CineRecensione

“Everest”, il PopCornMountainMovie

Polpettone epico confuso, atmosfera vertiginosa e un cast monumentale, da Josh Brolin a Jake Gyllenhaal

Sarah Panatta

Tutti in cordata, nell’aria sottile.

Everest-Movie-Images-04589Dead zone. Nell’ampolla di affanno e luce intorno alla cresta. Nell’intervallo ottico del traguardo, tra campo base e picco. Nel tremito delle palpebre inebetite dal vuoto irto di ghiacci e (in)custodito di memoria rappresa in paralisi sperdute. Nel gradino mancante della scala sul crepaccio senza fondo. Nell’intercapedine invisibile tra realtà e desiderio sublimato. Dead zone, il limbo in cui i parametri vitali degradano e il corpo diventa scatola di latta, alla quota di un 747. In cui la semplice atavica prova del limite diventa “valico” dimensionale. Sperimentazione collettiva e autodisciplina, liberazione individuale e conforto interagito. Ma è anche la dead zone in cui Everest, kolossal atipico ed energicamente confuso, si erge e si (ci) abbandona, dando ai fruitori il compito della scalata 3D (mero artificio posteriore ma non deteriore).

Tutti nell’abbraccio della “madre dell’universo”, come la definiscono i tibetani, immane articolazione, sinapsi rocciosa con gli elementi cardine del cosmo, e insieme avamposto del suo mistero. Il mantello geo(mito)logico millenario di una verità tanto temuta quanto bramata.

Everest Josh BrolinDopo i ridotti incassi in patria americana, Everest arriva in sala in Italia (tra le location per il film, girato anche in Val Senales, Trentino, per ricreare l’ambiente delle pendici della montagna nepalese). Ispirato ad una delle più assurde ecatombi dell’alpinismo (commerciale) sulla più alta vetta della Terra, la settima terribile meraviglia delle Seven Summit, avvenuta nel maggio 1996, quando due spedizioni private di scalatori non professionisti salirono, in quella che sembrava una mattina assolata, alla vetta da cui solo pochi tra loro sarebbero scesi vivi, tra gravi disattenzioni pratiche e problemi irrisolti di ossigeno. Agganciando (a tratti involontariamente) il parossismo della vicenda, firma il muscolare Baltasar Kormàkur, che pure, per origini, è abituato all’immaginario del “vertical limit”, alla lotta appassionata e irrinunciabile con le equazioni impassibili della Natura, con le culle e le insidie del suo grembo.

Il regista islandese, già nella scuderia Working Title con Contraband, casa coproduttrice del film, si inerpica ora tra biografismi spettacolarizzabili e illusionismo dei sensi, dirigendo, montando e producendo il suo Everest.

In apertura fuori concorso alla 72esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, coprodotto dal Breashears che nel fatidico 1996 realizzò il celebre documentario Everest con tecnologia Imax (quella Imax che a sua volta sponsorizza il film di Kormàkur e ne ha effettuato la rimasterizzazione per la proiezione in 3D, in questo caso funzionale, adrenalinico e privo di disarmoniche sbavature anche se diversivo posticcio). Everest segue il gruppo dell’integerrimo Rob Hall (mimeticamente compenetrato, nonché allenato Jason Clarke), esperto, saggio e prudente scalatore, sposato e in attesa della prima figlia, proprietario della società di spedizioni Adventure Consultants, e quello del suo collega bukowskiano Scott Fisher (ottimo, sebbene schiacciato nel ruolo di comprimario barbuto bevuto, Jake Gyllenhaal), fine conoscitore della montagna ma anche debilitato dalla ossessionanate competizione mercantilistica delle spedizioni. Un 10 maggio affollato quello scelto da Rob e Scott per ascendere alla “madre”, entrabi seppur diversamente fautori di una solidarietà animata da uno spirito di intraprendenza laicamente generoso che non potrà salvarli dalle bufere della montagna.

