Sergio D’Amaro

etaNon so fino a che punto si possa parlare di uno spietato referto autobiografico a proposito del secondo romanzo di Alessandro Moscè, L’età bianca, pubblicato da Avagliano (pp. 228, € 15). Certo, esso ha tutta l’aria di una resa dei conti con sé stessi e una strenua volontà di arrivare a un punto fermo, di chiarire con nettezza dove finisce un periodo della vita e dove ne comincia un altro. Bisogna arrivare a pagina 98 per saperne qualcosa di più sul metodo impiegato: ‘’Io, Es e Super io, hai presente? Schiacciali sotto il peso dell’inquisizione. Condanna, senza appello. Una sconfitta che rimarrà per sempre. Lascia che Alessandro si confessi. Racconta senza inventare alcunché, ma riproducendo fedelmente […] Scava e metti per iscritto. Anche i fatti minimi, gli aneddoti. Il malato immaginario si scoprirà ipersensibile e saprà anche perché’’.
È, sostanzialmente, la lezione di Svevo o di Moravia, e c’è quel di più di sensibilità che si acquisisce non trattando semplicemente di una malattia, ma avendola contratta e superata. Moscè risulta perfettamente, così, fedele alle sue scelte, giacché L’età bianca è la seconda puntata del suo romanzo di formazione incentrato sul trauma infantile di una miracolosa guarigione dal sarcoma di Ewing (una forma rara di tumore osseo). Esso che ha assunto nella sua vita di scrittore la dimensione allegorica di una sfida da vincere e ha configurato una personalità che si plasma al fuoco di una sofferenza esposta al rischio incombente della morte.

Il romanzo è strutturato così intorno all’antico, paradigmatico, nucleo tematico amore-morte, anzi, come indicato dallo stesso Moscè in un’intervista, intorno a quello eros-morte, dove il primo termine acquista anche il significato platonico di tendenza al bene, di volontà di bene e di conoscenza contro ogni resa al buio dell’inconsistenza e dell’assurdità. L’età bianca è l’età dell’adolescenza che per l’autore ha coinciso con gli anni ottanta, con un tempo storico di stordimento e di dispersione che ha inaugurato quel narcisismo e quell’egotismo pervasivo alla base dell’epoca presente. Attraverso il rapporto con Elena, prima coetanea nell’adolescenza, poi ritrovata adulta e anticonformista, il protagonista compie la sua crescita aiutato da qualche buon maestro come il famoso poeta Mario Luzi, incontrato a Senigallia, e accompagnato dalla figura per lui salvifica e mitica di un estroso giocatore come Giorgio Chinaglia.

Per vincere la partita, tuffandosi anche nella conoscenza del sesso elargito dalla sua coraggiosa compagna, occorre che Alessandro (l’omonimo alter ego di Moscè) ritrovi l’Istituto Ortopedico Rizzoli di Bologna e la stanza ormai abbandonata dove si consumò trent’anni prima la sua aspra battaglia contro il cancro. Dopo una malattia importante si rimane convalescenti per tutta la vita, e questo è tanto più vero per lo scrittore di Fabriano che ama mettere le carte in tavola e affida alla letteratura una missione morale. Rompere col passato è per il protagonista rompere letteralmente gli oggetti presenti anche nella sua stanza d’ospedale, espellere fragorosamente da sé il passato che non passa, ritrovando però di quel tempo la fragranza di una rinascita, di un ringiovanimento vivificante.

In quest’opera di autenticazione della propria esperienza, di denudamento del male e dell’incombenza della morte, Moscè ritrova un racconto vibrante di vita e di attesa, filtrato attraverso la sofferenza di un cammino tormentato. Con l’autore, pensiamo che molta della letteratura debba essere questo, un atto di necessità e di coraggio, nato nel silenzio della propria coscienza e nel nutrimento della memoria.

Recensione

Nel finito… Mai finito di Iole Chessa Olivares

di Iolanda La Carrubba e Sarah Panatta


Iole Chessa Olivares con i suoi accordi di parole che viaggiano ma non sfuggono, mai mute, bensì mutevoli messaggere di un desiderio praticato e invincibile, valicando confini Nel finito… Mai finito esplora, tra la poesia sensitiva di Emily Dickinson che scruta e descrive come delicata farfalla con analitica semplicità il mondo, e il pensiero di Eraclito, ambasciatore dei cicli della vita che con il suo logos narra l’eterno scorrere del Tutto che passa ma non muta, in quell’universo intangibile il tracciato di infinite connessioni.

copertina iole

Edizioni Nemapress, 2015

La poeta attraverso bioritmi a tratti junghiani coltiva il suo viaggio astrale al contempo materico, dove si trasmuta il verso, verso l’infinito mai finito del sé, onde l’elevata poietica riassume come in un “mare nero”, il dolore estremo di una maternità ancestrale dove l’intersecata trama, tessuta sui “cicli cosmici” tra le macerie dell’umanità paradossale, fondata sulle supposizioni materiche della soggettività, fissa nei dettagli, l’appartenenza a dimensioni visivamente derivate da quel surrealismo rocambolesco, avventuroso seppur romantico, affine alle sfumature calde di De Chirico incorniciate dalla maestosità di architetture austere che proiettano ombre inconsce sovrapposte e mai statiche; qui tutto è ovunque, tra il visibile e il non e Iole “apre un mondo chiuso… a disarmare il cuore/ lasciando al tempo/ il senso ultimo delle cose”.

Danzano multipli e sottomultipli dell’Io, rincorrendosi nell’osservazione sbalordita, eppure matura del parco giochi a volte orrorifico della vita, dove l’occhio diviene specchio magico, ma anche pellicola, impressione diretta di luce, colori, forme in-costante movimento. Cinematografica riflessione e insieme dialogo tra le realtà e le finzioni dell’esistere, dove 16 è allora il numero che in pellicola trasforma la “camera con vista” del romanziere Forster nel riadattamento poetico di Iole, dove il suo estetismo della luce “insegue l’essenziale/ anche nel sonno”. E’ un rincorrere e raggiungere una meta altra, di quell’Io che mette in gioco se stesso formando e plasmando il pensiero di cui Iole diviene artifex: “consumata d’innocenza/ una prigione di fantasmi/ arranca alla gogna nell’aria/ e contro il buio soltanto suo/ come può cospira/ per un cielo in più/ ogni volta…naufragando”.

Come i grandi della letteratura, Iole nel suo ermetismo romantico, riconosce un genius loci onniscente e onnipresente che occupa e interroga morfologie dell’anima, di cui ella padroneggia i topoi. Qui si rintraccia un sentire kerouachiano, dove lui irriverente ha “sulla faccia un’espressione di incalcolabile sofferenza, come un angelo stitico su una nuvola”, mentre Iole “insieme all’allargarsi dei cerchi” che “in un diluvio di partenze…forse da lontano/ urtano l’angelo” è custode degli archetipi di quei luoghi leggendari, dove il verso a volte è dissacrante, liminale quindi concentrato a trasporre un sentimento in evento e vice versa, in cui memoria personale e detrito cosmico, cataboliti dell’Io poetico e frammenti della Storia tutta, sedimentano senza confondersi, in un abbraccio sapiente fatto di Poesia. Di quella “parola giusta” che misurando rimembranze intime e insieme contingenze estranee, “sillaba su sillaba/ incarna/ nel sangue di un pensiero…” oltrepassa le “distanze”. Iole compie allora un viaggio dentro e fuori la paura dell’“ignoto” vestendosi radiosa di parole che sostengono e proteggono l’Io scrivente come l’Io del fruitore, quel “noi/ ombra troppo vasta/ in una prigione/ di frammenti minimi/ … tra ragione e destino…”. Cammina libera incorrendo nelle verità che la sorte frappone al suo sentiero di riflessione.

Se “il sentimento dell’infinito è il vero attributo dell’anima” come asserisce Madame de Staël, Iole vota la propria forma mentis poetica a ricevere e coreografare quell’infinito, chiedendo alla poesia di farsi portale e insieme scandaglio dell’anima. Ella infatti nulla esclude e tutto comprende, aprendosi all’“altro”, squarciando e insieme rielaborando con i sensi il fenomenico prodotto di illusioni, sogni e impressioni ancestrali e quotidiane rappresentati dalla realtà, di cui traduce passionale anche se quieta ogni forma d’espressione, in questo unicum vitale analizza e scandisce seraficamente un’esplorazione purgatoriale, dantesca, affrontando ogni materia compreso l’inconscio, sfidando se stessa e le proprie paure riuscendole a sorpassare ed elargendole al lettore come nuove mete di un infinito andare, senza temere il risvolto ombroso d’ogni luogo d’origine ed originario. Infatti si ritrovano suggestive immagini decodificate tra l’onirica visione di un orizzonte sempre mutante e un incantevole percorso intersecato ad ogni realtà parallela. Sorride allora pascoliana e riflette tra Monti e Leopardi, dietro ombre sconfinate e mai confinabili e si muove sinuosa, accorta e dolce, tra “vicine e lontane altezze/ inquietudini/ che non si lasciano domare” e “da un crepuscolo all’altro/ nel remoto e nell’oggi/” vola con lo “spirito dell’altrove”, con l’incredula grazia di chi non smette di cercare, di cercarsi, di amare con devoto “sperdimento” un mondo di illimitate verità.

Arduo qui il compito del Prof.Perilli che con peripli pindarici e approfondite ricerche empatiche colme di cultura, analizza tra psiche e viscere la mimesi affabulatrice, fino a fare opera sinestetica di questa silloge poetica.

Sospinta da una neo elegiaca propedeutica, Iole Chessa Olivares riesce ad incantare il riverbero di bellezze ataviche, cattura bagliori nel buio della cattività umana, nel “flusso incontenibile” della vita “nella sfuggente meraviglia/ di un respiro verde-celeste/ sacro/ a ogni distanza”, conscia della sapienza “classica” che trascrive il civile consesso, quanto possibile mai esauribile esperienza complementare tra arte e vita, generando con una metrica fiera l’espressione della condivisione poetica trasformandola in esperienza.

Il libro ha recentemente vinto il II Premio per la sezione C, “libro edito”, del Premio Nazionale di Poesia “Mario Arpea” edizione 2016.

CineRecensione

Il Teorema Zero del cinema di Terry “Parnassus” Gilliam

di Sarah Panatta

“Non stiamo bene ultimamente, stiamo morendo”. Qohen si pronuncia “Coen”, non “Queen”.

the-zero-theoremQohen non è certo sovrano di se stesso. Forse sovrano spodestato e sovrastato, da numeri tirannicamente prodotti e imposti, che catalogano la vita e ciò che attraverso essa si suppone sia conoscibile come “mondo”. Qohen processa quei numeri, entità “esoteriche”, un lavoratore-cavia per una multinazionale – la cui sede è addobbata stile silicon valley-fabbrica di cioccolato -, un’ape operaia albina, depressa, nevrotizzata e sociopatica, votata all’autoisolamento nell’alveare di una detritica società post-(Social)apocalittica. In cui l’essere languisce disumanizzato, inevitabilmente mercificato, tra spot personalizzati e grandi fratelli onnipresenti con le loro microcamere ridicolmente appese al volto illeggibile della megalopoli. Qohen, uno come noi, uno che sta morendo. Dentro schermi che parlano lingue robotiche. Dentro illusioni di emozioni possibili ma non palpabili. Dentro la sua casa-cattedrale franata tra dati e scorie. Le nostre identità motiplicate e disperse nella Rete delle Reti. In una scenografia acida ma anche tumefatta, tra Blade RunnerQuinto elemento, Minority Report e molta distopia tra Cronenberg e il capostipite Orwell.

Benvenuti nell’entropia cinematografica di Terry Gilliam, The Zero Theorem, filosofico, citazionista e autoreferenziale, dal 7 luglio al cinema. Essere amorfo per eccellenza, creep (come cita l’omonima celebre canzone dei Radiohead riadattata in un swing spettrale, erotico e ostalgico), ratto da computer, Qohen (un misurato calzante Christoph Waltz) percepisce come sempre più grave la morte della propria socialità ed empatia, ipocondriaco e disabituato alla luce, è bramoso di rinchiudersi nella sua postazione di lavoro casalinga, dove difendersi dall’ipocrisia insostenibile dell’universo iperconnesso e iperframmentato, dove ognuno galleggia mascherato dentro gabbie invisibili. Quando sta per mettere in pratica la propria fuga interiore, a Qohen viene affidata, dalla stessa società per cui lavora sfruttato, la delicata ricerca sul Teorema Zero, ideato per cercare il senso dell’esistenza. Altri creep, più o meno reali, gli si affollano allora intorno, dalla psichiatra programmata per confortare le sue illusioni e lenire paranoie e manie, al giovane nerd che lo aiuta a immagazzinare e tradurre i nuovi dati, alla misteriosa sensuale fanciulla che lo invita in una realtà virtuale e platonica da lei creata, un’isola deserta fatta di tramonti lascivi e caldi, in cui riscoprire i propri istinti e aiutare Qohen a comprendersi. Tra bio-tute e algoritmi infiniti, vetrate incadescenti e penetranti vortici di spazio tempo risucchiato dalla noncuranza di uomini assuefatti a codici più che a relazioni, Qohen come l’autore, come lo spettatore, viaggia da una dimensione e l’altra.

Forse perdendosi nella matematica della virtualità, o forse trovandosi in un altrove post umano in cui poter lui stesso ricalcolare le equazioni dell’anima (laddove il grande fratello ne abbia prevista una…).

CineRecensione

Burying The Ex… horror all’ultimo I-Scream! 

di Sarah Panatta

Quando la morte…non ti fa bella. Amore al sapore di cervella nella nuova fatica zombie movie di Joe Dante

burying-the-ex-35395Tesoro, sono (di nuovo) a casa! Finalmente fuori dalla…tomba. L’ossigeno non arriva quando l’amore viene spezzato da causa impreviste. E soprattutto quando i polmoni (e tutto il resto) vengono imbalsamati per la sepoltura. E non basta l’”acrilico n.9” per ricomporre un’effige umana che tende a decomporsi. Joe Dante cerca di tornare all’ironia trash e salace dei suoi gremlins, (ri)dando vita ad un personaggio questa volta voracemente e nevroticamente femminile, detestabile e molesto, nel suo ultimo Buriyng the ex, opera demenziale, dramedy cinefila e autoreferenziale punteggiata da dialoghi affilati e “dolcezze” per il mercato. Presentato a Venezia nel 2014 e proiettato in anteprima nel 2016 all’Isola del Cinema di Roma il film è quella che oggi definiamo zom com, commedia imperniata sugli stilemi della narrativa zombie, con una carrellata affastellante di infinite citazioni, dall’esilarante La morte ti fa bella ai personaggi femminili psicopatici e letali della non trascurabile Trilogia del terrore diretta da Dan Curtis per la tv, fino al pop-zom- teen-com (e chi più ne più ne metta) Warm bodies, shakespeariana divagazione in versione apocalisse zombie per ragazzini, tutto Romero e il maestro Bava – dalle allusioni sottili fino ai veri e propri poster appesi nella casa del protagonista prima della restaurazione con design eco-friendly operata dalla sua fidanzata nonché coprotagonista.

Max fa il commesso in un emporio di Halloween e vorrebbe aprire un negozio horror tutto suo. La sua compagna, Eveline, sensuale appuntita vegana creatura, è ossessionata dall’etica green, e tarata da un ambientalismo nozionistico e superficiale, dimentica con egoismo la generosità vera dell’amore, imponendo arcigna a Max uno stile di vita che lo porta ad allontanarsi dal fratellastro pasticcione e sessuomane e che lo conduce a vivere in una casa che presto diventa la piccola copia di un museo del riciclaggio, tra tappeti in fibra non calpestabile e papponi al tofu. Quando Max decide di lasciare Eveline, un autobus la investe violentemente. Tuttavia un dispettoso incantesimo attivato da una statuetta malefica che Max rompe per sbaglio in negozio, riporta Eveline al mondo reale, morta vivente arrapata e decisa a perseguire la sua never ending love story. Come potrà cavarsela Max, ora innamorato della formosa cinefila gelataia dai gusti gore, Olivia?

Antieroi simpatici e tagliati con la proverbiale accetta, botte (e risposte) spesso ironiche e un’infilata di dejavù cinematografici di genere, in ogni arredo, espressione, macchia del film, che si coagula di scena in scena nel confermare i più triti quanto necessari stereotipi (amore maledetto e immortale, villains ambigui, cannibalismo zombie, resurrezioni omicide, cimiteri spettrali, nere tanto improbabili quanto salvifici etc), confezionando un’opera obsoleta ma lieve…quanto uno slogan ecologista spammato nel mare magnum e poco “eco” del web…

Ma lo sappiamo, gli zombie ritornano…

Regia: Joe Dante

Fotografia: Jonathan HallMontaggio: Marshall Harvey

Produzione: ArtImage Entertainment, Scooty Woop Entertainment, Voltage Pictures

Con: Anton Yelchin, Ashley Greene, Alexandra Daddario, Oliver Cooper, Mindy Robinson,

Gabrielle Christian, Stephanie Koenig, Pandie Suicide, Archie Hahn, Mark Alan, Alexandra Vino,

Soggetto e sceneggiatura: Alan Trezza

Musica: Joseph LoDuca

Scenografia: Erika Rice

Costumi: Lynette Meyer

USA 2014 – Horror – Durata 88 minuti

Katie Ross, Erica Bowie, Ozioma Akagha, London May, Wyndoline Landry

Distribuzione: Barter Entertainment

Recensione

“A 33 giri. Distorsioni di una mente errante” di Francesco Presta

Antonella Rizzo

12821498_10207013738676620_2974105267957127731_n.jpgParlare di questo libro è stato compiere un viaggio sciamanico vero e proprio, come nella letteratura tanto in voga nelle generazioni beat che crescevano a Kerouac e Castaneda. Il diario di bordo (così mi piace definirlo) di questo novello Don Juan è dello scrittore Francesco Presta.

“A 33 giri. Distorsioni di una mente errante” edizioni Kimerik è un testo nuovo, elettrizzante e sincopato che segue i binari paralleli di musica e scrittura in una magistrale simbiosi. L’autore, uomo artisticamente poliedrico, attraversa quel lungo periodo storico che segue la vita naturale del rock degli albori, le varie evoluzioni fino alle contaminazioni con la black music delle origini. Questo lungo ed intensissimo periodo storico ha allevato una generazione di giovani dalle caratteristiche di eternità, uomini con il marchio indelebile di grandi avvenimenti storici, dai miti inossidabili e gli ideali forti.

Arrendendosi al tentativo di comprendere un presente banale e vuoto di contenuti, l’autore si lascia ispirare dallo spirito errante del demone pentagrammato che lo conduce in un viaggio psichedelico a ritroso, popolato da personaggi chiave paradigmatici di una società in fermento e da virtuosismi alla Jimi Hendrix. Jericko, il protagonista che potrebbe assomigliare a un personaggio di Blade runner, è un profugo della galassia che compila minuziosamente il suo diario di guerra quotidiana. Così è il suo linguaggio, lapidario e quasi marziale, privo di quegli accomodamenti formali che rendono servile l’opera nei confronti del lettore, con una cadenza decisa che si impone all’attenzione come un richiamo al proprio orgoglio di appartenenza.

Le storie di cui parla attraversano decenni di grandi mutamenti sociali, dove il confine tra il vissuto personale e i grandi avvenimenti politici e di costume che hanno rivoluzionato la vita di ciascuno sono indefinitamente separati; complice la presenza vitale delle ideologie che hanno permesso la comunanza esistenziale ed empatica di diverse generazioni in vicende che non hanno rappresentato un’entità esterna alla propria, ma l’hanno segnata in modo univoco e totalitario. Così la “maledetta musica”, ossessione bohemienne e possessione mai volutamente esorcizzata scandisce ogni momento, ogni attimo che riaffiora alla coscienza con inaudita potenza. Essa è genesi e conclusione, dannazione e ispirazione per intere generazioni e la sua forza primitiva ha resistito a qualsiasi tentativo di addomesticamento da parte degli “uomini grigi”di ogni nomenclatura.

Il punto di vista dello scrittore non è eternamente grato a questo principio ispiratore poiché conosce il contenuto di dolore che ogni processo iniziatico arreca al giovane apprendista, il coraggio che ogni scelta fondata sul principio di libertà deve dimostrare in ogni situazione avversa e non ultimo l’altissimo prezzo che l’accettazione della propria sensibilità comporta. Un viaggio scandito in tappe, una storia che sappiamo riconoscere quando ci troviamo di fronte a un’anima forgiata dalle staffilate vigorose dell’arte. Ho piacevolmente ripercorso a bordo dell’astronave quelle sensazioni repentine della mia adolescenza, le slappate di basso nelle cantine di periferia, i capelli viola cotonati nell’ascensore per eludere il controllo genitoriale.

Ma l’opera di Francesco Presta non è sentimentalismo metal, affatto, piuttosto un fortunato incontro tra sentimento e razionalità che si appoggia a scenari consolidati quali processi sociali e storici, realizzando un fortunato arrangiamento musicale che attraversa una dimensione psichica dominata da un pacato esistenzialismo ormai maturo e ispirata da un modus vivendi votato all’arte. Perché è attraverso la musica, ma anche il cinema e la letteratura che Jericko ha trascorso la sua vita, un microcosmo dentro la Storia maggiore, un’onda anomala tenera e violenta che parla di soprusi ma anche di affermazioni, di conquiste sociali, dittature, sballi quotidiani e noia. Il capitano ritrova il suo pianeta Terra come un ambiente ormai ostile, un mondo di replicanti a cui sente di non appartenere, a cui destina solo indifferenza con le sue monadi compagne, bolle anarchiche in giro per lo spazio.

Ma una Donna, la Fata, essere al di fuori di ogni tentativo di categorizzazione, archetipica e appassionata è il legame sottile con la sua specie dalla quale si è distaccato in solitudine. Ella è la Musica, l’Eros, la Mater, la Donna che lascia traccia nel peregrinare ramingo dell’uomo dei nostri tempi, il sentimento di appartenenza a un’umanità castrata dalle scelte necessarie ma rinnegate nell’interiorità più profonda. Ed è con disincanto e una rassegnazione rituale che il capitano ritrova se’ stesso, uomo postmoderno e arcaico, con la fragilità dei sui miti.

Avvincente l’impianto stilistico dell’opera, che riesce a compiere una panoramica emotiva e storica su decine di anni intensissimi della storia moderna, senza mai risultare enciclopedica o cronologica. La velocità delle descrizioni è funzionale all’intento di catalizzare l’attenzione e usa come metronomo quello della colonna sonora della sua vita.

Odio il jazz, dice Jericko in uno dei suo comunicati ironici ed efficaci inviati dalla Crazy Diamond: arriva infatti quando l’anima rallenta la sua corsa e sorride, con grazia languida, alla furia della rivoluzione appena trascorsa. 

Questa è la fine dei grandi ribelli.

CineRecensione

Il rosso si addice a Julieta 

di Fausta Genziana Le Piane

arton11410Julieta, titolo del nuovo film del regista spagnolo Pedro Almovodar, è prima di tutto una romantica storia d’amore che narra l’incontro in treno tra Julieta – la protagonista, insegnante di mezza età di letteratura classica – e Xoan, un pescatore: la coppia ha una figlia che si chiama Antia.
Il mare è uno dei temi principali del film, mare visto come luogo di conoscenza (nel corso di una lezione Julieta fa riferimento a Ulisse), di avventura, di libertà (dice Charles Baudelaire: “Homme libre tu chériras toujours la mer”, “uomo libero amerai sempre il mare”): il mare è vita ma è anche morte, tutto esce dal mare, tutto vi ritorna, è il luogo delle nascita, delle trasformazioni, delle rinascite. E’ anche il simbolo della dinamica della vita, dinamica che caratterizza la vita della protagonista che passa dalla freddezza e dalla depressione alla ricostruzione della propria vita e del rapporto con la figlia. Il rapporto d’amore s’incrina nel momento in cui Julieta decide di riprendere a lavorare e quando stabilisce di darne notizia al compagno, quest’ultimo decide di andare per mare dove, in seguito ad una violenta tempesta, trova la morte. Antia, che vive con la madre con la quale peraltro va d’accordo, decide di passare un periodo di ritiro lontana da casa (12 anni) ma in realtà vuole sottrarsi al rapporto con la madre credendola responsabile della morte del padre. In questo lungo periodo di anni in cui l’assenza è dolorosa presenza, Julieta, che è riuscita apparentemente ad avere una nuova vita e ad avere un nuovo rapporto con uno scrittore, Lorenzo, viene a sapere che Antia è diventata madre e ha tre figli.
Da quel momento rinuncia di 
nuovo a tutto, tronca il rapporto con lo scrittore, cambia casa e decide di scrivere alla figlia per spiegarle ogni cosa. Qui è chiaro il ruolo della scrittura, specchio della propria anima. La lunga lettera-diario ha lo scopo di far uscire dal cuore della donna tutti sentimenti repressi che si sono accumulati nel corso del tempo senza che lei abbia mai potute parlarne con nessuno. Alla fine, nel momento in cui decide di scrivere alla madre e di dichiarare di aver toccato con mano la perdita di un figlio maschio, Antia è capace di identificarsi con la madre, di capirne il dolore per la lontananza
Ancora una volta Pedro Almodovar si conferma fine conoscitore dell’anima femminile: questo suo ultimo film è una delicata storia tutta al femminile che ruota attorno al personaggio di Julieta una donna che sa amare, sa dare e vive tuttavia, come spesso succede, un rapporto difficile con la propria figlia.
Almodovar sa benissimo che il rapporto madre-figlia non è mai un rapporto a 
due ma a tre, è un dialogo in cui è coinvolta, infatti, anche la figura della nonna. E’ bellissima la scena in cui Julieta è a letto con la mamma, la mamma la accarezza con tenerezza e la figlia ricambia uno sguardo d’amore.
Un altro tema fondamentale del film è quello della responsabilità, 
la responsabilità che si ha nei confronti degli altri: la nostra indifferenza, la nostra incapacità o non volontà di ascolto possono causare del male al nostro prossimo. E’ il caso del passeggero del treno che chiede aiuto a Julieta, aiuto che lei non è disposta a dare e che causerà il suicidio dello stesso.
E’ il caso del compagno di Julieta che morirà in mare: la morte non sarebbe sopraggiunta se i dueTutte le scene in cui c’è Julieta o il suo amore, Xoan, compare il colore rosso, che sia il vestito che indossa, la parete della cucina con l’orologio o le poltrone del treno dove si consumerà l’amore o che sia il bellissimo tatuaggio che lui ha: un cuore rosso fiammante in cui sono incise le due lettere A (Antia) e J (Julieta), le due sole donne importanti nella sua vita.
Rosso, colore di 
fuoco e di sangue, simbolo fondamentale del principio di vita, che con la sua forza, la sua potenza e il suo splendore domina in un ambiente cittadino di solito dai toni grigi e freddi
Il film è tratto da tre storie della scrittrice canadese vincitrice del premio Nobel Alice Munro, pubblicate nella raccolta In fuga del 2004. Inizialmente, ha raccontato Almodovar, pensava di farne un film in inglese e di girarlo in Canada, dove sono ambientate le storie originali: aveva già convinto Meryl Streep a interpretare Julieta, ma poi cambiò idea e decise di riscrivere il film per ambientarlo in Spagna e recitarlo in spagnolo.

Recensione

Racconti impertinenti di Massimo Pacetti

di Marco Onofrio

 

raccontiimpertinenti_bigDel vocabolo “impertinente” la lingua italiana contempla due accezioni fondamentali: quella – più comune – di “irriguardoso, sfacciato, insolente”, e quella – più rara – di “non pertinente”. Il titolo del nuovo libro dello scrittore sestese Massimo Pacetti, il suo quindicesimo volume edito, assume l’attributo in entrambe le accezioni: sono Racconti impertinenti (EdiLet, 2016, pp. 96, Euro 13) sia nel senso di coraggiosi e volutamente “scostumati”, ad occhi ipocriti, nella volontà di svuotare il sacco, di dire le cose come stanno, scardinando le ipocrisie e svelando che il re è nudo, o addirittura assente; sia nel senso di “poco allineati” ai dettami imperanti oggi nel mondo e nella letteratura – che è a sua volta un mondo dentro il mondo – e cioè nel “mondo del racconto” e nel “racconto del mondo” così come è. Racconti impertinenti è un libro impegnato e importante nella misura in cui “politicamente scorretto”: ed è tanto più significativo che a scriverlo sia uno che proprio in politica, quella vera, ha combattuto le sue battaglie di uomo e cittadino: come a liberarsi – oggi, dopo anni – dei pesi accumulati e trascinati. Perché il balsamo dell’ideale arginava a stento il veleno del mondo e del potere, che Pacetti ha conosciuto dall’interno dei mostruosi meccanismi. Infatti non parla per sentito dire: certe cose le ha vissute in prima persona. Dunque un libro inadeguato al trend, come una password errata che non dà l’accesso: il main stream della produzione editoriale cerca l’intrattenimento, e l’intrattenimento suona a conferma implicita dello status quo poiché vuole che la gente si distragga, eviti di pensare e di farsi domande pericolose. Pacetti invece cerca anzitutto il confronto col mondo, lui che lo conosce bene per averlo attraversato nello spazio e nel tempo: i viaggi nei cinque continenti, da operatore socio-economico e poi da turista non convenzionale; e i decenni di attività politica, nazionale e internazionale. Cerca il mondo per affrontarlo, per prenderlo di petto e scuoterlo un po’, ché ha bisogno di essere ri-animato, cioè di riprendere un’anima. Cerca il mondo fin dall’inizio del libro, per stabilire il contatto: una sorta di test di accensione comunicativa, dinanzi all’infinita possibilità della narrazione:

Allora, facciamo una cosa: prima si cerca il tema; su libri, giornali, riviste, televisioni, cinema, teatro, arte, per strada, fra la gente…

E il “tema” dei temi, senza ulteriori specifiche, è il mondo stesso: come a dire l’uomo dentro il mondo e, viceversa, il mondo dentro l’uomo. L’uomo sospeso ambiguamente fra Natura e Civiltà, Istinto e Cultura, Innocenza e Potere. Pacetti individua il punto di sutura tra individuo e storia, ideale e reale, sogno e sconfitta, speranza e disperazione. È in quell’anfratto che diverge la strada meno battuta (R. Frost): e proprio lì gli piace di ficcare il naso e di inoltrarsi. Ci dà le risultanze dell’esperienza. La sua versione dei fatti: ciò che ha tratto dall’avere molto visto, sentito, vissuto. S’incunea negli interstizi scomodi del mondo come “realtà e rappresentazione”, fino a raggiungere i punti nevralgici di ciò che siamo, o siamo diventati, al di là di quel che dovremmo o vorremmo essere, o non essere. «Gli uomini sono quello che sono, e parlano anche quando non dovrebbero, e commettono le peggiori nefandezze»: è questa la verità reale, tolti tutti i veli. Per questo la giustizia (che è una della parole-chiave più importanti del libro: insieme alla pace, che senza giustizia non può durare…), la giustizia dicevo non appartiene al dominio degli uomini, poiché perennemente in contrasto col potere: «essa è per gli uomini, ma non possono essere loro ad amministrarla» perché finiscono sempre per inquinarne la purezza sorgiva coi loro sporchi traffici, i loro giochi sottobanco, i loro imperituri tradimenti. Chi giudica i giudici corrotti della giustizia? Chi condanna il giustiziere dell’assassino condannato a morte, che si macchia dello stesso reato (sia pur nell’esercizio della legge)? E che rapporto c’è, appunto, fra legge e giustizia? Le basta essere “legge” per essere giusta, se chi legifera è spesso operatore di ingiustizia? Quante domande restano prive di risposta… La realtà dell’uomo è complessa: da sempre, e oggi sempre più. Come esce Pacetti dallo scontro con il corpo contundente della Storia? Ammalato di «rabbia e disperazione, di nostalgia e curiosità». Il presente lo fa ribollire: s’indigna captando i segnali di una strana narcosi collettiva che ha portato al tramonto degli Ideali, all’anestesia dei Sogni, al Vuoto generale e collettivo. Siamo pesci che boccheggiano dentro ad un acquario, e abbiamo dimenticato il mare: vorrebbero farci credere che il mare è questo acquario, anche se sappiamo che non è. Pacetti tasta le piaghe del mondo: c’infila il dito per capirne la gravità, la profondità, l’estensione purulenta e cancerosa.

