Iolanda La Carrubba

VideoIntervista

Incontro con Vincenzo Salemme. “Una festa esagerata…!”

EscaMontage incontra Vincenzo Salemme
“Una festa esagerata…!”

Spettacolo teatrale
scritto, diretto e interpretato VINCENZO SALEMME

e con NICOLA ACUNZO, VINCENZO BORRINO, ANTONELLA CIOLI, SERGIO D’AURIA, TERESA DEL VECCHIO, ANTONIO GUERRIERO, GIOVANNI RIBÒ E MIREA FLAVIA STELLATO

Scene ALESSANDRO CHITI

Costumi FRANCESCA ROMANA SCUDERI

Musiche ANTONIO BOCCIA

Luci FRANCESCO ADINOLFI

Da martedì 14 febbraio 2017 a domenica 19 marzo 2017 al Teatro Diana di Napoli

Intervista a cura di Sarah Panatta e Iolanda La Carrubba
Riprese e montaggio di Iolanda La Carrubba


Recensione

Sentimenti e gag nel magico mondo di Vincenzo Salemme
di Iolanda La Carrubba

Torniamo a teatro, dove con uno spettacolo che trascrive in scena uno spaccato di vita, Salemme coinvolge il pubblico rendendolo partecipe. Siamo in “Una festa esagerata…!” un luogo fatto di comicità all’interno della dura oggettività della vita. La storia è ambientata in una casa per caso  situata nel luogo cult della borghesia di oggi, con un terrazzo panoramico forse simbolo di una dimensione altra che sfocia sulla realtà degli altri.
Qui una moglie e madre (Teresa Del Vecchio) caparbia, capricciosa, prettamente concentrata sulle apparenze, è completamente assorta nell’organizzazione della festa che presenterà sua figlia Mirea (Mirea Flavia Stellato) in società, coordinando caoticamente accanto ad un improbabile maggiordomo (Vincenzo Borrino) la disposizione dei tavoli e l’assegnazione delle bomboniere.
Lei, la figlia è il ritratto della madre non vuole altro se non riuscire ad emergere, attraverso i beni materiali, per paura di smarrirsi in un anonimato collettivo. Cardine sono le beghe condominiali, immancabili, immutabili, asfissianti tra le quali si aggira il vice – portiere (Antonio Guerriero) che tutto vede e tutto sente filtrando attraverso il suo solipsistico punto di vista, i fatti che corrono su e giù per le scale, che si affacciano ai balconi, che prendono l’ascensore il quale ingordamente intrappola i condomini in un vortice di fraintendimenti assillanti.
Il corteggiatore aspirante fidanzato di Mirea (Sergio D’Auria) è una presenza estenuante per il mal capitato Gennaro Palascandalo (Vicenzo Salemme) il quale tenta per amor della pace domestica ma non “addomesticata”, di trovare in lui un lato da apprezzare ma si ritroverà a cercare nella sua coscienza la soluzione al cubo di Rubik, senza riuscire a risolvere l’enigma.
Altri accadimenti si accaniscono sulla tranquillità anelata da Palascandalo rendendolo vittima in un complesso e intricato sistema di eventi, scritti ed interpretati magistralmente. Nella trama si aggira una presenza ostile, la vicina di casa (Antonella Cioli) la quale con la sua personalità disturbata, bipolare, detta regole e brama vendetta nascondendosi dietro l’ombra di suo padre (Giovanni Ribò) un uomo apparentemente mite e tranquillo.
Nulla è lasciato al caso ed il meccanismo comico si aggroviglia all’amara realtà con le sue ambiguità, gli affreschi imprevedibili, istantanei e simultanei dove le maschere della commedia dell’arte si contaminano tra loro simbolicamente quasi fossero una decodificazione del surrealismo intangibile. Mentre le ore vengono inghiottite dagli abissi del Tempo, implacabile e insaziabile, ancora altri giochi di ruoli si presentano in scena ed a cavallo di una motocicletta giunge il prete (Nicola Acunzo) dispensatore di consigli sottoforma di inutili luoghi comuni, buffi, arzigogolati e non-sense.
Ogni personaggio qui è vero, a tal punto da risultare grottesco, un ritratto iperreale di quei volti ostinati e contorti che soggiornano nella quotidianità, con i loro pensieri piccoli, arresi alla volontà di una società consumistica.
Straordinari, loro i personaggi di tutti i giorni, indossati da interpreti talentuosi, di forte impatto caratteriale ed è attraverso essi che viene descritto il sogno della realtà e la realtà del sogno, trasformando il tutto in un incubo incessante; c’è chi brama la fama, chi nasconde la sua identità, chi è stalker, chi  si finge qualcun altro, un via vai di personalità multiple all’interno di multi-dimensioni dove anche l’invisibile è protagonista.
Gli attori si protendono verso il capo comico d’eccezione, vulcanico, matador del palco e dell’oltre palco che travolge e sconvolge l’attenzione rivolgendosi a Lui, il mito, il mentore, il fautore del percorso artistico di Vincenzo Salemme, Eduardo De Filippo un uomo fatto per essere teatro, per essere voce e corpo, anima e ruah di un luogo immaginifico portato in scena.
In questo spettacolo si vive il lavoro completo e colto di Vincenzo Salemme il quale in ogni sua Opera non dimentica di dare spazio ad una morale efficace, accattivante che dona empaticamente spunto di riflessione, le gag che lasciano senza fiato e colmano gli occhi di lacrime gioiose, di colpo spiazzano tramutando quelle stesse lacrime in patos travolgente che si aggrappa all’emotività portandola nelle oscure profondità di un inconscio collettivo junghiano.
Vincenzo Salemme con la sua poesia ritmata ed efficace, si fa carico di filtrare attraverso una profonda comprensione e compassione della vita, la ricerca di una nuova, plausibile collettività, fatta di riflessione, amicizia, risoluzione, facendo sperare per un momento almeno, in un mondo migliore.
Nel suo lavoro tra cinema e teatro, questo è la costante e nella completezza rimangono nella memoria, indelebili messaggi conduttori di complessità artistica tra i quali il meraviglioso monologo nel film “Cose da pazzi” rivolgendosi a Maurizio Casagrande riferisce :
– … mandatemi qualcuno che mi dimostri che vivere in questa società è giusto, altrimenti diventerò un delinquente! E si ricordi signor Cocuzza, che è un caso, solo un caso che siano cadute le mie regole e non le sue!!!-
Salemme regista, attore, autore è amico del suo pubblico.

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Recensione

Scrivere per vivere

Una riflessione sull’esordio editoriale di Emiliano Scorzoni “Scrivo quindi vivo”

di Iolanda La Carrubba

 

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Questa piccola raccolta possiede un vero e proprio Big-Bang del microuniverso del poeta, qui vi è racchiuso il susseguirsi di epoche stratificate nella terra della poesia contaminata nell’adesso, nel luogo più segreto del sentire. Emiliano Scorzoni possiede una forza di scrittura solare e al contempo lunare, così che il suo diventa un equilibrato versificare, sa giocare ed interpretare l’oggi, l’ovvio, la vita e la morte con delicata espressione funzionale alla struttura della sua poesia.
Tra i diVersi componimenti della silloge ce n’è una che porta attraverso il titolo un dolore profondo, intimo, conscio, 23 marzo 2016 mi manchi papà:
“…poche ore dopo te ne andasti./Lascandoci il ricordo./Lasciandoci un vuoto impossibile da colmare./ I tuoi occhi verdi come il mare/ saranno per sempre nei miei.”

Dalla prefazione a cura di Anita Tiziana Laura Napolitano si legge:
“…La scrittura per il nostro poeta ha funzione terapeutica e la sua azione è selvatica, oltre a esorcizzare il dolore, accentuare la gioia, osannare l’amore, libera dalla gabbia degli stilemi imposti…”
in effetti nella poesia di Emiliano Scorzoni, il tutto diventa simbolo, accompagnando il moto e la sua essenziale ed esistenziale metrica, verso un verso liberato, esorcizzato appunto dal suo sguardo sul mondo sensibile e rivelatore. In Parole abbiamo un concentrato di quanto sia evidente questo dato:
“…Parole su pietre/ incise nel burro./ Scritte veloci/ che trovi su un muro…”

Il suo è un vivere ed uno scrivere sincero, genuino, a prima lettura o nel leggere i suoi componimenti nella fretta della quotidianità, potrebbe apparire una scrittura semplicistica, ridondante, petulante ma nell’approfondire la sua poetica, leggendola e al contempo Vivendola, si evince uno stile poetico composto principalmente da risonanze melodiche, ovvero dall’affermazione emotiva e solipsistica del più profondo significato delle parole e del valore che esse assumono, viste dalla soggettività dell’autore. Qui sembra quindi affermarsi il principio di indeterminazione di Heisenberg dove una particella elementare, in questo caso dunque la scrittura, cambia la sua identità in base all’osservazione dello scienziato, quindi del poeta, poiché esso nell’osservare, aziona una reazione nella particella. Quinto Orazio Flacco precorre il concetto con straordinaria veridicità emblematica asserendo:
“Niente è bello sotto tutti i punti di vista”
La consapevolezza di Emiliano sfodera con fierezza la sua visione sulle brutture dell’Umanità e armandosi di penna, le grida nel silenzio di un foglio bianco approdando fino alla poesia civile con coraggio, empatia e solidarietà, un esempio è La speranza:
“… sono le onde del mare che/prima cullano dolcemente/ poi uccidono alacremente./E’ l’aguzzino che ti guida nel viaggio/ ti mostra la vita/ ma è solo un miraggio…”

Nell’introduzione all’opera a cura di Maria Teresa Infante si legge:
“… Non esiste discrepanza tra la mente e la mano che obbedisce ai dettami razionalmente orchestrati, e non c’è divario tra cuore e versi, sviscerati con la semplicità di chi vive alla stessa stregua del pensiero…”
Di fatti in lui vi è celato il legame profondo alla vita, al suo presenziare nel bene e nel male il giorno che audace divora Tempo elargendo esperienze ed in Preghiera all’estate il pensare ed il diventare pensiero conferma la forza poetica dell’autore:
“…Sole caldo d’estate/ riscalda questo cuore/abbraccia queste ossa.”

In “Scrivo quindi vivo” edizioni L’Oceano dell’Anima, emerge quanto la sua scrittura diventi un scienza esatta, approfondita e collegata casualmente o non, alla fisica quantistica spirituale la quale si occupa di studiare tutti quei fenomeni legati all’esistenza dell’umanità a all’inscindibilità dal Cosmo, dunque da tutte quelle forze invisibili ed inspiegabili. Come emerso dalla ricerca del prof. Vittorio Marchi (tra l’altro mio professore di Fisica):
“Se riusciranno a superare quel LIMEN, un punto liminale o limite di separazione, causato da una soglia sensoriale, psicofisiologica, che procura all’ uomo l’illusione ottica di essere Altro dall’essere un unico con il Tutto si capirà che Osservatore e Osservato (come asserisce la fisica quantistica) sono UNO. Non per niente il termine “Uomo” deriva dal sanscrito “Manava”, a sua volta derivato da “Manas”, il “Pensiero” o “Coscienza Empirica”. Si tratta quindi di incominciare a riconoscere che esiste una realtà fatta di una certa identità presente tra uomo e cosmo, relazione che si va facendo sempre più stretta, fino ad essere sostenuta oggi dalla stessa PNEI (psico-neuro-endocrino-immunologia)”, questa fondamentale affermazione conduce immediatamente alla riflessione che l’ispirazione umana è un sentire attraverso le più sottili energie che oltrepassano il pensiero stesso, nell’individuo diventa forma d’Arte ispirata grazie ad una qualche forza cosmica. Emiliano Scorzoni si compenetra nell’argomento componendo la poesia Ispirazione:
“…Mi spoglio/mostrandomi nudo/da inutili orpelli./Capo chino./ Mi avvicino al cospetto tuo./ Poesia.

Questo esordio editorile di Emiliano Scorzioni, è promettente ed in se trasporta il vero segreto del voler fare e vivere la poesia, quello della temerarietà, della determinazione. Charles Bukowski nel componimento Tira i dadi, scrive un incoraggiamento unico, esemplare:

Se vuoi provarci,
fallo fino in fondo.
Altrimenti non iniziare…
…Fallo fino in fondo…
…potrebbe voler dire…
…gelare in una panchina nel parco,
potrebbe voler dire prigione,
potrebbe voler dire derisione,
scherno, isolamento…
… E lo farai,
nonostante il rifiuto
e le peggiori avversità…

…E sarà meglio di qualsiasi altra cosa
tu possa immaginare.
Se vuoi provarci,
fallo fino in fondo,
non ci sono altre sensazioni
come questa.
Sarai solo con gli dei
e le notti
arderanno tra le fiamme…

Recensione

Le memorie nella raccolta di Rita Pacilio

di Iolanda La Carrubba

Risultati immagini per prima di andare rita pacilioLa o meglio Le Memorie sono la chiave di lettura della raccolta poetica “Prima di andare” di Rita Pacilio, un lavoro completato dalla stesura di alcune lettere, intimamente rivolto all’Altro, al Tempo che lento divora istanti di totalità ed agile elargisce esperienze, fatti, storie, luoghi dove ritrovare e rielaborare il trascorso, tra rimpianti adagiati cautamente su di un percorso disseminato di sensazioni. 
Non è il silenzio a padroneggiare l’andamento metrico del linguaggio, ma compare visionario il sound design dei rumori di tutti i giorni, elevati all’infinito ritmo del Cosmo:

“Si filosofeggia sugli uccelli 
sul suono che si perpetua da secoli…”

Il suono stesso dunque, divine spazio abitato da nostalgie migratorie che hanno il compito di dissipare dubbi per affermare e fermare, in quelle stesse memorie; domande, riflessioni, continuità dello stupore proprio di chi con occhi colmi d’esperienza ma in cerca ancora di altri approdi, guarda lo scorrere della vita e non del Tempo einsteiniano che illusoriamente separa il passato dal futuro, ma del tragitto che esso segna a partire dalla nascita, fino all’ultimo istante in cui il corpo si trova ancora ospite della Terra.
Nella lettera seconda l’autrice scrive:

“Ci sono momenti in cui i sentimenti arrivano a un punto luminoso e profondissimo, senza spiegazione logica come gli anni passati quando li ricordi in una sola azione, in un fatto accaduto, senza consequenzialità cronologica, immobili tutti in una sola scena.”

