Vacancy

Diario della lavorazione di Senza chiedere permesso

di Iolanda La Carrubba


Senza chiedere permesso è una commedia onirica-fantastica, una favola moderna, un racconto metropolitano, di una coppia di artisti, nello specifico attori e registi teatrali, che affronta la vita dell’adesso con i suoi problemi, con le sue peripezie sociali, cercando di rimanere in equilibrio nel tutto senza sprofondare nell’umana inquietudine. Nel percorso accidentato si incontrano e scontrano con tutta una serie di realtà, tra le quali i debiti del cugino che facendo perno principalmente sulla sensibilità del protagonista, continua a chiedere prestiti che alla fine “…vanno in fumo…”.

Tuttavia l’intreccio della sottotrama narra di quei legami invisibili che junghianamente portano l’umanità a far parte della stessa grande famiglia, tra desideri ed ossessioni, tra tangibilità degli eventi e déjà-vu.

Per descrivere l’imprevedibilità della vita, la regia ed il montaggio si allacciano ad un linguaggio diverso, sperimentale, astratto ma segretamente legato all’espressione pubblicitaria fatta principalmente di “bug si sistema”, piccoli e grandi errori che tentano di far diventare “…umana l’opera”.

La principale meta narrativa è quella di destabilizzare lo spettatore, portandolo ad un livello altro, posto al disopra del conosciuto e (ri)conoscibile, quindi condurlo e (auto)condurci verso quelle sfide e quei paradossi che alla fine del percorso rimarranno comunque in sospeso e mai svelati.

Mettere in moto la macchina per la lavorazione del film non è stata cosa facile, tutt’altro anche se al mio attivo avevo già due lungometraggi, mi ritrovai a collezionare una nuova serie di impedimenti che affrontai nutrendomi soprattutto della riflessione del grande Charlie Chaplin:

“Ti criticheranno sempre, parleranno male di te e sarà difficile che incontri qualcuno al quale tu possa andare bene come sei. Quindi: vivi come credi. Fai cosa ti dice il cuore: ciò che vuoi. La vita è un’opera di teatro che non ha prove iniziali. Quindi: canta, ridi, balla, ama e vivi intensamente ogni momento della tua vita, prima che cali il sipario e l’opera finisca senza applausi.”

Oggi realizzare un lungometraggio NO BUDGET, significa non solo basarsi unicamente sulle proprie forze, ma anche fronteggiare un sistema precostituito che va dal finanziamento fino alla post-produzione. Per far fronte a tutto questo bisogna assolutamente premunirsi di molta pazienza, per riuscire a superare i svariati problemi posti dalla burocrazia italiana prima vera grande sfida da superare. Fare quindi i conti con tutta una serie di realtà parallele (in)costante crescita, per chi come me non ha avuto l’occasione di trovare un produttore che si faccia carico dell’enorme mole di lavoro nascosto dietro le quinte, significa mettere sulle proprie spalle una fatica superabile solamente con una forza motivazionale enorme, altrimenti si rischia di perdersi in un dedalo confusionale fatto di intere giornate di riunioni, di ore trascorse a compilare le dovute documentazioni, di file esasperanti e quindi cercare di non perdersi in questo labirinto burocratico simile ad un Kraken ignaro di ingurgitare e fagocitare ogni fantasiosa ispirazione che rende irraggiungibile il proprio obbiettivo, quello cioè di realizzare l’opera.

Lo stimolo di risposta ai diversi no che nel percorso avevo collezionato, fu la ferma convinzione di voler realizzare il prima possibile un lungometraggio di fiction, dunque aprii finalmente quel cassetto dove da tempo erano in condizione di letargo criogenico vari soggetti ed alcune sceneggiature, rimescolai le carte e ricostruii la storia come in un puzzle.

