CineRecensione: Da pura magia a illusionismo

di Iolanda La Carrubba

Locandina di "Magic in the moonlight"

Locandina di “Magic in the moonlight”

Tra illusionismo e magia alla scoperta dell’Io in cerca di un D’io in questo rocambolesco “romantic psyco-thriller” dai solipsistici ricordi di Interiors, all’entusiasmo barocco della Maledizione dello scorpione di giada.

In Magic in the moonlight, in Italia sul grande schermo dal 4 dicembre, Woody Allen riaffronta il tema dell’illusionismo, ambientando l’intricato svolgersi dell’intera vicenda, negli anni ’20.

Questi gli anni più prolifici per l’occultismo, dove molte erano le famiglie benestanti che un po’ per noia, un po’ per il gusto di sfidare l’immortalità, dedicavano parte delle loro serate alle sedute spiritiche.

Il tutto ha inizio a Berlino nel 1928 dove uno sfarzoso spettacolo di illusionismo, viene messo in scena da un aitante prestigiatore orientale Wei Ling Soo ovvero, Stanley Crawford (ancora una volta Allen, mette in scena il duello tra le doppie identità dì ogni singolo individuo, dove da un lato si trova la ragione, dall’altro il sentimento), protagonista ed alter-ego di Allen, meno ipocondriaco, ma ancor più ossessionato dalla volontà di capire tutto, i trucchi e gli inganni della vita-società umana, è interpretato da un affascinante seppur in là con gli anni, Colin Firth che indossa la stessa ossessionante curiosità di Houdinì nei confronti dell’aldilà, ma con una nota più cinica dovuta alla sua intelligenza scientifica.

Tutto è certo per Stanley, esattamente come il sapore del pudding dell’adorata zia Vanessa (Elien Atkins) sua confidente che per tutta la durata del film, veste i panni della sua coscienza, portando le certezze del nipote ad un traumatico risvolto del dato di fatto.

Logica e buon senso? E’ dunque questo l’ingrediente segreto dell’ultimo Woody Allen. Così Stanley con la sua maschera scorbutica ed arrogante, si mette sulle tracce della troppo giovane chiaroveggente Sophie Baker (Emma Stone), con l’obbiettivo di rivelare le menzogne celate dietro il suo bel visino.

Il primo incontro avviene nella lussuosa villa della vedova Catledge, dove la pseudo chiaroveggente, non solo vi soggiorna, ma è riuscita a fare breccia nel cuore sfaticato dell’erede Brice (Hamish Linklater) che si nasconde dai doveri della vita, dietro una noiosa e forzata passione per l’ukulele.

Scena della seduta spiritica, da "Magic in the moonlight"

Scena della seduta spiritica, da “Magic in the moonlight”

Da qui in poi tutto è sovvertito, anche l’ingombrante scetticismo del protagonista che inizia, o almeno crede di iniziare, a toccare con mano la “genuinità di lei” . E’ il momento della seduta spiritica, ogni cosa sembra ruotare intorno alla calda luce di una candela, ed è proprio l’arancione il colore che prevale sui volti stupiti dei partecipanti, mentre osservano quella stessa candela, sfidare tutte le leggi della gravità.

Ora dopo aver ascoltato musica Hot e goduto della buona compagnia, durante il silenzio di incertezze interiori, sopraggiunge il tormento notturno (lo stesso affrontato in molti altri lavori di Allen). L’indomito Stanley, così assuefatto dal suo stesso cinismo, inizia a dubitare delle sue certezze, prendendo la decisione di rimanervi ben ancorato per smascherare i trucchi di lei, studiano con ancor più zelo i prestigi che lui stesso mette in scena, trucchi fatti dall’illusione delle ombre cinesi. Tuttavia sorge un quesito (posto dallo stesso regista?) l’aldilà è un’illusione o un dato incerto reso certo dall’ottenebrante paura di sparire?

Dunque Allen interroga se stesso attraverso il suo alter-ego Stanley (sceneggiato con acuta perspicacia) ed in un nuovo incontro nel salotto buono di zia Vanessa confesserà:

– … e se fosse genuina? Allora si solleverebbe la nuvola nera che mi segue fin dall’infanzia.-

Ancora una scena, "impressioni mentali"

Ancora una scena, “impressioni mentali”

Arriva un nuovo giorno, Stanley invita Sophie a fare una gita con la subdola speranza di riuscire a carpire in questo tete à tete, i segreti della giovanissima medium.

Si mettono in viaggio in macchina ed è interessante notare come in questo caso Allen, decida di fare un omaggio alla commedia americana anni ’50 con protagonista Spencer Tracy, mettendo alla guida distratta anche Stanley per svelare così al pubblico, il segreto del green screen, quest’uso dell’incoerenza tra le tecniche adoperate nel film, potrebbe significare la condizione di autocritica in cui il regista si pone? Non a caso infatti, nonostante la giornata fino a quel momento abbia promesso sole, scoppia un furibondo temporale (l’avanzare della morte?) che tramite un esilarante escamotage dovuto ad un guasto meccanico della cappotte della vettura, costringe i due a rifugiarsi nel vecchio osservatorio collocato da lì a pochi passi. Questo il luogo della confessione, il luogo dell’infanzia, ed al cospetto dell’intero universo minacciosamente romantico, Stanley si abbandona a quel momento “materno”, addormentandosi su di una panchina in posizione fetale.

Fatale sarà l’arrivo della conferenza stampa dove lui stesso dichiarerà l’autenticità delle doti psichiche di lei (dichiarazione d’amore?) anche se in un secondo momento, per respingere le sue debolezze, Stanley affermerà:

– sono un uomo razionale, in un mondo razionale, tutto il resto è illusione -.

Regia è illusionismo, sembrerebbe confermare Allen con questo nuovo e frizzante lavoro, un film ironicamente colto, continuamente in competizione con il subinconscio thriller dove: -…tutto è bene quel che finisce bene -.

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One comment

  1. Ottima recensione che condivido pienamente! Questo è il Woody Allen che ci piace vedere: film fresco, frizzante, intelligente, ironico che fa riflettere ed egregia interpretazione da parte degli attori. Ma la vita non è illusione?!
    Monica

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