Everest Jake GyllenhaalKormàkur scandisce accademico, tra dolly ovviamente vertiginosi, carrellate epiche e piccoli sussulti tra baratri insondabili e qualche roccia in cartongesso, la sceneggiatura farraginosa di Simon Beaufoy e William Nicholson, in cui molti dei personaggi sono lasciati al caso (non solo) meteorologico, persi in linee narrative cieche o sotto valanghe sottaciute. Diretti al portale favoloso tra divine intangibilità e un al di qua di cementato da caste, depressioni, insoddisfatte attitudini e altitudini fittizie, i personaggi (dal postino allo sherpa passando per il giornalista freelance attaccato ai lampanti disarmanti “perché” dell’esistere verso l’Essere) decidono di prostrarsi alla metamorfosi chiesta della montagna, adattarsi alla morte a 8mila metri, a perdere brandelli si sé trincerandosi in un suicidio-rinascita dentro-dietro la barriera termica violata del corpo e la cancrena subdola della mente. Tutti a contatto con un sé che deve fare rete con l’altro e trasformarsi in suo arto, occhio, cellula per sopravvivere “insieme” e avvicinarsi allo sbalordimento del “tutto”.

Avventura sportivo-mitologica tra affetti familiari e Gatorade spremuti sulla neve, ramponi affondati nel ghiaccio pericolante e addii sussurrati al satellitare, in cui il contesto sociopolitico svanisce quanto alcune intersezioni logiche della trama (che se deliberatamente ambigue infittirebbero le domande su che cosa davvero non funzionò nella spedizione del 1996), aggrovigliata in uno script goffo e spesso inadempiente, quasi mutilo. Sulla montagna lottizzata dal dio denaro e perfino dai suoi adepti di-scaricata non c’è spazio per critica/crisi etica né per la riflessione sul rovello atavico dell’Ego e della ricerca dell’oltre umano, se non per il tormento intimo, seppur non meglio specificato, se non da qualche borbottio spirante sotto le coltri di neve e carni in ipotermia terminale.

Un film che potrebbe appigliarsi alla regia, al volo catartico e tecnico nell’appuntito ventre della Terra, ma che svicola sbrigativo e impacciato dai sentieri del pathos, sovente devastandole con gaffe incredibilmente comiche. Così piovono polpette dai crepacci, mentre alcuni muoiono e basta, senza essere rammentati e altri semplicemente crollano giù burlandosi di se stessi.

La battaglia meta-fisica del proletario Doug, l’anti-ipocrisia alcolizzata di Scott e l’ardore egoistico e solitario di Beck (un controverso incrinato e bellissimo Josh Brolin), i caratteri chiave del film restano appesi alle tempeste di vento, in un’opera che trae con dedizione cronachistica sebbene romanzesca i dettagli della storia reale, per dimenticarne i passaggi, ed illuminare sbrigativamente l’eroismo fragile dei protagonisti e la maestà incorruttibile (?) della montagna, in un popcorn movie da intrattenimento altalenante.

Per una scalata senza ossigeno di riserva.

Sarah Panatta

CAST

Regia Baltasar Kormàkur

Soggetto Jon Krakauer, tratto dal libro Into thin air di Jon Krakauer

Con Jason Clarke, Jake Gyllenhaal, Josh Brolin, John Hawkes, Robin Wright, Micheal Kelly, Keira Knightley, Sam Worthington, Emily Watson, Elizabeth Debicki, Martin Henderson, Tom Goodman-Hill, Naoko Mori, Thomas M. Wright, Mark Derwin, Clive Standen, Ingvar Eggert Sigurosson

Sceneggiatura Simon Beaufoy, William Nicholson

Fotografia Salvatore Totino
Montaggio Mick Audsley, Baltasar Kormákur
Musiche Daio Marianelli
Scenografie Gary Freeman
Costumi Guy Speranza
Trucco Matteo Silvi
Produttori Tim Bevan, Eric Fellner, Baltasar Kormákur, Nicky Kentish Barnes, Tyler Thompson, Brian Oliver
Casa di produzione Universal Pictures, Cross Creek Pictures, Walden Media, Working Title Films, RVK Studios, Free State Pictures

USA 2015 – Durata 121′

Distribuzione Universal

In sala dal 24 settembre 2015

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