Nei miei precedenti lavori, Zapping (2012) presentato in anteprima nazionale presso il Cinelab dell’Isola del Cinema di Roma, un docu-film realizzato in solitaria dove ho avuto la fortuna di chiedere al mondo dell’arte, registi, pittori, attori, poeti etc. cosa è cambiato nell’ambito artistico con l’avvento di internet e in Fratello dei cani (Pasolini e l’odore della fine) presentato in anteprima nazionale presso la Casa dei Teatri di Roma con il patrocinio dell’Assessorato alla Cultura di Roma, un film-poetico interamente tratto dall’omonimo spettacolo teatrale di e con Marco Palladini, poi tradotto in un lungometraggio, improvvisando le riprese sulle suggestioni dello stesso spettacolo, ho per così dire, gettato le fondamenta per Senza Chiedere Permesso.

Durante le lavorazioni dei precedenti film realizzati basandomi su un istinto indagatorio, dove ho cercato di oltrepassare il limite della “visionarietà”, usando dunque la MDP a mano per disegnare e delineare la storia in un modo prettamente visivo, tentando di richiamare l’arte surrealista e dadaista, per ricreare quel sentimento basato sulle sinergie poprio agli artisti di quel periodo. Sentivo una carenza o meglio nutrivo la necessità di esprimermi completamente nel mondo del cinematografo non solo come video maker ma raccontare un mio soggetto completo.

Fin da bambina immaginavo di trovarmi dietro le quinte di 8 ½ di Federico Fellini o di avere il privilegio di seguire il back stage di Incontri ravvicinati del terzo tipo di Steven Spielberg, ed anche se potevo solo percepire l’impegno enorme che richiedeva questo tipo di lavoro, non desideravo altro se non poter realizzare appunto un mio lungometraggio, inoltre grazie ai miei genitori, iniziai fin da piccolissima a costuire un legame di sincera curiosità nei confronti del cinema, con mia madre Lina Morici (costumista/figurinista) mi incamminai nel magico mondo dei costumi di scena e con mio padre Mario La Carrubba appassionato cinefilo, cominciai una ricerca sul precinema.

Non avendo un gran capitale da investire, comprai ormai nel lontano 2005, una MDP semi professionale con la quale realizzai tutti i miei precedenti lavori. Ora la nuova sfida che si presentava era proseguire la realizzazione di questo nuovo progetto tenendo fede al “metodo” fino a quel momento utilizzato, rimanendo a costo zero e cercare di creare con spirito d’iniziativa “…qualcosa di diverso”.

Ero sul set di Fratello dei Cani per la precisione a Villa Ada con la troupe leggera, aspettavamo l’arrivo di Fabio Traversa il quale si presentò calmo e sorridente nonostante l’afa di quel giorno, entrò varcando il cancello al confine con la strada super trafficata, quasi danzante, subito mi ricordò l’esile figura slanciata ed onirica del Barone di Münchhausen, trattenni la risata a stento che esplose quando m’accorsi che nella mano destra sventolava come fosse un guanto, una buccia di banana, e poi semplice ci domandò:

“Dove la butto?”.

Adoro la sincera e devota passione per la recitazione che possiede Fabio, avevo visto tutti i suoi film ed ironia della sorte ero dietro la MDP anche nel video-poetico. Decisi in quell’occasione di eliminare qualsiasi imbarazzo per indossare certa la domanda che avrebbe cambiato il corso degli eventi. Gli chiesi se avremmo potuto in un futuro non molto lontano lavorare su un mio soggetto, lui sorridendo accettò. Inutile sottolineare la felicità che provai in quel preciso momento.

La vera fortuna fu quella di poter lavorare anche con Tiziana Lucattini non solo sua dolcissima compagna, ma vera attrice a tutto tondo, fortemente legata a, e cito dall’intervista tratta da Zapping “ l’attore che muove le mani”. Espressiva e piena dell’entusiasmo per questo difficile mestiere. Mi ricordo che fui così felice di poter avere l’opportunità di lavorare con due grandi attori che mi dimenticai di tutto il resto, si dimenticai di non avere sceneggiatori, costumisti, elettricisti, insomma tutto, compreso una buona MDP. Iniziai dunque le ricerche per capire come poter procedere per arrivare al tanto atteso ciak iniziale.

