RACCONTI

Racconto

Una casa che è la fine del mondo

di Monia Guredda


[Racconto pubblicato nell’antologia Racconti di Sogno, nata dal 1° Concorso Letterario di YouPopcorn.net, e edita da Ilmiolibro.it, in cui sono presenti i 25 migliori racconti sul tema “sogno”, scelti da un team di giudici legati al sito di arte di YouPopcorn].

casa bambola

E pure questa domenica ci tocca passarla a casa dei nonni.
Che palle.
Cinzia ha solo cinque anni, quindi non può dirlo, ma può almeno pensarlo. E lo fa! Lo pensa per tutto il tragitto da casa sua a quella dei nonni, che è troppo vicina per giustificare l’uso della macchina, ma abbastanza lontana per stancarsi percorrendo il tragitto. D’estate si cuociono sotto il sole impietoso di una via senza un grammo di benevola ombra e d’inverno tira sempre un vento gelido che ti taglia naso e orecchie.
Ora è inverno e Cinzia cammina infagottata e infreddolita tra i genitori, pensando cheppallecheppallecheppalle. Una volta varcata quella soglia sarà prigioniera di quella casa. Gli uomini seguono le partite e tutti quei patetici programmi in cui persone “adulte” urlano e si insultano per difendere o offendere un branco di miliardari analfabeti che tira calci ad un pallone. Le donne inizieranno con il parlare male degli assenti per poi, quando gli assenti entreranno a loro volta in casa, abbracciarli, baciarli e fargli mille complimenti fasulli. In quella casa è pericoloso anche andare in bagno; chissà cosa possono dire di te nell’arco di quei due minuti!
Cinzia ha cinque anni e ha il potere dell’invisibilità, nel senso che gli adulti non se la filano proprio. Ha capito tempo fa che se sta in silenzio si dimenticano di lei. Se prova a dire una parola viene zittita, soprattutto dagli uomini che seguono le partite in salotto, ma se sta zitta zitta può girare libera per casa e ascoltare tutto.
Cinzia ha cinque anni, ma ha già perfettamente capito le dinamiche familiari. E non le piacciono. Mamma e papà, a casa loro, parlano con lei, guardano i cartoni con lei, disegnano con lei… ma quando entrano nella casa dei nonni si adattano alla indifferenza ed alla falsità che lì regnano sovrane.
Cinzia ha cinque anni, ma capisce che lì i genitori indossano una maschera, che lo fanno per non litigare con i nonni e gli zii che invece sono così sempre e ovunque.
Ma Cinzia, che ha cinque anni, proprio non capisce perché qualcuno dovrebbe dimostrarsi peggiore di quello che è solo per abbassarsi al livello di persone che sono brutte e cattive.
Quando in casa dei nonni c’è il suo zio preferito, il fratello più piccolo di papà, Cinzia è felice, perché insieme vedono i cartoni e i film horror, in camera, lontano dalle partite di calcio e dalle chiacchiere. È una piccola isola tranquilla in quel mare ostile. Ma quando non c’è zio Matteo, Cinzia è sola. Gira per casa, tranquilla ed in silenzio, ascoltando le malignità delle zie e gli urli sportivi degli zii. Cinzia sta zitta, ma ascolta tutto. E capisce. Capisce che non vuole far parte di quel gruppo di persone, e che quando sarà grande e potrà scegliere non andrà più a passare le domeniche e le feste in quella casa, con quelle persone. E spera che anche la mamma ed il papà restino con lei, lontano da quella casa.
Le partite sono finite e gli uomini escono per andare a bere l’amaro al bar.
Le donne si impadroniscono del salotto e si siedono al tavolo per giocare una partita a scala 40. Giocano e chiacchierano. Parlano male di chi non è presente. Ma non si stancano mai?
Cinzia si siede sul divano in salotto con loro, che a malapena la notano, assorte come sono nell’analizzare ogni singola parola detta da una prozia durante il matrimonio di un cugino di secondo grado che si è celebrato tre mesi fa a Genzano.
Cheppallecheppallecheppalle
Cinzia parte da casa sempre armata: blocchi da disegno e matite colorate, almeno una Barbie da acconciare e vestire e/o un peluche e tanta pazienza e fantasia.
Ha da passà a jurnata!
Cinzia disegna, e le donne chiacchierano e giocano a carte.
Cinzia impara a fare la treccia ai lunghi capelli biondi di Barbie Sci e le zie chiacchierano e giocano.
La televisione è spenta.
È un pomeriggio invernale particolarmente buio. E lento. Il tempo scorre come una lumaca in stato semi-comatoso.
Cinzia è seduta per terra e sta finendo di costruire una casa con i mattoncini colorati.
Le sta riuscendo proprio bene. È un villino a due piani, in mattoncini rossi, con un patio bianco che gira tutto intorno. Ora Cinzia inizia ad incastrare gli infissi delle finestre. Bianchi.
“Ciao Cinzia.”
Cinzia si gira e non capisce da dove viene la voce. Una voce maschile.
“Qui, Cinzia.”
Cinzia si gira verso la casa di mattoncini.
La voce viene da lì.
“Ciao Cinzia. Come stai?”
Cinzia fissa la casetta che ha appena finito di costruire. È un oggetto inanimato, fermo, immobile. Ma lo fissa talmente intensamente che le sembra che le finestre con gli infissi bianchi somiglino vagamente a degli occhi. E che la porta potrebbe sembrare proprio una bocca…
“Cinzia, tesorina, ti annoi?”
Non ci sono più dubbi. La voce viene dalla casa. Mentre parlava, Cinzia ha visto muoversi impercettibilmente, ma inequivocabilmente le finestre del primo piano e la porta d’ingresso a pianterreno. E poi emana una specie di leggera luminescenza.
“Chi sei?”
“Sono tuo amico. Avevo visto che ti stavi annoiando e ho deciso di farti compagnia.”
“Ma io non ti conosco.”
“Ma se mi hai creato tu!”
“Non è vero! Io ho costruito una casa con i vecchi mattoncini di zio. Tu sei un’altra cosa.”
Cinzia si gira verso il tavolo dove sua madre, la nonna e due zie stavano giocando a scala 40 e spargendo veleno sui parenti assenti.
“Mamma! Mamma, aiuto, ho paura!”
Ma la mamma non risponde. Non si muove.
Cinzia si alza dal pavimento dove era ancora seduta e si avvicina lentamente al tavolo.
Le quattro donne sono sedute ai quattro punti cardinali del tavolino rotondo. Ognuna di loro tiene, con entrambe le mani, cinque carte disposte a ventaglio. I polsi sono appoggiati sul bordo del tavolino. Le quattro donne, con le schiene rigide appoggiate agli schienali delle sedie, fissano con occhi vacui le carte, con le teste leggermente inclinate verso il basso, ma con il collo rigido. La pelle di tutte ha uno strano colorito; è rosa, ma non è il rosa naturale della pelle. È il rosa delle matite colorate, come quello che usa Cinzia per colorare la pelle dei personaggi dei cartoni che ama disegnare.
Cinzia le chiama una per una, a voce sempre più alta, fino ad urlare, lei che in quella casa a malapena sussurra. Se le donne stessero bene la zittirebbero subito con un’occhiataccia. Ma restano immobili e in silenzio.
Cinzia ora ha davvero paura. Ma nella paura per la sorte di sua madre e delle altre ha dimenticato il problema originario: la casa di mattoncini.
E infatti quella, sentendosi trascurata, torna a far sentire la sua voce.
“Cinzia, amorino, in questa casa sei quasi sempre completamente sola. Io sono qui per giocare con te. Non vuoi giocare con me?”
La voce è melliflua, profonda. Tenta di apparire dolce, ma c’è uno stridore di fondo che solo un orecchio allenato alle malignità come quello di Cinzia potrebbe cogliere.
In casa Cinzia è sola con quei quattro manichini che simulano sua madre e le altre. Fuori è buio, freddo e la strada è isolata. Ma Cinzia prende una decisione. Punta la porta, dando le spalle al tavolino con i manichini ed alla casa di mattoncini.
Sta per raggiungere la porta ed è fermamente intenzionata ad uscire, anche senza cappotto.
Si sente circondare la caviglia. Abbassa lo sguardo. Una nebbia verde acido, fluorescente, le avvolge la caviglia. E la blocca. Con gli occhi segue la scia verde e vede che parte dalla casa di mattoncini. La casetta emana quella luce inquietante, che è gassosa e solida ad un tempo. Fasci di luce vengono proiettati all’esterno attraverso le finestre e le porte, come scariche elettriche. Sembra che un temporale si stia scatenando dentro la casetta e che questa stia per esplodere. Ma non esplode.
Il laccio di luce verde serra la presa sulla caviglia di Cinzia e inizia a tirare. Cinzia si sente trascinare sul pavimento. Oppone resistenza, rischia di cadere in avanti e di sbattere la testa, ma all’ultimo momento riesce ad afferrarsi con entrambe le mani alla mostra della porta del salotto. Questo le permette anche di ancorarsi e resistere alla forza che cerca di trascinarla verso la casa di mattoncini.
La casetta ora è arrabbiata e getta la maschera dell’amicizia.
“Perché mi resisti? Perché non vuoi far parte del mio mondo? Tu DEVI entrare e giocare al mio gioco!”
“NOOOO! Non vogliooo!”
In quel momento la porta d’ingresso si apre e, insieme ad una ventata gelida, entrano il papà, il nonno e gli zii che erano andati a bere l’amaro al bar. C’è anche zio Matteo!
“Abbiamo portato le pastarelle, signore!” annuncia uno degli zii sorreggendo un vassoio.
Le quattro donne al tavolo da gioco tornano umane .
Il fascio di luce verde scioglie il suo abbraccio dalla caviglia di Cinzia, striscia a ritroso verso la casetta che si spegne e torna ad essere una banalissima casa giocattolo di mattoncini.
Tutto questo si svolge in una manciata di secondi.
Cinzia si lancia al collo del padre, felice e sollevata.
“Che succede Cinzia?”
“Papà, la casa di mattoncini è cattiva…” inizia a dire, avendo paura di non essere ascoltata o di essere ascoltata e presa per matta. Ma deve raccontare al padre quello che è successo.
Il papà di Cinzia si avvicina alla casa di mattoncini, alza il piede e lo cala distruggendo la costruzione.
“Problema risolto!” annuncia e sorride rivolto a sua figlia.
Cinzia prova un sollievo indescrivibile.
Ora sa che nessuna situazione è senza via d’uscita.

