Poesia

Accattone d’amore

di Antonio Sagredo
Dai moli irriverenti io vidi il sorgere di visioni eterogenee e specchi invitare
gli occhi ad un incubo speculare, le orbite marcire alla deriva e i pensieri
non incisi su tavole d’argilla… e tutto era smarrito fra quei  corpi in disuso,
come in un arsenale desolato avanzi di epoche mai nate e intatte.
Non avevo che fiumi di madreperla da mirare e quel morire degli oceani
avvitarsi in ciambelle sfatte nei tramonti inaciditi, e come una marionetta
d’altri tempi, senza nervi e rauche parole,  fra i merletti delle torri saracene
sognavo invano navigli e vele biancoavane… un orientale esistere non c’è più.
Nostra Signora del Lutto rifiutò il sacrificio dell’agnello e crocefisse l’innocente leopardo.
Lei che era tutto il Canto  non divise la mia nascita con le parole beate
e il sapere di tutta la materia oscura vomitò sulla scena i gesti… l’ombra generò
un’assenza d’aurore per la scosciata Europa. Celebravo dei roghi la privazione
mia in fiamme e tu  giocavi ai miracoli con la lontananza sui patiboli, e non avevi nemmeno
un gesto per me  fra spazi scellerati e infernali amori…
non volevo abbandonare il paradiso al suo destino,  temevo delle mie lacrime
il suo benestare al riso e il calibrato furore delle mie mani sui gradini di un sacrario. Accattone
 d’amore! Il delirio di una gorgiera di rose fu una vigilia pagana,  un assemblea plenaria,
un arazzo floreale ibernato dal gelo delle mie visioni… pregavo la soglia di un qualsiasi
cottolengo per negare alla santità dei miei atti un sigillo o un sacrificio…
l’attesa fra risa e singhiozzi… andiamo a morire da Poeti, allegramente! 
Dai padiglioni ascoltavo le suppliche di Chinoneri, i singulti e gli sbocchi di sangue crollare
sul volto tumefatto della Supplica – Ti ho sentito piangere dalla camera dove non ci sei…
raccoglievo i tuoi resti, confondevo le trame e le scene. Citera m’aspettava con tutte
quelle maschere che si somigliano, l’accidia che  cantava la sua
ofidica tranquillità, le note di Federico dissolversi sulle strade di Varsavia.
Dal ponte delle mie legioni gli antichi versi svanire con gli scabrosi epitaffi del mio sublime
recitar cantando un miserere o un Te deum, come un severo Farinelli fra turrite troie
e rosse lanterne. Affilare a dismisura la soglia come una lama nella mia gola?
La Morte ho spremuto come un limone di primavera, in fiore! … sangue catramoso
come succo di mirtillo dalle croci, barocca mistica depravazione – alziamo i calici,
sui patiboli, oste ! Asciugati la maschera con le lacrime! E io che mi lasciavo andare sul Ponte
delle Lamentazioni, consumato, iniziato ai ricordi come alla morte di una Poesia mostruosa.
Antonio Sagredo
 Roma, 31 ottobre 2015
(sunto dall’ora quarta alla sesta)
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