Recensione

“A 33 giri. Distorsioni di una mente errante” di Francesco Presta

Antonella Rizzo

12821498_10207013738676620_2974105267957127731_n.jpgParlare di questo libro è stato compiere un viaggio sciamanico vero e proprio, come nella letteratura tanto in voga nelle generazioni beat che crescevano a Kerouac e Castaneda. Il diario di bordo (così mi piace definirlo) di questo novello Don Juan è dello scrittore Francesco Presta.

“A 33 giri. Distorsioni di una mente errante” edizioni Kimerik è un testo nuovo, elettrizzante e sincopato che segue i binari paralleli di musica e scrittura in una magistrale simbiosi. L’autore, uomo artisticamente poliedrico, attraversa quel lungo periodo storico che segue la vita naturale del rock degli albori, le varie evoluzioni fino alle contaminazioni con la black music delle origini. Questo lungo ed intensissimo periodo storico ha allevato una generazione di giovani dalle caratteristiche di eternità, uomini con il marchio indelebile di grandi avvenimenti storici, dai miti inossidabili e gli ideali forti.

Arrendendosi al tentativo di comprendere un presente banale e vuoto di contenuti, l’autore si lascia ispirare dallo spirito errante del demone pentagrammato che lo conduce in un viaggio psichedelico a ritroso, popolato da personaggi chiave paradigmatici di una società in fermento e da virtuosismi alla Jimi Hendrix. Jericko, il protagonista che potrebbe assomigliare a un personaggio di Blade runner, è un profugo della galassia che compila minuziosamente il suo diario di guerra quotidiana. Così è il suo linguaggio, lapidario e quasi marziale, privo di quegli accomodamenti formali che rendono servile l’opera nei confronti del lettore, con una cadenza decisa che si impone all’attenzione come un richiamo al proprio orgoglio di appartenenza.

Le storie di cui parla attraversano decenni di grandi mutamenti sociali, dove il confine tra il vissuto personale e i grandi avvenimenti politici e di costume che hanno rivoluzionato la vita di ciascuno sono indefinitamente separati; complice la presenza vitale delle ideologie che hanno permesso la comunanza esistenziale ed empatica di diverse generazioni in vicende che non hanno rappresentato un’entità esterna alla propria, ma l’hanno segnata in modo univoco e totalitario. Così la “maledetta musica”, ossessione bohemienne e possessione mai volutamente esorcizzata scandisce ogni momento, ogni attimo che riaffiora alla coscienza con inaudita potenza. Essa è genesi e conclusione, dannazione e ispirazione per intere generazioni e la sua forza primitiva ha resistito a qualsiasi tentativo di addomesticamento da parte degli “uomini grigi”di ogni nomenclatura.

Il punto di vista dello scrittore non è eternamente grato a questo principio ispiratore poiché conosce il contenuto di dolore che ogni processo iniziatico arreca al giovane apprendista, il coraggio che ogni scelta fondata sul principio di libertà deve dimostrare in ogni situazione avversa e non ultimo l’altissimo prezzo che l’accettazione della propria sensibilità comporta. Un viaggio scandito in tappe, una storia che sappiamo riconoscere quando ci troviamo di fronte a un’anima forgiata dalle staffilate vigorose dell’arte. Ho piacevolmente ripercorso a bordo dell’astronave quelle sensazioni repentine della mia adolescenza, le slappate di basso nelle cantine di periferia, i capelli viola cotonati nell’ascensore per eludere il controllo genitoriale.

Ma l’opera di Francesco Presta non è sentimentalismo metal, affatto, piuttosto un fortunato incontro tra sentimento e razionalità che si appoggia a scenari consolidati quali processi sociali e storici, realizzando un fortunato arrangiamento musicale che attraversa una dimensione psichica dominata da un pacato esistenzialismo ormai maturo e ispirata da un modus vivendi votato all’arte. Perché è attraverso la musica, ma anche il cinema e la letteratura che Jericko ha trascorso la sua vita, un microcosmo dentro la Storia maggiore, un’onda anomala tenera e violenta che parla di soprusi ma anche di affermazioni, di conquiste sociali, dittature, sballi quotidiani e noia. Il capitano ritrova il suo pianeta Terra come un ambiente ormai ostile, un mondo di replicanti a cui sente di non appartenere, a cui destina solo indifferenza con le sue monadi compagne, bolle anarchiche in giro per lo spazio.

Ma una Donna, la Fata, essere al di fuori di ogni tentativo di categorizzazione, archetipica e appassionata è il legame sottile con la sua specie dalla quale si è distaccato in solitudine. Ella è la Musica, l’Eros, la Mater, la Donna che lascia traccia nel peregrinare ramingo dell’uomo dei nostri tempi, il sentimento di appartenenza a un’umanità castrata dalle scelte necessarie ma rinnegate nell’interiorità più profonda. Ed è con disincanto e una rassegnazione rituale che il capitano ritrova se’ stesso, uomo postmoderno e arcaico, con la fragilità dei sui miti.

Avvincente l’impianto stilistico dell’opera, che riesce a compiere una panoramica emotiva e storica su decine di anni intensissimi della storia moderna, senza mai risultare enciclopedica o cronologica. La velocità delle descrizioni è funzionale all’intento di catalizzare l’attenzione e usa come metronomo quello della colonna sonora della sua vita.

Odio il jazz, dice Jericko in uno dei suo comunicati ironici ed efficaci inviati dalla Crazy Diamond: arriva infatti quando l’anima rallenta la sua corsa e sorride, con grazia languida, alla furia della rivoluzione appena trascorsa. 

Questa è la fine dei grandi ribelli.

Advertisements

2 comments

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...