Fino ad allora avevo avuto una approccio per così dire trasversale nei confronti della cinematografia, provenivo da un esperienza più che altro teorica, anche se avevo avuto la fortuna di collaborare fin dall’adolescenza con il documentarista Mario Carbone, tuttavia non avevo nessun idea di cosa significasse muovere i meccanismi per un intero film. Gli ostacoli istituzionali che avevo riscontrato per i precedenti lavori ora sembravano centuplicati, ma questo non mi fermò anzi mi spronò a costruire nuovi orizzonti. Decisi quindi di correre il rischio e di procedere verso quella che a tutt’oggi definisco la mia “follia filmica”.

Cercai per molto tempo qualcuno con cui scrivere la sceneggiatura fin quando incontrai la giornalista cinematografica Sarah Panatta. Le spiegai la situazione e l ‘operazione che avevo intenzione di azionare con questo film, ovvero quella di decontestualizzare l’arte innescando una reazione a catena tra le diverse espressioni. Quindi mia ferma idea era quella che gran parte degli attori non protagonisti provenissero per l’appunto dal mondo dell’arte. Quindi pittori, fotografi, e soprattutto poeti contemporanei.

Accettò curiosa la sfida, mostrando in seguito spirito di iniziativa nonostante la giovane età. Nonostante erano coinvolti in amicizia per questo film, non solo Fabio ma anche Aureliano Amadei, Alessandro Benvenuti e Fulvio Grimaldi conosciuti per altri documentari ancora in fase di lavorazione, trovare in questa prima fase del lavoro, sponsor pubblici e privati interessati appunto al progetto, fu impresa ardua che condusse a risultati altamente scarsi. Dunque con Sarah prendemmo la decisione di fare tutto in maniera “clandestina”.

Non avevamo i permessi per girare soprattutto in alcune location di Roma, ma grazie alla poetessa Chiara Mutti (“l’investitrice”) riuscimmo ad ottenere il nulla osta per le riprese presso la Galleria Nazionale d’arte Moderna di Roma che diede grande prestigio all’intero film. In un periodo definito in questo momento storico “di forte crisi”, con Sarah istituimmo l’associazione culturale no profit EscaMontage, con la profonda speranza di riuscire a creare opportunità di collaborazioni. Per le mura itineranti dell’associazione stessa, passarono alcuni giovani collaboratori che abbandonarono la nave all’insorgere delle prime difficoltà.

Quindi preso questo impegno principalmente con noi stesse, decidemmo di portare a termine i vari programmi, tra i quali il Blog&webTV ed il film festival.

Nel frattempo lavoravo incessantemente l’incastro della storia, cercando di prendere esempio da alcune delle impronte che mi avevano preceduto in questo difficile percorso, da Fellini a Kubrick da Wertmüller a Bene.

Parallelamente al lavoro di scrittura, prendemmo la decisione di “aprire i set” al pubblico del web mettendo in fruizione i diversi backstage, le foto di scena, gli aggiornamenti e le news, realizzati con i collaboratori che di volta in volta si susseguivano interessandosi al film, usufruendo così delle potenzialità della Rete nel fare “rete”.

Iniziai un primo montaggio per avere un’idea sommaria del lavoro, quando mi accorsi che ogni scena, ogni battuta, ogni location potevano essere potenziali storie di una vita parallela, alora decisi di rimontare a mo’ di mosaico il tutto. Così nacque Le chat noir un cortometraggio che ha conseguito il prestigioso premio classificandosi al terzo posto per “Glory to the video Maker” della Minerva Pictures.

