Intervista

Nicola Acunzo, protagonista di Bloody River

L’arte del set e l’attorialità secondo il talentuoso attore italiano

 

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Nicola Acunzo in questa nuova esperienza made in USA ritroviamo come in Consurgo un personaggio carico di tonalità “thriller”, qui in Bloody River di Tural Manafov, si riconosce un’interazione di stili in più livelli, grottesco, drammatico, noir, pulp, come hai delineato il carattere del personaggio?

Facendo un’analisi generale delle battute, delle lines come dicono gli americani, si fa anche un’analisi psicologica del background del personaggio; questo gangster a differenza del protagonista di Consurgo che era un solitario, ha una figlia e poi viene tradito dal suo figlioccio che a sua volta gli ruba poi la figlia… Ho fatto quello che faccio di solito per rendere più credibile un personaggio, avendo sempre come riferimento il mio “mito” Al Pacino, ma cercando di mettere sempre Nicola. Metto me stesso in tutti i personaggi che preparo. Per Bloody River mi sono chiesto “che farebbe Nicola se avesse una figlia, vivesse a New York da vent’anni, fosse realmente un boss…” e poi ovviamente ho anche giocato vestendo quel ruolo, pensando Nicola gangster tradito dal suo migliore amico che gli porta anche via l’unica figlia. Analizzando la scrittura molto bella di Santochirico, lo sceneggiatore, ho cercato di capire che cosa avrebbe fatto Nicola nel complesso di quella situazione…

 

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Emerge un’interpretazione catalizzatrice di diversi tratti distintivi che generano l’unicum del personaggio, esibendo l’artificiale riportando così l’interpretazione alla sua condizione, basilare, esistenziale, al grado zero?

Per abitudine faccio sempre riferimento a me stesso, almeno al 70% come dicevo… poi ovviamente prendo spunto anche da cose che possono non appartenermi, tento di arrivarci con la fantasia o con l’esempio della realtà, perché poi stando in mezzo alla strada incontro la gente, proprio come noi stasera, che stiamo qui a cenare e fare l’intervista. Anche se fossi un attore hollywoodiano non smetterei per nessuna ragione al mondo di fare queste cose, non puoi arrivare a certi personaggi se non vivi la strada, li incontri solo nella subway di New York come nella vineria romana… Ad es. come lo interpreti un molestatore seriale, un molestatore… Magari non lo incontri, non lo conosci, ma puoi ispirarti a sguardi che incontri per strada… se non osservi gli sguardi delle persone, i loro atteggiamenti nella realtà, come arrivi a capire certe sfumature per costruire i personaggi? L’artificio è normale che ci sia, vai di fantasia, ma la realtà come dico sempre supera di gran lunga la fantasia… Come quando mi capitò una volta di vedere un “pacco” per strada a Napoli, una scena osservata da lontano che ora faccio fatica a descrivere, una scena impensabile… un uomo mostrando un telefonino ad un altro, lo ha distratto allargando le braccia, mentre il compare, arrivando di lato correndo, proprio al volo, effettuava lo scambio del telefonino… Tanti mi avevano raccontato il cosiddetto “pacco”, ma l’ho visto dal vivo ed è stato incredibile… Ora se dovessi girare un film, metterei questo episodio, ma se lo inserisco devi saperlo fare o sembra esagerato… Il bello del cinema è che se inserisci un episodio come questo può sembrare costruito apposta… Questo per dire che l’interpretazione al cinema è sempre un misto di fantasia, artificio e realtà…

Risultati immagini per nicola acunzo bloody riverLa preparazione è avvenuta attraverso uno studio preliminare con il regista lavorando alla tecnica del linguaggio filmico o durante la messa in scena, finalizzata al mondo della costruzione del visibile, per scuotere l’emotività del fruitore?

