Rubrica

Prosa Blues. La qualità del perdono

di Laura Bonelli

la qualità del perdono cover

LA QUALITA’ DEL PERDONO  Riflessioni sul teatro a partire da Shakespeare di Peter Brook

Se esiste una persona in grado di parlare autorevolmente di William Shakespeare, quella persona è Peter Brook. Il regista britannico novantenne, che ha trascorso tutta la sua esistenza a dare un concetto nuovo di teatro e recitazione,  ha avuto la grande capacità di scardinare i pilastri dell’interpretazione classica rendendo fruibili e vicini al pubblico opere ostiche come il Mahabharata o traducendo in immagini gli Incontri con uomini straordinari, nel racconto della giovinezza dello spiritualista dei primi del ‘900 Georges Gurdjieff.
Nel suo libro La qualità del perdono – riflessioni sul teatro a partire da Shakespeare (Dino Audino Editore) Peter Brook racconta la sua esperienza di formazione registica e personale, approfondendo alcune delle opere del grande drammaturgo inglese. Un libro piccolo, di neanche ottanta pagine, in cui l’autore condensa riflessioni profondissime e trasmette la necessità di andare a fondo sui dettagli, sulle singole parole per poter rendere vicina al pubblico la grandezza delle opere.
Brook ha sempre rifiutato di creare un metodo, anche se per  l’allenamento dell’attore durante le prove degli spettacoli si è avvalso di esercizi. Ha sempre dato spazio all’improvvisazione ed è grazie a questo e all’approfondimento psicologico, intellettuale e spirituale che i personaggi delle tragedie shakespeariane sono uscite da un muro aulico e impenetrabile e si sono rivelate per ciò che sono: la storia della natura umana nelle sue tante sfaccettature.

“Ci sono innumerevoli tematiche in Shakespeare, ma i suoi testi sono costantemente dominati dai concetti di ordine e caos (…).Sono forse i temi più vicini alle nostre vite, sia all’esterno che all’interno di noi stessi, in questo momento della storia. Siamo all’interno del caos – non possiamo negarlo, e il caos attorno a noi è un caos interiore -, credo che ciascuno sia in grado di riconoscerlo dentro di sé. C’è un profondo, e talvolta disperato, bisogno di ordine. E tuttavia siamo in un momento in cui, forse giustamente, ci accorgiamo di non saper comprendere l’apparente significato di nessuno dei due.”

Molti gli aneddoti riportati nel libro: dal difficile rapporto con Laurence Olivier, ai crescenti disagi psicologici di Vivien Leigh che durante le tournee passava le notti nelle bettole a bere e far baldoria con i camionisti, ai racconti dei retroscena della preparazione degli spettacoli che si alternano a pensieri di natura filosofica.

“Una parola può essere più di un guanto. E’ un magnete. Quando si adagia su uno spazio interiore ancora vuoto, nel momento in cui viene pronunciata, può riportare in superficie materiale sepolto nell’inconscio. E in momenti davvero speciali, può attrarre il materiale condiviso dall’ umanità. Quando guardiamo la pagina stampata di un’opera di Beckett, troviamo quasi sempre una battuta breve seguita da ‘pausa’. Questo era il Consiglio di Beckett agli Attori. Cechov faceva lo stesso, ma come ‘pausa’ usava “…”. Affinchè una semplice serie di parole acquisisca la più ampia dimensione umana, colui che parla deve fidarsi delle risonanze che sorgono in questi piccoli spazi. Tali momenti di silenzio esistono anche nei film, nei romanzi. Ma in teatro, nell’atto di ricreare assieme al pubblico una frase ad ogni replica, la pausa, i tre punti, non possono essere mai gli stessi.  Sono la traccia stessa della presenza di vita.”

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