Vacancy. Come non scegliere uno spettacolo teatrale.

Autodifesa dello spettatore: quattro utili regole

di Maurizio Archilei

 

 

Ad inizio anno ho fatto una promessa che forse i lettori del blog ricorderanno (e se non è così sarà cosa semplice andare al numero di gennaio e trovarla): scrivere la recensione di ogni spettacolo che avrei visto, anche quelli pessimi. Sapevo che sarebbe stato difficile, anche se eticamente necessario, se si voleva davvero offrire un servizio alla comunità di appassionati di teatro in cerca di spettacoli da vedere e, di conseguenza, di indicazioni utili per evitarne altri. Ora posso ammetterlo: la missione è fallita. Di più: è impossibile. Non solo perché si rischia di farsi un nome pessimo in quanto giornalista (che poi, se uno scrive cose vere, perché mai dovrebbe preoccuparsene… eh… perchè non ti fanno più entrare nei teatri per esempio!), non solo perché si rischia di inimicarsi gente che, nonostante tutto, in quello che fa ci mette impegno, tempo e passione, indipendentemente dai risultati (che poi, se i risultati sono pessimi, uno può anche inimicarseli e ciccia in fondo. No?), ma soprattutto perché vedere uno spettacolo pessimo fino in fondo è davvero una tortura! E scriverne è la reiterazione di questa tortura, una punizione auto inflitta.

Tuttavia, ieri sera, mi è capitato di assistere al peggiore spettacolo che ho visto in questo 2015. Talmente brutto e imbarazzante che ho tirato un sospiro di sollievo alla fine del primo atto, quando rivolgendomi alla persona che mi ci aveva portato ho sussurrato “ricordo quella volta che nell’intervallo tra il primo ed il secondo atto sono scappato da un teatro”. Mi era successo veramente. Scappare, nonostante avessi pagato il biglietto, era stata la cosa più saggia che avrei potuto fare allora. E lo è stata anche ieri sera, quando senza indugio la mia amica ha risposto “andiamo!” alla mia mezza provocazione che per l’altra metà era una velata implorazione.

Non ho visto metà spettacolo. Avrebbe dunque un senso scrivere una recensione? Direi di no. La fuga a metà opera, oltre a farti risparmiare ore di vita preziose, può anche toglierti dall’impaccio di dover scrivere una recensione.

Però una cosa posso farla: prendere ad esempio la situazione di ieri per cercare di suggerire ai lettori quali possono essere i campanelli di allarme cui prestare attenzione durante la scelta di uno spettacolo teatrale. Ma attenzione: nessuno di questi suggerimenti vale in assoluto! Mi è capitato di vedere spettacoli ottimi anche al verificarsi delle condizioni che andrò a descrivere. Quindi prendeteli con le molle e sappiate che è necessario valutare caso per caso.

1 – La scelta del teatro

Una delle ragioni alla base dell’attuale confusione che determina la difficoltà di scegliere con sicurezza lo spettacolo da andare a vedere è dovuta da un vero flagello dei nostri tempi: le sale in affitto! I teatri, o chi gestisce sale adibite al medesimo scopo come le chiese, sono soliti stabilire con le compagnie accordi economici che garantiscano un introito. La platea sarà composta solo da parenti e amici? Non fa assolutamente niente. “Quanta gente riuscite a portare? Mh…bene…allora questo è il costo di un ingresso e facciamo 70% noi e 30% voi. Altrimenti se preferite, la sala viene 300 al giorno”. Quando la selezione di uno spettacolo da inserire in cartellone dipende da parametri come questi, è inutile dire che la qualità non è certo vista come un problema. Cioè, non è vista e basta.

Quindi: se il teatro in cui state per andare non ha un cartellone proprio per tutta la stagione in corso, nella selezione del quale mette in gioco la propria credibilità, ci stiamo esponendo a un pericolo. Di contro, però, esistono tantissime compagnie, soprattutto amatoriali, capaci di sfornare ottimi spettacoli e che non hanno la possibilità di ricorrere ad altri spazi che quelli di questo tipo. Come dicevo, nessuno dei suggerimenti può essere dirimente. Purtroppo.

