Recensione

L’adolescenza aiuta a guarire

Il secondo romanzo di Alessandro Moscè


di Sergio D’Amaro

etaNon so fino a che punto si possa parlare di uno spietato referto autobiografico a proposito del secondo romanzo di Alessandro Moscè, L’età bianca, pubblicato da Avagliano (pp. 228, € 15). Certo, esso ha tutta l’aria di una resa dei conti con sé stessi e una strenua volontà di arrivare a un punto fermo, di chiarire con nettezza dove finisce un periodo della vita e dove ne comincia un altro. Bisogna arrivare a pagina 98 per saperne qualcosa di più sul metodo impiegato: ‘’Io, Es e Super io, hai presente? Schiacciali sotto il peso dell’inquisizione. Condanna, senza appello. Una sconfitta che rimarrà per sempre. Lascia che Alessandro si confessi. Racconta senza inventare alcunché, ma riproducendo fedelmente […] Scava e metti per iscritto. Anche i fatti minimi, gli aneddoti. Il malato immaginario si scoprirà ipersensibile e saprà anche perché’’.
È, sostanzialmente, la lezione di Svevo o di Moravia, e c’è quel di più di sensibilità che si acquisisce non trattando semplicemente di una malattia, ma avendola contratta e superata. Moscè risulta perfettamente, così, fedele alle sue scelte, giacché L’età bianca è la seconda puntata del suo romanzo di formazione incentrato sul trauma infantile di una miracolosa guarigione dal sarcoma di Ewing (una forma rara di tumore osseo). Esso che ha assunto nella sua vita di scrittore la dimensione allegorica di una sfida da vincere e ha configurato una personalità che si plasma al fuoco di una sofferenza esposta al rischio incombente della morte.

Il romanzo è strutturato così intorno all’antico, paradigmatico, nucleo tematico amore-morte, anzi, come indicato dallo stesso Moscè in un’intervista, intorno a quello eros-morte, dove il primo termine acquista anche il significato platonico di tendenza al bene, di volontà di bene e di conoscenza contro ogni resa al buio dell’inconsistenza e dell’assurdità. L’età bianca è l’età dell’adolescenza che per l’autore ha coinciso con gli anni ottanta, con un tempo storico di stordimento e di dispersione che ha inaugurato quel narcisismo e quell’egotismo pervasivo alla base dell’epoca presente. Attraverso il rapporto con Elena, prima coetanea nell’adolescenza, poi ritrovata adulta e anticonformista, il protagonista compie la sua crescita aiutato da qualche buon maestro come il famoso poeta Mario Luzi, incontrato a Senigallia, e accompagnato dalla figura per lui salvifica e mitica di un estroso giocatore come Giorgio Chinaglia.

Per vincere la partita, tuffandosi anche nella conoscenza del sesso elargito dalla sua coraggiosa compagna, occorre che Alessandro (l’omonimo alter ego di Moscè) ritrovi l’Istituto Ortopedico Rizzoli di Bologna e la stanza ormai abbandonata dove si consumò trent’anni prima la sua aspra battaglia contro il cancro. Dopo una malattia importante si rimane convalescenti per tutta la vita, e questo è tanto più vero per lo scrittore di Fabriano che ama mettere le carte in tavola e affida alla letteratura una missione morale. Rompere col passato è per il protagonista rompere letteralmente gli oggetti presenti anche nella sua stanza d’ospedale, espellere fragorosamente da sé il passato che non passa, ritrovando però di quel tempo la fragranza di una rinascita, di un ringiovanimento vivificante.

In quest’opera di autenticazione della propria esperienza, di denudamento del male e dell’incombenza della morte, Moscè ritrova un racconto vibrante di vita e di attesa, filtrato attraverso la sofferenza di un cammino tormentato. Con l’autore, pensiamo che molta della letteratura debba essere questo, un atto di necessità e di coraggio, nato nel silenzio della propria coscienza e nel nutrimento della memoria.

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