«Ora che i poveri sono più poveri e i ricchi più ricchi. Ora che i furbi esportano i soldi e i ladri rubano e continuano a rubare, ora che le tasse le pagano i cretini e i padroni ricattano chi lavora. Chi ha il potere lo usa, con violenza, contro chi non ce l’ha. La stampa libera è libera di raccontare tutto, anche le menzogne. La finanza mondiale decide e ci tiranneggia a suo uso e piacimento. E la legge. La legge esiste per chi non può aggirarla». E la pace «la fanno quelli che impongono la propria vittoria a chi soccombe». E anche se si urla e si denuncia, «chi comanda continua a fare come gli pare». Un mondo brutto come non mai: cinico, disumano, cattivo, fondato sul sopruso e sull’abuso: come se non ci fosse più un domani – e a forza di pensare e agire così, finirà davvero per non esserci. Pacetti è un uomo stanco, eppure non domo. Sente ancora il richiamo della foresta, ma è trattenuto dal peso della saggezza: purtroppo sa già come andrebbe a finire.

Vorrei tornare giovane, per erigere barricate, tirare pietre, rivoltarmi. Ma forse è meglio non ricominciare. Di delusione ne basta una.

Perché la Storia è un muro dove le persone oneste sbattono il muso da sempre, vedendo infranti i propri ideali: la delusione è ogni volta assicurata. Generazione dopo generazione, il mondaccio guasto non deve cambiare: e chi vuole cambiarlo è scomodo, e finirà per esserne schiacciato.

Ma il discorso si approfondisce per gradi: al quinto racconto, portati i tempi a maturazione, Pacetti fa esplodere l’atomica. In “Menzogna e conoscenza” crolla la diga dei freni inibitori. Massimo si fa davvero impertinente, decide di dire tutto andando al cuore del problema: è la menzogna, connaturale all’uomo, che impedisce la vera conoscenza, l’autenticità. Sulla menzogna sistematica si regge il castello di carte del mondo, quanto più aumenta il potere e si sale nella scala delle gerarchie. Ed ecco, conseguenti, le bordate a ruota libera:

La chiesa mente su se stessa, sui suoi fini, sui suoi interessi e per la sua salvaguardia. Mente ogni volta che gli serve di mentire. La chiesa mente sul suo passato e sulla sua missione. Di più. Nega l’evidenza dei fatti e quindi mente sui suoi stessi atti e sui fatti che la riguardano. Mente sulla sua ricerca del potere, sulla sua integrità, sulla moralità dei suoi ministri, sulla sua condizione, sugli atti che essa compie. La chiesa è una sovrastruttura che mente sulla finalità della vita, sull’universo, sulla morte, sulla scienza e sulle motivazioni che sorreggono le sue azioni.

E ancora:

Il processo a Gesù fu un assassinio fondato sulla menzogna, una menzogna conosciuta da tutti, giudici e spettatori. Ma egli morì ugualmente.

E ancora:

La guerra? Si fa per portare Dio ai ‘senza Dio’ – oggi come ieri – da centinaia di anni. Nella versione più moderna la guerra si fa in nome di Dio e per affermare la democrazia e la libertà, la giustizia e il rispetto dei diritti umani. Mai la guerra si fa o è stata fatta per interessi economici o peggio ancora per sottomettere altri esseri umani ai propri inconfessabili interessi. No! questo non può essere detto. Viene negato.

E ancora:

Se le tue terre, le tue risorse, i tuoi minerali, la tua acqua, il tuo petrolio, il tuo oro, le tue produzioni alimentari me le prendo io che sono democratico è un bene per tutti; se te le tieni tu, sei uno sporco affamatore di popoli, che non vuoi condividere la tua fortunata ricchezza, che oltre tutto è tua per modo di dire perché tutto quanto ce lo ha dato Dio. Ma ce lo ha dato il “mio Dio”, non il tuo, e per questo ho il diritto di prenderlo.

Perché, infine, il motore vero della Storia sono i soldi: «soldi, e ricchezze: per pochi! La menzogna e la verità sono più semplici e più terribilmente tragiche, e si chiamano: potere, controllo, armi, traffici, soldi, soprattutto soldi, montagne di soldi. Per sottomettere chi non è sottomesso e non si vuole sottomettere, e allora viene ammazzato per la sua salvezza, in nome del progresso e del benessere».

In altri tempi, per aver soltanto pensato di dire certe cose, Pacetti avrebbe fatto una brutta fine; oggi certi strali sono bottigliette di vetro lanciate contro un muro di acciaio impenetrabile: i potenti lasciano dire, magari dànno pure ragione, e intanto sorridono e annuiscono e stringono mani, ché nulla scalfisce la plastica espressione delle loro facce impunite. La verità è oscena: meglio comunque nasconderla «in ogni campo, in ogni angolo del mondo». La menzogna legalizzata, statalizzata, ufficializzata e globalizzata si chiama consenso, e il consenso è quanto mai prezioso alla creazione del nuovo ordine politico-finanziario mondiale a cui stiamo assistendo da buoni sudditi: passivi, inerti, terrorizzati.

Che fare?

«Rischiare, occorre rischiare. Ritrovare il gusto del rischio e della battaglia» azzarda Pacetti, malgrado tutto. Tornare al dubbio che permette di ragionare con la propria testa, per ritrovare la strada perduta della verità. Capire finalmente che sulla parola “Dio”, in nome del quale tanto sangue continua ad essere versato, «avrebbe dovuto raccogliersi il meglio dell’umanità», perché «Dio eravamo noi, il valore dell’umanità conosciuta»: con questa semplice, dirompente considerazione si conclude il racconto più impertinente dei 18 qui presentati.

Recensione

Su Nuova Oz di Davide Cortese (maggio 2016)

di Agostino Raff
 
Coperti Nuova OzConosco la poesia di Davide Cortese (“Babylon Guest House” e “Madreperla” fiorita, passionale, cromatica, che sgorga da pressioni endogene (manco a dirlo, vulcaniche: lui è delle isole Lipari) una poesia che – evocando turbe di personaggi eroico/erotici – ruota intorno a tre archetipi: la Donna/Mistero, il Cavaliere Valente o il Vagabondo, il Bimbo/Dio sorridente che scioglie con la sua luce ogni nodo doloroso del ritorno alla Terra.
Non è un caso allora che il poeta immaginifico si inoltri, come vediamo in questa collezione di racconti brevi intitolata “NUOVA OZ” (EscaMontage editrice, 2016 – euro 13,00) in quel mondo fiabesco opulento tendente a dilatarsi in un territorio che identifichiamo col noir, che è, direi, un bisogno inderogabile di ogni adolescente inebriato da irrequieta e accesa immaginazione.
Come si sa, gli ingredienti del noir sono la malinconia, l’incubo, la paura, l’esilio nel mondo dei fantasmi, la reificazione della morte, il vampirismo, il sangue nero ecc. Da Hugo e Walpole a Stevenson, da Mary Shelley a Wilde, da Poe ai Grimm a Andresen, da Collodi a Sheridan Le Fanu, dai disegni gotico-liberty di Antonio Rubino al famoso testo di Frank Baum “Il Mago di Oz”, nella letteratura del cinema nel fumetto e nel videogioco, il noir rinnova la sete di brivido del bambino persistente che alloggia nel nostro cervello.
Ecco in questa “NUOVA OZ” di Davide Cortese fantasmi infelici, giocattoli rotti, dame silenziose e sfuggenti, bimbi vecchi, fragole nere, ragni, nevicate buie che vanno in su, cimiteri, silenzi imbottigliati: un trovarobato di mestizia icastica che l’autore rende incandescente giocando – ma con quanta serietà di mago/Bambino/Albicocca – con una mitologia bituminosa dai contorni nitidissimi e spietati. Ogni tanto un suo disegno a china di facce inquietanti a grappolo o solitarie, tra Beardsley e Klimt, occhieggia dalle pagine spianando a due dimensioni quel mondo già così aggressivamente tridimensionale…
Gran parte dei personaggi anche fantasmatici è mostruosa o infelice: le donne però (misteriose) sono di solito bellissime nonché sfuggenti; e i bambini – dicevo – radiosi pacificatori che spesso sorridendo come divinità invulnerabili risolvono più di un racconto. I titoli annunciano l’arcano dell’invenzione portante. Ad es. A DOLORE [amori incorrisposti tra bimbi al centro di cimitero]; DRAKE [capitan D. il pirata è il mito scomparso di Abel che si sente vile, fino ad un raggiungimento radioso a nuoto]; MOLTINEI [leggendo i numerosi nei di lei misti alle rughe, violinista ne fa spartito e lo suona con commozione di ambedue]; IMBOTTIGLIATORE DI SILENZI [li colleziona in bottiglie blu che non si rompono]; IL TACCUINO DI ARTHUR KAAM [campionario di cose ed esseri indicibili, ma voi non potrete vederlo]; LA MIA VEDOVA [lo è di me, e la vedo piangere il suo Bimbo/Cristo di pezza cantandogli ninnananne]; ecc.
L’adorata infanzia, la propria, mai abbastanza recuperata visto che dopo un certo momento è repressa dal pensiero maturo, viene dall’autore trattenuta in un territorio a lei consono che è quello dell’incanto, della fiaba, affrancati dalla tremenda realtà della ragione. In un procedimento paradossale la fiaba viene poi resa adulta, matura, dunque corrotta, dallo spirito noir o gotico putrescente atto allo spavento e alla reclusione senza scadenze…donde l’insorgere del bisogno di fuga, che sfocia nell’antica catarsi della liberazione dall’incubo. Biancaneve, Cappuccetto Rosso, Pinocchio, Dorothy, si risvegliano dal sortiglegio per darsi nuovamente in braccio alla dolce (tremenda) realtà rassicurante – spesso ambiguamente migliorata – e il cerchio (tristemente) si chiude.
Il titolo NUOVA OZ richiama il cinema di talenti come Victor Fleming e il recente Tim Burton, il primo come autore (1939), del film con Judy Garland di fama planetaria che i vecchi ricordano assai volentieri. Dunque “OZ” come percorso irto e accidentato verso un ritrovare se stessi ben vivi, in questo caso dopo le più imprevedibili insidie di esseri emblematici che sono le nostre mille eventualità di incarnazioni e di coazione a ripeterci, stante quell’incombere di una montagna individuale chiamata destino. Ma il vero Mago di questa OZ di davide Cortese è il Bimbo, il dio dell’Amore che con un sorriso fa nascere l’alba, dove ogni incubo ogni ingiustizia ogni dolore si stemperano fino a svanire. Così le figure ossessive nei loro luoghi malsani decadono come al cessare di una febbre alta. 
Si percepisce in questi racconti ingegnosi una forte prova di volontà strutturante che inventa, trattegia, concatena, ordina e muove ogni meccanismo intorno alla singola idea-perno che lo origina.
In questo braccio di ferro col lettore realista non è difficile che il narratore metta infine il polso dello scettico al tappero. E ciò grazie ad un godibile talento affabulatorio, tanto vitale quanto avvolgente.
Ma attenzione ancora al “bimbo/Io” di Cortese: deus ex machina, lui non è sempre rose e fiori. Può scoprirsi giudice sovrano (vedi il racconto SUDARIO DI NEBBIA); altrove con un sospetto di antiabortismo in UN ALTRO BICCHIERE DI FUOCO, racconto che svela una vocazione teatrale fluente dei sogni: ed ecco un monologo degno di Ibsen di Steinbeck o di Bukowsky che ci riporta all’urgenza della cronaca nera di ogni tempo.
Altrove, in certe modalità ripetitive o statiche di alcuni racconti si può intuire l’eco di una Gertrude Stein o dell’Ecole du Regard di Robbe-Grillet: come nel primo della raccolta intitolata NEVALE, con 7 figure ossessivamente arcane che vegliano sul Tempo ruotando e riapparendo, in attesa di una fantomatica cena di gruppo.
Al momento – malgrado l’autore stesso lo tenga a freno a vantaggio dello scatenamento fantastico – il dato più interessante di Cortese mi appare questo: una artaudiana “eredità crudele”, capace di sondare all’occorrenza i conflitti psicologici dell’animo umano nell’illimitato panorama della filosofia esistenziale.

Recensione

Milica Marinković, un amore a colpi di like

di Sergio D’Amaro

 

Copertina Milica MarinkovicMilica Marinković in una recente intervista ci informa della sua iniziazione alla scrittura.
In Serbia, da dove proviene, le scuole prevedono per l’estate una serie di letture da annotare, dando così la possibilità ai ragazzi di impadronirsi più in profondità di strutture linguistiche e di tematiche da sviluppare: ‘’Siccome non si trattava solo di leggere, ma pure di scrivere, si sviluppavano anche le capacità critiche. Un po’ tutti i bambini volevano diventare scrittori perché vedevano nei loro diari delle vere opere d’arte, composte da riflessioni, disegni, riassunti ecc. Nel frattempo avevo iniziato a tenere anche i miei diari personali dove scrivevo di tutto’’. Ecco rivelata la sorgente della grande passione scrittoria della giovane Milica ormai naturalizzata italiana e francesista all’Università di Bari. 
Una passione che ora è sfociata nella realizzazione di questo suo snello romanzo intitolato Piacere, Amelia per i tipi delle edizioni Les Flâneurs (pref. di C. Tedeschi, pp. 112, € 12,00), in cui è molto ben sviscerato il rapporto tra finzione e realtà, mondo virtuale dell’informatica e impatto diretto con le logiche della vita. Per questo l’opera, in trentotto veloci capitoli, registra in forma diaristica la nascita e lo sviluppo di una relazione tra Amelia e un lontano Pierre di stanza in Canada. Ci sono diversi ammiccamenti autobiografici (l’esperienza in quel freddo paese, le passioni letterarie, il gusto per i francesi), ma il tutto viene rielaborato in una storia che costeggia molto da vicino il profilo psicologico dei giovani d’oggi immersi nella comunicazione onnivora della rete, sempre in bilico tra effetto moltiplicatore dell’I like e fragorosi dubbi sulla positività di tante relazioni a distanza.
La fa da padrone, naturalmente, l’amore, al centro dell’anima giovanile e motore di esperienze anche intense. Ma non si creda che il libro si svolga soltanto sul piano di questo semplice contatto, giacché poi sottintende altro inoltrandosi nella riflessione stessa del piacere e della sua soddisfazione. Sotto sotto, Arthur Schopenhauer potrebbe vedervi, nella serrata autoanalisi, un qualcosa che rimanda alla sua teoria del dolore e al piacere del piacere, alla condizione di essere desiderante qual è quello umano, con le sue offerte e i suoi dubbi abissali, i suoi sorrisi apparenti e i suoi ipogei inquietanti. Milica/Amelia indaga, sprofonda nei suoi recessi psichici, si avvolge come un’edera all’altro mondo virtuale che è la scrittura letteraria, che resta il vero, sano, schietto piacere che ha a disposizione chi è dotato di ingegno e immaginazione.
Della consapevolezza di questo particolare marchio sono testimoni le occasioni in cui l’autrice si rivolge direttamente al lettore o mette in comunicazione protagonista e autrice.
La coscienza della finzione si accompagna in tal modo al piacere di narrare e di indagare aspetti e conseguenze della trasformazione antropologica dovuta al web, che sembra aver alterato il rapporto con la realtà e allo stesso tempo sollecitato a riappropriarsi di un senso più pieno di essa.
Milica Marinković, insomma, ha messo su un’intelligente macchina narrativa in cui proiettare esperienze, condizionamenti, crescite umane in vista di un millennio tutto da inventare pur nei suoi ritornanti errori e incertezze. Aspettiamo la seconda prova, sperando di non dire semplicemente I like o cinguettando telegrafici messaggi da politically correct.

CineRecensione

WAX. We are the X

di Sarah Panatta

wax poster.jpgSelfie movie, selfie times, selfie…X, l’incognita del lavoro, della vita, del cinema, secondo l’esordiente Corvino

Storia “vera” di tre sacrificabili. Tre idendità sovrascrivibili. Tre incognite. Generazione X. Sotto pressione, sotto scacco, sotto… selfie. Autoscatto, autovideo, automemoria. Autoimpressione di vite trascurabili, sperperate, scartate. Tra un bagaglio perduto, 500 euro strappati e sogni frodati, scatta l’ora “x”. Il riscatto dei precari? Canto di speranza per (non più) giovani on the road? Pseudo mockumentary quasi interamente in soggettiva, falsa investigazione sui fatti intorno a tre ragazzi scomparsi (?) in strane circostanze e i loro ultimi giorni visti, spiati, compressi, attraverso files dal loro video blog. Consumati e redenti dalle proprie telecamere digitali.

Arriva in sala WAX. We are the X, opera prima di Lorenzo Corvino, una scommessa tecnica, a detta degli autori e della troupe, per la maggior parte alle prese con la prima esperienza di lungometraggio. Espediente più che esperimento, sulla falsa riga dei tanti “project”, “rec”, “cloverfield” & co., per raccontare insicurezze, esigenze e prospettive della generazione senza posto fisso, smarrita nel labirinto di Alice, svista, rivista, e incapace di vedere.

L’ambigua Liberty Production, gestita da un parassita viziato figlio d’arte di mezza età (cameo per il buon Andrea Renzi), sta per girare lo spot di un SUV made in Italy a Nizza e dintorni. Dario, film maker e Livio, direttore di produzione, l’uno munito di entusiasmo naif, e di micro attrezzature costate al di sopra delle proprie possibilità, per realizzare il videoblog dell’avventura, l’altro nevrotico e rabbioso custode del “fondo cassa” dello spot e delle paturnie furbesche del produttore latitante. Al menage si unisce la francese Joel, ex attrice, ex collaboratrice di un circo, ora direttrice casting. Viaggi in macchina, aereo, treno, canne fumate nell’appartamento di un amico (Rutger Hauer, deus ex machina del racconto, in quanto depositario del videoblog dei ragazzi), ricerca location, attese, amarcord sulla Costa Azzurra, candid camera di attori ricchissimi e annoiati preda di reality show a cunque stelle.

wax scena 2Quanto vale la dignità umana? Quanto vale il lavoro (e nello specifico quale forma e funzione ha, nel cosmo tentacolare del cinema)? Quanto a lungo si può accettare a testa bassa uno stile di vita sbrindellato e mercificato? Perché trasformare i problemi in “sistema” anziché cambiare? Perché sottomettersi al ricatto delle illusioni? I tre se lo chiedono, prima in fuga da se stessi, poi in fuga per se stessi, emergendo lentamente dal torpore, in 105 minuti di dramedy picaresca, action e romanticismo. “Dreamers” fuori tempo massimo, la cui unica battaglia è la sopravvivenza alla virtualizzazione del “Sé”, smaterializzato eppure resuscitato da quello sguardo in macchina da presa che testimonia la “vita altra” che essi/noi conduciamo, nel miscuglio nauseante indistinguibile tra realtà e fiction che è l’oggi.

Corvino e compagnia costruiscono un film in cui la prospettiva non è moltiplicata ma frammentata, dai tanti, accumulati punti di vista fittizi forniti dalle camere ipoteticamente piazzate dai protagonisti in ogni loro spazio d’azione. Soggettive rimbalzate l’una sull’altra, che restituiscono confusione, incomunicabilità e desiderio di espressione, ma anche l’incostanza bulimica di una generazione e di un “sistema” che forse vuole conoscersi ma non sa ancora (come) vedersi.

CineRecensione

Zeta. I dolori di un giovane rapper

di Sarah Panatta


Il primo film hip-hop in salsa tricolore, dal 28 aprile nelle sale, l’esperimento filo americano dal videoclipparo, già regista action-ibrido Cosimo Alemà

Easy, sparire, volare, tornare, “quando il sole cala piano”, easy, “izi”. I dolori del giovane rapper.

Freestyle, dai casermoni fantasma ai palchi, dai tetti grigi alle sale di registrazione. Dalla A alla Zeta. “Io sarò Re e tu sarai Regina”. Dalle stalle alle stelle, ancora stalle e… Sillabazioni facili di emozioni strette in gola. Potrem(m)o essere eroi, anche noi, almeno per un giorno. Noi che dal ghetto di miserie quotidiane speriamo di non doverci mai guardare indietro, noi che bramiamo scalare la vetta, qualunque essa sia, e restare in cima. Ma si fa guerra fuori, quando la guerra è dentro, perché siamo tutti stranieri, cuori “affogati” nell’inverno dello scontento, cuori trafitti, traditori traditi, rapiti, riscattati, tra bagliori di ori e lamiere, nella periferia del viaggio verso la propria identità.

Vent’anni, orfano di madre e figlio di padre umile, da Genova alla Capitale tra un banco di pescheria e i vicoli dello spaccio, sotto la felpa del centro commeriale rabbia ardente, e parole in cerca d’autore. “Sono Alex, questa è la mia storia”. Incipit e plot filoamericani per la parabola di un rapper alla scoperta di se stesso, dell’amore e della gloria, nelle sue forme audaci, laceranti, elettrizzanti.

Diretto da Cosimo Alemà, Zeta, dal 28 aprile in sala. Autore sulla breccia, nel mondo degli spot commerciali e dei video clip, Alemà sforna sin dai primi anni ’90 una profusione di video per le grandi personalità musicali italiane, Zero Assoluto, Fabri Fibra, Club Dogo, Subsonica, Mengoni, Anna Tatangelo e compagnia mista. Nel 2011 l’exploit cinematografico, con la sua opera prima, l’horror Un giorno senza fine, mentre nel 2013 dirige un insolito action, rocambolesco, cinico e drammaticamente impregnato di umori antropologici e sociali seppur ridotti ai minimi termini, La Santa.

cast zetaCon Zeta i mondi di Alemà scivolano “easy” l’uno sull’altro in questo romanzo di formazione, in cui Alex perde definitivamente l’innocenza (le canzoni provate in garage con gli amici, il tifo alle partite di pallavolo, le serate alcoliche rassegnate ma divertite, l’erba venduta ai coetanei altrettanto spaesati), trova l’occasione inattesa per esibirsi e passa da una produttore all’altro, metabolizzando(ne) feste, scazzottate, vuoti esistenziali, appartamenti troppo vuoti, presunzioni, egoismi, vizi, promesse. Finché la morte ferisce di soppiatto la sua vita come quella dei compagni di sempre, e Alex si costringe a cercare un palco diverso, nello spirito prima che sulla folla.

Musical-biopic forse, geometricamente aggrappato alle sbavature ritmiche di una battaglia a colpi di strofe, sniffate, accoltellamenti, baci rubati sotto ai portici, famiglie disfunzionali e stereotipi dello show biz. Fiaba scura che ai dialoghi inevitabilmente mocciani, che sfiorano appena il contesto in cui i protagonisti sono immersi, aggancia l’adrenalina di un montaggio serrato e fluido, nonostante i 100 minuti del film. Alemà compone con tecnica rodata il suo racconto di e per gioventù (quasi) bruciata, a metà tra Fame, Eight Mile, Amici defilippiani, popolato di star dell’hip-hop tricolore, da Fedez, a J-Ax (sogno/apparizione nel cesso dei grandi magazzini), da Clementino, a Ensi, passando per Briga, Rocco Hunt e Baby K (alcuni nei panni di se stessi).

Tutto in prima persona rap, con la voice over nonché doppio anzi raddoppiamento del protagonista, che ripercorre in parte anche la propria biografia, infatti Diego Germini, interprete di Zeta, è nella realtà il rapper Izi, classe 1995, qui al suo esordio attoriale e autore di alcune musiche della colonna sonora.

Cosimo AlemàUn’opera confezionata per i teen e non solo, che stanno a metà, “né bruchi né farfalle”, e nella matematica della sopravvivenza sperano di fare la differenza, eroi forse, per un giorno. Easy…

Regia: Cosimo Alemà

Sceneggiatura: Cosimo Alemà, Riccardo Brun

Cast: Diego Germini, Irene Vetere, Jacopo Olmo Antinori,

Salvatore Esposito, Clementino, Francesco Siciliano, Aldo Vinci, Fedez, J-Ax, Martin Chishimba, Eradis Josende Oberto

Fotografia: Edoardo Carlo Bolli

Montaggio: Maria Fantastica Valmori

Produzione: 9.99 Films, Panamafilm in collaborazione con Sony Music Italy

Distribuzione: Koch Media

ITA 2016

Durata 100 minuti

 

CineRecensione

Un nuovo giorno, identità e “genere” secondo il regista Stefano Calvagna

di Sarah Panatta

locandinaPiccola grande donna. Storia romanzata di Giulia/Sveva/X, xx nata xy. In epoca di gay pride&pregiudice, di orgogli e pregiudizi zombie e di leggi elettorali sui diritti “diversamente” civili. Cronaca bulla e bullizzata di integralismo identitario. Trasmigrazione di “genere” nel Paese piccolo piccolo. Giulio fa le elementari e non risponde all’appello, perché non sente proprio quell’aggancio alla propria profonda intimità. Riceve note disciplinari, brevi intolleranti lavate di testa da psicologi inamidati, penetrazioni indesiderate nei bagni della scuola. Giulio diventa adolescente dalla bellezza aliena e pacata, vuole cantare ma alle audizioni prendono i figli dei mafiosi di turno comodamente piazzati negli scranni delle pubbliche istituzioni. Giulio diventa un modello di grido, si amalgama al bon ton del fashon district nostrano e intraprende relazioni clandestine. Ma non basta. Vuole essere totalmente, solamente, donna.

Tra abusi e deviazioni, orizzonti sentimentali inattesi e operazioni futuribili nell’estremo Est prolifico e privo di aut aut psico-morali. Storia di una donna indocile nata nel corpo sbagliato, Un giorno nuovo. Feuilleton in tre “stazioni” per il muscolare regista-autor-attore autodefinito indipendente Stefano Calvagna.

Dal 2005 anche produttore con la sua Poker Entertainment, che per la sua ultima fatica distribuirà in sala dalle 30 alle 80 copie, cifra megalitica per un made in Italy che si professa indie, quindi avulso dagli schemi competitivi di mercato e solitamente respinto dal circuito ufficiale medio-grande della “sala”. Che sia approssimativo, brutale, rapido e ripido, il cinema firmato da Calvagna è sempre quello dell’“ultimo ultras” che guarda alle “stelle”. Fan inscalfibile dell’epopea della violenza (non solo) urbana, occhio per occhio, dei reietti sociali, dente per-dente, degli incubi dei lupi di steppe poco confortevoli. Indivisualismi e lotte di sopravvivenza. Un hard pop a pugni chiusi.

In Un nuovo giorno decide di svelare a tinte drasticamente posticce la storia di odinaria attesa/follia/bellezza di Giulio/a, nato/a maschio ma fin da tenera età aggrappato/a ad una convinta interiorità femminile, che lo/la conduce all’isolamento ma anche al cambiamento distintivo, senza mezze misure. Dai tortuosi incompresi anni di aule scolastiche e banchi della chiesa fino all’operazione a Bangkok. Nessun passaggio trans-sessuale.

Giochi di rallentamento e di luci raffreddate ed estatiche. All’empatia e agli connessioni/rispondenze tra plot e psiche pur verosimilomente complessa dei protagonisti, Calvagna preferisce una linearità cronologica e distaccata confezione. Dettagli trash, ripetuti voli di droni per notturni da cartolina esterofila, rabbia ed egocentrismo rappresi nella sintesi scabra dei dialoghi.

Piccolo budget e tempi ristretti, un film macinato in poche settimane sotto l’egida di inderogabili ritmi produttivi. Così Calvagna descrive le intemperie e insieme le dominanti del suo fare cinema e del suo film appena partorito Un nuovo giorno da lui scritto e diretto, protagonista il giovanissimo e iper attivo figlio attore Niccolò. Un romanzo a puntate col fiato corto, linguaggio da fiction costruito per emittente italiota ma anche centro europea e sud americana, racconto per didascalie visive che inevitabilmente sfiora senza analizzare mai temi cardine quali disagio psichico, trauma sociologico, diritti legali e di fatto, in cui i personaggi si agitano geometrici come le sagome di un tiro a segno o i “pupi” di un teatrino semplificato per un pubblico bulimico che si presuma altrettanto distratto.

Così Giulio/Giulia deliberatamente si trasforma in merce, da rotocalco, da tribunale (nella vita), da tritacarne ciematografico, creatura plastificata dalla vita (vissuta e mediatica) quanto dal bisturi.

