Iolanda La Carrubba

Recensione

L’arrivederci nelle poesie di Terry Olivi

di Iolanda La Carrubba

 

Indaco colore spirituale che rappresenta il risveglio interiore, dona intuizione e saggezza e Terry Olivi lo affida alla notte ad un microcosmo intimo e nostalgico, racchiuso in una splendida orchidea.

Così inizia fin da subito a raccontare di un addio, il più importante che segna l’interruzione di un’epoca fondamentale, quello al padre:

“…l’addio è stato a San Giovanni apostolo
a fine mese a fine anno a fine tutto.”

Con la penna cauta e colta, procede a rendere Verso i suoi ricordi, odierni, contemporanei, contestualizzati nell’hic et nunc, mentre guarda il televisore con i suoi cari:

“… in TV insieme a te
Linea verde con i suoi campi,
sulle fattorie.
Tu, più competente
mi spiegavi…”

e qui la sua delicata grazia poetica, ritorna bambina abbandonandosi all’abbraccio protettore di un padre che è anche mentore.

La forza della sua scrittura affonda dolcemente tragica, nel luogo dove si celano le abitudini del giorno, donandole nitide, visive ed emozionanti al lettore:

“Abbiamo comprato
due alberelli di limone…
…Anche l’olivo è nato così
da un’oliva mangiata.”

per poi ripiombare in un vortice fatto di incredulità e dolore, dove il suo emozionarsi attraversa l’Ade traghettando l’Io sulle sponde di un mondo onirico, nel quale esprime inconsciamente, attraverso incubi raggelanti, il profondo desiderio di vedersi ancora accanto a suo padre.

La sua è una poesia del vero, dalle note robuste, veementi che sfiorano la cronaca la quale attraverso le sue malinconie, approda latente ma tagliente nell’ambientalismo:

“…La casa che avevi costruito
è distrutta.
Ora c’è una villetta moderna,
che però si è vendicata:
è uno scheletro
non finito di cemento.”

Si evince un continuo rivolgersi ad un Tu pulsante, energico, vitale sempre presente nelle storie e nelle loro contraddizioni, è quasi un diario poetico questo di Terry Olivi che continua a parlare con suo padre in modo naturale, dolce, rispettoso, ma non solo poesie si incontrano nel percorso diario-poetico ma anche haiku ed anche qui, è confermato il desiderio di non interrompere il loro dialogo che procede senza interferenze oltre i limiti del tempo :

“Sopra il muretto
gli iris ormai secchi-
volto del padre.”

Esattamente come dettato dal disegno della Grande Ruota che mai smette di girare, si ritorna agli enigmi iniziali ed iniziatici indicati dal colore indaco, così come Omero conduce Ulisse in un periplo ingarbugliato di vicende travolgenti dove egli si troverà a compire una aspra e ardua lotta con il suo universo interiore, Terry lo esamina senza necessariamente immedesimarsi in metafore ardite, ma attua questo procedimento immergendosi nelle reminiscenze esistite, domandandosi:

“…Che cosa ci lega all’inconoscibile?
Da quali reti i sogni premonitori
affiorano?
Da quali fondali emotivi
nascono i presentimenti?
Mistero degli umani eventi.”

Viene descritto in un insieme di immagini delicate con un fare poetico alto, il susseguirsi del tempo, dell’allontanamento, delle malinconie accompagnate dal cambiamento stagionale, i volti della madre, degli amici, vicini e lontani, le sorridono teneramente mentre lei solca sulla carta l’interezza del suo viaggio.

Recensione

Le memorie nella raccolta di Rita Pacilio

di Iolanda La Carrubba

Risultati immagini per prima di andare rita pacilioLa o meglio Le Memorie sono la chiave di lettura della raccolta poetica “Prima di andare” di Rita Pacilio, un lavoro completato dalla stesura di alcune lettere, intimamente rivolto all’Altro, al Tempo che lento divora istanti di totalità ed agile elargisce esperienze, fatti, storie, luoghi dove ritrovare e rielaborare il trascorso, tra rimpianti adagiati cautamente su di un percorso disseminato di sensazioni. 
Non è il silenzio a padroneggiare l’andamento metrico del linguaggio, ma compare visionario il sound design dei rumori di tutti i giorni, elevati all’infinito ritmo del Cosmo:

“Si filosofeggia sugli uccelli 
sul suono che si perpetua da secoli…”

Il suono stesso dunque, divine spazio abitato da nostalgie migratorie che hanno il compito di dissipare dubbi per affermare e fermare, in quelle stesse memorie; domande, riflessioni, continuità dello stupore proprio di chi con occhi colmi d’esperienza ma in cerca ancora di altri approdi, guarda lo scorrere della vita e non del Tempo einsteiniano che illusoriamente separa il passato dal futuro, ma del tragitto che esso segna a partire dalla nascita, fino all’ultimo istante in cui il corpo si trova ancora ospite della Terra.
Nella lettera seconda l’autrice scrive:

“Ci sono momenti in cui i sentimenti arrivano a un punto luminoso e profondissimo, senza spiegazione logica come gli anni passati quando li ricordi in una sola azione, in un fatto accaduto, senza consequenzialità cronologica, immobili tutti in una sola scena.”

L’immagine che emerge dal raffinato stile di Rita Pacilio, non è il congelamento dell’attimo come se si trattasse di un’istantanea con i volti immortalati per l’eternità sorridenti, ma si tratta di una complessa azione scenica dove si descrive l’amore, la delusione, la felicità e il pianto attraverso un lavoro che riporta alla mente un soggetto cinematografico. La suggestione filmica qui suggerita ha una nota malinconica, strettamente legata alle turbolenze emotive, solitamente accompagnate da metaforiche intemperie descritte da tuoni all’orizzonte e scosciante pioggia, quasi fosse la volontà dell’anima a muovere il mal-tempo. Ė qui celata la forza poetica intimamente legata al fruscio della pellicola, la quale golosa cattura la quotidianità di eventi romantici che riportano alla mente il meraviglioso film di Charlie Chaplin Luci della città, dove vi è contenuto il senso dell’abbandono, di una solitudine aspra condivisa tra due persone pronte ad innamorarsi, lo stesso regista in seguito affermerà:
“la vita non è una tragedia in primo piano, ma una commedia a campo lungo.”
e nell’opera totale di Rita Pacilio il fil rouge è l’Amore, i suoi segreti, le sue discinte sensualità, ci sono confidenze e confessioni dove:
“…i ricordi erano chiusi a chiave nella cassaforte che nessuno voleva scassinare.”

e reminescenze private contenevano e contengono brevi testamenti che sobbalzano dal luogo dell’altrove, dove vanno a nascondersi gli adii. Qui si è raggiunto uno stato alto di coscienza, la quale insegue la meta di un’età diversa, piú matura e consapevole dei suoi limiti, una nuova era enigmatica, capace di gustare anche il sapore amaro della sfida vissuta, la quale segna un solco doloroso sulla nudità del foglio bianco, arreso al racconto colto, elargito attraverso l’inchiostro che scorre nelle vene di Rita Pacilio.  I suoi volti, i volti dei suoi personaggi, sono perturbati mentre danzano all’interno del meccanismo di una società asfittica:

“…il martirio porta guanti bianchi, nei capelli 
l’aria dell’inverno, che stupida la gente 
spinge corre senza sguardi, senza piedi.”

un mondo imprigionatore che non permette l’evasione della felicità, del possibile e plausibile raggiungimento di essa o di una delle sue forme mutevoli, costituite da trepidante speranza shakespeariana descritta nel sonetto n° 73:

“In me tu vedi quel periodo dell’anno
 quando nessuna o poche foglie gialle ancor resistono
 su quei rami che fremon contro il freddo,
 nudi archi in rovina ove briosi cantarono gli uccelli.
 In me tu vedi il crepuscolo di un giorno
 che dopo il tramonto svanisce all’occidente
 e a poco a poco viene inghiottito dalla notte buia,
 ombra di quella vita che tutto confina in pace.”

Mentre si procede verso il finale tutto è sovvertito, c’è un nuovo inizio a completare l’andamento naturale delle cose, i flashback che fin qui hanno fatto credere si trattasse della fine, ritornano a moderare un’armonia sentimentale dove si evince il potere misterioso dell’amore:

“…Stordisciti di sapienza… di polmoni vuoti e verità.”

Nota dell’autrice
Rita Pacilio (Benevento 1963) è poeta, scrittrice, collaboratrice editoriale, sociologa, mediatrice familiare, si occupa di poesia, di critica letteraria, di metateatro, di letteratura per l’infanzia e di vocal jazz. Curatrice di lavori antologici, editing, lettura/valutazione testi poetici e brevi saggi, dirige la collana ‘Opera prima’ per La Vita Felice. Sue recenti pubblicazioni di poesia: Gli imperfetti sono gente bizzarra (La Vita Felice 2012) trad. francese L’Harmattan, 2016, Quel grido raggrumato (La Vita Felice 2014), Il suono per obbedienza – poesie sul jazz (Marco Saya Edizioni 2015), Prima di andare (La Vita Felice, 2016). Per la narrativa: Non camminare scalzo (Edilet Edilazio Letteraria 2011). La principessa con i baffi (Scuderi Edizioni 2015) è la sua fiaba per bambini.

Intervista

“Immergendoci” con la rock band Dasvidania

Dalle origini al nuovo album, passando per la contemporaneità

di Iolanda La Carrubba e Sarah Panatta

 

dasvidania

Dasvidania in concerto


Dasvidania un nome che suggerisce  influenze geografiche ma anche emotive con suggestioni reali e surreali da dove proviene la scelta di questo “epiteto” e come nasce il gruppo?

Si tratta di un input derivato dalla nostra prima canzone: Leningrado, ispirata e dedicata al poeta russo Sergej Aleksandrovič Esenin. “Mi sono innamorato prestissimo di questo poeta contadino (parla Davide Matera), in particolare di Confessioni di un teppista e di  Arrivederci, amico mio, arrivederci

Arrivederci, amico mio, arrivederci.
Tu sei nel mio cuore.
Una predestinata separazione
.
Un futuro incontro promette.
Arrivederci, amico mio,
 senza strette di mano, senza parole.
Non rattristarti e niente
Malinconia sulle ciglia:
Morire in questa vita non è nuovo
Ma più nuovo non è nemmeno vivere.

La band nacque nel modo più naturale possibile poiché il primo nucleo era formato da amici perlopiù studenti di conservatorio, quindi musicisti che si stavano formando e che cominciavano ad esplorare le infinite possibilità del fare musica. Non avendo problemi tecnici siamo passati subito alla fase creativa.