“Cinzia! Cinzia, dai che la cena è in tavola.”
Cinzia apre gli occhi. Si era appisolata sul divano del salotto, mentre faceva la treccia a Barbie Pista da Sci. Guarda per terra. Nessuna casa di mattoncini. Guarda i suoi parenti: non sono manichini. Guarda la tavola imbandita. Guarda la televisione; c’è Dribbling. Quella dannata musichetta la perseguiterà per anni. Ma almeno seduto a tavola c’è zio Matteo. Il posto vicino al suo è libero, per lei. Sa che dovranno parlare poco e a voce bassa, ma è comunque felice.
Cinzia ha cinque anni, ma ha già imparato a cogliere il lato positivo dalle situazioni negative. E sa che quando sarà più grande potrà scegliere da sola chi frequentare e chi no.
E decide che trasformerà questi suoi pensieri in storie da scrivere e da far leggere a chi lo vorrà.

N.d.A. Un po’ storia di vita vissuta, un po’ sogno, un po’ auto-psicoanalisi.

Links

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Racconto

14

di Luca Masculo Legato


Questa prosa nasce da un ricordo di qualche anno fa. Era il tempo in cui mi recavo ogni mattina contento a lavoro, certo che ogni presenza là dentro contribuiva ad aggiornare il contatore delle ferie maturate. Quel Natale, durante il mio ritorno a casa per le feste, regalai a mio fratello, allora poco più che un infante, un libro tanto bellissimo quanto illuminante (mi sono accorto della geniale rima solo nel rileggere la frase, ndr), Il Piccolo Principe di Antoine de Saint-Exupéry. Io da quando l’ho letto, non ho mai smesso di sognare la mia volpe addomesticata…

Comunque, confezionai il regalo, con tutto compreso nel prezzo, una dedica di cui non ricordo le parole precise, ma diceva lui qualcosa come il fatto che: non spettava a me indicargli la vita, ma che però avrei potuto sforzarmi sino al collasso nel ripetergli di non smettere mai di sognare.

Speravo un giorno avrebbe capito quanta leggerezza può dare il peso di quelle parole. Ed a meno di brutali e future delusioni, mi pare il mio fratellino abbia saputo leggere davvero!

Da sempre sono stato attratto dal colore viola. Prima non capivo, ma poi ho ricordato che, in pittura, nasce mischiando il blu col rosso. Miei colori preferiti: quelli dell’immenso e della passione. E poco più di qualche giorno fa, nella stessa mia stanza ove, solo pochi mesi prima, vidi raffigurata la mia Caporetto durante un azzardato tentativo di orgiastica redenzione, m’imbattei ne I Fiumi di Ungaretti. “Il mio supplizio è quando non mi credo in armonia” – dice testualmente. Proprio così. L’armonia, che bella e necessaria cosa l’armonia. Sono anch’io come Giuseppe, analizzai.

Ma sono anche un romantico di merda. E credo troppo in quella sciagurata giustizia che troppe volte mi ha negato la grazia. Sicché, sono sempre stato insofferente al cannibalismo dell’anima perpetrato da taluna gentaglia. Intollerante a cittadini le cui foto-tessera sono ottime durante un’indigestione. Più potenti di due dita in gola.

Stomacato da una città che vorresti vedere di colpo saltare in aria. Così, una botta sola. Una bella botta. BAM !!! Come se con questa, fosse possibile veder svolazzare tutto il suo cinismo, l’odio, l’indifferenza per l’essenziale. E la sua rincorsa al superfluo.

Quello stesso pomeriggio de I Fiumi, “armonicamente” adagiai le valigie sul letto. Non credendo più alla città, non credendo più alla lotta. Non credendo più a niente.

Con grazia da manuale, mi misi a piegare il primo maglione, indiscutibilmente convinto che nel prossimo viaggio a ritorno da definire, avrei fatto a meno di lui e di tutta la sua compagnia invernale. Operazione che subì il primo rallentamento dei lavori a causa di una suoneria, attraverso la quale il telefono annunciava di essere ancora tra i vivi. Allo stesso modo in cui, così limpida, baritonale e viva era la voce dall’altra parte della linea. Ed io ancora troppo morto per credere che con una telefonata, nemmeno pagata da me, mi ero levato dai cabbasisi tutti i colloqui-farsa del Sistema-Paese.

La voce era di un umano, tra i pochi cui penso abbiano davvero un’anima. Mi sono chiesto spesso se, anche lui come la Maga del romanzo di Cortazàr, ha capito che per arrivare al Cielo bastano solo un sassolino e la punta di una scarpa. A me non sono ancora bastati quindici mesi per espiare la colpa di averlo ferito, deluso, straziato. Chiamava per buttare sul tavolo (visto che il letto era occupato!) i suoi progetti. Tra quei progetti c’ero anch’io. C’era la mia seconda possibilità.

“La mia più grande vittoria, in un’Italia martoriata, spolpata, umiliata, dove il lavoro è più facile perderlo, è quella di dimostrare che si può rischiare e riuscirlo a dare!”

