Prosa & Poesia

Racconto

Una casa che è la fine del mondo

di Monia Guredda


[Racconto pubblicato nell’antologia Racconti di Sogno, nata dal 1° Concorso Letterario di YouPopcorn.net, e edita da Ilmiolibro.it, in cui sono presenti i 25 migliori racconti sul tema “sogno”, scelti da un team di giudici legati al sito di arte di YouPopcorn].

casa bambola

E pure questa domenica ci tocca passarla a casa dei nonni.
Che palle.
Cinzia ha solo cinque anni, quindi non può dirlo, ma può almeno pensarlo. E lo fa! Lo pensa per tutto il tragitto da casa sua a quella dei nonni, che è troppo vicina per giustificare l’uso della macchina, ma abbastanza lontana per stancarsi percorrendo il tragitto. D’estate si cuociono sotto il sole impietoso di una via senza un grammo di benevola ombra e d’inverno tira sempre un vento gelido che ti taglia naso e orecchie.
Ora è inverno e Cinzia cammina infagottata e infreddolita tra i genitori, pensando cheppallecheppallecheppalle. Una volta varcata quella soglia sarà prigioniera di quella casa. Gli uomini seguono le partite e tutti quei patetici programmi in cui persone “adulte” urlano e si insultano per difendere o offendere un branco di miliardari analfabeti che tira calci ad un pallone. Le donne inizieranno con il parlare male degli assenti per poi, quando gli assenti entreranno a loro volta in casa, abbracciarli, baciarli e fargli mille complimenti fasulli. In quella casa è pericoloso anche andare in bagno; chissà cosa possono dire di te nell’arco di quei due minuti!
Cinzia ha cinque anni e ha il potere dell’invisibilità, nel senso che gli adulti non se la filano proprio. Ha capito tempo fa che se sta in silenzio si dimenticano di lei. Se prova a dire una parola viene zittita, soprattutto dagli uomini che seguono le partite in salotto, ma se sta zitta zitta può girare libera per casa e ascoltare tutto.
Cinzia ha cinque anni, ma ha già perfettamente capito le dinamiche familiari. E non le piacciono. Mamma e papà, a casa loro, parlano con lei, guardano i cartoni con lei, disegnano con lei… ma quando entrano nella casa dei nonni si adattano alla indifferenza ed alla falsità che lì regnano sovrane.
Cinzia ha cinque anni, ma capisce che lì i genitori indossano una maschera, che lo fanno per non litigare con i nonni e gli zii che invece sono così sempre e ovunque.
Ma Cinzia, che ha cinque anni, proprio non capisce perché qualcuno dovrebbe dimostrarsi peggiore di quello che è solo per abbassarsi al livello di persone che sono brutte e cattive.
Quando in casa dei nonni c’è il suo zio preferito, il fratello più piccolo di papà, Cinzia è felice, perché insieme vedono i cartoni e i film horror, in camera, lontano dalle partite di calcio e dalle chiacchiere. È una piccola isola tranquilla in quel mare ostile. Ma quando non c’è zio Matteo, Cinzia è sola. Gira per casa, tranquilla ed in silenzio, ascoltando le malignità delle zie e gli urli sportivi degli zii. Cinzia sta zitta, ma ascolta tutto. E capisce. Capisce che non vuole far parte di quel gruppo di persone, e che quando sarà grande e potrà scegliere non andrà più a passare le domeniche e le feste in quella casa, con quelle persone. E spera che anche la mamma ed il papà restino con lei, lontano da quella casa.
Le partite sono finite e gli uomini escono per andare a bere l’amaro al bar.
Le donne si impadroniscono del salotto e si siedono al tavolo per giocare una partita a scala 40. Giocano e chiacchierano. Parlano male di chi non è presente. Ma non si stancano mai?
Cinzia si siede sul divano in salotto con loro, che a malapena la notano, assorte come sono nell’analizzare ogni singola parola detta da una prozia durante il matrimonio di un cugino di secondo grado che si è celebrato tre mesi fa a Genzano.
Cheppallecheppallecheppalle
Cinzia parte da casa sempre armata: blocchi da disegno e matite colorate, almeno una Barbie da acconciare e vestire e/o un peluche e tanta pazienza e fantasia.
Ha da passà a jurnata!
Cinzia disegna, e le donne chiacchierano e giocano a carte.
Cinzia impara a fare la treccia ai lunghi capelli biondi di Barbie Sci e le zie chiacchierano e giocano.
La televisione è spenta.
È un pomeriggio invernale particolarmente buio. E lento. Il tempo scorre come una lumaca in stato semi-comatoso.
Cinzia è seduta per terra e sta finendo di costruire una casa con i mattoncini colorati.
Le sta riuscendo proprio bene. È un villino a due piani, in mattoncini rossi, con un patio bianco che gira tutto intorno. Ora Cinzia inizia ad incastrare gli infissi delle finestre. Bianchi.
“Ciao Cinzia.”
Cinzia si gira e non capisce da dove viene la voce. Una voce maschile.
“Qui, Cinzia.”
Cinzia si gira verso la casa di mattoncini.
La voce viene da lì.
“Ciao Cinzia. Come stai?”
Cinzia fissa la casetta che ha appena finito di costruire. È un oggetto inanimato, fermo, immobile. Ma lo fissa talmente intensamente che le sembra che le finestre con gli infissi bianchi somiglino vagamente a degli occhi. E che la porta potrebbe sembrare proprio una bocca…
“Cinzia, tesorina, ti annoi?”
Non ci sono più dubbi. La voce viene dalla casa. Mentre parlava, Cinzia ha visto muoversi impercettibilmente, ma inequivocabilmente le finestre del primo piano e la porta d’ingresso a pianterreno. E poi emana una specie di leggera luminescenza.
“Chi sei?”
“Sono tuo amico. Avevo visto che ti stavi annoiando e ho deciso di farti compagnia.”
“Ma io non ti conosco.”
“Ma se mi hai creato tu!”
“Non è vero! Io ho costruito una casa con i vecchi mattoncini di zio. Tu sei un’altra cosa.”
Cinzia si gira verso il tavolo dove sua madre, la nonna e due zie stavano giocando a scala 40 e spargendo veleno sui parenti assenti.
“Mamma! Mamma, aiuto, ho paura!”
Ma la mamma non risponde. Non si muove.
Cinzia si alza dal pavimento dove era ancora seduta e si avvicina lentamente al tavolo.
Le quattro donne sono sedute ai quattro punti cardinali del tavolino rotondo. Ognuna di loro tiene, con entrambe le mani, cinque carte disposte a ventaglio. I polsi sono appoggiati sul bordo del tavolino. Le quattro donne, con le schiene rigide appoggiate agli schienali delle sedie, fissano con occhi vacui le carte, con le teste leggermente inclinate verso il basso, ma con il collo rigido. La pelle di tutte ha uno strano colorito; è rosa, ma non è il rosa naturale della pelle. È il rosa delle matite colorate, come quello che usa Cinzia per colorare la pelle dei personaggi dei cartoni che ama disegnare.
Cinzia le chiama una per una, a voce sempre più alta, fino ad urlare, lei che in quella casa a malapena sussurra. Se le donne stessero bene la zittirebbero subito con un’occhiataccia. Ma restano immobili e in silenzio.
Cinzia ora ha davvero paura. Ma nella paura per la sorte di sua madre e delle altre ha dimenticato il problema originario: la casa di mattoncini.
E infatti quella, sentendosi trascurata, torna a far sentire la sua voce.
“Cinzia, amorino, in questa casa sei quasi sempre completamente sola. Io sono qui per giocare con te. Non vuoi giocare con me?”
La voce è melliflua, profonda. Tenta di apparire dolce, ma c’è uno stridore di fondo che solo un orecchio allenato alle malignità come quello di Cinzia potrebbe cogliere.
In casa Cinzia è sola con quei quattro manichini che simulano sua madre e le altre. Fuori è buio, freddo e la strada è isolata. Ma Cinzia prende una decisione. Punta la porta, dando le spalle al tavolino con i manichini ed alla casa di mattoncini.
Sta per raggiungere la porta ed è fermamente intenzionata ad uscire, anche senza cappotto.
Si sente circondare la caviglia. Abbassa lo sguardo. Una nebbia verde acido, fluorescente, le avvolge la caviglia. E la blocca. Con gli occhi segue la scia verde e vede che parte dalla casa di mattoncini. La casetta emana quella luce inquietante, che è gassosa e solida ad un tempo. Fasci di luce vengono proiettati all’esterno attraverso le finestre e le porte, come scariche elettriche. Sembra che un temporale si stia scatenando dentro la casetta e che questa stia per esplodere. Ma non esplode.
Il laccio di luce verde serra la presa sulla caviglia di Cinzia e inizia a tirare. Cinzia si sente trascinare sul pavimento. Oppone resistenza, rischia di cadere in avanti e di sbattere la testa, ma all’ultimo momento riesce ad afferrarsi con entrambe le mani alla mostra della porta del salotto. Questo le permette anche di ancorarsi e resistere alla forza che cerca di trascinarla verso la casa di mattoncini.
La casetta ora è arrabbiata e getta la maschera dell’amicizia.
“Perché mi resisti? Perché non vuoi far parte del mio mondo? Tu DEVI entrare e giocare al mio gioco!”
“NOOOO! Non vogliooo!”
In quel momento la porta d’ingresso si apre e, insieme ad una ventata gelida, entrano il papà, il nonno e gli zii che erano andati a bere l’amaro al bar. C’è anche zio Matteo!
“Abbiamo portato le pastarelle, signore!” annuncia uno degli zii sorreggendo un vassoio.
Le quattro donne al tavolo da gioco tornano umane .
Il fascio di luce verde scioglie il suo abbraccio dalla caviglia di Cinzia, striscia a ritroso verso la casetta che si spegne e torna ad essere una banalissima casa giocattolo di mattoncini.
Tutto questo si svolge in una manciata di secondi.
Cinzia si lancia al collo del padre, felice e sollevata.
“Che succede Cinzia?”
“Papà, la casa di mattoncini è cattiva…” inizia a dire, avendo paura di non essere ascoltata o di essere ascoltata e presa per matta. Ma deve raccontare al padre quello che è successo.
Il papà di Cinzia si avvicina alla casa di mattoncini, alza il piede e lo cala distruggendo la costruzione.
“Problema risolto!” annuncia e sorride rivolto a sua figlia.
Cinzia prova un sollievo indescrivibile.
Ora sa che nessuna situazione è senza via d’uscita.

“Cinzia! Cinzia, dai che la cena è in tavola.”
Cinzia apre gli occhi. Si era appisolata sul divano del salotto, mentre faceva la treccia a Barbie Pista da Sci. Guarda per terra. Nessuna casa di mattoncini. Guarda i suoi parenti: non sono manichini. Guarda la tavola imbandita. Guarda la televisione; c’è Dribbling. Quella dannata musichetta la perseguiterà per anni. Ma almeno seduto a tavola c’è zio Matteo. Il posto vicino al suo è libero, per lei. Sa che dovranno parlare poco e a voce bassa, ma è comunque felice.
Cinzia ha cinque anni, ma ha già imparato a cogliere il lato positivo dalle situazioni negative. E sa che quando sarà più grande potrà scegliere da sola chi frequentare e chi no.
E decide che trasformerà questi suoi pensieri in storie da scrivere e da far leggere a chi lo vorrà.

N.d.A. Un po’ storia di vita vissuta, un po’ sogno, un po’ auto-psicoanalisi.

Links

http://reader.ilmiolibro.kataweb.it/v/1205255/#!%5D
http://youpopcorn.net/

Poesia

Ricordarti Massimo

di Anna Avelli

(poesia in ricordo di Massimo Pacetti, autore, poeta, giornalista, uomo politico)

 

E ricordarti nei momenti
migliori
d’assonanza quasi
palpabile
di sincronìe poetiche…

Di quei tuoi saluti sinceri al telefono…
subito vero,
subito tu,
subito amico…
Ti definivi subito
con la tua franchezza,
presenza tangibile
di disponibilità autentica…

Il frutto di un lungo cammino,
troppo breve…
di un bel viaggio variegato
fitto di responsabilità
assunte,
mai negate
di sensibilità ferite,
ma mai odiate!
Frutto di una umanità
così pregnante
da potersi cogliere tutta
nei tuoi occhi
in un istante…
O nei tuoi versi
in una vita…

E ricordarti nelle tue
presenze discrete
e nei tuoi saluti
senza pretese
In punta di piedi
dove lasci il cuore
Senza parere…
In punta di piedi
Senza parere…
Ciao Massimo
so che volevi solo
riposare…
Questo certo
so che lo meriti…
Per il tuo vivere d’amore!
Ciao!

