Interviste

Intervista

Il Cratere un film di Silvia Luzi e Luca Bellino

EscaMontage intervista Silvia Luzi

 

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Tra fabbriche, dittatori, occupazioni, fiere, paesi e padroni, schiavi e ribelli. E in mezzo la “strada” e i cantori del presente. Non è tutto “reality” ciò che luccica. Anzi è fiction, ma è tutta realtà. Immersa nel “cratere”. Dalla XXXII Settimana Internazionale della Critica della Mostra Internazionale del Cinema di Venezia 2017, dove ha guadagnato abbondanti plausi, esperimento di linguaggio ibrido, per un genere di Cinema indipendente e risoluto quanto visionario e partecipe dei “suoi” e dei nostri mondi, “Il Cratere” primo lungometraggio di fiction dei documentaristi Silvia Luzi e Luca Bellino è l’unico film italiano in concorso al Festival Internazionale di Tokyo, che inizierà il 25 ottobre. Due giovani autori con una missione civile che trascende la Settima Arte e viceversa, che si sono incamminati sul sentiero di un cinema dove la finzione racconta la realtà, si lega e fonde in modo quasi impercettibile ad essa.


Come nasce questo film?https://i1.wp.com/www.kinoweb.it/cinema/il_cratere/alta/ilcratere_12.jpg
Nasce dalla fantasia, abbiamo immaginato totalmente la scenaggiatura, attingendo da un mondo che conosciamo. Per la sceneggiatura abbiamo vinto il bando ministeriale e da lì tutto ha preso corpo. La scrittura aveva già tutti gli elementi, il rapporto genitore-figlia, il desiderio di riscatto sociale, l’adolescenza, etc anche del luogo, dell’humus culturale in cui abientare tutto, eravamo certi… Poi per trovare gli intepreti siamo andati in quello spazio immaginifico e reale, nel “cratere”, tra Napoli e Caserta, e abbiamo iniziato una sorta di casting sui generis… Siamo andati in giro, tra tv private dove si esibiscono tanti giovanissimi, e poi una serie di incontri con le famiglie… ci servivano un padre e una figlia oppure una madre e una figlia che avessero tale parentela anche nella realtà, per riportare in modo forte e naturale la disfunzionalità della famiglia… avevamo trovato le storie che ci interessavano e un giorno alla Fiera della Madonna di Pompei ci siamo imbattuti in questa ragazzina che cantava e attirava molte persone, con questo peluche… che è entrato a far parte della fiction. Un padre e una figlia, due talenti se vogliamo inconsapevoli…


…costellazioni flebili, luci che lottano contro l’oscurità della società… chi rappresentano i protagonisti del film e il loro mondo?

Sono un archetipo universale… i sogni del padre che si riversano sulla figlia… In fase di scrittura Luca ed io avevamo pensato a Federica Pellegrini, questa ragazza sotto la pressione di un grande sogno, gli allenamenti, le crisi d’ansia… proveniente da tutt’altro mondo, è nei contesti più borghesi se vogliamo, che si attiva questo meccanismo… Il nostro habitat era quello del mondo neomelodico: qui il processo è più rapido, immediato… si viene pagati per le esibizioni, si paga anche solo 30 euro per poter andare in tv private a cercare gloria, riconoscimento… I due protagonisti de “Il Cratere”  rappresentano semplicemente questo contesto… Sharon è il simbolo vivente di questa adolescenza in cui i desideri genitoriali si scontrano con quelli dei figli… raccontiamo due ribellioni, un padre che vuole un riconoscimento sociale e uscir fuori dal “cratere” e una figlia nella sua fase di rivolta per eccellenza. Su tutto la famiglia come cratere nel cratere… in un cortocircuito tra realtà e fiction… tutto chiuso in un unico ambiente, fatto di primi piani che nutrono l’ossessione vissuta dai personaggi… la claustrofobia…

Silvia, con Luca Bellino, dopo due documentari di forte impronta sociale, (Dell’Arte della Guerra e La Minaccia) avete fondato la vostra casa di produzione, Tfilm, per la quale Il Cratere è il primo lungometraggio di fiction, che nel frattempo, come abbiamo da poco saputo, è l’unico film italiano selezionato al Film Festival Internazionale di Tokyo. Come vivete la sfida dell’indipendenza in questo momento di riconoscimenti?

Beh Tokyo è stata una grande sorpresa… Perché creare Tfilm? Volevamo sicuramente  sganciarci dalle “normali” logiche produttive, quindi è stato un percorso logico diventare indipendenti, per evitare di invischiarsi nei processi e nelle burocrazie della produzione. La volontà ovviamente era ed è avere maggiore indipendenza possibile e nello stesso tempo cercare i percorsi più adatti al nostro cinema anche di fiction, che si avvicina, nei modi e nei tempi produttivi, al documentario, ed ha quindi sue dinamiche proprie… Con Tfilm abbiamo prodotto anche altri autori e creato una rete di collaborazioni internazionali. Con “Il Cratere” le condizioni erano quindi ottime… RaiCinema, in coproduzione, ha lasciato carta bianca, abbiamo lavorato in libertà… Tokyo è stata una sorpresa perché è un festival enorme, il più imporante del mercato asiatico e seleziona pochissimi titoli andiamo tra i grandi “mostri” dei Cinema… Una fortissima emozione…

Si apre tutto l’universo dei festival e dei mercati internazionali, sicuramente aperti ad uno sguardo profondo e complesso come quello lanciato da “Il Cratere”. Che sembra essere per voi una vera e propria cifra stilistica. Prossimi progetti insieme in tale direzione e non solo?

Il tema della rivolta rappresenta il nostro tema principale, l’odio sociale, la ricerca del riscatto attraverso la ribellione.. a questo si è aggiunto il nucleo familiare, il grado zero di ogni rivoluzione… stiamo lavorando ad un nuovo soggetto ora in fase embrionale… Sicuramente l’amalgama fiction e non fiction è la nostra cifra… così come usare attori non professionisti e poi i nostri luoghi… E’ quello che ci piace fare e guardare al cinema… Mutuare dalla realtà, è un po’ il processo contrario a quello del documentario… qui il reale è a servizio del tuo immaginario ma è la verità… il “cratere” è vero nei luoghi nei costumi negli oggetti nei rapporti… credo sia una strada, magari non semplice, ma percorribile, che come autore ti da possibilità di ampliare gli orizzonti, di avere libertà.

 

Il Cratere
un film di SILVIA LUZI, LUCA BELLINOsoggetto e sceneggiatura    
SILVIA LUZI, LUCA BELLINOcon la collaborazione di
ROSARIO CAROCCIAfotografia, suono e montaggio        
SILVIA LUZI, LUCA BELLINO
musica originale
ALESSANDRO PAOLINI
con il brano “Na Stella” di Fausto Mesolella                    
interpretato da GIANMARIA TESTA
sound design  STEFANO GROSSO
montaggio del suono e mix
DANIELA BASSANI
MARZIA CORDÒ
GIANCARLO RUTIGLIANO
post-produzione video
MAURO VICENTINI

prodotto da
LUCA BELLINO, SILVIA LUZI
una produzione TFILM
con RAI CINEMA

con contributo economico del
MINISTERO dei BENI e delle ATTIVITÀ CULTURALI e del TURISMO DIREZIONE GENERALE CINEMA
in collaborazione con
BRITDOC
PULSE FILMS
con il sostegno di FILTEX srl
World Sales ALPHA VIOLET, Parigi

         
nazionalità ITALIANA
anno di produzione 2017
durata 93’
shooting format Sony Super35 4K

             
CAST ARTISTICO
per la prima volta sullo schermo
ROSARIO CAROCCIA
SHARON CAROCCIA

in ordine alfabetico:
Tina Amariutei
Assunta Arcella
Imma Benvenuto
Eros Caroccia
Mariaelianna Caroccia
Rosario Junior Caroccia
Rosario Petrone
Davide Russo
Genny Valentino

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Intervista

Incontro con la regista Anna Di Francisca

L’autrice di Due uomini, quattro donne e una mucca depressa e la sua via per un cinema “muticulturale” e non solo…

 

Risultati immagini per anna di franciscaDue uomini, quattro donne e una mucca depressa. Tra commedia corale e viaggio filosofico-ironico nel senso della vita e molto “oltre” la routine di un compositore di “folli sinfonie per ruminanti”. Come nasce l’idea di questo film? Come arrivi al contesto spagnolo?