Quella poetica rivoluzionaria mi ha commosso. Al pari di Pertini che dice: “non ci prendono più, non ci prendono più!”

È buio da più di un pezzo. Da molti pezzi, preciserei per rendere meglio l’idea. Il bar è lo stesso. I bicchieri forse pure, ma sembrano puliti:

  • Cicchetti, direi che ho fatto 13!
  • Hai fatto 14, Luca!

 

 

Racconto

Hide & Seek

di Monia Guredda

 

19-07-16 (2).jpgLa ragazza camminava tranquilla. I suoi due cani avrebbero voluto, se non correre, almeno aumentare di una tacca la velocità, ma quella era la passeggiata serale, e doveva essere rilassante. Nelle orecchie la musica della sua playlist, i suoi cani al fianco e tutt’intorno la campagna romana.

Uno dei pochi lati positivi di quel paesino fuori dal mondo era che si poteva passeggiare tranquilli anche la sera tardi. Tanto, a San Gaetano, l’età media era di 87 anni, quindi, anche se ci fosse stato un maniaco in giro, la ragazza avrebbe fatto in tempo a scappare, tornare a casa, mettere una torta in forno e fare una doccia, e intanto il maniaco avrebbe fatto sì e no sette passi malfermi nella sua precedente direzione. O più probabilmente sarebbe stramazzato a terra per un coccolone.
Quindi Matilda, il suo mp3 e i suoi cani, stavano passeggiando tranquilli e beati in una zona totalmente disabitata. La musica aveva guidato la ragazza su una stradina sterrata, lontana dalla via principale (fa ridere chiamare così una via su cui passano trattori e vecchi Pandini guidati alla roboante velocità di 40 km/h da vecchietti con la scoppola), in cui, a destra e a sinistra, sorgevano scheletri di villini iniziati e mai finiti. Storie di mazzette. Probabilmente non ne avevano sganciate abbastanza.
I loro sorrisi sdentati ferivano il paesaggio circostante con la loro incongruenza e davano fastidio alla vista che era costretta, per una strana malia, a soffermarsi maggiormente su di loro che sui colori della natura che li circondava. Che anzi, ormai li aveva quasi completamente inglobati, portando a termine ciò che l’uomo aveva iniziato, dando però vita ad abitazioni fiabesche, uscite dall’illustrazione di un racconto dei fratelli Grimm.
Il crepuscolo aveva trasformato il cielo nella tavolozza di un pittore impressionista, ma ora i colori pastello erano sfumati, lasciando il posto solo a quell’intenso violetto che precede la notte vera e propria.
“Baby i can see your halo, you know your my saving grace…” Questo cantava Beyonce nelle orecchie della ragazza, che respirava a pieni polmoni quell’aria profumata delle sere d’estate. I cani tiravano i guinzagli e, per annusare tutto ciò che li circondava, facevano uno strano balletto, alla fine del quale di solito si trovavano intrecciati come escapologi alle prime armi.
A Matilda piaceva il contrasto tra la musica ad alto volume nella sua testa e la tranquillità assoluta del paesaggio nel quale era immersa. Un film tutto suo.
La campagna era tranquilla, ma viva. Le era capitato di vedere gli animali più incredibili (per una che nata e cresciuta in città). Topi, di varie forme, colori e dimensioni, volpi, ricci, spinose col muso da demone, cinghiali, mucche, pecore, capre, asinelli, tartarughe, lucertole, gechi, serpenti e insetti di mille tipi diversi. Ormai non saltava più spaventata come i primi tempi, quando avvertiva un fruscio o notava un movimento con la coda dell’occhio.
Ma adesso qualcosa la costrinse a girare la testa. In una delle case mai finite intorno a lei, notò, percepì, un movimento.
Ovviamente, in quelle costruzioni dimenticate, ci saranno state intere colonie delle più strane specie di animali. Ma in quanti si affacciavano alla finestra?
La ragazza teneva lo sguardo fisso sulla finestrella di una mansarda con tetto spiovente di un villino bifamiliare, mai finito e mai abitato da nessuna famiglia.
E lo vide. Vide un volto bianco, con grandi occhi neri, che sembrava galleggiare nell’oscurità della mansarda in cui mai nessun bambino aveva potuto giocare.
La ragazza fissava il volto, ed il volto fissava la ragazza. Quell’ovale bianco venne inghiottito dal buio che lo circondava e Matilda tornò padrona dei suoi muscoli. Anche il cuore riprese a battere. La ragazza riuscì a distogliere lo sguardo dalla finestra e iniziò a pensare di aver scambiato uno straccio o un riflesso per un volto. Iniziò a calmarsi. Ma poi guardò i suoi cani e li vide puntare quella casa, con il naso fremente, le orecchie alzate e i denti scoperti. Dunque non era pazza, non soffriva di allucinazioni ed era certo che in quel villino ci fosse qualcosa. Questo pensiero non la tranquillizzava. Tirò il guinzaglio dei suoi cani e si avviarono insieme verso casa a passo spedito.

Non trascorse una nottata serena.

La mattina dopo si alzò di buon’ora (tanto aveva dormito poco o niente) e decise di andare alla biblioteca della città vicina, più grande e maggiormente civilizzata del paese in cui viveva.
Matilda si sedette ad una delle scrivanie presenti nella sala internet, di fronte ad un pc vecchio modello, ma con una buona connessione. Li valeva due euro l’ora.
Era partita con le migliori intenzioni, ma ora che si trovava di fronte la barra bianca di Google non sapeva che cercare. Frodi edilizie? Facce bianche volanti? Fantasmi della tradizione romana?
Alla fine decise di partire da una base ovvia e digitò San Gaetano (Rm).
E ne uscirono di risultati! Sembrava che l’ameno paesino fosse stato teatro non solo di set cinematografici, ma anche di diversi fatti di cronaca nera (hai capito i tranquilli paesani!).
Trovò diversi articoli di giornale su un bambino che avrebbe tempo addietro ucciso il padre con l’attizzatoio del camino, per difendere la madre; altri su una donna, la più vecchia del paese, una sorta di leggenda locale, che viveva segregata in casa da quando aveva vent’anni a causa di un sogno in cui sua madre le preannunciava la sua morte.
La ragazza scorse decine di notizie e alla fine cliccò su un articolo datato 29/10/83: 
“Bambino scomparso: ancora nessuna traccia”:
Ancora nessuna traccia del piccolo Edo Radelli (7 anni), scomparso dalla casa in cui viveva con la madre dopo la separazione dei genitori, il 22 ottobre scorso. Le forze dell’ordine hanno setacciato il paese, la stazione e anche alcuni dei paesi lungo la linea ferroviaria. Gli inquirenti hanno parlato con i parenti e gli amici di famiglia e gli psicologi della polizia stanno interrogando gli amici ed i compagni di scuola di Edo. Ne sta emergendo il ritratto di un bambino scosso dalla violenta separazione dei genitori. Le maestre del piccolo dichiarano che Edo era cambiato, negli ultimi mesi; i suoi ottimi voti erano bruscamente peggiorati e litigava spesso con i suoi amichetti. Gli psicologi stanno analizzando i disegni del bambino. Sembra che il piccolo Edo amasse disegnare grandi case con giardino, animali e cieli azzurri, ma che negli ultimi disegni il cielo fosse nero e che gli animali in giardino fossero sporchi di sangue. “La colpa è evidentemente del mio ex marito, che non si è mai curato dell’educazione del bambino! Anche prima del divorzio non stava mai con lui. Il piccolo è sempre stato con me”. Queste le dure parole della ex signora Radelli, a cui fa immediatamente seguito la replica del legale del signor Radelli: “Il mio assistito è sinceramente sconvolto per la scomparsa di suo figlio. Offre una generosa ricompensa a chiunque saprà fornire informazioni sul piccolo. E ricorda alla sua ex moglie che del bambino si occupava la tata, Consuela Rodriguez, non certo lei.”

