Teatro: “Pen” dal 20 al 23 novembre al Teatro Studio Uno di Roma

PEN. Una performance vocecorpomusica mai scritta da Cristiano Urbani e Antonio Sinisi.

Intervista di Maurizio Archilei

penDal 20 al 23 Novembre, al Teatro Studio Uno di Via Carlo della Rocca 6 (Torpignattara), andrà in scena “PEN”. Abbiamo incontrato Antonio, il prolifico regista dell’opera, e gli abbiamo posto, in totale libertà, alcune domande per avere un’anticipazione riguardo la sua ultima fatica, liberamente ispirata al racconto di Herman Melville “Bartleby lo scrivano”. Le risposte sono altrettanto libere.

Antonio, dove nasce l’idea di PEN?

L’idea di lavorare sul testo di Melville ce l’ho da diversi anni, ma non sapevo proprio come metterlo in scena. Non volevo la solita narrazione. Fino a quando non ho maturato piano piano l’idea di lavorare sul suono, sulla musica, e ho chiesto la collaborazione di Cristiano Urbani.

Perché “una performance mai scritta”?

Perché in realtà non abbiamo un vero e proprio copione. Abbiamo un testo scritto (quello di Melville), ma abbiamo lavorato principalmente sul nostro reciproco ascolto e su come rapportare il testo al suono, piuttosto che sulla narrazione propriamente detta. E poi è una performance perché in scena usiamo microfoni, chitarra ed effetti.

Da dove prende spunto la collaborazione Urbani-Sinisi cui avete dato vita?

Con Cristiano ci siamo incontrati per un reading in occasione di LOGOS, la festa della parola, all’ExSnia/Parco delle Energie. Io ero alla voce e lui alle chitarre…e dopo ci siamo messi a lavorare su PEN. Mancava solo lui per fare il duo!

Nello spettacolo giocate con più elementi: due arti, la musica e la recitazione, ed il corpo. Quanto è stato difficile fondere tutto tirarne fuori qualcosa di organico che, oltre a soddisfare voi, vi permettesse di inviare i messaggi che intendevate diffondere?

Il lavoro sul suono che operiamo in scena permette l’amalgama del tutto. Voce-Corpo-Musica sono strettamente legati in questo lavoro.

Avete avuto bisogno di aiuto nella stesura dei testi e nell’adattamento della musica?

Visto che non è stato scritto ancora nulla, non abbiamo steso ancora niente. Speriamo di non stendere nessuno del pubblico. Abbiamo lavorato sul suono delle parole e questo ci ha permesso di creare insieme un corpo unico, composto dalle tre parole che ho citato nella domanda precedente.

Il personaggio di Bartleby sembra dominato da un certo immobilismo, in antitesi al movimento ed il rumore che gli avete creato intorno. Perché questo contrasto?

Come diceva Mejerchol’d: “…se si muove la punta del naso, si muove tutto il corpo…”. Io credo che il movimento, in tutta la messa in scena, sia dato da come succedono le cose. Nel racconto di Melville il protagonista è immobile ma muove tutto quello che è intorno a lui. Questa è la grande forza. A volta basta guardarle le cose che ci circondano per cambiarle e trasformarle in qualcos’altro.

Lo spettacolo è comico, va bene. Ma quanto comico e perché lo ritenete tale?

Lo spettacolo non è comico, ma violentemente comico. E’ assurdo tutto quello che accade a ciò che ruota intorno a Bartleby! Talmente assurdo da essere violento. Prendiamo ad esempio le gag di Stanlio e Ollio: noi ridiamo quando accade una cosa drammatica ad uno dei due… quando cadono a terra oppure quando rimangono con un automobile priva di carrozzeria per una folata di vento. Qui, quello che succede è quattro volte superiore! Pensa che ridere.

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