 

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(da sin.) Marcellino Matera e Davide Matera (foto di Giuseppe Tagliavia)


La band siciliana esordisce con il cd Leningrado, nello stesso anno la vittoria a Chianciano Rock e Anagrumba a Firenze. Si susseguono quindi le vittorie di altri concorsi e editano lavori con importanti etichette discografiche tra le quali BMG, Cleverhead Production, Un viaggio intenso ricco di prestigiose collaborazioni, quali le motivazioni e le scelte che portano a decidere le etichette con cui collaborare? Ora in uscita il nuovo singolo Noi ci immergeremo, come nasce?

Noi ci immergeremo è un pezzo la cui origine risale agli anni ’80. Nasce dalla collaborazione con Luigi Armetta, autore palermitano. L’ispirazione è legata a letture ed incontri di filosofia indiana, ma comunque è pur sempre un gioco semi-serio, sulla scia di tormentoni estivi che andavano in voga allora, come Vamos A La Playa o Un’estate al mare. Col tempo ha acquistato caratteristiche più punk-rock.

Come avete approcciato al “mercato” musicale, quale identità avete scelto e quali i lati positivi e quelli negativi nell’intraprendere un percorso musicale ?

I lati negativi sono infiniti, quello della discografia è un mondo veramente terribile, che poco ha a che fare con la musica. Quello positivo è il non aver avuto pressioni, avendo scelto, col tempo, di rimanere liberi da contratti discografici e sposando una concezione della musica “artigianale”: faccio la musica, la produco, e lo faccio per il mio pubblico, senza l’ansia di raggiungere a qualsiasi costo la notorietà, malattia inaspritasi nell’ultimo decennio a causa dell’illusione del successo facile data dai vari Talent.

Il vostro è un pop, alternativo, sperimentale, che tipo di evoluzione, studio, esplorazione ha caratterizzato il vostro “fare musica”?

Alla  vena “classica” dovuta alla nostra formazione si è innestato un misto di influenze folk, rock e punk, non dimenticando la tradizione dei più illustri cantutori italiani. Tutto qui.

Una vibrante carica di impegno critico ed attivo nell’attualità sociale, ricordiamo ad esempio  il concerto in diretta nazionale per l’anniversario della morte del giudice Borsellino a Palermo, a fianco di Franco Battiato e Carmen Consoli,  il videoclip l’Aquila per  l’associazione Amnesty International  e ancora il concerto al Derby di Milano, “Live for Iran” a sostegno degli studenti iraniani in rivolta, come avete scelto di procedere verso “l’impegno civile” e cosa significa secondo i Dasvidania oggi approcciarsi a questo genere di lavoro per un musicista?

E’ impossibile restare “calmi e indifferenti” davanti a quello che succede intorno a noi. Quindi è una necessità quella di dichiarare il nostro pensiero su certi temi.
Ci tengo a sottolineare che questi impegni vanno sempre accompagnati dal senso del pudore, non ci piace sfruttare il malessere della società per tornaconto personale, per pubblicità. Si aiuta una causa nel modo più delicato possibile. Mettendo un po’ da parte l’Ego che tutto divora.

Molte le tournée e i concerti, potete raccontare qualche aneddoto del “dietro le quinte?”

Sarebbero davvero tanti, forse il più eclatante è quello di quando fummo costretti ad improvvisare un pezzo con Piero Pelù dietro le richieste insistenti del pubblico. Provammo davanti a loro prima di eseguire il suo pezzo Bomba Boomerang.

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Dalla sessione di registrazione del coro di voci bianche del nuovo singolo “Noi ci immergeremo”

 

Qualche anticipazione sui progetti in corso?

Il nuovo cd in preparazione, lo stiamo finendo e conterrà molti nuovi brani, molte ballads in perfetto stile Dasvidania.

Vacancy

Mario La Carrubba nasce il 15 gennaio 1944, ha frequentato l’Istituto Statale d’Arte e l’Accademia Nazionale delle Belle Arti di Roma, tra i suoi maestri i pittori della Scuola Romana – tra i quali Ziveri, Ceracchini, Mazzullo, Guttuso, Maccari. La prima mostra personale che ha segnato il suo denso impegno professionale si è svolta agli inizi degli anni ’70 presso la galleria il Trifalco. Di rilevante importanza è stato l’incontro con il fotografo italiano Mario Carbone e la critica d’arte e gallerista Elisa Magri, grazie al quale inizia una seria di importanti mostre a Cosenza. Prosegue il lungo percorso che lo vede impegnato nell’evolvere la visione fantastica, attraverso un mai sopito rapporto con le diverse arti visive, tra cui lo spiccato amore per il cinematografo. Realizza diverse VideoArt tra le quali l’omaggio ad Anna Magnani andato in onda nel 2012 sullo speciale del TG di Rai 2. Ha partecipato a numerose collettive, rassegne d’arte e personali.

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La quadrimensionale visione cromatica

di Iolanda La Carrubba

In questa turbolenta atmosfera, a dominarne i sensi, è un velato vapore dalle nuance fredde come fosse il “respiro vitale” dell’opera stessa. Il punto focale, l’orizzonte, l’aggancio visivo nell’ ”inquadratura” dell’artista, appaiono caotici ma metodici, un incontro nella terra di confine tra inconscio e razionalità dove protagonista è il colore e la sua vaporizzazione, elargito con saggezza e pazienza sopra i diversi strati “a velo” della pittura ad olio del maestro.

Cronache visive di una realtà parallela ad un mondo inadeguatamente oggettivo, dove il soggetto è protetto all’interno di una sfera simile ad una bolla di sapone, essa è mutevole, riflette minuziosamente la visione totale d’insieme ed in quelle rare occasioni quando nell’opera è ingiustificatamente assente, vuoto voluto, pare dunque manchi la materia primigenia, la consapevolezza dell’Es, o forse l’autoritratto?
Le geometrie  che tacciono altre ipotesi di nuovi orizzonti sconosciuti, si stagliano imponenti come strutture di una civiltà futuribile, arresa alla disarmante combinazione tra l’uomo e la natura. Lo Zenit e il Nadir appaiono compromessi indefiniti nel caos percettivo dell’impalpabile ambientazione, eppure in questa oasi del colore sembra sia approdata un’incontaminazione sociale, la tecnologia diventa neoarchitettura, avanguardistica, frastagliata e frastornata da uno status apparentemente pacifico, forse pattuito dall’armistizio tra scienza e natura.

mario 1 ok.jpgNella totalità dell’opera vige una componente fondamentale, lo spazio-tempo, il suggerimento dell’artista è la rivisitazione dei piani cartesiani, una nuova inesplorata dimensione, la “quadrimensionale visione cromatica” di un paradosso quantistico einsteiniano, di variabili nascoste nel groviglio fenomenico nel quale è possibile viaggiare salendo a bordo della sfera trasparente, simbolo presente nei suoi lavori dai memorabili quadri definiti dalla critica d’arte Elisa Magri “gli orrorifici”, dove in un’ambientazione post-apocalittica, percorrendo in punta di pennello le orme del surrealismo, il protagonista è rappresentato da un corpo umanoide che sfoggia possente, ma al contempo fragile, i muscoli principali del suo corpo senza protezione epidermica.

Mario La Carrubba  ha un legame intimo con la pittura e tra i diversi periodi si ricorda quello dedicato al panneggio, ai chiaroscuri alla drammaticità del silenzio, arreso all’osservazione del dettaglio reso cinetico nel delicato equilibrio degli elementi dove, tra gli altri, padroneggia l’Aria che tutto muove nel parallelismo anassimenico tra l’origine del Cosmo e l’anima umana, essa stessa soffio vivificante “pnéon” dalla quale si genera il suono primigenio.

L’importanza della phonè è celata all’interno delle opere e  laddove fino a poche opere prima si potevano trovare elementi figurativi, andando avanti questi, sono stati in parte trasmutati in lettere e numeri, quasi a voler simboleggiare il suono lasciato, dai quattro elementi in una complessa formula alchimia visiva.   

L’artista fin dai suoi primi lavori mette al centro dell’opera il fruitore come se egli stesso fosse il passe-partout per varcare l’ingresso di un universo a colori, un viaggio visionario tra le possibili combinazioni di dimensioni paralelle.

 

 

CineRecensione

Cercando M.B.

di Iolanda La Carrubba

Risultati immagini per haoyu dangSimbologie passeggiano nel viaggio/avventura dell’ultimo lavoro cinematografico di Aureliano Amadei, tra le tradizioni cinesi e la Roma Capitale dove fin dall’incipit, si percepisce il fil rouge strettamente legato anche ai suoni. Essi potrebbero infatti essere interpretati come phéon, suono primigenio, assioma, dove il reale kantiano è anticipazione della percezione e dunque è contenitore dell’oggettività. Il Ritmo è in relazione con il canto del grillo che per l’antica simbologia cinese, rappresenta prosperità e la raffinata gioia di poter ascoltare, nel mezzo della stagione invernale, quella meravigliosa, avvolgente voce primaverile. Esso è protagonista nel romanzo di Charles Dickens Il grillo del focolare (1845) dove anche qui rappresenta un portatore di saggezza
come nel Grillo parlante (1883) di Carlo Collodi, il cui canto raggiunge la dimensione dell’adesso cinematografico, unendosi in un collage di frame dal fascino tutto fotografico, al suono dei campanellini che un mastro calzolaio cinese applica sulle scarpe del protagonista Haoyu Dang.
Risultati immagini per haoyu dangInaspettatamente Dang giunge attraverso un sogno lucidamente visionario, alla ricerca della “sua Roma” ed è proprio qui che incontra nuovi amici, i quali lo condurranno nel paese dei balocchi forse (?). Ecco dunque che la realtà inventata del regista Aureliano Amadei, diviene sì fiaba metropolitana ma anche gag, momenti di forte ironia quasi rubati alla quotidianità, nella quale tuttavia si cela l’amaro amore beffardo, il disincanto dove è proprio il sogno (desiderio) a mutarsi in disavventura nell’intersecato dedalo della vita.
Duale è qui la figura del protagonista, reale e al contempo irreale, fumettistico ed anche archetipo dell’inconscio collettivo junghiano. Non a caso infatti Dang, il Dang fanciullo di soli 7 anni (almeno nello spirito) si avventura nella foresta incantata fatta di un complesso sistema di scatole cinesi, dove incontra altre realtà parallele oltre la sua; manifestazioni, fotografi, veggenti, bancarelle, nuove strade, nuove storie e fatti cuciti su una colonna sonora (im)portante, filtrata nei rumori di una città asfittica ma pulsante e carismatica.
Cerca Dang in questo unicum, ricerca se stesso attraverso il “desiderio” di incontrare la sua Beatrice, l’attrice Monica Bellucci, così viene preso per mano da un contemporaneo Virgilio (Daniele) amichevole ed ammaliatore dal temperamento goliardico che lo porta tuttavia a “smarrire” la sua valigia (dei sogni?) dove vi è racchiuso un aspetto metaforico multiplo, decontestualizzato dal suo stesso “vagabondare”. In questo modo si origina il vero nesso d’insieme ovvero la continua ricerca di Dang, ed è curioso notare che egli spesso affermerà agli amici di passaggio:
-I looking for… Monica Bellucci and My Bag (M.B.).
La forza narrativa del Film/Opera relativa alla realtà, è nutrita di analogie strutturali nitide, equilibrate, intimamente legate al linguaggio sinestetico, concentrato e correlato ad una trama apparentemente documentaristica che tuttavia esula dal continuum percepire, approdando verso più complesse combinazioni di eventi. I volti delle persone che Dang incontrerà (o forse ha già incontrato in altre dimensioni) caratterizzano il racconto attraverso una serie di situazioni singolari, da performances ad action painting dello
stesso protagonista, a provini cinematografici fino al viaggio immaginifico verso un luogo onirico dove la nostalgia, diviene essa stessa fonte di bellezza.

