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RUOLI E FORME DELLA POESIA OGGI TRA ARTE, ARTI E SOCIETA’

di Antonella Antonelli

Dovrei parlare della poesia contemporanea. Mi piace invece partire da una citazione di Henri Matisse. Nel 1952 egli sostenne che si stava vivendo un’epoca di “COSMOGONIA ARTISTICA”. Semplificazione ridondante dell’atmosfera da formicaio edificata intorno all’arte. E come dargli torto?

C’era una tale mescolanza di idee, contenuti, costumi, civiltà da creare tra gli artisti e le arti un clima di assoluta complicità e innovazione.

Del resto, già negli anni 20, a Parigi soprattutto, si era vissuto un clima prospero e innovativo. Probabilmente sono picchi caratterizzati da un respiro frenetico e pieno di vita, di desiderio di trasgressione, di rottura delle regole diretta conseguenza di un momento di ripresa dopo una guerra, una forte recessione, una crisi profonda.

Noi oggi, stiamo vivendo tutto insieme: guerre, crisi, recessioni, abbiamo per così dire il pacchetto completo, da beauty farm, non ci facciamo mancare neppure il fango, volendo usare un eufemismo.

Eppure questa è un’epoca incredibilmente “EVOLUZIOCOSMICA”.

Penserete che sia ottimista. Sì, lo sono, ma non credo che ci sia niente di male. Grazie alla rete, possiamo condividere milioni di immagini, di parole di sensazioni, qualcuno obietta che tutto sia troppo veloce, ma c’è del tempo per fermarsi scusate?

Abbiamo così tanto da visionare che solo quello che davvero ci interessa ci può “acchiappare”, altrimenti scivola via velocemente, del resto, non avete mai sfogliato una rivista in tutta fretta? Se non c’è un articolo che veramente v’interessa arrivate alla fine e la gettate sul tavolo del dentista o della parrucchiera come hanno sempre fatto tutti, da quando le riviste sono entrate a far parte della nostra storia.

Ma ora, che possiamo entrare in contatto con realtà spazialmente lontanissime, perché dovremmo castrarci e tornare ai papiri?

Vorrei ricordare che dal magma del 1950, ci furono artisti che raggiunsero vette di grande genialità, di unicità addirittura, non potrebbe accadere anche a noi?

Non c’è dato sapere cosa diranno di noi i postumi, magari tra un altro mezzo secolo quando davvero ci sarà il teletrasporto e scopriremo che su Marte non solo c’è vita, ma ci sono pure un casino di poeti, piccoli, pelosi e con le orecchie a sventola, allora noi, saremo letti e pubblicati.

Sì, pubblicati. Perché, di fatto, ora le pubblicazioni, e diciamolo chiaramente, le dobbiamo pagare: o ci chiedono i soldi o ci chiedono di comprare una carrettata di libri per i quali dobbiamo prostrarci umilmente per poi distribuirli a porta a porta come le enciclopedie che nessuno, per ovvie ragioni compra più.

Non c’è pubblicità per noi, non c’è distribuzione per noi, né fanfara né passaparola.

Beh, quando saremo morti i ci saranno i posteri contemporanei, ci pubblicheranno loro, perché forse un oggettino come un libro di poesie farà fighetti e tutti lo terranno in mano e scatteranno dei “senti…” insomma apriranno una pagina a caso con uno scatto e diranno all’altro “senti! Senti questo verso com’è bello.” E il nostro narcisismo sarà finalmente ripagato, perché ci leggeranno, forse troppo tardi, ma questo è il destino del contemporaneo che nasce prima del postero…

Siamo, di fatto, una società che sublima, virtualizza ed esperimenta, per fortuna. E sembra in questo senso esserci spazio per tutto e tutti.

Questo ovviamente crea fusione e confusione, e grande piacere nei dinosauri che ancora pontificano con voce tonante. Il caos artistico non ancora stabilizzato e di primordiale ricerca, sembra giustificare i loro parametri statici e stantii.

Ma sebbene la nostra epoca sia devastata dal punto di vista delle risorse umane, della protezione del nostro ecosistema, per non parlare delle guerre, e ancora guai e sciagure a non finire, siamo in una spirale particolarmente esaltante dal punto di vista della creatività, dello sviluppo delle arti e della mescolanza in piena libertà.

Alcuni sostengono che siamo in troppi, noi artisti, non capisco perché non dicano con altrettanta sicumera che in troppi sono i politici per esempio, anche loro giocano con le parole no? Ma sembrerebbero più necessari dei poeti. Ma con le parole, noi facciamo sul serio.