Matilda lesse sullo schermo questo terribile articolo e le vennero le lacrime agli occhi. Forse era poco per trarre delle conclusioni, ma le pareva di capire in quale ambiente familiare vivesse il piccolo Edo, che nel 1983, l’anno in cui lei era venuta al mondo, aveva appena sette anni. Erano passati 32 anni da allora. La ragazza dimenticò il motivo per cui fosse lì e continuò a cercare notizie su Edo.

La Gazzetta di San Gaetano  03/11/83:
“BAMBINO DEL LUOGO  SCOMPARSO: GENITORI E COMPAESANI POCO COLLABORATIVI”
Polizia e Carabinieri continuano a cercare tracce del piccolo Edo, il bambino che tiene col fiato sospeso tutta Italia, tranne i suoi genitori ed il paesino di San Gaetano, in provincia di Roma, dove il bimbo vive con la madre. Gli inquirenti sono sgomenti dinanzi alla totale mancanza di collaborazione da parte di compaesani che continuano a ripetere: “E’ un bambino. Salterà fuori.”come se non ci fosse nulla di allarmante. I genitori di Edo, dopo aver passato i primi giorni chiusi nelle rispettive case a lanciarsi insulti ed accuse, ora parlano solo tramite i loro rispettivi legali, che ci assicurano che “I nostri assistiti non stanno risparmiando mezzi né risorse nel tentativo di trovare loro figlio”. Ciò non toglie che non si sono mai uniti alle squadre di ricerca, particolare, questo, che non manca di suscitare indignazione nell’opinione pubblica e perplessità tra gli inquirenti.

Matilda ne fu allibita. Sospettava che ad Edo fossero toccati in sorte quel tipo di genitori, ma vedere i suoi sospetti confermati, nero su bianco, in modo così atroce, la sconvolse. Continuò la ricerca e trovò:
11/11/83: “Inviati avvisi di garanzia ai genitori ed alla tata del piccolo Edo”.
Dopo aver interrogato parenti, amici e collaboratori degli ex coniugi Radelli ed aver controllato tabulati telefonici e conti in banca, gli inquirenti hanno scoperto il motivo del violento divorzio. Emerge dalle indagini che il signor Radelli intrattenesse da mesi una relazione extra-coniugale con la ventottenne tata del figlio, la salvadoregna Consuela Rodriguez. A riprova di ciò, la polizia ha  confrontato i prelievi dal conto personale del signor Radelli con i versamenti sul conto della signorina Rodriguez, che avvenivano puntualmente a distanza di poche ore. Si parla di svariati milioni di lire. La ex signora Radelli avrebbe scoperto la tresca del marito proprio grazie ad un controllo sul conto del coniuge. La tata è stata immediatamente licenziata ed il marito sbattuto fuori di casa. Con queste prove, il signor Radelli, sarà costretto a versare un mantenimento faraonico alla moglie tradita, alla quale ha già dovuto cedere la villa in cui viveva col piccolo Edo.

Povero Edo, che famiglia di merda avevi.
La ragazza continuò la ricerca sul piccolo e si avvide che l’inchiesta, vista questa svolta, si era inevitabilmente trasferita dalle colonne di cronaca dei quotidiani alle pagine scandalistiche dei settimanali per casalinghe.

DONNE & CRIMINI. 13/11/83:
“TUTTA LA VERITA’  SULLA TORBIDA VICENDA DEL BIMBO SCOMPARSO.  LA TATA DI EDO E SUO PADRE: UN TRIANGOLO IN CASA”
Sconvolgenti rivelazioni sulla famiglia del povero, piccolo Edo.
Dai racconti fatti da personale licenziato o fuggito da quella casa, sembra che Edo vivesse nella sua gabbia dorata con un padre fisicamente assente ed una madre che c’era, ma che non si curava minimamente di lui.
Edo veniva svegliato lavato e vestito dalle varie tate che si avvicendavano nella sua giovane vita. La ex signora Radelli aveva qualcosa da ridire su ognuna di loro e le licenziava, come faceva con cuochi, giardinieri e cameriere. Chi non veniva licenziato se ne andava di sua spontanea volontà, come ci racconta in esclusiva Maria (un nome di fantasia per proteggerne la privacy). “In quella casa si viveva in una tensione costante. Un alone su un tovagliolo, una sedia leggermente storta, un tappeto con un angolo piegato, potevano generare altrettante crisi isteriche della signora. Si aveva paura di respirare, in quella casa. Il piccolo era un angelo, parlava poco e giocava in silenzio in camera sua. Cenava con la madre e rispondeva solo alle domande che lei gli faceva. Sembrava sempre un esame. Ha avuto più tate lui che il principe d’Inghilterra; non faceva quasi in tempo ad imparare il nome. Poi è arrivata Consuela. Si sono piaciuti subito. La signora, dopo neanche tre mesi voleva licenziarla perché il bambino aveva la camicia fuori dai pantaloni. E lì, una scena incredibile. Edo ha urlato ‘NO!’ e si è attaccato alla gonna di Consuela, guardando fisso la madre, che, shockata da questo atteggiamento del figlio, era diventata rossa di stizza. La signora stava per aprire bocca, quando Edo l’ha preceduta: ‘Non voglio che Consuela va via! Lei mi legge le mie storie preferite, mi prepara i dolci del suo paese, mi vuole bene. Tu non mi vuoi bene!’ Immagini la faccia della signora Radelli dopo che il figlio le aveva fatto fare una figura simile davanti a tutto il personale di servizio! Ma ha ingoiato il rospo. Evidentemente da allora ha tenuto d’occhio Consuela fino a quando non ha scoperto che non solo se la intendeva col marito, ma che soprattutto le stava prosciugando il conto in banca. Quella scena è stata mille volte peggio; il signor Radelli, a testa china, negava, la signora Radelli più che urlare, sibilava, sventolando gli estratti conto della banca. E Consuela era salita con calma in camera sua, aveva fatto le valigie ed era scesa di nuovo nell’ingresso. Stava per uscire quando il piccolo le è corso incontro piangendo. Io ero lì vicino e ho visto e sentito tutto. La signora Radelli si tirava dietro il bambino neanche fosse una scimmia e Edo tendeva le braccia verso Consuela. Alla fine è riuscito a divincolarsi dalla presa della madre ed è corso ad abbracciare la sua tata; lei lo ha stretto e gli ha detto ‘Torno a prenderti e ti porto via con me’. L’ho sentito con le mie orecchie e l’ho detto agli investigatori!”.
E sembra che gli investigatori stiano dando un certo peso alle dichiarazioni di Maria, infatti hanno iscritto nel registro degli indagati sia i genitori di Edo che la sua ex tata. Da indiscrezioni emerge che la salvadoregna Consuela Rodriguez aveva ritirato dal suo conto i milioni che le aveva versato il suo amate proprio la mattina precedente il suo licenziamento. Non si hanno tracce della presenza della Rodriguez in Italia. Gli inquirenti hanno chiesto la collaborazione dei colleghi del Salvador, ma per ora della donna nessuna traccia. Potrebbe aver mantenuto la promessa fatta al bimbo ed averlo portato con sé? E se sì, ora dove sono?

15/11/1983:
Le forze dell’ordine continuano a seguire le tracce di Consuela Rodriguez. “Non è facile; la donna dispone di una grande quantità di contanti ed è difficile tracciare i suoi movimenti” ci dice il Comandante Florenzi, che aggiunge “Siamo comunque riusciti a rintracciare un uomo noto alla giustizia che, messo sotto torchio, ha ammesso di aver fornito alla donna una carta d’identità ed un passaporto con un nome falso. Seguendo questa nuova pista abbiamo scoperto che la donna, che ora si fa chiamare Mariana Lux, è atterrata all’aeroporto di La Pax. Da lì in poi se ne perdono le tracce. Sospettiamo che abbia cambiato nuovamente identità”.

