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Fame di cinema

Saverio Costanzo e Francesca Archibugi, padri, figli e marchi, di un nuovo-vecchio cinema di mercato

di Sarah Panatta

Memoria disfunzionale. Visioni-spot. Il cinema italiano cosiddetto “giovane”, laddove non impegnato nella lotta mensile per in cinepanettoni espansi (lungo la durata di tutto l’anno solare) si camuffa o (s)fugge in alcune nicchie di mercato, tracciando un linguaggio neo-neorealistico che didascalizza l’attualità nostrana farcendo di luoghi comuni e pepando con un emulato sense of humour. Un cinema che dimentica il senso del reale cucendo sui suoi fantocci l’immagine meramente grottesca di un presente già “troppo” detto.

Ultime “opere” già lodate e chiacchierate, Hungry Hearts e Il nome del figlio, il godardiano introspettivo “genere” di Saverio Costanzo e la cronaca familiare variamente declinata di Francesca Archibugi. Due autori dagli esordi alle prese con la memoria disfunzionale della famiglia italiota e al contempo pregni della lezione tecnica dei maestri internazionali. Altri prodotti in cerca di identità-spot?

Dopo In memoria di me (2007), La solitudine dei numeri primi (2010) e l’adattamento tv nostrano della serie In treatment (2013), Saverio Costanzo torna ai cuori surgelati di una meglio gioventù dagli orizzonti precari, precocemente, forse inconsapevolmente avvizzita, nel vetro frangibile del proprio trauma esistenziale (ferita, mutilazione, esclusione e autoinganno) assorbito da una società assopita e manchevole nei confronti di quella gioventù stessa, pur sempre bramosa di appigli, risposte, sfoghi.

Hungry hearts locandinaSono tutti Hungry Hearts. Mina (Alba Rohrwacher), Jude (Adam Driver) e il loro bambino. Un amore sghembo tra le quattro sghembe mura di una mansarda/serra/utero. Un amore a tre che (si) esclude e si inerpica nei silenzi. Mentre boccheggia senza linfa che nutra i corpi scavati. Amore che corrode ma resiste, fino alla detonazione imprevista.

Mina e Jude, personaggi senza libretto di istruzioni, camminano nella capsula mimetica della propria solitudine, asimmetrici volti di un’età inafferrabile e repressa. Si intercettano per caso o per scherzo a New York, si scelgono/seducono/scherniscono nel retro di un ristorante cinese e si sposano. Mina resta incinta e matura l’idea che il suo bambino sarà “diverso”, un “bambino indaco” pregno di luce, come prevede una medium nel suo loculo da marciapiede, e che andrà preservato dalla contaminazione carnivora e opacizzante del mondo. Dal parto in acqua non riuscito, alle manie vegane di semi e purganti, alla sociopatia latente, Mina si trasforma con impercettibile tenacia. Ripara con muto zelo dal gelo troppo urbano se stessa e il suo cucciolo intoccabile. A guardarla arrampicata al tetto dell’appartamento/torre, scapole radenti la pelle tesissima e diafana, nella donna sembra evolvere un alien teneramente ostile, una depressione nebulosa e vorace, inafferrabile dagli occhi del marito tanto legato a lei quanto progressivamente sconcertato. Mina non vuole nutrire il bambino secondo una dieta comunemente accettata, non ammette che sia visitato da medici o che esca di casa. Jude la asseconda ma ha paura, fino ad entrare in guerra con se stesso e con la moglie per salvare il proprio figlio.

Hungry Hearts scenaRabbiosa febbre di cuori affamati, Hungry Hearts. Titolo magnetico e folk, trasudato della metafisica flesh and blood dei suoi protagonisti. Titolo ritmico, quanto mai indispensabile per un’opera d’altro canto arrancante, esile, che traballa come la macchina da presa che vaticina nella bolla familiare di Mina e Jude, che perde equilibrio fino a calarsi a piombo, accasciata, sulle sue creature insettiformi in barattolo, con i suoi “fuori quadro” sporcati, tra primi piani strettissimi e carrellate immerse in un’aria formicolante, sospesa.

Un’opera che non trova ragioni, nel suo formulario algebrico balbettante. Fuori posto, come un orto urbano eretto in forma di bunker da una principessa vegana su una palazzina inizio ‘900 a picco sull’inquinata sollecitudine di un incrocio newyorkese, denso del rumore stridulo ma soffocato di taxi, botteghe e folla anonima sotto grattacieli scomodamente assiepati.

Hugry Hearts scena 2Nuova esplorazione di codici emotivi “estranei” traducibile in tragedia domestica. Dal caso Mondadori a quello Einaudi, dal romanzo dell’incensato esordiente e prodigio editorial-popolare Paolo Giordano, a quello di Marco Franzoso, alla sua quarta prova in prosa, specializzato minatore degli anfratti torbidi della famiglia contemporanea. Con una sceneggiatura, stavolta a due mani, quelle dello stesso Saverio Costanzo, tratta da “Il bambino indaco” scritto da Franzoso, il regista cerca la consueta affascinata “giusta distanza” dal suo teorema visivo di “numeri primi”. Ma assorbe con troppo zelo la bussola narrativa del romanzo, occupando lo schermo con la prospettiva inetta e respingente del protagonista maschile Jude, padre nel limbo, cacciando poco a poco nel mistero, che diventa orrore, Mina, madre iperprotettiva o omicida?

