Intervista

“…e lo chiamerai destino”


intervista di Lisa Bernardini

 

coverlibro

Ho  incontrato a Roma, in una assolata mattina di febbraio, Marco Tullio Barboni, noto  regista e sceneggiatore la cui famiglia ha segnato tratti importanti del cinema italiano d’Autore. Lo zio Leonida è stato un magistrale direttore della fotografia, amatissimo da Anna Magnani; il padre Enzo,  prima operatore alla macchina poi direttore della fotografia ed infine regista con lo pseudonimo di E.B. Clucher, ha legato gran parte della sua fama a film interpretati da  Bud Spencer e Terence Hill e all’indimenticabile filone degli spaghetti western. Frequentatore di set fin da bambino, Marco Tullio e’ stato  lui stesso regista e  sceneggiatore, ed ha proseguito la carriera familiare con caparbieta’ e notevole talento. Uomo di profonda  cultura e variegati interessi, vede pero’  il suo prossimo  futuro come scrittore ed Autore di futuri, nuovi testi teatrali, da tradurre anche in lingua inglese e magari  da esportare in America. E’ appena uscito il suo primo libro, “…e lo chiamerai destino”, edito da Edizioni Kappa.

marco tullio barboni

La presentazione ufficiale del volume avverra’ a Roma, presso il Teatro La Salette, il prossimo 9 marzo. Organizzazione promozionale dell’evento a cura dell’Occhio dell’Arte e della sottoscritta.

Una famiglia di grandi autori cinematografici, la tua. Una vita spesa nel cinema. I vostri successi più grandi quali sono stati, brevemente?

Non è facilissimo essere brevi in quanto stiamo parlando di oltre mezzo secolo di cinema e di, come preferisco chiamarlo, cinema per la televisione. Di mio zio Leonida posso dire che è stato uno dei più grandi direttori della fotografia degli anni ’50 e ’60. Prediletto da Anna Magnani, ha lavorato per delle autentiche leggende, da De Sica a Bolognini, da Monicelli a Lattuada, da Blasetti a Germi. Mio padre ha cominciato a lavorare come assistente operatore insieme con lui per poi continuare e risalire la carriera, dal “versante fotografia” si potrebbe dire, fino a diventare regista nel ’70 e ottenere un successo clamoroso con “Lo chiamavano Trinità” prima e “Continuavano a chiamarlo Trinità” poi. Per quello che mi riguarda, dopo una breve esperienza come aiuto regista proprio in occasione di quei due film, mi sono orientato sulla scrittura cinematografica e, al termine degli studi universitari e dopo molti corsi di,appunto, scrittura creativa e cinematografica, ho stabilito una sorta di “sodalizio familiare” per cui scrivevo tutti i film che mio padre dirigeva, collaborando poi con lui anche sui set. Sono stati anni particolarmente ricchi di straordinarie esperienze perché ciò ha significato seguire tutte le fasi, dall’ideazione alla realizzazione alla diffusione dei film sia in Italia che all’estero: prevalentemente negli Stati Uniti ma anche in Brasile e Spagna. Collaborando, per giunta, con straordinari interpreti: Terence Hill e Bud Spencer, prima di tutti, ma anche con Giuliano Gemma, Robert Vaughn, Vincent Gardenia e tanti altri. Dopo la scomparsa di mio padre, ho continuato con la scrittura, prevalentemente di serie televisive: una per tutte, che ricordo con particolare piacere, è stata Extralarge che ha rappresentato due stagioni di fiction di ottima fattura, tanto da conseguire un grande successo internazionale. Il desiderio di trattare tematiche diverse da quelle consentite dalla fiction commerciale mi ha indotto poi anche a scrivere e dirigere due cortometraggi. Uno di essi, in particolare, che, con esplicito riferimento ad uno scritto di Rabelais ho intitolato “Il grande forse”, ha ottenuto, anche grazie ad una magistrale interpretazione di Philippe Leroy, un notevole successo nei festival specializzati di diversi paesi del mondo.