Tra biopic e tvmovie, Calvagna guarda il mondo dal suo “oblò” tirando a lucido la figura controversa di Sveva Cardinale, nome d’arte di un personaggio impigliato tra misticismi passati, processi per truffa attuali, carriere cinematografiche venture. Dopo Almodovar, Jordan e Hooper, in tempi di unioni civili, una “Calvagna girl” raccontata “senza paura”.

CineRecensione

“Onda su onda” di Rocco Papaleo

di Sarah Panatta

 

 

film-onda-su-onda-gassmann-e-papaleo

Realismi magici: (capitolo) secondo Papaleo, from Basilicata to Uruguay

“Comici spaventati guerrieri”. RiEcce picari. Ragazzi interrotti (stavolta) su rotte oceaniche, inside out. Italia-Uruguay, one way, sea to sea…
Ruggero, cuoco colto sagace ispido. Gegè, cantante sopra le righe fallito al verde. L’uno non vuole scendere a terra e rimanda ferie fuga e felicità, mentre improvvisa ritmi tribali con i compagni senza nazione, stipati senza barriera di etichetta e di sapori, in cambusa. L’altro deve scendere, a compromessi, sballottato da un ingaggio improvviso e posticcio dall’altra parte del globo, direzione boreale. Entrambi aggrappati all’immagine falsata e invecchiata di Sé, tra goffi cappotti alla marinara e acconciature fuori tempo massimo. Entrambi inconsciamente già salpati, tuttavia, dalla patria realtà, ormai cartolina illeggibile di rancori stanchi e di possibilità sommerse. Entrambi pronti a cuci(na)rsi altri abiti, per un palco diverso. Note gracchiate e swing pirati, gole s-cordate e obliate passioni. Cronaca di uno svelamento annunciato, delle americhe e di altri demoni, perché Io è con-fuso fusione distratta di titubanza nevrotica e terrori ancestrali. Perché Io è un noi mal assortito seppur solidale. Noi è arcipelago (per) sempre da esplorare nel magno mare, Onda su onda.

Dal 18 febbraio in sala, l’opera terza del musico-regista autor-attore Rocco Papaleo, trascinante intrattenitore dalla filosofia estatico-viaggiante, uno sguardo che è ponte di sospiro tra occidentalismi beceri e alimentari e fantasie di meticciati culturali testimoniati, amati, coccolati a brani e morsi, di opera in opera.

Storia di due nemici-amici affratellati per caso. Il cuoco estroso ma non estroverso e lo show man nella sua dead zone, che perde la voce e deve scambiare identità con il sodale più inadeguato. Il cuoco (Gassmann) è costretto a violentare la propria agorafobia per aiutare il cantante (Papaleo) ad incassare i soldi dell’ingaggio nella sgretolata immota Montevideo, megalopoli uruguayana post capital-ismi. Di mezzo la donna figlia amante, producer musicale affannata o attrice in erba o principessa di evanescente casata. Scabro e solitario, in galleggiamento statico seppur ramingo sulla nave merci, scorbutico quanto Franco il pescatore di Basilicata coast to coast e il suo ghigno “autoctono” travasato sulle aggrottate tempie del granitico autoironico compare, Gassmann duetta/rivaleggia divertito con le sue rigidità peterpaniche con un Papaleo dolcemente poeta papà nostalgico, scattante solo in alcuni momenti di viva ilarità naif.

Il cicaleccio dei media anche qui presente, come in Basilicata spossante dissacrato e inevitabile, accompagna e agglomera lo spirito rassegnato anche se ribelle di un Papaleo che frena in acque aperte, dopo un incipit dissetante e nonostante le pennellate materiche di quel delizioso inconfondibile umorismo.
Alla ricerca di un Nuovo Mondo Basilicata su al Sud fiabesco intravisto nell’Uruguay terreno anni 2000, dove il Presidente Mujica predica povertà simil francescana marxista-leninista (da ex militante dei Tupamaros guerriglieri per la libertà), Papaleo scrive il suo primo testamento “magico”, rituale affrettato e targato Grimaldi Lines di un picaro di strada mai distratto.

 

 

Scheda film
Regia: Rocco Papaleo
Sceneggiatura: Rocco Papaleo, Valter Lupo, Federica Pontremoli
Fotografia: Maura Morales
Montaggio: Christian Lombardi
Scenografia: Sonia Peng
Costumi: Grazie Colombini
Musiche: Francesco Accardo e Rudy Pusateri
Italia, 2015 – Commedia – Durata: 102’
Cast: Rocco Papaleo, Alessandro Gassmann, Luz Cipriota, Massimiliano Gallo, Calogero Accardo, Silvia Perez, Arturo Valiante, Guerino Rondolone, Francesco Accardo, Jorge Noya, Miguel Terni, Gustaf, Virginia Fernandez, Leandro Nunez
Uscita: 18 febbraio 2016
Distribuzione: Warner Bros. Pictures

CineMemories

Ballando a Lughnasa

di Fausta Genziana Le Piane

E’ un poetico film del 1998 diretto da Pat O’ Connor, tratto dall’omonimo testo teatrale di Brian Friel e ispirato al poema “Down by the Salley Gardens” di William Butler Yeats:
“Nel giardino dei salici ho incontrato il mio amore; là lei camminava con piccoli piedi bianchi di neve. Là lei mi pregava che prendessi l’amore come viene, così come le foglie crescono sugli alberi. 
Così giovane ero, io non le diedi ascolto; così sciocco ero, io non le diedi ascolto. 
Fu là presso il fiume che con il mio amore mi fermai, e sulle mie spalle lei posò la sua mano di neve. 
Là lei mi pregava che prendessi la vita così come viene, così come l’erba cresce sugli argini del fiume; ero giovane e sciocco ed ora non ho che lacrime.”

E’ l’estate del 1936 e a Ballybeg, paesino della contea irlandese di Donegal, vivono le cinque sorelle Mundy, tutte nubili. L’Irlanda immensamente verde, muta e silenziosa, assiste al dibattersi della vita delle cinque donne – narrata da una donna, la regista – in lotta tra sogni e realtà e a confronto con le mille incombenze di una stentata vita di campagna: raccogliere la torba, riempire i secchi d’acqua, preparare il pane…La natura irlandese facilita la concentrazione e la riflessione. Con loro c’è Michael, voce narrante del film, il figlio adolescente della più giovane delle sorelle, Cristina, che lo ha avuto senza essere sposata, sfidando la severa moralità dal paese. Per tutto il film si avverte la lotta tra questa rigida moralità ed il desiderio innocente e liberatorio di seguire la propria natura. Dopo venticinque anni trascorsi come missionario in Africa, il loro fratello Jack, magistralmente interpretato da Michael Gambon,  sta per ritornare a casa: l’esperienza missionaria ha scosso il suo equilibrio. Jack talvolta ha dei comportamenti imprevedibili che si rifanno a riti e abitudini delle popolazioni del Kenya che non riesce a dimenticare e lo ossessionano. Ma Jack, condannato a non poter più esercitare la sua missione di prete, è più presente di quanto non sembri e percepisce perfettamente il senso della realtà che lo circonda. E’ la figura più poetica e domina tutto il film: rincorrendo riti e stelle forse egli si rifugia nel sogno per sfuggire all’insensatezza e ad una vita che non lo soddisfa…Inatteso, arriva anche Jerry, il papà di Michael, che chiede di rimanere per qualche giorno, prima di partire per la Spagna dove combatterà contro l’esercito franchista mentre la Christina lo supplica di non lasciarla così presto. La vita delle sorelle non è sempre semplice, anzi al contrario, Kate, la capofamiglia, rigida e antipatica, forse perché infelice, interpretata da una splendida Meryl Streep, perde  l’impiego d’insegnante e le cose non vanno bene nemmeno per le sorelle, Agnes e Rose, il cui lavoro – lavorare a maglia guanti di lana – è inutile poiché a Donegal apre un maglificio.
                              
Quando c’è la festa della mietitura, Kate nega alle altre il permesso di partecipare.
E Rose, infatuata di Danny, un giorno fa finta di essere malata e va con lui in gita sul lago e poi ai falò di Lughnasa. Qui però è assalita dalla paura, incontra Jack che la riporta a casa. La fragile Rose ha capito che l’amore non può essere una fuga…
Jerry aggiusta la radio, si sente una musica tradizionale irlandese e le sorelle si lasciano andare ad un ballo liberatorio al quale seguiranno scelte definitive: per Jerry è il momento di partire, Agnes e Rose vanno a Londra, tentano la carta della fuga ma non sarà la scelta giusta perché moriranno in miseria anni dopo, Christina viene assunta dal maglificio, dove lavora malvolentieri, Maggie manda avanti la casa, Kate è inconsolabile. Maggie è la più positiva delle sorella, ama il ballo ed il canto manifestazioni della sua aderenza alla vita, della sua totale accettazione fino alla fine.
Michael, da adulto, ricorda nella memoria, all’inizio e alla fine, quella importante estate del 1936 e quel ballo che incarna la voglia di vivere al di là di ogni difficoltà.  Perché? Perché la famiglia, che è tutto, allora era ancora tutta unita, felice, e la maturità lontana: era ancora il tempo dei giochi e delle corse in bicicletta, della vita all’aria aperta con mamma e papà. La giovinezza è come la descrive Yeats, sciocca, ed impara troppo tardi che la vita, come l’amore, deve essere presa come viene.
Da dove deriva il titolo del film? La festa della mietitura di Lughnasa era la più importante delle feste celtiche in quanto era celebrato Lug soprattutto da militari, artigiani e sacerdoti. Il termine gallico “Lug” significa “brillante” o “luminoso”.  Lughnasa significa “raduno di Lug” e tale festa coincideva generalmente con il grande raduno annuale delle tribù galliche che veniva celebrato nei mesi estivi a metà strada tra il solstizio d’estate e l’equinozio d’autunno. Si tratta di un rito di aggregazione, di festa (infatti i temi del canto e del ballo permeano tutto il film), di passaggio grazie al quale i protagonisti del film giungeranno a maturazione, raccoglieranno metaforicamente i loro frutti e  troveranno la loro strada.

Recensione

Simbolismo istintivo nella pittura di Carla Grillo

di Iolanda La Carrubba

clara grillo - 02

Il conflitto che oggi domina imago mentis di un atteggiamento globale, lo stesso secondo il quale Carl Gustav Jung riconosce un archetipo di totalità, teorizzando il Se come fil rouge dell’esperienza conscia e inconscia, conduce verso la riflessione di cosa sia realmente l’autorealizzazione. La società odierna potrebbe apparire, da una prima analisi, una vorace massa di individui incapaci di raziocinare su cosa sia eticamente corretto, ma approfondendo ciò che essa è in grado di produrre sia dal punto di vista scientifico e sia da quello artistico, si riscopre un senso di Universalità. L’uomo è concetto di antitesi per sua natura, esso da un lato è feroce in quanto istintivo ma d’altro canto è riflessivo per il medesimo motivo, dunque il suo istinto di sopravvivenza lo conduce verso un’evoluzione più alta rispetto alle altre razze viventi sul Pianeta blu.

Jung sosteneva che:

“La nostra psiche è costituita in armonia con la struttura dell’universo, e ciò che accade nel macrocosmo accade egualmente negli infinitesimi e più soggettivi recessi dell’anima.”

dunque la psiche confrontata con tutto ciò di non conosciuto celato nel macrocosmo, contiene anche una grande quantità di Materia Oscura, la stessa che diventa liquido amniotico negli infiniti spazi dell’Universo ed in questo magma vivo e reagente, si anima l’istinto verso una concezione più alta dell’esistenza.

Fin dagli albori l’essere umano è stato in grado di riconoscere il senso del bello attraverso un’esperienza soggettiva o collettiva, foggiando con l’espressione artistica, un modo unico per comunicare creando così una collettività. La pittura rupestre non è solamente un documento della cultura dei nostri avi,  ma possiede la cifra stilistica dell’Arte padroneggiando quelle tecniche quali; l’ombreggiatura, la prospettiva e il punto di fuga. In questi graffiti si notano inoltre alcuni aspetti psico-culturali delle priorità umane, non del tutto dissimili da tutte le altre specie, come nutrirsi, ripararsi, riprodursi, ma ciò che afferma l’uomo come unico esemplare in grado di comunicare con l’espressione artistica, è proprio il senso del bello che agglomera ogni percezione sia essa positiva o negativa, costituendo così uno yin yang  di equilibri psico-fisici.

L’arte rupestre dunque afferma la netta distinzione tra l’uomo e l’animale, dove il primo concepisce, seppur in modo istintivo, il fondamentale concetto di espressione.

Paul Klee affermava che:

“L’arte non riproduce ciò che è visibile, ma rende visibile ciò che non sempre lo è”

ciò premesso nella pittura di Carla Grillo, si scorge un netto richiamo alla pittura surrealista in special modo osservando l’uso del colore, la morbidezza che crea luce e che ne gestisce i tempi e gli spazi. Tuttavia nelle sue opere vive qualcosa di più profondo, un mondo ancestrale dal forte richiamo simbolico,  la forma appartiene ad un pensare stilemico proprio dell’artista, dove prepondera un luogo composto da immagini che ripropongono un istintivo e soggettivo “senso del bello”, Pablo Picasso asseriva che:

“Ci sono pittori che dipingono il sole come una macchia gialla, ma ce ne sono altri che, grazie alla loro arte e intelligenza, trasformano una macchia gialla nel sole”.

La peculiarità delle opere di Carla Grillo, è proprio quella di saper dare al colore il ruolo del protagonista, il quale viene elargito sulla tela con fare passionale, pieno, caldo, materno, fino a far evidenziare il Simbolismo istintivo racchiuso nel suo lavoro, in questo fare Arte l’artista rivendica lo spazio del silenzio, nutrendo con un tratto sicuro la completezza dell’opera, dove si evince non senza un certo stupore, il dato di fatto, l’affermazione dell’essere sull’esistere ed è quasi palpabile la materia matrice di un’origine stilistica dal primo impatto semplicistica, ma che per l’appunto affonda le sue radici nel Se primigenio.

Recensione

“Citizen X”, la ricerca del lavoro (im)possibile

di Maurizio Archilei

 

Lavorare è cercare lavoro. Essere disoccupati significa non lavorare? Certo che no. A raccontare quanto distanti siano tra loro le condizioni del non-lavorare e dell’essere disoccupato ci hanno pensato quelli dell’Associazione “La Casa Della Locusta” attraverso lo spettacolo di Manuela Rossetti, Citizen X.

citizen-x_4La forma scelta è quella del monologo, e difficilmente potrebbe essere altrimenti dal momento che la condizione della disoccupazione è prettamente soggettiva. Eppure, allo stesso tempo, interessa così tanti aspetti della vita quotidiana, da essere condivisa con molte altre persone. Ecco allora che queste presenze “altre”, vicine ma allo stesso tempo differenti e lontane, vengono rese in una maniera tale da accentuare, se possibile, le distanze. La scelta tecnica, estremamente efficace, è quella dell’utilizzo della videoproiezione, che con un gioco dai molteplici valori simbolici trasforma il fondo della scena: la relazione tra chi cerca lavoro e chi gli si rapporta è complicata e il dialogo soccombe ad una comunicazione spesso a senso unico tra piani differenti raramente davvero comunicanti. Una commistione di linguaggi espressivi che colpisce nel segno e a cui si aggiunge un uso delle luci che si fanno ponte permettendo in alcuni casi l’interazione tra i diversi piani, in altri una sorta di identità, di scambio.

Lo spettacolo si muove attorno a 5 situazioni differenti. 5 modi di vivere la spasmodica ricerca del lavoro che mettono in luce con rapidità ed ironia aspetti come quello della privazione, della manipolazione, dell’incomprensione, della disperazione, della problematicità, della rassegnazione e dell’estrema fatica esperiti nel vivere quotidiano di chi è in cerca di occupazione. Alla fine dello spettacolo resta poco da aggiungere. Difficile non riconoscersi, almeno in un’occasione, nelle sventure e reazioni del personaggio cui da vita l’attrice Antonella Civale. Se tecnicamente i piani utilizzati sono due (palco e proiezione), allo spettatore, tra le risa amare, potrà in alcuni momenti sembrare che ce ne sia addirittura un terzo. Quello che fisicamente occupa nel momento stesso in cui assiste, sentendosi chiamato in causa come chi vede un vecchio filmato di cui è protagonista.

Alla realizzazione dello spettacolo hanno collaborato Mauro D’alessandro, Daniele Fabbri, Masaria Colucci, Alessio Pala, Ilaria Cenci e Ketty Roselli e, in qualità di digital performer, Simone Palma.

L’opera è andata in scena il 15 novembre presso il CSOA Spartaco, all’interno della rassegna “Detriti”, alla sua seconda edizione: otto spettacoli selezionati tra circa 130 proposte pervenute da tutta Italia secondo parametri che hanno puntato a premiare l’innovazione tecnica e l’originalità. Un cartellone che si è già dimostrato molto interessante e a cui suggeriamo di prestare la dovuta attenzione.

FestRecensione

riFlessioni dalla Festa di Roma 2015

di Sarah Panatta

 

La rivincita delle sposeribelli sulle funi 3D, sui thriller da camera e sui noir pasticciati allitaliana

Rapsodie antibollywoodiane e nuove primavere arabe guadagnano i premi del pubblico alla Festa del Cinema.

Alla Festa del Cinema di Roma 2015 il cinema maiuscolo senza essere controverso, debordante senza essere irrisolto né confuso, quello avvolto e pulsato di viscere e di sinapsi, quello dei brividi inerpicati sotto pelle e non appena sollevati da un posticcio benché spettacolare 3D, non sta appeso ad una camminata su fune dacciaio a 400 metri di altezza dalle compiante mostruose torri gemelle o nelle quattro pareti di una stanza-mondo fatta di violenza suburbana. Bensì viene dallex Terzo Mondo iper capitalizzato. Facendo capolino e persino vincendo arrampicandosi tra documentari piombatinel cuore di uragani di cielo, oceani e altre divinità adirate; ring oltre-umani in cui la legge del doppio diventa evasione impraticabile dellIo deragliato dai sensi di colpa per aver assecondato una realtà alienante.

Tra le bolle gonfiabile del festival il zemeckisiano americanissimo The Walk 3D ispirato ad una storia vera, come unavventura a ventimila lega sopra limmaginario umano, tra nuvole e altri sensidi gravità, rocambolesco e giganteggiante, strappa le budella ma le lega alla corda dacciaio sulla quale fluttua il temerario sognatore funambolo Philippe Petit che rilegge la verticalità asettica delle abbattute sorelle di acciaio e cemento (commemorazione sotto le righe della memoria patria e collettiva per ciò che le torri annichilite nel Ground Zero, della civiltà della Frontiera e delle esportazioni democratiche, avrebbero-hanno rappresentato). E la produzione canadese Room presa in prestito dalla cronaca americana dei grandi rapimenti suburbani, in cui la relegazione dello sguardo alla prospettiva micro-universale della prigionia mentale e fisica, non trova rispondenza né tecnica né emotiva.

Sorprese invece dalla Turchia e dallIndia con furore. Due i film che al proprio ritmo pop-fusion smascherano stereotipi ri-editandoli con stile ed energia senza effetti speciali. Cinque spose in erba, cinque prede uniche, cinque discepole indisciplinate, in Mustang (film vincitore della menzione speciale per la sezione Alice nella Città). Creature selvagge nella babilonia delle ipocrisie e della natura irrefrenabile, che scuote inferriate, confusa con la modernità già tra-passata, de-tenuta, che bussa alluscio chiedendo donne che siano persone prima che mogli.

mustang locCinque spose turche, cinque ragazze interrotte, cinque cavalli indomabili. Selma, Soany, Ece, Nur e la piccola Lale, il periscopio oltre la cupola di menzogna, abuso e solitudine, il grimaldello contro la segregazione, la nuova miccia per una dolorosa necessaria liberazione. Tumulate in casa, arroccata sopra scritte di amori infantili e inevitabili, incancellabili, tumulate nella fabbrica delle moglia stendere pasta e preparare corredi. Supervisionate dai carcerieri della famiglia mutila, la nonna timorosa, corrosa dal rimorso e da un coattivo servilismo genetico, ma anche fragile e defraudata da ciò che non può controllare, e lo zio collerico, oltremodo ottuso, retrogrado repress(iv)o retaggio di una società che ha terrore di evolversi, di vedere erosi gli zoccoli duri del potere, e deraglia dentro mura spesse e separazioni pigramente sessuali che sotterraneamente facilitano odi e inganni. Mustang, in uscita in Italia il 22 ottobre. Già presentato alla Quinzaine des Réalisateurs al Festival di Cannes 2015 e vincitore del premio Label Europa Cinemas, è stato definito, in pre-proiezione per il Concorso di Alice nella Città, il vincitore moraledi Cannes 2015.

Il giardino è chiuso, da sbarre progressive e remissive, a queste “vergini” suicide che vogliono guardare oltre il proprio naso, esplorare i propri istinti. Cinque le protagoniste in fuga da una troppo breve adolescenza, come ne Il giardino delle vergini suicide di Sofia Coppola (USA 1999), contropartita inevitabile ma non scontata, ispirate ad un racconto letto dalla regista/sceneggiatrice Deniz Gamze Ergüven in tenera età. Probabilmente influenzata dalle infanzie negate dei Dardenne e dall’anarchia problematica del turco “migrante” Fatih Akin, Deniz infrange e ricostruisce il castello sessista omertoso tradizionale, per schierarci al suo interno insieme alla cinque fanciulle alle quali è negato il diritto di scegliere in qualsiasi modo il corso del proprio destino. Matrimonio combinato, penitenza, umiliazione soffocata, l’unica chiave di lettura del futuro. Alcune di loro si presteranno, altre voleranno via da finestre invisibili, altre fuggiranno nel proprio altrove fatto di sesso occasionale o di ponti sospesi su città troppo grandi per non accogliere chi vuole sentirsi diverso.

angry indianSorrisi e sangue. Dee indignate pronte a distruggere protesi e a spezzare reti omertose, alla corte di tirannie psicosociali tutte da decapitare. Il miglior film e il premio ufficiale del pubblico alla Festa del Cinema è Angry Indian Goddesses.

Insolito buddymovie in rosain stile addio al nubilato con presa di coscienza mucciniana? Molto di più. Disordinatamente insieme, per scrostare tabù e godere nuove possibili liberAzioni. Altare spiaggia bara. Dopo il rivelatore classico Mustang la Festa del Cinema viene investita da unaltra ma non diremmo ennesima traversata nelluniverso dellarduo riscatto femminile nellex Terzo Mondo macellato nel tritatutto della globalizzazione del mercato culturale, sociale, sessuale. In una civiltà dalle identità multiple e ancora in cerca dautore, ingabbiata e sfregiata da un maschilismo paleolitico che de-personalizza lessere o resistere umani, come farsi donne prima che femminino da riproduzione, come (s)vestirsi dello stereotipo senza essere lapidate, come scuotere il ventre al ritmo del proprio Ego senza assecondare i dettami della violenza (in strada come su un set?)? Il prezzo del nonellIndia di oggi che è per sempre ieri. Una mamma-manager ipercinetica e assente, capo di una multinazionale che defrauda la popolazione della propria terra; una mezzo sangue aspirante attrice da bollybox office che rincorre eppure rifiuta lo stereotipo della donna-oggetto; una fotografa di talento raffinato che non sa piegarsi ai ricatti pubblicitari e sta per sposarsi in segreto; una moglie imbozzolata a forza nel suo ruolo dorato; una cantante fuori dal coro che ha dimestichezza con i suicidi tentati; una governante che non ha mai conosciuto lamore perché terrorizzata dal dominio maschile. Intorno autorità sorde e razziste e indifferenza pericolosa dei simili. Dalla geografia remota di un villaggio del Subcontinente, figlio di un venditore di tè dalle ambizioni tuttaltra che sotto-messe, il regista Pan Nalin affonda incalzante nelle lotte femminili, evitando la retorica fine a se stessa di operazioni affini e intessendo coloratissimo un romanzo di piccole donne semplice ma non esile. Nalin mette a frutto la resilienza atavica e la saggezza mimetica di chi smina non senza una mappa accurata, studiata in anni di esplorazione/migrazione di linguaggi stranieri, il confine interminabile delle castementali prima che sociali, cannibalizzando i codici della comunicazione ufficialee del capitalismo post coloniale della sua enorme devastata immutabile Terra. Con Angry Indian Goddesses si candida come icona pop rivoluzionaria del cinema extra, firmando seppur giovane, la sua (prima) equilibrata opera omnia sullIndia (non solo) borghese contemporanea, coreografando o meglio cucinando non senza spezie riconoscibili, la propria visione documentaristica romantica, espressa con lipnotico paziente e sensuale Samsara, remixandola in una ricetta fusioncertamente furba perché dosata per un yper-target, per un cinema totale. Commedia, nel senso più ampio e letterario, documento civico, rovesciamento bollywoodiano e dramma damore, thriller dellanima, cronaca di guerra intestina e marcia per i diritti, a passo di musica. Fame di vita, rabbia di giustizia. Angry Indian Nalin.

CinePrime

Festa di Roma 2015. Microbe e Gasoline

Buddy movie su quattro ruote di filosofia adolescenziale, garbatamente firmato Gondry

di Sarah Panatta

microbe scenaSe mi segui ti disegno, se mi lasci ti riscrivo. Piloti fuori legge dell’Arte del sogno. Cavalieri senza patente del diritto alla gioia dell’essere senza limiti all’auto-esplorazione. All’eterno splendore delle loro menti prive (ancora) di nere voragini. Fiaba contemporanea dagli orrori grotteschi. Road movie after school, ora d’aria per rivelazioni più che rivoluzioni puberali.

Film adulto per bambini in perenne crescita. Due quattordicenni su carretta, moderno cavallo di-troia e velocipedehouse con motore a due tempi e fagioli in scatola, inadatto alle salite ma perfetto per cementare amicizie impossibili e maturare conflitti identitari, tra dubbi sessuali, eiaculazioni su fumetti precoci, guida spericolata su fantasie postpunk, filosofie dell’influenza cerebrale, primi teoremi amorosi, famiglie disfunzionali in piena nevrastenia tanto proletaria quanto borghese.

In concorso per la rosa e rosea sezione Alice nella Città alla Festa del Cinema di Roma, Microbe e Gasoline riporta sul grande schermo il leggendario Michel Gondry di Se mi lasci ti cancello e Mood indigo, senza il suo sceneggiatore dell’inconscio e artigiano dell’allucinazione visibile, Kaufman. Orfano quindi dei prodigi narrativi del suo fedele alter ego autoriale, Gondry si offre e di-verte in una allegra brigata brancaleonica a due, dove genio e sregolatezza sono distillati nello scambio affilato e spassoso tra due giovani menti del domani, costretti in famiglie soffocanti e desolate e pronti a sbeffeggiare le idiosincrasie proprie e del pazzo mondo dentro e intorno.

Microbe è un disegnatore luminoso, dal tratto caricaturale unico, innamorato cronico della compagna sexy della classe, incline a prostrarsi (forse) ai giudizi altrui e in piena crisi da masturbazione incompleta, mentre la madre iperprotettiva incalza ogni suo passo lasciandolo nel caso delle domande. Gasoline è figlio di una famiglia indigente e impantanata tra malanni e freddi artico, che conserva oggetti antichi e immagazzina rancori ancor più vecchi, ed è abituato a sfamarsi di raziocinio autoimposto, progettando insieme al suo primo vero compagno divenuto “amico”, una breve fuga di sollazzo e liberazione, anche sentimentale. Insieme costruiscono una casa su ruote, perfettamente mimetica rom e romita nelle campagne francesi.

Lost in traslation, la strana coppia imperversa, francefornitication per sinapsi giocose, piatta di effervescenti innovazioni ma stretta ai fili immaginifici di due cuori in un’antartide di legno, matite, studi dentistici, rasature, rugbisti, dentisti con la sindrome abbandonica e ingannevoli esilaranti verità.

CAST

Scritto e diretto da Michel Gondry

Con Ange DargentThéophile BaquetDiane Besnier, Audrey Tautou, Vincent Lamoureux, Agathe Peigney, Douglas Brosset, Charles Raymond, Ferdinand Roux-Balme, Marc Delarue, Ely Penh, Laurent Poitrenaux, Jana Bittnerova, Zimsky

Prodotto da Georges Bermann

Musiche di Jean-Claude Vannier

Fra 2015

Durata 103’

 

CinePrime

Festa di Roma 2015. Alaska

Una vita tranquilla, parte seconda? Dell’amore e di altri demoni secondo Claudio Cupellini, coproduzione italo francese, con Elio Germano

Sarah Panatta

alaska-trailer-e-poster-del-film-con-elio-germano-2Fausto e Nadine, andata senza ritorno, amore loop, se mi lasci non ti cancello. Urban western romantico – nel senso letterario e retorico del termine – a tinte (o)scure, pulp fiction dell’emotività carnale e carnivora dei sensi schiavi di una ragione disarcionata dal sentimento-sesso-shock. Amarsi a Parigi, prima in una camera cinque stelle plus-proibita, quindi oltre le sbarre, e infine-senza fine negli intervalli degli intervalli, tra feste vip, soldi involati, locali inaugurati, lupi bizzarri, incidenti karmici, castelli sulle acque, omicidi in cool blood.

Sulla falsa riga sofisticata del suo esordio folgorante sommesso e tetramente ambiguo Una vita tranquilla, con il poco tranquillo doppio Toni Servillo, il regista-sceneggiatore Claudio Cupellini tenta la sua prima opera de-genere, combinando l’adrenalina pop della seria Gomorra, da lui plasmata insieme a Stefano Sollima e Francesca Comencini, e la molle velleità soap delle sue “lezioni di cioccolato”.

