Racconto

Una casa che è la fine del mondo

di Monia Guredda


[Racconto pubblicato nell’antologia Racconti di Sogno, nata dal 1° Concorso Letterario di YouPopcorn.net, e edita da Ilmiolibro.it, in cui sono presenti i 25 migliori racconti sul tema “sogno”, scelti da un team di giudici legati al sito di arte di YouPopcorn].

casa bambola

E pure questa domenica ci tocca passarla a casa dei nonni.
Che palle.
Cinzia ha solo cinque anni, quindi non può dirlo, ma può almeno pensarlo. E lo fa! Lo pensa per tutto il tragitto da casa sua a quella dei nonni, che è troppo vicina per giustificare l’uso della macchina, ma abbastanza lontana per stancarsi percorrendo il tragitto. D’estate si cuociono sotto il sole impietoso di una via senza un grammo di benevola ombra e d’inverno tira sempre un vento gelido che ti taglia naso e orecchie.
Ora è inverno e Cinzia cammina infagottata e infreddolita tra i genitori, pensando cheppallecheppallecheppalle. Una volta varcata quella soglia sarà prigioniera di quella casa. Gli uomini seguono le partite e tutti quei patetici programmi in cui persone “adulte” urlano e si insultano per difendere o offendere un branco di miliardari analfabeti che tira calci ad un pallone. Le donne inizieranno con il parlare male degli assenti per poi, quando gli assenti entreranno a loro volta in casa, abbracciarli, baciarli e fargli mille complimenti fasulli. In quella casa è pericoloso anche andare in bagno; chissà cosa possono dire di te nell’arco di quei due minuti!
Cinzia ha cinque anni e ha il potere dell’invisibilità, nel senso che gli adulti non se la filano proprio. Ha capito tempo fa che se sta in silenzio si dimenticano di lei. Se prova a dire una parola viene zittita, soprattutto dagli uomini che seguono le partite in salotto, ma se sta zitta zitta può girare libera per casa e ascoltare tutto.
Cinzia ha cinque anni, ma ha già perfettamente capito le dinamiche familiari. E non le piacciono. Mamma e papà, a casa loro, parlano con lei, guardano i cartoni con lei, disegnano con lei… ma quando entrano nella casa dei nonni si adattano alla indifferenza ed alla falsità che lì regnano sovrane.
Cinzia ha cinque anni, ma capisce che lì i genitori indossano una maschera, che lo fanno per non litigare con i nonni e gli zii che invece sono così sempre e ovunque.
Ma Cinzia, che ha cinque anni, proprio non capisce perché qualcuno dovrebbe dimostrarsi peggiore di quello che è solo per abbassarsi al livello di persone che sono brutte e cattive.
Quando in casa dei nonni c’è il suo zio preferito, il fratello più piccolo di papà, Cinzia è felice, perché insieme vedono i cartoni e i film horror, in camera, lontano dalle partite di calcio e dalle chiacchiere. È una piccola isola tranquilla in quel mare ostile. Ma quando non c’è zio Matteo, Cinzia è sola. Gira per casa, tranquilla ed in silenzio, ascoltando le malignità delle zie e gli urli sportivi degli zii. Cinzia sta zitta, ma ascolta tutto. E capisce. Capisce che non vuole far parte di quel gruppo di persone, e che quando sarà grande e potrà scegliere non andrà più a passare le domeniche e le feste in quella casa, con quelle persone. E spera che anche la mamma ed il papà restino con lei, lontano da quella casa.
Le partite sono finite e gli uomini escono per andare a bere l’amaro al bar.
Le donne si impadroniscono del salotto e si siedono al tavolo per giocare una partita a scala 40. Giocano e chiacchierano. Parlano male di chi non è presente. Ma non si stancano mai?
