Festival: Appunti dal Festival Internazionale del Film di Roma, II parte

Cronache festivaliere bis: la compagine straniera 

di Sarah Panatta

 

edenDall’Eden parigino di Mia Hansen-Løve al game fincheriano in una terra di scoparsi e apparizioni (mediatico-politiche), una carrelata di opere vitalizzanti ed eterodosse, nel panorama altrove stitico dell’intera manifestazione

Sogno di una notte di metà autunno caldo, all’epoca festivaliera ancora non iniziato. Un Festival in cerca d’autore che ha disperso energie e tagliato teste. Ma che ha saputo raccogliere come ogni anno poche introvabili opere straniere che ritroveremo forse tra tv private e videoteche (virtuali) futuribili. Gemme anzi tempo, da conservare nel database genetico del cinema contemporaneo.

Dal Garage ai loft, genesi e alterni destini, da camera, da scantinato, da “etichetta” mainstream, della musica Electro e Dance francese, labirinto di stadi pseudo evolutivi tra precarietà e poesia disincantata. Lost in music. Euforia e melancolia, dal Paradise Garage al terrazzo-party-perenne del MoMa. Il ritmo dionisiaco dell’esistere, gioventù di carne e di criogenizzato ardore, la “meglio” gioventù franco-canadese dell'”ultimo” bacio, dai tempi del primo ai rigurgiti dell’inimmaginabile prole multipla. Paul respira nella musica e per la musica. Insieme al più pragmatico amico fonda dopo l’apprendistato alla console battesimale e fortunata del Paradiso, un duo-dj, i Cheers. Mixando generi e ispirazioni, riunendo nelle tendenze scoperte della Elettronica e della Dance, il lirismo strumentale di artisti oltre oceano e l’amalgama spugnosa di un’intimità soul. I Cheers diventano icona, si incontrano con i mitologici Daft Punk, collaborano con i guru della Dance dalla fine dei ’90 dorati fino ai nostri smaliziati cannibalici giorni. Ragazzi on the way, ragazzi on the road, scontenti e adrenalinici, entusiasti e svogliati, sull’orlo dell’alloro e dei suoi abissi astiosi soffoca(n)ti. Dalla stanza sul cortile alla casa al mare con i figli dell’altra donna, quella giusta ma maturata in un’altra dimensione.

Educazione sentimentale generazionale dentro, sopra e sotto le lenzuola edonistiche e fertili di un’enorme corrente/industria musicale. I menage personali e le regole del mercato. Amore e morte. Un compendio ontologico in personaggi che si riflettono e risolvono l’uno nell’altro, pur restano sospesi. Eden per la regia di Mia Hansen-Løve, produzione francese lussuosamente defilata, si è imposto al Festival senza rumore, coniugando il non detto asciutto di molta cinematografia scandinava con la carnalità vezzosa ed ironica dell’aria parigina, da respirare in ogni schermaglia di gruppo, ad ogni scalinata e uscio. Lenta e forse ciclica capitolazione di sessioni dance, Eden segue l’eterna vincibile adolescenza di un uomo comune, sul filo tra talento da outsider e insicurezze da pigrizia cronica.
Una scrittura rarefatta e sensuale, restituisce l’horror vacui dell’ancien regime europeo, tra proletariato snob e borghesia cocainomane, tutti confitti nell’afa del rave/corsa stremata ed esasperatamente ritardata verso il formato famiglia canonico, canonizzato e inevitabile.