Recensione

Nel finito… Mai finito di Iole Chessa Olivares

di Iolanda La Carrubba e Sarah Panatta


Iole Chessa Olivares con i suoi accordi di parole che viaggiano ma non sfuggono, mai mute, bensì mutevoli messaggere di un desiderio praticato e invincibile, valicando confini Nel finito… Mai finito esplora, tra la poesia sensitiva di Emily Dickinson che scruta e descrive come delicata farfalla con analitica semplicità il mondo, e il pensiero di Eraclito, ambasciatore dei cicli della vita che con il suo logos narra l’eterno scorrere del Tutto che passa ma non muta, in quell’universo intangibile il tracciato di infinite connessioni.

copertina iole

Edizioni Nemapress, 2015

La poeta attraverso bioritmi a tratti junghiani coltiva il suo viaggio astrale al contempo materico, dove si trasmuta il verso, verso l’infinito mai finito del sé, onde l’elevata poietica riassume come in un “mare nero”, il dolore estremo di una maternità ancestrale dove l’intersecata trama, tessuta sui “cicli cosmici” tra le macerie dell’umanità paradossale, fondata sulle supposizioni materiche della soggettività, fissa nei dettagli, l’appartenenza a dimensioni visivamente derivate da quel surrealismo rocambolesco, avventuroso seppur romantico, affine alle sfumature calde di De Chirico incorniciate dalla maestosità di architetture austere che proiettano ombre inconsce sovrapposte e mai statiche; qui tutto è ovunque, tra il visibile e il non e Iole “apre un mondo chiuso… a disarmare il cuore/ lasciando al tempo/ il senso ultimo delle cose”.

Danzano multipli e sottomultipli dell’Io, rincorrendosi nell’osservazione sbalordita, eppure matura del parco giochi a volte orrorifico della vita, dove l’occhio diviene specchio magico, ma anche pellicola, impressione diretta di luce, colori, forme in-costante movimento. Cinematografica riflessione e insieme dialogo tra le realtà e le finzioni dell’esistere, dove 16 è allora il numero che in pellicola trasforma la “camera con vista” del romanziere Forster nel riadattamento poetico di Iole, dove il suo estetismo della luce “insegue l’essenziale/ anche nel sonno”. E’ un rincorrere e raggiungere una meta altra, di quell’Io che mette in gioco se stesso formando e plasmando il pensiero di cui Iole diviene artifex: “consumata d’innocenza/ una prigione di fantasmi/ arranca alla gogna nell’aria/ e contro il buio soltanto suo/ come può cospira/ per un cielo in più/ ogni volta…naufragando”.

Come i grandi della letteratura, Iole nel suo ermetismo romantico, riconosce un genius loci onniscente e onnipresente che occupa e interroga morfologie dell’anima, di cui ella padroneggia i topoi. Qui si rintraccia un sentire kerouachiano, dove lui irriverente ha “sulla faccia un’espressione di incalcolabile sofferenza, come un angelo stitico su una nuvola”, mentre Iole “insieme all’allargarsi dei cerchi” che “in un diluvio di partenze…forse da lontano/ urtano l’angelo” è custode degli archetipi di quei luoghi leggendari, dove il verso a volte è dissacrante, liminale quindi concentrato a trasporre un sentimento in evento e vice versa, in cui memoria personale e detrito cosmico, cataboliti dell’Io poetico e frammenti della Storia tutta, sedimentano senza confondersi, in un abbraccio sapiente fatto di Poesia. Di quella “parola giusta” che misurando rimembranze intime e insieme contingenze estranee, “sillaba su sillaba/ incarna/ nel sangue di un pensiero…” oltrepassa le “distanze”. Iole compie allora un viaggio dentro e fuori la paura dell’“ignoto” vestendosi radiosa di parole che sostengono e proteggono l’Io scrivente come l’Io del fruitore, quel “noi/ ombra troppo vasta/ in una prigione/ di frammenti minimi/ … tra ragione e destino…”. Cammina libera incorrendo nelle verità che la sorte frappone al suo sentiero di riflessione.

Se “il sentimento dell’infinito è il vero attributo dell’anima” come asserisce Madame de Staël, Iole vota la propria forma mentis poetica a ricevere e coreografare quell’infinito, chiedendo alla poesia di farsi portale e insieme scandaglio dell’anima. Ella infatti nulla esclude e tutto comprende, aprendosi all’“altro”, squarciando e insieme rielaborando con i sensi il fenomenico prodotto di illusioni, sogni e impressioni ancestrali e quotidiane rappresentati dalla realtà, di cui traduce passionale anche se quieta ogni forma d’espressione, in questo unicum vitale analizza e scandisce seraficamente un’esplorazione purgatoriale, dantesca, affrontando ogni materia compreso l’inconscio, sfidando se stessa e le proprie paure riuscendole a sorpassare ed elargendole al lettore come nuove mete di un infinito andare, senza temere il risvolto ombroso d’ogni luogo d’origine ed originario. Infatti si ritrovano suggestive immagini decodificate tra l’onirica visione di un orizzonte sempre mutante e un incantevole percorso intersecato ad ogni realtà parallela. Sorride allora pascoliana e riflette tra Monti e Leopardi, dietro ombre sconfinate e mai confinabili e si muove sinuosa, accorta e dolce, tra “vicine e lontane altezze/ inquietudini/ che non si lasciano domare” e “da un crepuscolo all’altro/ nel remoto e nell’oggi/” vola con lo “spirito dell’altrove”, con l’incredula grazia di chi non smette di cercare, di cercarsi, di amare con devoto “sperdimento” un mondo di illimitate verità.

Arduo qui il compito del Prof.Perilli che con peripli pindarici e approfondite ricerche empatiche colme di cultura, analizza tra psiche e viscere la mimesi affabulatrice, fino a fare opera sinestetica di questa silloge poetica.

Sospinta da una neo elegiaca propedeutica, Iole Chessa Olivares riesce ad incantare il riverbero di bellezze ataviche, cattura bagliori nel buio della cattività umana, nel “flusso incontenibile” della vita “nella sfuggente meraviglia/ di un respiro verde-celeste/ sacro/ a ogni distanza”, conscia della sapienza “classica” che trascrive il civile consesso, quanto possibile mai esauribile esperienza complementare tra arte e vita, generando con una metrica fiera l’espressione della condivisione poetica trasformandola in esperienza.

Il libro ha recentemente vinto il II Premio per la sezione C, “libro edito”, del Premio Nazionale di Poesia “Mario Arpea” edizione 2016.

Recensione

Il profondo (amaro) amore nei “Percorsi” di Cinzia Marulli

di Iolanda La Carrubba

 

percorsi-330053L’occasione è quella dell’incontro in questo prezioso libro fatto di Percorsi, dove il protagonista è lo scorrere del tempo. Passa il tempo per le strade poetiche di Cinzia Marulli, giunge il ritorno mentre si “…sparge la clorofilla della follia…” al ritmo di “…360 battiti scanditi su un foglio bianco…” ed arriva il momento dell’attesa. Così allo scandire di nuove pause calme, s’avvicendano floride e sofferte le ore del lavoro, provate, affaticate dalle loro stesse parole, gravide di vita.

E’ attraverso i miti, le leggende, le fiabe che si svela l’archetipo dell’Eroe, l’autenticità del suo vagabondare alla ricerca sempre più estrema, della propria identità in “…quella sospensione concreta del cosmo…”e Cinzia Marulli accompagna il lettore nel suo più intimo dedalo, disegnando Percorsi con perizia riflettendo sul significato delle singole parole, riuscendo con il suo stilema forte a volte solipsistico, a fare e vivere Poesia. La potenza della sua espressione poetica, si staglia contro il velo oscuro dell’indifferenza, riaffermando nell’inconscio collettivo junghiano, la propria testimonianza con la volontà indomita di scuotere gli animi ed affrontare coraggiosamente il proprio malessere.

“Conoscere la propria oscurità è il metodo migliore per affrontare le tenebre degli altri.”  (Carl Gustav Jung)

Qui vi è racchiuso il profondo amaro amore per la vita tutta, le sue eclissi oscure e dolorose, le memorie tragiche, le amicizie che oscillano danzanti al sussurro introspettivo della calda fiamma, fuoco materno, che illumina il tortuoso sentiero. E come impeto funesto s’innalza il dolore sacrilego che tutto paralizza e si arrende tacito ma pur sempre riflessivo, agli orrori prodotti dall’umanità,  c’è morte una morte devastatrice, incattivita e violenta che porta il nome della guerra, c’è tormento e sacrificio nell’intimità femminea seviziata.

Cinzia senza alcun preavviso lancia un grido muto e penetrante, profanando il suo stesso poetare, furiosamente con la forza e l’audacia della speranza, elargendo con fervore un breve ma intenso racconto. Amine è prosa, è denuncia, è voglia di mutare l’orrido in serenità utopica.

