Agostino Raff

Recensione

Su Nuova Oz di Davide Cortese (maggio 2016)

di Agostino Raff
 
Coperti Nuova OzConosco la poesia di Davide Cortese (“Babylon Guest House” e “Madreperla” fiorita, passionale, cromatica, che sgorga da pressioni endogene (manco a dirlo, vulcaniche: lui è delle isole Lipari) una poesia che – evocando turbe di personaggi eroico/erotici – ruota intorno a tre archetipi: la Donna/Mistero, il Cavaliere Valente o il Vagabondo, il Bimbo/Dio sorridente che scioglie con la sua luce ogni nodo doloroso del ritorno alla Terra.
Non è un caso allora che il poeta immaginifico si inoltri, come vediamo in questa collezione di racconti brevi intitolata “NUOVA OZ” (EscaMontage editrice, 2016 – euro 13,00) in quel mondo fiabesco opulento tendente a dilatarsi in un territorio che identifichiamo col noir, che è, direi, un bisogno inderogabile di ogni adolescente inebriato da irrequieta e accesa immaginazione.
Come si sa, gli ingredienti del noir sono la malinconia, l’incubo, la paura, l’esilio nel mondo dei fantasmi, la reificazione della morte, il vampirismo, il sangue nero ecc. Da Hugo e Walpole a Stevenson, da Mary Shelley a Wilde, da Poe ai Grimm a Andresen, da Collodi a Sheridan Le Fanu, dai disegni gotico-liberty di Antonio Rubino al famoso testo di Frank Baum “Il Mago di Oz”, nella letteratura del cinema nel fumetto e nel videogioco, il noir rinnova la sete di brivido del bambino persistente che alloggia nel nostro cervello.
Ecco in questa “NUOVA OZ” di Davide Cortese fantasmi infelici, giocattoli rotti, dame silenziose e sfuggenti, bimbi vecchi, fragole nere, ragni, nevicate buie che vanno in su, cimiteri, silenzi imbottigliati: un trovarobato di mestizia icastica che l’autore rende incandescente giocando – ma con quanta serietà di mago/Bambino/Albicocca – con una mitologia bituminosa dai contorni nitidissimi e spietati. Ogni tanto un suo disegno a china di facce inquietanti a grappolo o solitarie, tra Beardsley e Klimt, occhieggia dalle pagine spianando a due dimensioni quel mondo già così aggressivamente tridimensionale…
Gran parte dei personaggi anche fantasmatici è mostruosa o infelice: le donne però (misteriose) sono di solito bellissime nonché sfuggenti; e i bambini – dicevo – radiosi pacificatori che spesso sorridendo come divinità invulnerabili risolvono più di un racconto. I titoli annunciano l’arcano dell’invenzione portante. Ad es. A DOLORE [amori incorrisposti tra bimbi al centro di cimitero]; DRAKE [capitan D. il pirata è il mito scomparso di Abel che si sente vile, fino ad un raggiungimento radioso a nuoto]; MOLTINEI [leggendo i numerosi nei di lei misti alle rughe, violinista ne fa spartito e lo suona con commozione di ambedue]; IMBOTTIGLIATORE DI SILENZI [li colleziona in bottiglie blu che non si rompono]; IL TACCUINO DI ARTHUR KAAM [campionario di cose ed esseri indicibili, ma voi non potrete vederlo]; LA MIA VEDOVA [lo è di me, e la vedo piangere il suo Bimbo/Cristo di pezza cantandogli ninnananne]; ecc.
L’adorata infanzia, la propria, mai abbastanza recuperata visto che dopo un certo momento è repressa dal pensiero maturo, viene dall’autore trattenuta in un territorio a lei consono che è quello dell’incanto, della fiaba, affrancati dalla tremenda realtà della ragione. In un procedimento paradossale la fiaba viene poi resa adulta, matura, dunque corrotta, dallo spirito noir o gotico putrescente atto allo spavento e alla reclusione senza scadenze…donde l’insorgere del bisogno di fuga, che sfocia nell’antica catarsi della liberazione dall’incubo. Biancaneve, Cappuccetto Rosso, Pinocchio, Dorothy, si risvegliano dal sortiglegio per darsi nuovamente in braccio alla dolce (tremenda) realtà rassicurante – spesso ambiguamente migliorata – e il cerchio (tristemente) si chiude.
Il titolo NUOVA OZ richiama il cinema di talenti come Victor Fleming e il recente Tim Burton, il primo come autore (1939), del film con Judy Garland di fama planetaria che i vecchi ricordano assai volentieri. Dunque “OZ” come percorso irto e accidentato verso un ritrovare se stessi ben vivi, in questo caso dopo le più imprevedibili insidie di esseri emblematici che sono le nostre mille eventualità di incarnazioni e di coazione a ripeterci, stante quell’incombere di una montagna individuale chiamata destino. Ma il vero Mago di questa OZ di davide Cortese è il Bimbo, il dio dell’Amore che con un sorriso fa nascere l’alba, dove ogni incubo ogni ingiustizia ogni dolore si stemperano fino a svanire. Così le figure ossessive nei loro luoghi malsani decadono come al cessare di una febbre alta. 
Si percepisce in questi racconti ingegnosi una forte prova di volontà strutturante che inventa, trattegia, concatena, ordina e muove ogni meccanismo intorno alla singola idea-perno che lo origina.
In questo braccio di ferro col lettore realista non è difficile che il narratore metta infine il polso dello scettico al tappero. E ciò grazie ad un godibile talento affabulatorio, tanto vitale quanto avvolgente.
Ma attenzione ancora al “bimbo/Io” di Cortese: deus ex machina, lui non è sempre rose e fiori. Può scoprirsi giudice sovrano (vedi il racconto SUDARIO DI NEBBIA); altrove con un sospetto di antiabortismo in UN ALTRO BICCHIERE DI FUOCO, racconto che svela una vocazione teatrale fluente dei sogni: ed ecco un monologo degno di Ibsen di Steinbeck o di Bukowsky che ci riporta all’urgenza della cronaca nera di ogni tempo.
Altrove, in certe modalità ripetitive o statiche di alcuni racconti si può intuire l’eco di una Gertrude Stein o dell’Ecole du Regard di Robbe-Grillet: come nel primo della raccolta intitolata NEVALE, con 7 figure ossessivamente arcane che vegliano sul Tempo ruotando e riapparendo, in attesa di una fantomatica cena di gruppo.
Al momento – malgrado l’autore stesso lo tenga a freno a vantaggio dello scatenamento fantastico – il dato più interessante di Cortese mi appare questo: una artaudiana “eredità crudele”, capace di sondare all’occorrenza i conflitti psicologici dell’animo umano nell’illimitato panorama della filosofia esistenziale.
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