Arriva Alaska, thriller drammatico a là Bonnie and Clyde dove i sogni donchisciotteschi diventano sangue miseria e compromesso e la ricerca della felicità il prezzo di una gabbia/gabbio dai due ai sei anni. Selezione Ufficiale alla Festa del Cinema di Roma 2015, il film di Cupellini elegge suo re mida ex coatto ed elettrico il sempre eclettico Elio Germano, nella sua parabola da novello Romeo in bolletta tra precariato colpi di fortuna e destini incrociati. Preso nel mezzo della sua solitudine da “diverso”, mentre sulla terrazza dell’hotel soffia il vento alchemico di un’unione impossibile quanto inevitabile. Cameriere immigrato chiede sigaretta a esile selvatica ventenne francese, modella per caso, lui “pinguino” lei costume da sfilata, improbabili ma già eterni, chiusi nel loro ring di passione scelleratamente pura. Lei farà carriera scatto dopo scatto, lui sconterà carcere duro per difendere lei. Lui farà carriera manager in un locale alla moda, previo inganno finanziario, lei starà ferma un giro, stampelle e tradimento alla mano. Lui incontrerà l’ereditiera perfetta, lei si limiterà a servire ai tavoli di un barista trafficante. Chi aspetterà chi? Droga ossessione salvezza. Gioco dei rovesciamenti classico quanto ridondante, Alaska racconta l’utopia lorda illogica eppure palpabile di due cuori nella tormenta dell’espatrio, mentale e insieme fisico, riproducendolo nel suo meccanismo scenico barocco televisivo e ripetuto. L’america? L’Alaska…

CAST

Regia di Claudio Cupellini

Con Elio GermanoAstrid Berges-FrisbeyValerio BinascoMarco D’AmoreElena RadonicichRoschdy ZemPaolo PierobonPino ColizziAntoine Oppenheim

Sceneggiatura di  Claudio CupelliniFilippo Gravino,Guido Iuculano

Fotografia Gergely Pohárnok

Montaggio Giuseppe Trepiccione

Produzione Indiana Production Company, con Rai Cinema in coproduzione con la francese 247 Films

Distribuzione 01 Distribution

Ita 2015

Recensione

Tribù, di Duccio Camerini

Maurizio Archilei

compagnia enter tribu“Tribù” è la storia di quattro generazioni di una famiglia italiana. Sette personaggi divisi dallo scorrere del tempo eppure presenti contemporaneamente sul palco, come se il tempo fosse poco più che una membrana permeabile attraverso la quale i personaggi si parlano, si evocano ed affermano la propria esistenza, passata o presente, in un susseguirsi di interazioni e salti temporali.

Il pretesto che permette all’autore Duccio Camerini di ripercorrere le vicissitudini di questa famiglia consiste nel ritrovamento di una serie di fotografie da parte di Dudù, personaggio chiave in quanto motore della commedia, eppure ai margini della storia. Almeno fino alla fine, quando le tante strade percorse in serie dai membri della famiglia trovano apparentemente un punto di unione, e il percorso tracciato da tutte queste storie e sviluppatosi lungo un secolo, finalmente si chiude come un cerchio che collega passato e presente.

Dudù è un figlio di nessuno, abbandonato dalla madre in tenera età. Visitando una casa da affittare trova alcune fotografie e con esse l’identità che cercava, la sua storia. Le immagini parlano a Dudù, diventando vive attraverso i sette personaggi che raccontano momenti di vita vissuta, emozioni e tragedie che percorrono tutto il ‘900. Se Dudù è quasi parte della cornice, al centro della tela c’è certamente Gerolamo, che occupa per intero la finestra temporale all’interno della quale si collocano tutti gli altri personaggi. E a tale finestra da un nome: il secolo nervoso. Nervoso perchè capace di dispensare gioie, ma soprattutto difficoltà e dolori sotto il cui peso Gerolamo non si spezza, ma si piega, si perde e si ritrova, vive e sopravvive.

compagnia enter tribu 1Le vicissitudini dei sette familiari descrivono lo spirito del tempo e ogni sua mutazione nel corso del ‘900, ripercorrendo i lati oscuri e luminosi della vita e della cultura del Belpaese: dal fascismo alla guerra, dalla ribellione del ’68 alla caduta del muro di Berlino, lo spettacolo offre una carrellata di istantanee della cultura italiana nelle sue difficoltà tipiche delle epoche attraversate e nei suoi conflitti generazionali. I racconti di vita, posti su piani temporali diversi e contigui, si alternano, si intrecciano, interagiscono, avendo sullo sfondo la casa in cui Dudù troverà le foto. E il cerchio si chiude, inevitabilmente, sulle note dell’Aida di Rino Gaetano, a sottolineare il fatto che, anche se raccontata non attraverso le vicende di nobili o gente famosa, quella a cui si è assistito è la storia del nostro paese, mentre Dudù, uomo senza memoria appartenente ai nostri tempi, altri non è che la rappresentazione della necessità di trovare, in qualsiasi modo, le proprie radici.

Lo spettacolo, andato in scena presso il Teatro Agorà dal 2 al 4 Ottobre 2015 con Luca Milesi (attore e regista), Serena Renzi, Francesco Sotgiu, Alberto Albertino, Fabrizio Bordignon, Maria Concetta Liotta e Valentina Tramontana, ha vinto recentemente il premio per la Migliore Compagnia e Migliore Regia presso il Festival Nazionale del Teatro di Casamarciano, dopo essersi aggiudicato il Premio Fondi La Pastora già nel 2000.

Recensione

Green autobiography: il legame tra uomo e natura raccontato da Duccio Demetrio

di Fabiana Errico Bennet

In un mondo in cui si tende al recupero di ciò che è green, dal cibo allo stile di vita in generale, scrivere di noi può aiutarci anche a rappresentare il mondo circostante.

La riscoperta dell’io corrisponde ad un modo nuovo di prendersi cura di sé e allo stesso tempo di tutelare l’ambiente.

green_autobiographyIl professore e filosofo Duccio Demetrio, nel suo nuovo libro Green Autobiography – La natura è un racconto interiore edito da Booksalad, racconta il rapporto che instauriamo con il mondo naturale ed in particolare con quegli elementi che ci circondano quotidianamente e di cui, magari, non ci accorgiamo più.

Demetrio suggerisce al lettore di affrontare un vero e proprio viaggio interiore fatto di ricordi e di esperienze sensoriali che hanno come punto di riferimento una sorta di ricongiungimento con la natura. Questo processo darà vita ad una ricostruzione del percorso intimo e personale di ognuno. L’idea del professore, non è quella di suggerire a chiunque di scrivere con l’intento di pubblicare un’opera. Non vi è di certo l’intenzione di trasformare tutti in scrittori. L’autore esorta, piuttosto, a cimentarsi in questa esperienza di scrittura e chi lo farà, porterà a termine un capolavoro del tutto personale e soggettivo per cui, senza alcun dubbio, ne sarà valsa la pena.

La chiave autobiografica che Demetrio ci propone, non va interpretata come una esaltazione dell’io o come una sterile autocelebrazione. Non ci sono velleità artistico-letterarie dietro questo progetto, ma piuttosto la volontà di valorizzare l’esperienza personale. Ogni autobiografia rappresenta un punto di vista e una testimonianza che va a riempire il mosaico della condizione umana generale, di cui tutti indistintamente facciamo parte. La scrittura ci consente di entrare ancora di più in intimità con noi stessi e di osservare più da vicino gli enigmi della vita, andando ben oltre le inquietudini personali.

La meditazione e l’evoluzione interiore in armonia con la natura, sono elementi spesso presenti nelle tradizioni spirituali. Il silenzio e la contemplazione hanno più volte ispirato la letteratura, anche in passato. Il poeta inglese William Wordsworth parlava di ’spontaneous overflow of powerful feelings’ e di ‘emotion recollected in tranquillity’. Un libero e istintivo fluire di sentimenti ed emozioni rivissuti in tranquillità.

Duccio Demetrio, un po’ come Wordsworth, lascia ampio spazio alla sensazione, a quello che la natura in sé può suscitare. Egli propone di intraprendere un viaggio che ripercorre le tappe dell’esistenza fino a riscoprire le meraviglie della natura con lo stupore di un bambino. Il ricordo può rivivere in tutta la sua pienezza in comunione con la Natura, fonte perenne di ispirazione.

Il pubblico a cui Demetrio si rivolge è vasto e variegato. L’importante non è il grado di istruzione, ma il desiderio e la necessità di scrivere di sé.

Green Autobiography è una fine introspezione interiore supportata da una serie di interessanti citazioni di scrittori che hanno fatto la storia della letteratura. La scrittura viene intesa come un modo per ritrovare la propria identità.

Duccio Demetrio, con Saverio Tutino, ha fondato nel 1998 la Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari. Presso lo stesso ateneo è direttore scientifico e docente. È stato professore ordinario di Filosofia dell’educazione e della narrazione all’Università degli studi di Milano Bicocca. Inoltre, Duccio Demetrio è autore di numerose pubblicazioni dedicate alla scrittura terapeutica di sé ed alla condizione adulta. Tra le più conosciute ricordiamo: Raccontarsi (Cortina, 1996);L’educazione interiore (Nuova Italia, 2000); Autoanalisi per non pazienti (Cortina, 2003); Filosofia del camminare (Cortina, 2005); La vita schiva (Cortina, 2007); La scrittura clinica (Cortina, 2008);Ascetismo Metropolitano (Ponte alle Grazie, 2009); L’interiorità maschile (Cortina, 2010); Perché amiamo scrivere (Cortina, 2011); I sensi del silenzio (Mimesis, 2012); La religiosità della terra(Cortina, 2013); Silenzio (Edizioni Messaggero, 2014).

CineRecensione

“Everest”, il PopCornMountainMovie

Polpettone epico confuso, atmosfera vertiginosa e un cast monumentale, da Josh Brolin a Jake Gyllenhaal

Sarah Panatta

Tutti in cordata, nell’aria sottile.

Everest-Movie-Images-04589Dead zone. Nell’ampolla di affanno e luce intorno alla cresta. Nell’intervallo ottico del traguardo, tra campo base e picco. Nel tremito delle palpebre inebetite dal vuoto irto di ghiacci e (in)custodito di memoria rappresa in paralisi sperdute. Nel gradino mancante della scala sul crepaccio senza fondo. Nell’intercapedine invisibile tra realtà e desiderio sublimato. Dead zone, il limbo in cui i parametri vitali degradano e il corpo diventa scatola di latta, alla quota di un 747. In cui la semplice atavica prova del limite diventa “valico” dimensionale. Sperimentazione collettiva e autodisciplina, liberazione individuale e conforto interagito. Ma è anche la dead zone in cui Everest, kolossal atipico ed energicamente confuso, si erge e si (ci) abbandona, dando ai fruitori il compito della scalata 3D (mero artificio posteriore ma non deteriore).

Tutti nell’abbraccio della “madre dell’universo”, come la definiscono i tibetani, immane articolazione, sinapsi rocciosa con gli elementi cardine del cosmo, e insieme avamposto del suo mistero. Il mantello geo(mito)logico millenario di una verità tanto temuta quanto bramata.

Everest Josh BrolinDopo i ridotti incassi in patria americana, Everest arriva in sala in Italia (tra le location per il film, girato anche in Val Senales, Trentino, per ricreare l’ambiente delle pendici della montagna nepalese). Ispirato ad una delle più assurde ecatombi dell’alpinismo (commerciale) sulla più alta vetta della Terra, la settima terribile meraviglia delle Seven Summit, avvenuta nel maggio 1996, quando due spedizioni private di scalatori non professionisti salirono, in quella che sembrava una mattina assolata, alla vetta da cui solo pochi tra loro sarebbero scesi vivi, tra gravi disattenzioni pratiche e problemi irrisolti di ossigeno. Agganciando (a tratti involontariamente) il parossismo della vicenda, firma il muscolare Baltasar Kormàkur, che pure, per origini, è abituato all’immaginario del “vertical limit”, alla lotta appassionata e irrinunciabile con le equazioni impassibili della Natura, con le culle e le insidie del suo grembo.

Il regista islandese, già nella scuderia Working Title con Contraband, casa coproduttrice del film, si inerpica ora tra biografismi spettacolarizzabili e illusionismo dei sensi, dirigendo, montando e producendo il suo Everest.

In apertura fuori concorso alla 72esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, coprodotto dal Breashears che nel fatidico 1996 realizzò il celebre documentario Everest con tecnologia Imax (quella Imax che a sua volta sponsorizza il film di Kormàkur e ne ha effettuato la rimasterizzazione per la proiezione in 3D, in questo caso funzionale, adrenalinico e privo di disarmoniche sbavature anche se diversivo posticcio). Everest segue il gruppo dell’integerrimo Rob Hall (mimeticamente compenetrato, nonché allenato Jason Clarke), esperto, saggio e prudente scalatore, sposato e in attesa della prima figlia, proprietario della società di spedizioni Adventure Consultants, e quello del suo collega bukowskiano Scott Fisher (ottimo, sebbene schiacciato nel ruolo di comprimario barbuto bevuto, Jake Gyllenhaal), fine conoscitore della montagna ma anche debilitato dalla ossessionanate competizione mercantilistica delle spedizioni. Un 10 maggio affollato quello scelto da Rob e Scott per ascendere alla “madre”, entrabi seppur diversamente fautori di una solidarietà animata da uno spirito di intraprendenza laicamente generoso che non potrà salvarli dalle bufere della montagna.

Everest Jake GyllenhaalKormàkur scandisce accademico, tra dolly ovviamente vertiginosi, carrellate epiche e piccoli sussulti tra baratri insondabili e qualche roccia in cartongesso, la sceneggiatura farraginosa di Simon Beaufoy e William Nicholson, in cui molti dei personaggi sono lasciati al caso (non solo) meteorologico, persi in linee narrative cieche o sotto valanghe sottaciute. Diretti al portale favoloso tra divine intangibilità e un al di qua di cementato da caste, depressioni, insoddisfatte attitudini e altitudini fittizie, i personaggi (dal postino allo sherpa passando per il giornalista freelance attaccato ai lampanti disarmanti “perché” dell’esistere verso l’Essere) decidono di prostrarsi alla metamorfosi chiesta della montagna, adattarsi alla morte a 8mila metri, a perdere brandelli si sé trincerandosi in un suicidio-rinascita dentro-dietro la barriera termica violata del corpo e la cancrena subdola della mente. Tutti a contatto con un sé che deve fare rete con l’altro e trasformarsi in suo arto, occhio, cellula per sopravvivere “insieme” e avvicinarsi allo sbalordimento del “tutto”.

Avventura sportivo-mitologica tra affetti familiari e Gatorade spremuti sulla neve, ramponi affondati nel ghiaccio pericolante e addii sussurrati al satellitare, in cui il contesto sociopolitico svanisce quanto alcune intersezioni logiche della trama (che se deliberatamente ambigue infittirebbero le domande su che cosa davvero non funzionò nella spedizione del 1996), aggrovigliata in uno script goffo e spesso inadempiente, quasi mutilo. Sulla montagna lottizzata dal dio denaro e perfino dai suoi adepti di-scaricata non c’è spazio per critica/crisi etica né per la riflessione sul rovello atavico dell’Ego e della ricerca dell’oltre umano, se non per il tormento intimo, seppur non meglio specificato, se non da qualche borbottio spirante sotto le coltri di neve e carni in ipotermia terminale.

Un film che potrebbe appigliarsi alla regia, al volo catartico e tecnico nell’appuntito ventre della Terra, ma che svicola sbrigativo e impacciato dai sentieri del pathos, sovente devastandole con gaffe incredibilmente comiche. Così piovono polpette dai crepacci, mentre alcuni muoiono e basta, senza essere rammentati e altri semplicemente crollano giù burlandosi di se stessi.

La battaglia meta-fisica del proletario Doug, l’anti-ipocrisia alcolizzata di Scott e l’ardore egoistico e solitario di Beck (un controverso incrinato e bellissimo Josh Brolin), i caratteri chiave del film restano appesi alle tempeste di vento, in un’opera che trae con dedizione cronachistica sebbene romanzesca i dettagli della storia reale, per dimenticarne i passaggi, ed illuminare sbrigativamente l’eroismo fragile dei protagonisti e la maestà incorruttibile (?) della montagna, in un popcorn movie da intrattenimento altalenante.

Per una scalata senza ossigeno di riserva.

Sarah Panatta

CAST

Regia Baltasar Kormàkur

Soggetto Jon Krakauer, tratto dal libro Into thin air di Jon Krakauer

Con Jason Clarke, Jake Gyllenhaal, Josh Brolin, John Hawkes, Robin Wright, Micheal Kelly, Keira Knightley, Sam Worthington, Emily Watson, Elizabeth Debicki, Martin Henderson, Tom Goodman-Hill, Naoko Mori, Thomas M. Wright, Mark Derwin, Clive Standen, Ingvar Eggert Sigurosson

Sceneggiatura Simon Beaufoy, William Nicholson

Fotografia Salvatore Totino
Montaggio Mick Audsley, Baltasar Kormákur
Musiche Daio Marianelli
Scenografie Gary Freeman
Costumi Guy Speranza
Trucco Matteo Silvi
Produttori Tim Bevan, Eric Fellner, Baltasar Kormákur, Nicky Kentish Barnes, Tyler Thompson, Brian Oliver
Casa di produzione Universal Pictures, Cross Creek Pictures, Walden Media, Working Title Films, RVK Studios, Free State Pictures

USA 2015 – Durata 121′

Distribuzione Universal

In sala dal 24 settembre 2015

CineRecensione

“A Blast”, dalla Grecia con furore

Crisi letterale nel tilt temporale e intimistico del greco Tzoumerkas

 di Sarah Panatta

blastMiseria in radiofrequenza. Soggettiva di sobbalzi fuori percorso. Lenzuola stravolte dall’odore del futuro. Compagni di viaggio per accampate solitudini. Rincorsa invalida al progresso destata da svolte ebbre. Sportelli muti, tutti in coda per aspettare.

Cronaca non annunciata di una vita ridicola. Flash discontinuo di desideri coriacei ma atrocemente umiliati. Di degrad-azioni senza bandiera (ideologica, sociale, se non sentimentale). Di progetti familiari confusi arraffati disgregati. Una notte sterrata rovinata in basso, tra scintille dolose, da un olimpo sempre meno equo, ancor meno solidale. Maria madre amante outsider improvvisata. Anima(le) braccata da se stessa e da ideali sociali “esplosi”. Siamo tutti schegge di un ordigno caricato dalla nostra stessa incapacità di conservarci. Perché non possiamo conoscere davvero le cose per ciò che sono, a meno che non usciamo da noi stessi e interrompiamo un flusso di menzogna che è parte inconscia di un intero sistema (genetico cerebrale sociale). Oppure la divoriamo e digeriamo, nell’incendio del nostro scontento.

Un colpo al fegato e l’altro al basso ventre. Interiors di un cinema che trasuda ellittico adrenalina intellettuale e apocalisse troppo umana, in un tecnico groviglio carnale. In sala con A Blast Syllas Tzoumerkas, classe 1978 (icastico esordio a Venezia nel 2010 con Hora Proelefsis) non lascia la terra madre, figlio enigmatico e vigoroso, personalizza il proprio tracciato nella cosiddetta new wave della cinematografia greca guidata dall’altrettanto giovane e sperimentale alfiere Yorgos Lanthimos (noto al grande pubblico per Alps e per il recentissimo e internazionale The lobster, fantascientifico e antiutopico apologo sulla civiltà, premiato a Cannes 2015).

una scena del film

una scena del film

Quanto Lanthimos attratto o meglio votato alla speculazione concettuale e linguistica sui modelli di relazione umana (tra vita privata e sovrastruttura pubblica) e alla rielaborazione ironica ma drammatica, quasi grottesca, attraverso la messa in scena fictionale, dei rituali sociali, tra ripetizioni s-torture e illusioni, Tzoumerkas imbastisce un vortice, imponendo ad un canovaccio classico, peripezie di un antieroe moderno, una forza centrifuga multipla. Che scardina l’unità narrativa, e depista le linee temporali pur mantenendo statici i punti di vista. Alla dialettica bidimensionale retorica e isterica tra moti di piazza e rovelli familiari/personali del lavoro precedente, Tzoumerkas preferisce stavolta un montaggio ontologico senza soluzione di continuità, dove il manichesimo di valori e affetti è affogato nella fragilità dei caratteri e del loro microcosmo in perenne mutamento. Anzichè desacralizzare monolitico la mitopoiesi del suo Paese, tenta una decomposizione, atomizzando il conflitto in dissidio intimo insanabile. Che si espande nel fuoco e brucia nelle pupille oscuramente vive e sincere di Maria/ Aggeliki Papoulia.

Nella sezione Concorso Internazionale alla 67esima edizione del Festival Internazionale del Film di Locarno in sala dal 27 agosto, giorno storico in cui la prima donna premier della storia della nazione greca ha ricevuto l’incarico di guidare il governo tecnico fino a fine settembre, A Blast cronologicamente prende le mosse da prima della debacle di Tsipras, del balletto in&out con l’Europa, dei nuovi accordi dopo il referendum dell'”Oxi”, del “No”, che ha innescato per poco la fuga dall’eurogabbia.

a_blast_3Maria, la protagonista, è figlia di una negoziante invalida e sorella di una ragazzona goffa. Mollata l’università per occuparsi degli affari di famiglia, Maria sfoga i suoi sentimenti libertari frustrati nel rapporto appassionato con un capitano di navi merce, dal quale ha due figli, in un divenire di debiti e rabbia. La sociologia in riva al mare nell’incipit del film cita che “tutti gli uomini nascono liberi ed eguali…hanno diritto alla libertà e alla sicurezza della persona… e devono agire verso gli altri in spirito di fratellanza…” si sfalda nell’eccitazione consapevolmente vuota dei capodanni infiniti, nelle pratiche amministrative coercitive, nell’austerità nevrotizzata e gracile, nelle vene sclerotiche di famiglie afasiche.

Ma l’opera di Tzoumerkas non è la fiaba nera della Grecia attuale, bensì sineddoche caotica in cui la Storia resta ai margini, mescolandosi alle vite comuni come linfa velenosa. Una sessione rock-jazz di una via crucis come tante, orribilmente conformista, violentemente instabile. A Blast.

CAST&CREW

Regia Syllas Tzoumerkas

Sceneggiatura Syllas Tzoumerkas e Youla Boudali

Montaggio Kathrin Dietzel

Fotografia Pantelis Mantzanas

Una Produzione Homemade Films, UnaFilms, PRPL, Bastide Films

Germania, Francia, Grecia, Italia, Olanda, Bosnia-Erzegovina 2015 – Durata 83′

Cast: Aggeliki Papoulia, Vassilis Doganis, Maria Filini, Themis Bazaka

Uscita 27 agosto 2015

Distribuzione Microcinema

CineRecensione

Acid Space, il primo film completamente in stop motion

di Sarah Panatta

 

Fanta-battaglia per la libertà, tutta su carta

Big depression senza music sessions. Gli arti cadono, i sogni si smontano, i concerti si autosabotano, i ragazzi svogliatamente scivolano tra skateboard e orizzonti opachi. Le città rullano di fumi e traffico sordo. Big depression nel villaggio di roccia oltre il fiume, tra i grattacieli color della pioggia e crateri mitici forgiati da colonizzazione aliena. Big depression nella galassia della porta accanto, dove i colori impazzano ma la musica non vibra più. Unico rimedio inatteso, lotta “giovane” contro ogni forma di dittatura che ingabbi e seppellisca la libertà d’espressione. Ma un braccio meccanico e un multietnico gruppo di antieroi potranno segnare il cambiamento?

download

Figure geometriche e ripetitive, paesaggi spezzati, movimenti lineari, tra una Lego adventure e una toy story, fiaba di piani bidimensionali e paralleli, “primavera” romantica con un epilogo critico-politico che sorprende. Vita indipendente e missione da primato per Acid Space. Il primo film interamente animato su carta, opera in stop motion firmata da Stefano Bertelli e dalla Seen Film.

E’ tempo di rock e di trasformazioni. Uscito dalla gattabuia dopo tre giorni uno dei mebri della Paperback band si riunisce ai suoi, venduta la “rockmobile”, e a bordo di un yellow bus sostitutivo pericolante, partono insieme per l’ultimo concerto della loro carriera. Pronti a recarsi in quella che dovrebbe essere la “nuova Woodstock”, trovano un’unica desolata piattaforma per skate acrobatico e due ragazzini delusi dall’isolamento delle loro routine. Un terremoto incrina quella routine e partorisce dalla terra un alieno piovra dalla voce infantile e intraprendente, DoreMi, che trascina la band senza fatica in una dimensione cosmica parallela e simbolica, sul suo pianeta non troppo lontano, anzi così vicino da non accorgersi delle “differenze”.

Musicisti e alieni dai mille volti, uniti in un’armata Brancaleone indomita e policromatica, nella migliore tradizione interculturale; un piccolo pianeta sopraffatto dalla dittatura, un leader invidioso del talento e della bellezza dei suoi pari, tra Stranamore e altri stereotipi occidentali; gallerie sotterranee, covi ribelli, pub anarchici, arene clandestine, music club pirata, mostri custodi, prigionieri e discariche, strumenti discaricati e libertà “diverse” in cella. Una guerra non senza sangue per ripristinare una musica del popolo, incubi premonitori e complotti transnazionali in agguato.

In bilico tra apologo fantastico per bambini e cruda seppur verbosa allegoria dei nostri tempi, tra terrori terroristici e terrorismo intestino di democrazie fasulle, Acid Space viaggia tra equilibri giocattolo e deliri di potere, con soluzioni visive, totalmente artigianali, spesso divertenti e un cupo sarcastico epilogo. Paper made.

CAST

Regia Stefano Bertelli

Musiche Francesco Tresca, Japanese But Goodies, Fuck You Guitars, Stefano Bertelli

Sound Stefano Bertelli

Produzione Seen Film

ITA 2015

Durata 70′

Animazione/Stop motion

CineRecensione

“Youth” di Paolo Sorrentino

In concorso a Cannes 2015, la “simple song” pre-matura dell’ex prodige autore de “L’uomo in più”, “Il Divo”, “La Grande Bellezza”, tra deviazioni e derivAzioni

di Sarah Panatta

loc youthYou got the love. Pronunciabile e trasform-abile in “you gotta love”. Come canta, in cotonatura sixties, “The retrosettes Sister Band” sul palco rotante. L’uomo deve amare, liberarsi dalla barriera dell’età, dalla vestigia degli incubi sociali, viaggiare nel tempo e sopra tutto, nel proprio desiderio. Visto e stravisto che “l’amore è una cosa semplice”, per dirla alla Tiziano Ferro, desiderare è altrettanto inevitabilmente puro, reale, facile, da dire. La chiave servita nell’incipit? Piomba addosso tra piano sequenza e tagli vivi Youth, di Paolo Sorrentino.

Giovinezza, dice, è rendersi pronti all’amore e al suo ricordo, all’empatia incondizionata verso l’altro (moglie, figlia, amico d’infanzia, massaggiatrice, commensale, cantante nipponica sottovalutata, partitura da rivalutare, sogni da materializzare) sempre. Ultimatum alla vita. Ode all’ossessione della memoria del presente. Con Youth, in lizza a Cannes 2015 (in queste ore), in sala dal 20 magio, e probabile premio alla regia, Paolo Sorrentino vuole firmare il suo testamento.

weisz

Rachel Weiz, nella scena della confessione al padre Mick (Micheal Caine)

Evento prematuro tuttavia, opera sovrabbondante e verbosamente auto citazionista per l’ex regista prodigio (l’esordiente trentenne nello stivale italiota è sempre enfant) ormai quarantacinquenne, premio Oscar e volto Fiat. Dichiaratamente assillato, come tutti in fondo, dal conteggio della Morte, Sorrentino scrive e dirige col fedele alchimista della luce Luca Bigazzi (“suo” direttore della fotografia) le conseguenze dell’invecchiamento, inscatolate in aforismi filosofici a metà tra biscotto cinese e pubblicità Barilla (tra gli sponsor del film).

Mick è un ex compositore e maestro d’orchestra in pensione, marito fedifrago e padre assente, apparetemente votato solo alla semplice grande bellezza della musica, stalkerizzato dai francesi per un’autobiografia e dagli inglesi per un’esibizione dinanzi alla regina. Fred è il suo amico di buone notizie e amarcord “corretti”, prostatico regista col talento enorme di mister Ripley nel sangue, sul viale del tramonto e alle prese con l’ultima sceneggiatura, influenzata dalle voglie di una ex diva “gola profonda” ora dedita alle fiction in New Mexico. Entrambi in vacanza in un hotel lussuoso, rifugio/comunità di recupero. Danza morbida di panze vere e tetta rifatte, di onde (di pelle d’acqua di venti) cascanti sulla bruma strigliata di giorni mai distrattamente uguali. Di donne lasciate e di alpinisti arrapati. Di confessioni filiali e di devastazioni cerebrali. Di prostituzioni morali e di piccole routine accettabili.

Micheal Caine, in una delle scene finali

Micheal Caine, in una delle scene finali

Un giovane attore che studia il mondo nei suoi minuti parossismi. Un violinista in erba e mancino. Un ex calciatore obeso di fama e inetto alla gloria. Una schiera di comparse grottesche, poesia di un purgatorio spesso blasfemo (vedi la pop star trash che brucia in un incubo-videoclip, tra i pochi picchi di geniale seppur incontrollato naif) aiutano Mick e Fred a trovare le proprie personali ragioni e forme di “trapasso”. Con il calore di gesti estranei, con vulve vip sventolate a bordo vasca, con lacrime versate per gioie mai provate (prima).

Mentre la “monarchia” intellettuale si mostra vulnerabile, fa intenerire (anche se stessa) nella propria ridicola decandenza e stira le cuoia, “ritirando” a vigorosa sopravvivenza, seppur già postuma, la creatività ormai rassegnata, paralizzata, senile. Spiaggiata idromassaggiata consolata da miss, badanti palestrate, sushi d’autore, sinfonie forestali, brividi sessuali da piscina.

Keitel e Caine nel bosco, in una scena

Keitel e Caine nel bosco, in una scena

Da Fellini pulp a Resnais almodovariano? Tra Saramago e Borges? O nessuno di loro? Perché in fondo, lo dice forse con candida autoironia Sorrentino, a se stesso, il bravo autore “ruba” senza conoscere, come un monello scaltro e ben allenato. L’Hotel geometricamente cullato dalla natura sontuosa, pastorale, silenziosamente bianco e onirico, popolato di coreografie mute e deteriori, prive di memoria appunto come nella villa de L’anno scorso a Marienbad (del compianto Resnais), è ritiro (sophia)coppoliano, classico non luogo o meglio “somewhere”, isola deserta, sovraffollamento di anime migranti, di casi oltre umani, oasi bruciante e fetida ma materna, ai piedi delle Alpi Svizzere, appositamente medicale e ipoteticamente redentrice.