Matilda leggeva e non sapeva che cosa sperare. Forse Edo viveva felice nel Salvador, dove era scappato con l’unica persona che gli aveva dimostrato affetto. Ma ora sembrava tristemente evidente che quell’affetto era interessato. Povero piccolo, chi gli voleva davvero bene?
La ragazza continuava a scorrere i titoli di vari giornali, ma si parlava sempre più delle truffe immobiliari e delle relazioni extra-coniugali del signor Radelli che del piccolo Edo. Le cadde l’occhio su un titolo: “Bloccata la costruzione del nuovo complesso residenziale in zona San Gaetano della Radelli costruzioni s.r.l.; il G.I.P. sospetta un giro di mazzette tra la società di Radelli ed il Comune”.
Il complesso residenziale a San Gaetano… le villette mai finite… non può essere un caso.
Matilda spense il pc, paga per le due ore di cui aveva usufruito e si avviò direttamente alla scuola elementare della cittadina, che si trovava a poche centinaia di metri dalla biblioteca. Sapeva dai giornali che Edo aveva frequentato la seconda elementare proprio in quella scuola intitolata a Dante Alighieri.
Mentre camminava elaborò un piano. Arrivata in segreteria disse, con una tranquillità che non provava, ma che simulava bene: “Buongiorno, sono una laureanda in psicologia infantile. Sto scrivendo una tesi sullo stretto legame tra disegno ed emotività nei bambini; potrei consultare i vostri archivi e vedere qualche disegno dei vostri alunni? Ovviamente non citerò i loro nomi”.
La bidella restò un momento perplessa, ma la ragazza aveva proprio la faccia della brava studentessa e la accompagnò all’archivio. Ovviamente aveva intenzione di restare comunque con lei, ma venne chiamata da una collega per un’emergenza: uscendo dalla mensa un paio di ragazzini avevano dato di stomaco in corridoio. Di nuovo.
“Signorina, io devo proprio andare… la posso lasciare da sola? Mi fa stare tranquilla?”. Matilda non ci sperava davvero in questo colpo di fortuna, così sfoderò il suo miglior sorriso da sonounabravaragazza, e disse: “Vada tranquilla, non la metto nei guai. Do un’occhiata e rimetto tutto dove stava”.
La vecchia bidella se ne andò tranquilla e Matilda puntò dritta alle cartelle dell’anno 1983. Cercò e trovò quella con su scritto Edo Radelli. C’erano decine di fogli con disegni e temi fatti dal piccolo. Matilda iniziò a sfogliarli. Quello che dicevano i giornali era vero: Edo disegnava una casa, immersa in un giardino assolato, con un bel cane scodinzolante, un bimbo che rideva ed una donna con una torta in mano. Il bimbo aveva la pelle rosa mentre la pelle della donna era stata colorata con una matita marrone. Il disegno portava la data 12 maggio 1983.
Matilda prese un foglio protocollo dove, con una sghemba grafia infantile, trovò scritto:

28 maggio 1983
Tema: Il mio sogno, di Edo Radelli
Svolgimento
Il mio sogno è vivere in una casa nuova nuova, che ancora non è stata costruita, e di andarci a vivere con Consuela e con il cane che mi farà prendere al canile. Mamma non mi fa prendere un cane, anche se io lo chiedo sempre e dice che un giorno me ne comprerà uno bello, non uno zozzo del canile. Nella casa nuova io giocherò in giardino con un cane zozzo ma buono e ci rotoleremo nell’erba fresca, mentre Consuela ci prepara tante cose buone da mangiare e ci canta le sue canzoni, che io non capisco, ma mi piace il suono. Papà è gentile con Consuela e forse a lui qualche volta lo inviteremo nella casa nuova. Ma ci viviamo solo noi. Questo è il mio sogno, ma Consuela mi ha detto che è una cosa vera, che se desideri tanto tanto una cosa poi succede e che un giorno io e lei avremo davvero una casa nuova tutta nostra e che se uno dei due arriva prima deve aspettare l’altro. Io sono un bambino che mantiene le promesse e anche Consuela è come me.

Matilda finì di leggere il tema e sentì nella mente le informazioni che andavano ognuna al suo posto, come i pezzi di un puzzle. Continuò a guardare i lavori di Edo. Trovò un altro disegno. La data scritta in alto a sinistra era 30 settembre 1983. Questo disegno era lo specchio del precedente, ma uno specchio deformante. C’era la stessa casa, sviluppata su due piani più una mansarda con tetto spiovente. Lo stesso giardino. C’era un cane, ma accucciato, triste, sotto la pioggia che cadeva da un cielo nero. Non c’era nessuna donna e tantomeno la torta. Non c’era traccia del bambino.
Matilda stava per chiudere il fascicolo quando notò uno scarabocchio che le era sfuggito. Si vedevano segni di matita cancellati sul foglio. Matilda cercò nella sua borsa e trovò una matita; la passò di piatto sui segni vecchi di 32 anni. Affiorò in negativo la scritta ti aspetto. Queste due parole erano scritte all’interno della finestrella della mansarda.
L’ultimo pezzo del puzzle andò al suo posto e Matilda vide l’immagine nel suo insieme.
La consapevolezza le causò un capogiro. Riuscì a riprendersi, mise tutto a posto come aveva promesso, salì in macchina e torna a San Gaetano. Ma prima si ferma alla pasticceria lungo la strada di ritorno.

Adesso Matilda era ferma davanti l’ingresso senza porta di quella casa mai finita. Nella mano sinistra reggeva una torta, nella mano destra i guinzagli dei suoi cani, che scodinzolavano felici.
Fece un colpo di tosse per schiarirsi la voce e annunciò: “Edo! Mi chiamo Matilda, e ti ho portato una torta e degli amici per giocare. Scendi?”.

N.d.A. L’incipit è la trascrizione fedele di fatti e pensieri. Avevo portato fuori i cani  per la passeggiata serale e ho visto gli scheletri di alcune ville in costruzione. Ho pensato: e se si affacciasse qualcosa? Ho voluto dare corda a questa domanda assurda.

Racconto: “Non tornerà” di Daniele De Angelis

Dormo molto, in quest’ultimo periodo. E non ho alcuna voglia di mangiare. Il cibo è li, davanti ai miei occhi, ormai da diversi giorni. Sta cominciando ad emanare un cattivo odore, tanto che mi riesce difficile anche solo avvicinarmi ad esso. Siamo in inverno, sento che fa freddo, eppure sono costretto, con molti sforzi, ad aprire un po’ di più tutte le finestre della casa. Maledetto cattivo odore.

Cammino per le stanze dell’appartamento. Non è grandissimo, però fino a poco tempo fa ci stavo bene. Il fatto è che mi annoio; e quando ci si annoia è come se i pensieri prendessero una direzione sbagliata, andando a finire dove non dovrebbero. Non riesco proprio ad evitarlo. E subito dopo l’angoscia si impadronisce di me.

Qualcuno viene a trovarmi, al mattino ed alla sera. Mi accompagna fuori per una breve passeggiata. Ma io non li conosco, non riesco a stabilire alcun rapporto con loro. Mi fanno capire che non avrò altro cibo se non mangerò quello che mi hanno preparato ormai non ricordo più quando. Maledetto cattivo odore. Si insinua nelle mie narici sino a trapanarmi il cervello. Vorrei buttare tale robaccia direttamente nel cesso, se solo fossi in grado di farlo.

