CineRecensione: “The Iceman”

“Se qualcuno vuole un morto, io non faccio domande”. Michael Shannon killer “di ghiaccio”

di Sarah Panatta

My son, my son, what have ye done…

the iceman

Serial killer figlio di una nazione nutrita da crimine e mazzette e stuccata da belle facciate. Family man, duplicatore di pellicole porno, quindi mercenario e sicario. Un lavoratore, colletto bianco, come tanti. Richard Kuklinski, assassino efferato e pulito, padre amorevole e protettivo, marito sacralmente devoto e omicida a contratto.

Ariel Vromen, regista israeliano pasciuto dal ventre dell’accademia losangelina e autore di alcuni cortometraggi e del thriller Danika, tenta la svolta decisiva con il biopic pulp The iceman, prodotto nel 2012 e distribuito soltanto a febbraio 2015 in Italia.

Vicenda arcinota e incline a sollecitare pruriti scandalistici e macabri, che fa perno sul divismo dei killer che l’America, con i suoi “numeri”, ha consacrato a culto di massa, The Iceman è sopra tutto la classica storia dell’uomo comune che vive di una dicotomia identitaria indicibile e impassibile. Un piede al caldo nella villetta con giardino, a guardare i pargoli che salgono sul pulmino della scuola privata (cattolica). Un piede nella tuta di plastica antischizzo, mentre si eviscera un cadavere.

Al centro il figlio “straniero” e deviante di un sistema-nazione di per sé malato e autistico. Richard, figlio orfano. Di se stesso, e del proprio passato, rinnegato e insieme espiato in un conto alla rovescia perenne con la propria rabbia. Discendente di immigrazione sfruttata ed educata (d)alla violenza. Figlio di ghiaccio. Senza pentimento. Non una lacrima di disperazione trova rifugio tra le allarmate pieghe del suo sguardo.

Monumentale e discreto, ineccepibile nel ruolo del killer bifronte, Richard Kuklinski, lo spigoloso gigante Michael Shannon. Esploso come protagonista, per il “grande” pubblico, nelle vesti wasp schizofreniche e preveggenti dell’operaio di periferia in Take shelter (USA 2011), scritto e diretto da Jeff Nichols, e nelle inamidate stoffe dello sbirro potente, doppio e laido nella serie cult Boardwalk Empire. Hollywoodianamente adibito a caratteri border line, abituato ad armeggiarsi con le ire, gli scarti e i ripiegamenti di personaggi criptici, furibondi, melliflui, ingombranti ed ambigui, Shannon è la ragione e l’essenza di un film che si limiterebbe a scansionare ed ordinare con eleganza assonnata i files di una cronaca già vista letta spulciata.

Il reclutamento mafioso, il matrimonio con la bella, ingenua e unica fanciulla mai amata, la costruzione automatica e stabile di una vita ambivalente insospettabile (sicario ma anche agente di cambio), la crescita di due figlie adorate, la scalata verso uno status quo sociale accettabile e rispettato, gli screzi con la cosca, il tradimento, il sodalizio con un collega psicopatico e solitario, la soffiata, l’arresto, il mancato pentimento. Tutto scandito da improvvise impercettibili fughe dalla realtà, dritte in una memoria corrosa dal desiderio di riscatto, vendetta, morte.

"The Iceman", Micheal Shannon, in una scena

“The Iceman”, Micheal Shannon, in una scena

Pazzo o savio? Semplicemente un ottimo “esecutore”, un impiegato polacco efficiente per affari troppo sporchi per i cortili spazzati dal progresso “bianco”? Un mostro inglobato e ignorato dalla società? Una creatura normale, con le sue inclinazioni, i suoi timori e la sua “freddezza”?

Vromen e compagnia studiano la figura/caso clinico nazionale. Scelgono un linguaggio classico, piano, uniforme, che incastra e incassa senza sussulti i pochi colpi di scena, e traducono il romanzo di un killer impassibile. In parte tracciando la parabola “a sangue freddo” già descritta nel libro di Anthony Bruno e in parte aspirando il carisma di Kuklinski dall’intervista che gli strappò James Thebaut. Declinare in oltre 100 minuti di scarno thriller biografico la vera storia di uno dei sicari più celebri d’America. Materia abusata, certo, ma inevitabilmente pulsante nella nazione simbolo delle contraddizioni intestine continuamente materializzate da eversioni “improvvise”, killer, stragi, attentati, scandali finanziari, sessuali, politici.

Michael Shannon in The IcemanForte del magnetismo di Shannon, Vromen non cerca affondi psicologici o volate visionarie, non vuole scarnificare membra e sinapsi dei suoi personaggi. Non vuole erigere Kuklinski a simbolo, non vuole sublimare messaggi “altri”. Infatti non cerca angoli d’ombra, non cerca linee di taglio. La materia del suo narrare resta compatta, monocorde, ovattata, appunto, pulita.

Come Kuklinski, Vromen innesta carne e voci di corpi scottanti nel camion frigo di un’operazione senza sangue.

Senza pentimento. Un lavoro, come un altro.

The Iceman. Diretto da Ariel Vromen. Tratto dal romanzo “The Iceman. The true story of a cold blooded killer” di Anthony Bruno e dal documentario “The Iceman tapes: conversations of James Thebaut with a killer”. Sceneggiatura di Morgan Land, Ariel Vromen. Con Michael Shannon, Winona Ryder, James Franco, Ray Liotta, Chris Evans, David Schwimmer. Montaggio di Danny Rafic. Direttore della fotografia Bobby Bukowski. Musiche di Haim Mazar. Distribuito da Barter Entertainment. USA 2012. Nelle sale dal 5 febbraio 2015.

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