Giocoliere di dolly vezzosi e di estatici campi lunghi, Sorrentino funamboleggia, di quadro in quadro, hopperiano e vulnerabile, altezzoso, novello Moravia o Sartre, nelle interpretazioni sfatte della noia del vivere. E sforna sentenze sulle frustrazioni comuni del non sentirsi “all’altezza”. Certo autobiografico e metacineamtografico, magnifico esteta e tecnico ancora sublime, non riesce ad incastonare nel flusso della sua “simple song” (come invece riesce Mick/Michael Caine, sir di un cast comunque lodevole) le virate impressioniste. Gli inserti humoristici diventano kitsch stonati e l’equilibrio si rompe, come il reticolato della pelle di Jane Fonda (“gola profonda” di cui sopra). I momenti di soprassalto sorrentiniano, ove ancora muto riappare “l’uomo in più” che sorride della futilità fabulosa dell’esistere, sono perduti, come lacrime nella pioggia. Dove è la giovinezza? In sospensione su green screen, vuoto a perdere palesemente a picco nell’epilogo posticcio quanto la parrucca servilliana del mitologico Caine?

A Cannes l’ardua risposta, o meglio necrologio anzi tempo dell’autotumulato gigantesco Sorrentino.

L'ultimo "idillio" per Mick (Caine) e Fred (Keitel) con Miss Universo (Madalina Ghenea)

L’ultimo “idillio” per Mick (Caine) e Fred (Keitel) con Miss Universo (Madalina Ghenea)

Qui parvenu ingenuamente didascalico o prestigiatore incallito ma abbandonato a se stesso da una produzione a cui è (s)venduto eppure non del tutto accondiscendente votato? Si era già confessato, Paolo/Gep, fin da ragazzo alla penetrazione della “fessa” preferiva la gestazione mortifera di altri antri, “l’odore delle case dei vecchi”. Sorrentino sa, entomologo per istinto, e scaltramente registra, cofidica e mostra a sua volta mostruoso la mostruosità, o confessa la propria tragica inattualità? Giovinezza è metabolismo della vecchiaia intrinseca? Un uomo oggi marchio di fabbrica, santino del made in Italy, professionista riuscito, col potere di far fallire la propria stessa festa o portarla sull’orlo del ridicolo con raffinato scherno. Sorrentino continua, a differenza del pigro remissivo Gep Gambardella, suo massimo alter ego, a dettagliare l’apparato umano, nel suo romanzo senza cesure iniziato nel 2001, un libro “frivolo e pretenziosetto” e per questo inguaribilmente magnetico, che non vuole “grondare” alcuna “vocazione civile”, solo rapirci e violentarci, nel suo dedalo di corpi consumati e di menti epicuree, di leggi dettate dal copia&incolla facebookiano della cultura letteraria post-post-moderna, aggiornate (ma non del tutto) all’attualità 3.0. Al mondo che desidera, che sfoga ansie represse e non troppo recondite senza misurare e interrogare quel desiderio, e che comunica con alfabeti intraducibili a se stessi, perché non sa che cosa sapere. E dove colui che osservando impara (senza sapere davvero), vedi Mick, Gep, Paolo medesimo, decide di lottare bluffando.

Toni Servillo ne "Le conseguenze dell'amore"

Toni Servillo ne “Le conseguenze dell’amore”

D’altronde, come cita la voce off lievemente turbata seppure impeccabile di Titta Di Girolamo/Toni Servillo colto in fallo (riciclatore dei soldi della mafia nel secondo grande film sorrentiniano, Le conseguenze dell’amore) nella vita non si può bluffare a metà e poi dire la verità, il bluff va condotto fino in fondo. Ed esporsi al rischio più grande possibile: apparire ridicoli. E inondare piazze e schermi. Orchestrare la sinfonia delle mucche tra i boschi alpini, come il volo dei fenicotteri rosa di disneyana dumbesca scaturigine sugli attici romani. Formule visive di un autismo artistico, di una burla o ammutinamento camuffato al sistema produttivo che lo ha dominato? O il suo modo di lasciar pascolare il fanciullino mai cresciuto, il suo Antonio Pisapia (coprotagonista/doppio di Tony, del rivelatore “L’uomo in più”, 2001, v. sopra) in calzoncini corti e senza responsabilità?

Ispezione anale in guanti bianchi e in contumacia, l’opera di Sorrentino, vediamo e non sentiamo il dolore, l’opposto della poetica del conterraneo Matteo Garrone, e ciò che vediamo è sempre ostentato trucco nelle epiche messe del divo Paolo.

Nella vita non esiste pareggio. L’uomo in più (l’autore, Paolo Sorrentino, lo spettatore, il noi sociale sgretolato e spaurito dietro avatar e vibrazioni occasionali) per essere libero deve sparire, mostrare lo scarto, farsi da parte parte nel tutto che ha o non ha avuto ma ha sempre cercato, desiderato. E sulla strada mentre svanisce e si reincarna testando il brivido di (non) essere “all’altezza”, Sorrentino e il suo cinema diventa amplesso rococò, nmero da circo, ruzzola e si/ci inganna e meraviglia. Fino a farci sogghignare ed esplodere.

“Come me li ha rotti i coglioni lei Pisapia non me li ha rotti mai nessuno, ma che cosa vuole fare lei, l’allenatore o il calciatore?”

 

CAST E CREW

Regia di Paolo Sorrentino

Con Michael Caine, Harvey Keitel, Rachel Weiz, Paul Dano, Mark Kozelek, Robert Seethaler, Alex MacQueen, Luna Mijovic, Tom Lipinski, Chloe Pirrie, Alex Beckett, Nate Dern, Mark Gessner, Paloma Faith, Ed Stoppard, Sonia Gessner, Madalina Ghenea, Sumi Jo e Jane Fonda

Soggetto e sceneggiatura di Paolo Sorrentino

Fotografia Luca Bigazzi

Montaggio Cristiano Travaglioli A.M.C.

Musica David Lang

Scenografia Ludovica Ferrario

Costumi Carlo Poggioli

Produttore esecutivo Viola Prestieri

Coproduzione Indigo Film, Pathé Film, France 2 Cinéma, Number 9 Films, C-Films

Ita 2015

Durata 118 min.

Recensione

La musica di Franco Di Donato

di Antonella Rizzo

 

di donatoSono appena uscite le novità musicali di Franco Di Donato, musicista di talento, molto noto e apprezzato in Italia e in Europa.

Disponibili nelle piattaforme digitali di tutto il mondo il doppio singolo “Servo del denaro” bonus track “Brividi nel cuore”, Edit Music Italy – Linea musicale, che vede Di Donato in veste di Autore/Compositore, Bassista/Cantante e Arrangiatore e l’album strumentale “The way of bass”, Edit Music Rock – Linea musicale, dedicato al Basso elettrico che lo vede come Compositore/Arrangiatore e chiaramente Bassista con 3 brani inediti e 3 cover dedicate a grandi bassisti come Jaco Pastorious e Mark King dei Level 42, storico gruppo new wave britannico degli anni Ottanta con cui il musicista ha lavorato.

Entrambi i Cd sono prodotti da Luigi Mosello distribuiti da Music Universe a.c.m,. edizioni Airone Music e vantano la illustre collaborazione di Andrea De Paoli, del Maestro Mistheria e di Florindo Cimei.

Abruzzese di nascita, Franco Di Donato vive attualmente a Roma. Bassista tra i più virtuosi in Italia, dotato di grande tecnica e poliedricità, polistrumentista, arrangiatore, compositore ed esperto programmatore di computer music, rappresenta una punta di eccellenza in un panorama musicale asfittico e monocorde dal punto di vista esperienziale.

Di Donato ha iniziato gli studi all’età di 13 anni completandoli presso la St. Louis Jazz School di Roma e vanta collaborazioni di altissimo livello con jazzisti di fama internazionale. Si è cimentato in esperienze che spaziano dall’insegnamento della musica alla scrittura di colonne sonore, alla ricerca di nuove tecnologie applicate alla composizione, agli arrangiamenti, come songwriter e cantante.

Contaminazione è la sua parola d’ordine, una fusione eccellente di rock, jazz, pop, funky come nella migliore tradizione anni ’70. Un risultato che produce una sonorità nuova, come se gli elementi in gioco si fondessero in un nuovo sound, pastoso e completo, frutto anche di arrangiamenti sapienti che sostengono i pezzi in piena autonomia strumentale. Autore anche dei testi si rivela un musicista completo e convincente che emoziona e sorprende.

Dr. Frank” fa del basso il fulcro della formazione strumentale, evitando la funzione di accompagnamento che spesso lo relega come protagonista minore o in concorso con la batteria, e rapisce l’ascolto con degli assoli gravi ma caldi che non hanno la funzione di sostegno dei brani ma troneggiano in tutta la loro potenza. Endorser di alcuni tra i migliori produttori di corde per basso e di cavi per strumenti come D’Orazio Strings e Niccolai Signature Cavi si cimenta nei più disparati virtuosismi (Slap, Strumming, Bending, ecc.) come nella migliore tradizione groove.

A presto il Tour 2015 che lo vedrà in molte città italiane e in alcune nazioni europee in cui interpreterà i suoi pezzi e cover di prestigio tra le quali le sue versioni italiane di alcuni famosi brani dei Level 42 e storici brani funky/disco degli anni 70-80.

https://www.youtube.com/watch?v=ser-svac8MQ

https://www.youtube.com/watch?v=rJeGmdEONOY

CineRecensione

Wild di Jean-Marc Vallèe

Piccola grande donna ,”crazy” nel suo pellegrinaggio selvatico di piaghe e redenzione radical chic

di Sarah Panatta

 

“La mia vita, come tutte le vite, è misteriosa irrevocabile e sacra”.

poster wildE’ necessario un calvario deliberato di oltre 1600 miglia dal deserto del Mojave al confine americano con il Canada perché la giovane protagonista comprenda di essere solo un granello ottuso e infreddolito, eppure drasticamente resistente e (im)perfetto, nel pulviscolo irrequieto della vita.

Un passaggio in autostop fino all’inizio del PCT (Pacific Crest Trail) e poi l’avventura (di)sconnessa tra incubi, ricordi e miraggi di fango e di muta solidarietà a quattro zampe, fino al Ponte degli Dei.

Cheryl (Reese Whiterspoon) ha perso sua madre, il baricentro delle sue convinzioni e perfino delle sue paure, donna che sussurrava ai cavalli e serviva ai tavoli e con lei si era anche iscritta al college, dopo aver lasciato il marito violento e alcolizzato, madre single con due figli quasi coetanei da accudire. Madre simbolo, capelli senza ordine né regola, ondeggianti di musica country devastante eppure serena, ogni sera, accanto al lavabo e ai resti di una cena frugale ma calda. Una madre mai rassegnata mai sola mai piegata, anche dopo la diagnosi fulminante. Madre indisciplinata e leale che si spegne nella notte senza chiedere permesso. Così come aveva vissuto, semplice e indomita. Cheryl ha ereditato il coraggio impenitente di quella madre sorella, ma non regge il confronto e si abbandona al sesso confuso e ad ogni genere di droga tra fumo e liquidi, spinti sotto pelle, lì a scalfire una carne che vuole saggiare il contatto traumatico con una vita che brama eppure rifiuta. Cheryl vuole liberarsi e comprendersi, in fin dei conti (sempre in rosso), trovarsi. Dopo il divorzio da un uomo tradito troppe volte, parte per un cammino lungo e pericoloso tra le montagne. Zaino pesante in spalla, Wild.

Reese Wthiterspoon (Cheryl)

Reese Whiterspoon (Cheryl)

Nessuna rivendicazione sociale post imperialista, nessun viaggio mistico dei sensi. Nessuna autopsia dei corpi e delle loro vestigia metarialistiche a contatto con il nulla che è il tutto della Natura reale, nessuna scossa di vene e tendini che vada oltre l’escoriazione superficiale. Scritto dal re delle nevrosi american style, Nick Hornby, e diretto con carrellate classiche e luci penetranti dall’ottimo accademico Jean Marc Vallèe del premiato Dallas Buyer’s Club, Wild è la semplice puzzolente graffiata lenta spoglia lotta di una donna contro se stessa e i propri fantasmi, un test ma anche una pausa, per prendere tempo o disperdere ciò che è stato metabolizzato, come cenere, in parte assorbita in parte dipinta nel vento fra gli alberi troppo alti ma non troppo fitti per non scorgere una luce.

Ineccepibile e bellissima, quasi sfuggente eppure solida, Reese/Cheryl, soggetto in movimento di un paesaggio magnificente e immoto. Scardinante e prono ad una commozione tardiva il montaggio che alterna deliziosi momenti familiari e scorci di discesa nelle caverne dell’oblio di un’Io in cerca di autore. Ma nessun pathos nella matematica esposizione di Vallée e compagni. Niente di nuovo sotto il sole opaco e bluastro del Canada, per questo ennesimo affresco di formazione che di selvaggio ha davvero solo i picchi rocciosi delle montagne silenti e il muso felpato della volpe (ologramma) che insegue Reese per invitarla a non mollare, a guardare oltre, lungo il PCT.

Regia di Jean-Marc Vallée

Sceneggiatura Nick Hornby

Fotografia Fernand Belanger

Montaggio Martin Pensa, Jean-Marc Vallée

Prodotto da Fox Searchlight Pictures, Pacific Standard

Usa 2014 – Durata 115′

Cast:Reese Witherspoon, Laura Dern, Michiel Huisman, Gaby Hoffmann, Charles Baker, Kevin Rankin, Thomas Sadoski

Distribuito da 20th Century Fox

In sala dal 2 aprile 2015

Recensione

“Tattoo Motel” di Davide Cortese

La penna Cortese

di Iolanda La Carrubba

 

10836265_10205758111180003_614548583_nAbitando il senso privato della sinestetica forma letteraria di Davide Cortese, in Tattoo Motel (ed. Lepisma) si percepisce un luogo consacrato allo spazio riflessivo, un posto occulto dal filone maledettista che segue o meglio prosegue lo stilema poetico proprio di Cortese, in un viaggio attraverso la narrativa.

Frederich Nietzsche afferma:

“… tutto ciò che è profondo ama la maschera”.

Infatti in questa opera dal sentore teatrale, al lettore viene offerto un percorso incontaminato, libero e vero, dentro ed attraverso visioni oniriche e tantriche, dove vi è celata la chiave di lettura del senso più profondo, sprofondato nelle viscere dell’Io inconscio ed indomito. Scrive Cortese:

“…La verità ama andare sull’altalena. Si può crederle come si crede ad una bambina: indulgendo sulle sue fantasie perché lei per prima le crede vere”.

In questo esistere nel caos del pensiero, vige protagonista il tatuaggio a rappresentare un rituale dove il dolore fisico, si abbandona lascivo alla formula sensuale del vedere.

Provocatoria continua la penna Cortese, a ricamare sulla carta la volontà di tramutare la pelle incontaminata in una visione psico-fisica violandone la verginità, tuttavia in questa operazione, l’ago del tatuatore Dan, danza in una forma terapeutica primigenia, come se la candida pelle di Eva fosse la stessa della mummia del Similaun (ca. 3000 a.C.).

Si percepisce forte l’attrazione dell’autore nel confronto del “peccare”, infatti incastonata nella storia si palesa criptica, una poesia che viola l’ambrata via del sentimento guadando oscuri fiumi d’inchiostro.

… in una tasca del tempo…

…si muove una luce…

e sul mio volto una gioia nera.

Ho solo una tragica fame di farfalle.

Di forte impatto affiora la perforazione dello spazio sacro, dove anche qui Eva come la prima donna del creato, spinge il suo Adamo (Dan) negli abissi del desiderio proibito.

Muovendosi a ridosso dei brevi ed intensi capitoli con un vago richiamo alla scrittura di Hesse, si assapora una formula segreta e magica costruita intorno a frasi mosse ad incantesimi, quasi come se Cortese fosse rimasto ipnotizzato dalle parole di Rimbaud:

“…O flutti abracadabranteschi, prendete il mio cuore e lavatelo”.

Ecco dunque arrivare l’ingresso in scena, attraverso l’immagine di copertina disegnata dallo stesso autore. Un mandala in china nera vola su una mongolfiera pirata che trasforma la visione dell’oggi in una fiaba dark, ambientata in un tempo parallelo, il tempo della scoperta dell’amore.

I personaggi intrecciati saldamente alla trama, percorrono il dedalo della vita attraversando archetipi e luoghi di reminiscenze tribali, soffermandosi nel “non detto” nel “non svelato” profanando il colto mistero posto al di là del percettibile.

Davide compie un vero e proprio sforzo artistico, nella difficile decisione di aprire alcuni argomenti anziché altri, portando così l’attenzione sui silenzi. In questi spazi sconfinati e bui, dove anche l’ironia caratteriale si acquieta per riposare calma in braccio al suo pensare, tormento ed estasi, diffidenza ed armonia tracciano un percorso lineare, scatenando una reazione a catena di fatti e solitudini irrequiete celate nella confessione intima dell’esistere.

CineRecensione

Mia madre

Moretti, la morte, e altre maternità, dentro e fuori il set-“schema” della vita

di Sarah Panatta

locandina mia madreMoretti e le “intermittenze della morte”. Quella della psiche (o dell’anima?) vagabonda di un Io poetico che faticosamente celebra e inciampa nella bellezza del finire e ricominciare. Da capo e margine della propria stessa esistenza, ognuno con gli stessi rovelli.

Dopo Habemus Papam, capolavoro esistenziale e politico, una nuova discesa surreale nella tragicommedia umana (non priva dei momenti velatamente naif quanto ad es. la partita di volley tra cardinali che si accampa al centro del precedente succitato successo morettiano). Mia madre. Dal 16 aprile in sala, coprodotto dalla Rai, un film che trascende e seziona la porzione liminale del lutto come dell’essere vivi tra finzione e multiple realtà, tra inevitabile autobiografia e metacinema, l’evoluzione ulteriore dell’autore o sua summa?

moretti buyMargherita, fai qualcosa di nuovo, rompi uno schema, uno dei tuoi duecento schemi.

Buttati nel vuoto a perdere (ma sì, a perdere, non c’è scampo alla “logica” della vita), dei tuoi giorni contesi da scenografie ad alto budget e capezzali tiepidi. Vai dietro la scrivania di mamma, odora i vecchi libri e svuota o riempi quelle scatole. Sorridi alle tue “te”, passate e future, tutte in fila per rivelazioni impossibili, in mezzo ai dettagli futili del cammino, tra allagamenti e motorini usati. Guarda l’altro Margherita e “vedrai”.

Margherita (magistrale e asciutta Margherita Buy, dichiarato alter ego morettiano) è una regista solida e collerica, irrisolta ma combattiva, e sta girando un film ambientato in una fabbrica occupata dagli operai che protestano contro il licenziamento. Ha appena lasciato il suo compagno, un attore del cast, deve istruire una guest star apparentemente psicolabile (esilarante John Turturro) e si prende cura della madre Giulia (minuziosa seppur essenziale la veterana Giulia Lazzarini), ex insegnante di latino molto amata dai suoi studenti, da tempo ricoverata in ospedale per complicazioni del suo stato di salute. Beatrice, figlia di Margherita, ha difficoltà con il latino e vorrebbe lasciare il liceo. Giovanni (il più misurato Nanni Moretti di sempre), suo fratello, ingegnere pacato e abituato a compensare l’egocentrismo sommario e ansiogeno e le paure poco pragmatiche di Margherita, vuole mollare il lavoro e intuisce per primo l’irreversibile china intrapresa dal cuore malato di mamma Giulia.

Da six, Giulia Lazzarini e Margherita Buy

Da six, Giulia Lazzarini e Margherita Buy

Confronto inevitabile con il proprio Sé, forse il primo. Mentre la “madre”, icona di un’epoca e fagotto di coperte, si spegne, lasciando in eredità, ad ogni respiro, frammenti di verità al di là delle memorie quotidiane. Mentre la colonna familiare, mai posta in discussione, crolla lenta. Il rumore sordo della caduta avvolge il tran tran congestionato di Margherita, che salta in preda al panico sui suoi troppi set. Imparando a riflettere e ad amare più libera, forse.

Chi ha detto che un regista abbia il polso del suo “tempo”? Che riconosca i suoi “schemi” e che abbia la forza e la capacità di caricarsi sulle spalle il peso di una propria (riconoscibile? Allora deve essere pure giustificabile? Non invasiva ma militante?) ermeneutica della vita come della società che la ospita? E se poi ce lo dicesse lui/lei stessa, che il regista “è uno stronzo”? Per lavarsi le mani o per darci schietto il gusto della relatività di questo caos poco calmo che è sopravvivere e fare arte artifizio cinema? Se ci dicesse che non bisogna dargli/le retta ad ogni piè sospinto o meglio sospeso, ché non ha scienza infusa, ma solo con-fusioni, da strutturare nella propria personale esplosione visiva.

Costato 7 milioni di euro e in sala con 400 copie, coprodotto da Rai Cinema e in lizza per la Palma d’Oro a Cannes, Mia madre, scritto e diretto da Nanni Moretti con una squadra numerosa, non prosegue semplicemente la cronaca familiare intima aperta con La stanza del figlio, né completa il diario/racconto viscerale e autoironico sul fare cinema morettiano iniziato con la su stessa carriera.

Con i suoi vuoti di montaggio e le sue piccole lacune o meglio paludi nella sceneggiatura, con i suoi morbidi trapassi tra sogno, allucinazione e realtà, Moretti è lucidamente se stesso. Narra schematico il magma dell’amore e di altri demoni. Dell’amore per l’unicum artistico e umano che è e diventa ogni volta il Cinema, dal sogno premonitore alla stesura del soggetto, dalla scelta delle musiche alle liti sul set, dalle idiosincrasie con la troupe alle crisi di significato “ciak dopo ciak”. Dell’amore per la propria madre, per il dubbio, e per la nostalgia di un futuro che è scritto dai cambiamenti geneticamente codificati e insieme imprevedibili del corpo e della mente e delle sue volontà. Dei demoni della ragione che sciaborda, vacilla affonda nella sua perenne danza fallace sulle onde di tante tempeste, relazioni interrotte, figli da crescere, genitori da riscoprire, identità da trovare e salvare, espressioni e incubi intraducibili, sintassi da (de)costruire, verità irrevocabili, dolori da comprendere e accettare.

Romanzo di formazione adulta, cinefilo, autocitazionista, Mia madre viaggia nei ricordi di Nanni e vive delle sue debolezze, mette da parte le radici della sofferenza e scompone punti di osservazione e ruoli.

Si mette accanto ai suoi protagonisti, e lascia scorrere il flusso invisibile di emotività che si incontrano, detestano, amano, rimpiangono, salutano. E fa la sua “parte”, in parte. Da parte.

CAST

Regia di Nanni Moretti

Con Margherita Buy, John Turturro, Giulia Lazzarini, Nanni Moretti, Beatrice Mancini, Stefano Abbati, Enrico Ianniello, Anna Bellato, Tony Laudadio, Lorenzo Gioielli, Pietro Ragusa, Tatiana Lepore, Monica Samassa, Vanessa Scalera, Davide Iacopini, Rossana Mortara, Antonio Zavatteri, Camilla Semino Favro, Domenico Diele, Renato Scarpa

Soggetto di Nanni Moretti, Gaia Manzini, Valia Santella, Chiara Valerio

Sceneggiatura di Nanni Moretti, Francesco Piccolo, Valia Santella

Fotografia Arnaldo Catinari

Scenografia Paola Bizzarri

Montaggio Clelio Benevento

Prodotto da Nanni Moretti, Domenico Procacci

Una coproduzione Sacher Film, Fandango, Le Pacte, Arte France Cinéma

Con Rai Cinema

Distribuito da 01 Distribution

Durata 106′

In sala dal 16 aprile 2015

Recensione

“Passa il cuore sulla terra”

Arcobaleno d’anime: il battere e il levare della poesia di Tiziana Marini.

di Monica Martinelli

 

copertina Marini2014In medio stat virtus affermavano i filosofi scolastici medievali, del resto già Aristotele scriveva che il mezzo è la cosa migliore. Prendo spunto da questa arcinota locuzione latina per introdurre la deliziosa poesia di Tiziana Marini tratta dal suo ultimo libro Passa il cuore sulla terra, pubblicato da Tracce editore nel 2014: “Cautamente felice / sento il vuoto meno vuoto / l’ho riempito di te / pensiero che solfeggi / quest’attimo di quiete / d’indaco sfumato / chiave di sol / di ogni mio abbandono, / sola chiave / e unico sole / equamente diviso / in cinque righe.” E la poetessa sa misurare bene la durata dei suoni e delle pause nel suo solfeggio di versi. Mi viene in mente ciò che diceva uno dei personaggi del bellissimo e drammatico romanzo di Ernesto Sabato Sopra eroi e tombe: “mi sento quasi felice”. Ed è proprio in questo equilibrio tra pieno e vuoto per l’impossibile presenza di una totale felicità, in questa perfetta e composta armonia, che significa anche giusta passione, che non assistiamo mai a sbavature linguistiche, ad eccessi lessicali, né all’inserimento di rigidi schemi metrici. Leggerezza e musicalità, suono e colore, armonia e assonanze, ritmo e sfumature, ma anche metafore, immagini e analogie, simboli tratti dal linguaggio della realtà quotidiana, dall’arcobaleno d’anime che si affacciano sul mondo. “Guarda / il cielo si specchia / nel bicchiere colmo / e diventa mare / per azzurro metamorfosi. / Ed è mistero / come un immenso entri nel finito / così succede al cuore che contiene tutto”, ed ecco un’altra straordinaria poesia di Tiziana, ecco il nucleo incandescente della sua poesia, e che mi fa sovvenire i versi di una grande poetessa italiana contemporanea Silvia Bre: “E si riduce a che la gran tensione: / il no dell’onda immane che sfascia / la demenza di sbracciarsi contro / una corrente rovinosa e trionfale – / e intanto mettere via i giornali d’oggi / spegnere bene la sigaretta / lavare lo stesso bicchiere tutte le sere” (da Marmo).

Il mare, il vento, la terra, il cuore, l’azzurro come colore predominante nei versi di Tiziana Marini, ma altri temi (im)portanti della sua poesia sono la casa, la famiglia, il focolare domestico e la sua dolce e intrigante femminilità, come ha giustamente sottolineato Plinio Perilli nella sua affettuosa e fervida introduzione, riassumendo perfettamente il pensiero poetante della Marini, rivelato nella triste consapevolezza di ciò che siamo, di dove andiamo (“la borsa delle donne, sempre pronte per partire / nei giardini d’inverno / a cercare l’infinito”) e di dove vorremmo andare, magari volando: “Sullo scoglio delle sirene / (la mia casa) / dove si allarga il cuore alle tempeste, / chiedo un’onda e una finestra per guardarla,/ un mare con voce di conchiglia […] Da qui all’orizzonte / un volo di gabbiani / oltre, solo un volo” (La roccia). E ancora ci si può incantare leggendo: “..La costruzione di un sorriso / passa per la pioggia, / è un angolo del balcone, nella macchia di sole, / tra il geranio e la rosa / che più non è fiorita..”.

E ancora da Marmo altri intensi e suggestivi versi di Silvia Bre: “Rosa che crepi al sole dell’estate / come fatichi a mantenerti dentro / l’autunno venturo che ti spetta..”.

Ho conosciuto le poesie di Tiziana Marini quando nel 2012 lessi il suo splendido primo libro che aveva pubblicato nel 2011 dal titolo emblematico Solo l’anima vede (Pagine editore) e fu subito un colpo di fulmine! “All’improvviso sto / appesa alle nuvole / come una mela al ramo..” dice una poesia tratta da questo libro, e come non pensare a quei versi grandissimi e indimenticabili di Ungaretti: “Si sta come / d’autunno / sugli alberi / le foglie”. Tiziana in una poesia, che è quasi una dichiarazione di poetica, affermava: “Non uso il verso per farmi bella / la penna non è un pettine / amo spettinarmi con i versi / dar disordine alle mie certezze / scompigliare i miei pensieri.” Sin da questo primo libro sono chiari i punti chiave della sua poetica, niente orpelli e superfluo e neppure certezze incontrovertibili, perché nell’esistenza umana e fragile tutto è possibile, tutto e il contrario di tutto..

I suoi versi sono vibrazioni delicatissime, freschezza di riverberi ed esprimono il nucleo della commozione senza inutili sentimentalismi. Essenzialità nei pensieri, versi apodittici. “Nacqui. / Ora questo cielo / scorre / dietro la nuvola ferma / e traghetta l’attimo al suo inizio.” Come “la donna che guarda / conta i granelli di sabbia / e abbraccia il mondo / nel giro della sua pupilla. / La donna che guarda un poco sogna..”. Sono pennellate di colore i sogni di Tiziana Marini, del resto lei proviene dalla pittura, perciò il suo è uno sguardo veramente sinestetico che sa vedere ciò che conta e sa “prendere la mira” per trasportare i suoi lettori in un infinito oltre, in un costante abbandono più che al destino a una qualche forma di trascendenza invisibile ma possibile, considerato che l’universo ha appunto infinite potenzialità, a cominciare dalla nostra esistenza contenuta in questo mistero spazio-temporale: “Ho fatto un calcolo complicato / e approssimativo / respirando l’assenza. / Il mondo invisibile / nel mondo visibile, di arcobaleni possibili, / di stelle nascoste.” La sua vicenda umana è in consonanza con la sequenza della storia, storia di anime e di cuori palpitanti, la sua poesia intimista e sussurrata diventa croce e coro del comune vivere. Ed è proprio in questa verticalizzazione – come afferma Plinio Perilli – in questa immaginaria vertigine nel passaggio dalla terra al cielo dove la distanza tra il vicino e il lontano si annullano, che la poesia della Marini diventa una poesia per tutti, ma non nel senso di banalizzazione nazional-popolare, ma perché affronta temi universali di una cosmogonia pietosa e quotidiana che tutti investe, fatta di analogie e simboli, di cui si faceva portavoce la grande Emily Dickinson.

