Recensione

“Tattoo Motel” di Davide Cortese

La penna Cortese

di Iolanda La Carrubba

 

10836265_10205758111180003_614548583_nAbitando il senso privato della sinestetica forma letteraria di Davide Cortese, in Tattoo Motel (ed. Lepisma) si percepisce un luogo consacrato allo spazio riflessivo, un posto occulto dal filone maledettista che segue o meglio prosegue lo stilema poetico proprio di Cortese, in un viaggio attraverso la narrativa.

Frederich Nietzsche afferma:

“… tutto ciò che è profondo ama la maschera”.

Infatti in questa opera dal sentore teatrale, al lettore viene offerto un percorso incontaminato, libero e vero, dentro ed attraverso visioni oniriche e tantriche, dove vi è celata la chiave di lettura del senso più profondo, sprofondato nelle viscere dell’Io inconscio ed indomito. Scrive Cortese:

“…La verità ama andare sull’altalena. Si può crederle come si crede ad una bambina: indulgendo sulle sue fantasie perché lei per prima le crede vere”.

In questo esistere nel caos del pensiero, vige protagonista il tatuaggio a rappresentare un rituale dove il dolore fisico, si abbandona lascivo alla formula sensuale del vedere.

Provocatoria continua la penna Cortese, a ricamare sulla carta la volontà di tramutare la pelle incontaminata in una visione psico-fisica violandone la verginità, tuttavia in questa operazione, l’ago del tatuatore Dan, danza in una forma terapeutica primigenia, come se la candida pelle di Eva fosse la stessa della mummia del Similaun (ca. 3000 a.C.).

Si percepisce forte l’attrazione dell’autore nel confronto del “peccare”, infatti incastonata nella storia si palesa criptica, una poesia che viola l’ambrata via del sentimento guadando oscuri fiumi d’inchiostro.

… in una tasca del tempo…

…si muove una luce…

e sul mio volto una gioia nera.

Ho solo una tragica fame di farfalle.

Di forte impatto affiora la perforazione dello spazio sacro, dove anche qui Eva come la prima donna del creato, spinge il suo Adamo (Dan) negli abissi del desiderio proibito.

Muovendosi a ridosso dei brevi ed intensi capitoli con un vago richiamo alla scrittura di Hesse, si assapora una formula segreta e magica costruita intorno a frasi mosse ad incantesimi, quasi come se Cortese fosse rimasto ipnotizzato dalle parole di Rimbaud:

“…O flutti abracadabranteschi, prendete il mio cuore e lavatelo”.

Ecco dunque arrivare l’ingresso in scena, attraverso l’immagine di copertina disegnata dallo stesso autore. Un mandala in china nera vola su una mongolfiera pirata che trasforma la visione dell’oggi in una fiaba dark, ambientata in un tempo parallelo, il tempo della scoperta dell’amore.

I personaggi intrecciati saldamente alla trama, percorrono il dedalo della vita attraversando archetipi e luoghi di reminiscenze tribali, soffermandosi nel “non detto” nel “non svelato” profanando il colto mistero posto al di là del percettibile.

Davide compie un vero e proprio sforzo artistico, nella difficile decisione di aprire alcuni argomenti anziché altri, portando così l’attenzione sui silenzi. In questi spazi sconfinati e bui, dove anche l’ironia caratteriale si acquieta per riposare calma in braccio al suo pensare, tormento ed estasi, diffidenza ed armonia tracciano un percorso lineare, scatenando una reazione a catena di fatti e solitudini irrequiete celate nella confessione intima dell’esistere.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...