L’immagine che emerge dal raffinato stile di Rita Pacilio, non è il congelamento dell’attimo come se si trattasse di un’istantanea con i volti immortalati per l’eternità sorridenti, ma si tratta di una complessa azione scenica dove si descrive l’amore, la delusione, la felicità e il pianto attraverso un lavoro che riporta alla mente un soggetto cinematografico. La suggestione filmica qui suggerita ha una nota malinconica, strettamente legata alle turbolenze emotive, solitamente accompagnate da metaforiche intemperie descritte da tuoni all’orizzonte e scosciante pioggia, quasi fosse la volontà dell’anima a muovere il mal-tempo. Ė qui celata la forza poetica intimamente legata al fruscio della pellicola, la quale golosa cattura la quotidianità di eventi romantici che riportano alla mente il meraviglioso film di Charlie Chaplin Luci della città, dove vi è contenuto il senso dell’abbandono, di una solitudine aspra condivisa tra due persone pronte ad innamorarsi, lo stesso regista in seguito affermerà:
“la vita non è una tragedia in primo piano, ma una commedia a campo lungo.”
e nell’opera totale di Rita Pacilio il fil rouge è l’Amore, i suoi segreti, le sue discinte sensualità, ci sono confidenze e confessioni dove:
“…i ricordi erano chiusi a chiave nella cassaforte che nessuno voleva scassinare.”

e reminescenze private contenevano e contengono brevi testamenti che sobbalzano dal luogo dell’altrove, dove vanno a nascondersi gli adii. Qui si è raggiunto uno stato alto di coscienza, la quale insegue la meta di un’età diversa, piú matura e consapevole dei suoi limiti, una nuova era enigmatica, capace di gustare anche il sapore amaro della sfida vissuta, la quale segna un solco doloroso sulla nudità del foglio bianco, arreso al racconto colto, elargito attraverso l’inchiostro che scorre nelle vene di Rita Pacilio.  I suoi volti, i volti dei suoi personaggi, sono perturbati mentre danzano all’interno del meccanismo di una società asfittica:

“…il martirio porta guanti bianchi, nei capelli 
l’aria dell’inverno, che stupida la gente 
spinge corre senza sguardi, senza piedi.”

un mondo imprigionatore che non permette l’evasione della felicità, del possibile e plausibile raggiungimento di essa o di una delle sue forme mutevoli, costituite da trepidante speranza shakespeariana descritta nel sonetto n° 73:

“In me tu vedi quel periodo dell’anno
 quando nessuna o poche foglie gialle ancor resistono
 su quei rami che fremon contro il freddo,
 nudi archi in rovina ove briosi cantarono gli uccelli.
 In me tu vedi il crepuscolo di un giorno
 che dopo il tramonto svanisce all’occidente
 e a poco a poco viene inghiottito dalla notte buia,
 ombra di quella vita che tutto confina in pace.”

Mentre si procede verso il finale tutto è sovvertito, c’è un nuovo inizio a completare l’andamento naturale delle cose, i flashback che fin qui hanno fatto credere si trattasse della fine, ritornano a moderare un’armonia sentimentale dove si evince il potere misterioso dell’amore:

“…Stordisciti di sapienza… di polmoni vuoti e verità.”

Nota dell’autrice
Rita Pacilio (Benevento 1963) è poeta, scrittrice, collaboratrice editoriale, sociologa, mediatrice familiare, si occupa di poesia, di critica letteraria, di metateatro, di letteratura per l’infanzia e di vocal jazz. Curatrice di lavori antologici, editing, lettura/valutazione testi poetici e brevi saggi, dirige la collana ‘Opera prima’ per La Vita Felice. Sue recenti pubblicazioni di poesia: Gli imperfetti sono gente bizzarra (La Vita Felice 2012) trad. francese L’Harmattan, 2016, Quel grido raggrumato (La Vita Felice 2014), Il suono per obbedienza – poesie sul jazz (Marco Saya Edizioni 2015), Prima di andare (La Vita Felice, 2016). Per la narrativa: Non camminare scalzo (Edilet Edilazio Letteraria 2011). La principessa con i baffi (Scuderi Edizioni 2015) è la sua fiaba per bambini.

Recensione

Il profondo (amaro) amore nei “Percorsi” di Cinzia Marulli

di Iolanda La Carrubba

 

percorsi-330053L’occasione è quella dell’incontro in questo prezioso libro fatto di Percorsi, dove il protagonista è lo scorrere del tempo. Passa il tempo per le strade poetiche di Cinzia Marulli, giunge il ritorno mentre si “…sparge la clorofilla della follia…” al ritmo di “…360 battiti scanditi su un foglio bianco…” ed arriva il momento dell’attesa. Così allo scandire di nuove pause calme, s’avvicendano floride e sofferte le ore del lavoro, provate, affaticate dalle loro stesse parole, gravide di vita.

E’ attraverso i miti, le leggende, le fiabe che si svela l’archetipo dell’Eroe, l’autenticità del suo vagabondare alla ricerca sempre più estrema, della propria identità in “…quella sospensione concreta del cosmo…”e Cinzia Marulli accompagna il lettore nel suo più intimo dedalo, disegnando Percorsi con perizia riflettendo sul significato delle singole parole, riuscendo con il suo stilema forte a volte solipsistico, a fare e vivere Poesia. La potenza della sua espressione poetica, si staglia contro il velo oscuro dell’indifferenza, riaffermando nell’inconscio collettivo junghiano, la propria testimonianza con la volontà indomita di scuotere gli animi ed affrontare coraggiosamente il proprio malessere.

“Conoscere la propria oscurità è il metodo migliore per affrontare le tenebre degli altri.”  (Carl Gustav Jung)

Qui vi è racchiuso il profondo amaro amore per la vita tutta, le sue eclissi oscure e dolorose, le memorie tragiche, le amicizie che oscillano danzanti al sussurro introspettivo della calda fiamma, fuoco materno, che illumina il tortuoso sentiero. E come impeto funesto s’innalza il dolore sacrilego che tutto paralizza e si arrende tacito ma pur sempre riflessivo, agli orrori prodotti dall’umanità,  c’è morte una morte devastatrice, incattivita e violenta che porta il nome della guerra, c’è tormento e sacrificio nell’intimità femminea seviziata.

Cinzia senza alcun preavviso lancia un grido muto e penetrante, profanando il suo stesso poetare, furiosamente con la forza e l’audacia della speranza, elargendo con fervore un breve ma intenso racconto. Amine è prosa, è denuncia, è voglia di mutare l’orrido in serenità utopica.

Tra le turbolenze del saper vedere, si anima un tormento indomabile ma al contempo cauto e ponderato facendo sovvenire alla mente le parole di Virginia Woolf:

“Perché una volta che il male di leggere si è impadronito dell’organismo, lo indebolisce tanto da farne facile preda dall’altro flagello, che si annida nel calamaio e supera la penna.”

Non sono percorsi facili quelli suggeriti da Cinzia Marulli, ma è un’andare “… su questa terra tonda…” con l’eroismo di solcare sulla propria pelle, il viaggio di un’intera vita, immaginandone la fine come un nuovo percorso da intraprendere:

“Voglio scrivere della mia morte ora
ora che sono in vita
perché non la conosco
e posso dire tutto quello che mi pare

così nessuno mi potrà dare della bugiarda.”

E’ un libro questo da divorare nelle ore più amare del giorno ed è da amare in quegl’impercettibili attimi di realtà dove la patologia dell’età che avanza, inevitabilmente s’appella allo sguardo incredulo dello specchio che tuttavia rimane incantato agli occhi del cuore ancora fanciullo, che vaga alla ricerca costante dell’incontro.

“Non è nel profumo dei gelsi
e nel quieto mistero del lago
che ci incontreremo
ma tra i ghiacci del nord
nella dimensione sconosciuta dell’oltre
lì, dove il tempo non esiste
e la materia è puro pensiero.”

Recensione

Itinerari intimi nella poesia di Serena Maffia

di Iolanda La Carrubba

 

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E’ immediato l’impatto emozionale elargito generosamente all’interno della pregevole silloge Roma mi somiglia (ed. Passigli) di Serena Maffia, è un itinerario intimo, complesso, organico, voluttuoso e attuale, costruito con efficaci parole che compongono e completano uno stile elegante, profondamente riflessivo nella sua compostezza linguistica.

Appare nitido il volere poetico che si presenzia confidente e audace, completandosi nell’esperienza sensoriale attraverso quel rimando colto, proprio della poetessa, a metafore acute e mai ridondanti, colme di un’efficacia visiva e visionaria. Sapienti si dispongono diversi orizzonti sul piano cartesiano, prono al potere immaginifico delle parole raffinate, la cui totale composizione trasporta il lettore in un opera pittorica dai rimandi metafisici:

“…capitale sparita, gente impazzita/borgo che nutre, che fa leone o drago/Roma alla sera profuma di Roma”.

Qui vi è racchiusa una struttura potente, alchemica che sconvolge l’ordine naturale delle cose quasi a voler far predominare i sensi sulla ragione, una passione femminea ardente, conturbante che sa nutrire e nutrirsi di attese e rinvii, forse soffrendo l’assenza:

“e se fossi l’acqua?/ che inghiotte la pietra e intorno acqua / che tutto inghiotte senza ingoiare”.

Persuasivo è il viaggio intrapreso oltre l’altro, tra gli altri, nell’ arte tra gli altari e i rituali degl’intimi momenti che mutano la notte in giorno, cambiando il volto di lei che vede Roma Serena, come il suo nome semplice che aspetta di accompagnarsi all’andare e il venire del tempo.

Ed è in questa attesa che la poesia di Serena Maffia si completa, percorrendo, attraversando e solcando l’andamento metrico dei classici fino ad approdare, superando le controversie del mondo fisico quotidiano, alla poesia erotica.

Viaggio dunque di sensi, desiderosi d’estasi e di assaggiare il volto segreto delle emozioni, delle reminiscenze immaginate e tangibili tratte dalle suggestioni di lei che poeticamente va nel suo Se di bambina, fino a raggiungere il suo oggi di donna:

“Firenze di me ha i capelli bagnati /occhi allungati e gelato in mano / tornata ragazzina”

Colta, vigorosa, amante della passione fatta di carne e penna,  passa ed oltrepassa se stessa raggiungendo l’origine materica del dato oggettivo, che si immerge nel subinconscio poetante di Serena, fatto di un insieme di elementi accattivanti, provocatori e vertiginosamente eroici:

“e giù per il viottolo segreto/intorno al Teatro Marcello / su per il ghetto liberato / anche dai turisti, in un sogno desiderato”.

Forte è l’esperienza materna spesso presente, altre volte più latente quasi fosse una protezione cosciente ricercata e ritrovata all’improvviso, mentre passeggia o mangia un gelato e la vede tra le bellezze del suo andare, nei gesti di una vita prosperosa:

“Napoli che bella donna/e tiene per mano i bambini / e lattanti appesi ai seni / come l’albero della cuccagna”

E’ sorprendente come si lascia anche cullare da una malinconia abbandonica, proveniente da un mondo fenomenico solipsistico, a volte illusorio che discende nelle viscere del mare interiore, dove lei si troverà armata di penna, a lottare contro il kraken dei ricordi:

“ti scorgo nel bordo concavo/della tazza adombrata/prigioniera del giorno e/di una scodella di latte”.

Passeggia riflessiva nei vicoli di un dove totale, prevalentemente composto delle tappe di un’intera vita, qui si tinge di mestizia il tracciato, valicato con cautela e ponderato fino all’atto finale:

“Assisi ti spoglia del nero / e ti veste d’aria/ti spinge per strada / su fino al sepolcro.”

Provocatoria indaga se stessa senza trascurare nulla e si fa portatrice di sfide giocose, conducendo anche il lettore verso l’analisi del suo esistere, condividendolo senza censure:

“guardami ora che ti mangio vivo/guardami è solo un gioco/che mi diverte, rido/ nel farti sentire in balia/ del mio umore lunatico.”

Mentre l’andamento poetico delinea musicale il pensiero e il suo pensare, si raggiunge una meta onirica:

“Palermo è l’impronta del mondo/sulla strada calda / serenità d’edera riflessa / calice d’ambrosia”.

Qui avviene una circumnavigazione avventurosa che riporterà Serena Maffia a somigliare all’amor per Roma:

“Roma mi somiglia, è una ragazza stanca / seduta sulla sponda della Tiberina / a sgambettare al tempo”.

 

Recensione

L’arrivederci nelle poesie di Terry Olivi

di Iolanda La Carrubba

 

Indaco colore spirituale che rappresenta il risveglio interiore, dona intuizione e saggezza e Terry Olivi lo affida alla notte ad un microcosmo intimo e nostalgico, racchiuso in una splendida orchidea.

Così inizia fin da subito a raccontare di un addio, il più importante che segna l’interruzione di un’epoca fondamentale, quello al padre:

“…l’addio è stato a San Giovanni apostolo
a fine mese a fine anno a fine tutto.”

Con la penna cauta e colta, procede a rendere Verso i suoi ricordi, odierni, contemporanei, contestualizzati nell’hic et nunc, mentre guarda il televisore con i suoi cari:

“… in TV insieme a te
Linea verde con i suoi campi,
sulle fattorie.
Tu, più competente
mi spiegavi…”

e qui la sua delicata grazia poetica, ritorna bambina abbandonandosi all’abbraccio protettore di un padre che è anche mentore.

La forza della sua scrittura affonda dolcemente tragica, nel luogo dove si celano le abitudini del giorno, donandole nitide, visive ed emozionanti al lettore:

“Abbiamo comprato
due alberelli di limone…
…Anche l’olivo è nato così
da un’oliva mangiata.”

per poi ripiombare in un vortice fatto di incredulità e dolore, dove il suo emozionarsi attraversa l’Ade traghettando l’Io sulle sponde di un mondo onirico, nel quale esprime inconsciamente, attraverso incubi raggelanti, il profondo desiderio di vedersi ancora accanto a suo padre.

La sua è una poesia del vero, dalle note robuste, veementi che sfiorano la cronaca la quale attraverso le sue malinconie, approda latente ma tagliente nell’ambientalismo:

“…La casa che avevi costruito
è distrutta.
Ora c’è una villetta moderna,
che però si è vendicata:
è uno scheletro
non finito di cemento.”

Si evince un continuo rivolgersi ad un Tu pulsante, energico, vitale sempre presente nelle storie e nelle loro contraddizioni, è quasi un diario poetico questo di Terry Olivi che continua a parlare con suo padre in modo naturale, dolce, rispettoso, ma non solo poesie si incontrano nel percorso diario-poetico ma anche haiku ed anche qui, è confermato il desiderio di non interrompere il loro dialogo che procede senza interferenze oltre i limiti del tempo :

“Sopra il muretto
gli iris ormai secchi-
volto del padre.”

Esattamente come dettato dal disegno della Grande Ruota che mai smette di girare, si ritorna agli enigmi iniziali ed iniziatici indicati dal colore indaco, così come Omero conduce Ulisse in un periplo ingarbugliato di vicende travolgenti dove egli si troverà a compire una aspra e ardua lotta con il suo universo interiore, Terry lo esamina senza necessariamente immedesimarsi in metafore ardite, ma attua questo procedimento immergendosi nelle reminiscenze esistite, domandandosi:

“…Che cosa ci lega all’inconoscibile?
Da quali reti i sogni premonitori
affiorano?
Da quali fondali emotivi
nascono i presentimenti?
Mistero degli umani eventi.”

Viene descritto in un insieme di immagini delicate con un fare poetico alto, il susseguirsi del tempo, dell’allontanamento, delle malinconie accompagnate dal cambiamento stagionale, i volti della madre, degli amici, vicini e lontani, le sorridono teneramente mentre lei solca sulla carta l’interezza del suo viaggio.

Intervista

“Immergendoci” con la rock band Dasvidania

Dalle origini al nuovo album, passando per la contemporaneità

di Iolanda La Carrubba e Sarah Panatta

 

dasvidania

Dasvidania in concerto


Dasvidania un nome che suggerisce  influenze geografiche ma anche emotive con suggestioni reali e surreali da dove proviene la scelta di questo “epiteto” e come nasce il gruppo?

