Racconto: “Il catodico geloso”

IL CATODICO GELOSO

di Sergio D’Amaro

Stava esposto da pochi mesi nella vetrina del signor Bartolomeo Taddei. Un negozio scintillante di luci sulla strada che ospitava innumerevoli attività umane, dallo struscio serale allo scambio di informazioni nelle sezioni dei partiti locali. Una vita ad ondate, a cadenzati impulsi che decidevano improvvise scosse o lunghi languori. Nell’eccessiva illuminazione della vetrina il televisore Geloso brillava di riflessi che colpivano la superficie convessa dello schermo. Sembrava che si animassero, screziandosi a seconda della posizione dello sguardo e forse seguendo i cambiamenti istantanei dell’anima. Chi passava, non poteva nascondere un moto di meraviglia o un sospiro di desiderio.

La madre di Lucio lo puntava da settimane, sempre più convinta che quella scatola magica avrebbe dovuto ridursi ben presto in suo possesso. La pensava così anche Lucio, che a dieci anni era rimasto completamente ammaliato da quel primo importante specchio delle sue brame. Se mi avessero interrogato, avrei potuto rivelare gli alti e i bassi della mia storia e perché adesso, da poco tempo, mi ero ritrovato inerme divo sotto i fari abbaglianti del negozio del signor Taddei. Decisi, però, di rimanere un mistero e rivestito di un rassicurante colore misto di grigio e avorio mi disposi ad accettare la compagnia di Lucio e della sua famiglia. Non che fosse una casa prestigiosa, tutt’altro! Nella stanza, un tavolo, un divano, due poltrone, alcune scene mitologiche, un calendario a fogli staccabili con le cifre rosse. Alla parete di destra una vecchia credenza e due ninnoli di ceramica. Ero piombato, me ne avvidi, nel bel mezzo di un campione di proletariato appena emancipato dai più pressanti bisogni economici. Avrei potuto, in tal modo, diventare il suo sogno di modernità e trascinarlo nel vortice di un futuro che stava per esplodere.

Lucio era curioso di tutto e la sua mano ancora infantile aveva già messo alla prova manopole piccole e grandi, tasti su e giù scattanti, il rivestimento a minuscole grate su cui erano sparsi i comandi. Mentre la madre s’ingegnava a spolverarlo ogni giorno con attenzione, Lucio ne ammirava continuamente la struttura estetica e la complessità tecnica, cercando di indovinarne i segreti collegamenti e la stupefacente trasmissione degli impulsi elettronici. Nei quaranta centimetri del catodico Geloso, lungo l’incavo di quella specie di giglio attraversato da raggi silenziosi, passavano tutte le immagini del tempo presente, le voci innumerevoli dei contemporanei, gli inviti a sognare nei lontani paesi di Disneyland.

Avvenne a Lucio quello che mai ai suoi antenati era stato dato in sorte: azzerare lo spazio, far toccare due lontananze con gli occhi, raccogliere in una piccola stanza l’eco del mondo.

Tenendo coperto il mistero tecnologico racchiuso nel mio mobile, mi aprii una mattina al sole sorto sulla Luna. Me ne stupii moltissimo, abbagliato da quella visione celeste e metallica. Qualcuno posò il piede su quella superficie lontana e sabbiosa, con l’orizzonte appuntito da alte rocce disuguali e insormontabili. Ma Lucio ne fu felice e andando avanti negli anni si conservò fedele a quello slancio, ad un entusiasmo che andò oltre la sua fanciullezza. L’incredibile impresa spaziale, compiuta come una competizione temeraria, seppe diventare lo stimolo alla più infantile delle fantasie, proiettando Lucio verso confini ritenuti inaccessibili.

In realtà, fin dall’età di dieci anni, egli era andato raccogliendo un’intera serie di dispense monografiche sui minuti aggiornamenti provenienti da Cape Canaveral. In quelle immagini si vedeva anche lui scaraventato in cieli illimitati, in un futuro tutto aperto e tutto libero, lontano anni luce dalle cronache inquietanti di un’umanità travagliata. Un tasto o un interruttore, e un missile sarebbe partito verso un felice ignoto, rivestito di titanio, appoggiato a seducenti poltrone di moplen, ricco di monitor impegnati a controllare lo stato dell’universo. Ed era, questo, un futuro che sembrava naturalmente raccordato all’antica cultura della terra, così propensa a restare fissata allo stesso spazio, al culto religioso degli ulivi piantati lì da secoli.

