CineRecensione: Tornano “I Vichinghi”, dal 27 novembre al cinema

Saga nordica muscolare ma affascinante. Da Troy al piccolo schermo?

di Sarah Panatta

i vichinghi 1Una nave in tempesta, una barcaccia di legni spigolosi, che ha perso la rotta, incagliata nell’utero delle acque fredde e iraconde, dove si avvinghiano ghignanti come tanti regali gommosi pupazzi, sparuti esploratori dei mari del nord.

Digitalizzato al sapore di plastica salina quanto il monolitico bradpittiano Troy, che non ha saputo riscrivere il cinema mitologico. Gremito di scultoree facce di bronzo. Plasmato da una mobilità videoludica “primitiva”. L’incipit de I Vichinghi sembra preparare al classico rudimentale minicolossal europeo che tenta “i giochi dei grandi” emulando goffo l’imponenza americana di illusioni HD e di muscolari “impressioni”.

Eppure lo svizzero autore Claudio Fäh vira immediatamente e disegna una spedizione di “terra” che sa respirare delle scenografie naturali del film, compensando le ovvie lacune con una credibile suspense da piccolo schermo che (come il titolo originale lascia supporre) potrebbe confezionare l’opera in una perfetta saga tv. Non è la divagazione divertente e pasticciata di Outlander né il “risveglio” psicologico e adrenalinico cesellato da Refn con Valhalla Rising.

Già produttore per il cinema, regista di serie celebri come “Ghost Whisperer” e di alcuni B movies, nonché sperimentatore di circuiti indipendenti, Claudio Fäh letterale sviscera un plot fatto di vaghi cenni storico antropologici e illuminato da accennati bagliori misterici.

Tom HopperNon sappiamo con quanta dedizione filologica sia stato apposto il titolo italiano, ma negli effetti I Vichinghi narra le gesta di un gruppo di uomini scandinavi, guerrieri fuggiti dal proprio regno in cerca di un’indipendenza (come i protagonisti delle spedizioni europee ed extra europee che distaccati dalle loro comunità di origine germanica abbandonavano le terre scandinave anche a prezzo di duri esili, opponendosi alla tradizionale gerarchia sociale, lanciandosi nei mari per trovare nuovi insediamenti).

Naufraghi in una magnifica waste land, trincerata da un’acuminata scogliera della Scozia, i sopravvissuti al viaggio arrivano con l’intento di depredare i tesori dei monasteri e spostarsi verso zone diplomaticamente “amiche”. Capeggiati dal giovane Asbjörn vengono intercettati e decimati dalle truppe del sanguinario re locale. Ne rapiscono allora la figlia, Lady Inghean, ma non sanno che il re non pagherà il riscatto, bensì invierà loro un’orda di “lupi” assassini a sterminarli senza eccezioni, prole regale compresa.

Corpo a corpo con i “lupi” tra foreste insidiose e valli ancestrali, sacerdoti guerrieri, angeli custodi in gonnella, insediamenti medievali e “veleni” moderni. Le tattiche subdole del potere e la rude inevitabile deriva dei cuori aperti e ardimentosi come di quelli titubanti e sospettosi. Forza e onore, ombre e polvere. Una saga testosteronica infiltrata dalle fascinazioni parastoriche di paesaggi vibranti. Poche quote rosa e un paio di volti bellissimi, e persino una star dell’heavy metal degli Amon Amarth, Johan Hegg. Pochi ralenty, una lineare poetica della battaglia-pedinamento, pochi pruriti e molte budella tra fuoco e fango.

E un tuffo giù dalla scogliera. To be continued?

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