Diritti riservati 2016.

Poesia

Sparta

di Flaminia Cruciani

 

Non sai a Sparta come si piangeva in silenzio
sulla somma degli antenati Dori
dai sepolcri affollati quando
si sposava un cielo inferiore
si malediva il padre e il suo
vangelo di bestemmie
screpolato dall’uso
ingoiati nel caos teologico
sporco di circo equestre.
Il cronometro scattava e si era già in ritardo
sull’addestramento guerriero
le catene da fissare con le
mani paralizzate dal freddo
per assaggiare la rovina di un miracolo
diventare forte come un esercito
una donna forte come un esercito
con l’orchidea schiacciata in pugno
a un passo dall’immortalità.
La pietà nucleare chiedevo
di poter piangere e gridare “riposo!”.
Avrei voluto una zattera di mandorle
ricoverarmi in un bacio.
Ma a portata di voce solo il silenzio
marciavo, la testa bassa
c’era un nemico da sconfiggere,
ero io.

 

Tratto dal libro “Semiotica del male” pubblicato da Campanotto nel 2016.

POESIA

Fanciullo inerme

di Nancy Amato

 

Rannicchiato stai
in uno stropicciato
lenzuolo sporco.
Nascondi la vergogna
nel tuo amico cuscino.
urlando muto
il dolore nel tuo silenzio.
Maledici confuso
chi ti ha messo al mondo,
mentre la sua viscida mano
tocca il tuo corpo fanciullo
nel buio dei secondi lenti
che soffocano il diritto alla vita.
Il tuo tenero corpo è inerme!
Tremi piangendo
sotto la mano assassina del mostro.
Chiudi la tua anima nel sogno del domani
e nel sorriso dei giochi
del bambino che non c’è più.

POESIA

RESTO

di Flaminia Cruciani

 

fc

Flaminia Cruciani, foto di Angelo J. Zanecchia


Resto qui
inghiottita in parti uguali
nell’ora spinata dalla pietà
resto qui non preoccuparti
nella ruga dell’abbraccio
in una manciata di cimici
chiedo la giostra di sale
ai finali che non rispondono,
cado con le scarpe di pane
nell’infarto del cuore di legno.
Resto negli occhi sbarrati
come una cella,
io resto, resto qui ferma, fra
i vinti.


da “Corpo”

 

fcRomana, Flaminia Cruciani si ė laureata in Archeologia e storia dell’arte del Vicino Oriente antico e ha poi conseguito il titolo di Dottore di Ricerca in Archeologia Orientale. Per lunghi anni è stata membro della “Missione archeologica italiana a Ebla” in Siria. Ha poi conseguito una seconda laurea in “Storia dell’Arte”. È specializzata in Discipline analogiche e pratica il lavoro di Analogista. Ha inventato il metodo di aiuto Noli me tangere®. Nel 2008 ha pubblicato Sorso di Notte Potabile, ed. LietoColle e nel 2015 Lapidarium, ed. Puntoacapo. Semiotica del male edito da Campanotto, è del 2016. Insieme con Tomaso Kemeny e altri poeti ha fondato e dirige il movimento culturale Poetry and Discovery.

POESIA

HaiukuImago, riflessioni per immagini

di Terry Olivi

 

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Peperoncini

Poesia del quotidiano

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Zucche

Meravigliose zucche , dalle forme sempre diverse: lisce, granulose, rotonde, allungate e dai colori accesi… Ricordo al liceo il professore di greco, molto colto e preparato, a volte gridava a qualcuno, che non voleva saperne niente della tragedia greca e delle sventure degli Atridi:
“Sei proprio una cucurbita!”, chiamando con il suo nome latino il mio adorato vegetale.
Oggi vorrei essere una di loro…

 

 

 

 

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Palme

I tropici a Roma: ci basta poco per sognare

 

 

 

 

 

 

 

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Pozzanghera

Giornata grigia di febbraio: un riflesso argenteo sul pavimento illumina i tuoi passi. Un mondo si spalanca sotto i tuoi piedi, affonda nell’animo, in forre profonde tra foglie galleggianti.

Il tuo io ti ascolta.

POESIA

il mio angelo ha i piedi scalzi

di Raffaele Urraro
il mio angelo ha i piedi scalzi

e sporchi di patina polverosa

perciò la mia anima è confusa

e non riesce a trovare da sola

la strada dove abitano i sogni

non sono io a pensare negativo

se fosse per me

andrei ad abitare col poeta

nella casa appesa ad una stella

non sono io ad uccidere i pensieri

e a calarmi nella casa del nulla

dove vivono le ombre fatiscenti

danzanti sulle pareti

di muri inconsistenti

è il mio angelo dai piedi screpolati

che mi porta le paure del mondo

quando giunge a trovarmi di notte

col suo sacco pieno che trabocca

e scarica il suo dono di sangue

… e se ne va

POESIA

La parola

di Maria Rosa Catalano

Fuoco vivo
la parola
come maglio possente
percuote.
Come mare
in tempesta, travolge.
Scuote
come vento le fronde.
Si fà musica,
urlo, pianto.
Nell’aria volteggia.
Poi dolcemente
resta appesa al cuore
ed alla mente.

edita da (Carpe diem) ed. Leonida 2010

POESIA

 

di Carla De Angelis

 

Quotidiano fatto di pensieri

parole, passi, di pioggia che bagna

di vento che asciuga la noia

Quotidiano fatto di panini, caffè, gelati

libri da leggere, riflessi di parole

sbocciate tra il bianco della pagina

e il nero dell’’inchiostro.

La sera il mio cane

il mio anima-le riempie di gioia la poltrona

e di amore l’ombra che il buio cancella

 

16 novembre

POESIA

Senza titolo

di Gabriele Sebastiani

 

Roma perdona occulto mio sottenderti
a singhiozzo; ora là Piazza Navona
ora qua Campo de’ Fiori e il fogliame
da Piazzale Aldo Moro a Via Marsala
che sconquassa la mia e tua incostanza.
Scaglia di pietra e luce che stramazza.
Ma spazza in più somatica condanna
Roma ferita a morte e campionessa
di tutte le risorte esitazioni, forte
su tutti i compromessi fondi e sordi.
Qui eternarti saprai senza confronti
un’altra volta e trenta volte ancora.

(inedito)

POESIA

SEMI DELLA STESSA ZOLLA

di Anita Napolitano

Dedicata a Massimo Pacetti, poeta, scrittore, fotografo, amico


Veste di nero oggi il pensiero,

in questo giorno di mestizia
e di apparente immutabilità cala il sipario.
Si stringono gli spettatori ammutoliti
in lacrime corali. Che resta dei ricordi?
L’autentica bellezza dei giorni trascorsi insieme.
Tu, che avresti meritato molto, ma molto di più
ti sei ritirato sorridendo in punta di piedi
senza che ce ne accorgessimo,
con quella dignità che da sempre ti ha contraddistinto.
Noi semi della stessa zolla chi siamo al tuo cospetto?
Crisalidi in continua ricerca della luce
megaprotagonisti della nostra vita,
condannati al buio del nostro sporco egoismo,
divorati dall’ansia di bruciar le ore,
avidi concediamo poco di noi a chi ha avuto
una sorte meno fortunata della nostra.
Tu, che ci hai accolto nelle tue braccia come figli,
tu che hai ascoltato senza mai stancarti il respiro del mondo,
tu che hai irradiato il cuore di chi è inciampato ed è caduto,
hai colorato di sole i viali della nostra esistenza.
Massimo, grande Massimo il tuo nome
è muta tenerezza senza fine.
E in questo giorno di mestizia comune cosa posso offrirti?
II silenzio delle mie lacrime delle nostre lacrime.
Anzi no, non è così che volevi voglio vestirmi di passione
per rischiarare il buio del tuo dolente passato.
Grazie di cuore amico mio questo è il mio ultimo saluto.

POESIA

Volo

di Renato Fiorito

In sospensione
a mezzo cielo
intercetto l’orizzonte
prima che sia solo azzurro.
I pensieri hanno natura di nuvole.
Il dare e l’avere perdono peso.
Nessun bilancio è possibile
se il mondo laggiù
è solo un inseguirsi di linee.
Pesa invece il timore dell’ignoto
e questa vita che non ha traguardi.

POESIA

Una sensazione forte…

di Matteo Castorino

 

Una sensazione forte:

il gatto grigio che mangia un pipistrello

nel giardino di casa.

Un tremore spaventoso:

il fischio della metropolitana.

Quando arriva il treno e può succedere di tutto.

Puoi cadere giù,

possono spingerti giù,

puoi spingere qualcuno giù,

puoi fare un salto lungo

e andare giù.

Voi non ve ne rendete conto,

ma è una situazione di altissima tensione.

Una parola tremenda:

tendenzialmente.

Che la usano sempre gli stronzi come me.

Che è un modo per pararsi il culo.

Significa:

io sto facendo di tutto per farvi sorridere.

Ma, se mi dovesse capitare

di rovinarvi le domeniche pomeriggio

e gli altri giorni della settimana,

ricordatevi che vi avevo avvertito.

Tendenzialmente voglio stare con te e

tendenzialmente mi piaci.

Significa: stai un pochetto lì

e fai tutte le cose belle che ami fare.

Se poi un giorno

dovessi incontrarti

mi piacerebbe un botto sudare con te

sul pavimento freddo.

La storia è più o meno questa:

non apprezzo nessun tipo di moralità.

Non mi piacciono le frasi di circostanza

e le cose che non cambiano mai.

La parte più bella del telegiornale

è la storia di quello che si sveglia a mezzogiorno

e va in giro a prendere a martellate i passanti.

La parte più brutta sono i discorsi effimeri dei presidenti

e dei ministri.

E i servizi sugli animali

e quelli sulle malattie e la ricerca medica.

Penso funzioni così: cresci in una cesta d’ovatta profumata

e decidi di iniziare a combattere

tutto ciò che è rassicurante.

Ho cominciato a spaccare i soldatini americani

per un sentimento di estrema afflizione

nei confronti della loro omogeneità.

E sono andato a giocare con i sassi.

Giocavo con i sassi

e avevo sempre le mani sporche

e le nocche sanguinanti.

Giocavo sempre con questi sassi

e la cosa più bella di tutte è il rumore

di un sasso piccolo che sbatte

contro un sasso grande.

Io

quando vedo il gatto grigio

che si mangia i pipistrelli morti

voglio essere come lui.

E banchettare con lo schifo.
Ma manco per il cazzo.

Scappo

da tutte le cose e da tutte le persone.

E la parola tendenzialmente,

secondo le nostre dettagliate statistiche,

è ancora la parola più utilizzata

da chi ha paura.

Racconto

14

di Luca Masculo Legato


Questa prosa nasce da un ricordo di qualche anno fa. Era il tempo in cui mi recavo ogni mattina contento a lavoro, certo che ogni presenza là dentro contribuiva ad aggiornare il contatore delle ferie maturate. Quel Natale, durante il mio ritorno a casa per le feste, regalai a mio fratello, allora poco più che un infante, un libro tanto bellissimo quanto illuminante (mi sono accorto della geniale rima solo nel rileggere la frase, ndr), Il Piccolo Principe di Antoine de Saint-Exupéry. Io da quando l’ho letto, non ho mai smesso di sognare la mia volpe addomesticata…

Comunque, confezionai il regalo, con tutto compreso nel prezzo, una dedica di cui non ricordo le parole precise, ma diceva lui qualcosa come il fatto che: non spettava a me indicargli la vita, ma che però avrei potuto sforzarmi sino al collasso nel ripetergli di non smettere mai di sognare.

Speravo un giorno avrebbe capito quanta leggerezza può dare il peso di quelle parole. Ed a meno di brutali e future delusioni, mi pare il mio fratellino abbia saputo leggere davvero!

Da sempre sono stato attratto dal colore viola. Prima non capivo, ma poi ho ricordato che, in pittura, nasce mischiando il blu col rosso. Miei colori preferiti: quelli dell’immenso e della passione. E poco più di qualche giorno fa, nella stessa mia stanza ove, solo pochi mesi prima, vidi raffigurata la mia Caporetto durante un azzardato tentativo di orgiastica redenzione, m’imbattei ne I Fiumi di Ungaretti. “Il mio supplizio è quando non mi credo in armonia” – dice testualmente. Proprio così. L’armonia, che bella e necessaria cosa l’armonia. Sono anch’io come Giuseppe, analizzai.

Ma sono anche un romantico di merda. E credo troppo in quella sciagurata giustizia che troppe volte mi ha negato la grazia. Sicché, sono sempre stato insofferente al cannibalismo dell’anima perpetrato da taluna gentaglia. Intollerante a cittadini le cui foto-tessera sono ottime durante un’indigestione. Più potenti di due dita in gola.

