Rubrica

Prosa Blues. Intervista al giornalista Alfredo Macchi

di Laura Bonelli

 

“War Landscapes. Raccontare la guerra”

 

Raccontare la guerra è sempre una questione di equilibri e di forma.

L’Occidente ne ha dimenticato gli odori e gli orrori, ricordando solamente alcune parole chiave comuni, che ha identificano come la “maledetta che distrugge tutto”. Gli attimi della devastazione vengono riproposti in tutte le salse emotive possibili dai media, ma il dopo, le mancanze, quello che non rimane, come si fa a descriverli?

Alfredo Macchi, inviato dal teatro di guerra

Alfredo Macchi, inviato dal teatro di guerra

Lo fa egregiamente il giornalista Alfredo Macchi con il libro fotografico “War Landscapes” (Tempesta Editore), attraverso una narrazione di immagini che colpiscono nel segno, trasmettendo al lettore, in modo preciso, il senso di vuoto che lascia la fine di un conflitto e facendo rimbalzare nella testa un’unica, addolorata domanda: “E adesso?”.

Le parole che accompagnano le immagini obbligano ad una riflessione che non è dettata da un impeto emotivo, ma che spinge ad una crescita individuale che arrivi ad essere in grado di osservare e vivere il quotidiano affinché non si arrivi ad un conflitto. E tra le mille parole di mille poeti che hanno narrato i dissidi, l’autore sceglie una filastrocca di Gianni Rodari, a conclusione del volume, per ricordare, semplicemente, le cose da fare ogni giorno ed ogni notte, ed una sola, la guerra, da non fare mai.

Alfredo Macchi è un inviato Mediaset dal 1992, ed è anche uno dei volti che attraverso i telegiornali e i servizi di approfondimento ha raccontato al pubblico gli eventi più drammatici ed importanti del nostro tempo: arriva a N.Y. poche ore dopo l’abbattimento delle Torri Gemelle, è il primo giornalista di una televisione italiana ad entrare a Kabul dopo la caduta dei talebani, è in Iraq, a Nassyria e nelle basi italiane in Afghanistan, documenta il terremoto di Haiti, segue le rivolte in Egitto, Tunisia e Libia. Suoi i servizi e l’annuncio in diretta dell’attacco delle forze speciali a Parigi, nei giorni di Charlie Hebdo.

Una passione, quella del giornalismo, che si affaccia fin dai giorni dell’adolescenza alla quale affianca quella della fotografia e che gli ha permesso di collaborare con diverse organizzazioni umanitarie.

COVER WAR LANDSCAPES“War Landscapes” racconta le “assenze” che lascia la guerra. Quali sono i pensieri e le emozioni che ti hanno attraversato durante i tuoi numerosi viaggi nei paesi in cui era in atto un conflitto?

In questi quindici anni da inviato per Mediaset in zone di guerra ho scattato migliaia di fotografie di dolore, urla, folle, feriti. Nel libro War Landscapes ho scelto foto di paesaggi segnati dai conflitti, lontano dall’emozione e dal rumore, perché vorrei far riflettere non su un singolo combattimento ma sulle conseguenze di tutte le guerre. Città distrutte, campi di battaglia, scheletri di carri armati ed aerei, cimiteri: ovunque ho ritrovato le stesse scene. Ogni guerra è diversa ma alla fine le conseguenze che lascia sono sempre le stesse. Quando smetto di lavorare per la tv e ho realizzato i miei servizi, prendo in mano la macchina fotografica e scatto le immagini, soprattutto per me stesso, per congelare le emozioni che mi trasmettono luoghi e situazioni. Quando sei in prima linea le sensazioni vanno dalla paura alla compassione, dall’ansia alla stanchezza. Nelle foto cerco di raccogliere soprattutto le atmosfere, la desolazione, il silenzio che accompagnano la guerra.

Nel tuo libro c’è un aspetto che rincuora, ed è l’immagine di come i bambini vivano quei luoghi distrutti. Che cosa hai visto in loro?

I bambini sono in grado di superare i drammi vissuti in maniera straordinaria. Nei campi profughi, tra le rovine delle loro case, dopo lo spavento riprendono presto a giocare. E’ il loro modo di sopravvivere. Certo dentro porteranno traumi difficili da superare e spesso tanto odio che sarà benzina per altre guerre. Mi è capitato di vedere bambini che mi sorridevano nel letto di ospedale con un braccio o una mano amputati: e mi sono detto che io non sarei capace di tanta forza nelle stesse condizioni. Eppure quei sorrisi mi sono rimasti dentro e mi hanno trasmesso fiducia nei momenti più difficili.

Balabalouk, Afghanistan, 2009 (una foto dal libro di Alfredo Macchi)

Balabalouk, Afghanistan, 2009 (una foto dal libro di Alfredo Macchi)

Hai scelto di fotografare posti in cui l’elemento umano è presente solo marginalmente. C’è però una storia, un evento, un dettaglio che ti ha colpito e che si nasconde dietro alle tue fotografie?

Dietro ogni fotografia e ogni conflitto ci sono tante storie. Nel mio libro per esempio c’è un capito “strade” nel quale cerco con le fotografie di trasmettere l’angoscia che si vive spostandosi in una zona di guerra, dove la bomba o il gruppo armato possono sbucare dietro ogni angolo. C’è l’immagine di un camion crivellato di colpi in Sud Sudan, comparso dietro una curva, quando eravamo soli su una jeep in mezzo al nulla della savana. In quegli istanti il cuore ti balza in gola. La prima volta che sono andato in Afghanistan nel 2011 ho fatto una parte del viaggio con Maria Grazia Cutuli del Corriere della Sera. Poi ci siamo separati. Io ho proseguito sulla strada per Kabul travestito da afghano con un taxi. Lei ha preferito aspettare tre giorni per passare con un convoglio di decine di auto, in teoria più sicuro, e ha trovato la morte ad attenderla. A volte è solo questione di fortuna.

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