Si tratta di un input derivato dalla nostra prima canzone: Leningrado, ispirata e dedicata al poeta russo Sergej Aleksandrovič Esenin. “Mi sono innamorato prestissimo di questo poeta contadino (parla Davide Matera), in particolare di Confessioni di un teppista e di  Arrivederci, amico mio, arrivederci

Arrivederci, amico mio, arrivederci.
Tu sei nel mio cuore.
Una predestinata separazione
.
Un futuro incontro promette.
Arrivederci, amico mio,
 senza strette di mano, senza parole.
Non rattristarti e niente
Malinconia sulle ciglia:
Morire in questa vita non è nuovo
Ma più nuovo non è nemmeno vivere.

La band nacque nel modo più naturale possibile poiché il primo nucleo era formato da amici perlopiù studenti di conservatorio, quindi musicisti che si stavano formando e che cominciavano ad esplorare le infinite possibilità del fare musica. Non avendo problemi tecnici siamo passati subito alla fase creativa.

 

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(da sin.) Marcellino Matera e Davide Matera (foto di Giuseppe Tagliavia)


La band siciliana esordisce con il cd Leningrado, nello stesso anno la vittoria a Chianciano Rock e Anagrumba a Firenze. Si susseguono quindi le vittorie di altri concorsi e editano lavori con importanti etichette discografiche tra le quali BMG, Cleverhead Production, Un viaggio intenso ricco di prestigiose collaborazioni, quali le motivazioni e le scelte che portano a decidere le etichette con cui collaborare? Ora in uscita il nuovo singolo Noi ci immergeremo, come nasce?

Noi ci immergeremo è un pezzo la cui origine risale agli anni ’80. Nasce dalla collaborazione con Luigi Armetta, autore palermitano. L’ispirazione è legata a letture ed incontri di filosofia indiana, ma comunque è pur sempre un gioco semi-serio, sulla scia di tormentoni estivi che andavano in voga allora, come Vamos A La Playa o Un’estate al mare. Col tempo ha acquistato caratteristiche più punk-rock.

Come avete approcciato al “mercato” musicale, quale identità avete scelto e quali i lati positivi e quelli negativi nell’intraprendere un percorso musicale ?

I lati negativi sono infiniti, quello della discografia è un mondo veramente terribile, che poco ha a che fare con la musica. Quello positivo è il non aver avuto pressioni, avendo scelto, col tempo, di rimanere liberi da contratti discografici e sposando una concezione della musica “artigianale”: faccio la musica, la produco, e lo faccio per il mio pubblico, senza l’ansia di raggiungere a qualsiasi costo la notorietà, malattia inaspritasi nell’ultimo decennio a causa dell’illusione del successo facile data dai vari Talent.

Il vostro è un pop, alternativo, sperimentale, che tipo di evoluzione, studio, esplorazione ha caratterizzato il vostro “fare musica”?

Alla  vena “classica” dovuta alla nostra formazione si è innestato un misto di influenze folk, rock e punk, non dimenticando la tradizione dei più illustri cantutori italiani. Tutto qui.

Una vibrante carica di impegno critico ed attivo nell’attualità sociale, ricordiamo ad esempio  il concerto in diretta nazionale per l’anniversario della morte del giudice Borsellino a Palermo, a fianco di Franco Battiato e Carmen Consoli,  il videoclip l’Aquila per  l’associazione Amnesty International  e ancora il concerto al Derby di Milano, “Live for Iran” a sostegno degli studenti iraniani in rivolta, come avete scelto di procedere verso “l’impegno civile” e cosa significa secondo i Dasvidania oggi approcciarsi a questo genere di lavoro per un musicista?

E’ impossibile restare “calmi e indifferenti” davanti a quello che succede intorno a noi. Quindi è una necessità quella di dichiarare il nostro pensiero su certi temi.
Ci tengo a sottolineare che questi impegni vanno sempre accompagnati dal senso del pudore, non ci piace sfruttare il malessere della società per tornaconto personale, per pubblicità. Si aiuta una causa nel modo più delicato possibile. Mettendo un po’ da parte l’Ego che tutto divora.

Molte le tournée e i concerti, potete raccontare qualche aneddoto del “dietro le quinte?”

Sarebbero davvero tanti, forse il più eclatante è quello di quando fummo costretti ad improvvisare un pezzo con Piero Pelù dietro le richieste insistenti del pubblico. Provammo davanti a loro prima di eseguire il suo pezzo Bomba Boomerang.

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Dalla sessione di registrazione del coro di voci bianche del nuovo singolo “Noi ci immergeremo”

 

Qualche anticipazione sui progetti in corso?

Il nuovo cd in preparazione, lo stiamo finendo e conterrà molti nuovi brani, molte ballads in perfetto stile Dasvidania.

Vacancy

Fantasticherie nel macro mondo delle sofisticazioni alimentari

di Iolanda La Carrubba

Corre l’anno 2016 epoca in cui Internet padroneggia l’intero sistema di informazione pubblica, nonostante questo potente mezzo, ancora è la TV la protagonista della “notizia”. Il problema principale è il fatto che la TV è sorretta fondamentalmente dagli sponsor i quali per combattere la concorrenza, divulgano attraverso slogan “semi-notizie” sui propri prodotti. In questa nota si vuole porre attenzione sul misterioso mondo delle sofisticazioni alimentari.

Prima di procedere occorre fare una premessa tra le sostanziali differenze tra intolleranza e l’allergia alimentare:

l’intolleranza alimentare coinvolge il metabolismo ma non il sistema immunitario, per allergia invece si intende la reazione anomala del sistema immunitario che si esprime con la produzione di IgE; può presentarsi con sintomi gravi e sfociare nello shock anafilattico. Nel primo caso si deve semplicemente ridurre l’assunzione dell’alimento che porta l’individuo all’intolleranza, compiendo una dieta detta “a rotazione”, quindi fare brevi o lunghi periodi di astinenza dall’alimento, senza tuttavia eliminarlo completamente. Nel secondo caso al contrario, si deve completamente interrompere l’assunzione dell’alimento specifico, inoltre bisogna eseguire gli adeguati test per capire qual’è la patologia di cui si è affetti, dato che i sintomi base sono simili.

Una delle più gravi forme di allergia è quella al Nikel, che comporta una dieta ridottissima ed un’attenzione particolare alle pentole e stoviglie che si usano, ad esempio anche nell’acqua erogata dal rubinetto di casa c’è una percentuale di Nikel elevatissima.

Differente è l’allergia al glutine (si faccia attenzione che in questo caso si sta parla di allergia e non di intolleranza) negli ultimi tempi tuttavia è esploso il boom dell’intolleranza al glutine, così facendo riferimento nuovamente al magico macrocosmo della TV, molte case di produzione alimentari hanno iniziato a sostituire la normale farina 00 con quella detta KAMUT. Seguendo i consigli del grande e potente OZ televisivo, tutti gli intolleranti hanno cominciato la dieta drastica, sostituendo la prima farina con la seconda, gridando al miracolo e felici di spendere grandi quantità di soldi, per una pia illusione. Il Kamut non è un grano privo di glutine (causa dell’intolleranza/allergia), ma un marchio commerciale che la società Kamut International ltd (K.Int.) ha posto su una varietà di frumento registrata negli Stati Uniti con la sigla QK-77, coltivata e venduta in regime di monopolio e famoso in tutto il mondo grazie ad un’operazione di marketing senza precedenti.

Se quindi gli intolleranti hanno avuto un miglioramento nei sintomi, è dovuto principalmente ad un effetto placebo (d’altronde è noto in molte discipline che il più potente mezzo di guarigione è la mente umana), e in secondo luogo al fatto di porre più attenzione all’assunzione delle farine e quindi compiendo inconsapevolmente, la dieta a rotazione dando così tempo all’organismo di metabolizzare l’alimento.

Oggi ci si pone di fronte ad un’altra e importante sfida televisiva, quella cioè di non comprare/assumere alimenti contenti olio di Palma, questo olio non è meno insalubre di altri destinati ad uso alimentare, il vero punto su quello di Palma è che essendo molto grasso, aumenta il quantitativo di colesterolo cattivo nel sangue e provoca altre disfunzioni metaboliche, la sostanza responsabile che genera questo tipo di reazioni fisiche è detta acido palmitico che è contenuto anche in altri oli tra cui quello di oliva.

Altri grandi nemici per la salute sono i conservanti, gli addensanti e i coloranti chimici (spesso la vera causa delle intolleranze alimentari), terrificante sono anche tutte quelle sostanze che servono per rendere “bello e lucente” ad esempio un frutto ma che tuttavia lo trasformano in tossico come nell’esempio della foto, dove vi è riportata una scritta che solo nei fumetti di fantascienza ci si augurava di trovare:

“Buccia non destinabile ad uso alimentare”

sofisticazioni-alimentari

Ma il vero, grande flagello di quest’epoca sono le coltivazioni intensive, che oltre al tragico problema della deforestazione e all’uso improprio di grandi quantità d’acqua, adoperano pesticidi e sostanze chimiche per consentire il maggior sviluppo e così facendo, vanno ad inquinare le falde acquifere, oltre a rendere non edibile  il prodotto stesso. Oltre alla palma e alla colza sono svariati; dal mais alla soia, dal girasole alle mandorle, etc, non si dovrebbe dunque sottovalutare l’importanza di porre maggior attenzione a tutti quei prodotti che per l’appunto provengono da questo tipo di coltivazioni. La mala-informazione o disinformazione condotta dai mass media è allarmante, la quale riesce a spostare l’attenzione pubblica su di un’unica realtà. Per l’appunto oggi c’è l’invasione del “No olio di Palma” i supermercati, i piccoli alimentari e in tutti i punti vendita si vedono confezioni di cibo che riportano a caratteri cubitali “Senza olio di palma” distraendo dalle microscopiche scritte del componimento dell’alimento stesso che continuano a riportare, coloranti artificiali, conservanti e addensificanti di soia o mais e laddove tutto sembrerebbe d’origine naturale, non chiariscono un altro fondamentale punto, il confezionamento.

Infatti anche le merci d’imballaggio spesso sono inquinanti e non biodegradabili, queste quindi possono risultare nocive per il metabolismo, trasferendo sostanze chimiche nell’alimento e per aumentarne la produzione delle stesse, vengono costruite fabbriche le quali contaminano l’aria e il suolo con sostanze tossiche.

Anche gli alimenti Bio non sono del tutto lontani da queste realtà, infatti in alcuni casi, si ritrovano sostanze chimiche, coloranti e conservanti e laddove l’etichetta sembrerebbe suggerire la perfetta genuinità dell’alimento, bisognerebbe sempre porsi in stato di domanda e sapere da dove provengono i prodotti primari usati, come: uova, farina, legumi, pomodori etc. poiché potrebbero nascondere retroscena inquietanti.

Spesso tuttavia i commercianti, abili venditori, non hanno l’attenzione di informare il consumatore sull’origine dei loro prodotti e gli ignari acquirenti rischiano di comprare un inganno.

L’informazione, la sensibilizzazione, la ricerca verso determinati argomenti sono un diritto e solo attraverso la comunicazione e il dibattito si può coronare il sogno che un domani, si spera non troppo lontano da oggi, si potrà vivere in un mondo più verde. Si può veramente fare la differenza anche partendo da impensabili progetti futuribili, un esempio viene dal designer olandese Daan Roosegaarde che ha ideato una torre di purificazione dell’aria la quale trasforma come per magia lo smog in piccole gemme quadrate.

 

Smog free tower:

http://www.elledecor.it/london-design-festival-2016/inquinamento-atmosferico-daan-roosegaarde-intervista

https://www.greenme.it/abitare/arredo-urbano/17561-smog-free-tower-depura-aria-anelli

alcune delle informazioni riportate sono state prese da siti internet, di seguito l’elenco dei link:

http://www.centroallergiealimentari.eu/FAQ_allergie_alimentari_intolleranze.php

http://www.eufic.org/article/it/expid/basics-allergie-intolleranze-alimentari/

https://www.dietagenetica.it/allergie-intolleranze-alimentari-differenze-sintomi-test-per-individuarle

http://www.disinformazione.it/kamut.htm

http://thefielder.net/19/05/2015/la-ridicola-fobia-per-lolio-di-palma-operazione-verita/

http://www.tuttogreen.it/deforestazione-globale-la-vera-causa-e-lagricoltura/

 

 

 

 

Vacancy

Mario La Carrubba nasce il 15 gennaio 1944, ha frequentato l’Istituto Statale d’Arte e l’Accademia Nazionale delle Belle Arti di Roma, tra i suoi maestri i pittori della Scuola Romana – tra i quali Ziveri, Ceracchini, Mazzullo, Guttuso, Maccari. La prima mostra personale che ha segnato il suo denso impegno professionale si è svolta agli inizi degli anni ’70 presso la galleria il Trifalco. Di rilevante importanza è stato l’incontro con il fotografo italiano Mario Carbone e la critica d’arte e gallerista Elisa Magri, grazie al quale inizia una seria di importanti mostre a Cosenza. Prosegue il lungo percorso che lo vede impegnato nell’evolvere la visione fantastica, attraverso un mai sopito rapporto con le diverse arti visive, tra cui lo spiccato amore per il cinematografo. Realizza diverse VideoArt tra le quali l’omaggio ad Anna Magnani andato in onda nel 2012 sullo speciale del TG di Rai 2. Ha partecipato a numerose collettive, rassegne d’arte e personali.

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La quadrimensionale visione cromatica

di Iolanda La Carrubba

In questa turbolenta atmosfera, a dominarne i sensi, è un velato vapore dalle nuance fredde come fosse il “respiro vitale” dell’opera stessa. Il punto focale, l’orizzonte, l’aggancio visivo nell’ ”inquadratura” dell’artista, appaiono caotici ma metodici, un incontro nella terra di confine tra inconscio e razionalità dove protagonista è il colore e la sua vaporizzazione, elargito con saggezza e pazienza sopra i diversi strati “a velo” della pittura ad olio del maestro.

Cronache visive di una realtà parallela ad un mondo inadeguatamente oggettivo, dove il soggetto è protetto all’interno di una sfera simile ad una bolla di sapone, essa è mutevole, riflette minuziosamente la visione totale d’insieme ed in quelle rare occasioni quando nell’opera è ingiustificatamente assente, vuoto voluto, pare dunque manchi la materia primigenia, la consapevolezza dell’Es, o forse l’autoritratto?
Le geometrie  che tacciono altre ipotesi di nuovi orizzonti sconosciuti, si stagliano imponenti come strutture di una civiltà futuribile, arresa alla disarmante combinazione tra l’uomo e la natura. Lo Zenit e il Nadir appaiono compromessi indefiniti nel caos percettivo dell’impalpabile ambientazione, eppure in questa oasi del colore sembra sia approdata un’incontaminazione sociale, la tecnologia diventa neoarchitettura, avanguardistica, frastagliata e frastornata da uno status apparentemente pacifico, forse pattuito dall’armistizio tra scienza e natura.

mario 1 ok.jpgNella totalità dell’opera vige una componente fondamentale, lo spazio-tempo, il suggerimento dell’artista è la rivisitazione dei piani cartesiani, una nuova inesplorata dimensione, la “quadrimensionale visione cromatica” di un paradosso quantistico einsteiniano, di variabili nascoste nel groviglio fenomenico nel quale è possibile viaggiare salendo a bordo della sfera trasparente, simbolo presente nei suoi lavori dai memorabili quadri definiti dalla critica d’arte Elisa Magri “gli orrorifici”, dove in un’ambientazione post-apocalittica, percorrendo in punta di pennello le orme del surrealismo, il protagonista è rappresentato da un corpo umanoide che sfoggia possente, ma al contempo fragile, i muscoli principali del suo corpo senza protezione epidermica.