Stomacato da una città che vorresti vedere di colpo saltare in aria. Così, una botta sola. Una bella botta. BAM !!! Come se con questa, fosse possibile veder svolazzare tutto il suo cinismo, l’odio, l’indifferenza per l’essenziale. E la sua rincorsa al superfluo.

Quello stesso pomeriggio de I Fiumi, “armonicamente” adagiai le valigie sul letto. Non credendo più alla città, non credendo più alla lotta. Non credendo più a niente.

Con grazia da manuale, mi misi a piegare il primo maglione, indiscutibilmente convinto che nel prossimo viaggio a ritorno da definire, avrei fatto a meno di lui e di tutta la sua compagnia invernale. Operazione che subì il primo rallentamento dei lavori a causa di una suoneria, attraverso la quale il telefono annunciava di essere ancora tra i vivi. Allo stesso modo in cui, così limpida, baritonale e viva era la voce dall’altra parte della linea. Ed io ancora troppo morto per credere che con una telefonata, nemmeno pagata da me, mi ero levato dai cabbasisi tutti i colloqui-farsa del Sistema-Paese.

La voce era di un umano, tra i pochi cui penso abbiano davvero un’anima. Mi sono chiesto spesso se, anche lui come la Maga del romanzo di Cortazàr, ha capito che per arrivare al Cielo bastano solo un sassolino e la punta di una scarpa. A me non sono ancora bastati quindici mesi per espiare la colpa di averlo ferito, deluso, straziato. Chiamava per buttare sul tavolo (visto che il letto era occupato!) i suoi progetti. Tra quei progetti c’ero anch’io. C’era la mia seconda possibilità.

“La mia più grande vittoria, in un’Italia martoriata, spolpata, umiliata, dove il lavoro è più facile perderlo, è quella di dimostrare che si può rischiare e riuscirlo a dare!”

Quella poetica rivoluzionaria mi ha commosso. Al pari di Pertini che dice: “non ci prendono più, non ci prendono più!”

È buio da più di un pezzo. Da molti pezzi, preciserei per rendere meglio l’idea. Il bar è lo stesso. I bicchieri forse pure, ma sembrano puliti:

  • Cicchetti, direi che ho fatto 13!
  • Hai fatto 14, Luca!

 

 

Poesia

Incubo

di Lorenzo Poggi

 

L’urlo della luna

fece eco nel piatto

apparecchiato

a predire il futuro.

Stridendo emergevano riflessi

di volti deformati e ombre

approssimate

con occhi di civetta.

Rami nudi s’agitavano

nella luce senza contorno

come braccia scardinate

in cerca di vittime sacrificali.

Il vento s’era nascosto

nella quercia

e l’aria se ne stava appollaiata

sul rumore del silenzio.

Poesia

Senza attenuanti

di Iole Chessa Olivares

 

Con balzo inatteso

pene, soprusi, lutti

perdono

le croste delle ustioni

nel fermento

che fa di sé vita

orma per ogni direzione

senza attenuanti.

 

Ah…l’amore…l’amore

cammina libero

non affonda nella sua dismisura

Insiste, inonda

mette in salvo

per il meglio

un tenere estremo

sua soave promessa

ogni istante

diversamente annunciata

Illuminando le pupille.

 

Da Nel finito…Mai finito, Nemapress, 2015

Poesia

di Emiliano Scorzoni

 

Mentre ascolto i poeti

che danzano / con le parole

in questo posto magico

dove una magnolia impera

Rimango con i piedi per terra

io che provo ad usarle

ho tanto da imparare

non riesco ancora a danzare

Alzo lo sguardo

vedo lettere volare

leggere / sinuose / sopra di noi

Creano un balletto poetico

formando rime nel cielo

non mi rimane che scriverle

cercando di essere sincero

(letta presso il Tempietto – Chiostro di Santa Maria in Campitelli, Roma, 10 luglio 2016)

Poesia

Non arrestate le rondini

di Emiliano Scorzoni

 

Le rondini

volano leggere

Come parole felici in un giorno di mare.

Volano su tutto

Come i bei pensieri, baciate dal sole.

Sembrano frecce sospese

Controvento /fermano il tempo.

Rimangono negli occhi

Fermo immagine del cuore.

Poi /ripartono veloci

Tracciando cerchi nel cielo

Unendo i puntini dell’anima

Beato chi le guarda !

Non arre-state le rondini

Non fermate chi SOGNA ancora

Poesia

A te

di Maria Letizia Avato

A te regalerei i giorni in cui ho riso
il batticuore del primo amore
le lacrime dolci che sanno di vita
le volte che ha vinto il coraggio
i grazie degli sconosciuti
le luci delle mie sere
il blu nero del cielo
le voci dalla cucina quando ero bambina
il cappello di nonna
le poesie..

che non so scrivere.

(29 Dicembre 2015)

Poesia

Febbre segreta

 

di Anita Tiziana Napolitano

Dal poemetto ” Elogio alla disubbidienza”
in lingua italiana e in lingua francese

Amami per una sola notte
e sacro sarà l’ intrecciarsi delle gambe
Amami per una sola notte
e una soltanto
e sacro sarà l’ intrecciarsi delle mani,
accosta il tuo inguine al mio,
la mia voglia vermiglia placherà la sete.
Scorrimi dentro,
invocheremo la luna genuflessi,
l’ uno avvinghiato all’ altro resteremo nell’ altrove.

Amami una sola notte e una soltanto,
non mi importa di quello che diranno.

Cupido araldo della focosa passione
legherà il tuo petto al mio
e sarà il ricordo a perpetuarsi
nella memoria.
Ho indossato la superba livrea della giovinezza,
le scarpe della festa,
spogliarmi in penombra sul giaciglio di fogliame
tra i ciuffi di erba bagnata
e amami una notte e una soltanto
come sai fare tu, guerriero offeso…
non mi importa di quello che diranno.
Incidi con la lingua le parole,
travaglio della mente,
febbre segreta,
ammutoliscimi con i tuoi baci
inghiottiremo la saliva amara.

Amami per una sola notte
e una soltanto e poi dimenticami.

 

 

Fièvre secrète

Aime-moi pour une seule nuit
et l’entrelacement des jambes sera sacré.
Aime-moi pour une seul nuit,
une nuit seulement
et l’entrelacement des mains sera sacré,
approche ton aine du mien,
mon désir vermeil assouvira la soif.
Glisse en moi,
nous invoquerons, à genoux, la lune
accroché l’un à l’autre
nous resteront dans l’ailleurs.

Aime-moi pour une seul nuit,
une nuit seulement,
peu importe ce que les autres diront.

Cupidon héraut de la passion ardente
liera ta poitrine à la mienne
et sera le souvenir à se perpétuer dans la mémoire.

j’ai vêtu la livrée superbe de la jeunesse
et mis les souliers de la fête,
me déshabiller dans la pénombre
sur le lit de feuillage
entre les touffes d’herbe humide
Aime-moi pour une seul nuit,
une nuit seulement,
comme tu sais le faire, peu importe ce que les autres diront.

Grave avec la langue les mots,
tourment de l’esprit,
fièvre secrète,
frappe moi de mutisme avec tes baisers
nous avalerons la salive amère.

Aime-moi pour une seule nuit,
une nuit seulement,
et ensuite oublie-moi.

(Traduzione di Yelenia Tempesta)

Poesia

Di salvia e di rosmarino

di Lorenzo Poggi


Ho mani odorose di salvia e di rosmarino

col rumore del mare tra le dita

ed il rosso papavero dei pomodori

come macchie di mediterraneo

tra fichi d’india.


Le conosco le vie con le scale

dentro il paese di calce e di malva

e gialli limoni tra facciate e giardini

di terrazze strappate al monte scosceso.


Li conosco i balconi coi gerani dipinti

e sedie di paglia su piazzette nascoste.

i muri screziati fioriti


E so in fondo del porto

che aspetta l’alba

pel ritorno di barche

e di pesci rossastri di scoglio.

Di salvia e di rosmarino.jpg

Poesia

Accattone d’amore

di Antonio Sagredo
Dai moli irriverenti io vidi il sorgere di visioni eterogenee e specchi invitare
gli occhi ad un incubo speculare, le orbite marcire alla deriva e i pensieri
non incisi su tavole d’argilla… e tutto era smarrito fra quei  corpi in disuso,
come in un arsenale desolato avanzi di epoche mai nate e intatte.
Non avevo che fiumi di madreperla da mirare e quel morire degli oceani
avvitarsi in ciambelle sfatte nei tramonti inaciditi, e come una marionetta
d’altri tempi, senza nervi e rauche parole,  fra i merletti delle torri saracene
sognavo invano navigli e vele biancoavane… un orientale esistere non c’è più.
Nostra Signora del Lutto rifiutò il sacrificio dell’agnello e crocefisse l’innocente leopardo.
Lei che era tutto il Canto  non divise la mia nascita con le parole beate
e il sapere di tutta la materia oscura vomitò sulla scena i gesti… l’ombra generò
un’assenza d’aurore per la scosciata Europa. Celebravo dei roghi la privazione
mia in fiamme e tu  giocavi ai miracoli con la lontananza sui patiboli, e non avevi nemmeno
un gesto per me  fra spazi scellerati e infernali amori…
non volevo abbandonare il paradiso al suo destino,  temevo delle mie lacrime
il suo benestare al riso e il calibrato furore delle mie mani sui gradini di un sacrario. Accattone
 d’amore! Il delirio di una gorgiera di rose fu una vigilia pagana,  un assemblea plenaria,
un arazzo floreale ibernato dal gelo delle mie visioni… pregavo la soglia di un qualsiasi
cottolengo per negare alla santità dei miei atti un sigillo o un sacrificio…
l’attesa fra risa e singhiozzi… andiamo a morire da Poeti, allegramente! 
Dai padiglioni ascoltavo le suppliche di Chinoneri, i singulti e gli sbocchi di sangue crollare
sul volto tumefatto della Supplica – Ti ho sentito piangere dalla camera dove non ci sei…
raccoglievo i tuoi resti, confondevo le trame e le scene. Citera m’aspettava con tutte
quelle maschere che si somigliano, l’accidia che  cantava la sua
ofidica tranquillità, le note di Federico dissolversi sulle strade di Varsavia.
Dal ponte delle mie legioni gli antichi versi svanire con gli scabrosi epitaffi del mio sublime
recitar cantando un miserere o un Te deum, come un severo Farinelli fra turrite troie
e rosse lanterne. Affilare a dismisura la soglia come una lama nella mia gola?
La Morte ho spremuto come un limone di primavera, in fiore! … sangue catramoso
come succo di mirtillo dalle croci, barocca mistica depravazione – alziamo i calici,
sui patiboli, oste ! Asciugati la maschera con le lacrime! E io che mi lasciavo andare sul Ponte
delle Lamentazioni, consumato, iniziato ai ricordi come alla morte di una Poesia mostruosa.
Antonio Sagredo
 Roma, 31 ottobre 2015
(sunto dall’ora quarta alla sesta)

Poesia: La prova del nove

 

di Davide ScartyDoc Passoni

 

Siamo singoli individui
io e te
uno più uno
UN Dì CI siamo incontrati e
su delle se
DIE CI siamo seduti
ti ho anNOVErata tra le mie conquiste
ma ero io ad essere c
OTTO
SETTE ne vai” dicevo
SEI stronza”
ma non l’hai fatto perchè ti vedo ancora qui
accanto a me
abbiamo brindato al suono dei
cin
CIN QUEsto nostro amore è senza tempo
senza confini
di su, di giù, di là
di
QUATTROmbavamo continuamente
ed era magnifico
ma è stato
TREmendo vederti malata
e non poter superare ar
DUE situazioni
mi ha lasciato solo
come
UN Orfanello, privo di senso
come quando dividi per
ZERO.

Ma, forse, essere UNO
mi può anche bastare
perchè non c’è
DUE
senza TE.

Poesia: Ombre cinesi

di Max Ponte

 

apri la tua scatola di ombre cinesi
aprila in cucina o nella camera verde foglia
apri la tua scatola sono impaziente
di vedere come le guardi come le prendi come le vesti
vestiti o figurine per album grigiooverdi
apri la tua scatola di ombre cinesi
e poi ti prego fammi giocare con l’oscura età
come mia madre faceva durante le vacanze in Liguria
per sostituire la tv che non prendeva
fammi assistere a questo cinema d’oriente
a questa produzione indipendente
apri la tua scatola di ombre cinesi
fammi vedere come le spieghi
quali scene quali combattimenti
fra giganti conigli ed esseri
di grazia imperfetti
apri la tua scatola
e somministrami quelle ombre
apri la tua scatola di pillole cinesi

Poesia. “Impronta” di Marco Onofrio

Appare e scompare, ruota
dietro il muro lontano del sogno
velario evanescente della terra
isola – Sfinge – montagna:
palazzo di nuvole in salita
teatro ascensionale di espressioni
simboliche, figure
mute evoluzioni.