Trascorso un pezzo di tempo, dai colori estremi del bianco e del nero riuscii a spalmarmi di tutte le sfumature dell’arcobaleno più giulivo. Rossi squillanti, verdi rinfrescanti, azzurri che parevano staccati dal cielo, gialli rubati alle spighe del podere dietro le colline di Serra Fontana. Ora la realtà della vita poteva definirsi con una precisione più scientifica, differenziarsi in una luce più cangiante e più contraddittoria, distribuirsi lungo le pianure dei sentimenti più articolati.

Le immagini bidimensionali di una volta lasciavano il passo al film incalzante di un’esperienza viva, ora cordiale, ora bruciante. E Lucio ne soffriva o ne gioiva a seconda delle circostanze diverse del suo stare al mondo, del rapportarsi agli altri. Lontane giungevano le voci di un canto, le note in dissolvenza di chi aveva avuto un sogno. “Anch’io ho un sogno”, ripeteva Lucio, e intanto si esponeva a volte avido all’irradiazione di quella finestra dalla luce parlante.

Si scosse, guardò dal balcone giù nella piazza, s’avvide che era diventato adulto. Tra magie e frustate, tra adorabili archeologie e fascinosi riflessi metallici, il solco che correva tra guancia e bordo della bocca si era approfondito in una ruga. Si guardò allo specchio, era lui diventato un altro, diventato isola o penisola di se stesso, tronco alla deriva su un fiume inarrestabile. Aveva fatto tutta quella strada per individuarsi, per desiderare probabilmente di ritrovarsi nel più gran numero di alternative possibili. Lucio o Sisifo? Sansone intemerato o Abramo accecato dalla fede, pietra che si leviga nell’attrito fino al confine del deserto?

Se c’è un senso, io affermo di averne avuto uno, almeno uno, da giocare sul tappeto verde dell’azzardo, come un tavolo investito da un faro di luce concentrata: le immagini e i suoni che avevano attraversato in input velocissimi tutto quel cumulo di calendari invitavano ad un grande incontro comune, ad una ecumenica sinfonia umana, ad una ravvicinata segnalazione della città da abitare. Tracciati di destini, autostrade di trionfi, sentieri circondati da rovi, circuiti di andate e ritorni, guerre e ricostruzioni. Tutto questo s’era offerto alla sguardo di Lucio affacciandosi dallo schermo del catodico Geloso, diventando un occhio di pietà, una bibbia di casi esemplari, uno straordinario inventario dei comportamenti umani. Se c’era un principio unificante, esso avrebbe potuto coincidere col reciproco riconoscimento che tutti sono importanti, a prescindere dal proprio ruolo. Trasmettere tutto questo era stato un piacere e constatare che molti ne erano rimasti convinti una palese soddisfazione. Le mie antenne vi si erano adeguate, continuando a riprodurre fin dall’inizio l’invito ad amare, ad incontrare, ad usare le parole che sono le armi più difficili. Così che quando il mio tempo finì, non rimasi stordito dal dolore. Fui tolto dalla stanza dove ero rimasto per ventisei anni e fui dichiarato pronto per la demolizione. Lucio, intanto, era partito, lasciandomi privo del suo stupore e della sua incredibile incapacità di contrapporsi alle mie decisioni. Era diventato uomo.

Correvano gli anni Ottanta e ormai bisognava adeguarsi alle nuove tecnologie, sfidare altre possibilità, credere che le innovazioni avrebbero portato gli uomini alla pacificazione. Forse, mi dicevo, volatilizzatomi in un’altra dimensione, la scienza aiuterà l’arte, e insieme potranno potenziare il destino comune. Forse, aggiungevo, Dio si rivelerà, uscendo dagli abissi del cosmo e indicando agli esseri intelligenti esiliati sul pianeta azzurro la successiva terra promessa da raggiungere. Un sogno, forse, come tutti quelli che Lucio aveva continuato a fare anche dopo aver abbandonato la sua fanciullezza.

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