Una esperienza lavorativa così variegata ed intensa, la tua che poi è servita ad introiettare cultura ed interessi a 360° ed a deviare verso strade che oggi sembrano maggiormente interessarti, come quella di scrivere nuovi testi che paiono adatti per un teatro d’autore.

Sì, è così. Il problema è che si tende spesso, ed il più delle volte impropriamente, ad operare, soprattutto ma non solo nello spettacolo, una omologazione tra la persona ed il suo lavoro. Come se non potessero esistere interessi, passioni e desideri di approfondimento in settori diversi da quello. Ricordo che una volta, molti anni fa, dopo la fine degli studi universitari e l’inizio dell’attività da sceneggiatore per la coppia Terence-Bud, un giovane collega conosciuto nel corso la mia breve attività di assistente di Istituzioni di diritto e procedura penale mi disse: “ Certo che da le analisi sulla personalità del reo ai fini della valutazione della repressione penale ai cazzotti in testa…hai fatto un bel salto mortale!”. Analogamente, adesso, in occasione dell’uscita del libro, persone che ne sono venute a conoscenza e che non sentivo da tanti anni, si sono sorprese del fatto che, seppur nel modo originale e fruibile in cui l’ho fatto, abbia voluto e potuto trattare il tema del rapporto tra conscio ed inconscio, in quanto in qualche scomparto della loro mente mi avevano catalogato sotto il cliché di scrittore di film d’azione. Io, viceversa, credo che sia proprio coniugando il mestiere con la passione e quindi con interessi che magari sono nati e si sono alimentati successivamente alla scelta di quella professione, che si possa produrre qualcosa di veramente originale ed interessante. “…e lo chiamerai destino” è nato così.

“…e lo chiamerai destino” e’ un libro edito dalle edizioni Kappa. Quali sono le letture che lo hanno ispirato?

Sono tante, per la verità. Dai libri di Bruce Lipton sulla biologia delle credenze a quelli di Robert Williams, il creatore del metodo Psych-k per favorire l’allineamento tra conscio ed inconscio; da scritti di Daniel Goleman come “Intelligenza emotiva” ad altri del decano degli psicologi statunitensi David Hawkins come “Il potere dei condizionamenti”…ma quello che forse, più di tutti, mi ha ispirato è stato “Pensieri lenti e veloci” del premio Nobel Daniel Kahneman. Tutto il libro è una perla ma in particolare mi ha colpito il passaggio in cui definisce il rapporto tra l’inconscio ed il sé conscio come, letteralmente, uno psicodramma con due personaggi, nel quale uno è un comprimario che crede di essere il protagonista. E’ stato allora che ho pensato: raccontiamolo questo psicodramma, mettiamolo in scena.

La struttura è dialogica per l’intero corpo della narrazione ed è cosa rarissima. Come ti è venuto in mente di partorire un prodotto letterario così particolare? E perché? Lo tradurrai in altre lingue?

L’occasione è stata…tanto per rimanere in argomento…la sincronicità tra stesura da parte di mia figlia della sua tesi di laurea su “Il codice di Perelà” di Palazzeschi e la contemporanea lettura da parte mia di “Due pinte di birra” di Roddy Doyle. Due testi per molti versi agli antipodi ma accumunati dall’utilizzare la struttura dialogica rispettivamente per quasi tutta o tutta la narrazione. Nell’un caso e nell’altro da quei dialoghi emergeva un mondo, non solo e non tanto in senso geografico ma un mondo di emozioni, di sentimenti, di atmosfere… E perciò, anche in forza del mestiere di cui parlavamo poco fa, ho pensato fosse particolarmente appropriato strutturare così “…e lo chiamerai destino”. Una scelta, insomma, che mi è sembrata giusta e congeniale. Se lo tradurrò in altre lingue? In questo momento, con il libro in uscita, è prematuro considerare questa possibilità ma…certo: non mi dispiacerebbe affatto. La tematica, oltre ad essere universale, non smetterà mai di essere attuale. Ed il modo molto poco convenzionale in cui l’ho affrontata credo possa rappresentare un ulteriore elemento di curiosità. Del resto, è stato Freud a dire: “Scherzando si può dire tutto. Anche la verità.”