Cinzia si siede sul divano in salotto con loro, che a malapena la notano, assorte come sono nell’analizzare ogni singola parola detta da una prozia durante il matrimonio di un cugino di secondo grado che si è celebrato tre mesi fa a Genzano.
Cheppallecheppallecheppalle
Cinzia parte da casa sempre armata: blocchi da disegno e matite colorate, almeno una Barbie da acconciare e vestire e/o un peluche e tanta pazienza e fantasia.
Ha da passà a jurnata!
Cinzia disegna, e le donne chiacchierano e giocano a carte.
Cinzia impara a fare la treccia ai lunghi capelli biondi di Barbie Sci e le zie chiacchierano e giocano.
La televisione è spenta.
È un pomeriggio invernale particolarmente buio. E lento. Il tempo scorre come una lumaca in stato semi-comatoso.
Cinzia è seduta per terra e sta finendo di costruire una casa con i mattoncini colorati.
Le sta riuscendo proprio bene. È un villino a due piani, in mattoncini rossi, con un patio bianco che gira tutto intorno. Ora Cinzia inizia ad incastrare gli infissi delle finestre. Bianchi.
“Ciao Cinzia.”
Cinzia si gira e non capisce da dove viene la voce. Una voce maschile.
“Qui, Cinzia.”
Cinzia si gira verso la casa di mattoncini.
La voce viene da lì.
“Ciao Cinzia. Come stai?”
Cinzia fissa la casetta che ha appena finito di costruire. È un oggetto inanimato, fermo, immobile. Ma lo fissa talmente intensamente che le sembra che le finestre con gli infissi bianchi somiglino vagamente a degli occhi. E che la porta potrebbe sembrare proprio una bocca…
“Cinzia, tesorina, ti annoi?”
Non ci sono più dubbi. La voce viene dalla casa. Mentre parlava, Cinzia ha visto muoversi impercettibilmente, ma inequivocabilmente le finestre del primo piano e la porta d’ingresso a pianterreno. E poi emana una specie di leggera luminescenza.
“Chi sei?”
“Sono tuo amico. Avevo visto che ti stavi annoiando e ho deciso di farti compagnia.”
“Ma io non ti conosco.”
“Ma se mi hai creato tu!”
“Non è vero! Io ho costruito una casa con i vecchi mattoncini di zio. Tu sei un’altra cosa.”
Cinzia si gira verso il tavolo dove sua madre, la nonna e due zie stavano giocando a scala 40 e spargendo veleno sui parenti assenti.
“Mamma! Mamma, aiuto, ho paura!”
Ma la mamma non risponde. Non si muove.
Cinzia si alza dal pavimento dove era ancora seduta e si avvicina lentamente al tavolo.
Le quattro donne sono sedute ai quattro punti cardinali del tavolino rotondo. Ognuna di loro tiene, con entrambe le mani, cinque carte disposte a ventaglio. I polsi sono appoggiati sul bordo del tavolino. Le quattro donne, con le schiene rigide appoggiate agli schienali delle sedie, fissano con occhi vacui le carte, con le teste leggermente inclinate verso il basso, ma con il collo rigido. La pelle di tutte ha uno strano colorito; è rosa, ma non è il rosa naturale della pelle. È il rosa delle matite colorate, come quello che usa Cinzia per colorare la pelle dei personaggi dei cartoni che ama disegnare.
Cinzia le chiama una per una, a voce sempre più alta, fino ad urlare, lei che in quella casa a malapena sussurra. Se le donne stessero bene la zittirebbero subito con un’occhiataccia. Ma restano immobili e in silenzio.
Cinzia ora ha davvero paura. Ma nella paura per la sorte di sua madre e delle altre ha dimenticato il problema originario: la casa di mattoncini.
E infatti quella, sentendosi trascurata, torna a far sentire la sua voce.
“Cinzia, amorino, in questa casa sei quasi sempre completamente sola. Io sono qui per giocare con te. Non vuoi giocare con me?”
La voce è melliflua, profonda. Tenta di apparire dolce, ma c’è uno stridore di fondo che solo un orecchio allenato alle malignità come quello di Cinzia potrebbe cogliere.