Mario La Carrubba  ha un legame intimo con la pittura e tra i diversi periodi si ricorda quello dedicato al panneggio, ai chiaroscuri alla drammaticità del silenzio, arreso all’osservazione del dettaglio reso cinetico nel delicato equilibrio degli elementi dove, tra gli altri, padroneggia l’Aria che tutto muove nel parallelismo anassimenico tra l’origine del Cosmo e l’anima umana, essa stessa soffio vivificante “pnéon” dalla quale si genera il suono primigenio.

L’importanza della phonè è celata all’interno delle opere e  laddove fino a poche opere prima si potevano trovare elementi figurativi, andando avanti questi, sono stati in parte trasmutati in lettere e numeri, quasi a voler simboleggiare il suono lasciato, dai quattro elementi in una complessa formula alchimia visiva.   

L’artista fin dai suoi primi lavori mette al centro dell’opera il fruitore come se egli stesso fosse il passe-partout per varcare l’ingresso di un universo a colori, un viaggio visionario tra le possibili combinazioni di dimensioni paralelle.

 

 

CineRecensione

Cercando M.B.

di Iolanda La Carrubba

Risultati immagini per haoyu dangSimbologie passeggiano nel viaggio/avventura dell’ultimo lavoro cinematografico di Aureliano Amadei, tra le tradizioni cinesi e la Roma Capitale dove fin dall’incipit, si percepisce il fil rouge strettamente legato anche ai suoni. Essi potrebbero infatti essere interpretati come phéon, suono primigenio, assioma, dove il reale kantiano è anticipazione della percezione e dunque è contenitore dell’oggettività. Il Ritmo è in relazione con il canto del grillo che per l’antica simbologia cinese, rappresenta prosperità e la raffinata gioia di poter ascoltare, nel mezzo della stagione invernale, quella meravigliosa, avvolgente voce primaverile. Esso è protagonista nel romanzo di Charles Dickens Il grillo del focolare (1845) dove anche qui rappresenta un portatore di saggezza
come nel Grillo parlante (1883) di Carlo Collodi, il cui canto raggiunge la dimensione dell’adesso cinematografico, unendosi in un collage di frame dal fascino tutto fotografico, al suono dei campanellini che un mastro calzolaio cinese applica sulle scarpe del protagonista Haoyu Dang.
Risultati immagini per haoyu dangInaspettatamente Dang giunge attraverso un sogno lucidamente visionario, alla ricerca della “sua Roma” ed è proprio qui che incontra nuovi amici, i quali lo condurranno nel paese dei balocchi forse (?). Ecco dunque che la realtà inventata del regista Aureliano Amadei, diviene sì fiaba metropolitana ma anche gag, momenti di forte ironia quasi rubati alla quotidianità, nella quale tuttavia si cela l’amaro amore beffardo, il disincanto dove è proprio il sogno (desiderio) a mutarsi in disavventura nell’intersecato dedalo della vita.
Duale è qui la figura del protagonista, reale e al contempo irreale, fumettistico ed anche archetipo dell’inconscio collettivo junghiano. Non a caso infatti Dang, il Dang fanciullo di soli 7 anni (almeno nello spirito) si avventura nella foresta incantata fatta di un complesso sistema di scatole cinesi, dove incontra altre realtà parallele oltre la sua; manifestazioni, fotografi, veggenti, bancarelle, nuove strade, nuove storie e fatti cuciti su una colonna sonora (im)portante, filtrata nei rumori di una città asfittica ma pulsante e carismatica.
Cerca Dang in questo unicum, ricerca se stesso attraverso il “desiderio” di incontrare la sua Beatrice, l’attrice Monica Bellucci, così viene preso per mano da un contemporaneo Virgilio (Daniele) amichevole ed ammaliatore dal temperamento goliardico che lo porta tuttavia a “smarrire” la sua valigia (dei sogni?) dove vi è racchiuso un aspetto metaforico multiplo, decontestualizzato dal suo stesso “vagabondare”. In questo modo si origina il vero nesso d’insieme ovvero la continua ricerca di Dang, ed è curioso notare che egli spesso affermerà agli amici di passaggio:
-I looking for… Monica Bellucci and My Bag (M.B.).
La forza narrativa del Film/Opera relativa alla realtà, è nutrita di analogie strutturali nitide, equilibrate, intimamente legate al linguaggio sinestetico, concentrato e correlato ad una trama apparentemente documentaristica che tuttavia esula dal continuum percepire, approdando verso più complesse combinazioni di eventi. I volti delle persone che Dang incontrerà (o forse ha già incontrato in altre dimensioni) caratterizzano il racconto attraverso una serie di situazioni singolari, da performances ad action painting dello
stesso protagonista, a provini cinematografici fino al viaggio immaginifico verso un luogo onirico dove la nostalgia, diviene essa stessa fonte di bellezza.

Recensione

Nel finito… Mai finito di Iole Chessa Olivares

di Iolanda La Carrubba e Sarah Panatta


Iole Chessa Olivares con i suoi accordi di parole che viaggiano ma non sfuggono, mai mute, bensì mutevoli messaggere di un desiderio praticato e invincibile, valicando confini Nel finito… Mai finito esplora, tra la poesia sensitiva di Emily Dickinson che scruta e descrive come delicata farfalla con analitica semplicità il mondo, e il pensiero di Eraclito, ambasciatore dei cicli della vita che con il suo logos narra l’eterno scorrere del Tutto che passa ma non muta, in quell’universo intangibile il tracciato di infinite connessioni.

copertina iole

Edizioni Nemapress, 2015

La poeta attraverso bioritmi a tratti junghiani coltiva il suo viaggio astrale al contempo materico, dove si trasmuta il verso, verso l’infinito mai finito del sé, onde l’elevata poietica riassume come in un “mare nero”, il dolore estremo di una maternità ancestrale dove l’intersecata trama, tessuta sui “cicli cosmici” tra le macerie dell’umanità paradossale, fondata sulle supposizioni materiche della soggettività, fissa nei dettagli, l’appartenenza a dimensioni visivamente derivate da quel surrealismo rocambolesco, avventuroso seppur romantico, affine alle sfumature calde di De Chirico incorniciate dalla maestosità di architetture austere che proiettano ombre inconsce sovrapposte e mai statiche; qui tutto è ovunque, tra il visibile e il non e Iole “apre un mondo chiuso… a disarmare il cuore/ lasciando al tempo/ il senso ultimo delle cose”.

Danzano multipli e sottomultipli dell’Io, rincorrendosi nell’osservazione sbalordita, eppure matura del parco giochi a volte orrorifico della vita, dove l’occhio diviene specchio magico, ma anche pellicola, impressione diretta di luce, colori, forme in-costante movimento. Cinematografica riflessione e insieme dialogo tra le realtà e le finzioni dell’esistere, dove 16 è allora il numero che in pellicola trasforma la “camera con vista” del romanziere Forster nel riadattamento poetico di Iole, dove il suo estetismo della luce “insegue l’essenziale/ anche nel sonno”. E’ un rincorrere e raggiungere una meta altra, di quell’Io che mette in gioco se stesso formando e plasmando il pensiero di cui Iole diviene artifex: “consumata d’innocenza/ una prigione di fantasmi/ arranca alla gogna nell’aria/ e contro il buio soltanto suo/ come può cospira/ per un cielo in più/ ogni volta…naufragando”.

Come i grandi della letteratura, Iole nel suo ermetismo romantico, riconosce un genius loci onniscente e onnipresente che occupa e interroga morfologie dell’anima, di cui ella padroneggia i topoi. Qui si rintraccia un sentire kerouachiano, dove lui irriverente ha “sulla faccia un’espressione di incalcolabile sofferenza, come un angelo stitico su una nuvola”, mentre Iole “insieme all’allargarsi dei cerchi” che “in un diluvio di partenze…forse da lontano/ urtano l’angelo” è custode degli archetipi di quei luoghi leggendari, dove il verso a volte è dissacrante, liminale quindi concentrato a trasporre un sentimento in evento e vice versa, in cui memoria personale e detrito cosmico, cataboliti dell’Io poetico e frammenti della Storia tutta, sedimentano senza confondersi, in un abbraccio sapiente fatto di Poesia. Di quella “parola giusta” che misurando rimembranze intime e insieme contingenze estranee, “sillaba su sillaba/ incarna/ nel sangue di un pensiero…” oltrepassa le “distanze”. Iole compie allora un viaggio dentro e fuori la paura dell’“ignoto” vestendosi radiosa di parole che sostengono e proteggono l’Io scrivente come l’Io del fruitore, quel “noi/ ombra troppo vasta/ in una prigione/ di frammenti minimi/ … tra ragione e destino…”. Cammina libera incorrendo nelle verità che la sorte frappone al suo sentiero di riflessione.

Se “il sentimento dell’infinito è il vero attributo dell’anima” come asserisce Madame de Staël, Iole vota la propria forma mentis poetica a ricevere e coreografare quell’infinito, chiedendo alla poesia di farsi portale e insieme scandaglio dell’anima. Ella infatti nulla esclude e tutto comprende, aprendosi all’“altro”, squarciando e insieme rielaborando con i sensi il fenomenico prodotto di illusioni, sogni e impressioni ancestrali e quotidiane rappresentati dalla realtà, di cui traduce passionale anche se quieta ogni forma d’espressione, in questo unicum vitale analizza e scandisce seraficamente un’esplorazione purgatoriale, dantesca, affrontando ogni materia compreso l’inconscio, sfidando se stessa e le proprie paure riuscendole a sorpassare ed elargendole al lettore come nuove mete di un infinito andare, senza temere il risvolto ombroso d’ogni luogo d’origine ed originario. Infatti si ritrovano suggestive immagini decodificate tra l’onirica visione di un orizzonte sempre mutante e un incantevole percorso intersecato ad ogni realtà parallela. Sorride allora pascoliana e riflette tra Monti e Leopardi, dietro ombre sconfinate e mai confinabili e si muove sinuosa, accorta e dolce, tra “vicine e lontane altezze/ inquietudini/ che non si lasciano domare” e “da un crepuscolo all’altro/ nel remoto e nell’oggi/” vola con lo “spirito dell’altrove”, con l’incredula grazia di chi non smette di cercare, di cercarsi, di amare con devoto “sperdimento” un mondo di illimitate verità.

Arduo qui il compito del Prof.Perilli che con peripli pindarici e approfondite ricerche empatiche colme di cultura, analizza tra psiche e viscere la mimesi affabulatrice, fino a fare opera sinestetica di questa silloge poetica.

Sospinta da una neo elegiaca propedeutica, Iole Chessa Olivares riesce ad incantare il riverbero di bellezze ataviche, cattura bagliori nel buio della cattività umana, nel “flusso incontenibile” della vita “nella sfuggente meraviglia/ di un respiro verde-celeste/ sacro/ a ogni distanza”, conscia della sapienza “classica” che trascrive il civile consesso, quanto possibile mai esauribile esperienza complementare tra arte e vita, generando con una metrica fiera l’espressione della condivisione poetica trasformandola in esperienza.

Il libro ha recentemente vinto il II Premio per la sezione C, “libro edito”, del Premio Nazionale di Poesia “Mario Arpea” edizione 2016.

Vacancy

Ritratto di Maria Letizia Avato 

di Iolanda La Carrubba

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Fotografia di Mel Carrara Melamar

E’ una foto colta, ricca d’amore per l’Arte e con un senso estetico curato. Apprendendo che si tratta solo di un esperimento, diviene ancor più certo quanto in questo singolo scatto, vi sia racchiusa un’empatia tra il soggetto e il fotografo. Qui vi è un richiamo certo al lavoro di Steve McCurry, ma anche un’approfondita ricerca dell’ estEtika della naturalezza. Il soggetto (parlo di esso in terza persona come se io fossi il fruitore della foto e non conoscessi Maria Letizia Avato) appare un personaggio forte, carico, pieno d’energia vitale, nell’insieme del contesto anche scenografico, esso diviene complemento e protagonista dell’emozione scaturita dalla foto. L’emozione è senza dubbio quella di affascinazione scatenando immediatamente un interesse completo per la foto nel suo insieme.

Video: Trailer di “III Shock” un cortometraggio di Iolanda La Carrubba

III SHOCK un cortometraggio girato in 16mm di Iolanda La Carrubba

con:
Francesca Stajano e Daniele Ferrari
musiche originali di Gianni Maroccolo
direttore della fotografia: Andrea Gabriele
assistente: Sarah Panatta
foto di scena di:
Amedeo Morrone e Raffaele Sasson

Cortometraggio realizzato all’interno della Factory “Cinema Inventato”

prodotto da:
Maiora e Motoproduzioni

Produttori esecutivi: Giorgio Ginori e Aureliano Amadei
Sviluppo e Stampa – Augustus Color
Delegato alla Produzione: Anna Moretti
Ispettore di Produzione: Marc Blaise
Segreteria di Produzione: Ilaria Ricci, Joana De Freitas Ginori, Simona Mariani e Fabrizia Matera

http://www.cinemaitaliano.info/news/3…

http://www.terzobinario.it/isola-del-…

Recensione

Simbolismo istintivo nella pittura di Carla Grillo

di Iolanda La Carrubba

clara grillo - 02

Il conflitto che oggi domina imago mentis di un atteggiamento globale, lo stesso secondo il quale Carl Gustav Jung riconosce un archetipo di totalità, teorizzando il Se come fil rouge dell’esperienza conscia e inconscia, conduce verso la riflessione di cosa sia realmente l’autorealizzazione. La società odierna potrebbe apparire, da una prima analisi, una vorace massa di individui incapaci di raziocinare su cosa sia eticamente corretto, ma approfondendo ciò che essa è in grado di produrre sia dal punto di vista scientifico e sia da quello artistico, si riscopre un senso di Universalità. L’uomo è concetto di antitesi per sua natura, esso da un lato è feroce in quanto istintivo ma d’altro canto è riflessivo per il medesimo motivo, dunque il suo istinto di sopravvivenza lo conduce verso un’evoluzione più alta rispetto alle altre razze viventi sul Pianeta blu.

Jung sosteneva che:

“La nostra psiche è costituita in armonia con la struttura dell’universo, e ciò che accade nel macrocosmo accade egualmente negli infinitesimi e più soggettivi recessi dell’anima.”

dunque la psiche confrontata con tutto ciò di non conosciuto celato nel macrocosmo, contiene anche una grande quantità di Materia Oscura, la stessa che diventa liquido amniotico negli infiniti spazi dell’Universo ed in questo magma vivo e reagente, si anima l’istinto verso una concezione più alta dell’esistenza.