Ecco la perla rosata del tramonto:
cade nel buco della notte
per il viaggio interno
verso l’alba
dagli estremi confini del cerchio
all’orizzonte
dove trattiene, costantemente attesa
la voce acustimantica del mare
che dice al cielo il racconto eterno
di un fatto misterioso e primordiale.

Ogni cosa al mondo reca questa Impronta.

Hanno le stelle, il ricordo inciso:
ancora ne risplendono il bagliore.

Poesia. L’Era di Planck

di Michele Ciliberto

 

In un carnaio sanguigno

mulatte bruciano le luci

che la sera intrepida

raccoglie.

E’ l’Era di Planck a ristagnare di verdastri timori

i cieli della nostra ostinata vita.

 

E non il passato ci abbaglia

perché ciò che è stato

è stato per una goccia di meraviglia.

 

E non il futuro ci guida

perché ciò che sarà

sarà solo una taciuta sfida.

 

Vi è un destino vissuto

giorno per giorno

che non conosce futuri sicuri

ma al di qua di questo

tramonto

ha regalato al giorno passato

una luce di fioca Storia.

 

Così tra la Genesi e la vita

cala il mistero

ed io ignaro so

di doverlo mantenere.

Poesia: “Avevamo ragione”, di Michele Ciliberto

Abbiamo osato

e abbiamo fatto bene

 

Avevamo torto

e ne avevamo tutta la ragione

 

Abbiamo costruito ponti

transatlantici tra le piccole

cose

e la vita che abbiamo voluto

 

Tutto ciò che abbiamo cercato,

desiderato e fortemente

voluto, eccolo, stufi, ormai grandi,

così sapienti, così saggi,

lo abbiamo regalato al vento.

 

Ed il vento ci porta ogni giorno

tutto quello che il giorno

non ci ha mai portato.

Poesia

Risveglio

di Davide Cortese

 

Una mattina mi son svegliato

e non c’era più nulla da temere.

Una mattina mi son svegliato

e potevo essere semplicemente chi ero,

senza che nessuno mi negasse il suo sorriso,

senza essere percosso e offeso,

né maltrattato, né deriso, né ucciso

per ciò che ero senza averlo deciso.

Una mattina mi son svegliato

ed ero fiero di essere chi ero.

Ero nero senza apparire diverso,

ero gay senza apparire perverso,

ero ebreo, musulmano, senza aver perso

la gioia di essere ospite dell’universo.

Una mattina mi son svegliato

e per tutti ero semplicemente un uomo.

E per ciò che io ero: umano,

non c’era affatto da chiedere perdono.

Poesia: Nell’attimo in cui non sei nessuno

di Luca Jancovic

 

 

Nell’attimo in cui non sei nessuno

il vento spazza via quasi tutto quello che eri.

Affrontare il futuro è più difficile di quanto credevi.

Vorresti poter capire, improvvisamente diventar qualcuno,

ma non puoi fabbricare un’anima nei cantieri.

La sorda solitudine bussa due volte alla tua porta:

devi cantar del fuoco ardente o dei mari di Nettuno!

Leggera nel vuoto la tua essenza non è mai morta,

nell’attimo in cui non sei nessuno

Poesia: Dio di tutte le zebre

di Sarah Barberis

 

dammi oggi la mia mimesi quotidiana,
lascia che le mie strisce siano sinuose e irregolari,
che il mio manto non diventi mai un codice a barre,
che le mie strisce siano nere e il mio manto bianco e che non si                                                                                                   mescolino mai,
trasformando tutto in grigio cemento,

che la mia savana sia vasta e popolata di amici,più grande di uno                                                                                                                       zoo,
più vasta di un expo
che io sia libera da ricatti, da “facurriculum”, da “fattiunapartitaiva”,                                                                                                                         da
sacrifici oggi per carriere domani.
che io sia unica come tutte le zebre.
Mostrami la differenza tra libertà e schiavitù, prima che mi                                                                                                    dimentichi di
essere in gabbia.
Mostrami tutti gli steccati che posso oltrepassare, tutte le gabbie
che posso forzare, tutti i recinti che posso violare, prima che accetti                                                                                              la legge dello zoo.

rimetti vomito a tutti gli sfruttatori del mondo, a quelli che                                                                                                        trasformano
una città in un grande centro commerciale.
lo sappiamo che neanche a te piacciono, rimetti su expo, su eataly,                                                                                                             sui porci
con la faccia biologica, sulle politiche smart, sull’economia degli                                                                                                            eventi, sul
consumo che si camuffa da cultura e divora l’arte.
rimetti vomito a tutti coloro che speculano sull’immaginazione,
sull’inventiva e sulle emozioni di me, piccola zebra che ogni giorno                                                                                          cavalca le nuvole e
si mimetizza nel mondo.

 

Racconto: “Non tornerà” di Daniele De Angelis

Dormo molto, in quest’ultimo periodo. E non ho alcuna voglia di mangiare. Il cibo è li, davanti ai miei occhi, ormai da diversi giorni. Sta cominciando ad emanare un cattivo odore, tanto che mi riesce difficile anche solo avvicinarmi ad esso. Siamo in inverno, sento che fa freddo, eppure sono costretto, con molti sforzi, ad aprire un po’ di più tutte le finestre della casa. Maledetto cattivo odore.

Cammino per le stanze dell’appartamento. Non è grandissimo, però fino a poco tempo fa ci stavo bene. Il fatto è che mi annoio; e quando ci si annoia è come se i pensieri prendessero una direzione sbagliata, andando a finire dove non dovrebbero. Non riesco proprio ad evitarlo. E subito dopo l’angoscia si impadronisce di me.

Qualcuno viene a trovarmi, al mattino ed alla sera. Mi accompagna fuori per una breve passeggiata. Ma io non li conosco, non riesco a stabilire alcun rapporto con loro. Mi fanno capire che non avrò altro cibo se non mangerò quello che mi hanno preparato ormai non ricordo più quando. Maledetto cattivo odore. Si insinua nelle mie narici sino a trapanarmi il cervello. Vorrei buttare tale robaccia direttamente nel cesso, se solo fossi in grado di farlo.

Purtroppo, tra la passeggiata mattutina e quella serale, c’è tutta una giornata da far trascorrere. Non resta che il sonno, ora leggero ora profondo. Anzi, il più delle volte tanto leggero da essere interrotto con facilità estrema. Allora esco in balcone e guardo in basso. Vedo un grande giardino, sempre lo stesso lungo il quale avrei voluto correre e mai ho potuto farlo. Ci sono dei bambini che mi pare di capire giochino a nascondersi. Ma non dovrebbero essere a scuola? Non riesco a rendermi conto se sia mattina oppure pomeriggio. Gridano, strepitano, ma non comprendo il significato di quei suoni. Però sembrano felici; e questo, non so spiegarmene con esattezza il motivo, mi fa sentire meglio.

Mi rimetto a dormire, sperando in qualche sogno più sereno dell’ultimo, in cui cercavo Gianni per ogni angolo del quartiere. E’ tanto che manca da casa, Gianni. Mai mi aveva lasciato solo per così tanto tempo. Non riesco proprio a spiegarmelo.

Sento il rumore della serratura, la porta di casa si sta aprendo. Non ho più la curiosità di vedere chi è, saranno loro a venire da me. Tanto l’istinto mi dice che non si tratta di Giovanni. Stavolta è una ragazza. Mi pare di conoscerla, l’avrò incontrata un paio di volte, probabilmente abita in questo stesso complesso. Mi guarda, io guardo lei. Con una mano si copre naso e bocca. Maledetto cattivo odore.

La osservo con sollievo gettare il cibo nella spazzatura. Mi dice di prepararmi per uscire. Mi alzo lentamente. Anch’io comincio ad avere una certa età, del resto.

Calano le ombre, un altro giorno è venuto meno. C’è del mangiare appena preparato in cucina, credo sia ancora caldo. Continuo a non aver fame. Forse lo assaggerò domani. Forse.

Ormai è notte e non so dove coricarmi. Prima Gianni mi faceva dormire in camera sua, sopra una piccola e comoda branda ai piedi del letto.

Non tornerà. Ci sono migliaia di domande a cui non sono capace di dare risposta, dubbi che mi assillano continuamente. Eppure sento che Gianni non tornerà più, e senza riuscire a darmi una qualsiasi spiegazione al fatto.

Apro la finestra quel tanto necessario a farci passare il mio corpo. Vorrei andare in terrazzo ad abbaiare qualche minuto alla luna, così, tanto per non impazzire. Ma il cielo è nuvoloso. Torno dentro e mi accuccio sotto al tavolo della cucina. Almeno non avverto più quel maledetto cattivo odore.

Poesia: “Illesa dal tempo”

di Iole Chessa Olivares

 

Covo più di un’amarezza

più di uno sdegno.

Fuori onda

ormai randagia

nel mio narcisismo dico:

tutto qui il mio passato?

tutto qui il mio presente?

E quel contagio d’amore?


Mi guardo vivere

con licenza di dubbio

sul grande pifferaio

ogni piccolo passo

chiedo risarcimento

e scivolo

nel flusso del mio inchiostro.


Spesso la poesia

non mette galloni sulla giacca

intinta negli acidi del dolore

respira alta

e allo scrutinio finale

emerge

illesa dal tempo.

Poesia: Cemento

Cemento

di Federico D’Angelo Di Paola

 

Dio, perché la tua vasta intenzione
ha voluto crearmi senza stampo
o tal che non vedo imitazione?

Sono un uomo, libero e senza scampo
uguale al fin agli altri e diverso;
ma qual ruolo, qual sentiero, qual campo,

hai designato a me nel tuo universo?
Quale il limite del desiderio
di andare infiniti cammini ma perso?

Confido nel tortuoso vituperio
che a tal camminare colga buon fine
seguendo l’ignoto e alto criterio

del tuo sapere all’infinito affine.
Così lascio senza risposta alcuna
chi in fondo voleva me incline

alla sua oppure altrui fortuna
designando come intimo auriga
colui che mi diede diritto alla cuna*.

Sembra un dispetto rispetto alla briga
di veder fissi i ruoli e la sorte
come la prosa in un unica riga,

ma dispetto è per me la stessa morte
che dà fine all’infinito percorso
dove ognuno svela infinite porte

e infine tace iniziando il discorso.

 

*Culla. cfr.lat.esp.

Poesia: Preludio

Preludio

di Patrizia Stefanelli

 

Quali versi dissolvono davvero

le sensazioni plasmate dai sogni

le inesatte visioni di dolore

della carnalità, l’albeggio incauto

quel lieve distillio di note for…

me, and for you for more?

 

Una ad una le dita vanno a sfioro

a tasti neri poi bianchi poi, liberano

arie di strane alchimie, al florilegio

si aprono dei bei campi a primavera

d’erbe e corolle al collo di fanciulle.

Una ad una si cercano, le note,

eccole al Maestrale verso Alcyone

per tornare vestite del lucore

tremulo dei crepuscoli stellari

come un coro di rondini.

Una si attarda, rientra sola mentre

già suona melodia.

Goccia che lenta arriva

preludio al tema di felicità.

 

For me, for you for more…

Racconti. CastAway: Fabio in viaggio

[Inauguriamo lo spazio dei racconti di viaggio, con la prima pubblicazione delle riflessioni di un velista tra terre e mari, Fabio Baccianella, ndr]

“Verso Cascais”

Si parte finalmente…

si parte.

Dove sto andando ancora non lo so.

E forse non so neanche bene perché.

Mi hanno augurato di trovare quello che cerco

ho risposto che vorrei perdere quello che mi porto

e che non desidero.

Sarà vero?

Questa volta, almeno, ho l’impressione

che non sto fuggendo.

Vorrei andare verso nuove prospettive.

Nuovi punti di vista.

Eppure anche fuggire richiede forza.

Determinazione. Messa in discussione.

Anche fuggire ha un senso

e porta delle risposte, delle intuizioni.

Ma questa volta non voglio alibi.

Il percorso deve proseguire.

Ogni responsabilità deve corrispondere alla propria azione. Solo mia.

Oggi si parte, e non si torna più indietro

 

4 novembre

Sono sceso dall’aereo.

Sento una strana ansia. Ho paura.

Mi vengono alla mente ricordi,

ambienti familiari.

Mi appaiano gli amici,

i colori dei miei luoghi.

Le mie quotidianità.

