Laura Bonelli

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Prosa Blues. Caccia al morto di Luca Colombo

a cura di Laura Bonelli

luca colombo foto di Chiara Trentadue.jpgLuca Colombo ha trent’anni, è nato a Borgomanero e vive ad Oleggio, in provincia di Novara. La sua passione per la scrittura l’ha portato ad un esordio letterario originale e che tratta un argomento ostico, per certi versi. La morte raccontata dal punto di vista di chi, in questo campo, fa affari.
Filippo, il protagonista, è un aspirante scrittore, lavora nell’agenzia di onoranze funebri del suo paese con l’intenzione “filosofica” di cercare spunti per la sua attività artistica. La realtà con la quale avrà a che fare sarà molto diversa. Verrà catapultato in situazioni tragicomiche al limite del paradossale in cui “il caro estinto” ha davvero poco a che fare con tutto il resto.

caccia al morto cover.jpgScritto con grande verve e uno humor acido, il libro di Luca Colombo è un concentrato di dialoghi incalzanti e spassosi, di dinamiche che rasentano la follia e di bizzarre avventure amorose.

«Cominciamo subito. Primo incarico: superamento trauma bara».

Spassoso. Sono avvezzo alle bare. Chissà se avranno rinnovato il locale da quando ci venivo con mio padre.

«C’è da fare una cremazione. Trasporto bara da qui al crematorio».

Ah, una simulazione vera e propria: mi carica una bara vuota in macchina, vado al crematorio e torno indietro. Vuole farmi fare un tu per tu con la bara.

«È questione di un’ora. I documenti da consegnare sono questi».

«Documenti per cosa?»

«Autorizzazione alla cremazione e generalità salma. Non la puoi buttare nel forno come una pizza».

«Quale salma?»

«Filippo, la salma da cremare».

Coltellata.

«Di quale funerale?»

«Quello da cui siamo appena rientrati».

«E i parenti?»

«I parenti attendono a casa. Non gli importa della cremazione, credo avessero litigato. Meglio per noi, ci guadagniamo sul trasporto dell’urna, ricordi?»

«Ricordo»

(tratto da Caccia al morto)

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Prosa Blues. Uno sguardo nuovo sull’alunno

a cura di Laura Bonelli

 

Risultati immagini per uno sguardo nuovo sull'alunnoRegine Zekri-Hurstel  è una neurologa che vive in Francia. La sua branca di studio è quella che viene definita “neurologia funzionale”, un approccio umanistico e globale del cervello. A contatto con circa 5000 bambini con problemi scolastici ha inventato un nuovo alfabeto basato più sulla percezione che sul segno grafico vero e proprio.
Il libro “Uno sguardo nuovo sull’alunno – linguaggio gesti e posture” (Epsylon Editrice) spiega e chiarisce questo metodo innovativo.
L’alfabeto sensoriale l’autrice ha una doppia valenza: apprendere attraverso tutti i sensi e imparare a mangiare per parlare meglio.  Ad esempio: “un’alimentazione oleosa e salata sollecita i ricettori collocati al centro della lingua: favorisce pertanto lo sviluppo della cavità buccale mediana, nella parte più anteriore del palato.”
Esiste un occhio direttore neurologico al di là dell’occhio fisico che può essere destro o sinistro. In base allo “sguardo sulla realtà”  si avrà un tipo di apprendimento diverso.
Quindi l’insegnamento a scuola dovrebbe essere differenziato a seconda della caratteristica dei bambini. Se l’ occhio  neurologico direttore è il destro  il ragazzo potrà avere bisogno di una spiegazione con punti fermi e precisi e in una materia come la storia richiederà date, epoche, eventi.  Se, al contrario, l’occhio direttore è il sinistro la capacità di apprendimento sarà maggiore se verrà dato spazio alla tensione emotiva, alle gioie e ai dolori vissuti dai protagonisti per permettere all’alunno di proiettarsi nelle epoche passate.
L’autrice pone l’attenzione sulla necessità di “scrivere con tutto il corpo” perché la postura adottata dal ragazzo può contribuire o bloccare  “Niente deve essere lasciato al caso: polso, gomito, spalla, ginocchio, appoggio del bacino e dei piedi, rotazione della testa, stabilità dell’occhio. La persona che scrive esegue dunque un gesto estremamente fine, e gli artigiani di questo capolavoro di oreficeria sono l’intero cervello e l’intero corpo.  Più precisamente, osservando con attenzione i miei piccoli pazienti, ho capito che scrivere in equilibrio passa attraverso un armonioso asse mano/piede/occhio”.

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Prosa Blues. Social Mum, il libro-caso di Giula la Face

a cura di Laura Bonelli

 

«Tesoro e quanti anni ha Seby?»

«Mmm… mah… sui 17, sembra… Mi pare».

E così non è sicura nemmeno dell’età!

«Sì, ma è bellissimo, mamma!»

social mum cover.jpgIntanto la guardo e noto che indossa i suoi short più vistosi, completando il tutto con top e trucco dark‐post punk‐post atomic bomb. Mentre penso alla mia cardiologa e al da fare che le darò, lei mi saluta con il suo sorriso migliore, quello degli eventi catastrofici (per me). Poi sorrido e penso “Poveretto, non sa cosa lo aspetta”. Sulla mia spalla hanno pianto già un paio di ragazzotti in rigorosa tenuta hip hop, visiera retro cranica e bulbo verticalizzato. Che tenerezza, vederli piangere per una ragazza. No, un attimo, stiamo parlando dell’Adolescente, hanno pianto per lei che senza pietà me li ha scaricati in salotto, a parlare di sentimenti cuore amore e tutto il resto. Lei con l’amica del cuore in camera e io a consolare l’ennesimo cuore infranto. Occhi rossi, bulbo momentaneamente sulle ventitré, ti spiega come «Cioè, cazzo… Cioè si… no, mi ha detto che mi ama, però non lo sa… cazzo chattavamo 18 ore al giorno…» (ah, quindi chattava con te, brutto scarrafone, invece di studiare)

In un mondo social anche uno dei passaggi più delicati della vita, l’adolescenza, viene vissuta sulle “piattaforme sociali virtuali”, un non luogo in cui un quattordicenne naviga come un pesce nel mare, mentre i genitori annaspano nel tentativo di seguirlo. L’età in cui si comincia a crescere è sempre stata sfuggente per tutte le generazioni di genitori, ma adesso, con l’avvento del virtuale, sembra si sia aggiunta una complicazione in più.

Il libro d’esordio di Giulia La Face, Sociam Mum (Graphofeel Edizioni) è tratto dall’omonima pagina facebook che l’autrice ha deciso di aprire nella “notte buia e tempestosa” della presa di coscienza che la propria figlia, da bambina tenera e affettuosa, si stava trasformando, e aveva preso le sembianze de l’Adolescente.

La pagina nasce come sfogo e i post rivelano subito una caratteristica che la contraddistingue: l’ironia. Piace, e sono molti i genitori che cominciano a seguirla e a scriverle perché si ritrovano ad affrontare le stesse problematiche e la medesima realtà. Da questo esordio il passo verso la carta stampata è stato breve. Nel libro, piacevole e spiritoso, la formazione dell’autrice è molto evidente: Giulia La Face per vent’anni è stata educatrice professionale in area psichiatrica, con minori e soggetti a rischio e attualmente fa counseling e colloqui d’aiuto.

