Vacancy

La vita nonostante tutto, note su “Chiaro Inchiostro” di Massimo Pacetti

 

di Fausta Genziana Le Piane

Lucido distacco, pessimismo, rimpianto, solitudine, silenzio, nostalgia, il pensiero dell morte, il sentimento del tempo che passa, il ricordo della passata passione: ecco alcuni dei tempi che affiorano dalla lettura dell’ultima raccolta poetica di Massimo Pacetti dal titolo “Chiaro Inchiostro”, EscaMontage 2015.

Lucido distacco dinanzi al teatro della vita in cui l’umanità è assente non significa indifferenza, anzi il Poeta è sensibile ad ogni aspetto del mondo reale che lo circonda e questo è chiaro fin da subito, dall’apertura del libro, dalle liriche intitolate: A est e Ascolto a occhi chiusi (pp- 7-8) in cui la martellante e ossessiva ripetizione del verbo ascoltare (ascolto una canzone, la canzone del vento, ascolto questo palco così alto), al quale si accompagnano altri verbi quali contemplare, meditare, guardare, aspettare, chiudere gli occhi, dicono che Pacetti afferra ogni minimo attimo della vita che lo attornia. E si emoziona il Poeta (questo palco così alto mi emoziona, Ascolto ad occhi chiusi, p.8) perché, nonostante tutto non smette di sperare (Inquietudine, p.9) e sogna e sceglie l’avventura e ama e ogni volta, dopo la delusione che immancabilmente sopraggiunge è pronto a ricominciare daccapo.

Il pessimismo – le perplessità esistenziali, l’ansia esistenziale – si colora talvolta di spleen baudelairiano e ha tutte le caratteristiche del male di vivere, dell’inquietudine, della nausea che ricorda Sartre: il senso di soffocamento, di mancanza d’aria (sordo senso di asfissia), di distorsione delle cose; lo spazio è insufficiente, ristretto, il cuore compresso, il corpo schiacciato. Sente la mancanza di autenticità, il Poeta, della passione, dei luoghi dello spirito, dell bellezza, sostituiti dalla falsità e della finzione. In questo senso, è emblematica la poesia dal titolo Inverno alla pagina 17: il Poeta aspetta l’inverno sopra una panchina di ferro scrostata e guarda il mondo come attraverso uno schermo. Una foglia cade, vacilla, non sa dove posarsi, il Poeta stende la mano, ma non riesce a sfiorarla perché la foglia si sposta e se ne va da sola fino a cadere ai suoi piedi. Il Poeta LA GUARDA senza poter interferire nella sua evanescente caduta. E’ l’estranietà del mondo con cui il Poeta non riesce ad interagire ben espressa nella continua ripetizione del verbo guardare (il Poeta ancora una volta, per esempio, altrove, getta lo sguardo nell’angusto spazio intimo della stanza, seduto sul tappeto, Rido di me, p.27).

Ma la vita sfugge all’annientamento e, novello Sisifo, e il Poeta spegnerà mille volte la scintilla del futuro che divamperà (Inquietudine, p.9); siamo malati/ e non si muore (Vecchiaia, p.40): Raggiunta la cima/ non c’è da aggiungere un passo/ si può solo discendere… (Disgelo, p.43)…

Concludo con un’osservazione sul titolo: la metafora dell’inchiostro richiama alla mente il valore della scrittura, della parola poetica, ma nello stesso tempo, questo elemento indispensabile è chiaro, cioè labile, trasparente, la poesia è un bene prezioso ma delicato. Evapora la parola: ma anche solo pochi segni/ di chiaro inchiostro/ realizzano la conoscenza (Chiaro inchiostro, pp. 49-50).

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