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Fighting society

Dal monolito alle torri gemelle, al terrorismo brandizzato, la civiltà che lotta contro se stessa, ogni anno lo stesso Fight Club

di Sarah Panatta

 

“Siamo i sottoprodotti di un sistema che ci ossessiona”. Lo dice, trasformando ogni sillaba nell’accento piano e perforante di uno slogan, il cervello che non accetta etichette di Tyler Durden (Brad Pitt alias Edward Norton in Fight club, film-spot epocale e discusso firmato da David Fincher, tratto dall’omonimo romanzo di Chuck Palahniuk). Alter ego del protagonista innominato e dello spettatore, anzi dell’autore-spettatore che si compiace (pur ammonendo) del proprio apologo sopra le righe e oltremodo realista, più che veggente, sull’era del consumismo giunta all’apoteosi del suo sfarzo traballante e coatto.

Era il 1999, Fight Club era solo un’opera dalla tecnica inappuntabile e dal taglio videoclippato audace e vendibile, con la sua filosofia tanto spicciola quanto diretta, e solo due anni dopo il collasso dello skyline del progresso finanziario occidentale si sarebbe ripetuto live, riducendo momentaneamente in cenere il cuore acciaio-vetro del capitalismo nell’eroso muro del pianto del Ground Zero. Capitalismo azzoppato ma imperterrito, schierato poche ore dopo dall’altra parte del mondo in mezzo alla sabbia di nuovi castelli in aria, per fortificare i paletti dell’impero, cercando nutrimento al potere.

Storia, eterno ritorno di eroi e loro cloni, di antieroi e loro antidoti. Mentre spolveriamo minuziosi la maniglie dorate, il Titanic affonda e affonderà sempre e senza scialuppe. Mentre ci crucciamo incrociando le posate su un cenone low cost una famiglia si dilanierà per disperdersi clandestina su lidi che non la vorranno. Mentre osserveremo una ruga che non potremo distendere, un ragazzino chiuderà gli occhi sotto una coltre aguzza di macerie, bombardato da una causa sconosciuta, plagiata, già passata, drone invisibile.

Nella costruzione accecata di una guerra a “bassa densità di regime” (come direbbe Fulvio Grimaldi) l’impero degli steccati bianchi e delle cattedrali terremotate, delle cupole barocche e delle piramidi mafiose penetrate nei gangli cerebrali di ognuno di noi, la forma mentis è il fight club. Violento surrogato per l’espropriazione delle esigenze base, in piccola (scantinato, condominio, supermercato) o vasta scala (parlamento, trincea, orbita terrestre).

Neppure la ritualità (religiosa, laica, sincretica, che dir si voglia) di un Natale imposto o imponibile (forse un tempo?) come forma di pausa riconciliatoria dagli affanni, come raduno affettivo, olimpiade di banchetti per l’anima, sospende il bislacco “progresso”. L’impero continua ad imbellettarsi, apre filiali mentre ne falliscono altre, e i suoi adepti restano indifferenti, marmorizzate statue di un presepe poco condivisibile.

Tutti con i canini scoperti, a combattere per una mangiatoia che apparterrebbe a tutti. Quel tutti controllato e sedato da una gerarchia nei secoli riciclata e ammortizzata, che prevede campi nomadi falso storico da un lato e attici arredati da tangenti dall’altro, spettatori pur mediaticamente scaltri abbuffati da cronaca spazzatura da una parte, creature “extra” avvolte nella censura di coperte, silenzio, clandestinità, miseria, dall’altra. Precari e consumatori, consumatori, consum-attori precari.

Proni alle tv da 500 canali, mutande griffate e smartphone ruba-stipendio alla mano. Siamo solo oggetti, evoluti dai primati intorno alla preda spolpata a cosmonauti che recitano spot contro la fame nel mondo cibandosi di coNoscenza liofilizzata nell’astronave gravitante intorno al mondo-monolito-trivella. Esaurendo scorte, esaurendoCi.

Perdiamo tutto ma non vogliamo perdere nulla, mentre Ci siamo già persi sin da quella danza intorno al primo monolito. Da Kubrick a Fincher il grido esplorativo diventa pubblicità e insieme puro invito a guardarCi, semplicemente, mentre soffriamo per ragioni sbagliate senza scavare a fondo la vera Ragione.

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