gone girlStessa corsa, mediatizzata e distorta, diversi strumenti espressivi. Brividi tetri e incalzanti nella nuova fatica biblica di David Fincher, Gone Girl, 145 minuti ad orologeria, per un compendio (meta)cinematografico criptico, eppure esplicata bagarre dei ruoli e delle identità, dei generi e delle verità. Opera incombente, ardua e unica, nel Festival romano parco quest’anno di eclatanti sfide concettuali o di block buster sperimentali.
Chi l’ha vista? O meglio chi li ha visti? Tutti i volti dell’uomo, distratto, burlato, picchiato, sedato dal Grande Fratello. Negli USA del disinganno e della manipolazione emotiva genetica. L’epos mediatico e il nucleo familiare implosivo, il poli-profilo pop dell’uomo medio e le sue perverse intime involuzioni. Tra crimini efferati, varchi socchiusi, scoop a luci catarifrangenti.
Nick Dunne è un ex scrittore che torna nei lidi natii insieme alla splendida invidiata moglie Amy, un duo che appare incastonato nella grazia della perfezione. Allo scoccare del quinto anniversario Amy scompare però nel nulla e il primo sospettato è Nick. Inizia quindi il suo pedaggio dantesco sugli schermi, che dilaniano il suo privato e lo istruiscono a diventare alter ego di se stesso, digerito e resuscitato in un vortice orrido, il videodrome coevo. Nick, capro espiatorio per il popolo facebookiano corroso dalle proprie variabili contraddizioni. Tra sottotesti e spicanalisi familiari e sociali, e ritratti corali in stile primo Lynch (non a caso Gone Girl è adatto ad una frammentazione televisiva) avvocati, madri, investigatori, amici, giornalisti, comunità in schieramento da scandalo, Fincher tesse un’articolata cittadella dei nidi (vuoti) del ragno, dove le prede/predatori sono ovunque e insospettabili o troppo sospettabili. Tutto è calcolato, dentro e fuori il cerchio della fiducia dell’opera.
Fincher muove le pedine nel suo nuovo “Game”, come l’assassino di Seven ci dà in pasto (al)le scatole cinesi della trama e ai meccanismi metalinguistici del racconto, che è anche apologo sullo sguardo dell’uomo formato/traviato da una multimedialità abusata e sottovalutata dei rapporti e della conoscenza. Dopo il torrenziale thriller Zodiac, ingombro del mistero sospensivo di una nazione-fast food che sotterra consapevolezze e si ciba di menzogna, l’autore tagliente e algebrico tra i più acclamati degli anni ’90-2000, David Fincher, torna disturbante, eccessivo, con Gone Girl. Tratto dal best seller di Gillian Flynn, qui sceneggiatrice, il film, a differenza di Zodiac, di cui è palese continu-azione, si manifesta come conclusivo nell’analisi autoptica, sanguinosa ma pulita, degli “interni-notte” della borghesia americana e insieme del proprio cinema che vuole intrattenere e detenere (lo spettatore prigioniero, con la chiave sotto il mattone). Fincher disarma ma non innamora, intriga e violenta semmai. Si svincola dalla tragedia greca ma anche da Hitchcock, sfruttando i meandri psicologici per superare l’empatia e farci entrare nella partita, senza coordinate, senza pathos grondante. Puro stupore dell’incastro senza soluzione di continuità.

A pulsare e disarcionare soprattutto lo scenario/imbuto/presagio: il Midwest che ospita i personaggi e i loro tormenti. Midwest testimone di un età d’oro detritica, stuprata, risacca delle fratture scomposte (decomposte) dell’America Wasp, terreno del rifiuto, della ripicca, dell’apparenza laccata dall’indifferenza cortese e dai vizi indicibili. Utero ideale per la gestazione di una tragedia latente.
La scenografia pulsa e disarciona nei film paradigmatici del festival. Spesso diviene fulcro o fuga dell’attenzione e nei casi migliori, nelle opere straniere meritorie di citazione, la scenografia specchia e metabolizza pesi, colpe, meraviglie di autori, personaggi, pubblico, veicolandoli oltre le secche di costruzioni imperfette ma interessanti.