L’autrice fa riflettere, in modo divertente, sulla necessità di capire a fondo il tessuto social(e) in cui i propri figli crescono, cercando di non tralasciare nulla, anche se si tratta di imparare a conoscere realtà virtuali nuove; più che mai, in questo momento, le distanze tra genitori e figli devono essere azzerate perché troppi pericoli, ideologici e devianti, rischiano di affascinare la loro personalità ancora morbida e fragile, proprio perché è in formazione.

 

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Prosa Blues. Guido Gozzano, Viaggio in India

di Laura Bonelli

 

cpj_ViaggioInIndia-500x500.png“Al primo ponte tutto il corteo si arresta, come per intesi, e solo qualche figura bianca segue il cadavere: parenti più consanguinei, la madre, il padre, un fratello. La barella è deposta dinanzi alla porticina aperta; i seguaci sostano pochi secondo dinanzi al cadavere, forse per una preghiera d’addio. Di fronte è il dastur, il sacerdote Parsi, con due addetti. Non altri, non altro; nessun gemito, nessuna lacrima, nessun gesto tragico; forse anche nella religione del Parsi, come in quella dei Bramini e dei Buddisti, è cancellato il senso che noi occidentali abbiamo dell’io, e la loro filosofia millenaria attenua lo strazio del distacco senza ritorno”.
guido gozzano durante il viaggio in india.jpgPochi anni prima della sua morte, nel 1912, il poeta Guido Gozzano compie un viaggio in India in cerca di un clima più adatto alla sua precaria situazione fisica. E’ un trentenne che affronta un’ avventura in una terra lontana con curiosità e intelligenza, nello stile dei globetrotter europei di quegli anni, affascinati dall’esotico. Scrive delle lettere, in forma diaristica, in cui narra il percorso che compie, fra tradizioni lontane e incontri particolari, accompagnati dalle sue riflessioni. Nel centenario della morte di Gozzano questi scritti vengono riproposti nel volume “Viaggio in India” (Graphofeel Edizioni).
E’ l’occhio di un intellettuale che confronta il suo sapere con l’evidenza dei fatti, che spera di trovare risposte interiori nella culla millenaria della spiritualità e si scontra con una realtà fatta di riti spesso svuotati del loro fervore. Ma anche la descrizione di luoghi bellissimi e magici, raccontata con la maestria di un giovane poeta che riflette sui significati, sulle differenze e sulle distanze tra Oriente e Occidente.
Il libro è curato dalla regista Roberta Ricca, che da trent’anni si dedica allo studio della cultura e della filosofia indiana e chiarisce con le note a piè pagina molti termini indiani riferiti ai luoghi ed è corredato da immagini e fotografie dell’epoca.

 

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Prosa Blues.
“LA MALEDIZIONE DELL’ABBAZIA DI THELEMA DI ACCURSIO SOLDANO”

di Laura Bonelli

 

Copertina-FINALE1Alexander Edward Crowley fu uno dei più grandi satanisti di tutti i tempi. Negli anni ’20, per un periodo di tre anni, si trasferì a Cefalù, in provincia di Palermo, dove prese una casa che denominò abbazia di Thelema e fu il quartier generale di una setta da lui fondata, a base di riti di magia nera, rossa, alcool e droghe. Questa situazione destò grande scandalo nella Sicilia di allora e fu il nascente partito fascista che pose fine a questa esperienza al limite. Tutti gli adepti del mago vennero rispediti a casa loro, assieme al loro capo.

Accursio Soldano, nel suo terzo romanzo “La maledizione dell’abbazia di Thelema” (Leucotea Edizioni) narra la storia di quattro persone, legate da un appuntamento settimanale con una partita a carte. I protagonisti nascondono dei segreti che, in qualche modo, hanno a che vedere con quella strana abbazia, nella convinzione che tutti gli abitanti di Cefalù subirono le influenze di quel posto maledetto, come se un fluido nefasto si spargesse oltre i confini della proprietà.

accursio soldano

L’autore Accursio Soldano

Ma è davvero così? O la mente dell’uomo cerca sempre un capro espiatorio pur di non affrontare il male e la violenza che ha dentro di sé e che non ha nulla di magico, ma affonda le radici nei rapporti familiari malati, nelle invidie e nei soprusi. Esperienze pesanti inconfessate vengono portate sulle spalle come se niente fosse, perché ciò che importa è che la gente non pensi male non sappia la verità. Come se fossero Dorian Gray, tutti i personaggi hanno un’immagine nascosta mostruosa che distorce i tratti sotto il peso di ciò che non è stato affrontato e risolto, ma semplicemente sepolto nelle pieghe dell’anima, perché additare il demone visibile e manifesto è più facile che affrontare i propri. Così ci si tranquillizza, perché gli altri, tutti gli altri, sono peggio di me.

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Prosa Blues. La qualità del perdono

di Laura Bonelli

la qualità del perdono cover

LA QUALITA’ DEL PERDONO  Riflessioni sul teatro a partire da Shakespeare di Peter Brook

Se esiste una persona in grado di parlare autorevolmente di William Shakespeare, quella persona è Peter Brook. Il regista britannico novantenne, che ha trascorso tutta la sua esistenza a dare un concetto nuovo di teatro e recitazione,  ha avuto la grande capacità di scardinare i pilastri dell’interpretazione classica rendendo fruibili e vicini al pubblico opere ostiche come il Mahabharata o traducendo in immagini gli Incontri con uomini straordinari, nel racconto della giovinezza dello spiritualista dei primi del ‘900 Georges Gurdjieff.
Nel suo libro La qualità del perdono – riflessioni sul teatro a partire da Shakespeare (Dino Audino Editore) Peter Brook racconta la sua esperienza di formazione registica e personale, approfondendo alcune delle opere del grande drammaturgo inglese. Un libro piccolo, di neanche ottanta pagine, in cui l’autore condensa riflessioni profondissime e trasmette la necessità di andare a fondo sui dettagli, sulle singole parole per poter rendere vicina al pubblico la grandezza delle opere.
Brook ha sempre rifiutato di creare un metodo, anche se per  l’allenamento dell’attore durante le prove degli spettacoli si è avvalso di esercizi. Ha sempre dato spazio all’improvvisazione ed è grazie a questo e all’approfondimento psicologico, intellettuale e spirituale che i personaggi delle tragedie shakespeariane sono uscite da un muro aulico e impenetrabile e si sono rivelate per ciò che sono: la storia della natura umana nelle sue tante sfaccettature.

“Ci sono innumerevoli tematiche in Shakespeare, ma i suoi testi sono costantemente dominati dai concetti di ordine e caos (…).Sono forse i temi più vicini alle nostre vite, sia all’esterno che all’interno di noi stessi, in questo momento della storia. Siamo all’interno del caos – non possiamo negarlo, e il caos attorno a noi è un caos interiore -, credo che ciascuno sia in grado di riconoscerlo dentro di sé. C’è un profondo, e talvolta disperato, bisogno di ordine. E tuttavia siamo in un momento in cui, forse giustamente, ci accorgiamo di non saper comprendere l’apparente significato di nessuno dei due.”

Molti gli aneddoti riportati nel libro: dal difficile rapporto con Laurence Olivier, ai crescenti disagi psicologici di Vivien Leigh che durante le tournee passava le notti nelle bettole a bere e far baldoria con i camionisti, ai racconti dei retroscena della preparazione degli spettacoli che si alternano a pensieri di natura filosofica.