                                                                                                                                                                                                  Iolanda La Carrubba Roma 2015

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SCHEDA VALUTAZIONE FILM

A cura di: Catello MASULLO

TITOLO: SENZA CHIEDERE PERMESSO

REGIA: Iolanda La Carrubba

SCENEGGIATURA: Iolanda La Carrubba, Sarah Panatta

INTERPRETI PRINCIPALI:

Con: Fabio Traversa e Tiziana Lucattini,

Con la partecipazione speciale di:

Alessandro Benvenuti

Aureliano Amadei

Fulvio Grimaldi,

E con (in ordine alfabetico):

Alessandro Bellomarini

Lisa Bernardini

Andrew J. A. Bulfone

Giulia Bulfone

Sabino Caronia

Diana Cavorso

Angela Ciriello

Vito Continisio

Davide Cortese

Federico D’Angelo Di Paola

Roman Doupouridis

Eugenio Forconi

Alessandro greyVision

Roberto Guglielman

Monia Guredda

Mario La Carrubba

Salvatore Maggiore

Tiziana Marini

Monica Martinelli

Catello Masullo

Alcidio Morais

Lina Morici

Amedeo Morrone

Chiara Mutti

Terry Olivi

Massimo Pacetti

Sarah Panatta

Antonella Rizzo

Marco Rudel

Domenico Sacco

Eugenia Serafini

Francesco Spagnoletti

Marzia Spinelli

Therezinha Teixeira De Siqueira

Antonietta Tiberia

Marina Viola

Marco Zucchi

PRODUZIONE: EscaMontage

ORIGINE: ITALIA

DISTRIBUZIONE: EscaMontage

DURATA: 57’

SOGGETTO: COMMEDIA POETICA ONIRICO-FANTASTICA

Fabio è un autore ed attore teatrale, vive con la sua compagna Tiziana. Incontra, cerca, gente e personaggi …

