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Mario La Carrubba nasce il 15 gennaio 1944, ha frequentato l’Istituto Statale d’Arte e l’Accademia Nazionale delle Belle Arti di Roma, tra i suoi maestri i pittori della Scuola Romana – tra i quali Ziveri, Ceracchini, Mazzullo, Guttuso, Maccari. La prima mostra personale che ha segnato il suo denso impegno professionale si è svolta agli inizi degli anni ’70 presso la galleria il Trifalco. Di rilevante importanza è stato l’incontro con il fotografo italiano Mario Carbone e la critica d’arte e gallerista Elisa Magri, grazie al quale inizia una seria di importanti mostre a Cosenza. Prosegue il lungo percorso che lo vede impegnato nell’evolvere la visione fantastica, attraverso un mai sopito rapporto con le diverse arti visive, tra cui lo spiccato amore per il cinematografo. Realizza diverse VideoArt tra le quali l’omaggio ad Anna Magnani andato in onda nel 2012 sullo speciale del TG di Rai 2. Ha partecipato a numerose collettive, rassegne d’arte e personali.

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La quadrimensionale visione cromatica

di Iolanda La Carrubba

In questa turbolenta atmosfera, a dominarne i sensi, è un velato vapore dalle nuance fredde come fosse il “respiro vitale” dell’opera stessa. Il punto focale, l’orizzonte, l’aggancio visivo nell’ ”inquadratura” dell’artista, appaiono caotici ma metodici, un incontro nella terra di confine tra inconscio e razionalità dove protagonista è il colore e la sua vaporizzazione, elargito con saggezza e pazienza sopra i diversi strati “a velo” della pittura ad olio del maestro.

Cronache visive di una realtà parallela ad un mondo inadeguatamente oggettivo, dove il soggetto è protetto all’interno di una sfera simile ad una bolla di sapone, essa è mutevole, riflette minuziosamente la visione totale d’insieme ed in quelle rare occasioni quando nell’opera è ingiustificatamente assente, vuoto voluto, pare dunque manchi la materia primigenia, la consapevolezza dell’Es, o forse l’autoritratto?
Le geometrie  che tacciono altre ipotesi di nuovi orizzonti sconosciuti, si stagliano imponenti come strutture di una civiltà futuribile, arresa alla disarmante combinazione tra l’uomo e la natura. Lo Zenit e il Nadir appaiono compromessi indefiniti nel caos percettivo dell’impalpabile ambientazione, eppure in questa oasi del colore sembra sia approdata un’incontaminazione sociale, la tecnologia diventa neoarchitettura, avanguardistica, frastagliata e frastornata da uno status apparentemente pacifico, forse pattuito dall’armistizio tra scienza e natura.

mario 1 ok.jpgNella totalità dell’opera vige una componente fondamentale, lo spazio-tempo, il suggerimento dell’artista è la rivisitazione dei piani cartesiani, una nuova inesplorata dimensione, la “quadrimensionale visione cromatica” di un paradosso quantistico einsteiniano, di variabili nascoste nel groviglio fenomenico nel quale è possibile viaggiare salendo a bordo della sfera trasparente, simbolo presente nei suoi lavori dai memorabili quadri definiti dalla critica d’arte Elisa Magri “gli orrorifici”, dove in un’ambientazione post-apocalittica, percorrendo in punta di pennello le orme del surrealismo, il protagonista è rappresentato da un corpo umanoide che sfoggia possente, ma al contempo fragile, i muscoli principali del suo corpo senza protezione epidermica.

Mario La Carrubba  ha un legame intimo con la pittura e tra i diversi periodi si ricorda quello dedicato al panneggio, ai chiaroscuri alla drammaticità del silenzio, arreso all’osservazione del dettaglio reso cinetico nel delicato equilibrio degli elementi dove, tra gli altri, padroneggia l’Aria che tutto muove nel parallelismo anassimenico tra l’origine del Cosmo e l’anima umana, essa stessa soffio vivificante “pnéon” dalla quale si genera il suono primigenio.

L’importanza della phonè è celata all’interno delle opere e  laddove fino a poche opere prima si potevano trovare elementi figurativi, andando avanti questi, sono stati in parte trasmutati in lettere e numeri, quasi a voler simboleggiare il suono lasciato, dai quattro elementi in una complessa formula alchimia visiva.   

L’artista fin dai suoi primi lavori mette al centro dell’opera il fruitore come se egli stesso fosse il passe-partout per varcare l’ingresso di un universo a colori, un viaggio visionario tra le possibili combinazioni di dimensioni paralelle.

 

 

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