Sono sul bus che porta al terminal.

Scendo. Cammino guardandomi intorno.

Non c’è niente di strano.

Tutti gli aeroporti sono uguali.

Proseguo, lento.

È la mia velocità, lo sarà sempre ormai.

Tutto mi torna familiare.

E la paura cambia, si evolve.

Ansia si, ma desiderio.

Andare oltre? Dove? Perché?

E la malinconia sale

nel pensare al passato,

a chi non c’è più.

A chi non potrà più esserci.

A chi non partirà mai. E vorrebbe.

E vado avanti. Fra le piccole cose di Lisbona

che mi passano davanti attraverso i finestrini del bus.

 

5 novembre

Cascais è una bella cittadina, un’oretta da Lisbona.

Meson dice che è una città di plastica.

Forse è vero.

Mi domando cosa ci sia di male.

Ci sono sempre state città di plastica. Magari di pietra, ma in un certo senso,

sempre di plastica.

Gli spazi sono ampi, accessibili.

È una città pulita ed organizzata.

Lungo la costa una passeggiata da fare a piedi o in bicicletta.

La pista ciclabile è lunghissima,

proprio sopra le scogliere a picco, che a volte si aprono, e lasciano entrare l’acqua.

Ci sono grotte aperte da archi naturali che sembrano un nascondiglio perfetto,

inaccessibile, anche per un fuggitivo.

La lapide di plastica dice:

Una città di valorosi soldati

ed esperti marinai.

Ed ancora oggi ci sono esperti marinai ed un forte senso civico.

Si, mi viene da pensare,

è una città di plastica. Bella. Accessibile.

Come ce ne sono sempre state.

Meson è un ragazzo giovane, ottimista ed allegro.

Non alto, anzi, decisamente basso.

Atletico e scuro; Ha gli occhi chiari.

Ha deciso di vivere fuori dagli schemi.

Senza nulla, o quasi.

Due chitarre, una fisarmonica ed il suo inseparabile cane.

Qualche abito.

Conosce tre, quattro lingue ed ha deciso di vivere suonando.

Ha un progetto:

vuole vivere donando se stesso e la sua musica.

E così viaggiare e guadagnare e …

proseguire.

Mi sembra un ottimo progetto, almeno non peggiore di tanti altri.

Per lo meno sa suonare bene. Questa è la base. La condizione di partenza.

 

6 novembre

Nel 2013 un gruppo di ragazzi, qui, a Sines, si è presentato alle elezioni.

C’è un loro murales, autorizzato e ben fatto a propaganda delle loro idee.

Ho come l’impressione che ci si lamenti ovunque delle stesse cose.

Questo mi fa pensare al senso delle cose.

Insomma, non così drasticamente…

Penso a cosa dia un senso e se ci sia un motivo per rifletterci su.

Mi vengono in mente i miei.

Tanto diversi fra loro.

Mi commuovono immagini del loro passato:

sorridenti, entusiasti nei loro anni più giovani. Violenti, potenti.

Ancora sorridenti sì, ma sdentati; nella loro vecchiaia. Deboli, stanchi, crudeli.

Tuttavia sempre sorridenti, verso di me.

Chiudo gli occhi, silenzio le orecchie ed immagino che tutto si spenga,

finisca.

Immagino il mio cuore lentamente smettere di fare rumore

e il nulla.

Non mi sento affrancato ne sprecato.

Semplicemente non sono: non ci sono.

Non amo troppo la solitudine.

Mi sento a disagio, tuttavia, se mi trovo costretto, obbligato nella mia libertà di muovermi.

Le persone mi affascinano e le loro opere, riempiono.

Mi piace guardarle, invaderle senza che se ne accorgano.

Ora mi sento tranquillo, sono nel bar con le pareti piastrellate di giallo,

la vetrina dei fritti, la macchina del caffè.

Piccoli tavolini quadrati con le sedie abbinate, blu.

Il locale è affollato di sole donne anziane. Bevono caffè, smangiucchiano.

Una città di marinai.

Sono immerso nel loro lento e continuo portoghese mentre la radio trasmette i Supertramp.

Finisco il caffè e mi fermo un po’ ad ascoltare.

Racconto: “Il catodico geloso”

IL CATODICO GELOSO

di Sergio D’Amaro

Stava esposto da pochi mesi nella vetrina del signor Bartolomeo Taddei. Un negozio scintillante di luci sulla strada che ospitava innumerevoli attività umane, dallo struscio serale allo scambio di informazioni nelle sezioni dei partiti locali. Una vita ad ondate, a cadenzati impulsi che decidevano improvvise scosse o lunghi languori. Nell’eccessiva illuminazione della vetrina il televisore Geloso brillava di riflessi che colpivano la superficie convessa dello schermo. Sembrava che si animassero, screziandosi a seconda della posizione dello sguardo e forse seguendo i cambiamenti istantanei dell’anima. Chi passava, non poteva nascondere un moto di meraviglia o un sospiro di desiderio.

La madre di Lucio lo puntava da settimane, sempre più convinta che quella scatola magica avrebbe dovuto ridursi ben presto in suo possesso. La pensava così anche Lucio, che a dieci anni era rimasto completamente ammaliato da quel primo importante specchio delle sue brame. Se mi avessero interrogato, avrei potuto rivelare gli alti e i bassi della mia storia e perché adesso, da poco tempo, mi ero ritrovato inerme divo sotto i fari abbaglianti del negozio del signor Taddei. Decisi, però, di rimanere un mistero e rivestito di un rassicurante colore misto di grigio e avorio mi disposi ad accettare la compagnia di Lucio e della sua famiglia. Non che fosse una casa prestigiosa, tutt’altro! Nella stanza, un tavolo, un divano, due poltrone, alcune scene mitologiche, un calendario a fogli staccabili con le cifre rosse. Alla parete di destra una vecchia credenza e due ninnoli di ceramica. Ero piombato, me ne avvidi, nel bel mezzo di un campione di proletariato appena emancipato dai più pressanti bisogni economici. Avrei potuto, in tal modo, diventare il suo sogno di modernità e trascinarlo nel vortice di un futuro che stava per esplodere.

Lucio era curioso di tutto e la sua mano ancora infantile aveva già messo alla prova manopole piccole e grandi, tasti su e giù scattanti, il rivestimento a minuscole grate su cui erano sparsi i comandi. Mentre la madre s’ingegnava a spolverarlo ogni giorno con attenzione, Lucio ne ammirava continuamente la struttura estetica e la complessità tecnica, cercando di indovinarne i segreti collegamenti e la stupefacente trasmissione degli impulsi elettronici. Nei quaranta centimetri del catodico Geloso, lungo l’incavo di quella specie di giglio attraversato da raggi silenziosi, passavano tutte le immagini del tempo presente, le voci innumerevoli dei contemporanei, gli inviti a sognare nei lontani paesi di Disneyland.

Avvenne a Lucio quello che mai ai suoi antenati era stato dato in sorte: azzerare lo spazio, far toccare due lontananze con gli occhi, raccogliere in una piccola stanza l’eco del mondo.

Tenendo coperto il mistero tecnologico racchiuso nel mio mobile, mi aprii una mattina al sole sorto sulla Luna. Me ne stupii moltissimo, abbagliato da quella visione celeste e metallica. Qualcuno posò il piede su quella superficie lontana e sabbiosa, con l’orizzonte appuntito da alte rocce disuguali e insormontabili. Ma Lucio ne fu felice e andando avanti negli anni si conservò fedele a quello slancio, ad un entusiasmo che andò oltre la sua fanciullezza. L’incredibile impresa spaziale, compiuta come una competizione temeraria, seppe diventare lo stimolo alla più infantile delle fantasie, proiettando Lucio verso confini ritenuti inaccessibili.

In realtà, fin dall’età di dieci anni, egli era andato raccogliendo un’intera serie di dispense monografiche sui minuti aggiornamenti provenienti da Cape Canaveral. In quelle immagini si vedeva anche lui scaraventato in cieli illimitati, in un futuro tutto aperto e tutto libero, lontano anni luce dalle cronache inquietanti di un’umanità travagliata. Un tasto o un interruttore, e un missile sarebbe partito verso un felice ignoto, rivestito di titanio, appoggiato a seducenti poltrone di moplen, ricco di monitor impegnati a controllare lo stato dell’universo. Ed era, questo, un futuro che sembrava naturalmente raccordato all’antica cultura della terra, così propensa a restare fissata allo stesso spazio, al culto religioso degli ulivi piantati lì da secoli.

Trascorso un pezzo di tempo, dai colori estremi del bianco e del nero riuscii a spalmarmi di tutte le sfumature dell’arcobaleno più giulivo. Rossi squillanti, verdi rinfrescanti, azzurri che parevano staccati dal cielo, gialli rubati alle spighe del podere dietro le colline di Serra Fontana. Ora la realtà della vita poteva definirsi con una precisione più scientifica, differenziarsi in una luce più cangiante e più contraddittoria, distribuirsi lungo le pianure dei sentimenti più articolati.

Le immagini bidimensionali di una volta lasciavano il passo al film incalzante di un’esperienza viva, ora cordiale, ora bruciante. E Lucio ne soffriva o ne gioiva a seconda delle circostanze diverse del suo stare al mondo, del rapportarsi agli altri. Lontane giungevano le voci di un canto, le note in dissolvenza di chi aveva avuto un sogno. “Anch’io ho un sogno”, ripeteva Lucio, e intanto si esponeva a volte avido all’irradiazione di quella finestra dalla luce parlante.

Si scosse, guardò dal balcone giù nella piazza, s’avvide che era diventato adulto. Tra magie e frustate, tra adorabili archeologie e fascinosi riflessi metallici, il solco che correva tra guancia e bordo della bocca si era approfondito in una ruga. Si guardò allo specchio, era lui diventato un altro, diventato isola o penisola di se stesso, tronco alla deriva su un fiume inarrestabile. Aveva fatto tutta quella strada per individuarsi, per desiderare probabilmente di ritrovarsi nel più gran numero di alternative possibili. Lucio o Sisifo? Sansone intemerato o Abramo accecato dalla fede, pietra che si leviga nell’attrito fino al confine del deserto?

Se c’è un senso, io affermo di averne avuto uno, almeno uno, da giocare sul tappeto verde dell’azzardo, come un tavolo investito da un faro di luce concentrata: le immagini e i suoni che avevano attraversato in input velocissimi tutto quel cumulo di calendari invitavano ad un grande incontro comune, ad una ecumenica sinfonia umana, ad una ravvicinata segnalazione della città da abitare. Tracciati di destini, autostrade di trionfi, sentieri circondati da rovi, circuiti di andate e ritorni, guerre e ricostruzioni. Tutto questo s’era offerto alla sguardo di Lucio affacciandosi dallo schermo del catodico Geloso, diventando un occhio di pietà, una bibbia di casi esemplari, uno straordinario inventario dei comportamenti umani. Se c’era un principio unificante, esso avrebbe potuto coincidere col reciproco riconoscimento che tutti sono importanti, a prescindere dal proprio ruolo. Trasmettere tutto questo era stato un piacere e constatare che molti ne erano rimasti convinti una palese soddisfazione. Le mie antenne vi si erano adeguate, continuando a riprodurre fin dall’inizio l’invito ad amare, ad incontrare, ad usare le parole che sono le armi più difficili. Così che quando il mio tempo finì, non rimasi stordito dal dolore. Fui tolto dalla stanza dove ero rimasto per ventisei anni e fui dichiarato pronto per la demolizione. Lucio, intanto, era partito, lasciandomi privo del suo stupore e della sua incredibile incapacità di contrapporsi alle mie decisioni. Era diventato uomo.

Correvano gli anni Ottanta e ormai bisognava adeguarsi alle nuove tecnologie, sfidare altre possibilità, credere che le innovazioni avrebbero portato gli uomini alla pacificazione. Forse, mi dicevo, volatilizzatomi in un’altra dimensione, la scienza aiuterà l’arte, e insieme potranno potenziare il destino comune. Forse, aggiungevo, Dio si rivelerà, uscendo dagli abissi del cosmo e indicando agli esseri intelligenti esiliati sul pianeta azzurro la successiva terra promessa da raggiungere. Un sogno, forse, come tutti quelli che Lucio aveva continuato a fare anche dopo aver abbandonato la sua fanciullezza.

Poesia: Sisifo

SISIFO

di Fausta Genziana Le Piane

Ogni mattina

la luce

toglie le bende del sonno

alla donna abbandonata

nel letto.

Una gomma s’ostina

a cancellare lo sguardo

poi scende

e spegne il sorriso.

Ancora non paga,

decide di annullare le mani,

il ventre

-caverna d’incontri -,

le gambe veloci,

i piedi che volano.