Purtroppo, tra la passeggiata mattutina e quella serale, c’è tutta una giornata da far trascorrere. Non resta che il sonno, ora leggero ora profondo. Anzi, il più delle volte tanto leggero da essere interrotto con facilità estrema. Allora esco in balcone e guardo in basso. Vedo un grande giardino, sempre lo stesso lungo il quale avrei voluto correre e mai ho potuto farlo. Ci sono dei bambini che mi pare di capire giochino a nascondersi. Ma non dovrebbero essere a scuola? Non riesco a rendermi conto se sia mattina oppure pomeriggio. Gridano, strepitano, ma non comprendo il significato di quei suoni. Però sembrano felici; e questo, non so spiegarmene con esattezza il motivo, mi fa sentire meglio.

Mi rimetto a dormire, sperando in qualche sogno più sereno dell’ultimo, in cui cercavo Gianni per ogni angolo del quartiere. E’ tanto che manca da casa, Gianni. Mai mi aveva lasciato solo per così tanto tempo. Non riesco proprio a spiegarmelo.

Sento il rumore della serratura, la porta di casa si sta aprendo. Non ho più la curiosità di vedere chi è, saranno loro a venire da me. Tanto l’istinto mi dice che non si tratta di Giovanni. Stavolta è una ragazza. Mi pare di conoscerla, l’avrò incontrata un paio di volte, probabilmente abita in questo stesso complesso. Mi guarda, io guardo lei. Con una mano si copre naso e bocca. Maledetto cattivo odore.

La osservo con sollievo gettare il cibo nella spazzatura. Mi dice di prepararmi per uscire. Mi alzo lentamente. Anch’io comincio ad avere una certa età, del resto.

Calano le ombre, un altro giorno è venuto meno. C’è del mangiare appena preparato in cucina, credo sia ancora caldo. Continuo a non aver fame. Forse lo assaggerò domani. Forse.

Ormai è notte e non so dove coricarmi. Prima Gianni mi faceva dormire in camera sua, sopra una piccola e comoda branda ai piedi del letto.

Non tornerà. Ci sono migliaia di domande a cui non sono capace di dare risposta, dubbi che mi assillano continuamente. Eppure sento che Gianni non tornerà più, e senza riuscire a darmi una qualsiasi spiegazione al fatto.

Apro la finestra quel tanto necessario a farci passare il mio corpo. Vorrei andare in terrazzo ad abbaiare qualche minuto alla luna, così, tanto per non impazzire. Ma il cielo è nuvoloso. Torno dentro e mi accuccio sotto al tavolo della cucina. Almeno non avverto più quel maledetto cattivo odore.

CastAway: Fabio in viaggio

[Inauguriamo lo spazio dei racconti di viaggio, con la prima pubblicazione delle riflessioni di un velista tra terre e mari, Fabio Baccianella, ndr]

“Verso Cascais”

Si parte finalmente…

si parte.

Dove sto andando ancora non lo so.

E forse non so neanche bene perché.

Mi hanno augurato di trovare quello che cerco

ho risposto che vorrei perdere quello che mi porto

e che non desidero.

Sarà vero?

Questa volta, almeno, ho l’impressione

che non sto fuggendo.

Vorrei andare verso nuove prospettive.

Nuovi punti di vista.

Eppure anche fuggire richiede forza.

Determinazione. Messa in discussione.

Anche fuggire ha un senso

e porta delle risposte, delle intuizioni.

Ma questa volta non voglio alibi.

Il percorso deve proseguire.

Ogni responsabilità deve corrispondere alla propria azione. Solo mia.

Oggi si parte, e non si torna più indietro

 

4 novembre

Sono sceso dall’aereo.

Sento una strana ansia. Ho paura.

Mi vengono alla mente ricordi,

ambienti familiari.

Mi appaiano gli amici,

i colori dei miei luoghi.

Le mie quotidianità.

Sono sul bus che porta al terminal.

Scendo. Cammino guardandomi intorno.

Non c’è niente di strano.

Tutti gli aeroporti sono uguali.

Proseguo, lento.

È la mia velocità, lo sarà sempre ormai.

Tutto mi torna familiare.

E la paura cambia, si evolve.

Ansia si, ma desiderio.

Andare oltre? Dove? Perché?

E la malinconia sale

nel pensare al passato,

a chi non c’è più.

A chi non potrà più esserci.

A chi non partirà mai. E vorrebbe.

E vado avanti. Fra le piccole cose di Lisbona

che mi passano davanti attraverso i finestrini del bus.

 

5 novembre

Cascais è una bella cittadina, un’oretta da Lisbona.

Meson dice che è una città di plastica.

Forse è vero.

Mi domando cosa ci sia di male.

Ci sono sempre state città di plastica. Magari di pietra, ma in un certo senso,

sempre di plastica.

Gli spazi sono ampi, accessibili.

È una città pulita ed organizzata.

Lungo la costa una passeggiata da fare a piedi o in bicicletta.

La pista ciclabile è lunghissima,

proprio sopra le scogliere a picco, che a volte si aprono, e lasciano entrare l’acqua.

Ci sono grotte aperte da archi naturali che sembrano un nascondiglio perfetto,

inaccessibile, anche per un fuggitivo.

La lapide di plastica dice:

Una città di valorosi soldati

ed esperti marinai.

Ed ancora oggi ci sono esperti marinai ed un forte senso civico.

Si, mi viene da pensare,

è una città di plastica. Bella. Accessibile.

Come ce ne sono sempre state.

Meson è un ragazzo giovane, ottimista ed allegro.

Non alto, anzi, decisamente basso.

Atletico e scuro; Ha gli occhi chiari.

Ha deciso di vivere fuori dagli schemi.

Senza nulla, o quasi.

Due chitarre, una fisarmonica ed il suo inseparabile cane.

Qualche abito.

Conosce tre, quattro lingue ed ha deciso di vivere suonando.

Ha un progetto:

vuole vivere donando se stesso e la sua musica.

E così viaggiare e guadagnare e …

proseguire.

Mi sembra un ottimo progetto, almeno non peggiore di tanti altri.

Per lo meno sa suonare bene. Questa è la base. La condizione di partenza.

 

6 novembre

Nel 2013 un gruppo di ragazzi, qui, a Sines, si è presentato alle elezioni.

C’è un loro murales, autorizzato e ben fatto a propaganda delle loro idee.

Ho come l’impressione che ci si lamenti ovunque delle stesse cose.

Questo mi fa pensare al senso delle cose.

Insomma, non così drasticamente…

Penso a cosa dia un senso e se ci sia un motivo per rifletterci su.

Mi vengono in mente i miei.

Tanto diversi fra loro.

Mi commuovono immagini del loro passato:

sorridenti, entusiasti nei loro anni più giovani. Violenti, potenti.

Ancora sorridenti sì, ma sdentati; nella loro vecchiaia. Deboli, stanchi, crudeli.

Tuttavia sempre sorridenti, verso di me.

Chiudo gli occhi, silenzio le orecchie ed immagino che tutto si spenga,

finisca.

Immagino il mio cuore lentamente smettere di fare rumore

e il nulla.

Non mi sento affrancato ne sprecato.

Semplicemente non sono: non ci sono.

Non amo troppo la solitudine.

Mi sento a disagio, tuttavia, se mi trovo costretto, obbligato nella mia libertà di muovermi.

Le persone mi affascinano e le loro opere, riempiono.

Mi piace guardarle, invaderle senza che se ne accorgano.

Ora mi sento tranquillo, sono nel bar con le pareti piastrellate di giallo,

la vetrina dei fritti, la macchina del caffè.

Piccoli tavolini quadrati con le sedie abbinate, blu.

Il locale è affollato di sole donne anziane. Bevono caffè, smangiucchiano.

Una città di marinai.

Sono immerso nel loro lento e continuo portoghese mentre la radio trasmette i Supertramp.

Finisco il caffè e mi fermo un po’ ad ascoltare.