 

Il film nasce dall’idea di raccontare una situazione di spaesamento, vissuta dal protagonista, Edoardo, compositore di colonne sonore. Il suo punto di vista diventa anche il mio punto di vista  sulla Spagna, come luogo di evasione. Edoardo è in conflitto con la sua realtà culturale e con la propria vita privata e lavorativa, vive poi l’ingerenza della Chiesa sul suo lavoro in modo claustrofobico… Rifiuta infatti una commissione ed è la goccia che fa traboccare il vaso. Quella di Edoardo vuole essere una situazione condivisibile credo a molti di noi italiani in questi tempi di confusione e di conflitto con la propria società … La Spagna entra quindi nel film come possibilità di fuga, è l’approdo di Edoardo per il suo periodo sabbatico… Poteva essere scelto un altro paese ma il senso era proprio realizzare una commedia che non fosse “italiana” nel senso stretto del termine, senza nulla togliere alla nostra meravigliosa commedia italiana, ma desideravo un taglio europeo, anche ragionando da spettarore (penso a film come Calendar girl, La cena dei cretini, Full monty, Caramel…)… Il mio mondo di sensibilità è quel mondo, e ovviamente come regista dovevo prendere una direzione, tutto ciò senza snobismi, è sicuramente un fatto di gusto, personalmente mi ritrovo più nella commedia europea, sia da spettatrice che da regista… Servivano perciò paesi che dessero respiro internazionale al film, credo che quando le queste cose siano naturalmente importanti nella storia stessa, avere poi coproduzioni che rispondano a questa esigenza e corispondenza di luoghi e atmosfere vitali all’opera, ti porti a realizzare esattamente il film che cercavi.

Un film quindi multilingue e multiculturale…

Risultati immagini per due uomini quattro donne e una mucca depressaSì, l’incontro tra culture per me è importante… sono affascinata dalla multiculturalità in generale… ovviamente  nel mio film viene affrontata in modo ironico, le tematiche sono trattate con leggerezza, per citare un episodio, il generale che spara alla cicogna dandole della “migrante di merda”…

A proposito di cicogne, mucche e altri compagni di avventura… Episodi particolarmente curiosi dal set?

La mucca depressa ha avuto anche un suo doppio, abbiamo dovuto cercare un’altra mucca pezzata che fosse uguale, poiché dovevamo girare in più posti…
Molto bello è stato lavorare con Neri Marcorè, bella persona oltre che grande attore, che porta una grande armonia sul set, e d
al punto di vista linguistico è talmente una spugna che quando lavoravamo col coach di lingua in Spagna, Neri aveva un accento talmente vicino al  dialetto valenciano che il coach gli ha chiesto di toglierlo… è stato esilarante perché Neri in realtà non parla una parola di spagnolo… è la magia a volte di certi attori… Ha lavorato in modo fantastico con lo stupendo attore argentino Héctor Alterio. Neri ha confessato che gli è piaciuto tanto perché era come lavorare con suo nonno… Héctor è un attore fenomenale, l’unica volta che ha sbagliato un ciak ha dato lui stesso lo stop alle riprese, per ripetere, e ha chiesto scusa alla troupe… penso a quanti attori dovrebbero imparare da un professionista così, che fa ancora i teatri pieni a Madrid nonostante l’età… ha avuto tante esperienze… tra tutte, Héctor partì per un festival in Spagna da giovane e la moglie lo chiamò dall’Argentina per dirgli di non tornare o li avrebbero eliminati tutti, tanto che la famiglia lo raggiunse poi in Spagna… Un uomo e attore carismatico e di esempio per tutti…
Nell’insieme c’è stata una grande comunione tra attori, un cast di stranieri, multiculturale appunto, anche la presenza di Serena Grandi è stata molto generosa, ha sposato questo suo personaggio in modo divertito e autoironico, all’inizio spaventata di essere ingoffita, poi molto felice… anche Manuela Mandracchia è stata incredibile, è attrice teatrale ma ha un grande carisma al cinema ed è un esempio di quegli attori meno scoperti per il grande schermo che meritano molto di più…

Come e dove possiamo vedere in questi giorni il film?

Mariposa, la distribuzione, sta lavorando con grande professionalità, sono molto combattivi, siamo attualmente in circa 30 sale e a Roma saremo al Farnese per tutta la settimana… torneremo anche all’Apollo11… Siamo anche allo Stardust e aspettiamo nuove sale!

Qualche anticipazione sui tuoi nuovi progetti?

Diciamo che i due progetti su cui sto lavorando di più si ambienteranno uno in un paesino emiliano e uno in paesino umbro… ma torna il fattore multiculturalità con storie totalmente differenti unite da questo filo che per me è molto interessante e mi segue sempre, come del resto i microcosmi… nei quali guardo i personaggi come in un acquario con una lente… sono affascinata dai posti piccoli e quindi cercare storie che si leghino a tutto ciò, a quei mondi da cui osservare la realtà…

Intervista

Coperti Nuova Oz

Davide Cortese e “Nuova Oz”

E’ appena uscito il nuovo libro di Davide Cortese. Abbiamo incontrato questo autore delle Isole Eolie che da anni vive nella capitale e gli abbiamo posto qualche domanda.

“Nuova Oz”, il tuo libro di racconti edito da Escamontage, è una galleria di stravaganti personaggi. A quale delle tue creature sei particolarmente affezionato?

Sono affezionato alla figura di Crisantemo, un bambino che spende molto del suo tempo tra le lapidi di un cimitero perché è lì che svolge il suo singolare lavoro (lavoro del quale non vi anticipo nulla). Il cimitero è anche il luogo dove il piccolo Crisantemo si innamorerà per la prima volta. Ho voluto ambientare questa storia a Roma, nel cimitero monumentale del Verano.

Quali sono gli autori di narrativa che prediligi?

Amo molto Calvino, Pasolini, Goffredo Parise e, tra gli stranieri, Hesse, Genet, Kerouac e Carver. 

“Nuova Oz” è un libro impreziosito da alcuni tuoi originalissimi disegni. In te è nato prima l’amore per l’arte figurativa  o quello per la scrittura?

Credo di aver iniziato prima a disegnare. Da bambino dicevo di voler diventare un pittore. Ma anche l’amore per la scrittura è nato quand’ero piccolo: ho iniziato a raccontare e a raccontarmi sui banchi di scuola, grazie agli stimolanti temi assegnati dalla mia maestra, l’indimenticabile signorina Tonuzza.

ritrattoalessiasiano9Il libro di Davide Cortese verrà presentato al pubblico il 4 maggio 2016  alle 17.30 presso la Federazione Unitaria Italiana Scrittori (FUIS), Piazza Augusto Imperatore, 4 – Roma. Interverranno Iolanda La Carrubba, Sarah Panatta, Agostino Raff e Natale Antonio Rossi.  Sarà presente l’autore.

Ritratto di Davide Cortese, di Alessia Siano

Intervista

“…e lo chiamerai destino”


intervista di Lisa Bernardini

 

coverlibro

Ho  incontrato a Roma, in una assolata mattina di febbraio, Marco Tullio Barboni, noto  regista e sceneggiatore la cui famiglia ha segnato tratti importanti del cinema italiano d’Autore. Lo zio Leonida è stato un magistrale direttore della fotografia, amatissimo da Anna Magnani; il padre Enzo,  prima operatore alla macchina poi direttore della fotografia ed infine regista con lo pseudonimo di E.B. Clucher, ha legato gran parte della sua fama a film interpretati da  Bud Spencer e Terence Hill e all’indimenticabile filone degli spaghetti western. Frequentatore di set fin da bambino, Marco Tullio e’ stato  lui stesso regista e  sceneggiatore, ed ha proseguito la carriera familiare con caparbieta’ e notevole talento. Uomo di profonda  cultura e variegati interessi, vede pero’  il suo prossimo  futuro come scrittore ed Autore di futuri, nuovi testi teatrali, da tradurre anche in lingua inglese e magari  da esportare in America. E’ appena uscito il suo primo libro, “…e lo chiamerai destino”, edito da Edizioni Kappa.

marco tullio barboni

La presentazione ufficiale del volume avverra’ a Roma, presso il Teatro La Salette, il prossimo 9 marzo. Organizzazione promozionale dell’evento a cura dell’Occhio dell’Arte e della sottoscritta.