Ho sempre un approccio artigianale al cinema, nella maniera più genuina e generosa possibile, soprattutto quando preparo un personaggio relativamente semplice come questo boss di Bloody River… Non ha una psicologia contorta, complessa, è un boss con la sua emotività, la sua gelosia verso la figlia… Con il regista ovviamente abbiamo fatto una serie di prove, abbiamo cercato di capire la linea del personaggio ma anche di dargli un taglio netto e deciso, soprattutto perché si tratta di uno short movie, un cortometraggio di 15 minuti, il carattere deve essere chiaro, non posso raccontare troppi colori, negli short movie non si può esagerare nelle finezze, così poi è possibile sviscerare meglio la sceneggiatura, la storia. E’ un meccanismo che vediamo anche nei cortometraggi, serve in ogni caso chiarezza, ad es. nel lavoro dei costumisti: tendono a far indossare lo stesso tipo di abiti per identificare il carattere dei personaggi. lo spettatore deve riconoscere subito la tipologia del personaggio. Ed e’ un po’ la storia che raccontava sempre Troisi: il cavallo del buono è sempre bianco e quello del cattivo è sempre nero… se scambi cavallo e cavaliere crei una contrapposizione. In un lungometraggio puoi usare questo scambio e raccontarlo, spiegarlo, magari il cattivo ha anche una parte di bontà, etc., mentre in un corto non ne hai tempo, deve esserci immediatezza, riconoscibilità del carattere. Una narrativa più complessa che abbia quindi una psicologia più dettagliata, ha necessità di essere sviluppata in un tempo ampio, con registi che insieme all’attore lavorano anche con la fotografia che con la sceneggiatura. Non puoi raccontare personaggi di grande psicologia se non hai pilastri su cui appoggiarti, anche un grande attore devi essere supportato da una grande sceneggiatura e soprattutto da tempistiche che gli consentano di raccontare tutte le sfaccettature del personaggio, altrimenti non è credibile, anche perché fondamentale è un buon montaggio ed è fondamentale la figura del regista che sappia aiutare l’attore. Nel contesto di uno short movie credo sia meglio raccontare una storia lineare, qualcosa di chiaro, infatti spesso uno dei problemi è proprio quello di capire che cosa vogliano raccontare esattamente, per approfondire una storia dove ci siano molti elementi da sviluppare, non lo si può fare attraverso l’uso dello short ma con almeno un’ora e mezza di cinema.

Nella tua esperienza made in USA, hai ritrovato dei meccanismi diversi in cui hai avuto modo di esplorare nuove dinamiche di lavoro?

In questo caso ricordiamo che era comunque un cortometraggio auto prodotto…
Per quanto riguarda il set, nell’artigianalità, per dire, ero io a volte che davo dei suggerimenti, per quello che riguarda la capacità di sapersi arrangiare e fare il cinema, come piaceva a Monicelli… A me viene in mente Monicelli e al di là della recitazione, apprezzava molto la capacità di improvvisazione e tra virgolette di organizzazione momentanea del set, ovvero quando un attore sapeva arrangiarsi, aiutare la troupe. Questa è una cosa che gli americani non hanno proprio… noi italiani se avessimo i soldi degli americani… beh questo lo dicono un po’ tutti, ma posso dire questa cosa: nel fare di necessità virtù sul set onestamente la scuola italiana a me ha dato tanto.
Lì in America magari si imbarazzavano se facevo qualcosa a cui non avevano pensato, ma a me sembra naturale ad es. crearmi una sedia se ho un piano americano: se sono seduto ad un tavolo non ho bisogno dell’attrezzista di scena che mi mette la sedia sotto, perché Nicola Acunzo viene dal set di Monicelli quindi si piglia una “cascetta” e se la mette pure giusta per dargli l’altezza del personaggio, e questa è una cosa che ti insegna il cinema italiano, non quello americano.
Veniamo all’episodio della “cascettella”: se io aspetto l’attrezzista che deve posizionare la mia seduta vicino al tavolo, per come sono fatto io mi attrezzo, mi ingegno e me la creo, mi faccio la cascettella e sono pronto; poiché la luce in faccia me la sento, sono un attore che fa cinema e la prima cosa è saper sentire la luce in faccia, insomma se sono veloce a recuperare delle cose che sono nella stanza per attrezzarmi, non è colpa mia, ma posso mettere in difficoltà qualcuno che sta là pagato per questo scopo. Però, come dicevo, io sono nato con la “cascettella”, per me è stata determinante, se non fosse stato forse per la “cascettella” Monicelli non avrebbe lavorato con me. Con lui feci “Le rose del deserto” che fu determinante. Ci fu una frase bellissima che mi disse Michele Placido, che stava sempre vicino a Monicelli, il quale gli disse “su 100 persone sul set che stanno facendo cinema qui, solo 20 sanno realmente portare avanti un set, e tra questi 20 lo vedi, c’è quel napoletano”… ero io! Placido me lo raccontò mentre mangiavamo a casa mia, lui stava facendo uno spettacolo dalle mie parti, io inorgoglito da questo tra me e me dissi, “vedi le cose semplici sono quelle veramente importanti”. Perché il set è così, il cinema è una roba artigianale, è veramente una famiglia.
Monicelli diceva sempre che il cinema italiano ha iniziato a peggiorare da quando si è imborghesito, ha iniziato il declino da quando hanno inventato i camper… Sì perché il camper fa in modo che l’attore se ne vada nel suo camerino, e gli attori così tra loro non parlano più, non fanno amicizia e se devono passarsi una sedia lo fanno ma non c’è quel rapporto… Insomma la cosa della “cascettella”… avere l’approvazione di Monicelli per questo atteggiamento che ho sul set in generale, veramente da quando ho iniziato a fare cinema, praticamente da quando ero ragazzino, ha fatto in modo che la utilizzassi sempre, mi è rimasta. Per cui quando vado sui set americani, io uso la “cascettella”!

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