Tra le turbolenze del saper vedere, si anima un tormento indomabile ma al contempo cauto e ponderato facendo sovvenire alla mente le parole di Virginia Woolf:

“Perché una volta che il male di leggere si è impadronito dell’organismo, lo indebolisce tanto da farne facile preda dall’altro flagello, che si annida nel calamaio e supera la penna.”

Non sono percorsi facili quelli suggeriti da Cinzia Marulli, ma è un’andare “… su questa terra tonda…” con l’eroismo di solcare sulla propria pelle, il viaggio di un’intera vita, immaginandone la fine come un nuovo percorso da intraprendere:

“Voglio scrivere della mia morte ora
ora che sono in vita
perché non la conosco
e posso dire tutto quello che mi pare

così nessuno mi potrà dare della bugiarda.”

E’ un libro questo da divorare nelle ore più amare del giorno ed è da amare in quegl’impercettibili attimi di realtà dove la patologia dell’età che avanza, inevitabilmente s’appella allo sguardo incredulo dello specchio che tuttavia rimane incantato agli occhi del cuore ancora fanciullo, che vaga alla ricerca costante dell’incontro.

“Non è nel profumo dei gelsi
e nel quieto mistero del lago
che ci incontreremo
ma tra i ghiacci del nord
nella dimensione sconosciuta dell’oltre
lì, dove il tempo non esiste
e la materia è puro pensiero.”

Video: Trailer di “III Shock” un cortometraggio di Iolanda La Carrubba

III SHOCK un cortometraggio girato in 16mm di Iolanda La Carrubba

con:
Francesca Stajano e Daniele Ferrari
musiche originali di Gianni Maroccolo
direttore della fotografia: Andrea Gabriele
assistente: Sarah Panatta
foto di scena di:
Amedeo Morrone e Raffaele Sasson

Cortometraggio realizzato all’interno della Factory “Cinema Inventato”

prodotto da:
Maiora e Motoproduzioni

Produttori esecutivi: Giorgio Ginori e Aureliano Amadei
Sviluppo e Stampa – Augustus Color
Delegato alla Produzione: Anna Moretti
Ispettore di Produzione: Marc Blaise
Segreteria di Produzione: Ilaria Ricci, Joana De Freitas Ginori, Simona Mariani e Fabrizia Matera

http://www.cinemaitaliano.info/news/3…

http://www.terzobinario.it/isola-del-…

Recensione

Simbolismo istintivo nella pittura di Carla Grillo

di Iolanda La Carrubba

clara grillo - 02

Il conflitto che oggi domina imago mentis di un atteggiamento globale, lo stesso secondo il quale Carl Gustav Jung riconosce un archetipo di totalità, teorizzando il Se come fil rouge dell’esperienza conscia e inconscia, conduce verso la riflessione di cosa sia realmente l’autorealizzazione. La società odierna potrebbe apparire, da una prima analisi, una vorace massa di individui incapaci di raziocinare su cosa sia eticamente corretto, ma approfondendo ciò che essa è in grado di produrre sia dal punto di vista scientifico e sia da quello artistico, si riscopre un senso di Universalità. L’uomo è concetto di antitesi per sua natura, esso da un lato è feroce in quanto istintivo ma d’altro canto è riflessivo per il medesimo motivo, dunque il suo istinto di sopravvivenza lo conduce verso un’evoluzione più alta rispetto alle altre razze viventi sul Pianeta blu.

Jung sosteneva che:

“La nostra psiche è costituita in armonia con la struttura dell’universo, e ciò che accade nel macrocosmo accade egualmente negli infinitesimi e più soggettivi recessi dell’anima.”

dunque la psiche confrontata con tutto ciò di non conosciuto celato nel macrocosmo, contiene anche una grande quantità di Materia Oscura, la stessa che diventa liquido amniotico negli infiniti spazi dell’Universo ed in questo magma vivo e reagente, si anima l’istinto verso una concezione più alta dell’esistenza.

Fin dagli albori l’essere umano è stato in grado di riconoscere il senso del bello attraverso un’esperienza soggettiva o collettiva, foggiando con l’espressione artistica, un modo unico per comunicare creando così una collettività. La pittura rupestre non è solamente un documento della cultura dei nostri avi,  ma possiede la cifra stilistica dell’Arte padroneggiando quelle tecniche quali; l’ombreggiatura, la prospettiva e il punto di fuga. In questi graffiti si notano inoltre alcuni aspetti psico-culturali delle priorità umane, non del tutto dissimili da tutte le altre specie, come nutrirsi, ripararsi, riprodursi, ma ciò che afferma l’uomo come unico esemplare in grado di comunicare con l’espressione artistica, è proprio il senso del bello che agglomera ogni percezione sia essa positiva o negativa, costituendo così uno yin yang  di equilibri psico-fisici.

L’arte rupestre dunque afferma la netta distinzione tra l’uomo e l’animale, dove il primo concepisce, seppur in modo istintivo, il fondamentale concetto di espressione.

Paul Klee affermava che:

“L’arte non riproduce ciò che è visibile, ma rende visibile ciò che non sempre lo è”

ciò premesso nella pittura di Carla Grillo, si scorge un netto richiamo alla pittura surrealista in special modo osservando l’uso del colore, la morbidezza che crea luce e che ne gestisce i tempi e gli spazi. Tuttavia nelle sue opere vive qualcosa di più profondo, un mondo ancestrale dal forte richiamo simbolico,  la forma appartiene ad un pensare stilemico proprio dell’artista, dove prepondera un luogo composto da immagini che ripropongono un istintivo e soggettivo “senso del bello”, Pablo Picasso asseriva che:

“Ci sono pittori che dipingono il sole come una macchia gialla, ma ce ne sono altri che, grazie alla loro arte e intelligenza, trasformano una macchia gialla nel sole”.

La peculiarità delle opere di Carla Grillo, è proprio quella di saper dare al colore il ruolo del protagonista, il quale viene elargito sulla tela con fare passionale, pieno, caldo, materno, fino a far evidenziare il Simbolismo istintivo racchiuso nel suo lavoro, in questo fare Arte l’artista rivendica lo spazio del silenzio, nutrendo con un tratto sicuro la completezza dell’opera, dove si evince non senza un certo stupore, il dato di fatto, l’affermazione dell’essere sull’esistere ed è quasi palpabile la materia matrice di un’origine stilistica dal primo impatto semplicistica, ma che per l’appunto affonda le sue radici nel Se primigenio.

Vacancy

Cara vecchia città…

di Iolanda La Carrubba

Dopo il New York Times anche Le Monde dedica un “doloroso” articolo al degrado della Capitale italiana.

Conclude l’articolo del più celebre giornale francese, ponendo una domanda (con l’intento di risvegliare le coscienze?):

“Chaos organisé ? Incurie chronique ? Je-m’en-foutisme généralisé ? Déjà mal en point, la réputation de la cité est aujourd’hui proche du néant….”

castel sant'Angelo

foto di Iolanda La Carrubba

Lontani ormai i tempi di “Roma Caput Mundi” crocevia di ogni attività politica, economica e culturale mondiale, qui non si esiste più, ci si perde ognuno chiuso nella propria isola personale, ad occhi bassi, anzi completamente chiusi, ognuno va nel caos di una città morente. 

Passeggiando nella Città Eterna ci si imbatte in rifiuti, escrementi umani, in fitta vegetazione ai lati delle strade, come fosse un macabro albero della cuccagna dove penzolano siringhe, pannolini, buste e quanto di più orribile si possa immaginare. E’ un paesaggio asfittico fatto prevalentemente di incuria ed in alcuni giorni, quando il caldo arde gli effluvi disgustosi o quando la pioggia allaga l’intera città, sembra quasi di ascoltare una nenia provenire direttamente dal III canto dell’inferno di Dante:

“Per me si va ne la città dolente,
per me si va ne l’etterno dolore,
per me si va tra la perduta gente…”

Non solo le periferie ma l’intero territorio romano, (sopra)Vive a stento in una condizione di precaria amministrazione che procede da anni verso l’assenteismo. La risposta della classe politica a questo sfacelo, è quasi inesistente, ma come da consolidata tradizione romana, grava l’intera responsabilità sulle spalle dei cittadini. Infatti in queste ore non è difficile imbattersi in una campagna pubblicitaria del comune di Roma, dove con un atteggiamento di sfida, attraverso cartellonistica lancia lo slogan “rendi più bella la tua città”.

Si potrebbe condividere questo concetto, se esistesse un minimo di manutenzione dell’area romana, poiché le buche sull’asfalto anche nelle strade ad alta velocità, l’assenza di bagni chimici, l’inesistenza degli allora netturbini, conducono a riflettere di chi sia realmente la colpa.

Non di rado ci si imbatte nel menefreghismo che genera prepotenza, nel singolo individuo ormai esasperato da un sistema malato. Esasperante è: le ore di traffico causate da una disorganizzazione totale, i semafori che durano fino a 5 minuti, i vigili confusi ed allucinati dalla rabbia di una giungla cittadina, quei rari mezzi pubblici in condizioni devastanti, sporchi, fatiscenti che producono denso fumo nero.degrado-roma-4 Ma c’è anche un altro aspetto da non sottovalutare, qualcosa che cancella il ricordo della “dolce vita” conducendo verso una visione ancor più tetra, violenta e delinquente. Giovani donne sui cigli della strada a qualsiasi ora del giorno e della notte che vendono (costrette) il proprio corpo, dalla Tiburtina ad Ostienze, dalla Casilina e via via in ogni dove. Atterrisce il dato di quanto sia aumentata la prostituzione ed ancor più spaventa la comprensione di come possa avvenire.

Guardandosi attorno, sovviene alla mente la profetica canzone di Renato Zero:

“Cara vecchia città,
fumo disagio immobilità,
cadente e moribonda città, Addio…
…Brutte compagnie, traffici, angherie.
Non ti ho vista più,
davvero non sei più tu?
Roma che scappi via,
da questa gente tua?
non puoi morire.”

policlinikHorror

foto di Iolanda La Carrubba

A rendere ancor più estenuante il tutto, interi gruppi di profughi in fuga dalla loro patria devastata da armi e guerre psicologiche. Umani soli, spauriti, confusi che approdano nella “terra promessa” fatta di sogni infranti.
L’intolleranza del cittadino che fino ad oggi si è nutrita esclusivamente di lamentele, conduce inevitabilmente a delle manifestazioni pubbliche che tuttavia non raggiungono lo scopo, purtroppo non fanno altro che alimentare le brutture di tutti i giorni: razzismo, omertà, egoismo. Sarebbe dovuta essere un eccezione, la voracità furiosa, l’insofferenza generale generata dall’ozio neuronale, ma a quanto pare non si riesce a ragionare e reagire di conseguenza a causa di un disegno (fanta)Politico che sembra abbia l’intento di annientare ogni diritto. La democrazia ad oggi, sembra essere semplicemente un’illusione…  e noi, noi piccole gocce sperse nell’oceano, potemmo fare la differenza se solo mettessimo in pratica il concetto di Goethe:

“L’uomo rimane importante non perché lascia qualcosa di sè, ma perché agisce e gode, e induce gli altri ad agire e godere.”
Forse la soluzione è più semplice di quanto sembri, forse si dovrebbe ripercorrere a ritroso la storia che ha procreato fatti, forse l’unica voce in grado di cambiare le cose è quella della statua parlante de Il Pasquino. E’ dunque tempo di tornare alle pasquinate prima che un sistema capitalistico mafioso faccia ritorno da un medioevo non troppo lontano?