In casa Cinzia è sola con quei quattro manichini che simulano sua madre e le altre. Fuori è buio, freddo e la strada è isolata. Ma Cinzia prende una decisione. Punta la porta, dando le spalle al tavolino con i manichini ed alla casa di mattoncini.
Sta per raggiungere la porta ed è fermamente intenzionata ad uscire, anche senza cappotto.
Si sente circondare la caviglia. Abbassa lo sguardo. Una nebbia verde acido, fluorescente, le avvolge la caviglia. E la blocca. Con gli occhi segue la scia verde e vede che parte dalla casa di mattoncini. La casetta emana quella luce inquietante, che è gassosa e solida ad un tempo. Fasci di luce vengono proiettati all’esterno attraverso le finestre e le porte, come scariche elettriche. Sembra che un temporale si stia scatenando dentro la casetta e che questa stia per esplodere. Ma non esplode.
Il laccio di luce verde serra la presa sulla caviglia di Cinzia e inizia a tirare. Cinzia si sente trascinare sul pavimento. Oppone resistenza, rischia di cadere in avanti e di sbattere la testa, ma all’ultimo momento riesce ad afferrarsi con entrambe le mani alla mostra della porta del salotto. Questo le permette anche di ancorarsi e resistere alla forza che cerca di trascinarla verso la casa di mattoncini.
La casetta ora è arrabbiata e getta la maschera dell’amicizia.
“Perché mi resisti? Perché non vuoi far parte del mio mondo? Tu DEVI entrare e giocare al mio gioco!”
“NOOOO! Non vogliooo!”
In quel momento la porta d’ingresso si apre e, insieme ad una ventata gelida, entrano il papà, il nonno e gli zii che erano andati a bere l’amaro al bar. C’è anche zio Matteo!
“Abbiamo portato le pastarelle, signore!” annuncia uno degli zii sorreggendo un vassoio.
Le quattro donne al tavolo da gioco tornano umane .
Il fascio di luce verde scioglie il suo abbraccio dalla caviglia di Cinzia, striscia a ritroso verso la casetta che si spegne e torna ad essere una banalissima casa giocattolo di mattoncini.
Tutto questo si svolge in una manciata di secondi.
Cinzia si lancia al collo del padre, felice e sollevata.
“Che succede Cinzia?”
“Papà, la casa di mattoncini è cattiva…” inizia a dire, avendo paura di non essere ascoltata o di essere ascoltata e presa per matta. Ma deve raccontare al padre quello che è successo.
Il papà di Cinzia si avvicina alla casa di mattoncini, alza il piede e lo cala distruggendo la costruzione.
“Problema risolto!” annuncia e sorride rivolto a sua figlia.
Cinzia prova un sollievo indescrivibile.
Ora sa che nessuna situazione è senza via d’uscita.

“Cinzia! Cinzia, dai che la cena è in tavola.”
Cinzia apre gli occhi. Si era appisolata sul divano del salotto, mentre faceva la treccia a Barbie Pista da Sci. Guarda per terra. Nessuna casa di mattoncini. Guarda i suoi parenti: non sono manichini. Guarda la tavola imbandita. Guarda la televisione; c’è Dribbling. Quella dannata musichetta la perseguiterà per anni. Ma almeno seduto a tavola c’è zio Matteo. Il posto vicino al suo è libero, per lei. Sa che dovranno parlare poco e a voce bassa, ma è comunque felice.
Cinzia ha cinque anni, ma ha già imparato a cogliere il lato positivo dalle situazioni negative. E sa che quando sarà più grande potrà scegliere da sola chi frequentare e chi no.
E decide che trasformerà questi suoi pensieri in storie da scrivere e da far leggere a chi lo vorrà.

N.d.A. Un po’ storia di vita vissuta, un po’ sogno, un po’ auto-psicoanalisi.

Links

http://reader.ilmiolibro.kataweb.it/v/1205255/#!%5D
http://youpopcorn.net/

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...