Rubrica

Prosa Blues. L’Abbecedario di Gabriella Montanari

intervista di Laura Bonelli

BodyPart-1Chi si avvicina alla poesia di Gabriella Montanari deve essere pronto a ricevere carezze e pugni in faccia e, sopratutto, non deve sperare di trovare consolazione. Catarsi, ascesi mista a sangue, sperma e terra, quello sì, ma nessuna consolazione.

Il suo «Abbecedario di una ex buona a nulla» (Rupe Mutevoli) è una distesa ordinata di armi da taglio: c’è la minuzia del bisturi, la ferocia della sciabola, l’arguzia del fioretto e alla fine, quando si crede, leggendola, di essere solo stati fatti a pezzi, compaiono fiori delicatissimi e profumati che hanno il nome di figli, casa, affetti bambini.

Enrico Nascimbeni, che ha curato la prefazione, di lei scrive: «Questo viaggio sulla strada della poesia dell’autrice è un gran bel viaggio. Scritto con arte e di arte dipinto. L’assenza di autocompiacimento e immensa disperata autoironia sono le credenziali di questo abbecedario»

Le poesie della Montanari sono a metà strada tra l’immagine e il monologo teatrale e portano il lettore a guardare aspetti dell’esistenza simile a polvere che si vorrebbe nascondere sotto al tappeto per non fare la fatica di affrontare.

ENVIRONNEMENT

(ambiente. presente quella roba che respira a fatica e che ci sta crepando in mano e sotto i piedi? la nostra cornice terrestre se ne va in fumo, lasciando ricordi e pennellate di vita verde nelle tele di ligabue e di rousseau il doganiere)

resteranno forse i più resistenti

o gli egoisti cronici e i recidivi cinici

o gli ignari

con orecchie e borsellino da mercante

insomma

saremo in tanti

a contenderci l’acqua per la doccia

sorsate d’ossigeno e un’insalata mista.

(Da Abbecedario di una ex buona a nulla)

Laureata in lettere moderne all’Università di Bologna e diplomata in pittura presso la Scuola d’Arti Ornamentali San Giacomo di Roma, Gabriella Montanari è poeta, scrittrice e fotografa. Traduttrice di poesia e narrativa dal francese e dall’inglese, collabora con riviste di critica letteraria, d’informazione e d’arte italiane e francesi.

È co-fondatrice e direttrice editoriale della casa editrice WhiteFly Press.

Esordisce in poesia con la raccolta Oltraggio all’ipocrisia – Prefazione di Dante Maffia (seconda classificata al Premio R. Farina, 1° Davide Rondoni, 3° Sauro Albisani) per le edizione Lepisma di Roma (2012), a cui ha fatto seguito Arsenico e nuovi versetti (La Vita Felice, Milano, 2013 – Prefazione di Lino Angiuli) e Abbecedario di una ex buona a nulla (Rupe Mutevole Edizioni, Parma, 2015 – Prefazione di Enrico Nascimbeni).

Sue poesie, racconti brevi e traduzioni sono raccolte in antologie italiane e internazionali.

Attualmente vive e opera tra l’Africa (Togo) e l’Italia.

Esiste una realtà poetica?

Diciamo che esiste un fitto sottobosco di poeti, per la maggior parte dediti al verseggiare nel tempo libero dall’impiego ufficiale e per lo più agglomerati in sette provinciali di pseudoinfluenza in cui se la scrivono, se la pubblicano e se la recitano. Poi vi sono alcune oligarchie cittadine in cui affondano le radici esemplari millenari di poesauri che fanno ancora il buono e il cattivo tempo letterario. O così credono. Infine, i cani sciolti: voci mature e scomode, isolate, vuoi per scelta o necessità personali, vuoi per ostracismo da parte delle due suddette categorie. Ma anche voci giovani, a cui non vengono concessi fiducia e spazio, eco di quella contemporaneità in cui la scrittura, e l’arte in generale, non possono prescindere dai mutamenti tecnologici e sociali. Questo, a mio avviso, il panorama italiano, sintetizzato e screvro da giudizi in merito alla qualità della poesia partorita. O, per lo meno, questo è quanto scorgo attraverso la distanza di sicurezza che mi tiene regolarmente lontana dall’Italia, ormai da anni. Quando torno mi piace frequentare e confrontarmi con alcuni, pochi, professionisti della poesia, vale a dire quei rari che hanno fatto della scrittura, e in particolare di quella poetica, la loro professione e che, a fatica ma sempre con rinnovato entusiasmo e fin troppa generosità, animano le scene culturali locali. O ascoltare chi poeta lo è potentemente, anche malgrado se stesso o al prezzo di una profonda sofferenza, e che non aspira né al riconoscimento né a essere accolto in alcuna cerchia.