Credere e perseguire l’utopia, agire con la forza della non violenza, servirebbe a ridare speranza ad una generazione senza futuro (?).

Recensione

“Tattoo Motel” di Davide Cortese

La penna Cortese

di Iolanda La Carrubba

 

10836265_10205758111180003_614548583_nAbitando il senso privato della sinestetica forma letteraria di Davide Cortese, in Tattoo Motel (ed. Lepisma) si percepisce un luogo consacrato allo spazio riflessivo, un posto occulto dal filone maledettista che segue o meglio prosegue lo stilema poetico proprio di Cortese, in un viaggio attraverso la narrativa.

Frederich Nietzsche afferma:

“… tutto ciò che è profondo ama la maschera”.

Infatti in questa opera dal sentore teatrale, al lettore viene offerto un percorso incontaminato, libero e vero, dentro ed attraverso visioni oniriche e tantriche, dove vi è celata la chiave di lettura del senso più profondo, sprofondato nelle viscere dell’Io inconscio ed indomito. Scrive Cortese:

“…La verità ama andare sull’altalena. Si può crederle come si crede ad una bambina: indulgendo sulle sue fantasie perché lei per prima le crede vere”.

In questo esistere nel caos del pensiero, vige protagonista il tatuaggio a rappresentare un rituale dove il dolore fisico, si abbandona lascivo alla formula sensuale del vedere.

Provocatoria continua la penna Cortese, a ricamare sulla carta la volontà di tramutare la pelle incontaminata in una visione psico-fisica violandone la verginità, tuttavia in questa operazione, l’ago del tatuatore Dan, danza in una forma terapeutica primigenia, come se la candida pelle di Eva fosse la stessa della mummia del Similaun (ca. 3000 a.C.).

Si percepisce forte l’attrazione dell’autore nel confronto del “peccare”, infatti incastonata nella storia si palesa criptica, una poesia che viola l’ambrata via del sentimento guadando oscuri fiumi d’inchiostro.

… in una tasca del tempo…

…si muove una luce…

e sul mio volto una gioia nera.

Ho solo una tragica fame di farfalle.

Di forte impatto affiora la perforazione dello spazio sacro, dove anche qui Eva come la prima donna del creato, spinge il suo Adamo (Dan) negli abissi del desiderio proibito.

Muovendosi a ridosso dei brevi ed intensi capitoli con un vago richiamo alla scrittura di Hesse, si assapora una formula segreta e magica costruita intorno a frasi mosse ad incantesimi, quasi come se Cortese fosse rimasto ipnotizzato dalle parole di Rimbaud:

“…O flutti abracadabranteschi, prendete il mio cuore e lavatelo”.

Ecco dunque arrivare l’ingresso in scena, attraverso l’immagine di copertina disegnata dallo stesso autore. Un mandala in china nera vola su una mongolfiera pirata che trasforma la visione dell’oggi in una fiaba dark, ambientata in un tempo parallelo, il tempo della scoperta dell’amore.

I personaggi intrecciati saldamente alla trama, percorrono il dedalo della vita attraversando archetipi e luoghi di reminiscenze tribali, soffermandosi nel “non detto” nel “non svelato” profanando il colto mistero posto al di là del percettibile.

Davide compie un vero e proprio sforzo artistico, nella difficile decisione di aprire alcuni argomenti anziché altri, portando così l’attenzione sui silenzi. In questi spazi sconfinati e bui, dove anche l’ironia caratteriale si acquieta per riposare calma in braccio al suo pensare, tormento ed estasi, diffidenza ed armonia tracciano un percorso lineare, scatenando una reazione a catena di fatti e solitudini irrequiete celate nella confessione intima dell’esistere.

Vacancy

Diario della lavorazione di Senza chiedere permesso

di Iolanda La Carrubba


Senza chiedere permesso è una commedia onirica-fantastica, una favola moderna, un racconto metropolitano, di una coppia di artisti, nello specifico attori e registi teatrali, che affronta la vita dell’adesso con i suoi problemi, con le sue peripezie sociali, cercando di rimanere in equilibrio nel tutto senza sprofondare nell’umana inquietudine. Nel percorso accidentato si incontrano e scontrano con tutta una serie di realtà, tra le quali i debiti del cugino che facendo perno principalmente sulla sensibilità del protagonista, continua a chiedere prestiti che alla fine “…vanno in fumo…”.

Tuttavia l’intreccio della sottotrama narra di quei legami invisibili che junghianamente portano l’umanità a far parte della stessa grande famiglia, tra desideri ed ossessioni, tra tangibilità degli eventi e déjà-vu.

Per descrivere l’imprevedibilità della vita, la regia ed il montaggio si allacciano ad un linguaggio diverso, sperimentale, astratto ma segretamente legato all’espressione pubblicitaria fatta principalmente di “bug si sistema”, piccoli e grandi errori che tentano di far diventare “…umana l’opera”.

La principale meta narrativa è quella di destabilizzare lo spettatore, portandolo ad un livello altro, posto al disopra del conosciuto e (ri)conoscibile, quindi condurlo e (auto)condurci verso quelle sfide e quei paradossi che alla fine del percorso rimarranno comunque in sospeso e mai svelati.

Mettere in moto la macchina per la lavorazione del film non è stata cosa facile, tutt’altro anche se al mio attivo avevo già due lungometraggi, mi ritrovai a collezionare una nuova serie di impedimenti che affrontai nutrendomi soprattutto della riflessione del grande Charlie Chaplin:

“Ti criticheranno sempre, parleranno male di te e sarà difficile che incontri qualcuno al quale tu possa andare bene come sei. Quindi: vivi come credi. Fai cosa ti dice il cuore: ciò che vuoi. La vita è un’opera di teatro che non ha prove iniziali. Quindi: canta, ridi, balla, ama e vivi intensamente ogni momento della tua vita, prima che cali il sipario e l’opera finisca senza applausi.”

Oggi realizzare un lungometraggio NO BUDGET, significa non solo basarsi unicamente sulle proprie forze, ma anche fronteggiare un sistema precostituito che va dal finanziamento fino alla post-produzione. Per far fronte a tutto questo bisogna assolutamente premunirsi di molta pazienza, per riuscire a superare i svariati problemi posti dalla burocrazia italiana prima vera grande sfida da superare. Fare quindi i conti con tutta una serie di realtà parallele (in)costante crescita, per chi come me non ha avuto l’occasione di trovare un produttore che si faccia carico dell’enorme mole di lavoro nascosto dietro le quinte, significa mettere sulle proprie spalle una fatica superabile solamente con una forza motivazionale enorme, altrimenti si rischia di perdersi in un dedalo confusionale fatto di intere giornate di riunioni, di ore trascorse a compilare le dovute documentazioni, di file esasperanti e quindi cercare di non perdersi in questo labirinto burocratico simile ad un Kraken ignaro di ingurgitare e fagocitare ogni fantasiosa ispirazione che rende irraggiungibile il proprio obbiettivo, quello cioè di realizzare l’opera.

Lo stimolo di risposta ai diversi no che nel percorso avevo collezionato, fu la ferma convinzione di voler realizzare il prima possibile un lungometraggio di fiction, dunque aprii finalmente quel cassetto dove da tempo erano in condizione di letargo criogenico vari soggetti ed alcune sceneggiature, rimescolai le carte e ricostruii la storia come in un puzzle.

Nei miei precedenti lavori, Zapping (2012) presentato in anteprima nazionale presso il Cinelab dell’Isola del Cinema di Roma, un docu-film realizzato in solitaria dove ho avuto la fortuna di chiedere al mondo dell’arte, registi, pittori, attori, poeti etc. cosa è cambiato nell’ambito artistico con l’avvento di internet e in Fratello dei cani (Pasolini e l’odore della fine) presentato in anteprima nazionale presso la Casa dei Teatri di Roma con il patrocinio dell’Assessorato alla Cultura di Roma, un film-poetico interamente tratto dall’omonimo spettacolo teatrale di e con Marco Palladini, poi tradotto in un lungometraggio, improvvisando le riprese sulle suggestioni dello stesso spettacolo, ho per così dire, gettato le fondamenta per Senza Chiedere Permesso.

Durante le lavorazioni dei precedenti film realizzati basandomi su un istinto indagatorio, dove ho cercato di oltrepassare il limite della “visionarietà”, usando dunque la MDP a mano per disegnare e delineare la storia in un modo prettamente visivo, tentando di richiamare l’arte surrealista e dadaista, per ricreare quel sentimento basato sulle sinergie poprio agli artisti di quel periodo. Sentivo una carenza o meglio nutrivo la necessità di esprimermi completamente nel mondo del cinematografo non solo come video maker ma raccontare un mio soggetto completo.

Fin da bambina immaginavo di trovarmi dietro le quinte di 8 ½ di Federico Fellini o di avere il privilegio di seguire il back stage di Incontri ravvicinati del terzo tipo di Steven Spielberg, ed anche se potevo solo percepire l’impegno enorme che richiedeva questo tipo di lavoro, non desideravo altro se non poter realizzare appunto un mio lungometraggio, inoltre grazie ai miei genitori, iniziai fin da piccolissima a costuire un legame di sincera curiosità nei confronti del cinema, con mia madre Lina Morici (costumista/figurinista) mi incamminai nel magico mondo dei costumi di scena e con mio padre Mario La Carrubba appassionato cinefilo, cominciai una ricerca sul precinema.

Non avendo un gran capitale da investire, comprai ormai nel lontano 2005, una MDP semi professionale con la quale realizzai tutti i miei precedenti lavori. Ora la nuova sfida che si presentava era proseguire la realizzazione di questo nuovo progetto tenendo fede al “metodo” fino a quel momento utilizzato, rimanendo a costo zero e cercare di creare con spirito d’iniziativa “…qualcosa di diverso”.