C‘è sempre una prima volta. Questa è la prima volta che mi trovo a recensire un film in cui il mio nome compare nella lista degli “attori”. Le virgolette, sono, ovviamente, d’obbligo. Si tratta, in effetti, di un cameo brevissimo in cui la regista Iolanda La Carrubba, e Sarah Panatta, la sua inseparabile co-sceneggiatrice, attrice, e complice a tutto tondo (al suo debutto assoluto in questo film), mi hanno chiesto di “interpretare” un critico cinematografico, effettuando le riprese nella mia casa romana. Mi sono chiesto, comunque, se il pur limitatissimo coinvolgimento nel progetto, avrebbe potuto alterare la mia valutazione. Ai lettori/spettatori l’ardua sentenza… Andiamo con ordine. La giovanissima cineasta Iolanda La Carrubba, romana, figlia di due noti pittori contemporanei, è un’artista a tutto tondo. Autrice, poetessa, giornalista e operatrice culturale, dopo gli studi di cinema ai Cinecittà Studios, collabora a lungo con il documentarista Mario Carbone. Per passare poi alla regia di film interamente suoi : 2012 il documentario “Zapping. Tra Web e Cultura”, 2012 il documentario “La Metro de Paris”, 2013 il documentario “Fratello dei Cani. Pasolini l’Odore della Fine”, 2014 il corto “Le Chat Noir”, terzo classificato al “Glory to the video Maker”, della Minerva Pictures. Per questo suo ultimo film, “Senza Chiedere Permesso”, cura, oltre alla regia, soggetto, sceneggiatura, musiche, montaggio, effetti (computer graphic), suono (montaggio audio). Non si può dire non sia un film d’autore. La genesi è rimarchevole. Totalmente autoprodotto e girato con mezzi praticamente nulli. Meno di un mese circa prima della anteprima stampa del 13 febbraio 2015, le autrici hanno chiamato tutte le persone coinvolte nel film alla visione di un pre-montato, per chiedere un loro parere. Ne è scaturito uno straordinario “brain storming” a caldo (anche se, dovessi dire, per l’occasione nella sala della Stazione di Anguillara c’era un freddo polare…), da vero laboratorio creativo collettivo. Il film, in quella versione provvisoria, mi risultò spiazzante. Un film dalla decisa connotazione sperimentale. Di forte e potente visionarietà. Ma diseguale. A tratti criptico e discontinuo. Con un’eclatante abisso tra la recitazione altamente professionale dei due protagonisti, Fabio Traversa e Tiziana Lucattini, e quelle della gran parte degli altri non-attori. La regista (e, immagino, anche la co-sceneggiatrice) hanno avuto la rara umiltà e la acuta intelligenza di accogliere suggerimenti, di cogliere impressioni e suggestioni, che sono venute da parte di tutti gli appassionati partecipanti. E, nel tempo record di tre settimane, hanno prodotto la versione finale del film. Nella quale, pur restando, nella sostanza, tutto quello che era già nel pre-montato, ho visto un altro film. Che mi ha convinto molto di più. E’ bastata una azzeccata voce narrante, le belle musiche di Amedeo Morrone ed un montaggio video e sonoro più curato, per avere una percezione più chiara ed un apprezzamento migliore del film. Emerge, prepotente, la imprevedibilità della storia, come protagonista, e come rappresentazione della imprevedibilità della vita reale. Chiara la rarefazione dei confini tra sogno e realtà. Tra sanità mentale e follia (solo la follia potrà salvarci?). Patente l’inquietudine esistenziale, temperata dall’ironia e, a tratti, dalla comicità pura della commedia. Come a volte la vita sa essere. L’esistenza umana come successione di istanti slegati ed casuali. Senza un preordinato filo logico. Una sorta di combinazione, come ci suggerisce la presenza del cubo di Rubik. Un poema surreale, di immagini in movimento. Un film densissimo. Con colte ed apprezzabili citazioni cinefile. Dal Buster Keaton di “The Coock”, al Charlie Chaplin di “La strada della paura”, dal George Méliès di “Viaggio sulla luna” e “Viaggio attraverso l’impossibile”, a “Il Cantante di Jazz”, a “Dr. Jekyll e Mr. Hide”. E con citazioni opportune e significative, in contaminazione con altre arti. Oltre ai pregevoli oli su tela di Mario e Osvaldo la Carrubba e di Lina Morici, le evocative immagini dello spettacolo teatrale “Ciao buio”, di Fabio Traversa e Tiziana Lucattini. In definitiva, un film molto originale, mai banale, lontanissimo dalla omologazione, stimolante e, per una volta, senza le fastidiose immagini imposte dal product placement, che fanno (ahinoi), di tutti i film commerciali, centoni di spot pubblicitari.

Curiosità : la gran parte degli attori non professionisti del film sono poeti nella vita reale.

FRASI DAL CINEMA : “Chi siamo, dove andiamo? Esseri umani… che troppo amano il potere della distruzione!”. (Fabio Traversa).

“Come diceva mamma…

Mai scendere dal letto con il piede sbagliato, e la vita ti sorriderà!”. (Fabio Traversa, fuori campo, e la madre in pensiero/ricordo immaginario).

“Confucio dice : il silenzio è il migliore amico, che non tradisce mai… Sempre Confucio dice: non fare del bene se non sopporti l’ingratitudine!”. (Aureliano Amadei)

“Smettere di fumare è facilissimo. L’ho fatto migliaia di volte. Ed anche se ho smesso di fumare, vivrò una settimana in più, e quella settimana pioverà a dirotto!”. (Tiziana Lucattini a Fabio Traversa, citando prima Mark Twain e poi Woody Allen).

“C’è una soluzione per tutto, tranne che per quello che si vuole risolvere!”. (L’uomo con la bombetta a Fabio Traversa).

“La questione della discriminazione della donna è una stupidaggine. I veri discriminati sono gli uomini, perché non possono partorire e nessuno fa niente!”. (Tiziana Lucattini a Fabio Traversa)

“Non ci sono parole per consolare le cavie della loro morte!”. (Fabio Traversa).

“Però, qualcuno mi ricordi. Un attore.

