Teatro: Il lato cattivo del Che

Rubrica “Teatro nel cassetto: teatro visto, svisto, da rivedere”

Il lato cattivo del Che

di Maurizio Archilei

"Il lato cattivo del Che", una scena dallo spettacolo

“Il lato cattivo del Che”, una scena dallo spettacolo

L’odio come fattore di lotta; l’odio intransigente contro il nemico, che permette all’uomo di superare le sue limitazioni naturali e lo converte in una efficace, violenta, selettiva e fredda macchina per uccidere. I nostri soldati devono essere così. Un popolo senza odio non può vincere un nemico brutale. Bisogna portare la guerra fin dove il nemico la porta; nelle sue case, nei suoi luoghi di divertimento; renderla totale. Non bisogna lasciargli un minuto di tranquillità, un minuto di calma al di fuori e all’interno delle sue caserme: attaccarlo dovunque si trovi; farlo sentire una belva braccata in ogni luogo in cui transiti”.

Questa ed altre le citazioni che arricchiscono il percorso tracciato nello spettacolo ideato e portato in scena da Antonio Sinisi, regista e attore, e da Alessandro Pera, scrittore romano prestatosi per l’occasione al palcoscenico. Una coppia poco ortodossa, di quelle che raramente si ha l’opportunità di vedere tra le quinte. Due personaggi, i loro, molto diversi nelle aspettative, nei comportamenti, nelle esperienze di vita che raccontano e nel modo di approcciarvi. La storia narra, in un’alternanza di situazioni parallele, l’ipotetica genesi dello spettacolo stesso. Una parabola che parte da una situazione divergente, in cui Antonio ha l’esigenza di risolvere un grande problema per un regista teatrale: sostituire attori e collaboratori che, a locandine andate in stampa, danno improvvisamente forfait. Alessandro, da parte sua, si avvicina con cautela all’ansioso regista che gli chiede una collaborazione per salvare la faccia. Una lentezza naturale e che sembra calcolata per quanto si rivela efficace, perché riuscirà a distrarre Antonio dalla sua idea – rappresentare un classico Brecht utilizzando un copione breve e pertanto compatibile con i tempi stretti – per portarlo ad accettare un progetto difficile e impegnativo quasi a livelli impossibili, da realizzare a seguito dello studio di una colonna di libri sulla storia del guerrigliero rivoluzionario più famoso del mondo moderno: Ernesto Guevara, detto “el Che”. Cos’è che muove Alessandro a mantenere il punto e ad averla vinta? La necessità di ristabilire un ordine, di restituire al mondo il valore autentico che il Che ha avuto mentre era in vita, e che gli ha permesso di diventare il simbolo che è diventato. Paradosso: è quel simbolo, quell’immagine stampigliata su magliette, bandiere, pacchetti di tabacco e sigarette, che rappresenta nel concreto la negazione stessa dei valori alla radice della sua affermazione nell’immaginario collettivo. O meglio: quell’icona è il risultato della sostituzione e cancellamento di valori, sentimenti, parole, pensieri che animavano il vero Che.

EHITU_neutra (1)Lo spettacolo nasce da un monologo di Alessandro Pera, ampliato ed ottimamente adattato alle esigenze sceniche. L’ispirazione coglie l’autore in un momento di vita vissuta quando, incuriosito, decide di andare ad osservare quel fenomeno politico, musicale e sociale che è il “tradizionale” concerto del primo maggio. E’ in Piazza S.Giovanni a Roma, davanti ad una bancarella di magliette, che viene folgorato dall’accostamento di immagini di personaggi i cui valori, da vivi, erano distanti anni luce, se non antitetici. Cosa possono avere in comune Gandhi, Padre Pio, Madre Teresa e Marilyn Monroe? E cosa li può rendere accostabili al Che? La risposta non viene fornita in modo esplicito, ma lo spettacolo si anima da subito di una sottile e coerente critica all’appiattimento su un sistema di valori universali, globalizzati, facilmente spendibili e vendibili che rende possibile tale accostamento. È, di riflesso, un attacco all’“industria culturale”, capace di appropriarsi di qualsiasi immagine snaturandola al fine di renderla vendibile, trasformandola in paccottiglia da bancarella. Il processo, contestato in modo ironico e divertente, è quello che punta a ripulire qualsiasi grande personaggio della propria personalità, delle proprie idee, e soprattutto dei propri lati oscuri in cui albergano i valori spesso più profondi e significativi dell’individuo, le convinzioni più solide e scomode che ne animavano e rendevano coerente l’azione. Un’operazione necessaria se si vuole far apparire tutti buoni, tutti uguali, tutti commercialmente attraenti. Ma è questa perdita della vera anima del Che che ad Alessandro non piace. È per rendere giustizia e merito al suo idolo che decide di rivendicarne i sentimenti autentici che ne hanno condizionato l’esistenza e l’azione. I più difficili, necessariamente violenti e non spendibili. “Il lato cattivo” insomma. Quello che gli ha veramente permesso di diventare il rivoluzionario che fu.

Lo spettacolo è in stato programmazione a febbraio, presso il teatro Studio Uno di Roma.

Alessandro Pera ha pubblicato un libro di racconti “Afa” e alcuni racconti in raccolte collettive. Recentemente, ha fatto alcune esperienze come narratore.

Antonio ultimamente in scena come autore e regista teatrale con “La Capitale del Dolore” e “N”, sempre attivo nell’organizzazione di eventi come LOGOS, la Festa della Parola [www.logosfest.org] e LIMNESIA | Teatri alla Sorgente e come coordinatore di percorsi teatrali.

Maurizio Archilei

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