Ero sul set di Fratello dei Cani per la precisione a Villa Ada con la troupe leggera, aspettavamo l’arrivo di Fabio Traversa il quale si presentò calmo e sorridente nonostante l’afa di quel giorno, entrò varcando il cancello al confine con la strada super trafficata, quasi danzante, subito mi ricordò l’esile figura slanciata ed onirica del Barone di Münchhausen, trattenni la risata a stento che esplose quando m’accorsi che nella mano destra sventolava come fosse un guanto, una buccia di banana, e poi semplice ci domandò:

“Dove la butto?”.

Adoro la sincera e devota passione per la recitazione che possiede Fabio, avevo visto tutti i suoi film ed ironia della sorte ero dietro la MDP anche nel video-poetico. Decisi in quell’occasione di eliminare qualsiasi imbarazzo per indossare certa la domanda che avrebbe cambiato il corso degli eventi. Gli chiesi se avremmo potuto in un futuro non molto lontano lavorare su un mio soggetto, lui sorridendo accettò. Inutile sottolineare la felicità che provai in quel preciso momento.

La vera fortuna fu quella di poter lavorare anche con Tiziana Lucattini non solo sua dolcissima compagna, ma vera attrice a tutto tondo, fortemente legata a, e cito dall’intervista tratta da Zapping “ l’attore che muove le mani”. Espressiva e piena dell’entusiasmo per questo difficile mestiere. Mi ricordo che fui così felice di poter avere l’opportunità di lavorare con due grandi attori che mi dimenticai di tutto il resto, si dimenticai di non avere sceneggiatori, costumisti, elettricisti, insomma tutto, compreso una buona MDP. Iniziai dunque le ricerche per capire come poter procedere per arrivare al tanto atteso ciak iniziale.

Fino ad allora avevo avuto una approccio per così dire trasversale nei confronti della cinematografia, provenivo da un esperienza più che altro teorica, anche se avevo avuto la fortuna di collaborare fin dall’adolescenza con il documentarista Mario Carbone, tuttavia non avevo nessun idea di cosa significasse muovere i meccanismi per un intero film. Gli ostacoli istituzionali che avevo riscontrato per i precedenti lavori ora sembravano centuplicati, ma questo non mi fermò anzi mi spronò a costruire nuovi orizzonti. Decisi quindi di correre il rischio e di procedere verso quella che a tutt’oggi definisco la mia “follia filmica”.

Cercai per molto tempo qualcuno con cui scrivere la sceneggiatura fin quando incontrai la giornalista cinematografica Sarah Panatta. Le spiegai la situazione e l ‘operazione che avevo intenzione di azionare con questo film, ovvero quella di decontestualizzare l’arte innescando una reazione a catena tra le diverse espressioni. Quindi mia ferma idea era quella che gran parte degli attori non protagonisti provenissero per l’appunto dal mondo dell’arte. Quindi pittori, fotografi, e soprattutto poeti contemporanei.

Accettò curiosa la sfida, mostrando in seguito spirito di iniziativa nonostante la giovane età. Nonostante erano coinvolti in amicizia per questo film, non solo Fabio ma anche Aureliano Amadei, Alessandro Benvenuti e Fulvio Grimaldi conosciuti per altri documentari ancora in fase di lavorazione, trovare in questa prima fase del lavoro, sponsor pubblici e privati interessati appunto al progetto, fu impresa ardua che condusse a risultati altamente scarsi. Dunque con Sarah prendemmo la decisione di fare tutto in maniera “clandestina”.

Non avevamo i permessi per girare soprattutto in alcune location di Roma, ma grazie alla poetessa Chiara Mutti (“l’investitrice”) riuscimmo ad ottenere il nulla osta per le riprese presso la Galleria Nazionale d’arte Moderna di Roma che diede grande prestigio all’intero film. In un periodo definito in questo momento storico “di forte crisi”, con Sarah istituimmo l’associazione culturale no profit EscaMontage, con la profonda speranza di riuscire a creare opportunità di collaborazioni. Per le mura itineranti dell’associazione stessa, passarono alcuni giovani collaboratori che abbandonarono la nave all’insorgere delle prime difficoltà.

Quindi preso questo impegno principalmente con noi stesse, decidemmo di portare a termine i vari programmi, tra i quali il Blog&webTV ed il film festival.

Nel frattempo lavoravo incessantemente l’incastro della storia, cercando di prendere esempio da alcune delle impronte che mi avevano preceduto in questo difficile percorso, da Fellini a Kubrick da Wertmüller a Bene.

Parallelamente al lavoro di scrittura, prendemmo la decisione di “aprire i set” al pubblico del web mettendo in fruizione i diversi backstage, le foto di scena, gli aggiornamenti e le news, realizzati con i collaboratori che di volta in volta si susseguivano interessandosi al film, usufruendo così delle potenzialità della Rete nel fare “rete”.

Iniziai un primo montaggio per avere un’idea sommaria del lavoro, quando mi accorsi che ogni scena, ogni battuta, ogni location potevano essere potenziali storie di una vita parallela, alora decisi di rimontare a mo’ di mosaico il tutto. Così nacque Le chat noir un cortometraggio che ha conseguito il prestigioso premio classificandosi al terzo posto per “Glory to the video Maker” della Minerva Pictures.

                                                                                                                                                                                                  Iolanda La Carrubba Roma 2015

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SCHEDA VALUTAZIONE FILM

A cura di: Catello MASULLO

TITOLO: SENZA CHIEDERE PERMESSO

REGIA: Iolanda La Carrubba

SCENEGGIATURA: Iolanda La Carrubba, Sarah Panatta

INTERPRETI PRINCIPALI:

Con: Fabio Traversa e Tiziana Lucattini,

Con la partecipazione speciale di:

Alessandro Benvenuti

Aureliano Amadei

Fulvio Grimaldi,

E con (in ordine alfabetico):

Alessandro Bellomarini

Lisa Bernardini

Andrew J. A. Bulfone

Giulia Bulfone

Sabino Caronia

Diana Cavorso

Angela Ciriello

Vito Continisio

Davide Cortese

Federico D’Angelo Di Paola

Roman Doupouridis

Eugenio Forconi

Alessandro greyVision

Roberto Guglielman

Monia Guredda

Mario La Carrubba

Salvatore Maggiore

Tiziana Marini

Monica Martinelli

Catello Masullo

Alcidio Morais

Lina Morici

Amedeo Morrone

Chiara Mutti

Terry Olivi

Massimo Pacetti

Sarah Panatta

Antonella Rizzo

Marco Rudel

Domenico Sacco

Eugenia Serafini

Francesco Spagnoletti

Marzia Spinelli

Therezinha Teixeira De Siqueira

Antonietta Tiberia

Marina Viola

Marco Zucchi

PRODUZIONE: EscaMontage

ORIGINE: ITALIA

DISTRIBUZIONE: EscaMontage

DURATA: 57’

SOGGETTO: COMMEDIA POETICA ONIRICO-FANTASTICA

Fabio è un autore ed attore teatrale, vive con la sua compagna Tiziana. Incontra, cerca, gente e personaggi …

C‘è sempre una prima volta. Questa è la prima volta che mi trovo a recensire un film in cui il mio nome compare nella lista degli “attori”. Le virgolette, sono, ovviamente, d’obbligo. Si tratta, in effetti, di un cameo brevissimo in cui la regista Iolanda La Carrubba, e Sarah Panatta, la sua inseparabile co-sceneggiatrice, attrice, e complice a tutto tondo (al suo debutto assoluto in questo film), mi hanno chiesto di “interpretare” un critico cinematografico, effettuando le riprese nella mia casa romana. Mi sono chiesto, comunque, se il pur limitatissimo coinvolgimento nel progetto, avrebbe potuto alterare la mia valutazione. Ai lettori/spettatori l’ardua sentenza… Andiamo con ordine. La giovanissima cineasta Iolanda La Carrubba, romana, figlia di due noti pittori contemporanei, è un’artista a tutto tondo. Autrice, poetessa, giornalista e operatrice culturale, dopo gli studi di cinema ai Cinecittà Studios, collabora a lungo con il documentarista Mario Carbone. Per passare poi alla regia di film interamente suoi : 2012 il documentario “Zapping. Tra Web e Cultura”, 2012 il documentario “La Metro de Paris”, 2013 il documentario “Fratello dei Cani. Pasolini l’Odore della Fine”, 2014 il corto “Le Chat Noir”, terzo classificato al “Glory to the video Maker”, della Minerva Pictures. Per questo suo ultimo film, “Senza Chiedere Permesso”, cura, oltre alla regia, soggetto, sceneggiatura, musiche, montaggio, effetti (computer graphic), suono (montaggio audio). Non si può dire non sia un film d’autore. La genesi è rimarchevole. Totalmente autoprodotto e girato con mezzi praticamente nulli. Meno di un mese circa prima della anteprima stampa del 13 febbraio 2015, le autrici hanno chiamato tutte le persone coinvolte nel film alla visione di un pre-montato, per chiedere un loro parere. Ne è scaturito uno straordinario “brain storming” a caldo (anche se, dovessi dire, per l’occasione nella sala della Stazione di Anguillara c’era un freddo polare…), da vero laboratorio creativo collettivo. Il film, in quella versione provvisoria, mi risultò spiazzante. Un film dalla decisa connotazione sperimentale. Di forte e potente visionarietà. Ma diseguale. A tratti criptico e discontinuo. Con un’eclatante abisso tra la recitazione altamente professionale dei due protagonisti, Fabio Traversa e Tiziana Lucattini, e quelle della gran parte degli altri non-attori. La regista (e, immagino, anche la co-sceneggiatrice) hanno avuto la rara umiltà e la acuta intelligenza di accogliere suggerimenti, di cogliere impressioni e suggestioni, che sono venute da parte di tutti gli appassionati partecipanti. E, nel tempo record di tre settimane, hanno prodotto la versione finale del film. Nella quale, pur restando, nella sostanza, tutto quello che era già nel pre-montato, ho visto un altro film. Che mi ha convinto molto di più. E’ bastata una azzeccata voce narrante, le belle musiche di Amedeo Morrone ed un montaggio video e sonoro più curato, per avere una percezione più chiara ed un apprezzamento migliore del film. Emerge, prepotente, la imprevedibilità della storia, come protagonista, e come rappresentazione della imprevedibilità della vita reale. Chiara la rarefazione dei confini tra sogno e realtà. Tra sanità mentale e follia (solo la follia potrà salvarci?). Patente l’inquietudine esistenziale, temperata dall’ironia e, a tratti, dalla comicità pura della commedia. Come a volte la vita sa essere. L’esistenza umana come successione di istanti slegati ed casuali. Senza un preordinato filo logico. Una sorta di combinazione, come ci suggerisce la presenza del cubo di Rubik. Un poema surreale, di immagini in movimento. Un film densissimo. Con colte ed apprezzabili citazioni cinefile. Dal Buster Keaton di “The Coock”, al Charlie Chaplin di “La strada della paura”, dal George Méliès di “Viaggio sulla luna” e “Viaggio attraverso l’impossibile”, a “Il Cantante di Jazz”, a “Dr. Jekyll e Mr. Hide”. E con citazioni opportune e significative, in contaminazione con altre arti. Oltre ai pregevoli oli su tela di Mario e Osvaldo la Carrubba e di Lina Morici, le evocative immagini dello spettacolo teatrale “Ciao buio”, di Fabio Traversa e Tiziana Lucattini. In definitiva, un film molto originale, mai banale, lontanissimo dalla omologazione, stimolante e, per una volta, senza le fastidiose immagini imposte dal product placement, che fanno (ahinoi), di tutti i film commerciali, centoni di spot pubblicitari.