La prima presentazione al pubblico del tuo lavoro dove avverrà? E chi hai coinvolto in questa presentazione?

La prima presentazione avverrà al teatro “Le Salette”, un piccolo, delizioso teatro del quartiere Borgo il cui direttore artistico è Alfonso Di Vito, un mio vecchio amico con esperienze nell’editoria e con una viscerale passione per il teatro di Eduardo di cui è anche un eccellente interprete. Non solo devo a lui la conoscenza con Riccardo Cappabianca che ha aperto la strada alla pubblicazione del libro ma gli devo anche gratitudine per i mille consigli che mi ha dispensato aiutandomi ad orientarmi in un settore che era per me territorio ignoto. Inoltre, nella sua veste grafica, “…e lo chiamerai destino”, è stato immaginato nel teatro “Le Salette”, tra una prova e l’altra della compagnia amatoriale di Alfonso o prima della rappresentazione di una delle altre che utilizzano il suo teatro. Pensare al teatro “Le Salette” come sede della presentazione è stato quindi consequenziale. Quanto alle persone che verranno coinvolte, conto di, per così dire, “miscelare” personaggi di cinema e televisione…sceneggiatori, maestri di musica, direttori di fotografia, attori…magari anche gli stessi Bud Spencer, se non sarà in giro per il mondo come spesso gli capita, o Terence Hill, se non sarà impegnato full-immersion con Don Matteo…con altri più vicini alla materia che il libro tratta, a cominciare dal professor Domenico Mazzullo, uno dei più noti psichiatri italiani che ha apprezzato “…e lo chiamerai destino” al punto che, con l’editore, abbiamo pensato di inserire la sua recensione nella retrocopertina del libro.

Che rapporto ti lega oggi a Bud Spencer e Terence Hill? Bud Spencer ha addirittura scritto nel volume, a suo modo, una piccola recensione.

Il libro è dedicato ad E.B. Clucher -che era lo pseudonimo di mio padre- ed alle sincronicità. Ebbene, io penso che Bud Spencer e Terence Hill abbiano giocato un ruolo da assoluti protagonisti anche in quelle sincronicità cui mi riferisco. Dalle quali sono stati, a loro volta, coinvolti e, visti gli esiti della collaborazione con mio padre, favoriti. “Lo chiamavano Trinità” è stato frutto di una magica alchimia che, per un niente, avrebbe potuto svanire. Viceversa si è realizzata cambiando le vite di tante persone: non solo quelle di E.B. Clucher, di Bud Spencer, di Terence Hill, del il produttore Italo Zingarelli o del sottoscritto. Anche quelle delle molte, moltissime altre persone che, in molte parti del mondo, hanno avuto opportunità di lavoro dal filone che si è generato: una circostanza questa che rappresentava grande motivo di soddisfazione per mio padre. E’ in quest’ottica che considero Terence e Bud, più che semplicemente degli amici, una sorta di fratelli maggiori, tanto sono parte della mia vicenda personale.

Edizioni Kappa è una importante casa editrice. Come pensate di collaborare per far capire l’importanza letteraria di questo volume al lettore.

Ho avuto la fortuna di instaurare subito un ottimo rapporto personale con Riccardo Cappabianca il quale ha condiviso l’opportunità di affiancare agli strumenti tradizionali…dalle presentazioni, alle interviste come questa…anche forme meno convenzionali come un sito che descrive le intenzioni, lo stile e la chiave narrativa del libro ed una sorta di promo, piccola concessione alla mia anima “cinematografara”, che suggerisce i motivi per cui “…e lo chiamerai destino” merita di essere letto. Sappiano entrambi che un libro con le caratteristiche del nostro rappresenta una scommessa ma intendiamo giocarla con convinzione ed entusiasmo.

Sito Ufficiale di Marco Tullio Barboni: http://marcotulliobarboni.com/

Per info sul suo primo libro: http://www.elochiameraidestino.com/

 

 

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