“Una parola può essere più di un guanto. E’ un magnete. Quando si adagia su uno spazio interiore ancora vuoto, nel momento in cui viene pronunciata, può riportare in superficie materiale sepolto nell’inconscio. E in momenti davvero speciali, può attrarre il materiale condiviso dall’ umanità. Quando guardiamo la pagina stampata di un’opera di Beckett, troviamo quasi sempre una battuta breve seguita da ‘pausa’. Questo era il Consiglio di Beckett agli Attori. Cechov faceva lo stesso, ma come ‘pausa’ usava “…”. Affinchè una semplice serie di parole acquisisca la più ampia dimensione umana, colui che parla deve fidarsi delle risonanze che sorgono in questi piccoli spazi. Tali momenti di silenzio esistono anche nei film, nei romanzi. Ma in teatro, nell’atto di ricreare assieme al pubblico una frase ad ogni replica, la pausa, i tre punti, non possono essere mai gli stessi.  Sono la traccia stessa della presenza di vita.”

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Prosa Blues. L’Abbecedario di Gabriella Montanari

intervista di Laura Bonelli

BodyPart-1Chi si avvicina alla poesia di Gabriella Montanari deve essere pronto a ricevere carezze e pugni in faccia e, sopratutto, non deve sperare di trovare consolazione. Catarsi, ascesi mista a sangue, sperma e terra, quello sì, ma nessuna consolazione.

Il suo «Abbecedario di una ex buona a nulla» (Rupe Mutevoli) è una distesa ordinata di armi da taglio: c’è la minuzia del bisturi, la ferocia della sciabola, l’arguzia del fioretto e alla fine, quando si crede, leggendola, di essere solo stati fatti a pezzi, compaiono fiori delicatissimi e profumati che hanno il nome di figli, casa, affetti bambini.

Enrico Nascimbeni, che ha curato la prefazione, di lei scrive: «Questo viaggio sulla strada della poesia dell’autrice è un gran bel viaggio. Scritto con arte e di arte dipinto. L’assenza di autocompiacimento e immensa disperata autoironia sono le credenziali di questo abbecedario»

Le poesie della Montanari sono a metà strada tra l’immagine e il monologo teatrale e portano il lettore a guardare aspetti dell’esistenza simile a polvere che si vorrebbe nascondere sotto al tappeto per non fare la fatica di affrontare.

ENVIRONNEMENT

(ambiente. presente quella roba che respira a fatica e che ci sta crepando in mano e sotto i piedi? la nostra cornice terrestre se ne va in fumo, lasciando ricordi e pennellate di vita verde nelle tele di ligabue e di rousseau il doganiere)

resteranno forse i più resistenti

o gli egoisti cronici e i recidivi cinici

o gli ignari

con orecchie e borsellino da mercante

insomma

saremo in tanti

a contenderci l’acqua per la doccia

sorsate d’ossigeno e un’insalata mista.

(Da Abbecedario di una ex buona a nulla)

Laureata in lettere moderne all’Università di Bologna e diplomata in pittura presso la Scuola d’Arti Ornamentali San Giacomo di Roma, Gabriella Montanari è poeta, scrittrice e fotografa. Traduttrice di poesia e narrativa dal francese e dall’inglese, collabora con riviste di critica letteraria, d’informazione e d’arte italiane e francesi.

È co-fondatrice e direttrice editoriale della casa editrice WhiteFly Press.

Esordisce in poesia con la raccolta Oltraggio all’ipocrisia – Prefazione di Dante Maffia (seconda classificata al Premio R. Farina, 1° Davide Rondoni, 3° Sauro Albisani) per le edizione Lepisma di Roma (2012), a cui ha fatto seguito Arsenico e nuovi versetti (La Vita Felice, Milano, 2013 – Prefazione di Lino Angiuli) e Abbecedario di una ex buona a nulla (Rupe Mutevole Edizioni, Parma, 2015 – Prefazione di Enrico Nascimbeni).

Sue poesie, racconti brevi e traduzioni sono raccolte in antologie italiane e internazionali.

Attualmente vive e opera tra l’Africa (Togo) e l’Italia.

Esiste una realtà poetica?

Diciamo che esiste un fitto sottobosco di poeti, per la maggior parte dediti al verseggiare nel tempo libero dall’impiego ufficiale e per lo più agglomerati in sette provinciali di pseudoinfluenza in cui se la scrivono, se la pubblicano e se la recitano. Poi vi sono alcune oligarchie cittadine in cui affondano le radici esemplari millenari di poesauri che fanno ancora il buono e il cattivo tempo letterario. O così credono. Infine, i cani sciolti: voci mature e scomode, isolate, vuoi per scelta o necessità personali, vuoi per ostracismo da parte delle due suddette categorie. Ma anche voci giovani, a cui non vengono concessi fiducia e spazio, eco di quella contemporaneità in cui la scrittura, e l’arte in generale, non possono prescindere dai mutamenti tecnologici e sociali. Questo, a mio avviso, il panorama italiano, sintetizzato e screvro da giudizi in merito alla qualità della poesia partorita. O, per lo meno, questo è quanto scorgo attraverso la distanza di sicurezza che mi tiene regolarmente lontana dall’Italia, ormai da anni. Quando torno mi piace frequentare e confrontarmi con alcuni, pochi, professionisti della poesia, vale a dire quei rari che hanno fatto della scrittura, e in particolare di quella poetica, la loro professione e che, a fatica ma sempre con rinnovato entusiasmo e fin troppa generosità, animano le scene culturali locali. O ascoltare chi poeta lo è potentemente, anche malgrado se stesso o al prezzo di una profonda sofferenza, e che non aspira né al riconoscimento né a essere accolto in alcuna cerchia.

Penso che tra fabbricanti di poesia, di ogni risma e classe, manchi spesso la solidarietà in nome di un comune obiettivo, disinteressato e non autoreferenziale. Invogliare il lettore, qualsiasi lettore e non solo quello già predisposto di suo, ad avvicinarsi alla poesia. Raccontandosi senza veli, trasmettendo autenticità. Chi ha la poesia come modus vivendi, mischiata al corpo e ai pensieri, riesce a entrare in contatto con chi legge i suoi versi. Il pubblico è giustamente ghiotto di emozioni vere. Altrimenti meglio un fantasy ben confezionato.

Forse basterebbero meno realtà poetiche, e più poeti con una reale poetica in cui avere fede. Più poetiche che alimentino vita e versi, preferibilmente con una buona dose di coerenza.

Chi è la ex buona a nulla?

O anche UN ex buono a nulla. Il clin d’œil a un’opera autobiografica di Bukowski

voleva essere nell’ottica del riscatto. Di chi, uomo o donna, è stato un bambino a cui, dare del buono a nulla, suonava come una routine, un mantra, quasi un complimento. E a quella definizione il bambino ha finito per credere e farne il proprio marchio di fabbrica. Finché un giorno, dopo aver imparato sulla pelle l’intero l’alfabeto della vita e le sue possibili combinazioni, si ribella alla lente dell’occhio, o degli occhi, che ha riflesso in lui, per troppo tempo, un’immagine distorta, che sente non appartenergli. E così richiama alla memoria le vicende marcanti, fa l’appello delle persone che hanno lasciato sul suo abbecedario segni indelebili, si mette a far di conto e tira una somma sino a quel momento condannata all’errore: «non sono più un buono a nulla, magari non lo sono mai stato». Con l’autocommiserazione non si superano gli esami, specie quello più severo, quello che ci vede inquisitori di noi stessi.

La raccolta vuole essere un elogio dell’autostima, del sentimento di sana rivalsa. Che l’opinione di noi stessi, buona o mediocre che sia, provenga dal nostro occhio a cui, il vissuto, deve saper offrire il dono del giusto mezzo, della fiducia nelle proprie capacità e, perché no?, dell’autobenevolenza. Basta poco per diventare ex. Nessuna lettera è scarlatta.

