Recensione

Nel finito… Mai finito di Iole Chessa Olivares

di Iolanda La Carrubba e Sarah Panatta


Iole Chessa Olivares con i suoi accordi di parole che viaggiano ma non sfuggono, mai mute, bensì mutevoli messaggere di un desiderio praticato e invincibile, valicando confini Nel finito… Mai finito esplora, tra la poesia sensitiva di Emily Dickinson che scruta e descrive come delicata farfalla con analitica semplicità il mondo, e il pensiero di Eraclito, ambasciatore dei cicli della vita che con il suo logos narra l’eterno scorrere del Tutto che passa ma non muta, in quell’universo intangibile il tracciato di infinite connessioni.

copertina iole

Edizioni Nemapress, 2015

La poeta attraverso bioritmi a tratti junghiani coltiva il suo viaggio astrale al contempo materico, dove si trasmuta il verso, verso l’infinito mai finito del sé, onde l’elevata poietica riassume come in un “mare nero”, il dolore estremo di una maternità ancestrale dove l’intersecata trama, tessuta sui “cicli cosmici” tra le macerie dell’umanità paradossale, fondata sulle supposizioni materiche della soggettività, fissa nei dettagli, l’appartenenza a dimensioni visivamente derivate da quel surrealismo rocambolesco, avventuroso seppur romantico, affine alle sfumature calde di De Chirico incorniciate dalla maestosità di architetture austere che proiettano ombre inconsce sovrapposte e mai statiche; qui tutto è ovunque, tra il visibile e il non e Iole “apre un mondo chiuso… a disarmare il cuore/ lasciando al tempo/ il senso ultimo delle cose”.

Danzano multipli e sottomultipli dell’Io, rincorrendosi nell’osservazione sbalordita, eppure matura del parco giochi a volte orrorifico della vita, dove l’occhio diviene specchio magico, ma anche pellicola, impressione diretta di luce, colori, forme in-costante movimento. Cinematografica riflessione e insieme dialogo tra le realtà e le finzioni dell’esistere, dove 16 è allora il numero che in pellicola trasforma la “camera con vista” del romanziere Forster nel riadattamento poetico di Iole, dove il suo estetismo della luce “insegue l’essenziale/ anche nel sonno”. E’ un rincorrere e raggiungere una meta altra, di quell’Io che mette in gioco se stesso formando e plasmando il pensiero di cui Iole diviene artifex: “consumata d’innocenza/ una prigione di fantasmi/ arranca alla gogna nell’aria/ e contro il buio soltanto suo/ come può cospira/ per un cielo in più/ ogni volta…naufragando”.

Come i grandi della letteratura, Iole nel suo ermetismo romantico, riconosce un genius loci onniscente e onnipresente che occupa e interroga morfologie dell’anima, di cui ella padroneggia i topoi. Qui si rintraccia un sentire kerouachiano, dove lui irriverente ha “sulla faccia un’espressione di incalcolabile sofferenza, come un angelo stitico su una nuvola”, mentre Iole “insieme all’allargarsi dei cerchi” che “in un diluvio di partenze…forse da lontano/ urtano l’angelo” è custode degli archetipi di quei luoghi leggendari, dove il verso a volte è dissacrante, liminale quindi concentrato a trasporre un sentimento in evento e vice versa, in cui memoria personale e detrito cosmico, cataboliti dell’Io poetico e frammenti della Storia tutta, sedimentano senza confondersi, in un abbraccio sapiente fatto di Poesia. Di quella “parola giusta” che misurando rimembranze intime e insieme contingenze estranee, “sillaba su sillaba/ incarna/ nel sangue di un pensiero…” oltrepassa le “distanze”. Iole compie allora un viaggio dentro e fuori la paura dell’“ignoto” vestendosi radiosa di parole che sostengono e proteggono l’Io scrivente come l’Io del fruitore, quel “noi/ ombra troppo vasta/ in una prigione/ di frammenti minimi/ … tra ragione e destino…”. Cammina libera incorrendo nelle verità che la sorte frappone al suo sentiero di riflessione.

Se “il sentimento dell’infinito è il vero attributo dell’anima” come asserisce Madame de Staël, Iole vota la propria forma mentis poetica a ricevere e coreografare quell’infinito, chiedendo alla poesia di farsi portale e insieme scandaglio dell’anima. Ella infatti nulla esclude e tutto comprende, aprendosi all’“altro”, squarciando e insieme rielaborando con i sensi il fenomenico prodotto di illusioni, sogni e impressioni ancestrali e quotidiane rappresentati dalla realtà, di cui traduce passionale anche se quieta ogni forma d’espressione, in questo unicum vitale analizza e scandisce seraficamente un’esplorazione purgatoriale, dantesca, affrontando ogni materia compreso l’inconscio, sfidando se stessa e le proprie paure riuscendole a sorpassare ed elargendole al lettore come nuove mete di un infinito andare, senza temere il risvolto ombroso d’ogni luogo d’origine ed originario. Infatti si ritrovano suggestive immagini decodificate tra l’onirica visione di un orizzonte sempre mutante e un incantevole percorso intersecato ad ogni realtà parallela. Sorride allora pascoliana e riflette tra Monti e Leopardi, dietro ombre sconfinate e mai confinabili e si muove sinuosa, accorta e dolce, tra “vicine e lontane altezze/ inquietudini/ che non si lasciano domare” e “da un crepuscolo all’altro/ nel remoto e nell’oggi/” vola con lo “spirito dell’altrove”, con l’incredula grazia di chi non smette di cercare, di cercarsi, di amare con devoto “sperdimento” un mondo di illimitate verità.

Arduo qui il compito del Prof.Perilli che con peripli pindarici e approfondite ricerche empatiche colme di cultura, analizza tra psiche e viscere la mimesi affabulatrice, fino a fare opera sinestetica di questa silloge poetica.

Sospinta da una neo elegiaca propedeutica, Iole Chessa Olivares riesce ad incantare il riverbero di bellezze ataviche, cattura bagliori nel buio della cattività umana, nel “flusso incontenibile” della vita “nella sfuggente meraviglia/ di un respiro verde-celeste/ sacro/ a ogni distanza”, conscia della sapienza “classica” che trascrive il civile consesso, quanto possibile mai esauribile esperienza complementare tra arte e vita, generando con una metrica fiera l’espressione della condivisione poetica trasformandola in esperienza.

Il libro ha recentemente vinto il II Premio per la sezione C, “libro edito”, del Premio Nazionale di Poesia “Mario Arpea” edizione 2016.

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