Penso che tra fabbricanti di poesia, di ogni risma e classe, manchi spesso la solidarietà in nome di un comune obiettivo, disinteressato e non autoreferenziale. Invogliare il lettore, qualsiasi lettore e non solo quello già predisposto di suo, ad avvicinarsi alla poesia. Raccontandosi senza veli, trasmettendo autenticità. Chi ha la poesia come modus vivendi, mischiata al corpo e ai pensieri, riesce a entrare in contatto con chi legge i suoi versi. Il pubblico è giustamente ghiotto di emozioni vere. Altrimenti meglio un fantasy ben confezionato.

Forse basterebbero meno realtà poetiche, e più poeti con una reale poetica in cui avere fede. Più poetiche che alimentino vita e versi, preferibilmente con una buona dose di coerenza.

Chi è la ex buona a nulla?

O anche UN ex buono a nulla. Il clin d’œil a un’opera autobiografica di Bukowski

voleva essere nell’ottica del riscatto. Di chi, uomo o donna, è stato un bambino a cui, dare del buono a nulla, suonava come una routine, un mantra, quasi un complimento. E a quella definizione il bambino ha finito per credere e farne il proprio marchio di fabbrica. Finché un giorno, dopo aver imparato sulla pelle l’intero l’alfabeto della vita e le sue possibili combinazioni, si ribella alla lente dell’occhio, o degli occhi, che ha riflesso in lui, per troppo tempo, un’immagine distorta, che sente non appartenergli. E così richiama alla memoria le vicende marcanti, fa l’appello delle persone che hanno lasciato sul suo abbecedario segni indelebili, si mette a far di conto e tira una somma sino a quel momento condannata all’errore: «non sono più un buono a nulla, magari non lo sono mai stato». Con l’autocommiserazione non si superano gli esami, specie quello più severo, quello che ci vede inquisitori di noi stessi.

La raccolta vuole essere un elogio dell’autostima, del sentimento di sana rivalsa. Che l’opinione di noi stessi, buona o mediocre che sia, provenga dal nostro occhio a cui, il vissuto, deve saper offrire il dono del giusto mezzo, della fiducia nelle proprie capacità e, perché no?, dell’autobenevolenza. Basta poco per diventare ex. Nessuna lettera è scarlatta.

La tua raccolta di poesia è un abbecedario di ricordi, immagini e riflessioni. Di che sostanza sono fatte le esperienze di questa vita?

Un abbecedario-menu in cui compaiono pietanze fatte a volte di miele, altre di mandorle amare, di sangue, di profumi mai evaporati, di assenze, di mancanze, di presenze ingombranti, di sudore speso invano e di bellezza raccolta a braccia spalancate. Gli ingredienti del quotidiano, quello che offre il mercato giornaliero dell’esistenza. Ingredienti lievitati nel ricordo passato come nello sguardo presente e incisi nella mente in previsione degli istanti a venire. Una lista per fare ordine nel marasma di un cassetto stracolmo e separare l’essenziale, che resta, dal superfluo, che è giusto che sbiadisca e si sciolga. È un po’ come porsi, al contempo, al di qua e al di là della cattedra, avviarsi verso il diventare maestri di se stessi e restare allievi insaziabili di conoscenza e palpiti.IMG_20160110_000253

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