Ma va bene. Dicono poi che la maggior parte di noi soffre di un’incapacità genetica, e va bene anche questo, anche se assurdo, ma magari i piccoli artisti poi, crescono pure, quindi lasciamoli dire, ma questa considerazione, e cioè il fatto che siamo così tanti, non vorrà significare anche qualcosa di più profondo?

Insomma, non sarà che l’uomo, la donna, la civiltà, ora, forse anche i cani e i gatti e non me ne vogliano i criceti, affrancati dal bisogno primario della sopravvivenza pensino ad altro, o a “alto”? (Se vogliamo banalizzare e infierire sul nostro narcisismo.) L’arte, riscatta l’uomo, il singolo e l’umanità tutta, da sempre, perché non dovrebbe farlo anche ora? E paradossalmente, anche dove quel bisogno primario di sopravvivere viene calpestato, anche lì l’arte, le arti, riscattano il singolo e l’umanità. Siamo diventati animali SOCIOCREATIVI in ogni cosa: ai fornelli, allo stadio, in vigna, e sul monitor, quello che esce da noi, è arte. Forse non proprio tutto, ma non siamo ancora perfetti. Stiamo con molta probabilità cavalcando una ola enorme di cambiamento. Che male c’è se vogliamo essere tutti partecipi non solo più FRUITORI? Certo qualcuno dovrà pur continuare a zappare la terra, qualcuno farà il cameriere, o il regista, o il medico, ma, il mestiere non avrà più importanza perché avremo capito che l’arte, l’arte NON può servire a tutti per mangiare (anche se spero che qualcuno tra voi lettori ci riesca a viverci) l’arte, serve a tutti noi, per sopravvivere.

Qualcuno potrebbe chiedermi: “ ma cos’è allora che contraddistingue l’arte?”

Secondo me l’arte è un connubio tra il talento, la preparazione, la sperimentazione e la volontà. Il talento c’è, si sente ed è imprescindibile e lo sapete tutti, nel senso che ne siete consapevoli, l’arte è il suo arricchimento continuo, personale, necessario e sperimentale. Oggi, per provocare e vivere emozioni abbiamo bisogno di più canali, è probabile che senza accorgercene, siamo cresciuti e i nostri sensi hanno bisogno di essere stimolati in maniera più completa.

E’ necessario ricevere e suscitare emozioni e pensieri, e ancora riflessioni e germogli.

Come farlo?

Per questo penso a Matisse, che nel 1952, diceva: l’unica cosa che resterà nell’arte e dell’arte è la semplicità, l’essenza. Ma attenzione, la massima semplicità coincide con la massima pienezza, alla semplicità insomma, come avrete capito, si arriva dopo aver sperimentato al massimo, studiato, intuito, attraversato e qui, ciascuno trovi la sua strada, i suoi maestri, o si affidi semplicemente ai suoi fratelli, lontani o vicini e questa volta parlo di tempo, non di spazio, perché da ognuno c’è da imparare.

E per favore diciamolo che se vogliamo che l’arte e la poesia, ovviamente, arrivino,

non sono necessarie parole cadute in disuso, cerchiamo nel linguaggio la nostra lingua, il mondo ci cambia intorno, dobbiamo pur comunicare, e se qualcuno ci dice:

“Bella zì, così sei un poeta…” Inutile rispondere “sicché saresti mio nipote?”

Diciamoci la verità, per essere semplici ci vuole CORAGGIO, in quanto la semplicità è complicata, arriva alla fine della crescita, anche se in alcuni davvero talentuosi è lì, a portata di mano, pronta e ce ne accorgiamo,eccome, se ce ne accorgiamo, perfino dai pulpiti.

Anche se, in un momento così poco chiaro, potrebbe frettolosamente essere etichettata come banalità, facciamo attenzione a giudicare e snobbare con tagli da mannaia. Chiediamoci invece: cosa mi sta dicendo? Cerchiamo la caratteristica implicita del fare poesia in noi e nell’altro, comunichiamo con profondità emozioni e stati d’animo e cerchiamoli nelle poesie che leggiamo.

E poi, il ritmo, l’andatura, la rima, scrivere al diritto o al rovescio…ma che ci frega!

Magari sarebbe bello e necessario aggiungere immagini, foto, ritratti, video alle poesie, sarebbe bello vederle prendere forma, o sentirle cantare o recitare a teatro…magari, e con il pubblico…beh, sarebbe ancora più bello vi pare? Direi incredibile, visto che il pubblico, non c’è mai.