La tua raccolta di poesia è un abbecedario di ricordi, immagini e riflessioni. Di che sostanza sono fatte le esperienze di questa vita?

Un abbecedario-menu in cui compaiono pietanze fatte a volte di miele, altre di mandorle amare, di sangue, di profumi mai evaporati, di assenze, di mancanze, di presenze ingombranti, di sudore speso invano e di bellezza raccolta a braccia spalancate. Gli ingredienti del quotidiano, quello che offre il mercato giornaliero dell’esistenza. Ingredienti lievitati nel ricordo passato come nello sguardo presente e incisi nella mente in previsione degli istanti a venire. Una lista per fare ordine nel marasma di un cassetto stracolmo e separare l’essenziale, che resta, dal superfluo, che è giusto che sbiadisca e si sciolga. È un po’ come porsi, al contempo, al di qua e al di là della cattedra, avviarsi verso il diventare maestri di se stessi e restare allievi insaziabili di conoscenza e palpiti.IMG_20160110_000253

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“Favole colorate” di Imants Ziedonis

di Laura Bonelli

 

favole colorate cover“Una notte in città arrivò il bosco. All’inizio la gente non capiva cosa stava accadendo. Per via Pernava, per via Lenin, per via Lubana, per tutte le strade che portavano al centro di Riga una puzza irrespirabile correva a cercare riparo. Da tutte le periferie della città la puzza era inseguita da una nebbia verde, che profumava di aghi di pino e di fiori, proprio come un vero bosco, e tutta la puzza era in pericolo per l’incedere di quella nebbia verde, tanto da trattenere il fiato. “Aiuto!” gridava la puzza e scappando si lasciava dietro cattivi odori. Venne mezzanotte, i filobus se ne andarono a dormire in deposito e si misero a raccontare che la stazione dei bus nel viale di Daugavmala era già stata occupata e gli autobus tutti bloccati: il muschio verde si era intrufolato nei tubi di scappamento delle macchine e gli autobus sbuffavano e soffocavano fino a spengersi. Il bosco non toccò i filobus, ma bloccò solo le macchine, che producevano gas dannosi per il respiro degli uomini. Mise fuori uso i taxi e le altre macchine a benzina”.

Questo è l’incipit di “Favola Verde”, una della storie legate ai colori di “Favole Colorate” del poeta Imants Ziedonis, considerato uno dei maggiori letterati lettoni della prima metà del Novecento. La raccolta di fiabe risale agli anni ’70 ed è stata tradotta in quattordici lingue. Il libro viene proposto anche in Italia grazie a Damocle, una casa editrice bookshop che si trova nel centro storico di Venezia, in una calle al riparo dai grandi flussi turistici.

Come racconta Pierpaolo Pregnolato, fondatore di questa realtà, si tratta di “una piccolissima libreria di 11 metri quadri arredata con mobili antichi per ricreare l’atmosfera di un piccolo salottino letterario, dove chi entra può comodamente sedersi e sfogliare i libri.

L’intento è quello di affiancare la produzione di libri d’artista fatti a mano e stampati con i caratteri tipografici a quella di libri tascabili in più lingue con il testo a fronte e alcuni cuciti a mano e numerati in edizione limitata.

All’interno del catalogo ci sono inediti per l’Italia e libri “dimenticati”, scritti anche da autori importanti ma fuori commercio da molto tempo.”

Figura poliedrica, Ziedonis nacque nel 1933 da una famiglia di pescatori a Ragaciems – un villaggio sul mare nei pressi di Rīga. Fu operaio stradale, insegnante, bibliotecario.Dagli anni ’60 la letteratura divenne la sua principale occupazione. Pubblicò molte raccolte che restano nella storia della letteratura lettone. Poeta e filosofo scrisse anche prosa in forma saggistica, fra cui i due libri di Kurzemīte (1970 – 1974) in cuiformulò il suo programma etico, il libro sulla vita di campagna Tik un tā (1985) e Tutepatās (1991), in cui descrisse l’attività del gruppo protezione ambientale da lui fondato negli anni Sessanta.

Le sue favole raccontano il mondo viola dell’uomo dalla testa di grappa, il bianco accecante della neve, ma anche dell’ambra e del nero, in undici storie in cui la fantasia galoppa e crea realtà stravaganti come la punta di un pennello intriso di pittura che viene appoggiato sull’acqua. Lettura piacevolissima e stramba è adatta anche agli adulti che potranno leggere tra le righe le atmosfere di un paese e di un popolo dell’est da noi poco conosciuto.

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Prosa Blues. Intervista allo scrittore italo-danese Christiano Cerasola. Storie di vite al limite…

di Laura Bonelli

 

IL MUSICISTA DI CHRISTIANO CERASOLA

CoverIlMusicista_800x1156Una passione estrema e totalizzante in cui l’oggetto del desiderio non può avere pelle e carne. Un’esistenza che è ombra di se stessa e contrasta con il fuoco ardente di un animo inappagato dalle vicende che lo riguardano e  nelle quali non riesce a riconoscersi. Max,  il tassello di un puzzle finito nella scatola sbagliata  è il protagonista del romanzo “Il Musicista” (Elmi’s World)  di Christiano Cerasola.

Italo-danese, un passato da modello e un presente tuttora nel mondo della moda, Cerasola è uno scrittore affascinato dalle vite al limite, dalle esistenze che non scintillano.

Il suo romanzo d’esordio “O2 Ossigeno” narrava la storia di un barbone e anche in questo suo ultimo lavoro viene dato spazio a personaggi che vivono per strada.

Ma è l’amore il vero fulcro di questa narrazione.  Una ricerca incessante  che non riesce ad esprimersi attraverso le relazioni personali, ma  trova nella musica la sua vera gioia d’esistere.

Un bisogno di purezza e semplicità che l’autore traduce attraverso lo sguardo innamorato di un’anziana coppia o l’affinità elettiva che due eccelsi violinisti creano suonando sotto la neve. 

 

Christiano Cerasola - foto Giovan Battista D'AchilleTu non sei un musicista ma hai scelto  il mondo della musica per parlare di un aspetto dell’ amore che oltrepassa le consuetudini. Perché hai affrontato questo tema?

Ho scelto di raccontare dell’amore tra un uomo e l’arte, contraddicendo i cliché che vogliono parlare di questo sentimento solo tra le persone o nei confronti degli animali. Il mio oltrepassare le consuetudini racchiude gli elementi della passione e dell’ossessione, manie proprie di chi si abbandona ai sentimenti,  all’istinto e all’irrazionalità.

Sono stati d’animo che appartengono solo ad alcuni, i più vulnerabili ma anche i più sinceri e puri; caratteristiche che ho trovato solo negli amanti folli, i migliori a mio parere.

La musica ha una forza evocativa potentissima, raggiunge il nostro inconscio e si nasconde tra le pieghe dell’anima.  Basta ascoltare un motivo che abbiamo fermato nella nostra mente in un determinato momento, per fare un tuffo nel passato e rivivere quegli attimi.

 

Nel tuo romanzo il protagonista è un personaggio fuori dagli schemi e che fa fatica ad integrarsi con il mondo che lo circonda. Che cosa ti ha affascinato di lui?

Mi sono sempre piaciuti gli inetti, gli inadeguati, i fuori luogo, gli inadatti. Ho sempre trovato in loro più chiavi di lettura che negli scaltri, nei determinati o conformati. Sin dal mio primo romanzo ( O2 ossigeno)  ho raccontato di un senzatetto, ai margini della società.  Ho poi proseguito nella raccolta “Uova Sbattute”,  parlando di un condannato a morte ( Scrambled eggs in jail), di  una fuggiasca ( Frida Roberts) e di una bugiarda ( Jenny e la metamorfosi di Narciso); in tutti questi racconti ho dato ampio spazio a chi cammina sul ciglio dei marciapiedi.

