Vacancy

 La cultura “scruffy” e fuggi

di Sarah Panatta

“…insomma sei diventato pazzo tutto insieme o è stato un processo lento e graduale?” (da La leggenda del Re Pescatore, di Terry Gilliam)

074_075ilgrinch4Pazzi e disorientati, piccoli grandi grinch scruffies arruffati del nostro Tempo, ma quale tempo? Tutti a piedi in aria e musi pucciati puccetti cappuccetti tremanti nella cultura scruffy e fuggi?

[Appunti sociali appiggliati all’antimateria sociale di un mondo perversamente anti-Social, riemersi e cresciuti a seguito della rocambolesca serata del 28 maggio 2015, mentre e dopo l’evento EscaMontage, “No restriction area”. Evento in cui la condivisione etica dell’arte si è messa alla prova].

 

Antisocial (Virtual Grinch)

cinepoesia di sarah panatta

 

Un altro morderà la polvere,

gli amici, sono Amici,

vomitando emoticons

da schermi retroilluminati.

                                                                    Un altro morderà la polvere

                                                                 ma chi?

Tu, che stasera stai

a cena con te stesso,

appuntamento per autocommiserazioni,

perché non “ti piace” comunicare

social, perché in calzini

                                           fai la guerra.

                                                                         Al capitalismo inchiodato,

                                                                       alle petrol-applications

                                                                     proclami ribellione,

                                      senza mascherine al silicone.

E protesti, dalla grotta, sottoscala,

mentre gratti calli-fornications.

Morderai la polvere,

dal soliloquio tuo,

escluse le vibrazioni virtuali,

                                                     al Grande Fratello

                                                           enumererai

                                                le tue scadute cambiali.

———————————————————

Non facciamo s-cambio con nessuno. L’arrembaggio sul/per/accanto/sotto/fuori e dentro il palco è parata sbronza di ego-in-soliloquio. Anche quando vogliamo vestirci da pirati del canone e liberare la ciurma su mari di tempesta creativa, partecipazione di venti e partecipazione di spiriti, in rivolta contro le armate del “blablabla” mafioso altero dettato dalle accademie del bipensiero orwelliano (fatte di professori, ministri, ma anche di inattesi valletti e “indipendenti” intrusi), che infibulano cervelli insegnando inabilità all’immaginazione. Ognuno mette il proprio cappello, inforca calzini bucati e intatte ossessioni, il binocolo scheggiato, e medita rotte egocentrate. Dimenticando che la grande bellezza è esplorare insieme, osservando e interrogando l’uno con/dentro e oltre l’altro, i bagliori infiniti di approdi possibili. Vedere l’orizzonte, la sua limatura di luce sul pelo delle acque di un’aspettativa perennemente ingannata e tradita e ridisegnata, anziché tentare di penetrarlo, avvolgerlo, ricodificarlo ogni giorno.

E sprechiamo quel giorno che è già flusso di ieri congestionato e ingordo del domani che è ancora oggi da analizzare e forgiare, vivere.

E Siamo il o i “noi”, i nonMorti del tuttoTroppo che è la civiltà che non possiede se stessa, se non l’illusione di determinarsi e giustificarsi e dove ogni nicchia, tra grandi correnti e piccoli rivoli, scava il suo antro poco comunicabile ma sempre iper comunicato.

Nel vomitatoio della cultura virtuale che trapassa dalla bacheca bacucca baraccata, all’orda zombistica della cultura terrena. Dove la cultura non è abitato immenso perfettibile allevamento di idee interconnesse e alimentate dalla curiosità reciproca. Ma regno di regni, substrato di banlieue ove il diverso è predicato ma perfino da se stesso osteggiato, denigrato, ferito. Dove la piazza per il convivio e l’appezzamento per la semina diventaNO scantinato labirintico per sopravvivenze fatte di paratie stagne. Dove il senso del coltivare “SEnsi” e riflessioni nel dibattito comune diventa culto dell’opinione personale bardata dietro gentilezza superflua o violenza gratuita.

Così l’editoria come il blogging, il cinema come la tv, gli eventi mediatici come le kermesse di strada, anche entusiasticamente truccate da Azioni empatiche si trasformano spesso nella palestra orrifica dell’intolleranza. In cui il dialogo tra singoli nasconde un’assurda battaglia tra illusi highlander. E in cui una maratona di contaminazioni artistiche può degenerare in corsa scoordinata di mammiferi al macello, in lotta autistica all’apparire senza ascoltare ed ascoltarsi. Uno spazio pubblico gestito come risorsa della comunità, in feudo autoghettizzante. Un gruppo di operazioni performative in canto dislessico di un mucchio rissoso.

Nel bel Paese corroso in cui poche restano le istanze di ribellione, presto sopite o annientate dalla forma mentis (prima che strutturale, industriale, burocratica e sociale) che vieta pensiero deviante che non sia belato tv-approvato.

Paese di rimozioni continue che devasta il suo patrimonio pubblico culturale scagliandolo nel polverone di appalti, mazzette, truffe, progetti fumosi e fumati ideali. Paese dove persino l’artista, ebbro di una retorica disturbante dell’Io educato al livore intestino per proteggere un’autonomia comunque fragile (perché gli uomini non sono isole, ma ponti), perde la nozione dell’autocoscienza e il desiderio generoso della conoscenza dell’altro, prono all’odore e agli effetti, seppur infimi della mazzetta di turno, qualunque colore, consistenza, voce possieda. Fatica del dialogo diserbata e dignità discaricata. Se non malamente riciclata.

Ma nel Paese dei caroselli ogni spot è riciclaggio di denari sporchi e di anime svendute.parnassus_6

E la cultura si umilia nel silenzio rumoroso di quel vomitatoio stanco e autoalimentato e avviluppato dal suo consumismo intellettuale e materiale, che colleziona feticci e fantocci.

“…ognuno di noi, indipendentemente dalle proprie capacità, almeno una volta in vita sua avrà fatto o detto cose molto al di sopra della sua natura e condizione, e se costui noi lo potessimo far emergere dal quotidiano spento in cui va perdendo i contorni, oppure se egli stesso, con un atto di violenza si tirasse fuori da reti e prigioni, quante meravigliose cose sarebbe capace di fare, quali profonde conoscenze saprebbe comunicare, perché ciascuno di noi conosce infinitamente di più di quanto creda e ciascuno degli altri infinitamente di più di quanto noi accettiamo di riconoscere in loro” (Josè Saramago).

Ogni cosa è illuminata perché sussurra la sua rivelazione, se “accettiamo di riconoscere” la sua presenza. Se accettiamo di fare interCultura, non integrazione forzata, non multicultura disorganizzata, ma cultura libera, libera coltivazione di ingegni mutuamente collaboraTtivi. Altrimenti non arriva mai il TempO della domanda, quella interiore, curvi tutti in un’autodifesa che offende l’istinto solidale dell’Io. Perché allevare l’Io artistico e quello intimo nella tensione di un confine artificioso, come polli che starnazzano solitari e malformati in batteria? Quando il mondo aspetta di essere visto e rifrangersi e rimoltiplicarsi strato su strato, ignoto e prezioso, nelle iridi opache dell’umanità sciatta e imbolsita, oltraggiosamente scruffy.

Umiliata perché non sa confrontarsi, umiliata perché ha paura di sorprendersi e di prendersi. Annusando l’ipotesi dell’infinito nella pratica vera del sogno lucido.

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