Racconto: “Il catodico geloso”

IL CATODICO GELOSO

di Sergio D’Amaro

Stava esposto da pochi mesi nella vetrina del signor Bartolomeo Taddei. Un negozio scintillante di luci sulla strada che ospitava innumerevoli attività umane, dallo struscio serale allo scambio di informazioni nelle sezioni dei partiti locali. Una vita ad ondate, a cadenzati impulsi che decidevano improvvise scosse o lunghi languori. Nell’eccessiva illuminazione della vetrina il televisore Geloso brillava di riflessi che colpivano la superficie convessa dello schermo. Sembrava che si animassero, screziandosi a seconda della posizione dello sguardo e forse seguendo i cambiamenti istantanei dell’anima. Chi passava, non poteva nascondere un moto di meraviglia o un sospiro di desiderio.

La madre di Lucio lo puntava da settimane, sempre più convinta che quella scatola magica avrebbe dovuto ridursi ben presto in suo possesso. La pensava così anche Lucio, che a dieci anni era rimasto completamente ammaliato da quel primo importante specchio delle sue brame. Se mi avessero interrogato, avrei potuto rivelare gli alti e i bassi della mia storia e perché adesso, da poco tempo, mi ero ritrovato inerme divo sotto i fari abbaglianti del negozio del signor Taddei. Decisi, però, di rimanere un mistero e rivestito di un rassicurante colore misto di grigio e avorio mi disposi ad accettare la compagnia di Lucio e della sua famiglia. Non che fosse una casa prestigiosa, tutt’altro! Nella stanza, un tavolo, un divano, due poltrone, alcune scene mitologiche, un calendario a fogli staccabili con le cifre rosse. Alla parete di destra una vecchia credenza e due ninnoli di ceramica. Ero piombato, me ne avvidi, nel bel mezzo di un campione di proletariato appena emancipato dai più pressanti bisogni economici. Avrei potuto, in tal modo, diventare il suo sogno di modernità e trascinarlo nel vortice di un futuro che stava per esplodere.

Lucio era curioso di tutto e la sua mano ancora infantile aveva già messo alla prova manopole piccole e grandi, tasti su e giù scattanti, il rivestimento a minuscole grate su cui erano sparsi i comandi. Mentre la madre s’ingegnava a spolverarlo ogni giorno con attenzione, Lucio ne ammirava continuamente la struttura estetica e la complessità tecnica, cercando di indovinarne i segreti collegamenti e la stupefacente trasmissione degli impulsi elettronici. Nei quaranta centimetri del catodico Geloso, lungo l’incavo di quella specie di giglio attraversato da raggi silenziosi, passavano tutte le immagini del tempo presente, le voci innumerevoli dei contemporanei, gli inviti a sognare nei lontani paesi di Disneyland.

Avvenne a Lucio quello che mai ai suoi antenati era stato dato in sorte: azzerare lo spazio, far toccare due lontananze con gli occhi, raccogliere in una piccola stanza l’eco del mondo.

Tenendo coperto il mistero tecnologico racchiuso nel mio mobile, mi aprii una mattina al sole sorto sulla Luna. Me ne stupii moltissimo, abbagliato da quella visione celeste e metallica. Qualcuno posò il piede su quella superficie lontana e sabbiosa, con l’orizzonte appuntito da alte rocce disuguali e insormontabili. Ma Lucio ne fu felice e andando avanti negli anni si conservò fedele a quello slancio, ad un entusiasmo che andò oltre la sua fanciullezza. L’incredibile impresa spaziale, compiuta come una competizione temeraria, seppe diventare lo stimolo alla più infantile delle fantasie, proiettando Lucio verso confini ritenuti inaccessibili.

In realtà, fin dall’età di dieci anni, egli era andato raccogliendo un’intera serie di dispense monografiche sui minuti aggiornamenti provenienti da Cape Canaveral. In quelle immagini si vedeva anche lui scaraventato in cieli illimitati, in un futuro tutto aperto e tutto libero, lontano anni luce dalle cronache inquietanti di un’umanità travagliata. Un tasto o un interruttore, e un missile sarebbe partito verso un felice ignoto, rivestito di titanio, appoggiato a seducenti poltrone di moplen, ricco di monitor impegnati a controllare lo stato dell’universo. Ed era, questo, un futuro che sembrava naturalmente raccordato all’antica cultura della terra, così propensa a restare fissata allo stesso spazio, al culto religioso degli ulivi piantati lì da secoli.

Trascorso un pezzo di tempo, dai colori estremi del bianco e del nero riuscii a spalmarmi di tutte le sfumature dell’arcobaleno più giulivo. Rossi squillanti, verdi rinfrescanti, azzurri che parevano staccati dal cielo, gialli rubati alle spighe del podere dietro le colline di Serra Fontana. Ora la realtà della vita poteva definirsi con una precisione più scientifica, differenziarsi in una luce più cangiante e più contraddittoria, distribuirsi lungo le pianure dei sentimenti più articolati.

Le immagini bidimensionali di una volta lasciavano il passo al film incalzante di un’esperienza viva, ora cordiale, ora bruciante. E Lucio ne soffriva o ne gioiva a seconda delle circostanze diverse del suo stare al mondo, del rapportarsi agli altri. Lontane giungevano le voci di un canto, le note in dissolvenza di chi aveva avuto un sogno. “Anch’io ho un sogno”, ripeteva Lucio, e intanto si esponeva a volte avido all’irradiazione di quella finestra dalla luce parlante.

Si scosse, guardò dal balcone giù nella piazza, s’avvide che era diventato adulto. Tra magie e frustate, tra adorabili archeologie e fascinosi riflessi metallici, il solco che correva tra guancia e bordo della bocca si era approfondito in una ruga. Si guardò allo specchio, era lui diventato un altro, diventato isola o penisola di se stesso, tronco alla deriva su un fiume inarrestabile. Aveva fatto tutta quella strada per individuarsi, per desiderare probabilmente di ritrovarsi nel più gran numero di alternative possibili. Lucio o Sisifo? Sansone intemerato o Abramo accecato dalla fede, pietra che si leviga nell’attrito fino al confine del deserto?

Se c’è un senso, io affermo di averne avuto uno, almeno uno, da giocare sul tappeto verde dell’azzardo, come un tavolo investito da un faro di luce concentrata: le immagini e i suoni che avevano attraversato in input velocissimi tutto quel cumulo di calendari invitavano ad un grande incontro comune, ad una ecumenica sinfonia umana, ad una ravvicinata segnalazione della città da abitare. Tracciati di destini, autostrade di trionfi, sentieri circondati da rovi, circuiti di andate e ritorni, guerre e ricostruzioni. Tutto questo s’era offerto alla sguardo di Lucio affacciandosi dallo schermo del catodico Geloso, diventando un occhio di pietà, una bibbia di casi esemplari, uno straordinario inventario dei comportamenti umani. Se c’era un principio unificante, esso avrebbe potuto coincidere col reciproco riconoscimento che tutti sono importanti, a prescindere dal proprio ruolo. Trasmettere tutto questo era stato un piacere e constatare che molti ne erano rimasti convinti una palese soddisfazione. Le mie antenne vi si erano adeguate, continuando a riprodurre fin dall’inizio l’invito ad amare, ad incontrare, ad usare le parole che sono le armi più difficili. Così che quando il mio tempo finì, non rimasi stordito dal dolore. Fui tolto dalla stanza dove ero rimasto per ventisei anni e fui dichiarato pronto per la demolizione. Lucio, intanto, era partito, lasciandomi privo del suo stupore e della sua incredibile incapacità di contrapporsi alle mie decisioni. Era diventato uomo.