Anche nel racconto lungo, il Custode di Izu, parlo di un impacciato signore giapponese al quale viene data una possibilità, quella che ognuno di noi aspetta per tutta la vita, e che lui puntualmente rifiuta, senza sapere cosa sarebbe potuto capitargli.

La storia de Il Musicista parte dalla provincia di Genova  e si muove anche in Cina e Giappone. Cosa ti ha portato così lontano?

Ho sempre ammirato la bellezza della Liguria e mi sono appassionato ai suoi abitanti, quella gente ha il mare negli occhi, e le onde nell’anima. Hanno un modo di prendere la vita che è lontano da chi abita nelle grandi città. Hanno altri ritmi e, alcuni, anche altri colori.

Ho abitato in diverse grandi città, come Pechino e Tokyo e Osaka. Da giovane facevo il vagabondo di lusso, soggiornavo in luoghi che per quell’età sembravano irraggiungibili grazie alla mia precedente carriera di modello e sceglievo quando e dove andare, come un artista capriccioso e snob.

Un elemento che mi è sempre mancato è stato il mare, e tutto quello che ne consegue, per questo è un dettaglio ricorrente nelle mie storie.

Mi far piaceva spostare il protagonista, un pantofolaio provinciale, in luoghi che non si sarebbe mai aspettato di visitare, con le inevitabili comiche conseguenze..

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Prosa Blues. Gianni Caproni e l’aeronautica

di Laura Bonelli

 

Mario Pacelli

Mario Pacelli

I pionieri del volo hanno sempre avuto un fascino particolare. I primi del ‘900 furono anni temerari, dediti all’ esplorazione delle potenzialità personali e l’idea di librarsi liberamente nel cielo, che è uno degli aneliti archetipici dell’essere umano, trovò il massimo sviluppo proprio in quel periodo.
Il saggio di Mario Pacelli e Pietro Lonati “Gianni Caproni e l’aeronautica militare italiana” (Graphofeel Edizioni) prende spunto dalla biografia di uno dei primi progettisti italiani di aerei per raccontare quel pezzo di storia.
Una vita costellata di successi e sconfitte a livello personale, legata agli eventi esterni che ne influenzarono l’andamento, con un fulcro sostanziale: la passione per la costruzione di aerei.
Il libro racconta l’amicizia di Caproni con Gabriele D’annunzio, la nascita di una delle prime industrie aeronautiche italiane, la concorrenza spietata con l’estero, fino ad arrivare a scoprire alcuni lati ambigui in compartecipazione di illeciti da parte delle Industrie Caproni, quando il fondatore era ormai morto.
Il saggio è scritto da Mario Pacelli, in collaborazione con l’avvocato Pietro Lonati.
Mario Pacelli nato a Roma, è laureato in giurisprudenza . Procuratore legale, nel1966 ha conseguito la libera docenza in Istituzioni di diritto pubblico e ha insegnato nelle università di Firenze, Camerino e Roma, oltre che presso la Scuola superiore della Pubblica Amministrazione e quella del Ministero degli Interni. Per 32 anni funzionario della Camera dei Deputati, è stato segretario delle Commissioni parlamentari Difesa e Lavori pubblici, Consigliere Capo del Servizio Commissioni Bicamerali, Segretario della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla mafia, e Sovraintendente dell’Archivio storico. Ha svolto incarichi di primo piano presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, il Ministero della Sanità, il Ministero dei Beni culturali, dei Trasporti, e del Commercio con l’estero. Ha pubblicato numerosi saggi di Diritto pubblico e di storia parlamentare. Con Graphofeel edizioni ha pubblicato “Cantiere Italia” (2012), “Dossier Andreotti” (2013). Ha raccontato la sua esperienza professionale di funzionario parlamentare in “Storia dell’Italia repubblicana” Giappichelli 2015.gianni-caproni-cover


Come è nata l’idea di un approfondimento sul personaggio di Gianni Caproni?


L’idea di scrivere il libro è nata dalla curiosità di conoscere la sorte delle grandi industrie italiane del secolo scorso oggi scomparse dalla scena industriale, tra le quali c’era anche la Caproni. Purtroppo non è stata la sola: le fanno buona compagnia la Snia Viscosa, ad esempio, la Montecatini, la Savoia Marchetti, e tante altre che segnarono una importante tappa nel processo di industrializzazione italiano.

Quali sono i contributi che diede all’aeronautica militare?

Il contributo del Caproni progettista e costruttore aeronautico all’aeronautica militare italiana fu importantissimo: contrassegnò la sua nascita e contribuì al suo sviluppo almeno fino a quando non ci fu un salto nella progettazione e realizzazione di velivoli dotati di motori più potenti di nuova concezione.

Nella parte conclusiva del saggio si accenna ad alcuni punti non ancora chiariti ma rilevanti in cui furono coinvolte le Industrie Caproni. Che cosa ha scoperto attraverso le sue ricerche?

Sono restati molti punti oscuri a proposito di una tentata truffa allo Stato per il risarcimento di (veri o pretesi) danni di guerra: il processo penale a carico dei responsabili lasciò molti dubbi a proposito dei protagonisti della vicenda.

Rubrica

Prosa Blues: “Lontano da Highbury di Luca Frazzi”

di Laura Bonelli

 

Diario italiano dell’indimenticabile stagione dell’Arsenal 2001-2002. 

Intervista a Luca Frazzi

Luca Frazzi

Luca Frazzi

L’Arsenal è una delle principali squadre di calcio londinesi ed annovera una gran quantità di tifosi. Tra i suoi appassionati sostenitori, c’è anche Luca Frazzi. Non abita a Londra, ma a Fidenza, una ridente cittadina in provincia di Parma, immersa nella nebbiosa pianura padana. Nel 2001 l’Arsenal in Italia lo conoscevano in pochi, e l’autore, in quegli anni, faceva il turnista in vetraria. Un operaio decisamente “sui generis”, dato che Frazzi  è una delle firme più conosciute nel panorama della stampa musicale specializzata italiana. Si occupa di punk e rock fin da giovanissimo. Scrive per Rumore e in passato è stato fanzinaro e collaboratore de l’Ultimo Buscadero e Rockerilla.

“Lontano da Highbury”, uscito in riedizione per la casa editrice romana Hellnation libri, racconta le ansie e i momenti felici di un gooner italiano di provincia e narra gli eventi di una stagione sportiva che vide l’Arsenal protagonista della FA cup e della Premier League, in un periodo in cui l’autore poteva seguire gli andamenti delle partite su un unico sito internet, avere qualche ragguaglio in tarda serata su Pressing di Italia Uno o sperare di carpire qualcosa durante il turno di notte, ascoltando con le cuffiette la trasmissione radiofonica RAI Zona Cesarini, mentre era davanti ai forni fusori o nei sotterranei della sala-macchine.

Il 2001 fu anche l’anno dell’ attentato alle Torri Gemelle e l’ 11 settembre l’Arsenal perse con il Real Mallorca in Champion League.

Il libro è divertente e piace anche a chi non importa nulla del calcio. Racconta la provincia sempre uguale e lo sguardo sognante e, allo steso tempo, disincantato di chi ha il proprio “oggetto del desiderio” a migliaia di chilometri di distanza.