Fin dagli albori l’essere umano è stato in grado di riconoscere il senso del bello attraverso un’esperienza soggettiva o collettiva, foggiando con l’espressione artistica, un modo unico per comunicare creando così una collettività. La pittura rupestre non è solamente un documento della cultura dei nostri avi,  ma possiede la cifra stilistica dell’Arte padroneggiando quelle tecniche quali; l’ombreggiatura, la prospettiva e il punto di fuga. In questi graffiti si notano inoltre alcuni aspetti psico-culturali delle priorità umane, non del tutto dissimili da tutte le altre specie, come nutrirsi, ripararsi, riprodursi, ma ciò che afferma l’uomo come unico esemplare in grado di comunicare con l’espressione artistica, è proprio il senso del bello che agglomera ogni percezione sia essa positiva o negativa, costituendo così uno yin yang  di equilibri psico-fisici.

L’arte rupestre dunque afferma la netta distinzione tra l’uomo e l’animale, dove il primo concepisce, seppur in modo istintivo, il fondamentale concetto di espressione.

Paul Klee affermava che:

“L’arte non riproduce ciò che è visibile, ma rende visibile ciò che non sempre lo è”

ciò premesso nella pittura di Carla Grillo, si scorge un netto richiamo alla pittura surrealista in special modo osservando l’uso del colore, la morbidezza che crea luce e che ne gestisce i tempi e gli spazi. Tuttavia nelle sue opere vive qualcosa di più profondo, un mondo ancestrale dal forte richiamo simbolico,  la forma appartiene ad un pensare stilemico proprio dell’artista, dove prepondera un luogo composto da immagini che ripropongono un istintivo e soggettivo “senso del bello”, Pablo Picasso asseriva che:

“Ci sono pittori che dipingono il sole come una macchia gialla, ma ce ne sono altri che, grazie alla loro arte e intelligenza, trasformano una macchia gialla nel sole”.

La peculiarità delle opere di Carla Grillo, è proprio quella di saper dare al colore il ruolo del protagonista, il quale viene elargito sulla tela con fare passionale, pieno, caldo, materno, fino a far evidenziare il Simbolismo istintivo racchiuso nel suo lavoro, in questo fare Arte l’artista rivendica lo spazio del silenzio, nutrendo con un tratto sicuro la completezza dell’opera, dove si evince non senza un certo stupore, il dato di fatto, l’affermazione dell’essere sull’esistere ed è quasi palpabile la materia matrice di un’origine stilistica dal primo impatto semplicistica, ma che per l’appunto affonda le sue radici nel Se primigenio.

Vacancy

Cara vecchia città…

di Iolanda La Carrubba

Dopo il New York Times anche Le Monde dedica un “doloroso” articolo al degrado della Capitale italiana.

Conclude l’articolo del più celebre giornale francese, ponendo una domanda (con l’intento di risvegliare le coscienze?):

“Chaos organisé ? Incurie chronique ? Je-m’en-foutisme généralisé ? Déjà mal en point, la réputation de la cité est aujourd’hui proche du néant….”

castel sant'Angelo

foto di Iolanda La Carrubba

Lontani ormai i tempi di “Roma Caput Mundi” crocevia di ogni attività politica, economica e culturale mondiale, qui non si esiste più, ci si perde ognuno chiuso nella propria isola personale, ad occhi bassi, anzi completamente chiusi, ognuno va nel caos di una città morente. 

Passeggiando nella Città Eterna ci si imbatte in rifiuti, escrementi umani, in fitta vegetazione ai lati delle strade, come fosse un macabro albero della cuccagna dove penzolano siringhe, pannolini, buste e quanto di più orribile si possa immaginare. E’ un paesaggio asfittico fatto prevalentemente di incuria ed in alcuni giorni, quando il caldo arde gli effluvi disgustosi o quando la pioggia allaga l’intera città, sembra quasi di ascoltare una nenia provenire direttamente dal III canto dell’inferno di Dante:

“Per me si va ne la città dolente,
per me si va ne l’etterno dolore,
per me si va tra la perduta gente…”

Non solo le periferie ma l’intero territorio romano, (sopra)Vive a stento in una condizione di precaria amministrazione che procede da anni verso l’assenteismo. La risposta della classe politica a questo sfacelo, è quasi inesistente, ma come da consolidata tradizione romana, grava l’intera responsabilità sulle spalle dei cittadini. Infatti in queste ore non è difficile imbattersi in una campagna pubblicitaria del comune di Roma, dove con un atteggiamento di sfida, attraverso cartellonistica lancia lo slogan “rendi più bella la tua città”.

Si potrebbe condividere questo concetto, se esistesse un minimo di manutenzione dell’area romana, poiché le buche sull’asfalto anche nelle strade ad alta velocità, l’assenza di bagni chimici, l’inesistenza degli allora netturbini, conducono a riflettere di chi sia realmente la colpa.

Non di rado ci si imbatte nel menefreghismo che genera prepotenza, nel singolo individuo ormai esasperato da un sistema malato. Esasperante è: le ore di traffico causate da una disorganizzazione totale, i semafori che durano fino a 5 minuti, i vigili confusi ed allucinati dalla rabbia di una giungla cittadina, quei rari mezzi pubblici in condizioni devastanti, sporchi, fatiscenti che producono denso fumo nero.degrado-roma-4 Ma c’è anche un altro aspetto da non sottovalutare, qualcosa che cancella il ricordo della “dolce vita” conducendo verso una visione ancor più tetra, violenta e delinquente. Giovani donne sui cigli della strada a qualsiasi ora del giorno e della notte che vendono (costrette) il proprio corpo, dalla Tiburtina ad Ostienze, dalla Casilina e via via in ogni dove. Atterrisce il dato di quanto sia aumentata la prostituzione ed ancor più spaventa la comprensione di come possa avvenire.

Guardandosi attorno, sovviene alla mente la profetica canzone di Renato Zero:

“Cara vecchia città,
fumo disagio immobilità,
cadente e moribonda città, Addio…
…Brutte compagnie, traffici, angherie.
Non ti ho vista più,
davvero non sei più tu?
Roma che scappi via,
da questa gente tua?
non puoi morire.”

policlinikHorror

foto di Iolanda La Carrubba

A rendere ancor più estenuante il tutto, interi gruppi di profughi in fuga dalla loro patria devastata da armi e guerre psicologiche. Umani soli, spauriti, confusi che approdano nella “terra promessa” fatta di sogni infranti.
L’intolleranza del cittadino che fino ad oggi si è nutrita esclusivamente di lamentele, conduce inevitabilmente a delle manifestazioni pubbliche che tuttavia non raggiungono lo scopo, purtroppo non fanno altro che alimentare le brutture di tutti i giorni: razzismo, omertà, egoismo. Sarebbe dovuta essere un eccezione, la voracità furiosa, l’insofferenza generale generata dall’ozio neuronale, ma a quanto pare non si riesce a ragionare e reagire di conseguenza a causa di un disegno (fanta)Politico che sembra abbia l’intento di annientare ogni diritto. La democrazia ad oggi, sembra essere semplicemente un’illusione…  e noi, noi piccole gocce sperse nell’oceano, potemmo fare la differenza se solo mettessimo in pratica il concetto di Goethe:

“L’uomo rimane importante non perché lascia qualcosa di sè, ma perché agisce e gode, e induce gli altri ad agire e godere.”
Forse la soluzione è più semplice di quanto sembri, forse si dovrebbe ripercorrere a ritroso la storia che ha procreato fatti, forse l’unica voce in grado di cambiare le cose è quella della statua parlante de Il Pasquino. E’ dunque tempo di tornare alle pasquinate prima che un sistema capitalistico mafioso faccia ritorno da un medioevo non troppo lontano?

Credere e perseguire l’utopia, agire con la forza della non violenza, servirebbe a ridare speranza ad una generazione senza futuro (?).

Vacancy: LumierAzioni all’Isola del Cinema

LumierAzioni all’Isola del Cinema
di Iolanda La Carrubba

 

WP_20150624_12_28_25_ProGiunta ormai alla sua XXI° edizione L’isola del Cinema quest’anno è dedicata all’anno mondiale della Luce dichiarato dall’ UNESCO.  Tante le emozioni che ci ha regalato questo nobile evento custodito nella fiabesca cornice dell’isola Tiberina di Roma, non solo cinema di indiscutibile qualità tra cui grandi nomi del cinema internazionale, ma anche musica, poesia, mostre fotografiche e di arti visive.  Un festival/evento che affettuosamente anno dopo anno, regala al suo pubblico emozioni sempre nuove colme di cultura e fascino.
Giorgio  Ginori direttore artistico del Festival dichiara: “Quando pensavo di dedicare questa edizione al tema della Luce… avevo in mente l’invenzione dei Fratelli Lumière di 120 vent’anni fa… Fra i tantissimi grandi Maestri che hanno dato lustro alla Settima Arte…mi piace ricordare un amico, Tonino Guerra, sceneggiatore e poeta… ero solito andare a trovare nel paesino di Pennabilli, sulle alture di Montefeltro… in uno dei nostri incontri mi disse “Oggi abbiamo parlato di tante cose… e io sono bravo con le parole… so affabularle… so scrivere. Ma ricorda tu che sei appassionato di Cinema, che il Cinema è Luce”. Questo … ricordo mi porta a pensare che anche quando… il linguaggio cinematografico si avvale delle migliori tecniche digitali, nel nostro immaginario la Luce rimane sempre quell’elemento che nel buio della sala riesce a dare vita e ad esaltare le nostre emozioni”. WP_20150624_12_28_25_Pro
Alla conferenza stampa tenutasi il 24 giugno presso  il Museo di Roma in Trastevere, sono intervenuti molti ospiti illustri. Apre la conferenza il direttore artistico  “venti anni fa avevamo tre linee guida di questo progetto… Mi ricordo i primi corti i primi film di Garrone e Sorrentino…” Ginori che fin dalle prime battute ha catturato l’attenzione della sala, procede nel racconto calmo e caldo dove si percepisce una forte emozione “… Abbiamo il privilegio di avere uno spazio che é patrimonio dell’umanitá… e in questa edizione l’idea del salotto è rinforzata dalla presenza preziosissima dell’Istituto L.U.C.E. di Cinecittá.”
E’ da sottolineare che nel 2013 il Fondo Cinegiornali e Fotografie dell’Istituto L.U.C.E. è entrato unico tra gli audiovisivi nel prestigioso registro “Memory of the World’ dell’UNESCO. Il presidente e amministratore delegato dell’Istituto Luce-Cinecità dichiara : “… per l’immaginario Italiano il L.U.C.E. è il cinema degli inizi, e i Lumière stessi sono ospitati nel nostro grande archivio di immagini… in questa edizione portiamo tanto del nostro patrimonio… per tre mesi il pubblico vedrà molti dei nostri 90 anni di storia”.
In conferenza ora le Biblioteche di Roma, particolarmente presenti con il progetto Mamma Roma e i suoi quartieri, un concorso video che invita gli autori a raccontare del proprio quartiere attraverso l’uso delle diverse tecniche cinematografiche. ” In questo momento l’informazione al linguaggio dell’immagine è molto importante… Perché i giovani si avvicinano di più alla lettura attraverso il cinema… Le biblioteche devono essere considerati dei moltiplicatori, che moltiplicano le opportunità”. Tre  vari “Amori” di quest’anno anche l’Isola Mondo, un festival interamente dedicato alla cinematografia internazionale. E’ una sezione realizzata in collaborazione con le Ambasciate e gli Istituti di Cultura presenti a Roma, e con il supporto di distribuzioni di tutto il mondo che rappresenta un’ indispensabile  opportunità per fruire quei film internazionali che non hanno distribuzione sul territorio romano.
Altra novità per questa edizione intitolata Ile Lumière, è il fil rouge che attraverso un gioco di rimandi porta la Settima arte alla Luce in un percorso che vede L’Italia e la Francia protagoniste. La serata di gala, vede accendersi i riflettori sul film “La famiglia” di Ettore Scola nominato nel 1987 alla Palma d’Oro.
Imperdibile l’appuntamento con “Cinema inventato” un’intuizione dal forte impatto artistico ideato dal regista Aureliano Amadei, un esperimento dedicato ad August Marie Louis  Nicholas e Louis Jean Lumière i Padri del Cinematografo che 120 anni fa realizzarono “ Sortie d’usine” un filmato rappresentante l’uscita di alcuni operai da una fabbrica, la vera peculiarità di questo affresco di  giorni ormai lontani, fu il fatto che i fratelli girarono più e più volte la scena creando così una storia con una linea narrativa precisa.
Nell’oggi iperconnesso ripercorrere le stesse impronte dei Lumière attraverso il linguaggio cinematografico primigenio,  significa esprimere il profondo legame con la Settima Arte, realizzare un progetto che da linguaggio, diviene meta-cinema un fare e creare “LumierAzioni” ad ogni ciak.
A. Amadei dichiara “ un divertissement che coinvolge importanti nomi del cinema quali; Valerio Mastandrea, Claudio Noce, Libero De Rienzo, Paola Randi, Davide Marengo, Claudio Giovannesi ed altri per realizzare un film collettivo su pellicola e muto”. Al margine di questo prestigioso evento, un’opportunità per gli appassionati di cinema è quella di poter raccontare attraverso un cortometraggio, la visone dell’oggi soggettivo ed autoriale, usando tecniche simili a quelle di 120 anni fa. Un’esperienza che diviene viaggio di contaminazione attraverso le diversità tra epoche.
Il progetto presentato in conferenza stampa attraverso un promo realizzato usando esclusivamente effetti meccanici, ovvero effetti in cui il soggetto o l’evento sono realizzati direttamente sui set, possiede la cifra stilistica delle avanguardie che hanno fatto la storia nel panorama culturale mondiale.

"Cinema Inventato", lo short film promozionale del progetto, diretto da Aureliano Amadei

“Cinema Inventato”

Aureliano Amadei carismatico, follemente geniale, nel contempo introspettivo dal temperamento audace e riflessivo, accompagna e coinvolge il pubblico in un nuovo entusiasmante incontro di “Cinema dal vivo”, un luogo “non luogo” che abbatte i confini tra il dentro e il fuori di un set aperto al dialogo con l’Altro.

Recensione

“Tattoo Motel” di Davide Cortese

La penna Cortese

di Iolanda La Carrubba

 

10836265_10205758111180003_614548583_nAbitando il senso privato della sinestetica forma letteraria di Davide Cortese, in Tattoo Motel (ed. Lepisma) si percepisce un luogo consacrato allo spazio riflessivo, un posto occulto dal filone maledettista che segue o meglio prosegue lo stilema poetico proprio di Cortese, in un viaggio attraverso la narrativa.

Frederich Nietzsche afferma:

“… tutto ciò che è profondo ama la maschera”.

Infatti in questa opera dal sentore teatrale, al lettore viene offerto un percorso incontaminato, libero e vero, dentro ed attraverso visioni oniriche e tantriche, dove vi è celata la chiave di lettura del senso più profondo, sprofondato nelle viscere dell’Io inconscio ed indomito. Scrive Cortese:

“…La verità ama andare sull’altalena. Si può crederle come si crede ad una bambina: indulgendo sulle sue fantasie perché lei per prima le crede vere”.

In questo esistere nel caos del pensiero, vige protagonista il tatuaggio a rappresentare un rituale dove il dolore fisico, si abbandona lascivo alla formula sensuale del vedere.