2 – C’è la mostra di X, la presentazione di Y, l’aperitivo offerto, la vendita dei CD di Z,…

Stiamo andando a vedere uno spettacolo teatrale o a fare qualcos’altro? Un buono spettacolo non necessita accompagnamento. Non deve essere l’occasione per vendere altri prodotti, ne un prodotto da vendere approfittando di altre occasioni. Superfluo dire che esistono eccezioni: la rassegna DETRITI, di cui parliamo proprio questo mese a margine della recensione del secondo spettacolo che ne fa parte, prevede per ogni serata un apericena (peraltro ottimo). Ma la rassegna in questione è frutto di una grande selezione di spettacoli, e l’offerta di cibarie è legata più ad una concezione popolare del luogo in cui si svolge (è un centro sociale) che ad un tentativo di giustificare il prezzo del biglietto. Per inciso: ieri il biglietto aveva lo stesso prezzo, il buffet non valeva nemmeno la metà e lo spettacolo mi ha costretto alla fuga.

3 – Gli autori e la regia

Il teatro è teatro. Non è cinema, non è tv, non è cabaret… Quando alla regia c’è qualcuno che proviene da un altro genere, soprattutto se è alle prime esperienze, il pericolo è concreto. Per carità, la mia non è certo una critica alla sperimentazione: fondere linguaggi è stimolante e divertente, crea notevoli possibilità comunicative, a volte in questo modo si riescono a veicolare messaggi con una forza impossibile da raggiungere se si rimane rigidi nel rispetto di una “forma” prestabilita. Ma bisogna saperlo fare, perché l’operazione è sempre complessa, e il rischio di far cadere tutto nella farsa è altissimo.

Il consiglio che posso dare, in questo caso, è di verificare se un regista o un autore ha curato altri spettacoli in passato, o è alle prime armi e, appunto, proviene da esperienze diverse dal teatro. È una ricerca che personalmente non faccio mai, per evitare di arrivare pieno di pregiudizi al cospetto degli artisti che vado a vedere, …ma il mio ruolo non è quello del semplice spettatore pagante, quindi lasciate che a perseverare nell’errore sia io. Ieri, nella fattispecie, mi sono ritrovato a vedere uno spettacolo che passava continuamente dalla forma teatrale al meta teatro, con tanto di sfondamento ripetuto della “quarta parete” ed un’interazione con il pubblico fatta solo per finta, ad un uso sconsiderato di videoproiezioni in un susseguirsi di flash back che la metà bastavano. La risultante è stata l’impressione di trovarmi davanti ad uno spettacolo che aveva più del cabaret che del teatrale…e oggi, prima di prendere coraggio e iniziare a scrivere queste righe, mi sono accorto di non essermi sbagliato: l’autore e regista (alle prime armi in questa veste) è un cabarettista. Il che, di per sé, può non significare nulla. Ma stavolta ha inciso. E parecchio direi.

4 – Il pubblico: genitori ed amici

Capire da chi sia formato il pubblico è impossibile. Come nei concerti delle band emergenti, però, il teatro si nutre per lo più di amici e parenti che affrontano vere e proprie transumanze per sostenere i propri beniamini. Li si individua solo quando è troppo tardi, ovvero quando ad una battuta che non strapperebbe un applauso nemmeno ad una scimmietta a molla con i piattini tra lemani, l’applauso e le risate scattano in modo incondizionato.

Come annotazione è un po’ deboluccia questa, me ne rendo conto, ma può aiutarvi come ultima risorsa: se vi rendete conto di anomalie del genere che accadono intorno a voi, fuggite appena possibile. “I parenti e i loro applausi sono la rovina del teatro”mi disse una volta un’amica con la quale stavo assistendo ad un altro spettacolo tortura (messo in scena da attori sedicenti professionisti). Nulla di più vero!

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