“La squadra indossa la nuova maglia oro da trasferta, che a quanto pare non piace a nessuno ma che a me non dispiace affatto. Penso che l’Arsenal in passato abbia indossato ben di peggio e tutto sommato la preferisco alle seconde maglie delle ultime stagioni, quella della doppietta del ’98 e quella che è venuta dopo. Peccato solo per lo sponsor, quel nitidissimo “SEGA”. In Italia per indossare una maglia con la scritta “SEGA” sul petto ci vuole una certa ironia e un po’ di coraggio. Io l’ho ordinata subito, appena vista in catalogo.”

Oltre a “Lontano da Highbury”, Luca Frazzi ha pubblicato “Iggy & The Stooges. 35 anni di suoni nocivi” (Stampa Alternativa, 1998), “The Clash. I Wanna Riot” (Arcana, 2009), due guide al primo punk italiano nel 2003, una ai Joy Division nel 2009, una agli Stooges nel 2010, una ai Clash nel 2011 e una ai Ramones nel 2013 per le edizioni Apache. Nel 2010 ha curato per Arcana l’edizione italiana di “Mod. Vita pulita in circostanze difficili” di Terry Rawlings e nel 2011 quella di 18 anni di Festival Beat (Tsunami Edizioni). È autore di “Mamma dammi la benza”, documentario in tre puntate sulle radici del punk italiano prodotto dal canale satellitare Jimmy, ed è anche conduttore radiofonico. E’ direttore editoriale, anzi, monarca assoluto, della rivista Sottoterra, che si occupa di musica punk e rock, appunto, urderground.

Come nasce la tua passione per il calcio inglese e per l’Arsenal?

In casa mia, da bambino, ero osteggiato da mio padre, appassionato di ciclismo, che diceva che il calcio è uno sport per gente viziata e ricca. Mio fratello maggiore era uno juventino sfegatato e io, non so se per rivalsa, o per partito preso, decisi che dovevo odiare la Juventus. Alla fine degli anni ’70 a tutti i bambini piaceva il calcio inglese, perchè era esteticamente più bello. Erano più belle le maglie, più belli gli stadi. Nel 1979 mio fratello era andato a Londra in vacanza e mi aveva portato in regalo una sciarpa dell’Arsenal che quell’anno aveva vinto la Coppa d’Inghilterra. L’anno dopo, in primavera l’Arsenal si incontrò con la Juventus in semifinale della Coppa delle Coppe e la eliminò.

Il fatto di aver vinto contro la squadra italiana di Zoff, Cabrini e Gentile mi fece decidere che da quel momento avrei tifato per lei.

Inoltre aveva una delle maglie più belle degli omini del subbuteo. In Italia le divise erano o a striscie o a tinta unita, mentre l’Arsenal l’aveva rossa con la manica bianca.

Come veniva presa questa tua passione nell’ambiente lavorativo?

Ero un operaio turnista e mi trovavo a vivere una situazione particolare. Venivo preso con una certa benevolenza perchè ero un elemento anomalo nel contesto della fabbrica. A quei tempi già scrivevo per molte riviste ed ero visto come una mosca bianca. Tifare Arsenal era una stranezza nelle stranezze, solo una in più. Ma non avendo mai avuto un atteggiamento snob, i colleghi mi associavano alla squadra e quando capitava che giocasse con una formazione italiana avevo il mio momento di celebrità.

Come è cambiato l’Arsenal dai tempi narrati nel libro?

L’Arsenal giocava nello stadio di Highbury dal 1913 e nel 2006 ne costruì uno nuovo, in seguito alle nuove regole UEFA che obbligavano i posti a sedere. Highbury era uno stadio vittoriano e questa nuova norma ne aveva ridotto notevolmente la capienza. A differenza dell’Italia, in cui gli stadi sono di proprietà del Comune, in Inghilterra sono tutti di proprietà delle squadre, direzione in cui, ultimamente, stiamo andando anche noi.

L’Arsenal è diventata una potenza economica ma è riuscita a mantenere tutto ciò che appartiene alla tradizione, come i programmi venduti nelle bancarelle fuori dallo stadio, che raccontano che cosa si andrà a vedere e di cui c’è un vero e proprio commercio, che in 130 anni di storia della squadra ha prodotto dei pezzi davvero unici.schermata_2015-07-13_a_08.46.35

Rubrica

Prosa blues. Intervista a Massimiliano Nuti

di Laura Bonelli

 

Costantino il Grande: un falso mito?

Costantino I è ancora oggi un mistero. Un personaggio dell’antichità osannato e criticato, di cui si hanno notizie controverse dai suoi biografi del IV sec. D.C. e dagli studiosi delle epoche successive.

Mattioli_Masimiliano_Nuti_COSTANTINO_IL_GrandePer Eusebio, vescovo di Cesarea, contemporaneo dell’imperatore, era un esempio di vita pia e devota, un uomo di bellezza e di cultura straordinaria, nonostante si fosse macchiato dell’uccisione della propria moglie e di Crispo, suo figlio.

Voltaire, nel Dizionario Filosofico lo definisce un uomo gonfio d’orgoglio, immerso nei piaceri e un detestabile tiranno.

Tra ricerche storiche e riflessioni filosofiche prova a dare un quadro complessivo del primo imperatore cristiano, dell’epoca e dei personaggi che gli ruotavano attorno, lo storico parmigiano Massimiliano Nuti nel suo saggio “Costantino Il Grande: un falso mito?” (Mattioli 1885).

L’autore è Cultore della Materia in Storia Romana e membro del Seminario “Papiri inediti da Tebtynis” presso l’Università agli Studi di Parma e collabora con il Boston College (MA, USA.)

Perché nel titolo ci si domanda se Costantino il Grande sia un falso mito?

Il titolo gioca sulla distanza che esiste, per molti aspetti, tra la figura idealizzata, appunto mitica, di Costantino e quella che emerge dalla realtà storica, probabilmente meno nota e popolare. Sicuramente alla creazione del mito ha contribuito, in primo luogo, la stessa propaganda dell’imperatore, ma la figura di Costantino è stata anche utilizzata in epoche successive come modello per intervenire in questioni d’interesse contemporaneo, basti pensare all’uso in età medievale di un falso documento, noto come la donazione di Costantino, per sostenere il potere temporale del Papa e la sua superiore autorità rispetto a quella dell’imperatore. Persistono poi vere e proprie ‘vulgate’ che hanno poco di storico; quanti per esempio non associano Costantino all’editto di tolleranza o editto di Milano del 313? Eppure già nel 1891 uno studioso tedesco Otto Seek aveva dimostrato che a Milano nel 313 non fu emanato alcun editto in materia religiosa, né da Costantino, né da altri.

Massimiliano Nuti

Massimiliano Nuti

Dalle tue ricerche che idea ti sei fatto dell’uomo Costantino?

Costantino è una figura molto controversa, sulla quale sono stati espressi, a partire dagli autori antichi, giudizi molto diversi, quando non opposti: è bello, è brutto, è un santo, è un criminale, è un bravo amministratore, è uno scialacquatore. Senza dubbio si vorrebbe sapere di più sulla personalità di questo imperatore, specie considerando alcune vicende famigliari, le cui circostanze rimangono misteriose, come le uccisioni, volute dallo stesso Costantino, del figlio Crispo e della moglie Fausta. Uno studioso, però, può ricostruire un quadro storico con gli strumenti e le fonti che ha a disposizione e, rispetto a quanto si vorrebbe sapere, poco si può dire dell’uomo Costantino, se non come uomo di potere, cioè come imperatore che era senz’altro ben conscio, vale la pena sottolinearlo e il libro cerca di metterlo in risalto, che il suo potere dipendeva dall’esercito ed era preoccupato, sopra ogni cosa, di guadagnarsi e mantenere il favore delle sue truppe.