Ma

c’è un genio del bene

che premia la lotta

e ogni mattina

il manichino riprende

la sua forma.

Da Gli steccati della mente, Penna d’Autore, 2009

Poesia: Anime perse

ANIME PERSE

di Iole Chessa Olivares

 

Nel disfarsi e ricomporsi

di vane attese

noi,

un passaggio di anime perse.

 

Nella pazienza di andare insieme,

non chiare stelle ma

impure braci

pronte alla zampata ferina

fino al vivo della carne.

 

Brevi le intese, isola nell’isola

avvistata e… perduta,

un labile chiarore

per aiutarsi nel buio

 

mentre la vita trasmigra:

algida al varco, senza abbagli

guarda crescere e morire

l’effimero d’ogni mutamento.

 

Poesia: “Al centro di Milano” di Fernando Della Posta

 

Al centro di Milano

di Fernando Della Posta

 

Il Duomo di Milano è un picco

d’encefalogramma calmo

ch’è fatto

a quadrati di palazzi calmi.

Linea d’uomo franco

che si spezza e si contorna

come si fasciasse un graffio,

come si mettesse una toppa

s’uno sbaglio di frattanto,

così grande

da rimanerci matto.

 

È un terremoto sul sismografo

rosso come l’etichetta del Cynar.

è l’ispirato passo di Cyrano,

è il sussultare di sottecchi

– del periodar Sanguinetiano.

 

Milano esegue il motto

di farsi eleganti i sogni …

Celarli sotto i tessuti leggeri,

rimuoverli dalle strutture,

lasciarli lì come una nota

che se vuoi la leggi, se no,

tiri avanti rasentando le muraglie

con le finestre e le vetrate

calme.

29/05/2010

Milano, scatto di Fernando della

Milano, scatto di Fernando della Posta

 

 

 

Poesia: I poeti del Magazine EscaMontage N. 0

News progetto editoriale “Magazine EscaMontage N.0”, una rivista su carta, aperiodica che ha come proposito unire a 360° l’Arte.  EscaMontage Magazine N°O per celebrare insieme nuove EscaAvventure e per inaugurare il 2015 con i versi immaginifici che comporranno il Magazine!

Qui le poesie  selezionate per il Magazine.

(Nota.  Le poesie qui pubblicate fanno parte della selezione dei due componimenti inviati come da bando, da ciascun autore. Le poesie scelte per il Magazine suddetto saranno invece pubblicati esclusivamente sul cartaceo.)

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Ego te abosolvo

di Leopoldo Attolico

-Padre , sogno ragazze col seno di neve e le ciliegine .

-E lo vieni a dire a me figliolo ?

-E a chi altri padre ?

-Ma alla tua poesia perbacco!

Quale monitoraggio responsabile

può dribblare un disastro incoronato

da un sapore colorato?

Lui monitora l’adagio

che tra scrittura e vita non c’è frattura:

fanne tesoro, fatti coraggio!

 

 

Azzurrità

di Giorgina Busca Gernetti

 

Azzurrità di mare,

di cielo nella quiete dello spirito.

Il triste manto delle nubi è vinto

dal chiarore dell’aria

sonante per la melodiosa brezza

che dolce-increspa l’onda dello Jonio.

Anima azzurra di pace, di gioia

in un giorno che affonda ogni dolore

negli abissi del mare

e innalza nell’immensità dell’ètere

un albatro ferito,

ormai rapito dall’azzurrità.

 

 

Animula Vagula Blandula

di Angela Campitelli

 

Io, animula vagula blandula,

Eterea sirena peregrina.

Nuda, l’anima mia,

s’immerge, negli abissi.

Avvolta dalle acque del mondo,

liquido amniotico di vita.

Serena piroetto e poi,

stile delfino, riemergo,

appagata!

 

Il gesto del burattino

di Iole Chessa Olivares

 

Fa increspare di brividi

il gesto del burattino

rigido

carico d’insistenza

come può s’allunga s’inarca

porta sottintesi

rubati all’infanzia del tempo

li lascia poi fuggire

velati di chimere.

Nelle pause solo sue

nei rimandi a sorpresa

un ignoto crampo dell’anima

un chissà che

interminabile in levare

forse

improvviso risveglio d’innocenza

o audace diverso silenzio

esule tra noi

ma…di lunga vita

bruciante

nell’urto d’insieme.

 

 

Tempi supplementari

di Ciro Cianni

 

                                            palestinese,israeliano,

                        israeliano,

                                            palestinese,

                                            palestinese,

                     palestinese, israeliano

                                           israeliano, palestinese,

                                           palestinese,

                                           israeliano,

                                          israeliano, palestinese

                                                                                    israeliano…

 

 

di Davide Cortese

 

So che col tempo mi si scrollerà di dosso

la luce che i tuoi occhi adesso

posano dolcemente su me.

Per lungo tempo non ti toccherò,

né la mia pelle avrà memoria di te.

Forse dimenticherò la tua voce.

La tua vita mi sarà straniera.

Sei qui ancora un po’.

E non sappiamo dircelo

se questo è un addio.

Quest’attimo cede al futuro.

Non possiamo fermarci qui.

Guardami di più negli occhi.

Siamo qui un poco ancora.

 

 

Voli stanchi

di Maria Antonella D’Agostino

 

Ho imparato a piangere

nel silenzio,

a sciogliere le lacrime

quando il mondo tace.

La mente intreccia

i lembi dei miei giorni

contro le nuvole

color di rosa.

Che sia estate

o che sia inverno,

si allaga il tempo

dei miei voli stanchi.

 

 

Io sono noi

Giuliana D’Annibale

 

Io sono noi

la vita che mi ospita

è la somma dei conoscenti

e dei miti

che ho incontrato,

ognuno di loro

ha qualcosa che mi appartiene

nel bene e nel male.

 

Affidare le banalità

al web

ricercare l’identità

negli altri.

L’eccesso di comunicazione

induce alla menzogna.

 

Voglio essere ingrata

voglio potare le esperienze,

sbucciarmi

per trovare un io vero.

 

La speranza

sostiene il mio pensiero

la passione

gli dona le ali.

 

 

Frida

di Fernando Della Posta

 

Avevi le ciglia del nero dello scandalo

e d’un tratto scioglievi dal seno il cuore,

le vene degli arti fino al ventre e il mare.

Il banano dalle lunghe palme,

il macaco dalle guance rosse e il riso forte,

come gli occhi fissi, sempre fissi

neri e sempre fissi, sull’anima del toro.

In coro tintinnavano alamari d’oro.

Di strappo danzava sul tacco, sull’ultimo

sperone, dell’ultimo soldato morto, in piazza

la pazza: e davanti al cumulo dei gauchos

piangeva cantilene vecchie come il sale:

ad averti sempre avuta in sacrificio,

disposizione religiosa da sgranare

zucchero di canna sulle labbra degli dei.

 

 

Purezza

di Fausta Genziana Le Piane

 

La purezza ha snobbato

Il giglio che,

esangue,

imputridisce

nel fango,

e si è fatta

cravattino

al frac

del diavolo.

 


A una controra

di Donatella Giancaspero

 

A una controra arida,

assetata, un letto sfatto

di solitudine ti prende

nuda, t’invoglia

a cercarti

nel tuo segreto d’ombra,

dove germoglia

l’oasi, freme

di poesia.

 

 

Un decino

di Annamaria Giannini

non sono che una mendicante in fondo
in questo mio mangiare verso a verso
l’anima dei poeti e a mietitura
divido il grano in pugni disuguali
che la fame non è sempre la stessa
rinasco fiume, zingara, vampiro
ed attraverso il guado a piedi scalzi
nel giogo vento che mi fa tremare
alle finestre dove mille braccia
dietro la tenda chiamano il mio nome

non sono che una mendicante in fondo
chiedo un decino ad ogni passo svelto
che mi attraversa il cuore

 

 

Ebbi una visione

di Gianni Godi

 

Ero piccino allora vidi la mia anima.

Non stava al centro bensì spostata a sinistra.
Lattiginosa sottile frastagliata un poco porosa quadrotta

bidimensionale in luogo incolore forse grigio.
Da quando la notai la prima volta è sempre lì

ogni tanto la vedo fluttuare.
La mia anima è staccata dal cervello

sembra stia davanti alla zona del cuore.
A volte assomiglia a quei riccioli

di ferro prodotti dal tornio.
Io so che dentro la mia anima non c’è niente.

Altre volte pare un buco attorcigliato tipo ombelico.
Non è bella la mia anima non è niente.

Per vederla ci debbo pensare.

 

 

Canto saffico

Di Fiore Leveque

Imen Imeneo Imené oh Imen

Imene Imen Imeno Imen oh Imene

Viril e dolce Saffo ricamò

E – femminista ancora – l’uomo eguaglia

Che maschilismo antico, e nuovo ancora

Chi pace e amore cerca fa negletta

Imen Imeneo Imené oh Imen

Imene Imen Imeno Imen oh Imene

Ancora tu invidiata in colto cerchio

Terra bruciata a te d’intorno fanno

Bruti – barbari – da neo-elleni sorti

Di Etere tal movimento minando

Con starnazzanti attributi di <Cosa>

Isolando te, o Sappho, e la tua Lesbo.

Imen Imeneo Imené oh Imen

Imene Imen Imeno Imen oh Imene

 

 

Mi cresce dentro l’erba

di Tiziana Marini

 

Mi cresce dentro l’erba

come un’onda.

Piu’ su della mano

sfiorita

di carta velina

e degli anni

sparsi ovunque.

Un brivido d’erba

mi scuote il cuore

ancora e ancora

e’ la bella stagione.

 

 

Passeggiata a calcata

Di Monica Martinelli

 

Mani passi sorrisi

intrecciati in moto sospeso

si consumano sull’asfalto.

 

Raccogliere azioni

parole, farle tue

arrendersi alla dinamica degli eventi

che cercano luoghi

in attesa di luce.

 

Riflessi di cielo e muri

specchio di anime che pulsano

e cambiano percorso

senza sapere perché.

 

 

La memoria nel tempo

di Matteo Mingoli

Orologi contachilometri
ticchettano i secondi
di questo nostro viverci
d’incontri
ed io coi polpastrelli
ne seguo il tempo
scorrendo sulle curve
del tuo collo
e dei tuoi seni.
Scoprendoti.
Leggendoti.
Immergersi
fin sopra i gomiti
in un gioco chiamato amarsi
e sentirlo infinito.

 

 

Ninna nanna

di Anita Napolitano

(Al bimbetto gettato nel Tevere
il 2 febbraio 2012 dal papà)

Ninna nanna, ninna oh!
Ninna nanna, ninna oh!

Al Fiume barbuto,
Beatrice ha affidato
il bianco respiro…
e il fetido braccio dell’orbo
quel giorno sull’orlo di marmo
ha amputato…

Sul ponte glorioso…
tra i ponti allineati,
piove la neve… e il sole
bagnato ha bendato
le ciglia.

E da lì che è volato… giù,
giù tra gli opachi fondali
e… tra i ciuffi di erba bagnata.

Beatrice ha comunque sperato
e senza la testa…lì, lì, lì
in ginocchio ha pregato.

 

E su, su, su in cima al castello
l’ arcangelo biondo ha riposto la spada
e contempla le strade , le case
e le vite di carta…

Chino è il suo capo e attenti i suoi occhi
a cercare il figlio adottivo del fiume,
e giù, giù, giù con mano fiorita…
il bimbo accarezza.

E su, su, su quando il buio
inghiotte la luce,
le acque clandestine
s’acquietano, piove la neve

E giù, giù, giù fradice
le zolle dal cuore grosso
tacciono.

E su, su, su
increduli i gabbiani d’asfalto
cercano riparo sotto
le arcate dei ponti allineati.

Affannate giungono
le figlie di Tevere con
la cornucopia,

Beatrice piange e
canta la ninna nanna:
Ninna nanna, ninna oh!
Ninna nanna, ninna oh!

E giù, giù, giù
dorme il figlio di Medeo
nel giaciglio di fogliame.

Requie non trova
il braccio orbato
e giù, giù, giù
nell’abisso ammara
e il bimbetto gli tende
le candide manucce.

 

 

 

Dissonanze

di Patrizia Nizzo

 

Dissonante il verbo contrapposto

variamente accordato.

Dissonante lo sguardo intrecciato,

l’apertura alare, il desiderio

e il suo significato.

Dissonante l’argomento, il percorso, il fine

e il vivere un universo violentato

da parola e direzione.

Dissonanti le infinite contraddizioni umane.

Non diverso ma, dissonante

ciò che non appaga un bisogno d’armonia.