Una famiglia di grandi autori cinematografici, la tua. Una vita spesa nel cinema. I vostri successi più grandi quali sono stati, brevemente?

Non è facilissimo essere brevi in quanto stiamo parlando di oltre mezzo secolo di cinema e di, come preferisco chiamarlo, cinema per la televisione. Di mio zio Leonida posso dire che è stato uno dei più grandi direttori della fotografia degli anni ’50 e ’60. Prediletto da Anna Magnani, ha lavorato per delle autentiche leggende, da De Sica a Bolognini, da Monicelli a Lattuada, da Blasetti a Germi. Mio padre ha cominciato a lavorare come assistente operatore insieme con lui per poi continuare e risalire la carriera, dal “versante fotografia” si potrebbe dire, fino a diventare regista nel ’70 e ottenere un successo clamoroso con “Lo chiamavano Trinità” prima e “Continuavano a chiamarlo Trinità” poi. Per quello che mi riguarda, dopo una breve esperienza come aiuto regista proprio in occasione di quei due film, mi sono orientato sulla scrittura cinematografica e, al termine degli studi universitari e dopo molti corsi di,appunto, scrittura creativa e cinematografica, ho stabilito una sorta di “sodalizio familiare” per cui scrivevo tutti i film che mio padre dirigeva, collaborando poi con lui anche sui set. Sono stati anni particolarmente ricchi di straordinarie esperienze perché ciò ha significato seguire tutte le fasi, dall’ideazione alla realizzazione alla diffusione dei film sia in Italia che all’estero: prevalentemente negli Stati Uniti ma anche in Brasile e Spagna. Collaborando, per giunta, con straordinari interpreti: Terence Hill e Bud Spencer, prima di tutti, ma anche con Giuliano Gemma, Robert Vaughn, Vincent Gardenia e tanti altri. Dopo la scomparsa di mio padre, ho continuato con la scrittura, prevalentemente di serie televisive: una per tutte, che ricordo con particolare piacere, è stata Extralarge che ha rappresentato due stagioni di fiction di ottima fattura, tanto da conseguire un grande successo internazionale. Il desiderio di trattare tematiche diverse da quelle consentite dalla fiction commerciale mi ha indotto poi anche a scrivere e dirigere due cortometraggi. Uno di essi, in particolare, che, con esplicito riferimento ad uno scritto di Rabelais ho intitolato “Il grande forse”, ha ottenuto, anche grazie ad una magistrale interpretazione di Philippe Leroy, un notevole successo nei festival specializzati di diversi paesi del mondo.

Una esperienza lavorativa così variegata ed intensa, la tua che poi è servita ad introiettare cultura ed interessi a 360° ed a deviare verso strade che oggi sembrano maggiormente interessarti, come quella di scrivere nuovi testi che paiono adatti per un teatro d’autore.

Sì, è così. Il problema è che si tende spesso, ed il più delle volte impropriamente, ad operare, soprattutto ma non solo nello spettacolo, una omologazione tra la persona ed il suo lavoro. Come se non potessero esistere interessi, passioni e desideri di approfondimento in settori diversi da quello. Ricordo che una volta, molti anni fa, dopo la fine degli studi universitari e l’inizio dell’attività da sceneggiatore per la coppia Terence-Bud, un giovane collega conosciuto nel corso la mia breve attività di assistente di Istituzioni di diritto e procedura penale mi disse: “ Certo che da le analisi sulla personalità del reo ai fini della valutazione della repressione penale ai cazzotti in testa…hai fatto un bel salto mortale!”. Analogamente, adesso, in occasione dell’uscita del libro, persone che ne sono venute a conoscenza e che non sentivo da tanti anni, si sono sorprese del fatto che, seppur nel modo originale e fruibile in cui l’ho fatto, abbia voluto e potuto trattare il tema del rapporto tra conscio ed inconscio, in quanto in qualche scomparto della loro mente mi avevano catalogato sotto il cliché di scrittore di film d’azione. Io, viceversa, credo che sia proprio coniugando il mestiere con la passione e quindi con interessi che magari sono nati e si sono alimentati successivamente alla scelta di quella professione, che si possa produrre qualcosa di veramente originale ed interessante. “…e lo chiamerai destino” è nato così.

“…e lo chiamerai destino” e’ un libro edito dalle edizioni Kappa. Quali sono le letture che lo hanno ispirato?

Sono tante, per la verità. Dai libri di Bruce Lipton sulla biologia delle credenze a quelli di Robert Williams, il creatore del metodo Psych-k per favorire l’allineamento tra conscio ed inconscio; da scritti di Daniel Goleman come “Intelligenza emotiva” ad altri del decano degli psicologi statunitensi David Hawkins come “Il potere dei condizionamenti”…ma quello che forse, più di tutti, mi ha ispirato è stato “Pensieri lenti e veloci” del premio Nobel Daniel Kahneman. Tutto il libro è una perla ma in particolare mi ha colpito il passaggio in cui definisce il rapporto tra l’inconscio ed il sé conscio come, letteralmente, uno psicodramma con due personaggi, nel quale uno è un comprimario che crede di essere il protagonista. E’ stato allora che ho pensato: raccontiamolo questo psicodramma, mettiamolo in scena.

La struttura è dialogica per l’intero corpo della narrazione ed è cosa rarissima. Come ti è venuto in mente di partorire un prodotto letterario così particolare? E perché? Lo tradurrai in altre lingue?

L’occasione è stata…tanto per rimanere in argomento…la sincronicità tra stesura da parte di mia figlia della sua tesi di laurea su “Il codice di Perelà” di Palazzeschi e la contemporanea lettura da parte mia di “Due pinte di birra” di Roddy Doyle. Due testi per molti versi agli antipodi ma accumunati dall’utilizzare la struttura dialogica rispettivamente per quasi tutta o tutta la narrazione. Nell’un caso e nell’altro da quei dialoghi emergeva un mondo, non solo e non tanto in senso geografico ma un mondo di emozioni, di sentimenti, di atmosfere… E perciò, anche in forza del mestiere di cui parlavamo poco fa, ho pensato fosse particolarmente appropriato strutturare così “…e lo chiamerai destino”. Una scelta, insomma, che mi è sembrata giusta e congeniale. Se lo tradurrò in altre lingue? In questo momento, con il libro in uscita, è prematuro considerare questa possibilità ma…certo: non mi dispiacerebbe affatto. La tematica, oltre ad essere universale, non smetterà mai di essere attuale. Ed il modo molto poco convenzionale in cui l’ho affrontata credo possa rappresentare un ulteriore elemento di curiosità. Del resto, è stato Freud a dire: “Scherzando si può dire tutto. Anche la verità.”

La prima presentazione al pubblico del tuo lavoro dove avverrà? E chi hai coinvolto in questa presentazione?