Provocatoria continua la penna Cortese, a ricamare sulla carta la volontà di tramutare la pelle incontaminata in una visione psico-fisica violandone la verginità, tuttavia in questa operazione, l’ago del tatuatore Dan, danza in una forma terapeutica primigenia, come se la candida pelle di Eva fosse la stessa della mummia del Similaun (ca. 3000 a.C.).

Si percepisce forte l’attrazione dell’autore nel confronto del “peccare”, infatti incastonata nella storia si palesa criptica, una poesia che viola l’ambrata via del sentimento guadando oscuri fiumi d’inchiostro.

… in una tasca del tempo…

…si muove una luce…

e sul mio volto una gioia nera.

Ho solo una tragica fame di farfalle.

Di forte impatto affiora la perforazione dello spazio sacro, dove anche qui Eva come la prima donna del creato, spinge il suo Adamo (Dan) negli abissi del desiderio proibito.

Muovendosi a ridosso dei brevi ed intensi capitoli con un vago richiamo alla scrittura di Hesse, si assapora una formula segreta e magica costruita intorno a frasi mosse ad incantesimi, quasi come se Cortese fosse rimasto ipnotizzato dalle parole di Rimbaud:

“…O flutti abracadabranteschi, prendete il mio cuore e lavatelo”.

Ecco dunque arrivare l’ingresso in scena, attraverso l’immagine di copertina disegnata dallo stesso autore. Un mandala in china nera vola su una mongolfiera pirata che trasforma la visione dell’oggi in una fiaba dark, ambientata in un tempo parallelo, il tempo della scoperta dell’amore.

I personaggi intrecciati saldamente alla trama, percorrono il dedalo della vita attraversando archetipi e luoghi di reminiscenze tribali, soffermandosi nel “non detto” nel “non svelato” profanando il colto mistero posto al di là del percettibile.

Davide compie un vero e proprio sforzo artistico, nella difficile decisione di aprire alcuni argomenti anziché altri, portando così l’attenzione sui silenzi. In questi spazi sconfinati e bui, dove anche l’ironia caratteriale si acquieta per riposare calma in braccio al suo pensare, tormento ed estasi, diffidenza ed armonia tracciano un percorso lineare, scatenando una reazione a catena di fatti e solitudini irrequiete celate nella confessione intima dell’esistere.

Vacancy

Diario della lavorazione di Senza chiedere permesso

di Iolanda La Carrubba


Senza chiedere permesso è una commedia onirica-fantastica, una favola moderna, un racconto metropolitano, di una coppia di artisti, nello specifico attori e registi teatrali, che affronta la vita dell’adesso con i suoi problemi, con le sue peripezie sociali, cercando di rimanere in equilibrio nel tutto senza sprofondare nell’umana inquietudine. Nel percorso accidentato si incontrano e scontrano con tutta una serie di realtà, tra le quali i debiti del cugino che facendo perno principalmente sulla sensibilità del protagonista, continua a chiedere prestiti che alla fine “…vanno in fumo…”.

Tuttavia l’intreccio della sottotrama narra di quei legami invisibili che junghianamente portano l’umanità a far parte della stessa grande famiglia, tra desideri ed ossessioni, tra tangibilità degli eventi e déjà-vu.

Per descrivere l’imprevedibilità della vita, la regia ed il montaggio si allacciano ad un linguaggio diverso, sperimentale, astratto ma segretamente legato all’espressione pubblicitaria fatta principalmente di “bug si sistema”, piccoli e grandi errori che tentano di far diventare “…umana l’opera”.

La principale meta narrativa è quella di destabilizzare lo spettatore, portandolo ad un livello altro, posto al disopra del conosciuto e (ri)conoscibile, quindi condurlo e (auto)condurci verso quelle sfide e quei paradossi che alla fine del percorso rimarranno comunque in sospeso e mai svelati.

Mettere in moto la macchina per la lavorazione del film non è stata cosa facile, tutt’altro anche se al mio attivo avevo già due lungometraggi, mi ritrovai a collezionare una nuova serie di impedimenti che affrontai nutrendomi soprattutto della riflessione del grande Charlie Chaplin:

“Ti criticheranno sempre, parleranno male di te e sarà difficile che incontri qualcuno al quale tu possa andare bene come sei. Quindi: vivi come credi. Fai cosa ti dice il cuore: ciò che vuoi. La vita è un’opera di teatro che non ha prove iniziali. Quindi: canta, ridi, balla, ama e vivi intensamente ogni momento della tua vita, prima che cali il sipario e l’opera finisca senza applausi.”

Oggi realizzare un lungometraggio NO BUDGET, significa non solo basarsi unicamente sulle proprie forze, ma anche fronteggiare un sistema precostituito che va dal finanziamento fino alla post-produzione. Per far fronte a tutto questo bisogna assolutamente premunirsi di molta pazienza, per riuscire a superare i svariati problemi posti dalla burocrazia italiana prima vera grande sfida da superare. Fare quindi i conti con tutta una serie di realtà parallele (in)costante crescita, per chi come me non ha avuto l’occasione di trovare un produttore che si faccia carico dell’enorme mole di lavoro nascosto dietro le quinte, significa mettere sulle proprie spalle una fatica superabile solamente con una forza motivazionale enorme, altrimenti si rischia di perdersi in un dedalo confusionale fatto di intere giornate di riunioni, di ore trascorse a compilare le dovute documentazioni, di file esasperanti e quindi cercare di non perdersi in questo labirinto burocratico simile ad un Kraken ignaro di ingurgitare e fagocitare ogni fantasiosa ispirazione che rende irraggiungibile il proprio obbiettivo, quello cioè di realizzare l’opera.

Lo stimolo di risposta ai diversi no che nel percorso avevo collezionato, fu la ferma convinzione di voler realizzare il prima possibile un lungometraggio di fiction, dunque aprii finalmente quel cassetto dove da tempo erano in condizione di letargo criogenico vari soggetti ed alcune sceneggiature, rimescolai le carte e ricostruii la storia come in un puzzle.

Nei miei precedenti lavori, Zapping (2012) presentato in anteprima nazionale presso il Cinelab dell’Isola del Cinema di Roma, un docu-film realizzato in solitaria dove ho avuto la fortuna di chiedere al mondo dell’arte, registi, pittori, attori, poeti etc. cosa è cambiato nell’ambito artistico con l’avvento di internet e in Fratello dei cani (Pasolini e l’odore della fine) presentato in anteprima nazionale presso la Casa dei Teatri di Roma con il patrocinio dell’Assessorato alla Cultura di Roma, un film-poetico interamente tratto dall’omonimo spettacolo teatrale di e con Marco Palladini, poi tradotto in un lungometraggio, improvvisando le riprese sulle suggestioni dello stesso spettacolo, ho per così dire, gettato le fondamenta per Senza Chiedere Permesso.

Durante le lavorazioni dei precedenti film realizzati basandomi su un istinto indagatorio, dove ho cercato di oltrepassare il limite della “visionarietà”, usando dunque la MDP a mano per disegnare e delineare la storia in un modo prettamente visivo, tentando di richiamare l’arte surrealista e dadaista, per ricreare quel sentimento basato sulle sinergie poprio agli artisti di quel periodo. Sentivo una carenza o meglio nutrivo la necessità di esprimermi completamente nel mondo del cinematografo non solo come video maker ma raccontare un mio soggetto completo.

Fin da bambina immaginavo di trovarmi dietro le quinte di 8 ½ di Federico Fellini o di avere il privilegio di seguire il back stage di Incontri ravvicinati del terzo tipo di Steven Spielberg, ed anche se potevo solo percepire l’impegno enorme che richiedeva questo tipo di lavoro, non desideravo altro se non poter realizzare appunto un mio lungometraggio, inoltre grazie ai miei genitori, iniziai fin da piccolissima a costuire un legame di sincera curiosità nei confronti del cinema, con mia madre Lina Morici (costumista/figurinista) mi incamminai nel magico mondo dei costumi di scena e con mio padre Mario La Carrubba appassionato cinefilo, cominciai una ricerca sul precinema.

Non avendo un gran capitale da investire, comprai ormai nel lontano 2005, una MDP semi professionale con la quale realizzai tutti i miei precedenti lavori. Ora la nuova sfida che si presentava era proseguire la realizzazione di questo nuovo progetto tenendo fede al “metodo” fino a quel momento utilizzato, rimanendo a costo zero e cercare di creare con spirito d’iniziativa “…qualcosa di diverso”.

Ero sul set di Fratello dei Cani per la precisione a Villa Ada con la troupe leggera, aspettavamo l’arrivo di Fabio Traversa il quale si presentò calmo e sorridente nonostante l’afa di quel giorno, entrò varcando il cancello al confine con la strada super trafficata, quasi danzante, subito mi ricordò l’esile figura slanciata ed onirica del Barone di Münchhausen, trattenni la risata a stento che esplose quando m’accorsi che nella mano destra sventolava come fosse un guanto, una buccia di banana, e poi semplice ci domandò:

“Dove la butto?”.

Adoro la sincera e devota passione per la recitazione che possiede Fabio, avevo visto tutti i suoi film ed ironia della sorte ero dietro la MDP anche nel video-poetico. Decisi in quell’occasione di eliminare qualsiasi imbarazzo per indossare certa la domanda che avrebbe cambiato il corso degli eventi. Gli chiesi se avremmo potuto in un futuro non molto lontano lavorare su un mio soggetto, lui sorridendo accettò. Inutile sottolineare la felicità che provai in quel preciso momento.

La vera fortuna fu quella di poter lavorare anche con Tiziana Lucattini non solo sua dolcissima compagna, ma vera attrice a tutto tondo, fortemente legata a, e cito dall’intervista tratta da Zapping “ l’attore che muove le mani”. Espressiva e piena dell’entusiasmo per questo difficile mestiere. Mi ricordo che fui così felice di poter avere l’opportunità di lavorare con due grandi attori che mi dimenticai di tutto il resto, si dimenticai di non avere sceneggiatori, costumisti, elettricisti, insomma tutto, compreso una buona MDP. Iniziai dunque le ricerche per capire come poter procedere per arrivare al tanto atteso ciak iniziale.

Fino ad allora avevo avuto una approccio per così dire trasversale nei confronti della cinematografia, provenivo da un esperienza più che altro teorica, anche se avevo avuto la fortuna di collaborare fin dall’adolescenza con il documentarista Mario Carbone, tuttavia non avevo nessun idea di cosa significasse muovere i meccanismi per un intero film. Gli ostacoli istituzionali che avevo riscontrato per i precedenti lavori ora sembravano centuplicati, ma questo non mi fermò anzi mi spronò a costruire nuovi orizzonti. Decisi quindi di correre il rischio e di procedere verso quella che a tutt’oggi definisco la mia “follia filmica”.

Cercai per molto tempo qualcuno con cui scrivere la sceneggiatura fin quando incontrai la giornalista cinematografica Sarah Panatta. Le spiegai la situazione e l ‘operazione che avevo intenzione di azionare con questo film, ovvero quella di decontestualizzare l’arte innescando una reazione a catena tra le diverse espressioni. Quindi mia ferma idea era quella che gran parte degli attori non protagonisti provenissero per l’appunto dal mondo dell’arte. Quindi pittori, fotografi, e soprattutto poeti contemporanei.

Accettò curiosa la sfida, mostrando in seguito spirito di iniziativa nonostante la giovane età. Nonostante erano coinvolti in amicizia per questo film, non solo Fabio ma anche Aureliano Amadei, Alessandro Benvenuti e Fulvio Grimaldi conosciuti per altri documentari ancora in fase di lavorazione, trovare in questa prima fase del lavoro, sponsor pubblici e privati interessati appunto al progetto, fu impresa ardua che condusse a risultati altamente scarsi. Dunque con Sarah prendemmo la decisione di fare tutto in maniera “clandestina”.

Non avevamo i permessi per girare soprattutto in alcune location di Roma, ma grazie alla poetessa Chiara Mutti (“l’investitrice”) riuscimmo ad ottenere il nulla osta per le riprese presso la Galleria Nazionale d’arte Moderna di Roma che diede grande prestigio all’intero film. In un periodo definito in questo momento storico “di forte crisi”, con Sarah istituimmo l’associazione culturale no profit EscaMontage, con la profonda speranza di riuscire a creare opportunità di collaborazioni. Per le mura itineranti dell’associazione stessa, passarono alcuni giovani collaboratori che abbandonarono la nave all’insorgere delle prime difficoltà.

Quindi preso questo impegno principalmente con noi stesse, decidemmo di portare a termine i vari programmi, tra i quali il Blog&webTV ed il film festival.

Nel frattempo lavoravo incessantemente l’incastro della storia, cercando di prendere esempio da alcune delle impronte che mi avevano preceduto in questo difficile percorso, da Fellini a Kubrick da Wertmüller a Bene.

Parallelamente al lavoro di scrittura, prendemmo la decisione di “aprire i set” al pubblico del web mettendo in fruizione i diversi backstage, le foto di scena, gli aggiornamenti e le news, realizzati con i collaboratori che di volta in volta si susseguivano interessandosi al film, usufruendo così delle potenzialità della Rete nel fare “rete”.

Iniziai un primo montaggio per avere un’idea sommaria del lavoro, quando mi accorsi che ogni scena, ogni battuta, ogni location potevano essere potenziali storie di una vita parallela, alora decisi di rimontare a mo’ di mosaico il tutto. Così nacque Le chat noir un cortometraggio che ha conseguito il prestigioso premio classificandosi al terzo posto per “Glory to the video Maker” della Minerva Pictures.