Che cosa può dare la figura di Costantino a chi si approccia oggi alla sua storia?

Vi sono diversi temi d’interesse nella storia di Costantino, a partire dalla stessa costruzione del suo mito e dal fiorire di leggende intorno alla sua figura; le questioni più importanti sono anche quelle a cui lo stesso imperatore prestava maggiore attenzione: l’argomento religioso, che è anche quello più comunemente collegato all’imperatore, con l’adesione al cristianesimo e l’uso politico della religione; la costruzione dell’immagine imperiale e l’utilizzo da parte di Costantino della propaganda, che influenza le nostre fonti d’informazione ed è spesso un ostacolo per la ricostruzione storica; la cura dell’esercito e l’attenzione a che i soldati seguissero il loro comandante, in un periodo di guerre tra generali per il predominio all’interno dell’impero e di continua pressione dei barbari sui confini. In sintesi, Costantino è figura fondamentale su tutte le principali questioni amministrative, per capire la riorganizzazione del governo imperiale, per far fronte ai problemi di una società in forte cambiamento rispetto al passato.

 

Rubrica

Prosa Blues. Intervista al giornalista Alfredo Macchi

di Laura Bonelli

 

“War Landscapes. Raccontare la guerra”

 

Raccontare la guerra è sempre una questione di equilibri e di forma.

L’Occidente ne ha dimenticato gli odori e gli orrori, ricordando solamente alcune parole chiave comuni, che ha identificano come la “maledetta che distrugge tutto”. Gli attimi della devastazione vengono riproposti in tutte le salse emotive possibili dai media, ma il dopo, le mancanze, quello che non rimane, come si fa a descriverli?

Alfredo Macchi, inviato dal teatro di guerra

Alfredo Macchi, inviato dal teatro di guerra

Lo fa egregiamente il giornalista Alfredo Macchi con il libro fotografico “War Landscapes” (Tempesta Editore), attraverso una narrazione di immagini che colpiscono nel segno, trasmettendo al lettore, in modo preciso, il senso di vuoto che lascia la fine di un conflitto e facendo rimbalzare nella testa un’unica, addolorata domanda: “E adesso?”.

Le parole che accompagnano le immagini obbligano ad una riflessione che non è dettata da un impeto emotivo, ma che spinge ad una crescita individuale che arrivi ad essere in grado di osservare e vivere il quotidiano affinché non si arrivi ad un conflitto. E tra le mille parole di mille poeti che hanno narrato i dissidi, l’autore sceglie una filastrocca di Gianni Rodari, a conclusione del volume, per ricordare, semplicemente, le cose da fare ogni giorno ed ogni notte, ed una sola, la guerra, da non fare mai.

Alfredo Macchi è un inviato Mediaset dal 1992, ed è anche uno dei volti che attraverso i telegiornali e i servizi di approfondimento ha raccontato al pubblico gli eventi più drammatici ed importanti del nostro tempo: arriva a N.Y. poche ore dopo l’abbattimento delle Torri Gemelle, è il primo giornalista di una televisione italiana ad entrare a Kabul dopo la caduta dei talebani, è in Iraq, a Nassyria e nelle basi italiane in Afghanistan, documenta il terremoto di Haiti, segue le rivolte in Egitto, Tunisia e Libia. Suoi i servizi e l’annuncio in diretta dell’attacco delle forze speciali a Parigi, nei giorni di Charlie Hebdo.

Una passione, quella del giornalismo, che si affaccia fin dai giorni dell’adolescenza alla quale affianca quella della fotografia e che gli ha permesso di collaborare con diverse organizzazioni umanitarie.

COVER WAR LANDSCAPES“War Landscapes” racconta le “assenze” che lascia la guerra. Quali sono i pensieri e le emozioni che ti hanno attraversato durante i tuoi numerosi viaggi nei paesi in cui era in atto un conflitto?

In questi quindici anni da inviato per Mediaset in zone di guerra ho scattato migliaia di fotografie di dolore, urla, folle, feriti. Nel libro War Landscapes ho scelto foto di paesaggi segnati dai conflitti, lontano dall’emozione e dal rumore, perché vorrei far riflettere non su un singolo combattimento ma sulle conseguenze di tutte le guerre. Città distrutte, campi di battaglia, scheletri di carri armati ed aerei, cimiteri: ovunque ho ritrovato le stesse scene. Ogni guerra è diversa ma alla fine le conseguenze che lascia sono sempre le stesse. Quando smetto di lavorare per la tv e ho realizzato i miei servizi, prendo in mano la macchina fotografica e scatto le immagini, soprattutto per me stesso, per congelare le emozioni che mi trasmettono luoghi e situazioni. Quando sei in prima linea le sensazioni vanno dalla paura alla compassione, dall’ansia alla stanchezza. Nelle foto cerco di raccogliere soprattutto le atmosfere, la desolazione, il silenzio che accompagnano la guerra.

Nel tuo libro c’è un aspetto che rincuora, ed è l’immagine di come i bambini vivano quei luoghi distrutti. Che cosa hai visto in loro?

I bambini sono in grado di superare i drammi vissuti in maniera straordinaria. Nei campi profughi, tra le rovine delle loro case, dopo lo spavento riprendono presto a giocare. E’ il loro modo di sopravvivere. Certo dentro porteranno traumi difficili da superare e spesso tanto odio che sarà benzina per altre guerre. Mi è capitato di vedere bambini che mi sorridevano nel letto di ospedale con un braccio o una mano amputati: e mi sono detto che io non sarei capace di tanta forza nelle stesse condizioni. Eppure quei sorrisi mi sono rimasti dentro e mi hanno trasmesso fiducia nei momenti più difficili.

Balabalouk, Afghanistan, 2009 (una foto dal libro di Alfredo Macchi)

Balabalouk, Afghanistan, 2009 (una foto dal libro di Alfredo Macchi)

Hai scelto di fotografare posti in cui l’elemento umano è presente solo marginalmente. C’è però una storia, un evento, un dettaglio che ti ha colpito e che si nasconde dietro alle tue fotografie?

Dietro ogni fotografia e ogni conflitto ci sono tante storie. Nel mio libro per esempio c’è un capito “strade” nel quale cerco con le fotografie di trasmettere l’angoscia che si vive spostandosi in una zona di guerra, dove la bomba o il gruppo armato possono sbucare dietro ogni angolo. C’è l’immagine di un camion crivellato di colpi in Sud Sudan, comparso dietro una curva, quando eravamo soli su una jeep in mezzo al nulla della savana. In quegli istanti il cuore ti balza in gola. La prima volta che sono andato in Afghanistan nel 2011 ho fatto una parte del viaggio con Maria Grazia Cutuli del Corriere della Sera. Poi ci siamo separati. Io ho proseguito sulla strada per Kabul travestito da afghano con un taxi. Lei ha preferito aspettare tre giorni per passare con un convoglio di decine di auto, in teoria più sicuro, e ha trovato la morte ad attenderla. A volte è solo questione di fortuna.

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Prosa Blues. “Aspettando Mr. Woolf”

 

di Laura Bonelli

 

aspettando mr wolf coverDove si risolve il conflitto tra bene e male, tra giusto o sbagliato? E dove alberga la verità?

L’ultimo romanzo di Accursio Soldano “Aspettando Mr. Wolf” (Graphofeel Edizioni) si interroga su questi grandi temi esistenziali, raccontando la giornata particolare di un giornalista siciliano a cui è stato concesso di intervistare in carcere un mafioso, che non si è mai pentito dei suoi delitti.