La prima presentazione avverrà al teatro “Le Salette”, un piccolo, delizioso teatro del quartiere Borgo il cui direttore artistico è Alfonso Di Vito, un mio vecchio amico con esperienze nell’editoria e con una viscerale passione per il teatro di Eduardo di cui è anche un eccellente interprete. Non solo devo a lui la conoscenza con Riccardo Cappabianca che ha aperto la strada alla pubblicazione del libro ma gli devo anche gratitudine per i mille consigli che mi ha dispensato aiutandomi ad orientarmi in un settore che era per me territorio ignoto. Inoltre, nella sua veste grafica, “…e lo chiamerai destino”, è stato immaginato nel teatro “Le Salette”, tra una prova e l’altra della compagnia amatoriale di Alfonso o prima della rappresentazione di una delle altre che utilizzano il suo teatro. Pensare al teatro “Le Salette” come sede della presentazione è stato quindi consequenziale. Quanto alle persone che verranno coinvolte, conto di, per così dire, “miscelare” personaggi di cinema e televisione…sceneggiatori, maestri di musica, direttori di fotografia, attori…magari anche gli stessi Bud Spencer, se non sarà in giro per il mondo come spesso gli capita, o Terence Hill, se non sarà impegnato full-immersion con Don Matteo…con altri più vicini alla materia che il libro tratta, a cominciare dal professor Domenico Mazzullo, uno dei più noti psichiatri italiani che ha apprezzato “…e lo chiamerai destino” al punto che, con l’editore, abbiamo pensato di inserire la sua recensione nella retrocopertina del libro.

Che rapporto ti lega oggi a Bud Spencer e Terence Hill? Bud Spencer ha addirittura scritto nel volume, a suo modo, una piccola recensione.

Il libro è dedicato ad E.B. Clucher -che era lo pseudonimo di mio padre- ed alle sincronicità. Ebbene, io penso che Bud Spencer e Terence Hill abbiano giocato un ruolo da assoluti protagonisti anche in quelle sincronicità cui mi riferisco. Dalle quali sono stati, a loro volta, coinvolti e, visti gli esiti della collaborazione con mio padre, favoriti. “Lo chiamavano Trinità” è stato frutto di una magica alchimia che, per un niente, avrebbe potuto svanire. Viceversa si è realizzata cambiando le vite di tante persone: non solo quelle di E.B. Clucher, di Bud Spencer, di Terence Hill, del il produttore Italo Zingarelli o del sottoscritto. Anche quelle delle molte, moltissime altre persone che, in molte parti del mondo, hanno avuto opportunità di lavoro dal filone che si è generato: una circostanza questa che rappresentava grande motivo di soddisfazione per mio padre. E’ in quest’ottica che considero Terence e Bud, più che semplicemente degli amici, una sorta di fratelli maggiori, tanto sono parte della mia vicenda personale.

Edizioni Kappa è una importante casa editrice. Come pensate di collaborare per far capire l’importanza letteraria di questo volume al lettore.

Ho avuto la fortuna di instaurare subito un ottimo rapporto personale con Riccardo Cappabianca il quale ha condiviso l’opportunità di affiancare agli strumenti tradizionali…dalle presentazioni, alle interviste come questa…anche forme meno convenzionali come un sito che descrive le intenzioni, lo stile e la chiave narrativa del libro ed una sorta di promo, piccola concessione alla mia anima “cinematografara”, che suggerisce i motivi per cui “…e lo chiamerai destino” merita di essere letto. Sappiano entrambi che un libro con le caratteristiche del nostro rappresenta una scommessa ma intendiamo giocarla con convinzione ed entusiasmo.

Sito Ufficiale di Marco Tullio Barboni: http://marcotulliobarboni.com/

Per info sul suo primo libro: http://www.elochiameraidestino.com/

 

 

Interviste: “Deadstar”, al secolo Enrico Petrelli

a cura di Lisa Bernardini

 

Un vulcano. Un ciclone.

Carismatico nonostante una giovane eta’, a dimostrazione che per avere stoffa non serve molto: basta esserci davvero dentro,  personaggio. E poi lavorarci su per esserlo al meglio. Ecco  di seguito un “face to face” breve, ma intenso, durante una pausa dai suoi tanti impegni di lavoro. Sono andata a trovarlo a Roma, su un set.

 Deadstar: un nome “curioso” che apre a tante domande. Come è nato questo nome d’arte?

Dead è il lato “scuro”, meditativo; “star” è luce, il lato solare, allegro (nelle mia canzoni ci sono melodie allegre (I feel happy e I’m no more impressed, in “maggiore”, e altre melanconiche come “They want to take me back home”). Devo darti un cd per farti scoprire il mondo musicale Deadstar (n.d.r.: sorride mentre finisce la frase).

La tua storia biografica in breve; cosa vuoi che la gente sappia assolutamente di te?

Sono cantante prima di tutto, produttore e autore di musica , in linea di massima pop, ed ho un’etichetta discografica.

Hai avuto collaborazioni importanti: Boy George, Amanda Lear… nomi che hanno un posto importante nella storia dello show-biz. Il tuo ruolo come lo vedi identificato? E soprattutto… cosa vuoi che il pubblico scopra di te grazie ad una intervista come questa?

Sono stato per tanto tempo produttore esecutivo ed artistico di progetti miei per altri. Nel caso della Lear anche autore dei brani ed ho duettato con lei. L’aspetto “cantautoriale pop” (canto e scrivo pop, per dirla in termini “elementari”) e quello del personaggio “glam” e dei video si sono potuti vedere di meno e vorrei metterli in risalto.

La musica come viene vissuta per un artista come te che si occupa anche di produzioni?

Come un progetto “completo”. La musica oggi andrebbe fatta come si faceva prima: i cantautori facevano tutto, suonavano (anche piu’ strumenti in un disco), arrangiavano e cantavano. Oggi il concetto è piu’ ampio: devono anche sapere fare “altro”. Anche se invece quello che viene passato è che la musica sono i reality, che sono l’antitesi della buona musica.

Progetti importanti in vista. Ce ne parli brevemente?

Un video di un inedito,  “The lady”, che sarà colonna sonora di una serie tv web con un personaggio pubblico di cui non posso svelare il nome… ed è un progetto per cui stiamo facendo molti casting; The naked band, una band di ragazzi che cantano live … e in un video, completamente nudi!

Il tuo sogno più grande nel campo della musica, sia come cantante che come produttore.

Avere quella che gli inglesi chiamano… recognition!

 

Altre info su Deadstar:

www.deadstaronline.net

www.justgoodmusic.info

www.amanda-lear-brief-encounters.com

canale youtube www.youtube.com/user/JustGoodMusicVideos

Intervista: Francesco Ciccotti, grandangoli del “presente”

(esca) Intervista: Francesco Ciccotti, grandangoli del “presente”

Una visione “wide” del mondo. Il culto dell’esplorazione totale, attraverso l’immagine fotografica che sia “funzione” e scoperta. La fotografa e organizzatrice culturale Lisa Bernardini intervista il fotografo-architetto Francesco Ciccotti, che ci racconta i suoi progetti, tra fotografia, design e…

IMG_2497Francesco Ciccotti presenta Francesco Ciccotti: in poche parole, se dovessi descriverti, chi sei ?

Sono uno che cerca di fare al meglio le cose… un curioso e soprattutto un entusiasta che cerca la piacevolezza nelle cose che vive…e cerca di viverle con semplicità…se fossi nato in Giappone, potrei definirmi un tipo “WABI-SABI”…

Quando nasce il tuo amore per il mondo dell’immagine ?

Più o meno da quando sono nato…ho sempre amato guardare le vecchie foto di famiglia riposte in un cassetto, che sistematicamente mettevo a soqquadro…poi, come tutti gli adolescenti, cominciai ad usare una macchina fotografica per fare gli scatti delle vacanze (una Lubitel 6×6 che regalarono a mio padre…); ma fu all’età di 17 anni, quando un amico mi coinvolse a frequentare un corso di fotografia, che naque il grande amore per questa arte. Tanto è che, fin dall’età di 14 anni, tutti i periodi di vacanze scolastiche me ne andavo a lavorare per racimolare i soldi per poter partire per le vacanze, ma l’estate del mio diciottesimo compleanno rinunciai alle vacanze con gli amici e mi comperai la prima reflex analogica, una Nikon FM…ne ricordo ancora l’odore di quando la tolsi dalla scatola.

IMG_4008Quanto la tua lunghissima carriera di architetto influenza il fotografo che è in te, e quanto il contrario ?

