Racconto

14

di Luca Masculo Legato


Questa prosa nasce da un ricordo di qualche anno fa. Era il tempo in cui mi recavo ogni mattina contento a lavoro, certo che ogni presenza là dentro contribuiva ad aggiornare il contatore delle ferie maturate. Quel Natale, durante il mio ritorno a casa per le feste, regalai a mio fratello, allora poco più che un infante, un libro tanto bellissimo quanto illuminante (mi sono accorto della geniale rima solo nel rileggere la frase, ndr), Il Piccolo Principe di Antoine de Saint-Exupéry. Io da quando l’ho letto, non ho mai smesso di sognare la mia volpe addomesticata…

Comunque, confezionai il regalo, con tutto compreso nel prezzo, una dedica di cui non ricordo le parole precise, ma diceva lui qualcosa come il fatto che: non spettava a me indicargli la vita, ma che però avrei potuto sforzarmi sino al collasso nel ripetergli di non smettere mai di sognare.

Speravo un giorno avrebbe capito quanta leggerezza può dare il peso di quelle parole. Ed a meno di brutali e future delusioni, mi pare il mio fratellino abbia saputo leggere davvero!

Da sempre sono stato attratto dal colore viola. Prima non capivo, ma poi ho ricordato che, in pittura, nasce mischiando il blu col rosso. Miei colori preferiti: quelli dell’immenso e della passione. E poco più di qualche giorno fa, nella stessa mia stanza ove, solo pochi mesi prima, vidi raffigurata la mia Caporetto durante un azzardato tentativo di orgiastica redenzione, m’imbattei ne I Fiumi di Ungaretti. “Il mio supplizio è quando non mi credo in armonia” – dice testualmente. Proprio così. L’armonia, che bella e necessaria cosa l’armonia. Sono anch’io come Giuseppe, analizzai.

Ma sono anche un romantico di merda. E credo troppo in quella sciagurata giustizia che troppe volte mi ha negato la grazia. Sicché, sono sempre stato insofferente al cannibalismo dell’anima perpetrato da taluna gentaglia. Intollerante a cittadini le cui foto-tessera sono ottime durante un’indigestione. Più potenti di due dita in gola.

Stomacato da una città che vorresti vedere di colpo saltare in aria. Così, una botta sola. Una bella botta. BAM !!! Come se con questa, fosse possibile veder svolazzare tutto il suo cinismo, l’odio, l’indifferenza per l’essenziale. E la sua rincorsa al superfluo.

Quello stesso pomeriggio de I Fiumi, “armonicamente” adagiai le valigie sul letto. Non credendo più alla città, non credendo più alla lotta. Non credendo più a niente.

Con grazia da manuale, mi misi a piegare il primo maglione, indiscutibilmente convinto che nel prossimo viaggio a ritorno da definire, avrei fatto a meno di lui e di tutta la sua compagnia invernale. Operazione che subì il primo rallentamento dei lavori a causa di una suoneria, attraverso la quale il telefono annunciava di essere ancora tra i vivi. Allo stesso modo in cui, così limpida, baritonale e viva era la voce dall’altra parte della linea. Ed io ancora troppo morto per credere che con una telefonata, nemmeno pagata da me, mi ero levato dai cabbasisi tutti i colloqui-farsa del Sistema-Paese.

La voce era di un umano, tra i pochi cui penso abbiano davvero un’anima. Mi sono chiesto spesso se, anche lui come la Maga del romanzo di Cortazàr, ha capito che per arrivare al Cielo bastano solo un sassolino e la punta di una scarpa. A me non sono ancora bastati quindici mesi per espiare la colpa di averlo ferito, deluso, straziato. Chiamava per buttare sul tavolo (visto che il letto era occupato!) i suoi progetti. Tra quei progetti c’ero anch’io. C’era la mia seconda possibilità.

“La mia più grande vittoria, in un’Italia martoriata, spolpata, umiliata, dove il lavoro è più facile perderlo, è quella di dimostrare che si può rischiare e riuscirlo a dare!”

Quella poetica rivoluzionaria mi ha commosso. Al pari di Pertini che dice: “non ci prendono più, non ci prendono più!”

È buio da più di un pezzo. Da molti pezzi, preciserei per rendere meglio l’idea. Il bar è lo stesso. I bicchieri forse pure, ma sembrano puliti:

  • Cicchetti, direi che ho fatto 13!
  • Hai fatto 14, Luca!

 

 

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