La poesia di Tiziana Marini emoziona e rapisce per la bellezza, il lirismo, la semplicità nel senso di sostanzialità e perché arriva sicuramente al cuore passando sulla terra in punta di piedi, con grazia e gentilezza, ma che lascia vasti segni. Questa è la consolazione che ci può offrire la poesia, un punto d’incontro tra le intermittenze del cuore e la durata della realtà. Tracce del passaggio dell’acqua, tra il fluire e il perenne: “poco più / poco meno / di un eterno.. / c’è l’equilibrio dell’acqua”. La poesia è quindi un modo per dare un nome alle cose, come diceva Heidegger che la poesia è un “abitare presso l’origine, uno stare presso l’essenza delle cose”, tra il desiderio dell’abbandono e la bellezza della natura, quello che può essere il miracolo del sole o del vento.

CineRecensione

Una nuova amica

Il regista cinefilo François Ozon alle prese con un trans-melò senza “trucchi” e senza scandali

di Sarah Panatta

Une_nouvelle_amie_afficheTre “donne” e un “mistero”. Vertigo di sessi, identità e affetti.

Chi è chi? Abiti vecchi e nuovi dell’amore. Sposa cadavere in bara nuziale, amica sororale e simbolo di femminilità, si spegne calando nell’indelebile ma riciclabile humus del ricordo. L’altra, quella dalle trecce ribelli, androgina e schiva, schiude un armadio che aveva deciso di desiderare a metà. Un giovane vedovo risorge a “diverse” (divergenti?) latitudini, ri-conoscimento identitario al di sopra e al di sotto della cintola.

La ragione e il sentimento tra coma e risvegli, tra anestesia sociale e ipocrisia individuale. Chi è Chi. Chi sceglie, spera, immagina, nega di essere. Danza implacabile dei ruoli e febbre dell’Io irrequieto. François Ozon eclettico autore di un melodramma personalissimo, già trans-genere con, tra gli altri, Swimming pool (2003), Cinqueperdue (2004), Potiche (2010), torna a ri-prodursi quale schematico, cinefilo speleologo delle ambiguità psicologico-sessuali dell’umanità.Ozon e Duris

Una nuova amica, è un dramma francese dall’ambientazione eterea, architettura di rivelazioni e gioco dei “doppi”. Il regista François Ozon e la “parti” del sesso. Ozon non politicizza il sesso, ma ne perlustra le implicazioni intime e familiari, e narra, tra noir borghese ed hitchcockiano e improvvisi colpi di luce almodovariani, una storia d’affetti/effetti incrociati. Stilizzato e deliberatamente fiabesco, semplificatore. Scopre con lo spettatore la trans-sessualità, denudando e rivestendo i suoi personaggi, e al contempo snocciola sotto multiple spoglie le sottili, non dette, impreviste regole dell’attrazione reciproca. Ne vuole mostrare l’ineluttabile “normale” complessità.

una-nuova-amica3Laura e Claire, la bionda ammirata e la rossa possessiva, amiche di sangue, insieme dalle altalene alla sedia a rotelle. Dopo la morte prematura di Laura, Claire, privata del rapporto simbiotico con la sua compagna di formazione, inizia riluttante a prendersi cura del vedovo di Laura, David, e della loro neonata Silvie. E smaga il segreto di David (un fulgido Romain Duris), che ama abbigliarsi da donna e ha ritrovato, dopo il lutto, il proprio represso istinto “verso” la femminilità imbellettandosi da “trans”. Respingendo inizialmente la presunta “perversione” di David, che si guarda negli occhi/specchi degli altri attraverso la relazione libera eppure clandestina con Claire (l’una “nuova amica” dell’altra), ricomponendo il puzzle del proprio sé ambivalente, Claire vive brivido e terrore, passione senza direzione. Mentre David si trasforma in Virginie e si innamora del proprio Io rigenerato, fanciullesco e pronto a ricostruirsi, anche Claire, seppur sposata, rigida all’eversione di David/Virginie, si innamora, immergendosi progressivamente in questa nuova ibrida figura. Ma, chi ama chi? Gelosia, strazio, orgoglio, voglia di esclusività, rifiuto, rinascita.

Con o senza trucco e protesi, o meglio dietro e dentro quelle maschere-appendici, “siamo”. Respirando e toccando la pelle dell’altro, qualunque sia la sua forma e “tendenza”, cerchiamo, diventiamo, mutiamo. Ozon urla nelle immagini e sussurra nei gesti cadenzati, nelle voci vibranti e morbide. E si/ci spinge a guardarci al di là di quella biancheria e di quelle stoffe cangianti ostentate barricate. Lo fa ricilandosi con uno stile asciutto e latamente provocatorio, con la chirurgica dolcezza del suo Una nuova amica (molto più esplicito, quanto del resto l’autore, il titolo originale The New Girlfriend, che sfrutta la scomponibilità di generi e de-genere del sostantivo “amica”) qui anche sceneggiatore e comparsa, con un delizioso cameo “mano lunga” in una rivelatrice sala cinematografica. Distribuito dal 19 marzo in 50 copie, vedremo Una nuova amica in occasione della festa del Papà, fuori ogni conformismo e fruttando perfettamente il contrasto impudico con la tradizionalità dei ruoli imposta da simili celebrazioni.

Lirica della liberazione sessuale, secondo François Ozon.

Una nuova amica. Regia François Ozon. Scritto da François Ozon. Sceneggiatura originale Philippe Rombi. Liberamente tratto da The New Girlfriend di Ruth Rendell. Direttore della fotografia Pascal Marti. Montaggio Laure Gardette. Scenografie Michel Barthelemy. Costumi Pascaline Chavanne. Prodotto da Eric e Nicolas Altmayer. Francia 2014 – 107′. Cast: Romain Duris, Anais Demoustier, Raphaël Personazz, Isild Le Besco, Aurore Clément, Jean-Claude Bolle Reddat, Bruno Perard, Claudine Chatel, Anita Gillier, Alex Fondja, Zita Hanrot. Uscita 19 marzo 2015. Distribuito da Officine Ubu.

Recensione

NoTeatro – ‘NO TAVevodetto’.

Quando a teatro si possono trovare divertimento ed elementi di conoscenza e riflessione

di Maurizio Archilei

 

downloadSe la TAV diventa un’occasione di condivisione, progresso personale, civile, culturale.

C’è una protagonista, Maria. C’è un lavoro, il macchinista. C’è una società soffocata da una prospettiva di progresso che è illusoria e si chiama TAV. Maria, partendo da un quartiere popolare, approderà al lavoro della sua vita, punto di vista privilegiato da cui potrà osservare il dietro le quinte di quest’inganno alla base di un’ubriacatura sociale pervasiva.

Correndo sulle rotaie, chilometro dopo chilometro, in un viaggio che la porterà a toccare luoghi e tempi differenti dal suo, conoscerà cosa si cela dietro una delle “grandi opere” del nostro paese, quella sulla quale, forse, esiste il maggior consenso bipartisan di sempre. E conoscerà i motivi di questa condivisione di intenti tra la destra e la sinistra parlamentare, finendo per cambiare completamente posizione.

Il linguaggio passa con disinvoltura da quello simbolico, di cui si apprezza la potenza e precisione, a rimandi e influenze della commedia dell’arte (da dove provengono i due attori), risultando efficace, chiaro, semplice da leggere nonostante la complessità dell’argomento proposto. Paradosso, figure grottesche, situazioni al limite dell’esagerazione creano infine un effetto comico coinvolgente quando tracciano con fedeltà uno spaccato della nostra realtà.

No TAVevodetto è uno spettacolo di teatro “politico”, come i suoi autori (Laura Pece e Stefano Greco) tengono a definirlo. Se si cerca uno spettacolo neutrale, e si vuole credere che su un argomento così sia possibile ricevere un tipo di informazione non di parte, siete nel posto sbagliato. Ovunque voi siate. La loro posizione è netta. Chiara. Il percorso ha un approdo dichiarato. Un invito onesto ad ascoltare le ragioni di chi al progetto dell’Alta Velocità oppone un no consapevole, andando a fondo delle questioni ed i meccanismi che governano il fenomeno sociale in questione, mettendo a nudo le dinamiche perverse che tengono uniti mondo degli affari e politica, o tracciando traiettorie meno nette, ma che stimolano e richiedono un lavoro interiore di connessione da parte dello spettatore.

Se si vuole assistere ad uno spettacolo che informi, si rischia di tornare a casa con pagine di appunti. “No TAVevo detto” è portavoce di quel punto di vista oscurato dal nostro sistema informativo, nel pieno di quel costume malsano che è diventato abituale di ragionare non ascoltando mai la controparte. Chi vuole avere elementi per capire di più ha, con questo spettacolo, una preziosa occasione. Sarà per questo che, dopo 55 repliche in tutta Italia in oltre 2 anni, la rappresentazione ha trovato e trova forti resistenze soprattutto nelle zone interessate in maniera più diretta ai lavori per la Tav.

Già 4 i boicottaggi realizzati tramite pretesti vari da parte di enti pubblici e privati. Il progetto della Tav, del resto, è esso stesso un pretesto. Per chi lo appoggia avendo degli interessi, come spiega lo spettacolo, e per gli autori dello spettacolo stesso, dal momento che si formula un invito a liberare la propria mente e la propria esistenza da costrizioni e limiti imposti che hanno caratteristiche universali. Una presa di coscienza costretta a staccarsi dai binari sui quali parte e va in accelerazione. Un esercizio che si basa su concetti quali la contrapposizione legalità/legittimità, la dignità umana, l’onesta, la libertà. Assolutamente da non perdere.

Spettacolo di e con Laura Pece e Stefano Greco

Musiche di Francesca Bertozzi

Recensione

“Queen Rock Montreal”

Al cinema lo storico concerto dei Queen

di Fabiana Errico Bennet

Il leggendario concerto Queen Rock Montreal al cinema per tre imperdibili date: 16, 17 e 18 marzo. Attraverso un’emozionante show, l’indimenticato Freddie Mercury fa rivivere sia ai fans che e agli appassionati della buona musica in genere, la grandezza di questo gruppo che ha la fatto storia della musica. Questa performance live è unanimemente considerata una delle migliori del “The Game Tour” che registrò cifre da capogiro: 250.000 spettatori in due date a San Paolo e da ben 300.000 del concerto di Buenos Aires. Il concerto, risalente al 24 novembre del 1981, venne registrato al Forum di Montreal e fu il primo ad essere interamente realizzato nel formato cinematografo 35mm.

Locandina-orizzontale-QRM_15x10_HDLe riprese di quella serata straordinaria sono state rimasterizzate e restaurate in Ultra HD con tanto di surround sound. La scaletta dello show comprende, naturalmente, il meglio dei loro successi: Somebody To Love, Let Me Entertain You, We Will Rock You, Play The Game, Killer Queen, I’m In Love With My Car, Save Me, Love Of My Life, Crazy Little Thing Called Love, Under Pressure, Keep Yourself Alive, We Are The Champions, Another One Bites The Dust e Bohemian Rhapsody.

Questa è senza dubbio una grande occasione per godersi il carisma e la voce di quell’animale da palcoscenico che è stato Freddie Mercury e che più nessuno è stato in grado di sostituire.

Novantacinque minuti fatti di musica e rock allo stato puro. Un film concerto perfetto per i grandi nostalgici che possono ammirare la band inglese in tutto il suo splendore. Nel 2012 Hungarian Rhapsody: Queen Live In Budapest ha radunato oltre 80.000 persone nelle sale italiane. Siamo pronti a scommettere che questo spettacolo non sia stato da meno.

 

 

Queen Rock Montreal

Documentario, Concerto, film 2015

di Saul Swimmer

con Freddie Mercury, Brian May, John Deacon e Roger Taylor

al cinema solo il 16, 17 E 18 marzo 2015.

CineRecensione: “The Iceman”

“Se qualcuno vuole un morto, io non faccio domande”. Michael Shannon killer “di ghiaccio”

di Sarah Panatta

My son, my son, what have ye done…

the iceman

Serial killer figlio di una nazione nutrita da crimine e mazzette e stuccata da belle facciate. Family man, duplicatore di pellicole porno, quindi mercenario e sicario. Un lavoratore, colletto bianco, come tanti. Richard Kuklinski, assassino efferato e pulito, padre amorevole e protettivo, marito sacralmente devoto e omicida a contratto.

Ariel Vromen, regista israeliano pasciuto dal ventre dell’accademia losangelina e autore di alcuni cortometraggi e del thriller Danika, tenta la svolta decisiva con il biopic pulp The iceman, prodotto nel 2012 e distribuito soltanto a febbraio 2015 in Italia.

Vicenda arcinota e incline a sollecitare pruriti scandalistici e macabri, che fa perno sul divismo dei killer che l’America, con i suoi “numeri”, ha consacrato a culto di massa, The Iceman è sopra tutto la classica storia dell’uomo comune che vive di una dicotomia identitaria indicibile e impassibile. Un piede al caldo nella villetta con giardino, a guardare i pargoli che salgono sul pulmino della scuola privata (cattolica). Un piede nella tuta di plastica antischizzo, mentre si eviscera un cadavere.

Al centro il figlio “straniero” e deviante di un sistema-nazione di per sé malato e autistico. Richard, figlio orfano. Di se stesso, e del proprio passato, rinnegato e insieme espiato in un conto alla rovescia perenne con la propria rabbia. Discendente di immigrazione sfruttata ed educata (d)alla violenza. Figlio di ghiaccio. Senza pentimento. Non una lacrima di disperazione trova rifugio tra le allarmate pieghe del suo sguardo.

Monumentale e discreto, ineccepibile nel ruolo del killer bifronte, Richard Kuklinski, lo spigoloso gigante Michael Shannon. Esploso come protagonista, per il “grande” pubblico, nelle vesti wasp schizofreniche e preveggenti dell’operaio di periferia in Take shelter (USA 2011), scritto e diretto da Jeff Nichols, e nelle inamidate stoffe dello sbirro potente, doppio e laido nella serie cult Boardwalk Empire. Hollywoodianamente adibito a caratteri border line, abituato ad armeggiarsi con le ire, gli scarti e i ripiegamenti di personaggi criptici, furibondi, melliflui, ingombranti ed ambigui, Shannon è la ragione e l’essenza di un film che si limiterebbe a scansionare ed ordinare con eleganza assonnata i files di una cronaca già vista letta spulciata.

Il reclutamento mafioso, il matrimonio con la bella, ingenua e unica fanciulla mai amata, la costruzione automatica e stabile di una vita ambivalente insospettabile (sicario ma anche agente di cambio), la crescita di due figlie adorate, la scalata verso uno status quo sociale accettabile e rispettato, gli screzi con la cosca, il tradimento, il sodalizio con un collega psicopatico e solitario, la soffiata, l’arresto, il mancato pentimento. Tutto scandito da improvvise impercettibili fughe dalla realtà, dritte in una memoria corrosa dal desiderio di riscatto, vendetta, morte.

"The Iceman", Micheal Shannon, in una scena

“The Iceman”, Micheal Shannon, in una scena

Pazzo o savio? Semplicemente un ottimo “esecutore”, un impiegato polacco efficiente per affari troppo sporchi per i cortili spazzati dal progresso “bianco”? Un mostro inglobato e ignorato dalla società? Una creatura normale, con le sue inclinazioni, i suoi timori e la sua “freddezza”?

Vromen e compagnia studiano la figura/caso clinico nazionale. Scelgono un linguaggio classico, piano, uniforme, che incastra e incassa senza sussulti i pochi colpi di scena, e traducono il romanzo di un killer impassibile. In parte tracciando la parabola “a sangue freddo” già descritta nel libro di Anthony Bruno e in parte aspirando il carisma di Kuklinski dall’intervista che gli strappò James Thebaut. Declinare in oltre 100 minuti di scarno thriller biografico la vera storia di uno dei sicari più celebri d’America. Materia abusata, certo, ma inevitabilmente pulsante nella nazione simbolo delle contraddizioni intestine continuamente materializzate da eversioni “improvvise”, killer, stragi, attentati, scandali finanziari, sessuali, politici.

Michael Shannon in The IcemanForte del magnetismo di Shannon, Vromen non cerca affondi psicologici o volate visionarie, non vuole scarnificare membra e sinapsi dei suoi personaggi. Non vuole erigere Kuklinski a simbolo, non vuole sublimare messaggi “altri”. Infatti non cerca angoli d’ombra, non cerca linee di taglio. La materia del suo narrare resta compatta, monocorde, ovattata, appunto, pulita.

Come Kuklinski, Vromen innesta carne e voci di corpi scottanti nel camion frigo di un’operazione senza sangue.

Senza pentimento. Un lavoro, come un altro.

The Iceman. Diretto da Ariel Vromen. Tratto dal romanzo “The Iceman. The true story of a cold blooded killer” di Anthony Bruno e dal documentario “The Iceman tapes: conversations of James Thebaut with a killer”. Sceneggiatura di Morgan Land, Ariel Vromen. Con Michael Shannon, Winona Ryder, James Franco, Ray Liotta, Chris Evans, David Schwimmer. Montaggio di Danny Rafic. Direttore della fotografia Bobby Bukowski. Musiche di Haim Mazar. Distribuito da Barter Entertainment. USA 2012. Nelle sale dal 5 febbraio 2015.

Teatro: “Elettrocardiogramma”

di Maurizio Archilei

 

Leonardo Capuano, in una foto di Lucia Baldini

Leonardo Capuano, in una foto di Lucia Baldini

Anzitutto una premessa. Anzi, due. La prima è che sono davvero lento e quindi mi scuso con tutti ma gli spettacoli li recensisco dopo una marea di giorni. Non posso farci niente. Il fatto è che capisco cosa ho visto dopo un lungo periodo di riflessione, spesso inconsapevole. Spesso nemmeno capisco, ma mi convinco d’averlo fatto.

La seconda è che i piccoli teatri si confermano, una volta di più, i luoghi dove andare a vedere il miglior teatro. E con questa seconda premessa la recensione si può dire iniziata.
Elettrocardiogramma, che ho avuto l’occasione di vedere al Teatro Argot Studio di Trastevere ad inizio febbraio, è un monologo spiazzante e divertente. Come tutti i monologhi, l’impressione che subito mi assale è quella di avere a che fare con l’esternazione solitaria della follia umana. Un parlare a se stessi che serve ad attivare dei ragionamenti e progressi interiori. Un confronto tra le vari anime di cui ciascuno di noi è composto, ma che non tutti lasciano liberi di dialogare. In questo caso non mi sono sbagliato: di follia si tratta. Dopo giorni e giorni non credo di avere più dubbi al riguardo.
Il protagonista, interpretato da Leonardo Capuano, è un uomo di cui non si conosce il nome, l’età e la collocazione spaziotemporale, ne quella all’interno della nostra società. In effetti vive nel più totale isolamento. Un tavolo pronto per ospitare due persone è tutta la scenografia presente sul palco. Ma lui, come detto, è solo ed isolato. Ciononostante lo spettacolo è un continuo dialogare con altre presenze, i fratelli, sua madre, il farmacista… Dialoghi nei quali il confronto è spesso di contrapposizione, contrasto tra i vari personaggi evocati. E da questi attriti nascono situazioni divertenti, per chi osserva da fuori. Si ipotizzano imprese impossibili, come catturare Satana con uno yacht, o rimedi miracolosi, come il farmaco per ristabilire l’equilibrio nelle persone (una promessa mai mantenuta da nessun rimedio farmaceutico), e attraverso situazioni diverse, che si susseguono con stacchi improvvisi e bruschi, si arriva all’epilogo, in cui emerge la realtà che cancella i voli pindarici cui il protagonista si è dedicato con tanto impegno.

Tutto viene cancellato e si torna di colpo nel mondo reale, grigio e triste. E davanti ad una finestra l’uomo si chiede perché è lì, in quel posto. E chi era Walter, lo spauracchio nominato mille volte da un suo alter ego. E perché è vestito da donna. Andarsene è possibile?

 

Recensione: “Hungry Hearts”

Hungry Hearts – i due cuori puri e affamati di Saverio Costanzo

di Fabiana Errico Bennet

 

Dopo il riscontro positivo avuto al Festival di Venezia, è arrivato nelle sale italiane ‘Hungry Hearts’ di Saverio Costanzo, un film prodotto da Wildside e Rai Cinema.

1421321308-hungrIl regista romano si cimenta di nuovo nell’adattamento di un romanzo dopo ‘La solitudine dei numeri primi’. Questa volta sceglie un’opera di Marco Franzoso, ‘Il bambino indaco’, edito da Einaudi. Da Padova, la città in cui è ambientato il romanzo, si passa New York, metropoli aggressiva e caotica che crea il setting adatto alla storia che il regista romano vuole raccontare.

Tra Mina (Alba Rohrwacher) e Jude (Adam Driver) nasce l’amore, in modo tutt’altro che romantico. Si incontrano per caso nel bagno di un ristorante cinese, a Manhattan. La situazione è buffa e imbarazzante al tempo stesso, scandita da tempi comici quasi teatrali. Iniziano una relazione, Mina rimane incinta e i due giovani decidono di sposarsi. Dopo la nascita del bambino, l’amore tra Mina e Jude diventa oggetto di un cambiamento inarrestabile. La maternità sconvolge la loro vita, ma soprattutto quella di Mina che diventa preda di una protezione ossessiva nei confronti del bambino. Cercando di fare del bene, Mina agisce nel male. La donna chiude suo figlio fuori dal mondo per paura che il piccolo possa essere contaminato, aggredito dalla società.

imagesLo nutre solo con cibi che non siano di origine animale, mettendo a repentaglio la salute del bambino. Jude è preoccupato e inizia così una quotidianità fatta di tensioni e accuse reciproche che portano allo scontro familiare su come crescere il bimbo. Una storia d’amore che viaggia da un estremo all’altro, all’inizio come fosse un corpo unico mosso da una passione irrefrenabile poi dilaniato dalle incomprensioni.

Mina e Jude sono due cuori affamati, chi di purezza assoluta chi di istinto di sopravvivenza. Un amore che si ammala e che finisce per fagocitare sé stesso.

Saverio Costanzo realizza una pellicola che ha molto di quello stile tipico del cinema indipendente. In essa non vi sono grandi sovrastrutture alle spalle. Durante la conferenza stampa, il cineasta romano ci spiega che le scene del film non sono state girate avendo in mente uno specifico genere cinematografico. L’appartamento newyorkese si è trasformato in un piccolo set (a volte fin troppo, ci confessa scherzando) a tal punto che le scelte sono state fatte proprio tenendo conto del poco spazio a disposizione e delle conseguenti difficoltà di movimento. Se da un lato Costanzo ottimizza lo spazio, dall’altro si dimostra anche un attento osservatore. Molto efficace è l’uso che fa del grandangolo: in alcune scene si ha la sensazione di una realtà distorta, la quale, si scontra inevitabilmente con la perfezione che Mina ricerca ossessivamente.

hungry-heartsÈ un film che mira all’istinto e che non ha pretese di denuncia né tanto meno vuole giudicare i personaggi. Quello che Costanzo ci restituisce sullo schermo, non è una sua personale presa di posizione per l’uno o l’altro dei personaggi, ma il semplice racconto di una storia di vita vissuta. È uno sguardo dotato di grande tenerezza che non condanna, ma semplicemente racconta la crisi e le difficoltà dell’essere umano di amare e di sapersi amare.

Non vogliamo svelare altro riguardo la storia, anche perché è giusto che lo spettatore si lasci coinvolgere senza pregiudizi da questa vicenda che unisce e separa allo stesso tempo.

 

Italia, 2014
Genere: Drammatico
Regia: Saverio Costanzo
Cast: Adam Driver, Alba Rohrwacher, Roberta Maxwell
Distribuzione: 01 Distribution
Al cinema dal 15gennaio 2015

 

CineRecensione: Da pura magia a illusionismo

di Iolanda La Carrubba

Locandina di "Magic in the moonlight"

Locandina di “Magic in the moonlight”

Tra illusionismo e magia alla scoperta dell’Io in cerca di un D’io in questo rocambolesco “romantic psyco-thriller” dai solipsistici ricordi di Interiors, all’entusiasmo barocco della Maledizione dello scorpione di giada.

In Magic in the moonlight, in Italia sul grande schermo dal 4 dicembre, Woody Allen riaffronta il tema dell’illusionismo, ambientando l’intricato svolgersi dell’intera vicenda, negli anni ’20.

Questi gli anni più prolifici per l’occultismo, dove molte erano le famiglie benestanti che un po’ per noia, un po’ per il gusto di sfidare l’immortalità, dedicavano parte delle loro serate alle sedute spiritiche.

Il tutto ha inizio a Berlino nel 1928 dove uno sfarzoso spettacolo di illusionismo, viene messo in scena da un aitante prestigiatore orientale Wei Ling Soo ovvero, Stanley Crawford (ancora una volta Allen, mette in scena il duello tra le doppie identità dì ogni singolo individuo, dove da un lato si trova la ragione, dall’altro il sentimento), protagonista ed alter-ego di Allen, meno ipocondriaco, ma ancor più ossessionato dalla volontà di capire tutto, i trucchi e gli inganni della vita-società umana, è interpretato da un affascinante seppur in là con gli anni, Colin Firth che indossa la stessa ossessionante curiosità di Houdinì nei confronti dell’aldilà, ma con una nota più cinica dovuta alla sua intelligenza scientifica.

Tutto è certo per Stanley, esattamente come il sapore del pudding dell’adorata zia Vanessa (Elien Atkins) sua confidente che per tutta la durata del film, veste i panni della sua coscienza, portando le certezze del nipote ad un traumatico risvolto del dato di fatto.

Logica e buon senso? E’ dunque questo l’ingrediente segreto dell’ultimo Woody Allen. Così Stanley con la sua maschera scorbutica ed arrogante, si mette sulle tracce della troppo giovane chiaroveggente Sophie Baker (Emma Stone), con l’obbiettivo di rivelare le menzogne celate dietro il suo bel visino.

Il primo incontro avviene nella lussuosa villa della vedova Catledge, dove la pseudo chiaroveggente, non solo vi soggiorna, ma è riuscita a fare breccia nel cuore sfaticato dell’erede Brice (Hamish Linklater) che si nasconde dai doveri della vita, dietro una noiosa e forzata passione per l’ukulele.

Scena della seduta spiritica, da "Magic in the moonlight"

Scena della seduta spiritica, da “Magic in the moonlight”

Da qui in poi tutto è sovvertito, anche l’ingombrante scetticismo del protagonista che inizia, o almeno crede di iniziare, a toccare con mano la “genuinità di lei” . E’ il momento della seduta spiritica, ogni cosa sembra ruotare intorno alla calda luce di una candela, ed è proprio l’arancione il colore che prevale sui volti stupiti dei partecipanti, mentre osservano quella stessa candela, sfidare tutte le leggi della gravità.

Ora dopo aver ascoltato musica Hot e goduto della buona compagnia, durante il silenzio di incertezze interiori, sopraggiunge il tormento notturno (lo stesso affrontato in molti altri lavori di Allen). L’indomito Stanley, così assuefatto dal suo stesso cinismo, inizia a dubitare delle sue certezze, prendendo la decisione di rimanervi ben ancorato per smascherare i trucchi di lei, studiano con ancor più zelo i prestigi che lui stesso mette in scena, trucchi fatti dall’illusione delle ombre cinesi. Tuttavia sorge un quesito (posto dallo stesso regista?) l’aldilà è un’illusione o un dato incerto reso certo dall’ottenebrante paura di sparire?

Dunque Allen interroga se stesso attraverso il suo alter-ego Stanley (sceneggiato con acuta perspicacia) ed in un nuovo incontro nel salotto buono di zia Vanessa confesserà:

– … e se fosse genuina? Allora si solleverebbe la nuvola nera che mi segue fin dall’infanzia.-

Ancora una scena, "impressioni mentali"

Ancora una scena, “impressioni mentali”

Arriva un nuovo giorno, Stanley invita Sophie a fare una gita con la subdola speranza di riuscire a carpire in questo tete à tete, i segreti della giovanissima medium.

Si mettono in viaggio in macchina ed è interessante notare come in questo caso Allen, decida di fare un omaggio alla commedia americana anni ’50 con protagonista Spencer Tracy, mettendo alla guida distratta anche Stanley per svelare così al pubblico, il segreto del green screen, quest’uso dell’incoerenza tra le tecniche adoperate nel film, potrebbe significare la condizione di autocritica in cui il regista si pone? Non a caso infatti, nonostante la giornata fino a quel momento abbia promesso sole, scoppia un furibondo temporale (l’avanzare della morte?) che tramite un esilarante escamotage dovuto ad un guasto meccanico della cappotte della vettura, costringe i due a rifugiarsi nel vecchio osservatorio collocato da lì a pochi passi. Questo il luogo della confessione, il luogo dell’infanzia, ed al cospetto dell’intero universo minacciosamente romantico, Stanley si abbandona a quel momento “materno”, addormentandosi su di una panchina in posizione fetale.

Fatale sarà l’arrivo della conferenza stampa dove lui stesso dichiarerà l’autenticità delle doti psichiche di lei (dichiarazione d’amore?) anche se in un secondo momento, per respingere le sue debolezze, Stanley affermerà:

– sono un uomo razionale, in un mondo razionale, tutto il resto è illusione -.

Regia è illusionismo, sembrerebbe confermare Allen con questo nuovo e frizzante lavoro, un film ironicamente colto, continuamente in competizione con il subinconscio thriller dove: -…tutto è bene quel che finisce bene -.

Festival: Appunti dal Festival Internazionale del Film di Roma, II parte

Cronache festivaliere bis: la compagine straniera 

di Sarah Panatta

 

edenDall’Eden parigino di Mia Hansen-Løve al game fincheriano in una terra di scoparsi e apparizioni (mediatico-politiche), una carrelata di opere vitalizzanti ed eterodosse, nel panorama altrove stitico dell’intera manifestazione

Sogno di una notte di metà autunno caldo, all’epoca festivaliera ancora non iniziato. Un Festival in cerca d’autore che ha disperso energie e tagliato teste. Ma che ha saputo raccogliere come ogni anno poche introvabili opere straniere che ritroveremo forse tra tv private e videoteche (virtuali) futuribili. Gemme anzi tempo, da conservare nel database genetico del cinema contemporaneo.