Beh…ho sempre pensato che le due attività fossero state influenzate l’una dall’altra…entrambe mi stimolavano il gusto per la composizione, l’uso attento della luce ed infine, ma non per ultimo, la voglia di comporre non solamente per un mero gusto estetico, ma per rendere entrambe “funzione”…

Hai viaggiato in molti luoghi del mondo: quale ti è rimasto più nel cuore, e perché?

Ogni luogo ha il proprio fascino e punto di interesse; ho visitato la modernità Occidentale e la ruralità dei cosiddetti Paesi del terzo Mondo…due faccie della stessa medaglia…la nostra esistenza. Con il passare degli anni, ho sempre di più spostato il mio fuoco di interesse sui secondi e questo è coinciso con una mia maturità interiore…mi è sempre di più interessato l’uomo nei suoi fabbisogni primordiali, denudato da qualsiasi sovrastruttura; fatto di semplicità, di naturalezza, di profondità negli sguardi e nei rituali quotidiani. Quanto più lontane sono state le culture che ho incontrato, tanto più intense sono state le emozioni che ne sono scaturite…quanto più sorpresa si manifestava nella scoperta delle diverse sfumature che l’uomo ci presenta, tanto più entusiasmo animavano e animano i click della mia macchina fotografica.

DSC_1352Nel 2015 hai una sfida professionale da realizzare: presentare in tutta Italia il tuo ultimo progetto, “PanoramicaMente”. Un lavoro splendido, a metà tra la Fotografia ed il Design, che è stato recensito dal grande critico Enzo Carli e che presenterai a tutti gli amanti dell’Arte Moderna. Parlacene.

Per quanto l’essere umano rappresenti per me uno dei maggiori interessi a livello emotivo, cerebrale e professionale, nel tempo ho collezionato frames di varie tipologie di immagini…di foto e soprattutto di vita vissuta. Le mie esperienze fotografiche hanno esplorato in vari campi, spaziando in diversi settori… dalla natura allo sport, dal ritratto alla moda, dallo spettacolo alla foto d’architettura…ed è proprio in questo ambito, in simbiosi con la mia anima parallela, spinto dalla mia vena di progettista specializzato negli “interni”, che la fotografia panoramica, trova il suo comune denominatore, a metà tra arte, architettura e fotografia. Ho sempre auspicato ad una visione “wide” del Mondo e di conseguenza ho sofferto la visione costretta della lente fotografica; negli anni, ho attraversato le mie fasi da fotografo utilizzando i vari strumenti offerti dal mercato e nel tempo mi sono ritrovato a preferire sempre meno ottiche spinte con le quali avvicinavo i soggetti come ad una bizzarra forma di vojeurismo, per poi arrivare a scegliere lenti grandangolari con angoli sempre più ampi, che mi permettevano di entrare a far parte della scena stessa. Così, dal supergrandangolo, sono approdato ad utilizzare delle sequenze multiscatti da accoppiare, al fine di ottenere una visione delle cose più ampia possibile e che non lasciasse nulla fuori dalla scena; in una sequenza compositiva stravagante ed al limite del reale.

Come ti vedi tra dieci anni ? Come uomo e come artista.

Non ho mai vissuto pensando al futuro, ne tantomeno al passato…mi è sempre venuto naturale pensare al presente come a qualcosa che non dovesse finire mai…anche se poi mi sono sempre sorpreso di aver realizzato ciò che mi sono trovato a desiderare. Perciò, con pacato realismo e grande entusiasmo d’animo, mi sforzo ad immaginare un futuro fatto di cose utili per se ma soprattutto per gli altri…che non siano ossessionate nella edificazione di una immortalità della propria anima, ma che risultino come tracciato di una vita vissuta al meglio delle proprie possibilità.

Intervista di Lisa Bernardini (Presidente Associazione Culturale “Occhio dell’Arte” e Direttore Artistico del Nettuno Photo Festival)

(Foto di Francesco Ciccotti)

Intervista: La Moda secondo Massimiliano De Toma

Intervista a cura di Lisa Bernardini

A tu per tu con Massimiliano De Toma, sposato con due figli, esperto di un settore che rappresenta il vanto per antonomasia del made in Italy. De Toma lavora da oltre trent’anni nell’attività familiare nel campo dell’abbigliamento uomo e donna di medio e alto livello; entra a far parte del mondo di Confcommercio alla fine degli anni 90 e dal 2008 entra a far parte del Consiglio Direttivo di Federazione Moda Italia Roma; nel 2012 ne diventa Presidente ed anche Consigliere nazionale di Federazione Moda Italia; nel 2013 viene fondata Federazione Moda Italia Lazio e viene eletto Presidente. Attualmente e’ anche membro di Giunta di Confcommercio Roma.

Massimiliano De Toma

Massimiliano De Toma


Massimiliano De Toma, lei nel 2013 da Presidente dell’Associazione Commercio è stato nominato Presidente dell’organizzazione di rappresentanza del dettaglio e ingrosso Federmoda Italia Roma. Un grandissimo successo, importanti responsabilità. Poi la nascita di Federmoda Lazio, l’associazione di categoria che rappresenta i negozi di abbigliamento, accessori e calzature della Confcommercio del Lazio, una rete che costituisce circa il 40% dell’area commerciale no food della regione. Quando è avvenuta questa nuova carica e come ha vissuto fino ad oggi il suo ruolo? Meno di un anno fa abbiamo potuto chiudere un percorso iniziato anni prima, la costituzione di Federazione Moda Italia Lazio, insieme alle altre province, oltre Roma, di Rieti (Vice Presidenza) Viterbo e Latina in attesa di inserire anche Frosinone.

Come sempre vivo con entusiasmo tutto quello che mi vede coinvolto, dalla più piccola cosa a quella più importante, con grande responsabilità e serietà, grazie ad una “squadra” di livello.

Abbiamo creato, insieme ai referenti delle altre province, una rete che sia nel tempo di riferimento e contributo sia a Confcommercio Lazio che alla Regione Lazio per migliorare il tessuto economico e commerciale ed anche di assistenza, per tutte quelle, piccole e medie imprese, che decidano di diventare protagoniste insieme a noi in questa progettualità e che ruotino all’interno del nostro comparto di riferimento, attraverso continui scambi di informazioni e progetti, questo non è il traguardo ma solo l’inizio, LA PARTENZA.

La nascita di Federmoda Lazio è stata fortemente voluta dal sistema Confcommercio in quanto rappresenta un’articolazione territoriale che razionalizza l’attività di tutte le associazioni provinciali e rafforza l’azione di rappresentanza sui principali temi di settore, in primis l’abusivismo commerciale, l’azione anticontraffazione, l’obbligo di una corretta etichettatura, il codice del consumo. Ci parla dei più importanti successi ottenuti fino ad oggi in questo campo di normative dalla Federmoda Lazio?

Per i “successi” aspettiamo ancora qualche momento, ma possiamo sicuramente dire che ci stiamo muovendo in perfetta sinergia sia con Confcommercio Lazio che con Federazione Moda Italia, le “Reti di Impresa” e quindi anche la nostra “Rete Territoriale” sono viste come obbiettivi da perseguire e valorizzare anche quando e sopratutto si tratti di argomenti vitali, come ad esempio, il nuovo testo unico sul commercio della Regione Lazio, che nel prossimo anno vedrà finalmente la luce, cioè quello che legifererà in merito al commercio per le nostre imprese e non solo, per i prossimi anni e andrà a sostituire, e migliorare, quello passato dei primi anni ’90.

Per quanto concerne l’abusivismo, la contraffazione, questa federazione pone fra i suoi primi obbiettivi il contrasto a questo atavico problema in varie forme, anche nel nuovo testo unico questo argomento verrà trattato in maniera esaustiva, ma anche attraverso forme di prevenzione verso i consumatori e i commercianti, per citarne uno su tutti che riguarda il nostro settore, attraverso FedermodaItalia abbiamo organizzato seminari sull’etichettatura “SOS ETICHETTATURA” rivolti ai nostri associati, che si vedono multati fino a € 3.000,00 se all’interno del capo non si trovi la corretta etichetta, ma la domanda che io faccio al Legiferatore è: non dovrebbe essere multato il produttore vero e unico anello iniziale di questa filiera?