Ne verrà fuori un dialogo serrato, in cui Aristotele Giordano, un corrispondente per la sezione regionale di una testata nazionale, alla ricerca dello scoop per poter scrivere un libro, si troverà a mettere a dura prova tutte le sue convinzioni, incalzato da Don Fofò Catanzaro, un assassino che sembra avere un concetto di giustizia molto più chiaro di lui.

L’autore utilizza un gergo incalzante, dai dialoghi al cardiopalmo, e manifesta la padronanza del linguaggio teatrale, campo in cui si è distinto come autore.

Il romanzo è anche una dura critica al mondo del giornalismo, un ambito fatto di pezzi cancellati all’ultimo momento perché soverchiati da gossip o da casi più succulenti per la vendita, di bocconi amari da ingoiare, di tentativi di emergere fiaccati dal potere dei raccomandati, che mettono a dura prova l’anelito proprio della professione giornalistica, ovvero la ricerca della verità.

Ed è proprio su questi principi logorati che l’esuberanza e la chiarezza di Don Fofò faranno presa su Giordano, mettendo in crisi le sue idee e lasciandolo debole rispetto alla forza con cui il mafioso ha condotto i suoi delitti.

Il romanzo obbliga ad una verifica anche il lettore che, pur non volendo, si trova a dover guardare i processi del pensiero cosciente sul concetto di giustizia (che mai si ammetterebbe essere a favore della mafia), e, anche non condividendo i metodi, si vede invitato a trovare e fare emergere dalle proprie zone d’ombra, principi ed idee che sembrano essere in perfetta linea col modo di pensare mafioso.

Accursio Soldano

Accursio Soldano

Accursio Soldando è giornalista, scrittore ed autore di teatro. Lavora a Tele Radio Sciacca, città in cui è nato. Ha collaborato con “Repubblica” ed ha vinto premi in campo giornalistico e teatrale.

Il suo primo romanzo è “Il venditore di attimi” (Graphofeel Edizioni) dal quale è stata tratta l’omonima pièce teatrale. E’ autore del saggio “Giuseppe Bellanca e i pionieri sulle macchine volanti” (Epsylon Editrice), eletto libro dell’anno dall’ Associazione Tradizioni Popolari e di Cultura d’Arte di Sicilia.

E’ autore cinematografico: il suo cortometraggio sui pupi siciliani “Don Turi e Gano di Magonza”, che contiene una delle ultime apparizioni in pubblico del grande Ciccio Ingrassia, ha vinto il Premio Speciale della Giuria per l’eccellenza culturale al Parma International Music Film Festival 2014.

Rubrica: Prosa Blues. Intervista ai “Camillas”

di Laura Bonelli

la-rivolta-dello-zuccherificio-9788842820734-camillas-libroIl termine più adatto per definire l’esordio letterario dei Camillas è “rutilante”.
La rivolta dello zuccherificio (Il Saggiatore) è il romanzo con cui il duo musicale pesarese passa, senza nessuna ansia apparente, dalle note musicali alla carta stampata. I Camillas surfano sulle onde del nonsense e giocano a curling con le trame, spazzolando dettagliattamente le storie, facendole scivolare, senza toccarle mai.

Ne esce un libro in cui i giochi di parole fanno da padrone, attraverso un viaggio dove la cosa più saggia da fare è prendere il cervello con i suoi percorsi mentali standardizzati, posarlo con delicatezza sul comodino e cominciare a leggere, lasciando ogni speranza di ritrovarsi uguali a prima, una volta terminato.

D’altronde, come cita uno dei biglietti della fortuna, di cui è costellato il romanzo “esagerando un poco le misure, possiamo impossessarci di porzioni di mondo immense”.
Per la loro biografia è d’uopo affidarsi alle loro parole, perchè è chiaro che nessuno meglio dei Camillas sia in grado di spiegare chi veramente sono.

E’ ormai certo ed involontario che “I Camillas” nascano a Pordenone nel 1964 come duo formato da Ruben Camillas (chitarra e canta) e Zagor Camillas (tastiera e canta). Spinti poi da un istinto irresistibile, si sono stanziati sulla Costa Est d’Italia e per 40 anni non hanno prodotto niente. Ma nel 2004 succede qualcosa di straordinario, il rock’n’roll li vuole e loro accettano! Concerti, festival, matrimoni, occupazioni, strade, centri anziani, centri sociali, centri aggregazione, teatri.

Pubblicano questi album: Everybody in the palco (2007), Le politiche del prato (2009), Costa brava (2012) e nel 2013 un 45giri con XMARY.

received_10152871538993284In rete si trovano molte delle loro produzioni musicali, ma per comprenderli appieno e per leggerli ancora meglio, bisogna rivedere la loro divertentissima performance a Italia Got Talent 2015. Imperdibile.

Come è nata l’idea de La rivolta dello zuccherificio?

Come tutte le idee, abbiamo desiderato fare un libro un po’ di tempo dopo aver iniziato a scriverlo, e ce ne siamo resi conto appena è comparso il Saggiatore, vestito in quel momento da Giuseppe Genna (era fine estate inoltrata… lui indossava virtualmente una cannottiera bianca e si era appena tolto la camicia, tutta sudata sulla schiena, che rifletteva il sole ed i muscoli dorsali erano calanchi degli entroterra appenninici, virtuosi come vasai del Peloponneso e glabri di virtù ed orgoglio). Da quel momento è stato un attimo ed un anno abbondante di lavoro e scambi e aggiustamenti e brividi, così l’idea diventava adulta, prendeva casa da sola, faceva un mutuo, si pettinava i capelli all’indietro. E noi le volevamo sempre più bene…

Nel libro ci sono anche delle poesie che, in realtà, sembrano proprio dei testi di canzoni. Quanto del vostro percorso musicale avete messo in questo esperimento letterario?

Difficile definirlo dal punto di vista quantitativo. Si è provato, si è provato… ma non torna… c’è sempre qualcosa che slitta via e quando ti abbassi a raccoglierlo, ti cadono tutte le cose che avevi sistemato già e avanti così, senza fine apparente. Quindi diciamo che la dimensione letteraria è infilzata, come candela di compleanno, nel grosso scatolone che sono I Camillas e la fiammella scioglie la cera, che a volte fa prendere fuoco allo scatolone (ed allora tutti fuggono in tutte le direzioni e non capisci più chi è e chi non è), mentre altre volte illumina lo spazio, facendo arrivare falene giganti e moschini. Posti questi termini della questione, io partirei…

E comunque si, ci sono le parole suono, ci sono testi di canzoni diventati monti, ci sono ritmi quadrato. Nel leggerlo potreste ritrovarvi a San Remo inconsapevolmente.

Vi piace più giocare con le parole o con le note musicali?

Non abbiamo mai dovuto scegliere. E non lo faremo adesso.
Giochiamo con tutto insieme, senza distinguere i peluche dalle costruzioni, e quel che conta sono le mani e gli occhi e la furia, il pensiero che si fa corpo e suono. Ed ogni tanto, ma con cautela, anche significato. UUHHHH… l’abbiamo detto!

Che progetti avete in cantiere sia dal punto di vista musicale che letterario?

Naturalmente tutto è segreto, nascosto, camuffato da noia, mescolato all’indaffararsi, cellulari che non vengono utilizzati e lunghi tour che non finiscono mai, Sardegna Calabria Roma Milano, un disco nuovo già registrato che uscirà a fine anno, e tanta, tanta televisione, dove abbiamo scoperto il temporaneo disperdersi del controllo e l’affidarsi a gambe e braccia robuste e ragazze con le cartelline e gli auricolari.