Rapito dalla risacca di una dolce ineffabile cancrena dell’anima, Hungry Hearts trascura il gioco delle parti, tracciando una forse persino ridicola dicotomia bene-male. Tenta di guidare il pubblico tra i non detti, tra le pieghe dei sorrisi, i rivoli di lacrime singole o i sussulti dei pianti asciutti dei pur empatici interpreti (Alba Rohrwacher e Adam Driver, premiati con la Coppa Volpi alla Mostra Internazionale del Cinema di Venezia 2014). Costanzo si intromette in una famiglia popolata di cuori selvatici, veggenti e schivi/schiavi, insicuri e premurosi, autolesionisti e alla deriva. E dilaga en plein air in un dramma da camera con vista sui dilemmi fumogeni di una granulosa Grande (piccola) Mela.

È ancora La solitudine dei numeri primi (Ita 2010). Jude e Mina, due “numeri primi gemelli” tagliati nello stesso friabile blocco di una materia fonda e vischiosa. Un nucleo linguistico ancora debolmente memore dell’incandescenza horror del film del 2010 ruota lentamente nel centro di questa opera autoreferenziale e ripetitiva, zoppa e anoressica come la protagonista del precedente lavoro di Costanzo. Dopo la prova thriller di un dramma spericolato nel suo continuo rimpallarsi da un frammento all’altro delle vite dei suoi personaggi spezzati e autistici l’uno verso l’altro, Costanzo torna all’adattamento letterario con un dramma-enigma vicino a certa cinematografia nordeuropea nella sua asettica condiscendenza verso i protagonisti, che come in una rete di ragno velenosa si avviluppano e urlano spastici e ancora soli, in una morsa che non concede scampo. Il film infatti si ammala e implode, come Jude e Mina, dopo un incipit-sogno che in riva allo scuro oceano presagisce, nel temporale dei sensi, ma non premunisce, la carneficina che scaturirà dall’amore improvviso e dipendente.

Meno sottile e coraggioso de La solitudine dei numeri primi, Hungry Hearts si accampa monotono sulle cicatrici antiche e sconosciute dei protagonisti, ramificate in un sottosuolo dell’animo fin troppo scoperto, humus oltreumano di tensioni forse esplicabili ma lontane dalla logica dell’esistere insieme (e insieme al pubblico, altrettanto…solo).

il nome del figlio locandinaE a cena di altrettanti e palesi veleni – ma con commensali più vicini a mammiferi da circo pasciuti da un’irregimentata codardia, che ad aracnidi apprensivi e sociodevianti – invita il televisivo e naif ultimo film diretto da Francesca Archibugi, confezionato dalla “ditta” Virzì, Il nome del figlio. Indovina chi fa outing a cena?

Simona è una starletta televisiva al suo esordio letterario (con ghost writer incluso), pronta a colonizzare le librerie con i piccanti retroscena dello showbiz narrati ne “Le notti di F”, e sta per dare un figlio a Paolo, immobiliarista-Rolex e Bmw annessi, possessivo con scioltezza, razzista e snob con la grinta autoironica e compiaciuta del rampollo cinico di un’illustre casata, i Pontecorvo, istituzione nazionale. Betta, insegnante precaria alla medie e sorella di Paolo, in “premenopausa” sin dall’asilo, ansiogena e remissiva, è sposata con il professore twittatore incallito e sociopatico Sandro, il “paguro” intruso. Claudio, amico fraterno di Betta e confessore della sue scappatelle e non solo, è un musicista che produce dischi di cover e ascolta da decenni con sagace pazienza il belare del suo mucchio pseudofamiliare. Si ritrovano insieme per una cena e una news imporante, che tra scherzo e verità assesta colpi salati al menage apparentemente rodato.

Sfornata così, tra ginnastica domestica e zuffe verbose, la ricetta de Il nome del figlio, nuovo film da camera anzi da “sala da pranzo” di Francesca Archibugi.