La nascita di Federmoda Lazio dimostra che sull’esempio di quanto sta avvenendo in altre regioni come la Lombardia anche nel Lazio si va verso un accorpamento delle funzioni della rappresentanza di categoria, per mettere in atto azioni sempre più incisive e mirate che tengano conto delle esigenze di tutta la rete commerciale regionale, attore fondamentale del tessuto produttivo territoriale, sempre più coinvolto nei processi decisionali e legislativi. Oggi viviamo un momento di grande crisi del tessuto economico. Come vedi lei il panorama futuro della Moda italiana in Italia? E all’estero?

La Moda italiana sia nei nostri confini e di conseguenza oltre questi, rimarrà sempre un punto di riferimento del nostro e “unico” MADE IN ITALY, si devono incentivare sempre di più e quindi valorizzare federazioni come la nostra o quelle della Lombardia, Toscana, Veneto e Liguria per citarne alcune, augurandoci che altre regioni prendano spunto da queste e insieme possano accrescere e valorizzare la nostra “casa madre” che è e rimane FEDERAZIONE MODA ITALIA a tutela e difesa di quel made in che rimane il terzo brand mondiale, solo noi di Confcommercio abbiamo creato queste uniche federazioni territoriali come “Laboratori di Arti e Mestieri” di idee, progettualità e sinergie.

Ha premiato recentemente a Roma una stilista emergente, Daniela Di Francesco, specializzata nel tessuto di maglia, a cui stanno guardando molte realtà settoriali e non solo. Il riconoscimento che lei è stato incaricato di consegnare al teatro Ghione di Roma riguardava infatti non un evento prettamente dell’Alta Moda, bensì un variegato contenitore artistico di livello, tra l’altro a sfondo solidaristico, nella giornata internazionale contro la violenza sulle donne. L’Alta Moda, pertanto, può essere vista anche come veicolo importante di messaggi sociali sulla femminilità. Ci parla di questa interessante e talentuosa stilista, che sappiamo avere con Federmoda Lazio dei progetti da realizzare in altre nazioni?

Daniela Di Francesco rappresenta per noi “l’Eccellenza”, così come altre realtà presenti nella nostra regione, ma la capacità di questa azienda sta sè nella familiarità d’impresa, quindi nelle tradizioni e lavorazioni tramandate da generazioni in generazioni, ma si basa anche su profonde conoscenze sia dei vari tessuti che dei vari processi di lavorazione, quindi ogni capo realizzato da Daniela lo possiamo paragonare ad una “creazione” così come un’artista fa della propria opera.

Il nostro obbiettivo è quello di valorizzare e accompagnare in questa crescita le imprese come quella di Daniela Di Francesco, attraverso promozioni che portino lei e non solo in tutti quei luoghi che apprezzino queste eccellenze del nostro Made in Italy, e Daniela sicuramente già ne fa parte a pieno titolo.

 

Intervista: “Tre mesi in Portogallo” con Carlo Colombo, giornalista e ricercatore

Intervista a Carlo Colombo: Tre mesi in Portogallo, “lettere” di libertà

di Sarah Panatta

tre mesi inFaccia a faccia, anzi penna a penna, con un giovane autore, giornalista, ricercatore, che ha trovato sul suo cammino di tenacia un alter ego interessante, eterodosso e dimenticato. Una chiacchierata con Carlo Colombo, autore della riedizione critica delle lettere di Giuseppe Pecchio in Tre mesi in Portogallo nel 1822 (Vittoria Iguazu, 2013). Un trentenne (classe 1982) che sfida i pregiudizi e i silenzi della Storia maiuscola e manipolata, ridando i natali alla figura di un ribelle che ha lottato tra moti carbonari ed esili forzati, per una forma di libertà che oggi, in un’era confusa tra digitale, pubblicità e carta pesta identitaria, dovremmo riscoprire.

Un cervello in fuga, un ribelle senza patria, un combattente di penna… Chi è Giuseppe Pecchio?

Il conte Pecchio è stato un protagonista dimenticato del Risorgimento. Fu lui a tirare le fila delle cospirazioni carbonare a Milano, cantate dal Manzoni, suo coetaneo e compagno di classe, nell’ode “Marzo 1821”. La sua memoria è stata però insabbiata ad arte, dai suoi nemici politici e dal mito nazionale che vedeva questi ultimi, Confalonieri, Borsieri, Pellico, martiri delle prigioni austriache. Pare che la colpa di Pecchio fosse stata la sorte di sottrarsi alla reazione dello straniero e di vivere il resto della vita in esilio, tra avventure degne di un romanzo, sventure e un fortunato matrimonio che gli permise di vivere agiatamente gli ultimi anni. Anche di questo è stato rimproverato in Italia, ovviamente. Al contrario, all’estero Count Pecchio, come era chiamavano in Inghilterra, si attirò considerazione e rispetto durevoli. Le antipatie italiane non hanno impedito che gli venisse riservato un posto in tutti i manuali di letteratura come esponente dello stile semiserio celebre soprattutto per il Berchet. Come ha ricordato il professor Robertino Ghiringhelli, l’unica lapide che lo ricordi si trova sulla sua tomba, ad Hove, frazione di Brighton. Giusto una via a Milano gli è stata intitolata, come patriota.

Pecchio nelle sue lettere racconta come in un romanzo una Storia complessa e drammatica che è la nostra…

Per prima cosa, nelle lettere fittizie che Pecchio immaginò scrivere ad una delle figlie dei conti di Oxford – ma sempre Ghiringhelli ipotizza, non senza una vena di ironica provocazione, che possa trattarsi dell’omonima madre, amante di Lord Byron e accesa liberale – in quelle lettere scritte da Cadice, Lisbona e Madrid, ossia dall’estremo occidente del continente europeo, si parla di libertà: libertà d’opinione, libertà religiosa, libertà delle merci di circolare, libertà dei popoli e libertà di spirito. I “Tre mesi in Portogallo” sono un’educazione alla libertà rivolta alle nuove generazioni attraverso la storia passata e la cronaca presente di luoghi che diventano metafora ed esempio per un intero continente. Ci sono pagine di viaggio deliziose per la descrizione che offre di genti, luoghi e costumi. Ci sono le notizie dei fatti politici commentati con divertimento e arguzia e una profonda cultura, uno spirito di osservazione eccezionale, da vero giornalista, unito al bagaglio di un erudito intellettuale. C’è la cronaca della battaglia cui è intitolata una porta di accesso a Plaza Mayor, a Madrid, dove venne combattuta una battaglia che anticipò le dinamiche trascinatesi per oltre un secolo fino alla guerra civile spagnola.

Ci sono l’entusiasmo e la speranza per ideali che hanno infiammato un’intera generazione, la generazione romantica che non indugerà qualche anno dopo a combattere per l’indipendenza della Grecia. Anche Pecchio, come Byron, come Santarosa, lo fece, ma non vi morì, perché come in Spagna e Portogallo volle affrontare il nemico con la penna e la forza della parole, così in Grecia combatté con l’economia, consegnando il primo prestito che i greci abbiano mai contratto. Anche qui sta l’eccezionalità del personaggio, per alcuni addirittura precursore di Marx, che riconobbe nel fattore economico il motore della storia e delle azioni umane, con il resto come sovrastruttura.

 Identità nazionale, libertà, schiavitù. Quale peso davano Pecchio e la sua “meglio gioventù” a questi valori e quale peso tendiamo a dare oggi secondo te.