Correvano gli anni Ottanta e ormai bisognava adeguarsi alle nuove tecnologie, sfidare altre possibilità, credere che le innovazioni avrebbero portato gli uomini alla pacificazione. Forse, mi dicevo, volatilizzatomi in un’altra dimensione, la scienza aiuterà l’arte, e insieme potranno potenziare il destino comune. Forse, aggiungevo, Dio si rivelerà, uscendo dagli abissi del cosmo e indicando agli esseri intelligenti esiliati sul pianeta azzurro la successiva terra promessa da raggiungere. Un sogno, forse, come tutti quelli che Lucio aveva continuato a fare anche dopo aver abbandonato la sua fanciullezza.

Racconto: Sergio D’Amaro

Melodiosi vinili

di Sergio D’Amaro

Partivano missili. E altri sembravano arrivare misteriosamente da mondi ultraterreni, lasciando tracce sospette e avvistamenti allarmanti. Erano anni che se ne parlava e si accumulavano dossier, relazioni, articoli, interviste a chi aveva avuto la ventura di avvicinare o di essere raggiunto dalla presenza di esseri inaspettati. Invece di continuare a guardare la luna come lo specchio riflettente di ogni fantasticheria o la meta privilegiata di occhi malinconici, si concepivano figure di mondi molto più lontani, che rischiavano di trasformarsi più in incubi che in piacevoli plaghe di sconfinamento sentimentale. Qualcuno meno avveduto aveva pensato addirittura di tenersi aggiornato seguendo cronache e analisi su riviste diventate subito popolari, comparse in tutte le edicole e nelle giornalerie a decine di copie. Si trattava evidentemente di una fuga collettiva, di una partenza inadeguata della propria intelligenza al di là della troposfera.

Ritrovarsi, allora, in casa davanti al pickup del giradischi Marelli poteva significare ritornare con i piedi sulla terra e affidare al piatto girevole la funzione di ben altra rampa di lancio per i sogni più diversi. I dischi neri di vinile odoravano di slanci terrestri e contenevano nei microsolchi il codice di una crescita che si sarebbe fatta nel tempo. Non una fuga, non la paura, non la curiosità morbosa di altri mondi, ma l’attesa, l’identificazione, il raggiungimento di un più vero sé attraverso continue corse lungo la schiena delle inquietudini. Tastare millimetro dopo millimetro l’anima, verificare nelle scariche elettriche di quella miracolosa trasformazione in suono la consistenza di un’immagine e la possibile tenuta di alcuni conseguenti fotogrammi. Come il contadino con l’aratro, così col pickup si sarebbero potute portare alla luce zolle faticose di terra e gemme nascoste di generosa coltivazione.

Quando il piccolo braccio elettromagnetico fece risuonare Le bateau di Jocelyn Travaillat, Mirko Sensini stava osservando la volta della sua camera, le cui pareti erano tutte ricoperte di poster, fotografie, frasi memorabili con firme illeggibili, locandine cinematografiche. Un vero e proprio arsenale pop, da usare come armatura contro le offese della realtà lastricata di cocci di vetro e di ciottoli roventi. Mirko faceva roteare lentamente gli occhi, passando da una parete all’altra, cercando di cogliere in frammenti di colore e in macchie di immagini una risposta da cartomante. Alla fine si fermò su un punto più alto e individuò distinto al centro della volta la raffigurazione di una scena. Misteri di vecchie case rimesse a nuovo, eppure quei profili disegnati erano rimasti intatti per decenni sovrastando chissà quanti moti alterni del cuore e della mente. Due metri più in basso si erano succedute tre generazioni della schiatta Sensini, crescendo in ambizione o arrendendosi all’evidenza di un caso avverso. Lassù in alto quel che si distingueva era un San Giorgio che trafigge il drago e rende libera una giovane donna incatenata e terrorizzata dalla minacciosa violenza del mostro. Simboli eloquenti, scelte decisive, passaggi ad una vita più giusta e più ricca.

Fu tutto questo, evidentemente, che sedusse Mirko e lo tenne avvinto a quella visione con una curiosità insaziabile, alla ricerca di una verità nascosta dietro le linee mosse della decorazione pittorica. Chissà quante volte aveva sentito parlare di San Giorgio, senza che vi prestasse un grammo di attenzione e finendo per relegare tali storie nella serie infinita delle leggende medievali. Ma quel giorno si era rivelato diverso e anche quella piccola composizione fatta per ingenuo abbellimento finiva per avere una sua funzione rivelatrice.

In realtà, lo sguardo riflessivo di Mirko veniva incoraggiato dall’intensità della melodia sgorgante dalle note della canzone di Jocelyn Travaillat. Il dondolìo della barca al pontile veniva tradotto attraverso la dolcezza del pentagramma, che poi però improvvisamente si apriva ad un precipitare di suoni più acuti, che dicevano di una

lacerazione insopportabile. E la voce di Travaillat si oscurava e si tendeva, si caricava di energia e poi si decantava, o sembrava decantarsi, in un calando disperato.

Era la stessa altalena che stava toccando l’animo inquieto di Mirko. Sicché tra suoni usciti dal giradischi Marelli e visione del San Giorgio sulla volta, egli poteva sintetizzare gran parte della sua vita più recente. Riandava così a tre anni prima, a quando aveva conosciuto Wanda ad una festa per il compleanno di una comune amica. Si erano subito reciprocamente piaciuti, e subito si erano incamminati sulla strada dei progetti frenetici e delle supposte felicità. Poche divergenze e molti chilometri toccati a Mirko per raggiungere periodicamente la sua amata a Pietrapolia, giusto alle falde dell’Appennino, e rinsaldare il legame messo alla prova dall’effettiva distanza.

Ma poi davvero il desiderio va dove va il vento? E se nel cielo fossero scritti due o tre destini diversi, avrebbe tentato Mirko di percorrerne soltanto uno? Gli esseri umani, pensava, sono come una girandola esposta sul balcone o una barca lasciata libera alle onde: sono volubili, opportunisti, mentitori, e se seguono un principio lo fanno per sbaglio o per distrazione. Ed esistono, meno male, i sentimenti nobili, le intenzioni immacolate, le verità incontrovertibili. L’amore rafforza, ma può anche precipitarti in un gorgo, ti esalta ma è anche capace di ridurti ad una cane bastonato. Erano stati, a pensarci bene, tre anni nutrienti, tre anni in cui l’ardore del fuoco non aveva sottomesso la ragione e anzi ne aveva puntellato qualche perno importante.

Ed ora, ecco, Mirko si trovava sul punto che significa una svolta, avendo concordato con Wanda un viaggio a Pietrapolia a fare la conoscenza finalmente della sua famiglia. Sentiva che sarebbe stata la tappa decisiva di un percorso, ed il regalo più bello che avrebbe fatto alla sua compagna.

Riproducevo le note della canzone di Travaillat. E sentivo che a qualche metro da me e dal mio comodo cuscino meccanico la mente di Mirko si tuffava nelle onde del dubbio e pesava il prima e il poi, l’eredità del passato e l’ala del futuro, vibrando ad ogni pensiero, scivolando tra le carezze che la barca faceva al pontile. E poi s’immaginava il distacco, la lancia di San Giorgio che trafigge la pelle squamosa del drago, la donna, che è Wanda, liberata dalle sue catene e il vascello che leggero solca il mare cantato da Jocelyn. Partire, ma non per quel breve viaggio del giorno dopo: partire, distaccandosi da tutto ciò che è stato, da tutto ciò che è diventato conosciuto, da tutto ciò che si possiede. Scegliere, dunque. E così fu per Mirko, dopo che l’ultima eco delle note si spense e il mio pickup svolse l’estremo solco del disco adagiandosi ubbidiente sul piatto diventato caldo.

Mirko aspettò che venisse sera e si commosse guardando dai vetri del balcone le cime degli olmi scossi dal libeccio. Il domani sarebbe arrivato puntuale, forse confortato da un altro melodioso vinile, da altri tre minuti per decidere su quale barca salpare.

 

[da La casa degli oggetti parlanti]

 

[da La casa degli oggetti parlanti]