Dal Garage ai loft, genesi e alterni destini, da camera, da scantinato, da “etichetta” mainstream, della musica Electro e Dance francese, labirinto di stadi pseudo evolutivi tra precarietà e poesia disincantata. Lost in music. Euforia e melancolia, dal Paradise Garage al terrazzo-party-perenne del MoMa. Il ritmo dionisiaco dell’esistere, gioventù di carne e di criogenizzato ardore, la “meglio” gioventù franco-canadese dell'”ultimo” bacio, dai tempi del primo ai rigurgiti dell’inimmaginabile prole multipla. Paul respira nella musica e per la musica. Insieme al più pragmatico amico fonda dopo l’apprendistato alla console battesimale e fortunata del Paradiso, un duo-dj, i Cheers. Mixando generi e ispirazioni, riunendo nelle tendenze scoperte della Elettronica e della Dance, il lirismo strumentale di artisti oltre oceano e l’amalgama spugnosa di un’intimità soul. I Cheers diventano icona, si incontrano con i mitologici Daft Punk, collaborano con i guru della Dance dalla fine dei ’90 dorati fino ai nostri smaliziati cannibalici giorni. Ragazzi on the way, ragazzi on the road, scontenti e adrenalinici, entusiasti e svogliati, sull’orlo dell’alloro e dei suoi abissi astiosi soffoca(n)ti. Dalla stanza sul cortile alla casa al mare con i figli dell’altra donna, quella giusta ma maturata in un’altra dimensione.

Educazione sentimentale generazionale dentro, sopra e sotto le lenzuola edonistiche e fertili di un’enorme corrente/industria musicale. I menage personali e le regole del mercato. Amore e morte. Un compendio ontologico in personaggi che si riflettono e risolvono l’uno nell’altro, pur restano sospesi. Eden per la regia di Mia Hansen-Løve, produzione francese lussuosamente defilata, si è imposto al Festival senza rumore, coniugando il non detto asciutto di molta cinematografia scandinava con la carnalità vezzosa ed ironica dell’aria parigina, da respirare in ogni schermaglia di gruppo, ad ogni scalinata e uscio. Lenta e forse ciclica capitolazione di sessioni dance, Eden segue l’eterna vincibile adolescenza di un uomo comune, sul filo tra talento da outsider e insicurezze da pigrizia cronica.
Una scrittura rarefatta e sensuale, restituisce l’horror vacui dell’ancien regime europeo, tra proletariato snob e borghesia cocainomane, tutti confitti nell’afa del rave/corsa stremata ed esasperatamente ritardata verso il formato famiglia canonico, canonizzato e inevitabile.

gone girlStessa corsa, mediatizzata e distorta, diversi strumenti espressivi. Brividi tetri e incalzanti nella nuova fatica biblica di David Fincher, Gone Girl, 145 minuti ad orologeria, per un compendio (meta)cinematografico criptico, eppure esplicata bagarre dei ruoli e delle identità, dei generi e delle verità. Opera incombente, ardua e unica, nel Festival romano parco quest’anno di eclatanti sfide concettuali o di block buster sperimentali.
Chi l’ha vista? O meglio chi li ha visti? Tutti i volti dell’uomo, distratto, burlato, picchiato, sedato dal Grande Fratello. Negli USA del disinganno e della manipolazione emotiva genetica. L’epos mediatico e il nucleo familiare implosivo, il poli-profilo pop dell’uomo medio e le sue perverse intime involuzioni. Tra crimini efferati, varchi socchiusi, scoop a luci catarifrangenti.
Nick Dunne è un ex scrittore che torna nei lidi natii insieme alla splendida invidiata moglie Amy, un duo che appare incastonato nella grazia della perfezione. Allo scoccare del quinto anniversario Amy scompare però nel nulla e il primo sospettato è Nick. Inizia quindi il suo pedaggio dantesco sugli schermi, che dilaniano il suo privato e lo istruiscono a diventare alter ego di se stesso, digerito e resuscitato in un vortice orrido, il videodrome coevo. Nick, capro espiatorio per il popolo facebookiano corroso dalle proprie variabili contraddizioni. Tra sottotesti e spicanalisi familiari e sociali, e ritratti corali in stile primo Lynch (non a caso Gone Girl è adatto ad una frammentazione televisiva) avvocati, madri, investigatori, amici, giornalisti, comunità in schieramento da scandalo, Fincher tesse un’articolata cittadella dei nidi (vuoti) del ragno, dove le prede/predatori sono ovunque e insospettabili o troppo sospettabili. Tutto è calcolato, dentro e fuori il cerchio della fiducia dell’opera.
Fincher muove le pedine nel suo nuovo “Game”, come l’assassino di Seven ci dà in pasto (al)le scatole cinesi della trama e ai meccanismi metalinguistici del racconto, che è anche apologo sullo sguardo dell’uomo formato/traviato da una multimedialità abusata e sottovalutata dei rapporti e della conoscenza. Dopo il torrenziale thriller Zodiac, ingombro del mistero sospensivo di una nazione-fast food che sotterra consapevolezze e si ciba di menzogna, l’autore tagliente e algebrico tra i più acclamati degli anni ’90-2000, David Fincher, torna disturbante, eccessivo, con Gone Girl. Tratto dal best seller di Gillian Flynn, qui sceneggiatrice, il film, a differenza di Zodiac, di cui è palese continu-azione, si manifesta come conclusivo nell’analisi autoptica, sanguinosa ma pulita, degli “interni-notte” della borghesia americana e insieme del proprio cinema che vuole intrattenere e detenere (lo spettatore prigioniero, con la chiave sotto il mattone). Fincher disarma ma non innamora, intriga e violenta semmai. Si svincola dalla tragedia greca ma anche da Hitchcock, sfruttando i meandri psicologici per superare l’empatia e farci entrare nella partita, senza coordinate, senza pathos grondante. Puro stupore dell’incastro senza soluzione di continuità.

A pulsare e disarcionare soprattutto lo scenario/imbuto/presagio: il Midwest che ospita i personaggi e i loro tormenti. Midwest testimone di un età d’oro detritica, stuprata, risacca delle fratture scomposte (decomposte) dell’America Wasp, terreno del rifiuto, della ripicca, dell’apparenza laccata dall’indifferenza cortese e dai vizi indicibili. Utero ideale per la gestazione di una tragedia latente.
La scenografia pulsa e disarciona nei film paradigmatici del festival. Spesso diviene fulcro o fuga dell’attenzione e nei casi migliori, nelle opere straniere meritorie di citazione, la scenografia specchia e metabolizza pesi, colpe, meraviglie di autori, personaggi, pubblico, veicolandoli oltre le secche di costruzioni imperfette ma interessanti.

song of the seaCome la struggente rappresentazione offerta dal cartoon Song of the sea, leggenda irlandese imbastita per il grande uditorio. Saorsie non parla, ma scruta le onde, è nata dai flutti, non ha neppure conosciuto la madre. Con lei vive il fratello maggiore Ben, sei anni di nostalgia nello sguardo sempre rivolto al cagnolone compagno, Cu. Il gigante buono, il papà, veglia (con) il suo rimpianto, nell’abbandono, guardiano del faro silenzioso. Tutto inizia da una filastrocca antica, sussurrata dalla mamma ai bordi del letto di Ben, poco prima del parto che cambia la vita di tutta la famiglia. La mamma dalla voce incantata, Bronagh, svanisce, lascia Saorsie neonata alle cure del papà e di Ben, che custodisce con gelosissimo amore la conchiglia-strumento, vestigia/lascito materno. Potrà Saorsie, metà sirena (selkie), metà umana, intonare il canto ereditato dalla madre e salvare se stessa e le creature del mondo “altro” dall’oblio delle emozioni e ritrovare l’affetto di Ben, per diventare insieme “grandi”?
Il calore e la potenza della tradizione (irlandese) mitica e folklorica, radicato nelle vene narrative come/con il classico Miyazaki. La modernità del tocco, sapiente stratificazione di bidimensionalità e luci, di un autore giovane, padrone di un linguaggio autonomo, di una visionarietà mai inquietante seppur inquieta, tra Gilliam e nuovi messaggeri del mondo al di là del carrozzone di Parnassus. Tomm Moore all’arrembaggio di una nuova rotonda, vibrante “animazione” in Song of the sea. Fiaba nordica. Dove “the uman child” deve crescere e conoscersi, attraverso prove che smentiranno, forgeranno, stordiranno, comporranno, come le melodie della selkie, il suo carattere e i suoi legami. Altro racconto di formazione magistrale adorato dai ragazzini già alla presentazione di settembre al Toronto Film Festival. Song of the sea, in concorso per Alice nella città al Festival Internazionale del Film di Roma, si sposta dall’Ondine travagliata e ambigua di Neil Jordan alla tenace selkie bambina del geniale Tomm Moore. Song of the sea, un film empatico e mai docile, irradiato dall’immaginazione fedele e insieme anarchica dei suoi autori, semplice ma profonda ventimila leghe sotto tesori senza lucchetto, colori ancestrali e travolgenti venti di vita e di sogno.

Anarchia che sceglie di rapire il fruitore incapsulandolo in uno stato di allucinazione grottesco, ma veridico, tra annunciazione, parabola, alchemico scherzo e ancora sogno. Tra Tim Burton, Fellini, il più oscuro Woody Allen, ma anche Saramago, Marquez e persino Olmi, si situa l’oltraggio ambizioso di Gust Van den Berghe, Lucifer. Un’unica inquadratura circolare su un paradiso terrestre che testa l’umanità tentandola in una palude scopertamente dantesca, tra cerchi del peccato e cerchi della redenzione, sulla terra molle del confine.

Messico, e nuvole, un villaggio nella “bolla” tra Bene e Male. La vita è quella o nella bolla, intangibile e misteriosa, a sua volta occhio e specchio, schermo e schema della nostra fallace bellezza. Resistenza quotidiana nella remota provincia messicana dove le donne da sole permeano i ritmi senza cedere un passo all’odore acre della miseria morale della civiltà. Lupita e sua nipote Maria vivono in un paese che è spartiacque e coltivazione invisibile del pregiudizio come della disillusione, della paura, del progresso e dei suoi “figli”. Quando il diavolo bussa alla loro porta nelle vesti un frate francescano guaritore, presentandosi non privo di ironia, riesce ad “entrare”. Falsi invalidi e false salvezze, prole diabolica, scale disegnate dal/nel Cielo e illuminate al neon verso una vita forse diversa, tra quelle “nuvole”?
Lucifer è l’apologo speculativo di un regista filosofico e vontrieriano, che chiude (con il rischio di una lotta estetica e concettuale con il pubblico che riuscirà a vederlo extra festival), anche visivamente il “cerchio” della propria trilogia sulla ricerca del senso supremo del cosmo e sul respiro miracoloso e fioco, amaro, turpe eppure inarrestabile dell’umanità. Il regista apre l’occhio di bue su un tunnel, mostrandoci la tana del Bianconiglio/Dio/Caso/Natura/Artifex, ma non allargando mai né il campo, né l’inquadratura né lo sguardo. Sceglie il cerchio, perfezione discutibile, tra medioevo e rinascimento, mettendo in crisi la purezza avvinta dal compromesso, trascinandola sulla soglia della chiarezza dell’errore. Dal torpore, alla festa dei sensi, alla luce dei lampi.

Tutti restano sotto la bolla?
O, nel caso del festival, nella paura (sponsorizzata) di volere un’identità? Scrutiamo fiduciosi nella trasparenza periscopica di quella e di altre bolle. Immaginando un prossimo venturo festival di cinema e fiction che voglia volersi. Tra sperimentazioni, incassi, reali partecip-azioni.

CineRecensione: Tornano “I Vichinghi”, dal 27 novembre al cinema

Saga nordica muscolare ma affascinante. Da Troy al piccolo schermo?

di Sarah Panatta

i vichinghi 1Una nave in tempesta, una barcaccia di legni spigolosi, che ha perso la rotta, incagliata nell’utero delle acque fredde e iraconde, dove si avvinghiano ghignanti come tanti regali gommosi pupazzi, sparuti esploratori dei mari del nord.

Digitalizzato al sapore di plastica salina quanto il monolitico bradpittiano Troy, che non ha saputo riscrivere il cinema mitologico. Gremito di scultoree facce di bronzo. Plasmato da una mobilità videoludica “primitiva”. L’incipit de I Vichinghi sembra preparare al classico rudimentale minicolossal europeo che tenta “i giochi dei grandi” emulando goffo l’imponenza americana di illusioni HD e di muscolari “impressioni”.

Eppure lo svizzero autore Claudio Fäh vira immediatamente e disegna una spedizione di “terra” che sa respirare delle scenografie naturali del film, compensando le ovvie lacune con una credibile suspense da piccolo schermo che (come il titolo originale lascia supporre) potrebbe confezionare l’opera in una perfetta saga tv. Non è la divagazione divertente e pasticciata di Outlander né il “risveglio” psicologico e adrenalinico cesellato da Refn con Valhalla Rising.

Già produttore per il cinema, regista di serie celebri come “Ghost Whisperer” e di alcuni B movies, nonché sperimentatore di circuiti indipendenti, Claudio Fäh letterale sviscera un plot fatto di vaghi cenni storico antropologici e illuminato da accennati bagliori misterici.

Tom HopperNon sappiamo con quanta dedizione filologica sia stato apposto il titolo italiano, ma negli effetti I Vichinghi narra le gesta di un gruppo di uomini scandinavi, guerrieri fuggiti dal proprio regno in cerca di un’indipendenza (come i protagonisti delle spedizioni europee ed extra europee che distaccati dalle loro comunità di origine germanica abbandonavano le terre scandinave anche a prezzo di duri esili, opponendosi alla tradizionale gerarchia sociale, lanciandosi nei mari per trovare nuovi insediamenti).

Naufraghi in una magnifica waste land, trincerata da un’acuminata scogliera della Scozia, i sopravvissuti al viaggio arrivano con l’intento di depredare i tesori dei monasteri e spostarsi verso zone diplomaticamente “amiche”. Capeggiati dal giovane Asbjörn vengono intercettati e decimati dalle truppe del sanguinario re locale. Ne rapiscono allora la figlia, Lady Inghean, ma non sanno che il re non pagherà il riscatto, bensì invierà loro un’orda di “lupi” assassini a sterminarli senza eccezioni, prole regale compresa.

Corpo a corpo con i “lupi” tra foreste insidiose e valli ancestrali, sacerdoti guerrieri, angeli custodi in gonnella, insediamenti medievali e “veleni” moderni. Le tattiche subdole del potere e la rude inevitabile deriva dei cuori aperti e ardimentosi come di quelli titubanti e sospettosi. Forza e onore, ombre e polvere. Una saga testosteronica infiltrata dalle fascinazioni parastoriche di paesaggi vibranti. Poche quote rosa e un paio di volti bellissimi, e persino una star dell’heavy metal degli Amon Amarth, Johan Hegg. Pochi ralenty, una lineare poetica della battaglia-pedinamento, pochi pruriti e molte budella tra fuoco e fango.

E un tuffo giù dalla scogliera. To be continued?

CineRecensione: “Due giorni, una notte” dei fratelli Dardenne

Dove sta andando il neo-neorealismo dei fratelli terribili del grande cinema francese? 

di Sarah Panatta

 

Due giorni, una notte di Jean-Pierre e Luc DardenneNon è una testimone di Geova. Non fa raccolta differenziata. Non fa la differenza. Sandra è. Anzi ha persino il dubbio di “essere”. Tra uno svenimento e un’ingozzata bulimica di pillole. E’ un numero, come tutti gli “altri” dei quali arriva a mala pena a sfiorare le vite. Sandra non varca neanche gli usci, forse destabilizza la cortina di pudore rovistando tra gli sguardi di un cortile. Ma non apre brecce. Tutti sono troppo impegnati a sostenere la routine snervante e inappellabile dei propri giorni. Sandra di giorni ne ha solo due, per convincerli tutti o almeno una maggioranza solida. Ma di solido non v’è che lo sguardo apprensivo e immacolato di un marito innamorato al di là delle isterie e delle incoerenze di una donna debole eppure stranamente tenace. Una donna comune, che decide di darsi, chiedere, scegliere. Porta a porta.

Due giorni, un notte. Sandra è una giovane madre con marito paziente e nessuna certezza, soprattutto da quando rischia il licenziamento. Dopo un periodo di depressione psicofisica sarebbe pronta a riprendere il suo posto in una fabbrica belga di pannelli solari, ma i suoi capi hanno stabilito che le sue braccia non occorrono più, tuttavia affidano la scelta ai colleghi di Sandra. Possono votare per ottenere un bonus di 1000 euro, se Sandra perde il suo lavoro. Uno stipendio in meno e una responsabilità tagliata. Chi sceglie, come scegliere, perché scegliere. Arriva il lunedì delle votazioni e Sandra non è l’unica a sentirsi già penzoloni sul patibolo. I fratelli Jean-Pierre e Luc Dardenne scrivono e dirigono un dramma aristotelico imperfetto, lineare quanto snervante (approdato a Cannes 2014). Un ovvio calcolo aziendale scrive destini, disegna alibi, impone sensi di colpa, reale e artificiali. C’è chi deve restaurare la casa, chi mantenere un’orda di figli, chi affrontare traslochi, chi le elementari inesorabili spese mensili, chi vuole lasciare il secondo/terzo lavoro clandestino sul retro di un mini-market per sostentare la famiglia, etc. Una lista della spesa e delle spese, appunto. Che si snoda tappa per tappa, nel lungo weekend di Sandra, che porta a porta appunto, riluttante e oberata da continue frustrazioni, prova a convincere i suoi colleghi.

Pugni in faccia, odi furenti, solidarietà spezzata, pasti svogliati e pianti scoppiati nei parcheggi di risoranti sulla super strada, corse in autobus, corse in ospedale, sorrisi improvvisi. Tutta una questione di ricatto, baratto, coraggio. Di campanelli e di scalini. Questione di occhiaie e spalle incurvate, mutui, contratti in nero e mobbing. Ai tempi della crisi anche il fratelli Dardenne, dopo dieci anni di rimuginamenti, mettono la propria neorealistica firma al servizio di una storia di cronaca della precarietà ordinaria, che trascende la barbiarie sociale e umana narrata con limpida violenza in molte delle opere precedenti.

Marion Cotillard e Fabrizio Rongione, moglie e marito in Due giorni, una notteIn Due giorni, una notte, i Dardenne si spogliano quasi dell’azione narrativa e pedinanano Sandra (Marion Cotillard), l’interminabile cortocircuito di sguardi sgranati e rifiuti latenti, da un uscio all’altro. Rappresa e repressa in un dolore ostile, negli abiti trasandati di un’incomunicabilità ai limiti del’autolesionismo. I Dardenne si affidano rapidi ma non affilati al sottotesto, in uno script fatto di dialoghi scarni e di ripetizioni deliberate. Vorrebbero forse materializzare la simbolica inquietudine dei caratteri, come pure, strumentali, intimità e retroscena dei personaggi medesimi, attraverso minimi sussulti, mezze frasi, telefonate mutile, squilli vacanti. Anche Marion/Sandra non “entra” mai nelle “vite degli altri”, le lambisce, le distrae, raramente le scuote.

Ma stupore, la crisi (quella interiore), la denuncia sottile delle ipocrisie del potere e la subdola e/o sincera paura autoconservativa degli uomini, il pathos crescente della tragedia amletica, restano un rumore di fondo. I mitici Dardenne non trovano la chiave di volta bensì annaspano nelle secche di un film che non crea empatie, ma cumula schemi vuoti. Sandra e i suoi colleghi, pur ottimamente intepretati, sono pedine di un gioco risaputo e benché sia chiaro tanto adi Dardenne quanto agli spettatori che in tale gioco non esistono nemici ma solo compagni di sventura, la messa in scena bidimensionale spegne il fuoco di questo racconto di equilibri sottili.

Spegne l’ardore di Sandra, difficilmente percepibile nelle sue spirali di isteria e rimpianto. Spegne le ragioni multiple dei suoi colleghi, francobolli di un melting pot poco contestualizzato. Spegne persino la dolcezza impagabile del marito-supporter Manu/Fabrizio Rongione.

Marion Cotillard - Due giorni, una notteSe i Dardenne cercavano l’equilibrio pungente e la freddezza silente del Jacques Audiard di Un sapore di ruggine e ossa, da loro prodotto. Se volevano un film catarsi in cui il sangue caldo delle opere precedenti sublimasse nella figura di Sandra, crocifissa dalla crisi moderna, il risultato è un lavoro che non funzionalizza la propria asfissia. Che non sa di lacrime, né di sudore o di lotta seppur sottopelle. Sa di ruggine e non merita o non vuole meritasi bonus. Che i Dardenne abbiano desiderato sperimentare un limbo nuovo?

Restare anche loro porta a porta?

Sarah Panatta

CAST&CREW

Regia Jean-Pierre e Luc Dardenne

Sceneggiatura Jean-Pierre e Luc Dardenne

Fotografia Alain Marcoen (S.B.C.)

Montaggio Marie-Hélène Dozo

Scenografie Igor Gabriel

Costumi Maira Ramedhan-Levi

Suono Jean-Pierre Duret

Belgio 2014 – Drammatico – Durata: 95′

Cast: Marion Cotillard, Fabrizio Rongione, Pili Groyne, Simone Caudry, Olivier Gourmet, Catherine Saleé, Babtiste Sornin, Alain Eloy, Myriem Akheddiou, Timur Magomedgadzhiev

Produzione Les

Uscita Roma e Milano 13 novembre – In tutta Italia 20 novembre

Distribuzione Bim

https://www.youtube.com/watch?v=t83CH64sTH4&feature=youtube_gdata

Teatro: STOMP al Teatro Brancaccio di Roma

Stomp, circo urbano, meraviglia in movimento

di Maurizio Archilei

Chi sono gli STOMP? Cosa fanno? Qual è il segreto del successo di questo gruppo di ragazzi che da oltre 10 anni, con diverse compagnie, calcano i palcoscenici di tutto il mondo? Sono domande che in pochi si fanno, e il motivo è semplice: dopo essere stati investiti per oltre un’ora e mezza da una miriade di ritmi serrati e coreografie essenziali e funzionali, ma perfettamente in sintonia con la musica, nella mente non c’è spazio per le domande. Resta solo la gioia per aver assistito a un grande spettacolo.

Dal momento però che noi queste domande ce le siamo fatte, proviamo a trovargli una risposta. Gli STOMP sono danzatori, attori e percussionisti, ma anche acrobati, giocolieri e comici. Sono tutto questo e nulla di questo, perché saper far alla perfezione tutte queste cose, si sa, richiede troppe vite. Ma questi ragazzi ci riescono quel tanto che basta per realizzare uno spettacolo originale (per quanto non più nuovissimo) e unico (anche se vanta moltissime imitazioni). E arriviamo alla seconda risposta: gli STOMP fanno circo. È difficile farsi sfuggire le analogie involontarie con quanto accade sotto i tendoni del Cinque du Soleil, anche se la differenza è sostanziale: nel secondo caso al centro dello spettacolo ci sono i corpi degli artisti che seguono un copione e narrano una storia, nel primo l’attenzione è completamente catturata dai ritmi frenetici e dalle melodie scaturiti in modo apparentemente innaturale da oggetti di tutti i tipi. La meraviglia che ne scaturisce lascia poco spazio al resto. Tutto ruota attorno alla musica, corpi compresi che diventano mezzo, strumento ed estensione stessa di ciò che è utilizzato per fare musica.

Se l’ambientazione fosse naturale non avremmo dubbi: si tratterebbe di uno spettacolo che parla di ninfe, elfi e folletti che vivono grazie ai ritmi e alle note. Ma qui ci troviamo in tutt’altro luogo. Siamo nelle nostre città. I rumori ed i suoni investono il pubblico trascinandolo in contesti urbani noti, abituali. Ma se la cornice ci è riconoscibile, la tela non ha niente di familiare. Rumori industriali, da “lavori in corso”, diventano melodia. Il sogno di chiunque abiti in città probabilmente, e questa è la grande intuizione di STOMP.

8 artisti, 8 personaggi, 8 posizioni differenti che ciascuno di essi assume all’interno del tempo di ogni singola battuta, riempiendola fino all’inverosimile con una precisione e coordinazione che lascia stupefatti. In un’ora e mezzo gli STOMP suonano di tutto: cerchioni, carrelli della spesa, accendini, giornali, palloni da basket, scope, palette, rifiuti, bicchieri, buste e camere d’aria. Ma siamo sempre a teatro, non dimentichiamocelo, e infatti non mancano gag che strappano più di una risata al pubblico e che sfondano la quarta parete, chiamando la platea a interagire. Uno spettacolo per tutti, senza alcuna eccezione. Per goderne è sufficiente conoscere un minimo l’ambiente cittadino o quello industriale. E sono davvero pochi, quindi, quelli che non apprezzeranno.

STOMP

Teatro Brancaccio
fino al 14 Dicembre 2014

Festival: Cronache dal IX Festival Internazionale del Film di Roma. Prima parte

Vince Trash, di Stephen Daldry. Storie “nostre” di un’edizione che si è creduta POP

di sarah panatta

 

imagesTrash. Giù nel tubo di scarico del discaricato cinema italiano e non solo.

E’ il mercato bellezza, e per (s)vendere il dialogo con il pubblico diventa ipnosi pubblicitaria del pubblico. Abitudine cronica e redditizia (forse) da oltre 30 anni ormai. Cinema come campo (minato e minabile) della speculazione “edilizia”, oggi a livello 3.0. Per la serie (tv serie, web serie, serie di errori, errore di concezione culturale) come veicolare e accumulare il denaro riciclabile del sistema italiota educando allo stesso tempo le “masse” ad un modus vivendi indifferente? Anche nel e con il cinema nostrano. Cosa nostra che compatta e digerisce, sito per raccolte “post mortem” indifferenziate, l’indifferenziato abulico ostile borioso pensare-agire del nostro Tempo ritornante.

Cinema come azione di comuniAzioni e di illuminazioni folli? Un amore tradito. Condannato a scomparire in piena luce, appunto. Questo fantasma, voce di dentro, sempre più dentro, l’inconscio che ruggisce ma sbiadisce. Cinema nostro. Un amore tradito. Gone girl (per citare l’unico film totalizzante della nona edizione del Festival Internazionale del Film di Roma, Gone girl del prestigiatore David Fincher). La Diana con l’arco firmata Zapruder, a metà tra Musa silvestre scolpita nei bagliori del precinema ed una selkie nordica impigliata nelle reti del progresso, prestata per brevi istanti alla condizione umana dal canto sconvolto di venti incantatori, mentre scriviamo questo primo frammento resoconto dai gradini affollati e sciatti del festival, scocca le sue ultime frecce nella traiettoria malferma eppure inevitabile di quei venti.

Ultime battute, o meglio, ultimi “Tocchi” per una kermesse già stanca, squilibrata, istericamente disorganica. In crisi identitaria, verso fusioni probabili (e ovvie) con il Fiction Fest. Eppure ipotetica dimensione di un circo e circolo, cosmo e angolo di cultura cinematografica di tutti e per tutti che dovrebbe felicemente esplodere nel panorama capitolino e internazionale.

Unica novità interessante in un festival che ha sintetizzato e sovrapposto le categorie (qualcuno proclami alle masse giornalistiche allibite e inette, ad es., il senso sottile della differenza teorica tra le sezioni Gala e Cinema Oggi, quella pratica è sotto il naso popolare, ovvero la “massiccia” presenza di cinema Wasp tra i film Gala, ove accanto al Maestro David Fincher spicca il mariadefilippiano Marco Risi, per avvalorare il motto chi non “risica”…) il voto al pubblico, prova antropologica che farà discutere.

Mentre buttiamo giù nel tubo queste prime note, nulla è stato deciso, non esistono ancora vincitori e polemiche del dopo, del già visto, dei “se”. E’ in questo limbo previsionale e deluso, ancora avido dei rancori e delle speranze dei frequentatori del festival che si tratteggia tuttavia lo stato del cinema qui esposto in vetrina. Mentre la sezione Prospettive Italia potrebbe schiudere ancora tesori di infinitesima grazia o resilienza, le opere già srotolate via sugli schermi dell’Auditorium di Renzo Piano, raccontano un cinema italiano destrutturato, antinomico, tautologico. In parte contagiato dal cordone ombelicale Rai, in parte piagato dalla necessità di cassa, alimentare, di prodotti multipiattaforma, cuciti per lo straight to video, poi parcellizzabili tra web e tv pubblica.

Un festival Fiction, privo di pulp, se non posticcio, esecrabile, barocco infecondo sputo spermatico nelle cavità di un pubblico che accetta, sogghigna, al massimo fischia, ma non vuole “uscire” e rivelarsi, reagire davanti alla masturbazione incontrollata di autori/produttori/investitori pigri, scaltri e svenduti. Ancora.

Farla finita. Sul ciglio di una resa striata di unghie allungate, corrose nei palmi ispessiti di mani distese sui fianchi impotenti. Non c’è prole per gli scarti. O forse sì? Nascosta, confitta in quella dimensione familiare consueta dalla quale divorzi licenziamenti abusi sensi repressi depressioni pregresse hanno alienato, quegli scarti. Scarti del pensiero comune arrotolati dentro coperte affogate nell’umore dei fiati urbani e oltreumani. Sguardo in macchina e cazzi all’aria per una depilazione veloce in un bagno in affitto illegale. Un bicchiere di vino per compensare il vuoto di troppe birre manchevoli e mai mancanti. Il giudizio latente di un padre tra-passato, già materia di speculazioni post edipiche, mentre una sorella muore di cancro e accetta la “posta per te”, facendosi spedire il fratello/figliol prodigo a casa. Il documentario del festival, istantanea italiana, Stazione Termini di Bartolomeo Pampaloni, figlio spurio di Sacro GRA, falsa memoria del sottosuolo dei reietti.

Sfottò ma non conscia butade Tre tocchi di Marco Risi, dignitoso e anonimo I milionari di Alessandro Piva. L’uno spara tamarro le cartucce del tragicomico in voga sulla scia dell’Oscar promozionale della Grande Bellezza (della Fiat oltreoceano), senza uscire dal seminato/seminario linguistico dei settimanali e delle soap opera dei nostri ’90, infilando scene stantie in un montaggio neppure avvicinabile alla laccata misura de L’onore e il rispetto. Chi depreca Garko e accoliti, a causa della gratuità di prodotti settati sulle necessità degli inserzionisti delle fasce da share, dovrà avvertire il tracollo cerebrale ulteriore imposto dall’ultima fatica di Risi. Tre tocchi scodella con un racconto inizialmente ritmico e alternato, non storie, ma personaggi, lunga catena di quasiumani, attori, dalla doppia vita e dalle carriere allo sbaraglio. Figurine inceronate, misogine, steroidate, che Risi e compagnia vorrebbero forse simboliche della ontologica stratificazione di fallimenti devastanti e desideri infrangibili. L’attore stile “Amici” che dai fotoromanzi vuole il salto di qualità; il doppiatore bistrattato che vorrebbe evitare il salto della quaglia ma viene sedotto dal regista pallonaro e sfigato del caso; l’attore di teatro che fa breccia nel cuore dei suoi ex aguzzini calcando le scene con gli abiti scarni di una vamp-trans inseguita dal passato ma redenta dal sacro fuoco che tutto purifica ma nulla cela e così via. Catena sì, di montaggio, di stereotipi ramificati e cancerogeni, di metafore telefonate.

