CineRecensione

Il Teorema Zero del cinema di Terry “Parnassus” Gilliam

di Sarah Panatta

“Non stiamo bene ultimamente, stiamo morendo”. Qohen si pronuncia “Coen”, non “Queen”.

the-zero-theoremQohen non è certo sovrano di se stesso. Forse sovrano spodestato e sovrastato, da numeri tirannicamente prodotti e imposti, che catalogano la vita e ciò che attraverso essa si suppone sia conoscibile come “mondo”. Qohen processa quei numeri, entità “esoteriche”, un lavoratore-cavia per una multinazionale – la cui sede è addobbata stile silicon valley-fabbrica di cioccolato -, un’ape operaia albina, depressa, nevrotizzata e sociopatica, votata all’autoisolamento nell’alveare di una detritica società post-(Social)apocalittica. In cui l’essere languisce disumanizzato, inevitabilmente mercificato, tra spot personalizzati e grandi fratelli onnipresenti con le loro microcamere ridicolmente appese al volto illeggibile della megalopoli. Qohen, uno come noi, uno che sta morendo. Dentro schermi che parlano lingue robotiche. Dentro illusioni di emozioni possibili ma non palpabili. Dentro la sua casa-cattedrale franata tra dati e scorie. Le nostre identità motiplicate e disperse nella Rete delle Reti. In una scenografia acida ma anche tumefatta, tra Blade RunnerQuinto elemento, Minority Report e molta distopia tra Cronenberg e il capostipite Orwell.

Benvenuti nell’entropia cinematografica di Terry Gilliam, The Zero Theorem, filosofico, citazionista e autoreferenziale, dal 7 luglio al cinema. Essere amorfo per eccellenza, creep (come cita l’omonima celebre canzone dei Radiohead riadattata in un swing spettrale, erotico e ostalgico), ratto da computer, Qohen (un misurato calzante Christoph Waltz) percepisce come sempre più grave la morte della propria socialità ed empatia, ipocondriaco e disabituato alla luce, è bramoso di rinchiudersi nella sua postazione di lavoro casalinga, dove difendersi dall’ipocrisia insostenibile dell’universo iperconnesso e iperframmentato, dove ognuno galleggia mascherato dentro gabbie invisibili. Quando sta per mettere in pratica la propria fuga interiore, a Qohen viene affidata, dalla stessa società per cui lavora sfruttato, la delicata ricerca sul Teorema Zero, ideato per cercare il senso dell’esistenza. Altri creep, più o meno reali, gli si affollano allora intorno, dalla psichiatra programmata per confortare le sue illusioni e lenire paranoie e manie, al giovane nerd che lo aiuta a immagazzinare e tradurre i nuovi dati, alla misteriosa sensuale fanciulla che lo invita in una realtà virtuale e platonica da lei creata, un’isola deserta fatta di tramonti lascivi e caldi, in cui riscoprire i propri istinti e aiutare Qohen a comprendersi. Tra bio-tute e algoritmi infiniti, vetrate incadescenti e penetranti vortici di spazio tempo risucchiato dalla noncuranza di uomini assuefatti a codici più che a relazioni, Qohen come l’autore, come lo spettatore, viaggia da una dimensione e l’altra.

Forse perdendosi nella matematica della virtualità, o forse trovandosi in un altrove post umano in cui poter lui stesso ricalcolare le equazioni dell’anima (laddove il grande fratello ne abbia prevista una…).

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