Un altro protagonista di quella generazione, Angeloni, provò a darsi una risposta: come chiamare quell’ardore, quella forza che aveva spinto lui e gli altri a disperdesi in terre straniere, nell’intento di inseguire un sogno di libertà? È l’amore, scrisse e non c’era altro modo per darne descrizione. Fu quella una gioventù che segnò il passo dalle epopee napoleoniche all’avventura risorgimentale, passando un testimone che andava dall’illuminismo e dagli ideali della Rivoluzione francese arricchendosi del mito dell’autodeterminazione dei popoli, il cui eroismo vittorioso contro il tiranno corso era ammirato sopra ogni altro dalla Spagna. Contro la caduta della costituzione di Cadice per mano di un esercito francese inviato dai restauratori del potere assoluto, si schiantano i sogni di Pecchio. Ma come Don Chisciotte alle prese con i suoi mulini a vento, anche il nostro conte ha sempre avuto la forza di rialzarsi e andare avanti. Troverà in Inghilterra la fiaccola della libertà perduta in Spagna, modello e ispirazione per gli altri popoli, l’italiano in testa.

Oggi, se dicessimo che quei valori sono stati sbiaditi da tante e troppe disillusioni, non saremmo onesti. In realtà, sono valori che resistono al tempo, come l’entusiasmo e il colore dei “Tre mesi in Portogallo”, e saranno sempre capaci di ispirare e guidare le azioni dei singoli e delle masse. Sta all’esperienza, all’equilibrio e alla saggezza, distinguere quando tali valori vengono usati malamente. Per esempio, nei suoi scritti, sempre Pecchio dimostra di avere ben chiara l’importanza di un giusto rapporto tra felicità individuale e felicità collettiva. Scusando il bisticcio, da un felice rapporto tra queste due felicità nasce la libertà vera. Sarà impossibile raggiungere la perfezione, ma tendervi è auspicabile. A volte, ricordarselo giova.

Ma racconta anche aneddoti divertenti, paradossali, ironici, vita vissuta, personaggi che colorano un mondo reale e multiplo, tra Italia, Spagna e Portogallo…

L’opuscolo rivoluzionario, come lo catalogò la polizia austriaca, ne è pieno. Numerosi sono gli aneddoti relativi al servilismo insito in ogni persona, che Pecchio invita a combattere prima di tutto in noi stessi. È il caso del baciamano che re Giovanni avrebbe preteso da un deputato, secondo l’uso della corte di Rio de Janeiro, fino a qualche anno prima la corte di un sovrano assoluto. Il deputato, che dal popolo sovrano riceve il suo mandato, per tutta risposta afferra la mano del monarca e se la porta sotto braccio, conducendo sua maestà a braccetto, nello stupore e nel divertimento degli osservatori.

(L’incontro con Carlo Colombo conticarlo colombonua)

Intervista: Ilaria Jovine, regista di “Almas en juego”, il 6 luglio al Film Festival di Bracciano

Ilaria Jovine, regista e autrice

Ilaria Jovine, regista e autrice

La vita, “molto più ricca di qualsiasi fiction”. Un viaggio nell’umanità, segnato da una decisa scelta d’indipendenza “reale”, che si interroga anche sul cinema, cosmo dove il mercato si intreccia necessariamente alle idee e ai desideri troppo spesso ignorati del pubblico. Si racconta a EscaMontage Ilaria Jovine, regista di Almas en juego, che sarà proiettato il 6 luglio alle 21.30 al Film Festival di Bracciano (archivio storico, piazza Mazzini 5, Bracciano – RM)

 Un giovane talento che si mette in “gioco”. Iniziamo dal tuo Almas en juego. Come escogiti il soggetto, da quale esperienza emerge?

Già, mettersi in gioco. E’ questa la sensazione. Tanto più quando un progetto è totalmente indipendente, quando decidi di raccontare una storia che non ha l’appeal di grandi personaggi conosciuti o di un tema politico o sociale facilmente riconoscibile e quando, in fondo, è una prima regia (il mio precedente documentario sul mercato ormai dismesso di Piazza Testaccio, lo considero un piccolo esperimento).

“Almas en juego” nasce da una storia a me vicina che, da sceneggiatrice, inizialmente volevo approfondire per farne un lungometraggio di finzione. Poi l’idea di farla raccontare direttamente ai protagonisti: era, per me, talmente avvincente e interessante così com’era, era piena di così tante sfumature e verità umane che non volevo andassero perse con la scrittura di una sceneggiatura di fiction. Come si dice: la vita di certe persone è molto più ricca e fantasiosa di qualsiasi finzione. E quindi l’idea di farne un documentario, un documentario d’amore, sull’amore. Mi è sembrata una sfida più stimolante del semplice adattare una storia realmente accaduta per farne un film. Una sfida perché si trattava di rendere “eroi” (in senso narrativo) dei personaggi reali, persone qualunque. I personaggi dei film sono spesso persone qualunque, ma il fatto che si tratti di invenzione ci fa partecipare alle loro vicende come fosse un gioco che sai che finisce dopo 80 o 100 minuti. Cosa succede invece se entri per 60 minuti nella vita di due persone sapendo che sono vere e reali?

"Almas en juego", locandina del film

“Almas en juego”, locandina del film

Un budget di 10mila euro. Indipendenza reale. Un’autoproduzione? Qual è stato il percorso del film? Difficoltà, sorprese, traumi, soddisfazioni, sassolini nelle scarpe, gioie?

“Almas en juego” è una produzione mia e del direttore della fotografia Roberto Mariotti con cui ho condiviso tutto il lavoro. Non potevo che realizzare in questo modo un progetto del genere. Chi ci avrebbe messo dei soldi? Con la mia idea ho partecipato ad un workshop sul cinema digitale organizzato alla Casa del Cinema, con il sostegno del Premio Solinas, dalla Marechiaro Film e ho vinto un piccolo contributo alla postproduzione.

Un film del genere non si sarebbe potuto fare altrimenti. Low budget, molto lavoro di scrittura sulle domande, molto lavoro al montaggio, clima di fiducia con i protagonisti e troupe ultra leggera per infilarmi per dieci giorni nelle loro vite e per viaggiare a loro seguito in un paese come la Colombia.

E’ stata un’esperienza difficile, ma molto significativa per me. Sono soddisfatta e lo ero già prima che arrivassero le proiezioni nei festival. Naturalmente vedere poi la risposta degli spettatori, dopo la visione del film, è ciò che mi ripaga di più per aver creduto in una storia “commercialmente” difficile come quella di “Almas en juego”. Il fatto è che spesso quello che stabiliscono le leggi di mercato non corrisponde sempre alle reali necessità che il pubblico ha. Forse si dovrebbe stare più attenti e avere più cura degli spettatori e del loro bisogno di storie autentiche e quindi rischiare di più scommettendo anche su storie come queste.

Un’autrice che si muove fluida tra teatro e cinema: “anima” e legame del viaggio, la scrittura. Ce ne parli?

Forse il vero legame tra i vari linguaggi che uso per raccontare storie è l’innamoramento per l’essere umano. Sono affascinata e incuriosita dalle storie che ci portiamo dentro. La scrittura è il mezzo più diretto per trascrivere ciò che ascolto. Parto sempre dall’ascolto dei personaggi, è solo dentro di loro che trovo le storie. Poi a seconda del tipo di storia che ho di fronte, decido se metterla in scena a teatro, farne un film, un romanzo, una poesia o un documentario.

Torniamo al tuo lungometraggio ambientato tra Colombia e Italia. L’amore ai tempi della web cam e…

L’amore che nasce in un sito di incontri, nel mondo virtuale e per una volta decide di vivere nella realtà cambiando completamente la vita dei due protagonisti. Anime in gioco, appunto. Un salto nel buio che si cela dietro lo schermo di una chat. Chi ci sarà veramente là dietro? E poi, chi ci sarà veramente laggiù oltre l’oceano, in sud America? Il primo a fare il salto è stato Nicola. In lui è stata determinante la voglia di fuggire dall’Italia, un paese che non sentiva suo, nonostante lui avesse un lavoro fisso, un ottimo stipendio e una casa. C’è chi fugge anche perché, pur avendo tutto, sa di non vivere una vita veramente autentica e corrispondente alla propria natura. Si fugge anche da questo. Parte per la Colombia per conoscere la donna con cui ha parlato in chat per mesi. Decide di trasferirsi, la sposa, poi insieme pensano di tornare in Italia. Il paese dei balocchi. Arrivano nell’Italia della crisi: lei è una ragazza madre colombiana, ha un figlio a carico, lui ha 40 anni e deve reinventarsi un lavoro. Anni di disoccupazione e il malessere, l’inquietudine del vivere in Italia quando non sei un turista. Diana dice di averla sempre sognata l’Italia: un paese bellissimo, poi Roma, una città stupenda… ma poi, vivendoci, ha cambiato idea e rimpiange la sua Colombia, dove non esistono monumenti antichi, ma le bellezze che possiede non sono solo da ammirare e fotografare senza mai sentirle veramente sue. Viviamo un momento storico in cui nulla ha più senso, non esistono regole precise da seguire per rendere la tua vita sicura: dunque perché non vivere seguendo ciò che sentiamo dentro? Forse si fallirà, ma almeno saremo stati fedeli a noi stessi.

