Maurizio Archilei

Recensione

“Citizen X”, la ricerca del lavoro (im)possibile

di Maurizio Archilei

 

Lavorare è cercare lavoro. Essere disoccupati significa non lavorare? Certo che no. A raccontare quanto distanti siano tra loro le condizioni del non-lavorare e dell’essere disoccupato ci hanno pensato quelli dell’Associazione “La Casa Della Locusta” attraverso lo spettacolo di Manuela Rossetti, Citizen X.

citizen-x_4La forma scelta è quella del monologo, e difficilmente potrebbe essere altrimenti dal momento che la condizione della disoccupazione è prettamente soggettiva. Eppure, allo stesso tempo, interessa così tanti aspetti della vita quotidiana, da essere condivisa con molte altre persone. Ecco allora che queste presenze “altre”, vicine ma allo stesso tempo differenti e lontane, vengono rese in una maniera tale da accentuare, se possibile, le distanze. La scelta tecnica, estremamente efficace, è quella dell’utilizzo della videoproiezione, che con un gioco dai molteplici valori simbolici trasforma il fondo della scena: la relazione tra chi cerca lavoro e chi gli si rapporta è complicata e il dialogo soccombe ad una comunicazione spesso a senso unico tra piani differenti raramente davvero comunicanti. Una commistione di linguaggi espressivi che colpisce nel segno e a cui si aggiunge un uso delle luci che si fanno ponte permettendo in alcuni casi l’interazione tra i diversi piani, in altri una sorta di identità, di scambio.

Lo spettacolo si muove attorno a 5 situazioni differenti. 5 modi di vivere la spasmodica ricerca del lavoro che mettono in luce con rapidità ed ironia aspetti come quello della privazione, della manipolazione, dell’incomprensione, della disperazione, della problematicità, della rassegnazione e dell’estrema fatica esperiti nel vivere quotidiano di chi è in cerca di occupazione. Alla fine dello spettacolo resta poco da aggiungere. Difficile non riconoscersi, almeno in un’occasione, nelle sventure e reazioni del personaggio cui da vita l’attrice Antonella Civale. Se tecnicamente i piani utilizzati sono due (palco e proiezione), allo spettatore, tra le risa amare, potrà in alcuni momenti sembrare che ce ne sia addirittura un terzo. Quello che fisicamente occupa nel momento stesso in cui assiste, sentendosi chiamato in causa come chi vede un vecchio filmato di cui è protagonista.

Alla realizzazione dello spettacolo hanno collaborato Mauro D’alessandro, Daniele Fabbri, Masaria Colucci, Alessio Pala, Ilaria Cenci e Ketty Roselli e, in qualità di digital performer, Simone Palma.

L’opera è andata in scena il 15 novembre presso il CSOA Spartaco, all’interno della rassegna “Detriti”, alla sua seconda edizione: otto spettacoli selezionati tra circa 130 proposte pervenute da tutta Italia secondo parametri che hanno puntato a premiare l’innovazione tecnica e l’originalità. Un cartellone che si è già dimostrato molto interessante e a cui suggeriamo di prestare la dovuta attenzione.

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Recensione

Tribù, di Duccio Camerini

Maurizio Archilei

compagnia enter tribu“Tribù” è la storia di quattro generazioni di una famiglia italiana. Sette personaggi divisi dallo scorrere del tempo eppure presenti contemporaneamente sul palco, come se il tempo fosse poco più che una membrana permeabile attraverso la quale i personaggi si parlano, si evocano ed affermano la propria esistenza, passata o presente, in un susseguirsi di interazioni e salti temporali.

Il pretesto che permette all’autore Duccio Camerini di ripercorrere le vicissitudini di questa famiglia consiste nel ritrovamento di una serie di fotografie da parte di Dudù, personaggio chiave in quanto motore della commedia, eppure ai margini della storia. Almeno fino alla fine, quando le tante strade percorse in serie dai membri della famiglia trovano apparentemente un punto di unione, e il percorso tracciato da tutte queste storie e sviluppatosi lungo un secolo, finalmente si chiude come un cerchio che collega passato e presente.