 

 

 

Pittore di strada

di Massimo Pacetti

 

Ho rincorso l’auto che ti portava via

 

con il fiato spezzato

 

ho lottato contro me stesso

un titanico corpo a corpo

per non cedere a quest’impulso

di inseguire il tuo cuore

il mio cuore

 

in quell’auto c’era il cuore

la mia corsa era l’anima

e il tuo sorriso si è fermato

sotto l’obelisco di una piazza infiammata

prima che cadesse esausto

 

quando mi hai raccolto

pazzo fra la gente

ero un pittore con i colori

sparsi sul selciato

 

tu, modella mi prendevi le mani

avevo inseguito un’opera d’arte

che non credevo di poter dipingere

 

ora, il mio pennello

poteva tornare a vagare

sulla tela.

 

 

Il messaggio smarrito

di Valerio Pedini

 

Piombo nelle graticole dell’aura corallina

-cogli occhi incagliati nel turbinio stagnante che pietrifica il tutto all’eccesso-

Il pagliaccio stringa le sue intestina ingurgitando le sue feci.

Può essere lontano dall’ombra colui che denigra la sua stessa tomba?

 

Fenomeno imbottigliato

Si scaglia il messaggio

Nel futuro asmatico

E riecheggia la barzelletta dell’“io sono”

Natura e frutto di mare

Appassito nella nascita del mondo proto-digitale.

 

CHI SARA’ VIVO NELLA CONGESTIONE COSMICA?

 

Le onde allontanano risposte,

mentre la spagnola vola attorcigliandosi nel delirio:

 

tutto si chiude

e il totem si disperde.

 

 

Persefone/Kòre

di Martina Peloso

 

E così io ero un vaso,

un abbraccio canopo,

a servire soltanto

un fardello alla volta,

le ceneri di un altro;

un petalo: un amore,

io Persefone cara

o stoviglia posata,

ctonia fittile immobile. / Mi si sfalda la forma

sono un Gange di gente,

d’occhi, di mani scalze

e ritorno kòre libera al pascolo.

 

 

 

Ho steso parole di cristallo

di Lorenzo Poggi

 

Ho steso parole di cristallo

come un ponte di liane

per farti attraversare

squarci di disperazione.

 

Ma i giardini non fioriscono da soli,

solo le bacche rosse dei rovi

sono sangue vivo per i merli.

 

I giorni s’ammonticchiano

in guanciali dilaniati,

le notti sono fiere di paese

e processi a madonne senza veli.

 

Non so più scegliere

tappeti di margherite

per attutire il rumore

dei tuoi passi stanchi.

 

 

Alfabeti che non parlano
di Floriana Porta

 

Ora si muovono

sillabe armoniose,

alfabeti che non parlano.

Non più soli,

stretti a me,

s’affilano

in un grido che non s’ode,

in grafemi riemersi da soffi marini,

all’incrocio dei segni.

 

 

Loop
di Tommaso Putignano

Suadente, sensuale, incantevole delirio
E il giallo riaccende la vibrazione
Delle interconnessioni retinali
Il blocco periferico si fa centro
Lo switch va in loop
Il cerchio si chiude
E il reale diventa assoluto

 

 

Incontrami

di Laura Quinzi

 

Amica mia che abiti sulle strade sporche dei luoghi visitati

Il tuo sguardo verde acquamarina pare dipinto a mano

Cammini avanti e indietro, mentre offri allo sguardo di chi passa la tua carne rosata

Tutto si spiega difronte alle tue passioni storte

e questo rituale vecchio quanto il mondo, ti differenzia dalle cose comuni, amica mia

Sei simile a un castello di carte, crollato sotto il peso di gambe

troppo magre ma sono le tue calze a rete che ti rendono prigioniera senza che tu lo desideri davvero

Nessuno vedendoti si meraviglia del disappunto che metti nella voce perché sei la più bella fra tutte

Sei nata dalla cenere stanca di una magia che strega l’universo e lo risucchia in sé

Consumata d’amore e incenso bruciato, ti trascini dietro il presente e poi il morire

I vestiti che porti sottraggono poco e male le nudità millenarie amica mia violata di fame e di sete

Sei l’amica la madre e l’amante, sei il tutto e il niente

l’eccezione nella regola, ma poi resti sola come un respiro sospeso

Tu preghi alla luna velata come le madri in lutto, o come le spose candide

Dietro i tuoi occhi va, la vita che ti morde, e spingi lontano dalla tua sorte il mare che ti porti dentro

Stanca delle ingiustizie le imprimi lungo i solchi della tua saggezza risaputa

Ora tu amica mia, vergine finta, donna fragile e fiera, vai

per la tua strada e affidati al silenzio della notte.

 

 

Tempo

di Antonella Rizzo

 

Rendimi immobile

all’ardimento degli orizzonti

e alle nebulose complici.

Il tempo mio è violento

ha mani tenaci

e pelle di salamandra.

Un curandero bianco

slega l’anima dalla catena

mutando in disincanto

i nudi degli Eroi.

 

 

Forse un giorno

di Marinella Rosin Beltramini

 

Gatto nero imprigionato

in una piccola stanza.

Simbolo di terrore.

Entrare in un mondo non tuo

per finire esiliato.

Impazzire alla ricerca

di un’uscita che non trovi.

Il grido strozzato

del gatto impaurito

ti penetra e si fa tuo,

mentre ti dibatti

per uscire dal tunnel

dove oramai resti confinato.

Poi forse,

un giorno,

chissà,

può darsi

che qualcuno

riaprirà quella porta

e riavrai la tua libertà.

Purché non sia troppo tardi.

 

 

Confessione

di Maurizio Stasi

 

Puttana! Facile a dirsi.

Ma quando non hai niente,

quando anche solo

un fazzoletto di carta

è simbolo di agiatezza

allora tutto è possibile.

Ci sbattete in faccia

la vostra ricchezza;

ci portate le vostre malattie

portandoci via l’amore!

E’ vero mi prostituisco.

Mi vendo per un pezzo di pane!

Pane che a voi non costa nulla.

Ma per me, per i miei figli,

quel pezzo di pane, è la vita!

 

 

Quotidiano rifiorire

di Michela Zanarella

 

Mi ripeto che la vita

è un quotidiano rifiorire

come un miracolo senza pudore.

Esulto al suo genuino calore,

a questa luce avuta in dono

al primo respiro.

Tra il corpo e superfici

di cielo,

piena di senso

annuncio la mia volontà

a trasformare

ogni croce in amore.

Poesia: Profughi

Profughi

di Mohamed Malih

 

In sella ai nostri anni migliori
sfidiamo il mare
scrutando rotte
di mille altri destini alla deriva
l’approdo è un azzardo
alle porte di Lampedusa
altre storie verranno a galla
impigliate nelle reti dei pescatori
l’enfasi lasciamola ad altri esodi
noi siamo solo profughi
protagonisti della cronaca
e clandestini alla storia

 

Secondo premio Concorso Internazionale Poesia della Migrazione “Attraverso l’Italia 2014”

http://www.viveresenigallia.it/index.php?page=articolo&articolo_id=505700

 

Poesia: La sera vengono i gatti

La sera vengono i gatti

di Andrea Fabiani

la sera vengono i gatti a trovarmi
quando la giornata è finita
e ho già cenato da solo
e mi metto in soggiorno da solo
a tentare di scrivere o solo
resistere alla mia prossima
ennesima morte
allora vengono i gatti a trovarmi
il primo è stato un gatto tutto
bianco e arancione,
che col senno di poi ho chiamato Primo.
mi è apparso il suo muso in giardino
oltre il vetro della porta finestra
stava lì e mi guardava
e miagolava richieste di cibo
o forse di reciproco aiuto
ai gatti è parecchio difficile dire di no
non hanno facce cattive, gatti
non hanno espressioni da stronzi
mai
nemmeno quando si stanno scannando
per aprire la porta ho fatto rumore
lui è scappato
io gli ho lasciato per terra un po’ di prosciutto e una scodella
piena di latte
da dentro la casa, con la luce ben spenta
l’ho visto tornare, sicuro, mangiare
tutto il prosciutto, ignorare il latte.
adesso vengono in tanti, Primo
deve aver sparso la voce
vengono in cinque, nelle sere più fredde
hanno passi tranquilli, voci
struggenti, occhi
così lucenti da farmi trovare la notte
un po’ meno buia.
E soprattutto non hanno
facce da stronzi, mai.
mi camminano intorno, si strusciano, poi
li lascio mangiare
li sto solo a guardare
nella scodella però metto soltanto dell’acqua
non so perché avessi pensato
che i gatti amino il latte, probabilmente
ho visto troppi cartoni animati da piccolo.
sono i cuccioli che amano il latte
i cuccioli di ogni animale
e l’uomo ancora da adulto
e chissà, ho pensato guardando
i miei gatti sicuri,
se questo non voglia dire che noi
tra tutte le specie animali
siamo gli unici
a non diventare mai
degli adulti

Poesia: Il pranzo di Babette

Il pranzo di Babette

di Mariagrazia Garbarino

 

 

Con religiosa, paziente,

serena malinconia

commensali silenziosi e severi ,

gustano attenti e sorpresi,

cibi esotici e insoliti

preparati con cura

da mani esperte d’artista.

Son conditi e farciti

di ingredienti di fede,

carità e rinuncia,

amore e riconoscenza.

Delicate atmosfere,

inusuali profumi

e il piacere del gusto

avvicinano all’Eden

mondi e sogni diversi.

I sapori contaminano

anche i cuori più increduli,

nel sontuoso banchetto,

incantati e stupiti

dal connubio romantico

di desideri del corpo

e appetiti dell’anima.

Poesia: Maledetto poeta, di Andrea Lattari

MALEDETTO POETA

di Andrea Lattari

 

Maledetto poeta

cosa ci fai da solo

in quella stanza

cosa mangi,

di che ti nutri?

Sei solo un poeta

pensi ad alta voce

e qualcuno ti ascolta

Tu non sei un uomo

forse sei solo un mistero.

Maledetto poeta

perché cammini, fermo

nello stesso posto

Dove credi andare?

Cosa credi di poter vedere da lì?

Gira la tua sedia

come un mappamondo.

Ieri, maledetto poeta,

eri dall’altra parte dell’Universo,

oggi sei qui con noi.

Di quale passaporto hai bisogno,

di quanti visti si è riempita la tua vita.

Come hai fatto poeta

a restare fermo

e allo stesso tempo viaggiare.

Tu non sei un uomo

forse sei solo un poeta.

Io non ti sopporto

maledetto poeta

Tu sei quello che gli altri

vorrebbero essere

e gli altri sono quello

che vorresti essere tu.

Tu sei la parola

che si muove.

Tu sei il verbo

che si trasforma in carne.

Tu sei quello per cui tutto

ha avuto inizio

E ancora resti

a guardare le stelle,

cosa ti hanno detto?

Ricordati di noi

quando le stelle

ti verranno a parlare.

Tu sei solo

un maledetto poeta

che non conosce il mondo,

che non difende se stesso,

che non parla di niente.

Oggi sono sicuro

di venirti a cercare

vedere dove abiti,

in quale nuvola dormi.

Maledetto poeta,

possiedi una chiave,

                                  usala,

vienici a liberare,

noi siamo rimasti

qui ad aspettare

e tu ci guardi da lontano.

Maledetto poeta,

cosa credi, di essere speciale,

                                                ti sbagli,

credi che tutto sia possibile,

                                                ti sbagli,

credi in noi,

ti prego di non sbagliare.

Abbiamo bisogno di te

maledetto poeta

Abbiamo bisogno di aiuto,

                                             poeta,

abbiamo bisogno

del tuo braccio

per farlo diventare terra,

                                            poeta,

della tua mano

per farla diventare acqua,

                                            poeta,

del tuo petto

per farlo diventare fuoco,

                                            poeta,

del tuo cuore

per farlo diventare cibo,

                                          poeta,

della tua anima

per farla diventare tutto.

Maledetto poeta,

se non riesco

ad odiarti,

almeno aiutami,

                           ad amare.

Racconto: Sergio D’Amaro

Melodiosi vinili

di Sergio D’Amaro

Partivano missili. E altri sembravano arrivare misteriosamente da mondi ultraterreni, lasciando tracce sospette e avvistamenti allarmanti. Erano anni che se ne parlava e si accumulavano dossier, relazioni, articoli, interviste a chi aveva avuto la ventura di avvicinare o di essere raggiunto dalla presenza di esseri inaspettati. Invece di continuare a guardare la luna come lo specchio riflettente di ogni fantasticheria o la meta privilegiata di occhi malinconici, si concepivano figure di mondi molto più lontani, che rischiavano di trasformarsi più in incubi che in piacevoli plaghe di sconfinamento sentimentale. Qualcuno meno avveduto aveva pensato addirittura di tenersi aggiornato seguendo cronache e analisi su riviste diventate subito popolari, comparse in tutte le edicole e nelle giornalerie a decine di copie. Si trattava evidentemente di una fuga collettiva, di una partenza inadeguata della propria intelligenza al di là della troposfera.