Il progetto che stai per realizzare, puoi darci anticipazioni?

Sto scrivendo una sceneggiatura per un film di finzione, una storia al femminile sulla competizione e la guerra tra generi, sul bisogno e sull’orgoglio in amore. Ma sto già cercando l’argomento del mio prossimo documentario da regista e da anni vorrei raccontare il Molise di mio zio Francesco Jovine, scrittore neorealista e giornalista morto nel 1950.

Sarah Panatta

Intervista: Luigi Sardiello, regista de “Il pasticciere”, il 5 luglio al Film Festival di Bracciano

Luigi Sardiello, regista, autore, critico cinematografico

Luigi Sardiello, regista, autore, critico cinematografico

Sensibilità e studio, intuito e tecnica. Il mestiere del cinema, o meglio i mestieri del cinema, nella vita di Luigi Sardiello, autore e regista de Il pasticciere, che sarà proiettato alla seconda edizione del Film Festival di Bracciano il 5 luglio alle h. 19.00 (archivio storico, piazza Mazzini 5, Bracciano – RM).

Direttore della rivista FILMAKER’s, amministratore delegato della casa editrice e cinematografica Bunkers Lab, ma anche romanziere e homo faber di un cinema che ha la pazienza e la tenacia di (r)esistere esprimendosi nel proprio codice.

Regista, scrittore, critico cinematografico, amministratore di una casa editrice/produzione cinematografica, etc. (e nell’etc. molti meandri che con te vorremmo sondare!). Un funambolo esploratore del cinema da qualsiasi inquadratura e profondità: vocazione, progetto o “sfrontatezza del cuore”?

Prima di tutto ti ringrazio per il riferimento al mio romanzo d’esordio, del quale mi ero quasi dimenticato ma che, come tutte le prime volte, occupa un posto speciale nel mio cuore. Quanto al giocare su più tavoli, è la combinazione di più fattori: molte passioni, molta energia, incapacità di dire no (ma su quello, con l’età, sto migliorando) e necessità economica: se non sopravvivi facendo una sola cosa, sei costretto a farne altre.

Gli ingredienti agro-dolci di sopravvivenza per un (giovane) autore che decide di vivere di o nel cinema. Follia, fortuna, parentele, clientele, passione, tenacia, “sfrontatezza”, tendenza al masochismo, coraggio, la mano (o “il piede”) di Dio? La “seconda” che ho detto? Nessuna? Qualcuna? Un mix? Illuminaci…

La mano (o “il piede”) di Dio, cioè il talento, dovrebbe essere la cosa fondamentale. Al secondo posto la tenacia, che è parente stretta del masochismo (è un mestiere di continue umiliazioni). Al terzo il coraggio, che è una variabile che distingue gli uomini fra di loro. Le altre categorie personalmente o non mi interessano (fortuna, parentele, clientele) o mi spaventano (follia), ma sarebbe ingenuo pensare che non contino: parentele e clientele, ad esempio, in Italia hanno sempre goduto di grande fortuna. Se vuoi la mia ricetta personale, direi “occhio e mano”. Il cinema è un mestiere artigianale, paragonabile a un falegname che costruisce un mobile: serve l’occhio, cioè la capacità di vedere delle cose che ancora non esistono e serve la mano, cioè la tecnica per realizzarle.

Antonio Catania in una scena de "Il pasticciere", di Luigi Sardiello

Antonio Catania in una scena de “Il pasticciere”, di Luigi Sardiello

Il Pasticciere. Tuoi anche soggetto e sceneggiatura. Self made film, gioiello de-genere. Come nasce l’avventura del film e il sodalizio con il magico interprete protagonista, Antonio Catania?

Grazie per il gioiello, non tutti in Italia l’hanno pensata come te. L’avventura del film, come di solito mi accade quando scrivo, nasce dal protagonista. Un personaggio dolcemente apatico rispetto alla vita che si trova, suo malgrado, a percorrere da “innocente” tutti i gradini più bui del proprio animo. Un pasticciere diabetico, destinato a portare la dolcezza nel cuore degli altri ma non a poterla assaggiare. Un eroe tragico, anzi tragicomico. Mister Magoo che attraversa un film di Hitchcock. Antonio Catania mi sembrava l’interprete perfetto. Quando l’ho conosciuto, si è rivelato anche una persona di grande semplicità e sensibilità e siamo diventati amici, evento piuttosto raro in questo mestiere.

Tra grandi bellezze, trovate pubblicitarie e riciclaggio spinto, qual è, secondo il tuo privilegiato punto d’osservazione di creativo e insieme di critico (nel senso puro, e positivo del termine) e teorico del cinema, la speranza del cinema italiano, oggi?

Il cinema non mi sembra faccia eccezione rispetto agli altri settori. Questo è un paese che ha sempre sfornato talenti, gente di qualità, creatività, capacità di arrangiarsi. Continuerà a farlo. Il problema è che questa qualità è ingabbiata dalla cultura della scorciatoia, della raccomandazione, della soluzione più facile. La speranza è che venga fuori quel coraggio di cui si parlava prima e che adesso manca. Il coraggio degli autori di fare film diversi, originali, non facili e quello dei produttori di osare. E poi servirebbe una classe critica competente e non compiacente, che faccia da stimolo agli autori.

Un uomo che non si accontenta, che macina, scava e riflette. E che si moltiplica. Ora ti chiedo di esprimere in termini culinari il tuo artistico, ontologico fuoco…Un esperimento da “quarta” dimensione, se ti va…. Se dovessi essere un dolce, quale saresti?

Sarei io quell’uomo? Sei un po’ troppo generosa, onestamente. Se dovessi essere un dolce, probabilmente sarei un dolce molto semplice fuori (tipo un ciambellone) e con un ripieno più complicato e ricco di quello che ti aspetteresti vedendo l’esterno. Sicuramente dolci così ne esistono, ma non saprei dire quale, forse uno strudel.

Ora sei Achille Franzi (Antonio Catania ne Il Pasticciere). Se dovessi preparare/reinventare un dolce?

Achille Franzi non è uno che inventa o reinventa. Non è uno che si fa domande, non è uno che osa. È uno che segue le regole con precisione anche un po’ ottusa. Ma è un buono, sa dar valore alle cose che fa, riesce a stabilire un contatto con quello che ha intorno, anche se è un albero. Mi immagino che qualsiasi dolce gli chiedi lui lo fa con pazienza, attenzione, cura. E chi lo assaggia lo percepisce.

Torniamo alla tua dimensione. Il film che ti ha segnato. Il film scult. Il film che vorresti girare a breve (o che stai girando…).

Il film che mi ha segnato è I quattrocento colpi di Francois Truffaut. Il regista che mi ha segnato è Francois Truffaut. Aveva la sensibilità, aveva l’occhio e la mano, amava tutti i suoi personaggi, amava le donne, amava la vita. Ogni suo film è stato per me più di un semplice film. Poi sono arrivati gli altri, tantissimi. Il film che vorrei girare a breve l’ho già scritto, spero di girarlo a inizio 2015. È una storia di anziani, ma anziani vitalissimi, luminosi, leggeri, che hanno molto da dare ai giovani che incontreranno negli ultimi passi della loro vita.

 

Sarah Panatta