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Andiamo tutti a “quel paese”

Italia milionaria… patria di sogni naif e di marchette trash. E’ perché non “C’hanno mai mandato…” ?

di sarah panatta

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Protesi zelighiane e stadi evolutivi della “drive in/fast e furious tv” inaugurata per fortuna e per disgrazia da Mediaset nell’ex tubo catodico italiano, Ficarra e Picone, l’uno balbettata civettante riposta all’attonito studiato sguardo dell’altro, hanno chiuso la nona edizione del Festival Internazionale del film di Roma. Culmine “popolare”? Chiusura che ha voluto dichiararsi pop, o almeno si è creduta populista e propagandista della cultura dello spettacolo-mercato che è e sarà (o dovrà essere). Chiusura coerente del cerchio dell’offerta filmica festivaliera, con la “tipica” nuova commedia-cabaret italiota che finge di giocare con i linguaggi della finzione e con gli schematismi comportamentali della “massa” a cui si rivolge, ma si limita a spalmare figurine umiliate sullo schermo Come la dramedy naif di Soap opera, film d’apertura con il pur impeccabile sornione Fabio De Luigi.

Andiamo a quel paese, dicono Ficarra e Picone. Un titolo, una bandiera, che dovrebbe farci a strisce, invece corserva e sbeffeggia il tricolore già originariamente posticcio. Noi non credevamo e mai fummo creduti (in) una Nazione. Non lottiamo né abbiamo mai lottato per un fermento identitario, o per una comune riflessione cultuale e civica che ci coalizzasse in un retaggio confortevole, magari contraddittorio, ma “nostro”. Andiamoci un po’ tutti a quel paese, in mezzo alla cacca quella con il nome meno lezioso che inizia per “m” come Mefistofele e come McDonalds’, come munnezza e come mafie. Andiamoci tutti, ma senza garantito biglietto di ritorno. Andiamo a guardare a vicino come il vizio di dimenticare e dimenticarci ci ha resi percettivamente ameboidi.

Esploriamolo a fondo, dalle fogne che traboccano, ai tram fermi, ai monumenti abbandonati, alle case occupate, dalla miseria incrostata sui marciapiedi proprio sotto in nostri I-qualcosa trillanti, ai soldi pubblici impacchettati in marchette scoperte e degradanti. La mafia come status mentale. L’omertà non solo dell’azione. Ma del pensiero stesso che si rifiuta di agire, per non ardire la fatica dell’opposizione costruttiva e del riscatto culturale. Cultura, parola ministeriale e quasi razzista. Sta cambiando senso e senno. Andiamoci a quel paese. Oppure scappiamo, fuga di cervelli dai cementi e dalle rocche, dalla coscienza disabitata dello stivale. Ma se restiamo, guardiamoci intorno e dentro.

Ficarra e Picone lo fanno gigioni e svuotati, briosamente futili, senza capo né coda né corpo, con le stesse nostre facce appese e sfruttano l’onda del non senso renziano post mediaset style, della commedia facile sul valore non valore della società anziana e del suo “tesoro”. Ficarra e Picone sono due disoccupati che tornano al paesello, depressi e inetti ma capaci di ideare un piano scalcinato per derubare i fondi della popolazione media anziana del paese. Pensioni, morte, tasse, quattro ciottoli e due risate da bar (neanche sport, l’etica dello sport rimane solo nei manuali di cricket). Andiamo a quel paese dileggia se stesso e certo (involontariamente) tutti noi. Eppure non “ve c’hanno mai mannato?” Allora quel Bel Paese l’avete mai visitato?

sarah panatta

 

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