Dudù è un figlio di nessuno, abbandonato dalla madre in tenera età. Visitando una casa da affittare trova alcune fotografie e con esse l’identità che cercava, la sua storia. Le immagini parlano a Dudù, diventando vive attraverso i sette personaggi che raccontano momenti di vita vissuta, emozioni e tragedie che percorrono tutto il ‘900. Se Dudù è quasi parte della cornice, al centro della tela c’è certamente Gerolamo, che occupa per intero la finestra temporale all’interno della quale si collocano tutti gli altri personaggi. E a tale finestra da un nome: il secolo nervoso. Nervoso perchè capace di dispensare gioie, ma soprattutto difficoltà e dolori sotto il cui peso Gerolamo non si spezza, ma si piega, si perde e si ritrova, vive e sopravvive.

compagnia enter tribu 1Le vicissitudini dei sette familiari descrivono lo spirito del tempo e ogni sua mutazione nel corso del ‘900, ripercorrendo i lati oscuri e luminosi della vita e della cultura del Belpaese: dal fascismo alla guerra, dalla ribellione del ’68 alla caduta del muro di Berlino, lo spettacolo offre una carrellata di istantanee della cultura italiana nelle sue difficoltà tipiche delle epoche attraversate e nei suoi conflitti generazionali. I racconti di vita, posti su piani temporali diversi e contigui, si alternano, si intrecciano, interagiscono, avendo sullo sfondo la casa in cui Dudù troverà le foto. E il cerchio si chiude, inevitabilmente, sulle note dell’Aida di Rino Gaetano, a sottolineare il fatto che, anche se raccontata non attraverso le vicende di nobili o gente famosa, quella a cui si è assistito è la storia del nostro paese, mentre Dudù, uomo senza memoria appartenente ai nostri tempi, altri non è che la rappresentazione della necessità di trovare, in qualsiasi modo, le proprie radici.

Lo spettacolo, andato in scena presso il Teatro Agorà dal 2 al 4 Ottobre 2015 con Luca Milesi (attore e regista), Serena Renzi, Francesco Sotgiu, Alberto Albertino, Fabrizio Bordignon, Maria Concetta Liotta e Valentina Tramontana, ha vinto recentemente il premio per la Migliore Compagnia e Migliore Regia presso il Festival Nazionale del Teatro di Casamarciano, dopo essersi aggiudicato il Premio Fondi La Pastora già nel 2000.

Recensione

NoTeatro – ‘NO TAVevodetto’.

Quando a teatro si possono trovare divertimento ed elementi di conoscenza e riflessione

di Maurizio Archilei

 

downloadSe la TAV diventa un’occasione di condivisione, progresso personale, civile, culturale.

C’è una protagonista, Maria. C’è un lavoro, il macchinista. C’è una società soffocata da una prospettiva di progresso che è illusoria e si chiama TAV. Maria, partendo da un quartiere popolare, approderà al lavoro della sua vita, punto di vista privilegiato da cui potrà osservare il dietro le quinte di quest’inganno alla base di un’ubriacatura sociale pervasiva.

Correndo sulle rotaie, chilometro dopo chilometro, in un viaggio che la porterà a toccare luoghi e tempi differenti dal suo, conoscerà cosa si cela dietro una delle “grandi opere” del nostro paese, quella sulla quale, forse, esiste il maggior consenso bipartisan di sempre. E conoscerà i motivi di questa condivisione di intenti tra la destra e la sinistra parlamentare, finendo per cambiare completamente posizione.

Il linguaggio passa con disinvoltura da quello simbolico, di cui si apprezza la potenza e precisione, a rimandi e influenze della commedia dell’arte (da dove provengono i due attori), risultando efficace, chiaro, semplice da leggere nonostante la complessità dell’argomento proposto. Paradosso, figure grottesche, situazioni al limite dell’esagerazione creano infine un effetto comico coinvolgente quando tracciano con fedeltà uno spaccato della nostra realtà.