song of the seaCome la struggente rappresentazione offerta dal cartoon Song of the sea, leggenda irlandese imbastita per il grande uditorio. Saorsie non parla, ma scruta le onde, è nata dai flutti, non ha neppure conosciuto la madre. Con lei vive il fratello maggiore Ben, sei anni di nostalgia nello sguardo sempre rivolto al cagnolone compagno, Cu. Il gigante buono, il papà, veglia (con) il suo rimpianto, nell’abbandono, guardiano del faro silenzioso. Tutto inizia da una filastrocca antica, sussurrata dalla mamma ai bordi del letto di Ben, poco prima del parto che cambia la vita di tutta la famiglia. La mamma dalla voce incantata, Bronagh, svanisce, lascia Saorsie neonata alle cure del papà e di Ben, che custodisce con gelosissimo amore la conchiglia-strumento, vestigia/lascito materno. Potrà Saorsie, metà sirena (selkie), metà umana, intonare il canto ereditato dalla madre e salvare se stessa e le creature del mondo “altro” dall’oblio delle emozioni e ritrovare l’affetto di Ben, per diventare insieme “grandi”?
Il calore e la potenza della tradizione (irlandese) mitica e folklorica, radicato nelle vene narrative come/con il classico Miyazaki. La modernità del tocco, sapiente stratificazione di bidimensionalità e luci, di un autore giovane, padrone di un linguaggio autonomo, di una visionarietà mai inquietante seppur inquieta, tra Gilliam e nuovi messaggeri del mondo al di là del carrozzone di Parnassus. Tomm Moore all’arrembaggio di una nuova rotonda, vibrante “animazione” in Song of the sea. Fiaba nordica. Dove “the uman child” deve crescere e conoscersi, attraverso prove che smentiranno, forgeranno, stordiranno, comporranno, come le melodie della selkie, il suo carattere e i suoi legami. Altro racconto di formazione magistrale adorato dai ragazzini già alla presentazione di settembre al Toronto Film Festival. Song of the sea, in concorso per Alice nella città al Festival Internazionale del Film di Roma, si sposta dall’Ondine travagliata e ambigua di Neil Jordan alla tenace selkie bambina del geniale Tomm Moore. Song of the sea, un film empatico e mai docile, irradiato dall’immaginazione fedele e insieme anarchica dei suoi autori, semplice ma profonda ventimila leghe sotto tesori senza lucchetto, colori ancestrali e travolgenti venti di vita e di sogno.

Anarchia che sceglie di rapire il fruitore incapsulandolo in uno stato di allucinazione grottesco, ma veridico, tra annunciazione, parabola, alchemico scherzo e ancora sogno. Tra Tim Burton, Fellini, il più oscuro Woody Allen, ma anche Saramago, Marquez e persino Olmi, si situa l’oltraggio ambizioso di Gust Van den Berghe, Lucifer. Un’unica inquadratura circolare su un paradiso terrestre che testa l’umanità tentandola in una palude scopertamente dantesca, tra cerchi del peccato e cerchi della redenzione, sulla terra molle del confine.

Messico, e nuvole, un villaggio nella “bolla” tra Bene e Male. La vita è quella o nella bolla, intangibile e misteriosa, a sua volta occhio e specchio, schermo e schema della nostra fallace bellezza. Resistenza quotidiana nella remota provincia messicana dove le donne da sole permeano i ritmi senza cedere un passo all’odore acre della miseria morale della civiltà. Lupita e sua nipote Maria vivono in un paese che è spartiacque e coltivazione invisibile del pregiudizio come della disillusione, della paura, del progresso e dei suoi “figli”. Quando il diavolo bussa alla loro porta nelle vesti un frate francescano guaritore, presentandosi non privo di ironia, riesce ad “entrare”. Falsi invalidi e false salvezze, prole diabolica, scale disegnate dal/nel Cielo e illuminate al neon verso una vita forse diversa, tra quelle “nuvole”?
Lucifer è l’apologo speculativo di un regista filosofico e vontrieriano, che chiude (con il rischio di una lotta estetica e concettuale con il pubblico che riuscirà a vederlo extra festival), anche visivamente il “cerchio” della propria trilogia sulla ricerca del senso supremo del cosmo e sul respiro miracoloso e fioco, amaro, turpe eppure inarrestabile dell’umanità. Il regista apre l’occhio di bue su un tunnel, mostrandoci la tana del Bianconiglio/Dio/Caso/Natura/Artifex, ma non allargando mai né il campo, né l’inquadratura né lo sguardo. Sceglie il cerchio, perfezione discutibile, tra medioevo e rinascimento, mettendo in crisi la purezza avvinta dal compromesso, trascinandola sulla soglia della chiarezza dell’errore. Dal torpore, alla festa dei sensi, alla luce dei lampi.

Tutti restano sotto la bolla?
O, nel caso del festival, nella paura (sponsorizzata) di volere un’identità? Scrutiamo fiduciosi nella trasparenza periscopica di quella e di altre bolle. Immaginando un prossimo venturo festival di cinema e fiction che voglia volersi. Tra sperimentazioni, incassi, reali partecip-azioni.

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