L’altro, I Milionari, dall’autore de La capa gira, figlio di romanzi criminali e scarface frullate dal mainstream della fiction, già editato dal setaccio Mondadori, commentato in voce off (traghettato da un pur ottimo e già collaudato cast di caratteristi e non solo, Scianna e Gallo su tutti) va dietro e davanti le sbarre di un cinema tarato nei tempi e nei volti per il piccolo schermo italo-europeo. Scuola placidiana, sfumature ciano e brevi tirate servialliane (s)bloccate da imprevisti dolly sorrentiniani adatti allo spot del Bel Paese dei bellimbusti incipriati di falsa etica, conti offshore e “biscottoni” inzupposi. I Milionari non spezza la storia in angoli oscuri, in trappole o riflessioni, in colpi di teatro risoratori. Si limita con rigore ad pacchetto pulito per la TV, semplificato, rassicurante, pronto a quattro salti in padella col sogno depalmiano defunto de I Milionari di casa/cosa nostra.

Più elegante e defilato The Last Summer di Leonardo Guerra Seràgnoli, produzione italiana e cast completamente straniero per una danza d’amore ritrovato e non detto sull’isola non-luogo di una barca in balìa di un passato buio e di un futuro di lontananza già sentenziato. Una madre ha solo quattro giorni per intrecciare il suo respiro a quello del figlioletto, prima di perderlo definitivamente. Piani sequenza sganciati dalla funzionalità narrativa, sensibilità nipponica nella rifrazione dei pensieri e delle colpe oscure sui volti dei protagonisti atterrati sulla nave da un altrove del cuore non meglio decifrato.

Né decifrabile nell’opera di probabile botteghino che ha soffiato alle altre addirittura l’apertura del Festival. Soap opera di Alessandro Genovesi. Un bacio a labbra impastate, un gioco, quattro risate. La paura e la voglia di non essere soli. Tra una paternità mentita, una paternità incombente, uno scherzo da “lupetti”, tentennamenti di testa e di battito e di clima, champagne eruttato e strane coppie “ereditate”. Francesco tradisce Anna, consola Francesca e riama Anna, mentre l’amico di “tenda” e d’infanzia sorvola sbandate gay, il vicino di sotto si spara, la vicina porno soft seduce maresciallo in alta uniforme e i vicini del piano di sotto si preparano ai botti di Capodanno bisticciando tra grugniti e rivalse celate inforcando una bacchetta per sushi avariato. Almodovar incontra Muccino sfogliando Eduardo e passando per Zelig Show? Un esperimento di parodistica fusione linguistica, tra schematismi televisivi e le quattro mura di una drammaticità stilizzata? Alessandro Genovesi supera qualsiasi convenzione della tante sopracitate. Imbandendo la demenzialità deliberata e autoreferenziale di sei storie incidentate nello stesso spazio scenico (tra casa di Barbie e set da “soap”) in una commedia che tenta l’ironia sottovuoto, catapultandoci nel vuoto, sottosopra.

Il nono film fest romano, segnato dal chiosco pizza e mortazza e dalla mostra fotografica minacciosa e frastornata dedicata ad Asia Argento, sta celebrando e codificando un nuovo grado zero del cinema italiano. Mentre gli stranieri seppur sottotono e mal gestiti, continuano a spiccare, pur nella latitanza dell’estremo e del medio oriente. Grande passerella come sempre per gli americani e finestra circolare sul Sud America, tra Messico, Brasile e Argentina.

Ultima edizione targata Müller? Gone girl. Amore tradito. Ma i traditi si accontenteranno di sniffare soltanto vecchia riscodellata “trash”?

Continua…….

Teatro: “Pen” dal 20 al 23 novembre al Teatro Studio Uno di Roma

PEN. Una performance vocecorpomusica mai scritta da Cristiano Urbani e Antonio Sinisi.

Intervista di Maurizio Archilei

penDal 20 al 23 Novembre, al Teatro Studio Uno di Via Carlo della Rocca 6 (Torpignattara), andrà in scena “PEN”. Abbiamo incontrato Antonio, il prolifico regista dell’opera, e gli abbiamo posto, in totale libertà, alcune domande per avere un’anticipazione riguardo la sua ultima fatica, liberamente ispirata al racconto di Herman Melville “Bartleby lo scrivano”. Le risposte sono altrettanto libere.

Antonio, dove nasce l’idea di PEN?

L’idea di lavorare sul testo di Melville ce l’ho da diversi anni, ma non sapevo proprio come metterlo in scena. Non volevo la solita narrazione. Fino a quando non ho maturato piano piano l’idea di lavorare sul suono, sulla musica, e ho chiesto la collaborazione di Cristiano Urbani.

Perché “una performance mai scritta”?

Perché in realtà non abbiamo un vero e proprio copione. Abbiamo un testo scritto (quello di Melville), ma abbiamo lavorato principalmente sul nostro reciproco ascolto e su come rapportare il testo al suono, piuttosto che sulla narrazione propriamente detta. E poi è una performance perché in scena usiamo microfoni, chitarra ed effetti.

Da dove prende spunto la collaborazione Urbani-Sinisi cui avete dato vita?

Con Cristiano ci siamo incontrati per un reading in occasione di LOGOS, la festa della parola, all’ExSnia/Parco delle Energie. Io ero alla voce e lui alle chitarre…e dopo ci siamo messi a lavorare su PEN. Mancava solo lui per fare il duo!

Nello spettacolo giocate con più elementi: due arti, la musica e la recitazione, ed il corpo. Quanto è stato difficile fondere tutto tirarne fuori qualcosa di organico che, oltre a soddisfare voi, vi permettesse di inviare i messaggi che intendevate diffondere?

Il lavoro sul suono che operiamo in scena permette l’amalgama del tutto. Voce-Corpo-Musica sono strettamente legati in questo lavoro.

Avete avuto bisogno di aiuto nella stesura dei testi e nell’adattamento della musica?

Visto che non è stato scritto ancora nulla, non abbiamo steso ancora niente. Speriamo di non stendere nessuno del pubblico. Abbiamo lavorato sul suono delle parole e questo ci ha permesso di creare insieme un corpo unico, composto dalle tre parole che ho citato nella domanda precedente.

Il personaggio di Bartleby sembra dominato da un certo immobilismo, in antitesi al movimento ed il rumore che gli avete creato intorno. Perché questo contrasto?

Come diceva Mejerchol’d: “…se si muove la punta del naso, si muove tutto il corpo…”. Io credo che il movimento, in tutta la messa in scena, sia dato da come succedono le cose. Nel racconto di Melville il protagonista è immobile ma muove tutto quello che è intorno a lui. Questa è la grande forza. A volta basta guardarle le cose che ci circondano per cambiarle e trasformarle in qualcos’altro.

Lo spettacolo è comico, va bene. Ma quanto comico e perché lo ritenete tale?

Lo spettacolo non è comico, ma violentemente comico. E’ assurdo tutto quello che accade a ciò che ruota intorno a Bartleby! Talmente assurdo da essere violento. Prendiamo ad esempio le gag di Stanlio e Ollio: noi ridiamo quando accade una cosa drammatica ad uno dei due… quando cadono a terra oppure quando rimangono con un automobile priva di carrozzeria per una folata di vento. Qui, quello che succede è quattro volte superiore! Pensa che ridere.

Teatro: CUORO

C U O R O, dalla rete con disagio.

di Maurizio Archilei

Replica uno degli esperimenti più divertenti del panorama teatrale romano di quest’anno.


Può un blog personale diventare uno spettacolo teatrale? Evidentemente sì. A realizzare quest’esperimento ci ha pensato Gioia Salvatori.

Che, ad un anno e mezzo dalla nascita della propria creatura virtuale, grazie all’aiuto del regista Giuseppe Roselli, ha realizzato un monologo surreale ed esilarante di cui è la protagonista.

cuoroIl filo rosso che tiene unito lo spettacolo è la solitudine, che lega ogni scena, ogni sfogo, ogni pensiero a quello successivo, in un flusso continuo di considerazioni esternate in libertà, come se la protagonista si trovasse in totale intimità a parlare a se stessa davanti allo specchio.

Se la solitudine è la condizione che sottostà a tutti contenuti e momenti dello spettacolo, l’altro trait d’union è senza dubbio il disagio, che stimola ciascuna riflessione della protagonista, immersa nella propria solitudine.Un fiume in piena di considerazioni logiche e squinternate, positive e negative, spunti da mettere a frutto e avanzi di fatiche che lasciano stremati.

Lo spettacolo è diviso in modo netto in due. Nella prima parte la dimensione è quella della cameretta dove, interagendo con un orso di pelouche e disturbata da un telefono inopportuno, la protagonista affronta, analizza, rimpasta e snocciola temi quali la famiglia, l’amicizia, l’amore, l’infantilità, ma anche temi come la conservazione dei panda ed il sovrappeso. Poi, d’un tratto, si entra nella seconda parte ed il linguaggio e lo spazio scenico cambiano. L’interazione stavolta è con il pubblico. Diretta grazie al contesto teatrale, ma mediata da un linguaggio che fa il verso a quello delle più leggere e banali trasmissioni televisive che trattano di costume. È così che Gioia, giocando sul contrasto tra la presentatrice che impersona e la propria personalità che non fatica ad emergere, dà il proprio punto di vista sulla bellezza, la televisione, la moda.

Due metà dunque, che si saldano nuovamente insieme alla fine, quando termina il percorso proposto e Gioia smette i panni della pseudo presentatrice televisiva per immergersi nuovamente nella propria solitudine.

Uno spettacolo divertente in cui molti riconosceranno, nei modi di fare e ragionare, una parte di se stessi. Quella più privata e ironica che affiora nei rari momenti in cui si riflette sulla propria condizione di individui in un mondo di altri individui tra i quali la comunicazione è raro che vada a buon fine, mentre è la prassi che fallisca, lasciando ciascuno scomodo dalla propria parte.

C U O R O tornerà in scena al teatro Carrozzerie n.o.t. di Trastevere, via Panfilo Castaldi 28/a, il 22 novembre 2014.

 

Maurizio Archilei

Teatro: Il lato cattivo del Che

Rubrica “Teatro nel cassetto: teatro visto, svisto, da rivedere”

Il lato cattivo del Che

di Maurizio Archilei

"Il lato cattivo del Che", una scena dallo spettacolo

“Il lato cattivo del Che”, una scena dallo spettacolo

L’odio come fattore di lotta; l’odio intransigente contro il nemico, che permette all’uomo di superare le sue limitazioni naturali e lo converte in una efficace, violenta, selettiva e fredda macchina per uccidere. I nostri soldati devono essere così. Un popolo senza odio non può vincere un nemico brutale. Bisogna portare la guerra fin dove il nemico la porta; nelle sue case, nei suoi luoghi di divertimento; renderla totale. Non bisogna lasciargli un minuto di tranquillità, un minuto di calma al di fuori e all’interno delle sue caserme: attaccarlo dovunque si trovi; farlo sentire una belva braccata in ogni luogo in cui transiti”.

Questa ed altre le citazioni che arricchiscono il percorso tracciato nello spettacolo ideato e portato in scena da Antonio Sinisi, regista e attore, e da Alessandro Pera, scrittore romano prestatosi per l’occasione al palcoscenico. Una coppia poco ortodossa, di quelle che raramente si ha l’opportunità di vedere tra le quinte. Due personaggi, i loro, molto diversi nelle aspettative, nei comportamenti, nelle esperienze di vita che raccontano e nel modo di approcciarvi. La storia narra, in un’alternanza di situazioni parallele, l’ipotetica genesi dello spettacolo stesso. Una parabola che parte da una situazione divergente, in cui Antonio ha l’esigenza di risolvere un grande problema per un regista teatrale: sostituire attori e collaboratori che, a locandine andate in stampa, danno improvvisamente forfait. Alessandro, da parte sua, si avvicina con cautela all’ansioso regista che gli chiede una collaborazione per salvare la faccia. Una lentezza naturale e che sembra calcolata per quanto si rivela efficace, perché riuscirà a distrarre Antonio dalla sua idea – rappresentare un classico Brecht utilizzando un copione breve e pertanto compatibile con i tempi stretti – per portarlo ad accettare un progetto difficile e impegnativo quasi a livelli impossibili, da realizzare a seguito dello studio di una colonna di libri sulla storia del guerrigliero rivoluzionario più famoso del mondo moderno: Ernesto Guevara, detto “el Che”. Cos’è che muove Alessandro a mantenere il punto e ad averla vinta? La necessità di ristabilire un ordine, di restituire al mondo il valore autentico che il Che ha avuto mentre era in vita, e che gli ha permesso di diventare il simbolo che è diventato. Paradosso: è quel simbolo, quell’immagine stampigliata su magliette, bandiere, pacchetti di tabacco e sigarette, che rappresenta nel concreto la negazione stessa dei valori alla radice della sua affermazione nell’immaginario collettivo. O meglio: quell’icona è il risultato della sostituzione e cancellamento di valori, sentimenti, parole, pensieri che animavano il vero Che.

EHITU_neutra (1)Lo spettacolo nasce da un monologo di Alessandro Pera, ampliato ed ottimamente adattato alle esigenze sceniche. L’ispirazione coglie l’autore in un momento di vita vissuta quando, incuriosito, decide di andare ad osservare quel fenomeno politico, musicale e sociale che è il “tradizionale” concerto del primo maggio. E’ in Piazza S.Giovanni a Roma, davanti ad una bancarella di magliette, che viene folgorato dall’accostamento di immagini di personaggi i cui valori, da vivi, erano distanti anni luce, se non antitetici. Cosa possono avere in comune Gandhi, Padre Pio, Madre Teresa e Marilyn Monroe? E cosa li può rendere accostabili al Che? La risposta non viene fornita in modo esplicito, ma lo spettacolo si anima da subito di una sottile e coerente critica all’appiattimento su un sistema di valori universali, globalizzati, facilmente spendibili e vendibili che rende possibile tale accostamento. È, di riflesso, un attacco all’“industria culturale”, capace di appropriarsi di qualsiasi immagine snaturandola al fine di renderla vendibile, trasformandola in paccottiglia da bancarella. Il processo, contestato in modo ironico e divertente, è quello che punta a ripulire qualsiasi grande personaggio della propria personalità, delle proprie idee, e soprattutto dei propri lati oscuri in cui albergano i valori spesso più profondi e significativi dell’individuo, le convinzioni più solide e scomode che ne animavano e rendevano coerente l’azione. Un’operazione necessaria se si vuole far apparire tutti buoni, tutti uguali, tutti commercialmente attraenti. Ma è questa perdita della vera anima del Che che ad Alessandro non piace. È per rendere giustizia e merito al suo idolo che decide di rivendicarne i sentimenti autentici che ne hanno condizionato l’esistenza e l’azione. I più difficili, necessariamente violenti e non spendibili. “Il lato cattivo” insomma. Quello che gli ha veramente permesso di diventare il rivoluzionario che fu.

Lo spettacolo è in stato programmazione a febbraio, presso il teatro Studio Uno di Roma.

Alessandro Pera ha pubblicato un libro di racconti “Afa” e alcuni racconti in raccolte collettive. Recentemente, ha fatto alcune esperienze come narratore.

Antonio ultimamente in scena come autore e regista teatrale con “La Capitale del Dolore” e “N”, sempre attivo nell’organizzazione di eventi come LOGOS, la Festa della Parola [www.logosfest.org] e LIMNESIA | Teatri alla Sorgente e come coordinatore di percorsi teatrali.

Maurizio Archilei

Recensione: Assaporando Il pasticciere

Assaporando Il pasticciere un film di Luigi Sardiello

di Iolanda La Carrubba

Come in una favola moderna le atmosfere si posano sulla vita dei protagonisti, in questo luogo non-luogo al disopra di ogni previsione, dove il surreale ed il grottesco si fondono, l’overture avvolge calda e dolce, un fatto, un posto, un oltre dell’immaginario di Luigi Sardiello.

Onestamente semplice è il protagonista Achille (Antonio Catania) nelle vesti del figlio, il figlio di un sincero pasticciere (Emilio Solfrizzi) alle prese con la quotidianità.

Achille spesso rammenta il forte sentimento nei confronti del padre, suo mentore, rinforzatosi proprio nella pasticceria di famiglia, un posto al disopra delle difficoltà e della crudeltà che si riversa nella vita di tutti i giorni, una vita di abitudini umili che per un distratto momento di malinconia, può tramutarsi in rimpianto, in disonestà rasentando quasi la ferocia.

Gli ambienti abitati dai personaggi, rappresentano un legame con l’interiorità di ogni singolo individuo, un mondo sommerso ed inconscio come fosse quello di Alice nel paese delle meraviglie. Infatti in alcuni specifici momenti si può avvertire la stessa atmosfera che si vive nell’ora del tè con il Cappellaio matto. Ed è proprio la pazzia che vuole uscire dalle profondità recondite dei personaggi, è colei che svela il vero carattere dei singoli individui, una danza tribale di alter-eghi e di quelle maschere tipiche delle commedia dell’arte italiana.

Il Dottore (Antonio Stornaiolo) sarà il primo vero involontario omicidio dell’ancora innocente Achille? Un uomo al limite del paradosso, posto in costante confronto con quel Sé bambino, che prematuramente ha dovuto sostituire il padre. Dunque la continua negazione della normalità, di un equilibrio interrotto da una vertigine di eventi imprevedibili, conducono Achille ad affrontare l’abbandono che è evidentemente radicato nella sua psiche, dato che fino alla fine non si saprà mai dov’è sua madre.

E’ forse questo il movente che lo spinge ad incastrarsi sempre di più, in quella anormalità asfittica?

Tuttavia in questo esistere nell’egocentrico riflettersi di identità, Achille ancora una volta, desidera, brama, quella normalità di una vita semplice e genuina, una vita fatta di dolci preparati per regalare la felicità a chi sarà fortunato ad assaggiarli, ma a questo “mangiami” si sovrappongono continuamente la tranquillità e la lotta, la fiaba e l’incubo, un ritmo Karmico, un battito cardiaco, uno yng-yang, che perpetuamente ritorna.

Emozionante il confronto tra i due volti femminili, Sara D’Amario che rappresenta la legge e Rosaria Russo il volto oscuro della luna, ed Achille sembra l’unico a possedere la chiave di comprensione di questi due complessi volti della donna, la giustizia che null’altro desidera più di ogni cosa, se non riuscire a creare la torta perfetta, accogliente dimora della maternità, mentre dall’altro capo si trova la perdizione che disperatamente cerca la libertà.

Sapori e miti, leggende e cronache, il tutto avviene in un territorio senza confini reali, posto con acume in uno spazio altro, celato tra il ricordo ed il futuro.

Il grammofono, elegante cardine tra la danza dei fantasmi italiani e l’ovvietà di un disperso senso etico di oggi, suona e piange mentre l’albero del ciliegio, si riempie di frutti. Ma è proprio questo il legno di cui è fatto il burattino, il pinocchio che nonostante gli sforzi del genitore, si perde in questo labirinto di Cnosso senza possedere la capacità di costruire delle ali per sorvolare il pericolo.

In questa opera, vi è racchiusa la ricetta della vita fatta di ingredienti segreti, tra i quali la dolce nostalgia di saper ritrovare la gioia perduta della propria infanzia.

 

Regia Soggetto Sceneggiatura: Luigi Sardiello

Produttore: Alessandro Contessa

Interpreti e personaggi

Antonio Catania: Achille Franzi

Luca Cirasola: Garzone

Sara D’Amario: Lara

Ennio Fantastichini: Avvocato

Rosaria Russo: Angela Bashes

Emilio Solfrizzi: Padre di Achille

Antonio Stornaiolo: Dottore

Ivan Zerbinati: Malko

Recensione: “La Terra di Tutti” di Massimo Pacetti

In questo mare magnum dove “poeticando” s’annaspa e spesso s’affoga il tramortito fruitore, da terre lontane attraverso un itinerario, che è viaggio di viaggi, Massimo Pacetti esplora e si esplora. Versi, di volti di-versi, nomi e strade, cortili e muraglie, laghi che si mostrano in segreto ai mostri dimenticati sul loro fondo, o forse ivi abbandonati.

“Gli occhiali scuri/ sul naso, non vedono gli occhi…” scrive Massimo combattendo tenace l’accecamento cognitivo della massa. Avviluppato all’ingarbugliata matassa della società il libro La Terra di Tutti (edizioni Edilet, Roma 2014) si svela attraverso la presentazione di Gianni Pitella, che sottolinea il lavoro dello stesso Pacetti come emersione impegnata nel diffuso “divorzio tra intellettualità e azione politica”, mentre il prefatore Raffaello Utzeri suggerisce che l’autore ci da “forse la chiave per capire meglio che il pensiero e l’azione non sono due attività separate dalla mente umana, ma momenti dialettici complementari necessari per progettare le condizioni del mondo”.

Il vasto lavoro di Massimo, che ha già trovato ampio riscontro in numerose pubblicazioni, sia in prosa che in poesia, esplora e si imbatte anche nel mondo fotografico dove affiora forte il legame affettivo con i temi incapsulati in un lavoro solipsistico ma al contempo rivelatore. L’immagine di copertina de La Terra di Tutti, “Peasaggio egiziano lungo il corso del Nilo”, scattato da Massimo, è un oblò che s’affaccia sul mondo, sulle sue rotondità materne ed eteree.

L’eclettismo di Massimo, il suo performarsi nei confini e oltre i confini delle arti, abbattendo e manipolandone i codici, fa sì che lo stesso Massimo si presti sia come attore nel lungometraggio “Lavori in corso” di Iolanda La Carrubba, sia in un decodificabile esperimento di musica e parole dove le sue poesie diventano testo delle canzoni interpretate e musicate da Amedeo Morrone come La mangrovia, dove

 “…cantano uomini azzurri e ocra

remando leggeri

coi volti uguali

animati dai segni della casta

e della guerra.”

Guerra, lotta per l’identità e confusione dell’individuo, che Massimo disegna attraverso La Terra di Tutti, individuandone tracce e simboli ne La risalita, in cui scava nel Tempo e nella materia “fragile, deperibile, distruttibile” dell’uomo, riconoscendo e sublimando attraverso il proprio Io il “dolore” del mondo, e quantificando così il dolore del corpo come

“…rigenerazione

prima stagione per l’amore,

l’inizio della risalita

verso la felicità.”

By EscaMontage

 

CineRecensione: “Locke”, capolavoro imprevisto

locandina lockeLa strada di una notte a senso unico, quello di Ivan Locke.

Sorseggiando lo sguardo rotondo e impenetrabile di Tom Hardy, giovane ma non giovanissimo attore feticcio di N.W. Refn come del cinema action puro e di certa epica cervellotico-muscolare hollywoodiana, non si intuirebbe (subito) il delirio lucido di Locke. Un film imprevisto, un interprete imprevedibile.

Un’opera monolitica sebbene liquida, leggibile attraverso molteplici dimensioni, la seconda da regista dello sceneggiatore di ferro Steven Knight. Già autore de La Promessa dell’Assassino (D. Cronenberg, 2007) e di Shutter Island (M. Scorsese, 2009). Qui, nello straniato paesaggio urbano e psicologico dell’autostrada tra Birmingham e Londra, incapsula il destino e i fantasmi di un uomo tanto integro quanto anonimo. Il buon padre ed efficiente pignolo capocantiere Ivan Locke.

Non un road movie, né un thriller nudo. Forse un dramma dantesco, in cui la farsa dei codici sociali autoimposti nella vita di un uomo rispettabile è impregnata della tragedia cruda dell’onestà e della colpa, ma anche dell’ironia costante delle contraddizioni umane che Locke tenacemente incarna.

Locke ha il coraggio inaccettabile (per gli altri, quindi per la sua comunità tutta, dalla famiglia ai datori di lavoro) dei propri errori, la perseveranza responsabile delle proprie azioni. Knight rivisita i principi della Dinamica, e costruisce con un ritmo placidamente incalzante una serie di reazioni all’unica azione deviante della vita retta di Ivan Locke. Una notte di reciproco sostegno con la segretaria in trasferta, un figlio in arrivo, una famiglia sul baratro, un lavoro tutto da perdere.

Ivan abbandona il cantiere per la prima volta in una notte d’emergenza, impartendo istruzioni ossessive quanto folli al suo vice ebbro di paure. In pericolo non solo la più grande colata di calcestruzzo mai vista in città, ma anche il futuro di Locke e dei suoi cari.

Tom Hardy, nel ruolo di Ivan Locke

Tom Hardy, nel ruolo di Ivan Locke

Valori invertiti, trasformazioni apparenti, volontà infrangibile appesa al telefono senza fili che collega Locke al resto del mondo, spazzato via dalla rotta verso Londra, eppure sorta di gravitazionale pulviscolo intorno al SUV inarrestabile di Locke.

Un unico protagonista al volante. Un telefono Bluetooth, voci alitanti nell’abitacolo, emozioni infrante sul muro mobile di presagi e desideri del volto di Ivan Locke/Tom Hardy. Attore superbo e misuratissimo, probabile erede di quel Russell Crowe gladiatorio amato e sedotto agli esordi da un raffinato Micheal Mann.

Se David Cronenberg ha abbandonato le redini del thriller psicanalitico e meta-cinematografico, la nuova filosofia del cinema passa per Steven Knight. Tutto in una notte.

Sarah Panatta

Locke. Un film di Steven Knight. Con Tom Hardy, Ruth Wilson, Olivia Colman, Andrew Scott, Ben Daniels, Tom Holland, Bill Milner, Danny Webb, Alice Lowe, Silas Carson, Lee Ross, Kirsty Dillon. Montaggio Justine Wright. Fotografia Haris Zambarloukos. Musiche Dickon Hinchliffe, Produzione IM Global, Shoebox Films. Distribuzione Good Films. Durata 85’. USA, Gran Bretagna 2013 – Good Films. In sala dal 30 aprile 2014. In Concorso alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.

CineRecensione: “Grace”. Come ti trasformo la Kelly/Kidman in icona kitsch

 

"Grace di Monaco" di Olivier Dahan, locandina

“Grace di Monaco” di Olivier Dahan, locandina

Un incantevole falso super 8 scivola sulla scogliera. Si trasforma in fondale mobile, piatto e brillante, che svanisce lasciando spazio al set stipato e vociante di un film. L’ultimo girato da Grace Kelly prima del matrimonio con Ranieri di Monaco. Grace, donna, cartolina, oggetto del desiderio e icona politica, pretesto e dono, “cor gentile” e identità in vendita.

Premesse cinefile e leggiadre, per un’opera che conferma tuttavia soltanto i cliché che vorrebbe aggirare. Olivier Dahan apre Cannes 2014 con il suo Grace di Monaco, dopo il successo de La vie en rose.

Prende la Kidman restaurata a colpi di delizioso Chanel, la imprigiona in una scatola Mattel accanto al suo Ken misogino ma non troppo, Ranieri/Roth, e la getta nel carosello del potere. Tradimenti di corte, beghe internazionali, guerre sventate, figli (poco più che ombre) da allevare, una società a cui trasmettere integrità e sincerità, da brava fanciulla wasp venuta dal nulla.

Il regista e la Kidman sul set

Il regista e la Kidman sul set

Nel biopic di Dahan svanisce il tormento da camera di Grace, il duello interiore (tra Ibsen, Shakespeare, Rebecca “la prima moglie” e fotoromanzi anni ’90) tra essere, apparire e resistere, si appiattisce sulla fotografia vintage impeccabile di un’operazione fuori controllo, kitsch, a tratti ridicola.

“La vera favola è credere che la mia vita sia una favola” dice Grace nelle prime scene di questo squilibrato film, confezionato in un’abbagliante carta lucida, come una locandina dello Schiaccianoci.

La vera favola è credere che un direttore della fotografia emulatore dello chic anni ’50-’60, tra Sellers e Hitchcock, possa salvare la frana apocalittica di un film.

La vera favola è accettare il torpore stagnante eppure barocco di una sceneggiatura che smette di rincorrere la coerenza interna già a metà del cammino, sui gomiti sfrenati della collina che abbraccia pastellata Monaco e le sue sorti protezionistiche.

La Kidman, foto di scena

La Kidman, foto di scena

La vera favola è, o meglio, è stata, voler immaginare un regista/sceneggiatore che sapesse dare dopo anni, nuovo respiro e non mero stucco, ad una figura appannata, iscritta nel bianco e nero classico di un tempo troppo lontano, imbrigliata tra glitter hollywoodiani, luci di propaganda e segreti di stato. E che potesse lasciare/rilanciare libera una principessa triste del set, eterea e risoluta, drasticamente splendida, nonostante botox e altri disastri evitabili, come la rigorosa Nicole.

La vera favola, anzi fiaba, forse orrida, è quel cinema coevo che continua a cannibalizzare se stesso, scavando nella fossa e mettendo belletto criogenizzato a miti inevitabilmente sbiaditi anche se riciclabili tra moda e modi. Percorrendo il solito via del tramonto, ancora e ancora.

Questa volta a bordo di una decappottabile accelerata su curve pericolose, non adatte ai deboli di stomaco. Anche se piene di “Grace”.

Sarah Panatta

Grace Di Monaco. Un film di Olivier Dahan. Con Nicole Kidman, Tim Roth, Frank Langella, Paz Vega, Parker Posey, Milo Ventimiglia, Geraldine Somerbille, Nicholas Farrell, Robert Lindsay, Sir Derek Jacobi. Sceneggiatura di Arash Amel. Prodotto da Pierre-Ange Le Pogam, coprodotto da Andrea Occhipinti. Prodotto da Uday Chopra, Arash Amel. Direttore della fotografia Eric Gautier A.F.C. Scenografie Dan Weil A.D.C. Costumi Gigi Lepage. Montaggio Olivier Gajan. Musiche composte da Christopher Gunning. Durata 1h43. Nelle sale dal 15 maggio.