Curiosità : la gran parte degli attori non professionisti del film sono poeti nella vita reale.

FRASI DAL CINEMA : “Chi siamo, dove andiamo? Esseri umani… che troppo amano il potere della distruzione!”. (Fabio Traversa).

“Come diceva mamma…

Mai scendere dal letto con il piede sbagliato, e la vita ti sorriderà!”. (Fabio Traversa, fuori campo, e la madre in pensiero/ricordo immaginario).

“Confucio dice : il silenzio è il migliore amico, che non tradisce mai… Sempre Confucio dice: non fare del bene se non sopporti l’ingratitudine!”. (Aureliano Amadei)

“Smettere di fumare è facilissimo. L’ho fatto migliaia di volte. Ed anche se ho smesso di fumare, vivrò una settimana in più, e quella settimana pioverà a dirotto!”. (Tiziana Lucattini a Fabio Traversa, citando prima Mark Twain e poi Woody Allen).

“C’è una soluzione per tutto, tranne che per quello che si vuole risolvere!”. (L’uomo con la bombetta a Fabio Traversa).

“La questione della discriminazione della donna è una stupidaggine. I veri discriminati sono gli uomini, perché non possono partorire e nessuno fa niente!”. (Tiziana Lucattini a Fabio Traversa)

“Non ci sono parole per consolare le cavie della loro morte!”. (Fabio Traversa).

“Però, qualcuno mi ricordi. Un attore.

Io sarei anche attore, ma non so se l’attore a cui somiglio sono io!”. (Domenico Sacco e Fabio Traversa).

“… e, soprattutto, non fate uscire il vostro film lo stesso anno di Via Con Vento!”. (Catello Masullo cita la celebre massima di Hollywood, attribuita al grande David O. Selznick).

“Un idiota è un idiota, due idioti sono due idioti, diecimila idioti sono un partito politico!”. (Signora cita Franz Kafka)

“Signore e Signori, senza chiedere permesso, si esce di scena!”. (Fabio Traversa parla in macchina da presa, ad esergo finale)

VALUTAZIONE SINTETICA (in decimi): 6.5/7

http://www.ilpareredellingegnere.it/index.php?option=com_content&task=view&id=4526

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Recensione di Daniele De Angelis – CineClandestino.it

“La vita, il puzzle”

voto 7,5

Rispetto a Le Chat Noir – cortometraggio recensito su questa rivista poco tempo fa – Senza chiedere permesso, mediometraggio dalla cui costola era nato il corto stesso, aumenta non solo il minutaggio ma anche il livello di ambizione. Se il primo lavoro era prevalentemente incentrato sullo smarrimento della funzione originaria dell’Arte in rapporto con la società, il secondo abbraccia tematiche più vaste, finendo con il risultare un gioioso poemetto sul senso ultimo dell’esistenza, in riuscito e per nulla semplice equilibrio tra onirismo, surrealismo e sottile critica sociale. Del resto appare subito evidente come Iolanda La Carrubba regista e sceneggiatrice – insieme alla “nostra” Sarah Panatta – sappia esattamente cosa vuol raccontare e come rappresentarlo figurativamente. Le immagini “distorte”, volutamente alienanti, conducono lo spettatore da subito in un altrove non meglio definito, che troverà parziale spiegazione solo nella sequenza prefinale, in cui la rielaborazione di sequenze in libertà acquisirà (forse) una propria unità di lettura. Sempre che il misterioso puzzle dell’inconscio abbia mai qualche possibilità di essere ricomposto nella sua completezza.

Ci troviamo, insomma, in quella “condizione” di cinema che attinge a piene mani dalla sua stessa storia – Federico Fellini, David Lynch. Tanto per fare due nomi illustri… – rielaborandola con intelligenza e acume, senza essere affatto penalizzata, anzi forse stimolata, dalla scarsità di mezzi disponibili. Con inoltre il valore aggiunto, almeno per una pellicola a tale budget, di contare sulla performance artistica di un Fabio Traversa (interprete di tanti film di Nanni Moretti, nonché indimenticabile Fabris in Compagni di scuola di Carlo Verdone, nel lontano 1988) in senso assoluto vicino alla perfezione nella parte principale. Chi meglio di lui avrebbe potuto sottolineare, attraverso il suo modo di fare straniante e stranito, l’insensatezza generale di un’esistenza capace di trovare un barlume di spiegazione “logica” solo nella realizzazione concreta di un rapporto sentimentale? Davvero pochissimi altri. E dunque notevole rilievo assume, nella galleria di situazioni bizzarre e personaggi decisamente borderline (peraltro interpretati da un cast ottimamente sintonizzato con il senso ultimo dell’operazione) che sfila di fronte alla telecamera di Iolanda La Carrubba, la figura femminile della compagna di Traversa, Tiziana Lucattini, autentica scialuppa di salvataggio in quel metaforico mare in tempesta che è sempre stata, dalla notte dei tempi sino ad oggi, la vita vissuta. Senza chiedere permesso, nella propria essenza, diventa così quasi un inno a prendersi per mano, a sostenersi nelle difficoltà che mai mancano e soprattutto a superare quell’afasia che impedisce di comunicare, nel senso più completo del termine, persino con le persone più care. Tutto ciò raccontato con uno stile brioso e privo di visibili momenti di pausa, che offre il meglio di sé allorquando si distacca del tutto dal, comunque flebile, canovaccio narrativo per approdare in quei territori in apparenza assurdi che, nemmeno troppo paradossalmente, riescono a raccontare molte più verità di un documentario sulla realtà effettiva.
Si sorride, ma sempre con uno spunto di riflessione, nel film di Iolanda La Carrubba. Fedeli all’inevitabile assunto “panta rei” le autrici dello script ci invitano, in modo mai esplicito bensì deliziosamente entro le righe, a vivere la vita cercando lo stato di grazia con dolcezza ma anche con determinazione, appunto senza chiedere permesso a nessuno per qualunque utopia si voglia costruire. Loro, Iolanda la Carrubba e Sarah Panatta, ci stanno provando meritoriamente, usando la lanterna filosoficamente rischiarante dell’arte alla maniera di un Diogene dei nostri tempi. E, come nel caso di tanti altri giovani filmmaker poco noti ma con valorose istanze da esprimere, diviene ora compito del pubblico dare una chance di visibilità a tali lavori. I quali non arriveranno purtroppo a semi-domicilio nel cinema più vicino a casa, ma bisognerà uscire, per andare a cercarli e possibilmente trovarli. Varrà la pena abbattere la pigrizia e trovare il tempo per ammirare qualcosa di veramente personale. Originale come tutte le cose provenienti dalla più intima sensibilità delle persone.

http://www.cineclandestino.it/senza-chiedere-permesso/

Recensione “Senza chiedere permesso” di Gualtiero Serafini

Ho avuto il piacere di guardare “Senza chiedere permesso”. Devo fare i complimenti a Iolanda La Carrubba ed a tutti coloro che hanno partecipato a questa realizzazione. Onirico e surrealista “Senza chiedere permesso”, secondo un mio parere, non deve essere visto e guardato con spirito cinematografico e quindi non parametrizzato ad una critica cinematografica. È un bellissimo esperimento ben riuscito di creare un connubio tra cinema e poesia. Già solo la durata, 55 minuti, sarebbe troppo breve per un film, ma è perfetta per un reading di poesie ed aneddoti sapientemente reinterpretati ed incastrati tra loro come tante Matrioska e fissate dall’occhio della macchina da presa. Si potrebbe dire, in un primo momento, che film è? Ed il montaggio? La sceneggiatura? Ma è solo un attimo, sono solo i primi frames, dopodiché ad un occhio più attento, facendosi trasportare dalle note poetiche, dal riecheggiare delle voci dei personaggi che si intuisce che quello che stiamo vedendo è una poesia, non altro che un incastro poetico. E come in una poesia, ognuno ne trae i significati che più toccano la propria anima. È netta ed apprezzabile la scelta di coinvolgere attori professionisti e bravissimi come Fabio Traversa e Tiziana Lucattini, i protagonisti del film, insieme a poeti che certamente attori non sono se non attori dei loro sentimenti. Ognuno, in quest’opera, mi vien da dire, ha mantenuto il suo ruolo cercando di contaminarsi. I poeti si sono contaminati con la recitazione, propria di un attore e gli attori si sono contaminati con la poesia, propria dei poeti, mantenendo, però, sia gli uni che gli altri il loro reale ruolo. Apprezzabile è l’inserimento di un personaggio, che definirei quasi un giullare di corte, interpretato da un musicista, Amedeo Morrone, che cerca di reinterpretarsi attore pur mantenendo la sua reale indole di musicista ed infatti nella staticità e profondità del film è gradevole l’intromissione di un personaggio dinamico che con le sue movenze entra ed esce di scena proprio come farebbe una colonna sonora. Per concludere un plauso alla regista Iolanda La Carrubba e a Sarah Panatta, sceneggiatrice insieme a Iolanda, per i riferimenti ai padri del cinema come Georges Méliès con il suo “Viaggio nella Luna” o al cinema muto di Charlie Chaplin e Buster Keaton.