Doppie vite, segreti sottaciuti, insofferenze a pelo d’acqua, febbri che vogliono evacuare da corpi a stento trattenuti nel tepore familiare, tra una mega bottiglia di champagne, un libro citato per caso, una dietrologia antropologico-storica, un Benito di troppo, una crostata di ricotta dimenticata, un’imbarazzante intervista fiume, un elicottero-spia giocattolo e un parto imminente. Questione di ruoli, storici e culturali e personali. Questione di cuori, affamati di semplicità ma abituati al gioco dei mimi. Una lite domino e nuovi equilibri in famiglia Pontecorvo. Dove professori sinistrorsi abbuffati di antropologia culturale e carte (nascoste) di partiti/e inesistenti, incastrati in esistenze fantasmatiche, si accapigliano e riconciliano con rampanti agenti del lusso menefreghista italiota. Alla fine l’unico sguardo “asciutto” e sincero, certificato da carte, esibite, è quello della (ex) soubrette dagli occhi laminati di verde, Simona, l’immatura fantozziana gestante, procace e linguisticamente terrona, che sembra poter invece insegnare a tutti la banalità vanesia dell’esistere. Che sbatte sul muso vizioso anche se amato dei suoi “parenti” acquisiti come lo status tanto difeso quanto osteggiato da ciascuno di loro sia l’imprescindibile culla e tomba in cui nascere, ribellarsi, digerire, scopare, sconfessare, ripiegare, invecchiare, il piedistallo (s)comodo da cui emettere sentenze, il vestito di cui nessuno di loro sa o vuole spogliarsi senza accettare le conseguenze dell’altrui sguardo, finalmente diretto, sulle contraddizioni e sui desideri pronti a scoppiare, sull’epidermide nuda del Sé.

Il nome del figlio scena“Cena tra amici” (“Le prénom”) pièce teatrale di Alexandre De la Atellière e Matthieu Delaporte divenuta grazioso ma monotono film nel 2012, per la regia degli stessi autori, è la maschera strutturale del film della Archibugi. Che risulta remake (ulteriormente) isterizzato della pellicola francese. Il nome del figlio, titolo più sottilmente patriarcale e vendibile, vorrebbe convogliare nella sua dizione televisiva e ritornante, con rasoiate di sarcasmo leggero, l’umorismo colto e (tipicamente) nervoso dell’originale d’Oltralpe sulla società alto borghese e suoi eterni intrighi e crucci socio-politico-sessuali, in una commedia a portata di mano che tenta di svolazzare dalla twittermania al razzismo, dalla depressione di coppia all’ipocrisia domestica tra fine anni ’70 e primi 2000.

Come i rugginosi treni che scorrono invisibili sotto la terrazza dell’attico shabby chic dei Pontecorvo, nel quartiere graffiato e coatto adibito a “tossici, immigrati e bidelli” e radical chic, il film della Archibugi arranca, fornendo dai finestrini, sporcati con garbo e rare discese nel trash pecoreccio nostrano, una visione troppo schematica di quell’italietta per bene e precarizzata nell’anima che forse poteva ritrarre. Personaggi verosimili e non veri, caricature a tratti divertenti ma non trascinanti, nonostante lo sforzo di Papaleo (Claudio, il ruolo più completo) e Gassman. Un film corale, un prodotto ready for the video, che languisce nei canoni della ripresa televisiva, sciogliendo nei veleni della “cena” pillole di psicologia da scaffale 3×2 e attualità a grani grossi q.b., intabarrando il tutto nello spartito della pièce francese, adattata dalla stessa Archibugi insieme alla mano onnipresente di Francesco Piccolo, qui slegato apparentemente da Virzì (invece innestato nel film come produttore associato).

Squadra di mercato che vince non si cambia. E se la premiata ditta virziniana rastrella a suo modo botteghini e sponsor spalleggiata da mamma Rai, il film da “quattro salti in padella” corretti allo champagne è servito in poche mosse. C’è bisogno di leggere “Le notti di F” per nutrire cuori che restano ereditariamente hungry?

Hungry Hearts. Regia Saverio Costanzo. Cast: Adam Driver, Alba Rohrwacher, Roberta Maxwell, Al Roffe, Geisha Otero. Jason Selvig, Victoria Cartagena, Jake Weber, David Aaron Baker, Nathalie Gold, Victor Williams. Sceneggiatura Saverio Costanzo. Tratto dal romanzo “Il bambino indaco” di Marco Franzoso (Giulio Einaudi Editore). Fotografia Fabio Cianchetti. Montaggio Francesca Calvelli. Scenografie Amy Williams. Costumi Antonella Cannarozzi. Musiche Nicola Piovani. Una produzione Wildside con Rai Cinema. In associazione con Biscottificio di Verona. Usa 2014 – Durata 109′. Uscita 15 gennaio 2015. Distribuito da 01 Distribution.

Il nome del figlio. Regia Francesca Archibugi. Tratto dalla pièce teatrale “Le prénom” di Alexandre De la Atellière e Matthieu Delaporte. Cast: Alessandro Gassman, Valeria Golino, Luigi Lo Cascio, Rocco Papaleo, Micaela Ramazzotti. Sceneggiatura Francesca Archibugi, Francesco Piccolo. Montaggio Esmeralda Calabria. Scenografia Sandro Vannucci. Fotografia Fabio Cianchetti. Musiche Battista Lena. Una produzione Indiana Production, Lucky Red, in collaborazione con Motorino Amaranto, Rai Cinema, Sky. Ita 2015 – Durata 94′. Uscita 22 gennaio 2015. Distribuzione Lucky Red.

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