Quindi, come poeti ora, ammesso che sentiamo emozioni che provengono dalla nostra interiorità, ammesso che queste emozioni fanno parte dell’inconscio collettivo e sono condivisibili con un eschimese e un cambogiano e qualsiasi altro bipede terrestre, qual è il mezzo e qual è la regola da seguire per arrivare allo stomaco o alle viscere o al cuore del vicino di casa o del più lontano internauta?

A mio modesto parere è: LA RICERCA DELLA PAROLA GIUSTA.

Quella che ci corrisponde e ci fa riconoscere e sentire nella maniera più semplice e giusta. Leggete con attenzione vi prego la seguente citazione mangiatela e moltiplicatela per favore:

 

“ L’impiego delle parole giuste è una funzione energetica perché è una funzione della coscienza.

E’ l’esatta corrispondenza fra una parola (o una frase) e una sensazione, fra un’idea e un sentimento.

Quando le parole sono CONNESSE o COMBACIANO con le sensazioni, il FLUSSO ENERGETICO che ne risulta fa AUMENTARE LO STATO DI ECCITAZIONE DELLA MENTE E DEL CORPO ELEVANDO IL LIVELLO DI COSCIENZA E LA MESSA A FUOCO.

Non tutte le parole ovviamente sono così, lo sono quelle che nascono dalla nostra esperienza intima e profonda.

Occorre parlare ripetutamente dell’esperienza e sondarne tutte le sfumature di significato…

QUESTO, E’ QUELLO CHE AVVIENE NELLE POESIE.”

Queste parole sulla parola non le ha dette e scritte un grande critico o letterato, ma il fondatore della bioenergetica Alexander Lowen (1975), psicoterapeuta e psichiatra (1910-2008 U.S.A.)

La poesia quindi non solo non è morta, e mi sembra che Lowen lo dimostri, ma è fonte di energia prima di tutto per noi che ne scriviamo, e poi per chi la legge, ascolta, guarda le immagini o la musica legate a essa, ma non potrà mai neppure morire perché resterà l’eterno baluardo alla mistificazione e mercificazione dei sentimenti.

Del resto, abbandonato lo stereotipo del poeta asociale, triste, depresso e suicida, resta l’idea di una persona connessa con la sensibilità propria e altrui che certo non si arricchisce scrivendone, semmai arricchisce chi lo segue e anche chi lo insegue, magari sotto le vesti di piccole case editrici.

Sappiamo che “L’apriti Sesamo” del poeta deve avere una nuova chiave di apertura.

Forse una chiave con scritto “SCIOPERO AD OLTRANZA”, perché se la poesia non vende, il poeta non deve pubblicare con i mercifica tori, solo per vedere concretizzato un sogno che non finirà oltre le pareti della piccola biblioteca di un amico, anche lui, poeta. Il traguardo è arrivare alla gente e non cedere alle lusinghe, o partecipare a premi per lo più pilotati, e sgambettarsi per comparsare a kermesse pirotecniche.

Per quanto ci possano incantare e incastrare, la poesia è viva di per sé, mette le ali, vola, lasciatela andare, scrivetela sulle porte dei bagni degli autogrill, cantatela per strada, nei bar, nei pub, imbrattate i muri, l’asfalto, non siate timidi…

Non facciamoci ghetto statuario, muoviamoci muovendo la poesia, portiamola con noi dal parrucchiere, dal fruttivendolo, dal panettiere, facciamola leggere all’amico coatto…la sensibilità è una caratteristica dell’essere umano, non esiste qualcuno che ne sia privo, e se esiste, quel qualcuno ha bisogno di aiuto, perché è certo, che soffre più di noi.

Riempiamo gli spazi, tutti gli spazi, altrimenti a cosa serve essere tanti?

Se la parola è giusta, arriverà.

Forse diranno di noi, delle nostre fatiche, intuizioni, visioni: “Sì, erano dei poeti”.

E se davvero saremo stati in troppi, che importa?

Resteremo per sempre un popolo di sognatori e poeti, anche su Marte, anche sotto uno strato di terra o come polvere nell’oceano o chissà.

Questo è il nostro ruolo.

Il poeta deve ancora germogliare il mondo con frasi semplici e parole e metafore così belle e generose da concedere a tutti di poter pensare:

“ah…se avessi conosciuto quelle parole, l’avrei scritto io quel verso, perché è proprio quello che sento”.

E noi, tutti noi, ce le abbiamo dentro, tiriamole fuori.

E ricordiamoci sempre che il poeta non conosce LA PAROLA POTERE ma conosce IL POTERE DELLA PAROLA.

 

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