Racconti. CastAway: Fabio in viaggio

[Inauguriamo lo spazio dei racconti di viaggio, con la prima pubblicazione delle riflessioni di un velista tra terre e mari, Fabio Baccianella, ndr]

“Verso Cascais”

Si parte finalmente…

si parte.

Dove sto andando ancora non lo so.

E forse non so neanche bene perché.

Mi hanno augurato di trovare quello che cerco

ho risposto che vorrei perdere quello che mi porto

e che non desidero.

Sarà vero?

Questa volta, almeno, ho l’impressione

che non sto fuggendo.

Vorrei andare verso nuove prospettive.

Nuovi punti di vista.

Eppure anche fuggire richiede forza.

Determinazione. Messa in discussione.

Anche fuggire ha un senso

e porta delle risposte, delle intuizioni.

Ma questa volta non voglio alibi.

Il percorso deve proseguire.

Ogni responsabilità deve corrispondere alla propria azione. Solo mia.

Oggi si parte, e non si torna più indietro

 

4 novembre

Sono sceso dall’aereo.

Sento una strana ansia. Ho paura.

Mi vengono alla mente ricordi,

ambienti familiari.

Mi appaiano gli amici,

i colori dei miei luoghi.

Le mie quotidianità.

Sono sul bus che porta al terminal.

Scendo. Cammino guardandomi intorno.

Non c’è niente di strano.

Tutti gli aeroporti sono uguali.

Proseguo, lento.

È la mia velocità, lo sarà sempre ormai.

Tutto mi torna familiare.

E la paura cambia, si evolve.

Ansia si, ma desiderio.

Andare oltre? Dove? Perché?

E la malinconia sale

nel pensare al passato,

a chi non c’è più.

A chi non potrà più esserci.

A chi non partirà mai. E vorrebbe.

E vado avanti. Fra le piccole cose di Lisbona

che mi passano davanti attraverso i finestrini del bus.

 

5 novembre

Cascais è una bella cittadina, un’oretta da Lisbona.

Meson dice che è una città di plastica.

Forse è vero.

Mi domando cosa ci sia di male.

Ci sono sempre state città di plastica. Magari di pietra, ma in un certo senso,

sempre di plastica.

Gli spazi sono ampi, accessibili.

È una città pulita ed organizzata.

Lungo la costa una passeggiata da fare a piedi o in bicicletta.

La pista ciclabile è lunghissima,

proprio sopra le scogliere a picco, che a volte si aprono, e lasciano entrare l’acqua.

Ci sono grotte aperte da archi naturali che sembrano un nascondiglio perfetto,

inaccessibile, anche per un fuggitivo.

La lapide di plastica dice:

Una città di valorosi soldati

ed esperti marinai.

Ed ancora oggi ci sono esperti marinai ed un forte senso civico.

Si, mi viene da pensare,

è una città di plastica. Bella. Accessibile.

Come ce ne sono sempre state.

Meson è un ragazzo giovane, ottimista ed allegro.

Non alto, anzi, decisamente basso.

Atletico e scuro; Ha gli occhi chiari.

Ha deciso di vivere fuori dagli schemi.

Senza nulla, o quasi.

Due chitarre, una fisarmonica ed il suo inseparabile cane.

Qualche abito.

Conosce tre, quattro lingue ed ha deciso di vivere suonando.

Ha un progetto:

vuole vivere donando se stesso e la sua musica.

E così viaggiare e guadagnare e …

proseguire.

Mi sembra un ottimo progetto, almeno non peggiore di tanti altri.

Per lo meno sa suonare bene. Questa è la base. La condizione di partenza.

 

6 novembre

Nel 2013 un gruppo di ragazzi, qui, a Sines, si è presentato alle elezioni.

C’è un loro murales, autorizzato e ben fatto a propaganda delle loro idee.

Ho come l’impressione che ci si lamenti ovunque delle stesse cose.

Questo mi fa pensare al senso delle cose.

Insomma, non così drasticamente…

Penso a cosa dia un senso e se ci sia un motivo per rifletterci su.

Mi vengono in mente i miei.

Tanto diversi fra loro.

Mi commuovono immagini del loro passato:

sorridenti, entusiasti nei loro anni più giovani. Violenti, potenti.

Ancora sorridenti sì, ma sdentati; nella loro vecchiaia. Deboli, stanchi, crudeli.

Tuttavia sempre sorridenti, verso di me.

Chiudo gli occhi, silenzio le orecchie ed immagino che tutto si spenga,

finisca.

Immagino il mio cuore lentamente smettere di fare rumore

e il nulla.

Non mi sento affrancato ne sprecato.

Semplicemente non sono: non ci sono.

Non amo troppo la solitudine.

Mi sento a disagio, tuttavia, se mi trovo costretto, obbligato nella mia libertà di muovermi.

Le persone mi affascinano e le loro opere, riempiono.

Mi piace guardarle, invaderle senza che se ne accorgano.

Ora mi sento tranquillo, sono nel bar con le pareti piastrellate di giallo,

la vetrina dei fritti, la macchina del caffè.

Piccoli tavolini quadrati con le sedie abbinate, blu.

Il locale è affollato di sole donne anziane. Bevono caffè, smangiucchiano.

Una città di marinai.

Sono immerso nel loro lento e continuo portoghese mentre la radio trasmette i Supertramp.

Finisco il caffè e mi fermo un po’ ad ascoltare.

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