                                                                                                                                                                                                  Iolanda La Carrubba Roma 2015

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SCHEDA VALUTAZIONE FILM

A cura di: Catello MASULLO

TITOLO: SENZA CHIEDERE PERMESSO

REGIA: Iolanda La Carrubba

SCENEGGIATURA: Iolanda La Carrubba, Sarah Panatta

INTERPRETI PRINCIPALI:

Con: Fabio Traversa e Tiziana Lucattini,

Con la partecipazione speciale di:

Alessandro Benvenuti

Aureliano Amadei

Fulvio Grimaldi,

E con (in ordine alfabetico):

Alessandro Bellomarini

Lisa Bernardini

Andrew J. A. Bulfone

Giulia Bulfone

Sabino Caronia

Diana Cavorso

Angela Ciriello

Vito Continisio

Davide Cortese

Federico D’Angelo Di Paola

Roman Doupouridis

Eugenio Forconi

Alessandro greyVision

Roberto Guglielman

Monia Guredda

Mario La Carrubba

Salvatore Maggiore

Tiziana Marini

Monica Martinelli

Catello Masullo

Alcidio Morais

Lina Morici

Amedeo Morrone

Chiara Mutti

Terry Olivi

Massimo Pacetti

Sarah Panatta

Antonella Rizzo

Marco Rudel

Domenico Sacco

Eugenia Serafini

Francesco Spagnoletti

Marzia Spinelli

Therezinha Teixeira De Siqueira

Antonietta Tiberia

Marina Viola

Marco Zucchi

PRODUZIONE: EscaMontage

ORIGINE: ITALIA

DISTRIBUZIONE: EscaMontage

DURATA: 57’

SOGGETTO: COMMEDIA POETICA ONIRICO-FANTASTICA

Fabio è un autore ed attore teatrale, vive con la sua compagna Tiziana. Incontra, cerca, gente e personaggi …

C‘è sempre una prima volta. Questa è la prima volta che mi trovo a recensire un film in cui il mio nome compare nella lista degli “attori”. Le virgolette, sono, ovviamente, d’obbligo. Si tratta, in effetti, di un cameo brevissimo in cui la regista Iolanda La Carrubba, e Sarah Panatta, la sua inseparabile co-sceneggiatrice, attrice, e complice a tutto tondo (al suo debutto assoluto in questo film), mi hanno chiesto di “interpretare” un critico cinematografico, effettuando le riprese nella mia casa romana. Mi sono chiesto, comunque, se il pur limitatissimo coinvolgimento nel progetto, avrebbe potuto alterare la mia valutazione. Ai lettori/spettatori l’ardua sentenza… Andiamo con ordine. La giovanissima cineasta Iolanda La Carrubba, romana, figlia di due noti pittori contemporanei, è un’artista a tutto tondo. Autrice, poetessa, giornalista e operatrice culturale, dopo gli studi di cinema ai Cinecittà Studios, collabora a lungo con il documentarista Mario Carbone. Per passare poi alla regia di film interamente suoi : 2012 il documentario “Zapping. Tra Web e Cultura”, 2012 il documentario “La Metro de Paris”, 2013 il documentario “Fratello dei Cani. Pasolini l’Odore della Fine”, 2014 il corto “Le Chat Noir”, terzo classificato al “Glory to the video Maker”, della Minerva Pictures. Per questo suo ultimo film, “Senza Chiedere Permesso”, cura, oltre alla regia, soggetto, sceneggiatura, musiche, montaggio, effetti (computer graphic), suono (montaggio audio). Non si può dire non sia un film d’autore. La genesi è rimarchevole. Totalmente autoprodotto e girato con mezzi praticamente nulli. Meno di un mese circa prima della anteprima stampa del 13 febbraio 2015, le autrici hanno chiamato tutte le persone coinvolte nel film alla visione di un pre-montato, per chiedere un loro parere. Ne è scaturito uno straordinario “brain storming” a caldo (anche se, dovessi dire, per l’occasione nella sala della Stazione di Anguillara c’era un freddo polare…), da vero laboratorio creativo collettivo. Il film, in quella versione provvisoria, mi risultò spiazzante. Un film dalla decisa connotazione sperimentale. Di forte e potente visionarietà. Ma diseguale. A tratti criptico e discontinuo. Con un’eclatante abisso tra la recitazione altamente professionale dei due protagonisti, Fabio Traversa e Tiziana Lucattini, e quelle della gran parte degli altri non-attori. La regista (e, immagino, anche la co-sceneggiatrice) hanno avuto la rara umiltà e la acuta intelligenza di accogliere suggerimenti, di cogliere impressioni e suggestioni, che sono venute da parte di tutti gli appassionati partecipanti. E, nel tempo record di tre settimane, hanno prodotto la versione finale del film. Nella quale, pur restando, nella sostanza, tutto quello che era già nel pre-montato, ho visto un altro film. Che mi ha convinto molto di più. E’ bastata una azzeccata voce narrante, le belle musiche di Amedeo Morrone ed un montaggio video e sonoro più curato, per avere una percezione più chiara ed un apprezzamento migliore del film. Emerge, prepotente, la imprevedibilità della storia, come protagonista, e come rappresentazione della imprevedibilità della vita reale. Chiara la rarefazione dei confini tra sogno e realtà. Tra sanità mentale e follia (solo la follia potrà salvarci?). Patente l’inquietudine esistenziale, temperata dall’ironia e, a tratti, dalla comicità pura della commedia. Come a volte la vita sa essere. L’esistenza umana come successione di istanti slegati ed casuali. Senza un preordinato filo logico. Una sorta di combinazione, come ci suggerisce la presenza del cubo di Rubik. Un poema surreale, di immagini in movimento. Un film densissimo. Con colte ed apprezzabili citazioni cinefile. Dal Buster Keaton di “The Coock”, al Charlie Chaplin di “La strada della paura”, dal George Méliès di “Viaggio sulla luna” e “Viaggio attraverso l’impossibile”, a “Il Cantante di Jazz”, a “Dr. Jekyll e Mr. Hide”. E con citazioni opportune e significative, in contaminazione con altre arti. Oltre ai pregevoli oli su tela di Mario e Osvaldo la Carrubba e di Lina Morici, le evocative immagini dello spettacolo teatrale “Ciao buio”, di Fabio Traversa e Tiziana Lucattini. In definitiva, un film molto originale, mai banale, lontanissimo dalla omologazione, stimolante e, per una volta, senza le fastidiose immagini imposte dal product placement, che fanno (ahinoi), di tutti i film commerciali, centoni di spot pubblicitari.

Curiosità : la gran parte degli attori non professionisti del film sono poeti nella vita reale.

FRASI DAL CINEMA : “Chi siamo, dove andiamo? Esseri umani… che troppo amano il potere della distruzione!”. (Fabio Traversa).

“Come diceva mamma…

Mai scendere dal letto con il piede sbagliato, e la vita ti sorriderà!”. (Fabio Traversa, fuori campo, e la madre in pensiero/ricordo immaginario).

“Confucio dice : il silenzio è il migliore amico, che non tradisce mai… Sempre Confucio dice: non fare del bene se non sopporti l’ingratitudine!”. (Aureliano Amadei)

“Smettere di fumare è facilissimo. L’ho fatto migliaia di volte. Ed anche se ho smesso di fumare, vivrò una settimana in più, e quella settimana pioverà a dirotto!”. (Tiziana Lucattini a Fabio Traversa, citando prima Mark Twain e poi Woody Allen).

“C’è una soluzione per tutto, tranne che per quello che si vuole risolvere!”. (L’uomo con la bombetta a Fabio Traversa).

“La questione della discriminazione della donna è una stupidaggine. I veri discriminati sono gli uomini, perché non possono partorire e nessuno fa niente!”. (Tiziana Lucattini a Fabio Traversa)

“Non ci sono parole per consolare le cavie della loro morte!”. (Fabio Traversa).

“Però, qualcuno mi ricordi. Un attore.

Io sarei anche attore, ma non so se l’attore a cui somiglio sono io!”. (Domenico Sacco e Fabio Traversa).

“… e, soprattutto, non fate uscire il vostro film lo stesso anno di Via Con Vento!”. (Catello Masullo cita la celebre massima di Hollywood, attribuita al grande David O. Selznick).

“Un idiota è un idiota, due idioti sono due idioti, diecimila idioti sono un partito politico!”. (Signora cita Franz Kafka)

“Signore e Signori, senza chiedere permesso, si esce di scena!”. (Fabio Traversa parla in macchina da presa, ad esergo finale)

VALUTAZIONE SINTETICA (in decimi): 6.5/7

http://www.ilpareredellingegnere.it/index.php?option=com_content&task=view&id=4526

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Recensione di Daniele De Angelis – CineClandestino.it

“La vita, il puzzle”

voto 7,5

Rispetto a Le Chat Noir – cortometraggio recensito su questa rivista poco tempo fa – Senza chiedere permesso, mediometraggio dalla cui costola era nato il corto stesso, aumenta non solo il minutaggio ma anche il livello di ambizione. Se il primo lavoro era prevalentemente incentrato sullo smarrimento della funzione originaria dell’Arte in rapporto con la società, il secondo abbraccia tematiche più vaste, finendo con il risultare un gioioso poemetto sul senso ultimo dell’esistenza, in riuscito e per nulla semplice equilibrio tra onirismo, surrealismo e sottile critica sociale. Del resto appare subito evidente come Iolanda La Carrubba regista e sceneggiatrice – insieme alla “nostra” Sarah Panatta – sappia esattamente cosa vuol raccontare e come rappresentarlo figurativamente. Le immagini “distorte”, volutamente alienanti, conducono lo spettatore da subito in un altrove non meglio definito, che troverà parziale spiegazione solo nella sequenza prefinale, in cui la rielaborazione di sequenze in libertà acquisirà (forse) una propria unità di lettura. Sempre che il misterioso puzzle dell’inconscio abbia mai qualche possibilità di essere ricomposto nella sua completezza.

Ci troviamo, insomma, in quella “condizione” di cinema che attinge a piene mani dalla sua stessa storia – Federico Fellini, David Lynch. Tanto per fare due nomi illustri… – rielaborandola con intelligenza e acume, senza essere affatto penalizzata, anzi forse stimolata, dalla scarsità di mezzi disponibili. Con inoltre il valore aggiunto, almeno per una pellicola a tale budget, di contare sulla performance artistica di un Fabio Traversa (interprete di tanti film di Nanni Moretti, nonché indimenticabile Fabris in Compagni di scuola di Carlo Verdone, nel lontano 1988) in senso assoluto vicino alla perfezione nella parte principale. Chi meglio di lui avrebbe potuto sottolineare, attraverso il suo modo di fare straniante e stranito, l’insensatezza generale di un’esistenza capace di trovare un barlume di spiegazione “logica” solo nella realizzazione concreta di un rapporto sentimentale? Davvero pochissimi altri. E dunque notevole rilievo assume, nella galleria di situazioni bizzarre e personaggi decisamente borderline (peraltro interpretati da un cast ottimamente sintonizzato con il senso ultimo dell’operazione) che sfila di fronte alla telecamera di Iolanda La Carrubba, la figura femminile della compagna di Traversa, Tiziana Lucattini, autentica scialuppa di salvataggio in quel metaforico mare in tempesta che è sempre stata, dalla notte dei tempi sino ad oggi, la vita vissuta. Senza chiedere permesso, nella propria essenza, diventa così quasi un inno a prendersi per mano, a sostenersi nelle difficoltà che mai mancano e soprattutto a superare quell’afasia che impedisce di comunicare, nel senso più completo del termine, persino con le persone più care. Tutto ciò raccontato con uno stile brioso e privo di visibili momenti di pausa, che offre il meglio di sé allorquando si distacca del tutto dal, comunque flebile, canovaccio narrativo per approdare in quei territori in apparenza assurdi che, nemmeno troppo paradossalmente, riescono a raccontare molte più verità di un documentario sulla realtà effettiva.
Si sorride, ma sempre con uno spunto di riflessione, nel film di Iolanda La Carrubba. Fedeli all’inevitabile assunto “panta rei” le autrici dello script ci invitano, in modo mai esplicito bensì deliziosamente entro le righe, a vivere la vita cercando lo stato di grazia con dolcezza ma anche con determinazione, appunto senza chiedere permesso a nessuno per qualunque utopia si voglia costruire. Loro, Iolanda la Carrubba e Sarah Panatta, ci stanno provando meritoriamente, usando la lanterna filosoficamente rischiarante dell’arte alla maniera di un Diogene dei nostri tempi. E, come nel caso di tanti altri giovani filmmaker poco noti ma con valorose istanze da esprimere, diviene ora compito del pubblico dare una chance di visibilità a tali lavori. I quali non arriveranno purtroppo a semi-domicilio nel cinema più vicino a casa, ma bisognerà uscire, per andare a cercarli e possibilmente trovarli. Varrà la pena abbattere la pigrizia e trovare il tempo per ammirare qualcosa di veramente personale. Originale come tutte le cose provenienti dalla più intima sensibilità delle persone.

http://www.cineclandestino.it/senza-chiedere-permesso/

Recensione “Senza chiedere permesso” di Gualtiero Serafini

Ho avuto il piacere di guardare “Senza chiedere permesso”. Devo fare i complimenti a Iolanda La Carrubba ed a tutti coloro che hanno partecipato a questa realizzazione. Onirico e surrealista “Senza chiedere permesso”, secondo un mio parere, non deve essere visto e guardato con spirito cinematografico e quindi non parametrizzato ad una critica cinematografica. È un bellissimo esperimento ben riuscito di creare un connubio tra cinema e poesia. Già solo la durata, 55 minuti, sarebbe troppo breve per un film, ma è perfetta per un reading di poesie ed aneddoti sapientemente reinterpretati ed incastrati tra loro come tante Matrioska e fissate dall’occhio della macchina da presa. Si potrebbe dire, in un primo momento, che film è? Ed il montaggio? La sceneggiatura? Ma è solo un attimo, sono solo i primi frames, dopodiché ad un occhio più attento, facendosi trasportare dalle note poetiche, dal riecheggiare delle voci dei personaggi che si intuisce che quello che stiamo vedendo è una poesia, non altro che un incastro poetico. E come in una poesia, ognuno ne trae i significati che più toccano la propria anima. È netta ed apprezzabile la scelta di coinvolgere attori professionisti e bravissimi come Fabio Traversa e Tiziana Lucattini, i protagonisti del film, insieme a poeti che certamente attori non sono se non attori dei loro sentimenti. Ognuno, in quest’opera, mi vien da dire, ha mantenuto il suo ruolo cercando di contaminarsi. I poeti si sono contaminati con la recitazione, propria di un attore e gli attori si sono contaminati con la poesia, propria dei poeti, mantenendo, però, sia gli uni che gli altri il loro reale ruolo. Apprezzabile è l’inserimento di un personaggio, che definirei quasi un giullare di corte, interpretato da un musicista, Amedeo Morrone, che cerca di reinterpretarsi attore pur mantenendo la sua reale indole di musicista ed infatti nella staticità e profondità del film è gradevole l’intromissione di un personaggio dinamico che con le sue movenze entra ed esce di scena proprio come farebbe una colonna sonora. Per concludere un plauso alla regista Iolanda La Carrubba e a Sarah Panatta, sceneggiatrice insieme a Iolanda, per i riferimenti ai padri del cinema come Georges Méliès con il suo “Viaggio nella Luna” o al cinema muto di Charlie Chaplin e Buster Keaton.

Vacancy

Tra sogno e realtà

[Saggio introduttivo alla sezione “opere in mostra” del catalogo/antologia poetico-artistica “Oblò”, prima edizione EscaMontage, presentato in anteprima al Film Festival di Bracciano 2014]

di Iolanda La Carrubba

 

Il fare umano, legato alla percezione dell’adesso, del momento esatto in cui avviene una concentrazione di esistenze, dove l’esistere è rappresentato appunto dal fare, padroneggia e veicola un istintivo pensiero intuitivo. L’individuo in grado di percepire il dato oggettivo, attraverso elementi quali lo spazio ed il tempo, possiede la capacità di estraniarsi dall’oggettività, regalando a quel momento, l’espressione soggettiva.

Il bello dunque appare mutevole e mutante, apparentemente proveniente dall’esperienza del singolo, in termini kantiani il bello è: “una normalità senza norma”.

L’essere umano per sua natura, è in grado di percepire l’estetica mediante l’attivazione di specifiche aree cerebrali (V4 elabora i segnali dei colori, MT elabora i segnali del movimento), questa percezione legata alla riflessione istintiva, consente di esprimere un giudizio, quindi essere in grado di giudicare e rielaborare un dato legato ad un atto, un’azione legata ad una rappresentazione dell’esistenza umana, rappresenta per l’individuo una forma altra del fare denominata arte.

L’arte intesa come fusione del bello e del giudizio, contiene un intuito primigenio in grado di svilupparsi ed evolversi attraverso fondamenti ancestrali, Schelling nel Sistema della filosofia trascendentale scriveva “s’intende di per sé che l’arte sia l’unico vero ed eterno organo e documento insieme della filosofia, il quale sempre e con novità incessante attesta quel che la filosofia non può rappresentare esternamente, cioè l’inconscio nell’operare e nel produrre, e la sua originaria identità con il cosciente. Appunto perciò l’arte è per il filosofo quanto vi è di più alto”.