No TAVevodetto è uno spettacolo di teatro “politico”, come i suoi autori (Laura Pece e Stefano Greco) tengono a definirlo. Se si cerca uno spettacolo neutrale, e si vuole credere che su un argomento così sia possibile ricevere un tipo di informazione non di parte, siete nel posto sbagliato. Ovunque voi siate. La loro posizione è netta. Chiara. Il percorso ha un approdo dichiarato. Un invito onesto ad ascoltare le ragioni di chi al progetto dell’Alta Velocità oppone un no consapevole, andando a fondo delle questioni ed i meccanismi che governano il fenomeno sociale in questione, mettendo a nudo le dinamiche perverse che tengono uniti mondo degli affari e politica, o tracciando traiettorie meno nette, ma che stimolano e richiedono un lavoro interiore di connessione da parte dello spettatore.

Se si vuole assistere ad uno spettacolo che informi, si rischia di tornare a casa con pagine di appunti. “No TAVevo detto” è portavoce di quel punto di vista oscurato dal nostro sistema informativo, nel pieno di quel costume malsano che è diventato abituale di ragionare non ascoltando mai la controparte. Chi vuole avere elementi per capire di più ha, con questo spettacolo, una preziosa occasione. Sarà per questo che, dopo 55 repliche in tutta Italia in oltre 2 anni, la rappresentazione ha trovato e trova forti resistenze soprattutto nelle zone interessate in maniera più diretta ai lavori per la Tav.

Già 4 i boicottaggi realizzati tramite pretesti vari da parte di enti pubblici e privati. Il progetto della Tav, del resto, è esso stesso un pretesto. Per chi lo appoggia avendo degli interessi, come spiega lo spettacolo, e per gli autori dello spettacolo stesso, dal momento che si formula un invito a liberare la propria mente e la propria esistenza da costrizioni e limiti imposti che hanno caratteristiche universali. Una presa di coscienza costretta a staccarsi dai binari sui quali parte e va in accelerazione. Un esercizio che si basa su concetti quali la contrapposizione legalità/legittimità, la dignità umana, l’onesta, la libertà. Assolutamente da non perdere.

Spettacolo di e con Laura Pece e Stefano Greco

Musiche di Francesca Bertozzi

Vacancy

“Recensirò quello che vedrò”

Teatro come terapia culturale e teatro da recuperare, vedere o salvare… Propositi di un “recensore” per il nuovo anno!

di Maurizio Archilei

 

Ho iniziato a fare recensioni da molto poco. La cosa mi diverte e libera: di solito mi occupo di ben altri argomenti che non siano spettacoli, teatro, musica, cinema… E la differenza sostanziale è una: alla fine del lavoro non ho scorie in testa. Nessun brutto pensiero, nessuna maceria da rimuovere. Anzi, i resti delle spiacevoli storie precedenti si dissolvono alla fine di ogni bello spettacolo cui si assiste. Se lo spettacolo è bello!

Perché capita anche di vederne di brutti, purtroppo. E sono quelli di cui colpevolmente non riesco a parlare, perché è sempre spiacevole parlare male di qualcuno. E questo è un comportamento che dovrò correggere per due ragioni: una recensione negativa è una recensione, e una non-recensione non è niente. Anzi, peggio: nel limbo degli spettacoli non recensiti finiscono per convergere tanto quelli di scarsa qualità, quanto quelli per i quali non trovo il tempo materiale per scrivere due righe, pur essendo tutt’altro che indegni.

La non recensione è una livella che mette sullo stesso piano contenuti troppo diversi, togliendo al lettore la possibilità di orientarsi. E’ anche vero che non mi sento ancora nemmeno lontanamente una stella cui far riferimento per orientarsi, ma nemmeno un faro… nemmeno un lampioncino… Se non avessi mancato mai una recensione, però, mi sarei tolto qualche sassolino dalle scarpe. Sarei riuscito a spendere qualche sensata parola sui teatri che non sono più teatri, ma sale in affitto che mettono in cartellone spettacoli capaci, in un modo o nell’altro, di attirare un pubblico numericamente accettabile (in genere composto da amici e parenti degli attori che applaudono sempre e comunque). E di spettacoli così mi è capitato di vederne uno di recente: un vero crimine in due atti. Per di più portato a termine da una compagnia di sedicenti professionisti!

Ecco, non so se lo scopo di queste poche righe doveva essere il classico “propositi per il nuovo anno”, ma questo ho fatto: l’anno prossimo recensirò quello che vedrò. Quindi seguiteci attentamente, perchè da Marzo non mi faranno entrare più in nessun teatro!

Auguri a tutti