Io sarei anche attore, ma non so se l’attore a cui somiglio sono io!”. (Domenico Sacco e Fabio Traversa).

“… e, soprattutto, non fate uscire il vostro film lo stesso anno di Via Con Vento!”. (Catello Masullo cita la celebre massima di Hollywood, attribuita al grande David O. Selznick).

“Un idiota è un idiota, due idioti sono due idioti, diecimila idioti sono un partito politico!”. (Signora cita Franz Kafka)

“Signore e Signori, senza chiedere permesso, si esce di scena!”. (Fabio Traversa parla in macchina da presa, ad esergo finale)

VALUTAZIONE SINTETICA (in decimi): 6.5/7

http://www.ilpareredellingegnere.it/index.php?option=com_content&task=view&id=4526

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Recensione di Daniele De Angelis – CineClandestino.it

“La vita, il puzzle”

voto 7,5

Rispetto a Le Chat Noir – cortometraggio recensito su questa rivista poco tempo fa – Senza chiedere permesso, mediometraggio dalla cui costola era nato il corto stesso, aumenta non solo il minutaggio ma anche il livello di ambizione. Se il primo lavoro era prevalentemente incentrato sullo smarrimento della funzione originaria dell’Arte in rapporto con la società, il secondo abbraccia tematiche più vaste, finendo con il risultare un gioioso poemetto sul senso ultimo dell’esistenza, in riuscito e per nulla semplice equilibrio tra onirismo, surrealismo e sottile critica sociale. Del resto appare subito evidente come Iolanda La Carrubba regista e sceneggiatrice – insieme alla “nostra” Sarah Panatta – sappia esattamente cosa vuol raccontare e come rappresentarlo figurativamente. Le immagini “distorte”, volutamente alienanti, conducono lo spettatore da subito in un altrove non meglio definito, che troverà parziale spiegazione solo nella sequenza prefinale, in cui la rielaborazione di sequenze in libertà acquisirà (forse) una propria unità di lettura. Sempre che il misterioso puzzle dell’inconscio abbia mai qualche possibilità di essere ricomposto nella sua completezza.

Ci troviamo, insomma, in quella “condizione” di cinema che attinge a piene mani dalla sua stessa storia – Federico Fellini, David Lynch. Tanto per fare due nomi illustri… – rielaborandola con intelligenza e acume, senza essere affatto penalizzata, anzi forse stimolata, dalla scarsità di mezzi disponibili. Con inoltre il valore aggiunto, almeno per una pellicola a tale budget, di contare sulla performance artistica di un Fabio Traversa (interprete di tanti film di Nanni Moretti, nonché indimenticabile Fabris in Compagni di scuola di Carlo Verdone, nel lontano 1988) in senso assoluto vicino alla perfezione nella parte principale. Chi meglio di lui avrebbe potuto sottolineare, attraverso il suo modo di fare straniante e stranito, l’insensatezza generale di un’esistenza capace di trovare un barlume di spiegazione “logica” solo nella realizzazione concreta di un rapporto sentimentale? Davvero pochissimi altri. E dunque notevole rilievo assume, nella galleria di situazioni bizzarre e personaggi decisamente borderline (peraltro interpretati da un cast ottimamente sintonizzato con il senso ultimo dell’operazione) che sfila di fronte alla telecamera di Iolanda La Carrubba, la figura femminile della compagna di Traversa, Tiziana Lucattini, autentica scialuppa di salvataggio in quel metaforico mare in tempesta che è sempre stata, dalla notte dei tempi sino ad oggi, la vita vissuta. Senza chiedere permesso, nella propria essenza, diventa così quasi un inno a prendersi per mano, a sostenersi nelle difficoltà che mai mancano e soprattutto a superare quell’afasia che impedisce di comunicare, nel senso più completo del termine, persino con le persone più care. Tutto ciò raccontato con uno stile brioso e privo di visibili momenti di pausa, che offre il meglio di sé allorquando si distacca del tutto dal, comunque flebile, canovaccio narrativo per approdare in quei territori in apparenza assurdi che, nemmeno troppo paradossalmente, riescono a raccontare molte più verità di un documentario sulla realtà effettiva.
Si sorride, ma sempre con uno spunto di riflessione, nel film di Iolanda La Carrubba. Fedeli all’inevitabile assunto “panta rei” le autrici dello script ci invitano, in modo mai esplicito bensì deliziosamente entro le righe, a vivere la vita cercando lo stato di grazia con dolcezza ma anche con determinazione, appunto senza chiedere permesso a nessuno per qualunque utopia si voglia costruire. Loro, Iolanda la Carrubba e Sarah Panatta, ci stanno provando meritoriamente, usando la lanterna filosoficamente rischiarante dell’arte alla maniera di un Diogene dei nostri tempi. E, come nel caso di tanti altri giovani filmmaker poco noti ma con valorose istanze da esprimere, diviene ora compito del pubblico dare una chance di visibilità a tali lavori. I quali non arriveranno purtroppo a semi-domicilio nel cinema più vicino a casa, ma bisognerà uscire, per andare a cercarli e possibilmente trovarli. Varrà la pena abbattere la pigrizia e trovare il tempo per ammirare qualcosa di veramente personale. Originale come tutte le cose provenienti dalla più intima sensibilità delle persone.