L’inconscio collettivo genera una qualche forma di energia, in grado di rappresentare nella complessa rete di legami umani, la soggettività dell’esistere, Jung sostiene che “la nostra psiche è costituita in armonia con la struttura dell’universo e ciò che accade nel macrocosmo, accade egualmente negli infinitesimi e più soggettivi recessi dell’anima”.

Questo percorso attraversa l’esistere, suscitando la necessità di ricerca mediante un processo elaborativo, l’uomo compie azione adoperando i sensi, infatti Matisse sosteneva che “vedere è già un’operazione creativa che richiede uno sforzo”.

Condurre lo sguardo del fruitore attraverso una mostra che contempli “l’immagine d’Arte” veicolando un sentimento collettivo ma pur sempre ideologicamente solipsistico, pone come fulcro lo sguardo dell’artista in una società fatta di stimoli, riuscendo a rendere nitida la sollecitazione artistica.

Ad oggi nel mondo dell’ipertecnologia, della computerizzazione, della semplificazione degli “attrezzi” per costruire e fare arte, la possibilità di espansione dell’espressione artistica, produce e genera nuove ed interessanti evoluzioni. Uno dei campi in cui si è potuto sperimentare maggiormente, è quello della fotografia.

Questa formula espressiva da un lato si ammala dell’eccessiva quantità di chi è dietro l’obiettivo, ma dall’altro lato permette di poter godere di fotogrammi di vita istantanei, generosi ed in alcuni casi, là dove si scatta la fotografia adoperando intelligenza artistica, vere e proprie fotografie d’autore.

Numerose furono le controversie nel periodo di passaggio tra la pittura e la fotografia durante il quale si formarono diverse scuole di pensiero. Nadar, giornalista francese (1820-1910) fu il primo a realizzare una fotografia aerea, temerario, abbracciò favorevolmente il metodo di riuscire a catturare, grazie la tecnologia fotografica, quei brevi ed irripetibili attimi poetici per farne arte, esempio meraviglioso fu il suo “autoritratto”. Altri invece vedevano questa nascente espressione come un caso, un placebo per definire arte qualcosa nata come svago; tra questi anche il poeta Lamartine che nel 1858 definiva la fotografia “un’invenzione del caso che non sarà mai un’arte ma un plagio della natura da parte dell’ottica”, per ricredersi anni dopo.

Oggi in questa collettiva, dove lo “sguardo d’autore” s’affaccia sul mondo traverso un oblò come fosse quello dell’apollo 11 nella prima spedizione verso la Luna, la stessa di Melies, si vuole porre in esame l’interrogativo cartesiano strettamente legato all’animo umano: “sogno o son desto?”.

Destarsi e destreggiarsi tra le difficoltà di un mondo moderno, in continua contaminazione socio-psicologica dove gli artisti compiono profonda ricerca culturalmente alta, senza trascurare il forte impatto emotivo scaturito tra il sogno e la realtà.

 

Iolanda La Carrubba

 

 

 

Recensione: “La Terra di Tutti” di Massimo Pacetti

In questo mare magnum dove “poeticando” s’annaspa e spesso s’affoga il tramortito fruitore, da terre lontane attraverso un itinerario, che è viaggio di viaggi, Massimo Pacetti esplora e si esplora. Versi, di volti di-versi, nomi e strade, cortili e muraglie, laghi che si mostrano in segreto ai mostri dimenticati sul loro fondo, o forse ivi abbandonati.

“Gli occhiali scuri/ sul naso, non vedono gli occhi…” scrive Massimo combattendo tenace l’accecamento cognitivo della massa. Avviluppato all’ingarbugliata matassa della società il libro La Terra di Tutti (edizioni Edilet, Roma 2014) si svela attraverso la presentazione di Gianni Pitella, che sottolinea il lavoro dello stesso Pacetti come emersione impegnata nel diffuso “divorzio tra intellettualità e azione politica”, mentre il prefatore Raffaello Utzeri suggerisce che l’autore ci da “forse la chiave per capire meglio che il pensiero e l’azione non sono due attività separate dalla mente umana, ma momenti dialettici complementari necessari per progettare le condizioni del mondo”.

Il vasto lavoro di Massimo, che ha già trovato ampio riscontro in numerose pubblicazioni, sia in prosa che in poesia, esplora e si imbatte anche nel mondo fotografico dove affiora forte il legame affettivo con i temi incapsulati in un lavoro solipsistico ma al contempo rivelatore. L’immagine di copertina de La Terra di Tutti, “Peasaggio egiziano lungo il corso del Nilo”, scattato da Massimo, è un oblò che s’affaccia sul mondo, sulle sue rotondità materne ed eteree.

L’eclettismo di Massimo, il suo performarsi nei confini e oltre i confini delle arti, abbattendo e manipolandone i codici, fa sì che lo stesso Massimo si presti sia come attore nel lungometraggio “Lavori in corso” di Iolanda La Carrubba, sia in un decodificabile esperimento di musica e parole dove le sue poesie diventano testo delle canzoni interpretate e musicate da Amedeo Morrone come La mangrovia, dove

 “…cantano uomini azzurri e ocra

remando leggeri

coi volti uguali

animati dai segni della casta

e della guerra.”

Guerra, lotta per l’identità e confusione dell’individuo, che Massimo disegna attraverso La Terra di Tutti, individuandone tracce e simboli ne La risalita, in cui scava nel Tempo e nella materia “fragile, deperibile, distruttibile” dell’uomo, riconoscendo e sublimando attraverso il proprio Io il “dolore” del mondo, e quantificando così il dolore del corpo come

“…rigenerazione

prima stagione per l’amore,

l’inizio della risalita

verso la felicità.”

By EscaMontage

 

Vacancy

Masturbazione neuronale a misura di stress

di Iolanda La Carrubba

 

Le regole sono fatte per essere infrante, almeno questo è alla base dell’atteggiamento generale, che si evince dalla società moderna, composta principalmente da un’“umanità” scossa e percossa da se stessa.
Le manifestazioni No violent fondate per i diritti civili, ottenute con i fucilati in piazza, gli impiccati, i lapidati etc. le marce, le assemblee pubbliche contro ogni sopruso, i morti, i santi, gli eroi laici e quelli nati sotto i bombardamenti, sono stati dimenticati, esiliati ai confini di una memoria storica che lentamente si va dimenticando, tra i singoli individui che compongono l’attuale società, diversa e divisa dal fine di perseguire un obiettivo comune.
Oggi tutto si basa su cumuli di macerie di quello che ieri veniva considerato necessario. Necessario era: l’etica, la morale, la restituzione della propria dignità, la lotta contro ogni forma di abuso, sia esso fisico che psichico, costruire la società su la prima regola fondamentale, quella cioè di difendere gli ideali di libertà ed uguaglianza.
Invece oggi sembra godere di perfetta salute, il menefreghismo, l’egoismo e l’esasperazione, sentimenti covati negli oscuri abissi del DNA umano, ormai dischiusi come le uova di un parassita infestante, pronti per vivere il tutto a misura di stress.
Nonostante l’umanità abbia conosciuto gli orrori delle guerre, le devastazioni ambientali dovute alle esplosioni di congegni nucleari, i dittatori, i nazisti, le calamità naturali, indomabili e inarrestabili, la riflessione della stragrande maggioranza degli individui, si atrofizza su un unico concetto, quello cioè dell’economia.
Il mondo, un piccolo condominio che si affaccia sull’universo, non pare possa essere un pianeta vivo, con l’acqua a dargli moto, con l’atmosfera a donargli l’alito della vita, piuttosto sembrerebbe un melanoma cresciuto nel nucleo dell’immortalità. Un pianeta piatto, ignaro della grandezza intorno a lui.
I vecchi principi basati sulla democrazia parrebbero appartenere a quelle leggende epiche, tramandate come favole per bambini.
“La differenza tra dittatura e democrazia è che in democrazia prima si vota e poi si prendono ordini, in dittatura non dobbiamo sprecare il nostro tempo andando a votare…” (Charles Bukowski)
Dunque è questo il risultato dell’evoluzione?
Roma, Caput mondi, Roma che incontrò e fece nascere tra i suoi sette colli, le grandi fondamenta per la civiltà, oggi è diventata un vasto contenitore di ipocrisie e luoghi comuni.
Nel 2014 dopo la divisione dell’atomo, le leggi della fisica Newtoniana, l’abbattimento della schiavitù e quello del muro di Berlino, gli eretici bruciati sui roghi, la forza della non violenza, la rivoluzione industriale e le nuove leggi sulla tutela del lavoro (con le donne morte per essa), i moti carbonari, la scoperta della materia oscura, i cloni, le cellule staminali, il crollo delle dittature, il dadaismo, la Bauhaus, il computer, il dagherrotipo, i figli dei fiori, i social & new media, le App, la tutela dei diritti degli animali, l’energia pulita e molto altro ancora, cosa hanno prodotto?
Una società “panica”, abbrutita e disarmata dalla prepotenza del singolo, il rischio non è solo la dilagante piaga malavitosa, con furti, prostituzione, sfruttamento di minori, corruzione etc. ma è anche il danno mosso contro il diritto dell’individuo più debole, malato costretto a vivere ai limiti della miseria.
Le condizioni catastrofiche delle strade anche nel centro storico, l’obbligo di pagare tasse che offrono servizi fatiscenti, mezzi pubblici inquinanti e disastrati senza alcuna manutenzione ed igiene dovuta al passeggero, i ritardi, l’inquinamento acustico, le interminabili file negli uffici pubblici a causa degli impiegati non adeguati ed affatto redarguiti dal superiore, nel caso in cui essi facciano ingiustizia illecita ad un cittadino ormai stanco di eterne promesse e di eterne attese. La tassa sull’immondizia, sotterrata abusivamente ovunque, lasciata marcire al sole, con i bidoni della raccolta differenziata che scolano nauseabondi liquami. Al posto dei gatti, ormai destinati all’estinzione data l’abominevole decisione di sterilizzarli in continuazione, topi che crescono e si cibano della speranza di un mondo migliore.
Nella capitale italiana ormai è palese agli occhi di tutti, lo sfacelo dilagante, la corruzione, l’ottusità mentale di ogni cittadino. Qui si vive sulla regola del “vinca il più forte” un ritorno ad un far west retrogrado, legittimato dall’illegalità del fare e dire senza tener conto che la libertà dell’uno finisce dove comincia la libertà dell’altro.

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I visionari, i coraggiosi, i rivoluzionari qui, in questa capitale, sono costretti a tacere se, vedendo un’aggressione, vivendo in prima persona un evento traumatico, come potrebbe essere un automobilista impazzito che tenta di speronarli con la propria vettura, motorini lanciati come kamikaze nel traffico senza più regole, un furto, o peggio altro ancora, non hanno il diritto di chiamare immediatamente una pattuglia che faccia un sopralluogo, no anzi, hanno l’obbligo di recarsi al primo commissariato per sporgere denuncia, così mentre il visionario, il coraggioso, il rivoluzionario si perde nelle mille e più burocrazie italiane, il prepotente ha tutto il tempo di compire il suo atto vandalico.
In quest’epoca iperteconologica, telematicamente amante di una masturbazione neuronale, dove regna sovrano il caso dell’avere, dell’accumulare compulsivamente quanto più sia cumulabile per lasciare tutto lì, in un calderone asfittico, si procede all’insegna dell’incoscienza plurale, dove si fa Molto rumore per nulla.

Vacancy

Incontri tra poesia e pittura

Lina Morici & Davide Cortese

 

di Iolanda La Carrubba

 

Il giorno 10 febbraio 2014 presso la Biblioteca Rispoli nel ciclo di Incontri nella poesia a cura di Roberto Piperno nell’occasione della presentazione del libro Madreperla (edizione Lieto Colle),  del poeta eoliano Davide Cortese,  si è inaugurata la mostra “Incontri” con le opere olio su tela di Lina Morici e i disegni a china dello stesso poeta.

Incontri tra sguardi sognanti, sapori d’antiche empatie tra arti, stili diversi ma con la stessa provenienza, quella intima legata alla terra d’origine.

Le poesie di Davide Cortese che a prima vista possono apparire docili, con un forte legame alla propria terra,  celano un lato indomito di Davide, un temperamento colto ma libero da pregiudizi e dissapori, un modo di affermarsi poeta essendolo nel profondo del suo esistere.

Ma andando oltre, superando il verso lirico che Davide padroneggia con sapere e anima, continua la sua ricerca interrogandosi, adoperando con maestria e tecnica altri linguaggi coltivando anche la passione per le immagini.

Infatti diventa autore e regista del corto Mahara, un breve frammento di una leggenda antica, un filmato d’autore interamente girato nella meravigliosa cornice di Lipari sua città natale, il corto vince il primo premio EscaMontage a corto LFF di Bracciano 2013.

Inoltre coltiva la passione per il disegno, realizzando numerosi piccoli quadri dai soggetti stilizzati, ironici, spesso in posa per rappresentare un preciso atteggiamento socio-culturale. Il tratto netto ma pur sempre sincero aperto al dialogo con l’interlocutore, non cede alla tentazione di somigliare ad un manga, anzi, ne riesce a catturare quella ironia elargendola sapiente al contesto del disegno stesso.

Lina Morici definita post naif raffinata, accompagna il giovane autore, presentandolo ufficialmente nel mondo della pittura, accompagnandolo con una sua esposizione di preziosi e dettagliati quadri olio su tela, istantanee a colori di preziosi momenti sinceri, genuini, che narrano il profondo amore che l’artista ha nei confronti della sua città natale Roma.

Nonostante le sue opere sembrino possedere la forza vibrante della favola metropolitana, scavando nell’interiorità socio-culturale di questa sua visione armoniosa, si afferma un forte sentimento maturo nei confronti del colore che esuberante, si impadronisce fin da subito dello sguardo deliziato del fruitore.

Lina Morici con un’opera in esposizione perenne al Museo di Luxemburgo Gli emigranti che rappresenta le speranze di una famiglia in viaggio su una deliziosa e minuziosa barca fatta di giornale, fatta di fatti accaduti in quegli anni che trasporta le speranze e le giovani aspettative al di là del mare calmo.

Di lei molti hanno scritto ed appare nella “ storia dell’arte italiana del ‘900 generazione anni ‘40” a cura di Giorgio Di Genova.

Ad oggi in questo adesso dell’ iertecnologic-caos, dove sovrano regna un nuovo modo di esprimersi, da i social network alla computer-art, dalla connessione no limits alla tv-social, gli sguardi curiosi rivolti all’arte figurativa, si interrogano su quello che sarà il futuro. Un nuovo modo di essere nell’arte che riuscirà a dare vita ad una comunity tutta virtuale ad un new-word di incontri e riflessioni, non resta altro che sperare non perdere mai il contatto con il fare arte dove l’essere e presentificarsi nell’esistere, sia ancora riconoscibile in quello che solo l’uomo è in grado di esprimere, la sua coscienza ancestrale.

http://escamontage.blogspot.it/2014/02/esca-recensione-incontri-tra-poesia-e.html