Vacancy

Tra sogno e realtà

[Saggio introduttivo alla sezione “opere in mostra” del catalogo/antologia poetico-artistica “Oblò”, prima edizione EscaMontage, presentato in anteprima al Film Festival di Bracciano 2014]

di Iolanda La Carrubba

 

Il fare umano, legato alla percezione dell’adesso, del momento esatto in cui avviene una concentrazione di esistenze, dove l’esistere è rappresentato appunto dal fare, padroneggia e veicola un istintivo pensiero intuitivo. L’individuo in grado di percepire il dato oggettivo, attraverso elementi quali lo spazio ed il tempo, possiede la capacità di estraniarsi dall’oggettività, regalando a quel momento, l’espressione soggettiva.

Il bello dunque appare mutevole e mutante, apparentemente proveniente dall’esperienza del singolo, in termini kantiani il bello è: “una normalità senza norma”.

L’essere umano per sua natura, è in grado di percepire l’estetica mediante l’attivazione di specifiche aree cerebrali (V4 elabora i segnali dei colori, MT elabora i segnali del movimento), questa percezione legata alla riflessione istintiva, consente di esprimere un giudizio, quindi essere in grado di giudicare e rielaborare un dato legato ad un atto, un’azione legata ad una rappresentazione dell’esistenza umana, rappresenta per l’individuo una forma altra del fare denominata arte.

L’arte intesa come fusione del bello e del giudizio, contiene un intuito primigenio in grado di svilupparsi ed evolversi attraverso fondamenti ancestrali, Schelling nel Sistema della filosofia trascendentale scriveva “s’intende di per sé che l’arte sia l’unico vero ed eterno organo e documento insieme della filosofia, il quale sempre e con novità incessante attesta quel che la filosofia non può rappresentare esternamente, cioè l’inconscio nell’operare e nel produrre, e la sua originaria identità con il cosciente. Appunto perciò l’arte è per il filosofo quanto vi è di più alto”.

L’inconscio collettivo genera una qualche forma di energia, in grado di rappresentare nella complessa rete di legami umani, la soggettività dell’esistere, Jung sostiene che “la nostra psiche è costituita in armonia con la struttura dell’universo e ciò che accade nel macrocosmo, accade egualmente negli infinitesimi e più soggettivi recessi dell’anima”.

Questo percorso attraversa l’esistere, suscitando la necessità di ricerca mediante un processo elaborativo, l’uomo compie azione adoperando i sensi, infatti Matisse sosteneva che “vedere è già un’operazione creativa che richiede uno sforzo”.

Condurre lo sguardo del fruitore attraverso una mostra che contempli “l’immagine d’Arte” veicolando un sentimento collettivo ma pur sempre ideologicamente solipsistico, pone come fulcro lo sguardo dell’artista in una società fatta di stimoli, riuscendo a rendere nitida la sollecitazione artistica.

Ad oggi nel mondo dell’ipertecnologia, della computerizzazione, della semplificazione degli “attrezzi” per costruire e fare arte, la possibilità di espansione dell’espressione artistica, produce e genera nuove ed interessanti evoluzioni. Uno dei campi in cui si è potuto sperimentare maggiormente, è quello della fotografia.

Questa formula espressiva da un lato si ammala dell’eccessiva quantità di chi è dietro l’obiettivo, ma dall’altro lato permette di poter godere di fotogrammi di vita istantanei, generosi ed in alcuni casi, là dove si scatta la fotografia adoperando intelligenza artistica, vere e proprie fotografie d’autore.

Numerose furono le controversie nel periodo di passaggio tra la pittura e la fotografia durante il quale si formarono diverse scuole di pensiero. Nadar, giornalista francese (1820-1910) fu il primo a realizzare una fotografia aerea, temerario, abbracciò favorevolmente il metodo di riuscire a catturare, grazie la tecnologia fotografica, quei brevi ed irripetibili attimi poetici per farne arte, esempio meraviglioso fu il suo “autoritratto”. Altri invece vedevano questa nascente espressione come un caso, un placebo per definire arte qualcosa nata come svago; tra questi anche il poeta Lamartine che nel 1858 definiva la fotografia “un’invenzione del caso che non sarà mai un’arte ma un plagio della natura da parte dell’ottica”, per ricredersi anni dopo.

Oggi in questa collettiva, dove lo “sguardo d’autore” s’affaccia sul mondo traverso un oblò come fosse quello dell’apollo 11 nella prima spedizione verso la Luna, la stessa di Melies, si vuole porre in esame l’interrogativo cartesiano strettamente legato all’animo umano: “sogno o son desto?”.

Destarsi e destreggiarsi tra le difficoltà di un mondo moderno, in continua contaminazione socio-psicologica dove gli artisti compiono profonda ricerca culturalmente alta, senza trascurare il forte impatto emotivo scaturito tra il sogno e la realtà.

 

Iolanda La Carrubba

 

 

 

Vacancy

Masturbazione neuronale a misura di stress

di Iolanda La Carrubba

 

Le regole sono fatte per essere infrante, almeno questo è alla base dell’atteggiamento generale, che si evince dalla società moderna, composta principalmente da un’“umanità” scossa e percossa da se stessa.
Le manifestazioni No violent fondate per i diritti civili, ottenute con i fucilati in piazza, gli impiccati, i lapidati etc. le marce, le assemblee pubbliche contro ogni sopruso, i morti, i santi, gli eroi laici e quelli nati sotto i bombardamenti, sono stati dimenticati, esiliati ai confini di una memoria storica che lentamente si va dimenticando, tra i singoli individui che compongono l’attuale società, diversa e divisa dal fine di perseguire un obiettivo comune.
Oggi tutto si basa su cumuli di macerie di quello che ieri veniva considerato necessario. Necessario era: l’etica, la morale, la restituzione della propria dignità, la lotta contro ogni forma di abuso, sia esso fisico che psichico, costruire la società su la prima regola fondamentale, quella cioè di difendere gli ideali di libertà ed uguaglianza.
Invece oggi sembra godere di perfetta salute, il menefreghismo, l’egoismo e l’esasperazione, sentimenti covati negli oscuri abissi del DNA umano, ormai dischiusi come le uova di un parassita infestante, pronti per vivere il tutto a misura di stress.
Nonostante l’umanità abbia conosciuto gli orrori delle guerre, le devastazioni ambientali dovute alle esplosioni di congegni nucleari, i dittatori, i nazisti, le calamità naturali, indomabili e inarrestabili, la riflessione della stragrande maggioranza degli individui, si atrofizza su un unico concetto, quello cioè dell’economia.
Il mondo, un piccolo condominio che si affaccia sull’universo, non pare possa essere un pianeta vivo, con l’acqua a dargli moto, con l’atmosfera a donargli l’alito della vita, piuttosto sembrerebbe un melanoma cresciuto nel nucleo dell’immortalità. Un pianeta piatto, ignaro della grandezza intorno a lui.
I vecchi principi basati sulla democrazia parrebbero appartenere a quelle leggende epiche, tramandate come favole per bambini.
“La differenza tra dittatura e democrazia è che in democrazia prima si vota e poi si prendono ordini, in dittatura non dobbiamo sprecare il nostro tempo andando a votare…” (Charles Bukowski)
Dunque è questo il risultato dell’evoluzione?
Roma, Caput mondi, Roma che incontrò e fece nascere tra i suoi sette colli, le grandi fondamenta per la civiltà, oggi è diventata un vasto contenitore di ipocrisie e luoghi comuni.
Nel 2014 dopo la divisione dell’atomo, le leggi della fisica Newtoniana, l’abbattimento della schiavitù e quello del muro di Berlino, gli eretici bruciati sui roghi, la forza della non violenza, la rivoluzione industriale e le nuove leggi sulla tutela del lavoro (con le donne morte per essa), i moti carbonari, la scoperta della materia oscura, i cloni, le cellule staminali, il crollo delle dittature, il dadaismo, la Bauhaus, il computer, il dagherrotipo, i figli dei fiori, i social & new media, le App, la tutela dei diritti degli animali, l’energia pulita e molto altro ancora, cosa hanno prodotto?
Una società “panica”, abbrutita e disarmata dalla prepotenza del singolo, il rischio non è solo la dilagante piaga malavitosa, con furti, prostituzione, sfruttamento di minori, corruzione etc. ma è anche il danno mosso contro il diritto dell’individuo più debole, malato costretto a vivere ai limiti della miseria.
Le condizioni catastrofiche delle strade anche nel centro storico, l’obbligo di pagare tasse che offrono servizi fatiscenti, mezzi pubblici inquinanti e disastrati senza alcuna manutenzione ed igiene dovuta al passeggero, i ritardi, l’inquinamento acustico, le interminabili file negli uffici pubblici a causa degli impiegati non adeguati ed affatto redarguiti dal superiore, nel caso in cui essi facciano ingiustizia illecita ad un cittadino ormai stanco di eterne promesse e di eterne attese. La tassa sull’immondizia, sotterrata abusivamente ovunque, lasciata marcire al sole, con i bidoni della raccolta differenziata che scolano nauseabondi liquami. Al posto dei gatti, ormai destinati all’estinzione data l’abominevole decisione di sterilizzarli in continuazione, topi che crescono e si cibano della speranza di un mondo migliore.
Nella capitale italiana ormai è palese agli occhi di tutti, lo sfacelo dilagante, la corruzione, l’ottusità mentale di ogni cittadino. Qui si vive sulla regola del “vinca il più forte” un ritorno ad un far west retrogrado, legittimato dall’illegalità del fare e dire senza tener conto che la libertà dell’uno finisce dove comincia la libertà dell’altro.

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I visionari, i coraggiosi, i rivoluzionari qui, in questa capitale, sono costretti a tacere se, vedendo un’aggressione, vivendo in prima persona un evento traumatico, come potrebbe essere un automobilista impazzito che tenta di speronarli con la propria vettura, motorini lanciati come kamikaze nel traffico senza più regole, un furto, o peggio altro ancora, non hanno il diritto di chiamare immediatamente una pattuglia che faccia un sopralluogo, no anzi, hanno l’obbligo di recarsi al primo commissariato per sporgere denuncia, così mentre il visionario, il coraggioso, il rivoluzionario si perde nelle mille e più burocrazie italiane, il prepotente ha tutto il tempo di compire il suo atto vandalico.
In quest’epoca iperteconologica, telematicamente amante di una masturbazione neuronale, dove regna sovrano il caso dell’avere, dell’accumulare compulsivamente quanto più sia cumulabile per lasciare tutto lì, in un calderone asfittico, si procede all’insegna dell’incoscienza plurale, dove si fa Molto rumore per nulla.