Ritrovarsi, allora, in casa davanti al pickup del giradischi Marelli poteva significare ritornare con i piedi sulla terra e affidare al piatto girevole la funzione di ben altra rampa di lancio per i sogni più diversi. I dischi neri di vinile odoravano di slanci terrestri e contenevano nei microsolchi il codice di una crescita che si sarebbe fatta nel tempo. Non una fuga, non la paura, non la curiosità morbosa di altri mondi, ma l’attesa, l’identificazione, il raggiungimento di un più vero sé attraverso continue corse lungo la schiena delle inquietudini. Tastare millimetro dopo millimetro l’anima, verificare nelle scariche elettriche di quella miracolosa trasformazione in suono la consistenza di un’immagine e la possibile tenuta di alcuni conseguenti fotogrammi. Come il contadino con l’aratro, così col pickup si sarebbero potute portare alla luce zolle faticose di terra e gemme nascoste di generosa coltivazione.

Quando il piccolo braccio elettromagnetico fece risuonare Le bateau di Jocelyn Travaillat, Mirko Sensini stava osservando la volta della sua camera, le cui pareti erano tutte ricoperte di poster, fotografie, frasi memorabili con firme illeggibili, locandine cinematografiche. Un vero e proprio arsenale pop, da usare come armatura contro le offese della realtà lastricata di cocci di vetro e di ciottoli roventi. Mirko faceva roteare lentamente gli occhi, passando da una parete all’altra, cercando di cogliere in frammenti di colore e in macchie di immagini una risposta da cartomante. Alla fine si fermò su un punto più alto e individuò distinto al centro della volta la raffigurazione di una scena. Misteri di vecchie case rimesse a nuovo, eppure quei profili disegnati erano rimasti intatti per decenni sovrastando chissà quanti moti alterni del cuore e della mente. Due metri più in basso si erano succedute tre generazioni della schiatta Sensini, crescendo in ambizione o arrendendosi all’evidenza di un caso avverso. Lassù in alto quel che si distingueva era un San Giorgio che trafigge il drago e rende libera una giovane donna incatenata e terrorizzata dalla minacciosa violenza del mostro. Simboli eloquenti, scelte decisive, passaggi ad una vita più giusta e più ricca.

Fu tutto questo, evidentemente, che sedusse Mirko e lo tenne avvinto a quella visione con una curiosità insaziabile, alla ricerca di una verità nascosta dietro le linee mosse della decorazione pittorica. Chissà quante volte aveva sentito parlare di San Giorgio, senza che vi prestasse un grammo di attenzione e finendo per relegare tali storie nella serie infinita delle leggende medievali. Ma quel giorno si era rivelato diverso e anche quella piccola composizione fatta per ingenuo abbellimento finiva per avere una sua funzione rivelatrice.

In realtà, lo sguardo riflessivo di Mirko veniva incoraggiato dall’intensità della melodia sgorgante dalle note della canzone di Jocelyn Travaillat. Il dondolìo della barca al pontile veniva tradotto attraverso la dolcezza del pentagramma, che poi però improvvisamente si apriva ad un precipitare di suoni più acuti, che dicevano di una

lacerazione insopportabile. E la voce di Travaillat si oscurava e si tendeva, si caricava di energia e poi si decantava, o sembrava decantarsi, in un calando disperato.

Era la stessa altalena che stava toccando l’animo inquieto di Mirko. Sicché tra suoni usciti dal giradischi Marelli e visione del San Giorgio sulla volta, egli poteva sintetizzare gran parte della sua vita più recente. Riandava così a tre anni prima, a quando aveva conosciuto Wanda ad una festa per il compleanno di una comune amica. Si erano subito reciprocamente piaciuti, e subito si erano incamminati sulla strada dei progetti frenetici e delle supposte felicità. Poche divergenze e molti chilometri toccati a Mirko per raggiungere periodicamente la sua amata a Pietrapolia, giusto alle falde dell’Appennino, e rinsaldare il legame messo alla prova dall’effettiva distanza.

Ma poi davvero il desiderio va dove va il vento? E se nel cielo fossero scritti due o tre destini diversi, avrebbe tentato Mirko di percorrerne soltanto uno? Gli esseri umani, pensava, sono come una girandola esposta sul balcone o una barca lasciata libera alle onde: sono volubili, opportunisti, mentitori, e se seguono un principio lo fanno per sbaglio o per distrazione. Ed esistono, meno male, i sentimenti nobili, le intenzioni immacolate, le verità incontrovertibili. L’amore rafforza, ma può anche precipitarti in un gorgo, ti esalta ma è anche capace di ridurti ad una cane bastonato. Erano stati, a pensarci bene, tre anni nutrienti, tre anni in cui l’ardore del fuoco non aveva sottomesso la ragione e anzi ne aveva puntellato qualche perno importante.

Ed ora, ecco, Mirko si trovava sul punto che significa una svolta, avendo concordato con Wanda un viaggio a Pietrapolia a fare la conoscenza finalmente della sua famiglia. Sentiva che sarebbe stata la tappa decisiva di un percorso, ed il regalo più bello che avrebbe fatto alla sua compagna.

Riproducevo le note della canzone di Travaillat. E sentivo che a qualche metro da me e dal mio comodo cuscino meccanico la mente di Mirko si tuffava nelle onde del dubbio e pesava il prima e il poi, l’eredità del passato e l’ala del futuro, vibrando ad ogni pensiero, scivolando tra le carezze che la barca faceva al pontile. E poi s’immaginava il distacco, la lancia di San Giorgio che trafigge la pelle squamosa del drago, la donna, che è Wanda, liberata dalle sue catene e il vascello che leggero solca il mare cantato da Jocelyn. Partire, ma non per quel breve viaggio del giorno dopo: partire, distaccandosi da tutto ciò che è stato, da tutto ciò che è diventato conosciuto, da tutto ciò che si possiede. Scegliere, dunque. E così fu per Mirko, dopo che l’ultima eco delle note si spense e il mio pickup svolse l’estremo solco del disco adagiandosi ubbidiente sul piatto diventato caldo.

Mirko aspettò che venisse sera e si commosse guardando dai vetri del balcone le cime degli olmi scossi dal libeccio. Il domani sarebbe arrivato puntuale, forse confortato da un altro melodioso vinile, da altri tre minuti per decidere su quale barca salpare.

 

[da La casa degli oggetti parlanti]

 

[da La casa degli oggetti parlanti]

 

Poesia: Andrea Fabiani

 

Scritta

 

Sei bella, forse

la più bella di sempre

E dici che non importa

il tuo nome

dici che posso deciderlo io

il tuo nome,

dici che posso decidere

tutto quello che voglio,

dici esattamente

tutto quello che voglio

perché tu

sei una donna scritta,

hai il viso scritto, le spalle

scritte, il seno, i fianchi

la pancia scritti, gli occhi

color dell’inchiostro.

Sono io che ti ho scritta

e senza che te lo chieda mi tieni

tra le gambe e i riccioli

delle lettere di cui sei fatta

e mi accarezzi le mani

con le mani che ho scritto

per accarezzarmi le mani.

E facciamo l’amore

proprio mentre lo scrivo e scrivo

che è bello e che tu mi abbracci,

alla fine e mi dici grazie

di avermi scritta

proprio così e io piango.

Davvero, non per iscritto.

Perché ti amo e non sai

che nulla si inventa in scrittura

che se sono riuscito a scriverti

sul bianco di un foglio tu esisti

da qualche parte realmente tu esisti

E ora ti prego non farmi

scrivere cercami allora

trovami e amami

sul serio, non posso

non basterebbe una vita

per riuscire a trovarti

che tu sei scritta e non puoi saperlo

ma sono almeno infiniti

forse anche di più

i mondi nascosti

in una goccia di inchiostro

 

af

 

Poesia: Michela Zanarella

E’ un rito quest’alba

di Michela Zanarella

 

 

E’ un rito quest’alba

che per prodigio sciacqua chiarori

nel cielo.

E’ naturale quel silenzio

intriso di risvegli

quando il mondo ancora riposa,

quando la luna sfuma

tra le altezze

in un ventaglio di bagliori

pari a timide rugiade.

Trascino nel mio inchiostro

il tragitto della luce,

il procedere dell’infinito.

La perfezione dell’azzurro

sazia le forme di nuvola

ed io che ho saputo allontanare

il sonno

mi lascio meravigliare

da una sosta del sole

che si mischia all’odore

del mattino.

Poesia: Lorenzo Poggi

La voglia che manca

di Lorenzo Poggi

 

Non è facile

uccidere il giorno che passa,

le vecchie scatole di sé

da prendere a calci

per aprire la stanza.

 

Non è semplice

arrancare la notte,

abusare la vita

abbracciandone i cerchi

lasciati sull’acqua.

 

Non è dovuto

morire d’inedia

con la finestra aperta

per uscire di senno

senza rimorsi.

 

Neanche è dovuto

abbracciare le lacrime

per farne madonne

che piangono sangue

dalle statuine dei souvenir.

 

Sono molte

le macerie che bloccano

la voglia di uscire,

è facile rintanarsi

nell’arazzo di casa.

Poesia. Il filo reciso

Maggior vita di noi hanno gli ulivi secolari,

che ora spiantano spesso per ornare

ville immense, attraversando, per questo,

anche gli oceani.

Quelli che sembrano avere tutto,

e, quasi sempre, chiudono gli occhi

anche davanti alla fame dei bambini,

vanno incontro, alla fine,

allo stesso destino degli altri,

anzi spesso, la clessidra

che segna la durata della loro vita

custodita in un luogo inaccessibile,

viene travolta, in breve tempo,

e spezzata dal vento furioso della sorte

che non distingue.

Così, non sarò solo io,

a non poter dire a te,

con assoluta certezza: aspettami,

domani ti raggiungo,

e riannodiamo

il filo della nostra storia,

reciso dal tuo lungo e continuo andare.

 

Luigi Corsi

 

Nettuno 3.5.2014

(Tutti i diritti riservati)

Poesia: Un anno e sedici mesi

li troverete ancora, agli angoli dei bar

o persi per i vicoli che annaspano

le viuzze ai capillari della comprensione.

 

li troverete, ancora

splendenti di luce non vista

agli occhi di chi

li ha saputi ascoltare,

essi – soltanto – vegliano.

 

sulla notte febbrile del Vecchio Appestato

come madre paziente carezza, paziente

la fronte del bimbo che sa

non potrà mai sfamfare,

l’adulto che sa di potere scivolare…

 

è incredibile cosa ci regalano;

un anno e sedici mesi di lavaggio del cervello

non bastano di certo per poterli scaricare

 

–> li troverete ancora i poeti, nelle strade!

Poesia: La ragazza ha la pelle d’oca

La ragazza ha la pelle d’oca

di Mohamed Malih

tace il violino nella sua custodia
il sole è alto da un pezzo
quando con un paio di caffè
intanto s’accorda la giornata
il violinisa ha le gote lisce di chi è amato
il sorriso benevolo di chi è grato
suonare il violino non è questione di spartito
è lo sguardo di uno che arriva
di uno che parte
è il vento di Tangeri
in una chioma corvina
poi certo
è anche merito dell’archetto
la ragazza che ascolta
dice “ho la pelle d’oca”
ragazza
questa è una storia
araba
andalusa
è la voce di generazioni di poeti
è l’eco lontana
dei dialetti nella valle del mondo
ragazza
questa è musica
di uno che parte
di uno che arriva
poi certo
è anche merito dell’archetto

Poesia: Inutili certezze

Inutili certezze

Di Lorenzo Poggi

 

Cielo d’inverno

grigio metallizzato

come la portiera d’un Suv.

 

“Dentro un tablet

ci sta una ragazza

una mucca pazza

ed un caffè in tazza”.

 

“Ho scoperto un led

nel firmamento

del pavimento

sembrava un sed*

per un momento”.

 

Una M giganteggiava

sopra l’hamburger

portava un gonnellino

tutto sporco di sugo

e la faccia piena di rossetto.

 

Ho preso un aperitivo rancido

tra specchi e olive guaste,

pezzetti di pizza rubata al museo

e snack fossili.

 

Poi ho aperto la portiera

a cento metri di distanza.

 

*Sed: (abbreviazione dalla lingua inglese di stream editor, editor di flusso) è un comando dei sistemi operativi Unix e Unix-like,

Oppure Sed = Ma in latino?