http://www.cineclandestino.it/senza-chiedere-permesso/

Recensione “Senza chiedere permesso” di Gualtiero Serafini

Ho avuto il piacere di guardare “Senza chiedere permesso”. Devo fare i complimenti a Iolanda La Carrubba ed a tutti coloro che hanno partecipato a questa realizzazione. Onirico e surrealista “Senza chiedere permesso”, secondo un mio parere, non deve essere visto e guardato con spirito cinematografico e quindi non parametrizzato ad una critica cinematografica. È un bellissimo esperimento ben riuscito di creare un connubio tra cinema e poesia. Già solo la durata, 55 minuti, sarebbe troppo breve per un film, ma è perfetta per un reading di poesie ed aneddoti sapientemente reinterpretati ed incastrati tra loro come tante Matrioska e fissate dall’occhio della macchina da presa. Si potrebbe dire, in un primo momento, che film è? Ed il montaggio? La sceneggiatura? Ma è solo un attimo, sono solo i primi frames, dopodiché ad un occhio più attento, facendosi trasportare dalle note poetiche, dal riecheggiare delle voci dei personaggi che si intuisce che quello che stiamo vedendo è una poesia, non altro che un incastro poetico. E come in una poesia, ognuno ne trae i significati che più toccano la propria anima. È netta ed apprezzabile la scelta di coinvolgere attori professionisti e bravissimi come Fabio Traversa e Tiziana Lucattini, i protagonisti del film, insieme a poeti che certamente attori non sono se non attori dei loro sentimenti. Ognuno, in quest’opera, mi vien da dire, ha mantenuto il suo ruolo cercando di contaminarsi. I poeti si sono contaminati con la recitazione, propria di un attore e gli attori si sono contaminati con la poesia, propria dei poeti, mantenendo, però, sia gli uni che gli altri il loro reale ruolo. Apprezzabile è l’inserimento di un personaggio, che definirei quasi un giullare di corte, interpretato da un musicista, Amedeo Morrone, che cerca di reinterpretarsi attore pur mantenendo la sua reale indole di musicista ed infatti nella staticità e profondità del film è gradevole l’intromissione di un personaggio dinamico che con le sue movenze entra ed esce di scena proprio come farebbe una colonna sonora. Per concludere un plauso alla regista Iolanda La Carrubba e a Sarah Panatta, sceneggiatrice insieme a Iolanda, per i riferimenti ai padri del cinema come Georges Méliès con il suo “Viaggio nella Luna” o al cinema muto di Charlie Chaplin e Buster Keaton.

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